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giovedì 3 settembre 2009

Due di Bioetica su Darwin

Il team di Bioetica è presente al completo sul numero da oggi in edicola della rivista di divulgazione scientifica Darwin (n. 33, settembre-ottobre 2009).
Chiara Lalli firma un intervento sulle famiglie arcobaleno (pp. 62-63):

In Italia ci sono molti bambini nati o cresciuti in famiglie omosessuali. Famiglie ricomposte, donne che hanno usato le tecniche di riproduzione artificiale, uomini che hanno fatto ricorso alla maternità surrogata, cogenitori (cioè una coppia di uomini e una coppia di donne che hanno insieme dei figli). L’omogenitorialià è dunque una realtà, e non sembrano esserci valide ragioni per condannarla o stigmatizzarla. La letteratura scientifica in merito, infatti, rassicura. Anche il buon senso può venirci in soccorso: se l’omosessualità non è una patologia e se il desiderio di avere un figlio è legittimo, dovrebbe esserlo indipendentemente dall’orientamento sessuale.
Nel 2005 è stata condotta Modi di, una ricerca nazionale sulla salute di lesbiche, gay e bisessuali. Nel campione analizzato «il 17,7 per cento dei gay e il 20,5 per cento delle lesbiche, con più di quaranta anni, hanno almeno un figlio. La quota scende ma rimane significativa se si considerano tutte le fasce d’età. Sono genitori un gay o una lesbica ogni venti. Per la precisione il 5 per cento dei primi (il 4,7 per cento è padre biologico) e il 4,9 per cento delle seconde (il 4,5 per cento madre biologica)». Sono dunque circa centomila i figli cresciuti in una famiglia gay, secondo una stima inevitabilmente per difetto. […]
Giuseppe Regalzi racconta invece la storia della colossale frode scientifica perpetrata dal dottor Woo Suk Hwang («Ascesa e caduta del re della clonazione», pp. 86-95):
Il 12 gennaio 2006 il dottor Woo Suk Hwang stava piangendo di fronte alle telecamere della Tv sudcoreana. «Mi sento così annichilito e mortificato che non ho quasi la forza di chiedere scusa». Venti dei suoi colleghi, in piedi a capo chino dietro di lui, condividevano l’umiliazione di quei momenti. «Chiedo il vostro perdono», aggiunse Hwang rivolgendosi ai suoi concittadini, che l’avevano a lungo idolatrato e considerato un eroe nazionale. In quel momento agenti di polizia stavano perquisendo la sua abitazione e i suoi laboratori alla ricerca di prove, dopo che due giorni prima una commissione d’indagine istituita dall’Università Nazionale di Seul aveva concluso che i due articoli scientifici che avevano dato a Hwang la gloria, pubblicati sulla prestigiosa rivista Science nel 2004 e nel 2005, contenevano estese falsificazioni, e che la pretesa produzione di cellule staminali embrionali a partire da embrioni umani clonati, in essi documentata, non era mai avvenuta.
Ma come era stato possibile che una frode scientifica di questa portata passasse all’inizio inosservata? E quali eventi avevano trasformato Hwang in meno di due anni da oscuro esperto di scienze veterinarie nello scienziato forse più celebre al mondo, e infine in disprezzato truffatore? È quanto cercheremo di vedere nelle prossime pagine.

giovedì 2 agosto 2007

Hwang: colpo di scena

La storia è fin troppo nota: lo scienziato coreano Woo Suk Hwang, che nel febbraio del 2004 aveva stupito ed entusiasmato l’opinione pubblica mondiale con l’annuncio della clonazione del primo embrione umano e dell’estrazione da esso di cellule staminali (exploit ripetuto apparentemente l’anno dopo, questa volta addirittura con 11 linee di cellule staminali ottenute), veniva raggiunto dopo qualche tempo da una serie di accuse di frode scientifica, che alla fine ne avrebbero distrutto la reputazione, rivelando che nessuno – o quasi – dei risultati da lui proclamati era autentico.
Ma, come ci informa J. R. Minkel su Scientific AmericanKorean Cloned Human Cells Were Product of “Virgin Birth”», 2 agosto 2007), un articolo uscito oggi sulla rivista Cell Stem Cell getta una luce inattesa sulla vera natura del primo dei risultati di Hwang (anche se qualcuno aveva già in passato intuito la verità). Da un esame delle cellule staminali ottenute attraverso la pretesa clonazione, infatti, un gruppo guidato da George Daley del Children’s Hospital Boston e dello Harvard Stem Cell Institute ha stabilito che Hwang avrebbe in realtà conseguito per la prima volta nella storia la partenogenesi di un embrione umano.

Mentre nella clonazione un ovocita viene svuotato del proprio materiale genetico, al cui posto viene iniettato il nucleo di una cellula somatica dell’adulto da clonare, con la partenogenesi l’ovocita viene indotto a dividersi quando non ha ancora espulso metà dei propri cromosomi (quando cioè è ancora diploide, per usare il linguaggio tecnico), che normalmente con la fecondazione sarebbero sostituiti dai cromosomi dello spermatozoo.
L’embrione così ottenuto non vive però più di alcuni giorni: alcuni dei geni necessari al suo sviluppo vengono attivati infatti solo se provengono dai cromosomi del seme maschile. Da esso si possono comunque estrarre cellule staminali del tutto compatibili con la donatrice dell’ovocita (ma dal potenziale terapeutico ancora del tutto ignoto).
Questo eccezionale risultato era stato ottenuto per la prima volta l'anno scorso da un gruppo italiano, che non ha ancora però pubblicato i propri risultati, e ripetuto lo scorso mese da un’azienda californiana, la International Stem Cell Corporation. Si scopre adesso che entrambi erano stati preceduti – sia pure involontariamente – da Hwang e dal suo gruppo.

Cos’è successo? La spiegazione più probabile è che il nucleo di uno degli ovociti sia rimasto per errore nella cellula, e che il nucleo della cellula somatica che avrebbe dovuto sostituirlo sia stato in qualche modo espulso dall’ovulo. Alcune stimolazioni chimiche praticate alle cellule, molto simili a quelle usate nella partenogenesi, avrebbero poi operato il ‘miracolo’. I controlli non hanno rilevato la cosa (a volte si riesce a vedere solo quello che si spera di vedere...), col risultato che tutti sappiamo. Hwang credeva di essere arrivato nelle terre note della clonazione, e invece aveva raggiunto il nuovo continente della partenogenesi; continente che porterà per sempre, per ironica giustizia, il nome di un altro.