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venerdì 5 settembre 2014

Le unioni civili all’italiana


«Unioni civili alla tedesca», aveva promesso Matteo Renzi. In Senato stagnano alcuni disegni di legge, ché i diritti civili sono spesso rimandati perché l’economia e la disoccupazione sono questioni più importanti e più urgenti. Eccoli: Disciplina delle unioni civili (Manconi e Corsini); Modifiche al codice civile in materia di disciplina del patto di convivenza (Maria Elisabetta Alberti Casellati ed altri); Introduzione nel codice civile del contratto di convivenza e solidarietà (Giovanardi ed altri); Disciplina dei diritti e dei doveri di reciprocità dei conviventi (Barani e Alessandra Mussolini); Normativa sulle unioni civili e sulle unioni di mutuo aiuto (Alessia Petraglia ed altri); Modifiche al codice civile in materia di disciplina delle unioni civili e dei patti di convivenza (Marcucci ed altri) e Unione civile tra persone dello stesso sesso (Lumia ed altri). L’articolo 1 della prima, per esempio, stabilisce che: «1. Due persone maggiorenni, anche dello stesso sesso, di seguito denominate «parti dell’unione civile», possono contrarre tra loro un’unione civile per organizzare la loro vita in comune. 2. La registrazione dell’unione civile è effettuata, su istanza delle parti della stessa unione, e in presenza di due testimoni maggiorenni, dai soggetti di cui all’articolo 3». In tutti i casi, ovviamente, sono disegni di legge che mirano a istituire le unioni civili. A cosa servirebbero le unioni civili? «A creare diritti che oggi non ci sono, a rimediare alla presente ingiustizia» è la risposta.


Non sei uguale a me ma siamo pari
Leggendo la relazione introduttiva di Carlo Giovanardi si ha però la sensazione opposta. «La Corte costituzionale ha ribadito in una recente sentenza che la famiglia, come scolpita nell’articolo 29 della Costituzione, è «società naturale fondata sul matrimonio» fra un uomo ed una donna, come la stessa Corte ha più volte avuto modo di precisare. La Costituzione, all’articolo 31, pone tale famiglia, in particolare in presenza dei figli, in una situazione privilegiata fermo restando il principio fondamentale dell’articolo 3 che recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Tutti i cittadini sono uguali ma alcuni sono più uguali di altri. È un dubbio intrinseco in qualunque istituzione x che vale per alcuni cittadini z e non per altri. «Il matrimonio è un’altra cosa! Diritti singoli, ma non esageriamo».

Next, 5 settembre 2014.

venerdì 7 giugno 2013

“Questo matrimonio non s’ha da sciogliere. Anche se lui adesso è una lei”

Il signor A e la signora B si sposano. Poi il signor A decide di cambiare sesso e diventa la signora A. Per legge il loro matrimonio deve finire, anche contro la loro volontà. Parliamo in esclusiva con uno dei loro avvocati difensori.

INCOSTITUZIONALE SCIOGLIERE UN MATRIMONIO? – La prima sezione civile della Cassazione, con l’ordinanza n. 14329/2013, ha sollevato ieri il dubbio di costituzionalità riguardo allo scioglimento automatico e obbligato di un’unione in seguito al cambiamento di sesso. Nell’ordinanza gli atti vengono rinviati alla Corte Costituzionale, con la richiesta di controllare la legittimità di alcuni articoli della legge sulla rettificazione di attribuzione di sesso (164/1982). Non è forse ingiusto imporre un divorzio? Non è forse il consenso il fondamento matrimoniale? La legge sembra essere brutale e pornografica, intromettendosi in questo modo nell’intimità familiare.
I CONIUGI – Il signor A e la signora B si sposano alcuni anni fa. Qualche tempo dopo il signor A fa domanda per la riattribuzione di sesso. Alla conclusione del lungo percorso, il tribunale di Bologna nel 2009 dispone la rettifica e annota a margine dell’atto di matrimonio: “là dove è scritto “maschile” ad indicare il sesso del nato debba leggersi ed intendersi “femminile” e là dove è scritto “Signor A” ad indicare il nome debba leggersi “Signora A”, pertanto il Signor A […] ha assunto il nuovo prenome di Signora A”.
EFFETTO COLLATERALE – La sentenza del tribunale produce però anche, ai sensi dell’articolo 4 della legge 164 del 1982 (“La sentenza di rettificazione […] provoca lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso”), la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Impone, in altre parole, la fine del vincolo matrimoniale anche se i coniugi, come in questo caso, non hanno alcuna intenzione di scioglierlo. Inizia così la loro battaglia per difendere il loro matrimonio che le ha portate fin qui.

venerdì 17 maggio 2013

Il Minnesota approva la legge sui matrimoni per persone dello stesso sesso, l’Italia resta immobile


Photo by Justin Sullivan/Getty Images

Mentre il Minnesota sta per approvare una legge sui matrimoni senza discriminazioni, Maurizio Sacconi ci mette in guardia sul rischio di sposare il gatto di casa. O quello randagio?

Il Minnesota è vicino all’approvazione di una legge sui matrimoni per persone dello stesso sesso. Sarà il dodicesimo stato degli USA e la parola definitiva sarà detta il prossimo lunedì.
La cosa non dovrebbe nemmeno essere giustificata, piuttosto il contrario.
È una questione di giustizia e di uguaglianza, che non toglierebbe nulla a nessuno. Il divieto, invece, esclude alcune persone dall’accesso ad alcuni diritti in base alle preferenze sessuali: posso sposare Francesco, ma non posso sposare Francesca. A meno che – come di recente è stato stabilito – io non sia un parlamentare e allora ancora non posso sposarmi ma posso usufruire dell’assistenza sanitaria (e quello che non va bene non è che vi siano più diritti, ma che non siano validi per tutti. Cioè che il more uxorio valga solo in un certo luogo e non in un altro).
L’analogia più potente è quella con il divieto di matrimoni interrazziali d’un tempo e con i presunti argomenti di chi vi si opponeva in nome di qualche sacralità da rispettare. Argomenti che oggi si ripetono meccanicamente contro l’uguaglianza e che sono ridicoli. Dalla famiglia “tradizionale” a quella “naturale” il campionario di invocazioni è abbastanza vario, ma sostanzialmente animato dallo stesso scheletro: la discriminazione. Superfluo sottolineare che se io potessi sposare Francesca non minaccerei il tuo matrimonio, né il tuo celibato, né la tua indecisione.

Mentre in Minnesota legiferano sull’uguaglianza, qui in Italia si svolge la “Giornata internazionale della famiglia 2013” (Roma, Palazzo Rospigliosi). Dal sito si può leggere che “La giornata, organizzata dal Forum delle Associazioni Familiari in collaborazione con la Fondazione Roma Terzo Settore, sarà approfondita attraverso l’intervento di numerose personalità provenienti da istituzioni, parti sociali e imprenditoriali sviluppandosi attraverso due momenti di confronto” (il programma completo lo si può scaricare alla fine della pagina).
A leggere chi sono gli organizzatori si ripensa immediatamente al Family Day – quella celebrazione un po’ buffa un po’ surreale della Famiglia con la F, che potrebbe avere come slogan “di Famiglia ce n’è una, tutte le altre son nessuno”, e la Famiglia è quella che dicono loro: moglie geneticamente femmina (XX), marito geneticamente maschio (XY), prole possibilmente numerosa e concepita senza diavolerie tecniche.
E basterebbe guardarsi intorno per rendersi conto della varietà dei modelli familiari e della vacuità del modello unico, manco fosse un odioso balzello.
Più di tanti ricordi e discorsi, a essere sintomatico della palude in cui ci troviamo sono le parole di Maurizio Sacconi, già indimenticabile per le sue dichiarazioni su Eluana Englaro quando era ministro del Welfare, firmatario di un atto che rendeva illegale sospendere la nutrizione artificiale, nonostante la decisione del giudice, e che ha avviato un’indagine per violenza privata.
Sacconi fa anche riferimento all’assicurazione sanitaria tra le mura della Camera dei deputati – “non mi straccio le vesti perché rispetto le relazioni affettive”, ci rassicura. Però – c’è sempre un però – invoca le conseguenze di una decisione del genere al di fuori, ovvero se dovessimo replicare quel modello di uguaglianza anche tra i non deputati, pensione di reversibilità compresa (e tasto dolente sul piano della spesa pubblica).
“La difesa dell’unicità dell’istituto matrimoniale è la difesa del nostro modello sociale”, chiarisce. E questa è l’unica obiezione comprensibile (non giusta, perché sarebbe la giustificazione del mantenimento di una discriminazione, ma almeno si capisce che se apriamo i confini servono più soldi e già di soldi non ce ne sarebbe abbastanza). Ma Sacconi si spinge oltre, affermando che è giusto riconoscere “come dice la carta costituzionale solo la famiglia naturale, la società naturale”.
E questo è davvero semplicistico e forzato, perché presuppone l’interpretazione della famiglia “naturale” come quella che dice lui, l’automatica esclusione delle altre e l’impossibilità di un cambiamento sociale (dell’articolo 29 della Costituzione, che parla di “coniugi” senza nominarne il sesso, si può leggere qui).
Poi ribadisce la necessità che nella dimensione pubblica vi sia una “promozione dei principi etici della tradizione” – e mi piacerebbe sapere a quale tradizione fa riferimento, perché di per sé la tradizione non è né buona né cattiva, ma solo ciò che è accaduto per un certo periodo di tempo. La tradizione a lungo è stato il matrimonio riparatore o l’istituto della dote – di cui non c’è da andare fieri.
In conclusione, dopo un accenno alla famiglia come scheletro del welfare e delle imprese (“modello di capitalismo familiare, che affronta le fatiche dello startup come nessuno mai“), ecco un’amara constatazione di Sacconi, o meglio un avvertimento: “del resto il catalogo (le fattispecie di famiglie possibili, nda) è completo, mancano solo gli animali”.

Fanpage, 16 maggio 2013.

lunedì 31 dicembre 2012

Roberto Volpi e le nozze civili

Ha destato una certa sensazione, qualche giorno fa, la notizia che, secondo gli ultimi dati Istat, le nozze civili avrebbero per la prima volta superato nell’Italia del Nord quelle religiose; molti commentatori hanno salutato l’evento come un segno della progressiva secolarizzazione della società italiana. Di diverso avviso è invece il demografo Roberto Volpi, che sul Foglio ha così commentato («L’Italia che non si sposa più dal parroco (ma nemmeno in municipio)», 28 dicembre 2012):

Nei giorni scorsi, l’Istat ha annunciato che i matrimoni civili, al nord, hanno superato quelli religiosi nella proporzione di 51,7 contro 48,3 ogni cento matrimoni. Ne sposa più il sindaco che il parroco, è stato detto. Risultato che allinea l’Italia agli altri paesi dell’Europa continentale e del nord, è stato aggiunto. E giù considerazioni sulle magnifiche sorti e progressive del matrimonio in municipio invece che in chiesa. Naturalmente la notizia è vera: l’Istat l’ha diffusa in occasione dell’uscita dell’edizione 2012 dell’“Annuario statistico italiano”. Ma è, al tempo stesso, ingannevole come poche altre, e sarebbe bastato consultare l’“Annuario” stesso, senza fermarsi alla nota diramata dal nostro Istituto di statistica, per capire in che senso.
Scopriamo così che i “trionfanti” matrimoni civili hanno perso in un anno oltre seimila unità, pari al 7,3 per cento del loro totale. Una perdita assai superiore a quella dei matrimoni religiosi, che sono scesi in percentuale del 4,6. Non basta. Dopo un lungo periodo di crescita ininterrotta, tra il 2008 e il 2010 (ultimo anno di disponibilità dei dati) i matrimoni civili sono arretrati di 11.100 unità e del 12,2 per cento. Una débâcle, altro che trionfo. Se poi si pensa che tra i matrimoni civili cresce la quota dei secondi matrimoni – quelli di quanti, per essere divorziati, non possono sposarsi in chiesa – si capisce bene come tra quanti si sposano per la prima volta il tonfo sia ancora più forte.
Che al nord i matrimoni civili abbiano superato quelli religiosi significa dunque assai poco, in questo quadro. La verità è che in Italia non ci si sposa più: né in chiesa né in comune. […]
Il lettore non può non notare un dato curioso: se nel Nord Italia i matrimoni civili hanno superato per la prima volta quelli religiosi e se allo stesso tempo, come dice Volpi, complessivamente in Italia i primi sono calati molto più dei secondi, sembra doversene dedurre che nel Centro e nel Sud le nozze civili abbiano subito un vero e proprio tracollo, per compensare la performance relativamente positiva del Nord. A cosa si dovrà questa disparità regionale? La prima cosa da fare è andare a controllare l’Annuario Statistico Italiano 2012, così come ha fatto Volpi. Quello che ci interessa è il capitolo 2 [pdf, 150 Kb], dedicato alla popolazione, e più precisamente la tavola 2.5, «Matrimoni della popolazione presente per rito e regione - Anno 2011». Qui ci attende una sorpresa. Nel 2011, infatti, i matrimoni celebrati in Comune sono stati in tutta Italia 83.088, pari al 39,8% del totale; nel 2010 erano stati 79.501, cioè il 36,5%. Le nozze civili, insomma, non sono affatto catastroficamente diminuite in Italia, come sostiene Volpi; al contrario, sono aumentate rispetto all’ultimo anno in termini sia assoluti sia relativi, invertendo parzialmente la discesa che si era verificata nel 2009 e nel 2010. I matrimoni religiosi, invece, sono stati nel 2011 125.614 (60,2%), contro i 138.199 (63,5%) dell’anno precedente; si conferma poi nell’Italia del Nord il sorpasso da parte delle nozzi civili.
Com’è possibile che Volpi parli allora di «débâcle» e di «tonfo» dei matrimoni civili? Il fatto è che per qualche motivo il demografo considera il 2010 l’«ultimo anno di disponibilità dei dati», ignorando i dati del 2011, che pure sono presenti in tabella – come del resto è detto chiaramente nell’intestazione della tabella stessa. Forse la struttura della tabella, con i dati del 2011 separati da quelli degli anni precedenti, avrà ingannato l’autore.

Non mi sento di trarre conclusioni particolari dai dati: nel mezzo di una crisi economica grave come l’attuale le tendenze sociali possono risultare alterate; quel che è certo è che le considerazioni di Volpi risultano come minimo un po’ dubbie. L’incidente in cui è incorso può naturalmente capitare a chiunque; meno giustificabile è che un giornale non effettui uno straccio di controllo sulle storie che pubblica. Ma quante volte lo abbiamo detto a proposito del Foglio?
Leggermente comica, infine, è la foga con cui i vari blog integralisti si sono buttati sull’articolo di Volpi: da Sandro Magister («Bilancio di un anno. E previsioni», www.chiesa, 30 dicembre) fino a Claudio LXXXI (Poscritto a «Vasi vuoti», De libero arbitrio, 31 dicembre), che chiosa così:
Un articolo del Foglio commenta la notizia con toni diversi dal trionfalismo laic(istic)o che ha imperversato altrove.
A differenza di molti suoi colleghi, l’autore ha spulciato l’Annuario ISTAT senza fermarsi ai dati superficiali buoni solo a tirate ideologiche (un buon esempio di giornalismo, bravo Roberto Volpi) e ne trae empiricamente la conclusione che i matrimoni civili in realtà soffrono ancor più di quelli religiosi.
La notizia ghiotta, che sembra smentire i «laicisti», viene accettata a scatola chiusa, senza compiere quel minimo controllo empirico per cui – ed è qui l’ironia – allo stesso tempo ne viene lodato l’autore.

Buon anno a tutti i lettori di Bioetica!

Aggiornamento 2/1/2013: Prontissima la correzione da parte di Claudio LXXXI, in calce all’articolo precedente. Aspettiamo adesso Roberto Volpi.

giovedì 1 novembre 2012

Marriage on the Ballot

The freedom to marry is a fundamental right that should not have to be won or defended at the ballot box. In fact, ballot initiatives are a bad way to write or rewrite laws of any kind. Unfortunately, that is the reality of American politics, which is why same-sex marriage measures on the Nov. 6 ballot in Maine, Washington, Maryland and Minnesota could turn out to be pivotal in the struggle for marriage equality.

Thanks to court rulings and legislative victories, same-sex marriage is now legal in six states and the District of Columbia, and polls show that a majority of Americans support the legalization of marriages for gay, lesbian and bisexual couples. But same-sex marriage has never won a ballot referendum.

The measure in Maine probably has the best chance of winning. Three years ago, Maine voters rejected a marriage-equality bill that had been approved by the State Legislature. But, instead of giving up, supporters of the freedom to marry went right back to knocking on doors, raising money, honing their arguments and organizing for a new vote this fall to legalize same-sex marriages.
The New York Times, october 30, 2012.
(Lo si diceva anche a proposito del fine vita).

lunedì 16 luglio 2012

Io sono massimalistica e tu?

"Se vogliamo che il processo dei diritti non si interrompa, dobbiamo evitare atteggiamenti massimalistici". Maria Rosaria Bindi, sul Corriere di oggi. Dopo il presidio giuridico di Pierluigi Bersani di sabto scroso ecco un altro rompicapo semantico.

mercoledì 4 luglio 2012

Monogamia: il mito del contratto naturale



Infedeltà, divorzi e relazioni aperte mettono a dura prova la monogamia, eppure per molti resiste la convinzione che sia quello il modello di relazione amorosa. Con la fine dell’indissolubilità del matrimonio è svanita la concezione dell’unica anima gemella e la monogamia è diventata temporanea, cioè finché dura il matrimonio o il legame affettivo. Ma spesso solo sulla carta perché di fatto siamo fedifraghi seriali.
C’è anche un sito, “Incontri extraconiugali”, che si vanta di essere il primo in Italia dedicato alle persone sposate, garantisce discrezione per chi cerca “nuove avventure e incontri occasionali per riaccendere il desiderio”. C’è pure la sezione “Tradimento: consigli utili” per non farsi scoprire, ovviamente. Perché la monogamia - le cui radici sembrano aver avuto un’utilità evolutiva - continua a essere un ideale nonostante la maggior parte delle persone non sia monogama?

Su la Lettura #33, 1 luglio 2012.

sabato 12 maggio 2012

Povera Silvia Costa

Anzi no, poveri noi che ci troviamo a leggere ancora una volta motivazioni discriminatorie e inconsistenti riguardo al matrimonio.
Matrimonio, senza bisogno di aggiungere altro. Le persone dovrebbero essere libere di sposarsi se lo vogliono. E invece così non è, perché alcuni possono scegliere e altri no. Questa differenza viene mantenuta, appunto, su piedistalli di ingiustizia e ripugnanti tentativi di giustificare la disparità.
Silvia Costa, ieri, è solo l'ultima di un lungo elenco.
Ho molti amici gay, ma... Certo i diritti, ma il matrimonio no. E se poi si arriva all'adozione?
Sono modi diversi per arrivare in uno stesso luogo: bigotto e insensato sostegno di una ingistizia.

domenica 11 marzo 2012

Matrimonio e discriminazione


Per le unioni gay «non userei mai la parola matrimonio», vista anche la natura giuridica che ha nel nostro Paese. Rosi Bindi, presidente dell'assemblea nazionale del Pd, intervistata da Maria Latella per Sky Tg 24, commenta l'intervento di sabato di Angelino Alfano dopo che il segretario del Pdl aveva detto che il matrimonio gay sarà la priorità del Pd qualora vincesse le elezioni nel 2013 . «La famiglia fondata sul matrimonio ha la priorità, lo dice la costituzione», afferma Rosi Bindi. «Ma il Pd non ignorerà i diritti di tutti. Il matrimonio però è solo eterosessuale, è un punto molto fermo».
Ecco il parere di Rosy Bindi, supportato da zampette così incerte da crollare al primo respiro. La dichiarazione di Bindi è moralmente ripugnante e discriminatoria. Non solo: si fonda su una interpretazione a dir poco disinvolta della Costituzione italiana, in particolare dell'articolo 29 che per comodità incollo di seguito. Dove c'è scritto eterosessuale? Cosa toglierebbe a Bindi (e agli altri isterici difensori del "Matrimonio tra vagine e peni") il riconoscimento della uguaglianza tra persone? Perché continuare a difendere una visione tanto angusta e ingiusta del matrimonio?

Articolo 29: La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.

lunedì 3 maggio 2010

Famiglia sostantivo plurale. Non esiste un modello unico da scegliere o peggio da imporre


“Venezia è bella ma non ci vivrei”. “Non esistono più i valori di una volta”. “La famiglia si sta sgretolando”.
Forse pochi ne sono consapevoli, ma l’ultima affermazione può stare benissimo insieme alle prime due. O alle altre innumerevoli che possiamo considerare luoghi comuni, battute da bar o da ascensore, giusto per riempire quel silenzio imbarazzante. Chissà perché, poi, il silenzio è imbarazzante.
Come ogni luogo comune che si rispetta quella frase incarna alcune credenze, prive di fondamento ma diffuse, e affonda le radici in un terreno che ha una qualche percentuale di legame con la realtà. A pensarci bene quasi qualsiasi affermazione può rivendicare una percentuale di verosimiglianza.
Basta però una analisi non troppo approfondita per rendersi conto che è difficile capire che non c’è nessuna ragione per allarmarsi e per gridare “al lupo! al lupo!”.
Che cosa significa che la famiglia si sta sgretolando? E da cosa nasce una idea di questo tipo?
Intanto sarebbe interessante scoprire se è una affermazione attuale o recente come si crede. In fondo i rimpianti per una età dell’oro che magari non è mai esistita sono una vecchia abitudine. Magari potremmo scoprire che i nostri nonni già se ne lamentavano, e ancora più indietro nei secoli tutti a inveire contro i tempi coevi in nome di un tempo che fu, famiglia compresa.
Forse dovremmo chiederci che cosa, oggi, una affermazione simile possa rispecchiare.
Una scarsa voglia di sottrarsi alla cantilena: è più facile abbandonarsi al “si dice” che fermarsi a interrogarsi sul significato di alcune affermazioni. La paura dei profondi cambiamenti sociali che inevitabilmente passano anche per un cambiamento dei ruoli familiari e della idea stessa di famiglia, e che sono l’effetto e la causa del cambiamento degli assetti politici e lavorativi. E sono strettamente connessi ai cambiamenti giuridici avvenuti in questi ultimi 40 anni anni: si pensi alla cosiddetta riforma del diritto di famiglia degli anni ’70, all’affidamento congiunto, ai congedi parentali. Leggi che, pur nella loro imperfetta applicazione, stanno delineando una struttura sociale immensamente diversa dal secolo scorso. Un secolo in cui a lungo le donne non hanno potuto fare il magistrato o votare. O potevano essere vendute come un comò (l’istituto della dote), vendute al loro carnefice (matrimonio riparatore) o finire in galera per adulterio (solo le donne, gli uomini non ci andavano e a lungo non erano nemmeno considerati adulteri ma seduttori). O ancora l’ingenua convinzione che la donna (la madre) sia intrinsecamente “più genitore” dell’uomo (il padre). I ruoli predefiniti lasciano spazio alla complessità della realtà familiare, nelle sue innumerevoli forme e nelle diversità delle organizzazioni, formali e sostanziali. Ecco perché l’insensatezza dell’affermazione “la famiglia si sta sgretolando” si nasconde anche nell’uso del singolare: esistono innumerevoli famiglie, non c’è nessuna Famiglia, unica o vera da usare come modello o, peggio, da imporre.
La definizione di famiglia può accogliere le formazioni più diverse e accettare vincoli semantici leggeri e riconducibili a un rapporto affettivo e relazionale tra le parti.
Il panorama che scegliamo come riferimento è fondamentale nel passaggio dalla famiglia alle famiglie. Panorami troppo angusti sono rischiosi: se, per conoscere la posizione degli italiani riguardo alla caccia, interpellassimo i nostri 8 più cari amici, non riusciremmo a tracciare un profilo che possa aspirare ad essere un campione davvero significativo, cioè statisticamente rilevante.
L’idea che esista una Famiglia inciampa nell’errore di prendere come panorama un tempo e uno spazio terribilmente angusti: quello delle pubblicità sceme o dei pensieri semplificanti e disinteressati alla realtà.
Panorami con informazioni sbagliate sono infatti altrettanto rischiosi. Prenderemmo sul serio uno che è convinto che la Terra sia piatta? Discuteremmo con lui di natura umana o di inquinamento ambientale?
Oggi, in Italia, c’è un fenomeno che suscita irritazione e reazioni umorali e rivitalizza il fantasma della scomparsa della famiglia: le famiglie omogenitoriali. E, soprattutto, la loro sacrosanta rivendicazione di diritti. In Italia fa ancora discutere la regolamentazione delle unioni omosessuali – che sia il matrimonio o un altro istituto giuridico equivalente – e le uniche risposte sono state solo una caricatura di una parità di diritti. Nonostante questo i fantasiosi progetti di legge dai Dico, ai DiDoCo fino ai DiDoRe, sono miseramente falliti perché troppo azzardati!
Figuriamoci quando vicino ad “omosessuale” si affianca la parola “genitorialità”, e la richiesta di diritti e di doveri. La condanna è assicurata. L’elenco dei luoghi comuni è lungo: dall’accusa di volere un figlio a tutti i costi, all’egoismo passando sempre per la difesa dell’interesse del bambino.
Ora questa ultima presunta motivazione è la più bizzarra. Se si avesse davvero a cuore il benessere dei bambini si smetterebbe di essere a favore della discriminazione e della ingiustizia. E ci si precipiterebbe a dare loro protezione tramite una legge, per esempio, che permettesse al genitore non biologico (perché in una coppia di donne o di uomini uno solo è il genitore biologico) di diventare genitore legale. Un esempio chiarisce meglio l’importanza della questione: oggi se il genitore biologico muore non esiste una garanzia che il figlio possa crescere con l’altro genitore. Oppure, in caso di separazione, che possa mantenere un rapporto nel caso in cui il genitore biologico non volesse. Lo Stato italiano condannerebbe questo bambino ad essere orfano due volte, nel primo caso, e lo condannerebbe a una separazione forzata, nel secondo.
E, se si avesse a cuore il benessere dei bambini, ci si precipiterebbe anche a sostenere l’accessibilità al matrimonio per tutti, svincolata dal sesso e dall’orientamento sessuale dei coniugi. Proprio come dice la Costituzione italiana.
Purtroppo la versione che va nei dibattiti pubblici è ancora quella che dice il contrario. E come scimmie ammaestrate tutti a ripetere che lo afferma anche la Costituzione che questi matrimoni non s’hanno da fare! Senza averla mai letta. Il tanto citato articolo 29 non impone come condizione necessaria la diversità di sesso degli aspiranti sposi. E, se non bastasse, l’articolo 3 delinea l’uguaglianza tra tutti i cittadini, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Le ragioni, presentate di recente dalla Corte, per giustificare il rigetto della questione di costituzionalità sulla presente limitazione del matrimonio ai soli eterosessuali non sono convincenti, e la compatibilità costituzionale del matrimonio omosessuale non ne è intaccata.
“Non sono razzista, è solo che non credo sia giusto mischiare le razze in questo modo. Ho molti amici neri, vengono a casa mia, li sposo e usano il mio bagno. Li tratto come gli altri. Ma i figli dei matrimoni misti soffrono, e io devo tutelarli”. Queste le parole di un giudice di pace della Louisiana, Keith Bardwell, per giustificare il suo rifiuto di sposare una donna bianca e un uomo nero. Non è avvenuto nel 1950, ma pochi mesi fa.
I figli ne soffrono, le relazioni sono instabili: ricorda qualcosa?
Il silenzio è decisamente meno imbarazzante dele idiozie spacciate per autorevoli pareri. Sia in ascensore che altrove.

Gli Altri, 30 aprile 2010.