sabato 29 gennaio 2011

La privacy del signor B.

Abbiamo sentito ripetere molte volte, in questi giorni, un argomento a favore di Silvio Berlusconi: ciò che un cittadino fa tra le mura della sua casa – ci è stato detto – è solo affare suo; in particolare, le abitudini sessuali, per quanto contrarie alla sensibilità più diffusa, non costituiscono un legittimo oggetto di interesse da parte del pubblico, né possono determinare conseguenze penali. Alcuni difensori del capo del governo hanno poi creduto di rilevare una contraddizione in cui sarebbe caduto chi lo accusa: «chi si scandalizza ora, poi non ha niente da dire nei confronti dell’assoluta libertà sessuale o del gay pride» (costoro non sembrano tuttavia aver notato la contraddizione esattamente speculare in cui sono incorsi essi stessi). I concetti invocati, insomma, sono quelli tipicamente liberali della privacy, della distinzione tra morale e diritto, della sovranità dell’individuo nella sua sfera privata, e del principio che ciò che non causa danni ad altri non può essere sanzionato dalla legge.
Le risposte a questo argomento sono altrettanto note. Per prima cosa, si fa notare, in questa vicenda si ipotizza che siano stati commessi dei reati, come la concussione e l’induzione alla prostituzione, non semplicemente delle violazioni della morale. Esistono inoltre degli aspetti, emersi anche negli scandali precedenti, che benché non si configurino (ancora?) come di interesse penale hanno tuttavia un enorme interesse pubblico: alcuni dei criteri di selezione del personale politico adottati dal capo del governo si sono rivelati, per così dire, alquanto peculiari. Ancora: la evidente mancanza di prudenza nel gestire i traffici incentrati sulle proprie abitazioni private, tanto da far quasi sospettare il desiderio inconscio di venire scoperto; un disinvolto uso della menzogna, con l’attribuzione di ruoli improbabili ai vari personaggi coinvolti – ieri era «l’autista di Craxi», oggi «la nipote di Mubarak»; la perdita inevitabile di dignità della carica; il discredito internazionale, sono tutti aspetti che travalicano, e di molto, la dimensione privata. Ma forse l’obiezione più potente è che, avendo tratto vantaggio durante tutta la carriera politica dalla rappresentazione insistita della propria pretesa felice vita familiare, S.B. ha in un certo senso rinunciato al diritto di occultare poi quella stessa vita privata quando essa si è trasformata in qualcosa di diverso da un idillio borghese.
Tutte queste obiezioni individuano certo senza appello l’interesse pubblico della vicenda. E tuttavia, rimane al fondo la sensazione fastidiosa che l’argomento dei difensori del premier sia stato piuttosto aggirato che confutato. Al di là dell’ipocrisia, dei reati, dell’imprudenza suicida, delle bugie, delle ex amanti e maîtresse elevate a ruoli istituzionali, è giusto rimproverare – come in effetti da molti è rimproverata! – a S.B. anche la sua privata dissolutezza? Se questa è incompatibile, una volta portata alla luce, con la dignità della carica, lo sarebbe stata anche se non fosse stata ancora scoperta da nessuno? Ed esiste perciò un interesse pubblico alla trasparenza totale della vita privata di questo e di altri politici? Queste sono domande cui è interessante tentare di rispondere, anche al rischio di perdere un po’ di vista gli aspetti concreti della vicenda, che – come si è detto – vanificano già da soli ogni tentativo di sottrarre il capo del governo alle sue responsabilità.
Il diritto alla privacy appare come un’aggiunta relativamente recente al patrimonio delle idee liberali, con cui non si è forse ancora del tutto integrato; proverò qui a chiarire – anzi, prima di tutto, a chiarirmi – la questione generale, per poi tornare alla fine al caso da cui siamo partiti.

Il diritto alla privacy è, prima di ogni altra cosa, il diritto a non subire intrusioni violente nella nostra sfera privata. La mia casa, i miei beni, il mio corpo mi appartengono, nel senso che posso in generale impedire agli altri di sottrarmene – parzialmente o totalmente – l’uso. Posso quindi anche impedire loro di entrare in casa mia a curiosare o a piazzarmi un microfono nascosto; posso decidere se tenere le tapparelle abbassate o se rifiutare il consenso a un esame del sangue; posso, in breve, negare agli estranei un certo tipo di informazioni sulla mia vita intima. L’accesso a un altro genere di informazioni può avere invece implicazioni differenti: conoscere l’entità del mio conto in banca non permette, di per sé, di sottrarmi il mio denaro; riprendermi discretamente con una telecamera quando esco per strada non ostacola automaticamente la mia passeggiata. Si può discutere, in effetti, se le informazioni personali meritino di essere considerate legalmente come una specie di beni privati, anche se questa sembra più o meno essere la tendenza alla base delle norme sulla privacy, specialmente in Europa.
Ma quali sono le motivazioni ultime che spingono la maggior parte di noi a mantenere un certo grado di controllo sulla propria vita privata? Una delle più importanti è senza dubbio il desiderio di rendere meno probabili future aggressioni: se i ladri non sanno che posseggo una collezione di Modigliani sarà più difficile che mi si introducano in casa; se oggi il mio voto nelle urne rimane segreto potrò forse essere lasciato in pace in avvenire da un ipotetico governo poliziesco. Una motivazione meno banale e forse anche più diffusa merita più attenzione. Anche in una società liberale perfetta, in cui sia sempre lecito ogni comportamento che non lede i diritti degli altri, non è possibile impedire che gli altri ci giudichino in base ai loro gusti morali o estetici. La legge può e deve tacere sulla mia tendenza a contrarre debiti, a fare uso di droghe leggere o ad avere rapporti omosessuali; ma naturalmente non può vietare al mio vicino di farsi un’opinione non del tutto benevola su di me e su quello che faccio. Questa opinione – come si conviene a persone educate – può rimanere tacita, e può persino non portare a nessuna conseguenza pratica nel modo in cui vengo trattato dagli altri; ma non c’è dubbio che già il solo pensiero di trovarsi oggetto di un’attenzione non del tutto benevola ha un potente effetto inibitorio sui nostri comportamenti. Persino nella cultura più tollerante alcune azioni o condizioni – si pensi all’espletamento di certe funzioni corporali o alla nudità – porteranno quasi inevitabilmente a sminuire la nostra immagine presso gli altri. Il diritto alla privacy, dunque, ci consente di tenere almeno nella nostra sfera privata comportamenti che diversamente ci sforzeremmo di reprimere; ci permette, in altre parole, di essere più liberi, o – per usare una celebre definizione – di «essere lasciati soli».
Sbaglierebbe tuttavia chi pensasse che una società liberale sia perciò stesso una società di individui isolati, dediti nel segreto delle loro case a vizi e virtù del tutto privati. Questa è la caricatura che ne fanno spesso gli illiberali; nella realtà, il pensiero liberale si applica in primo luogo agli scambi fra individui, al loro entrare liberamente in mille tipi diversi di rapporti reciproci. Ma ecco che qui il diritto alla privacy comincia a incrinarsi. Io posso sì, finché ci riesco, fare debiti e tenere nascosta ad occhi indiscreti la mia situazione finanziaria; ma se chiedo un mutuo dovrò inevitabilmente accettare di rendere nota la mia storia creditizia. In una società meno ossessionata della nostra dai cosiddetti crimini senza vittime potrei anche comprare sigarette di marijuana dal tabaccaio e fumarmele nel mio salotto sino a sballarmi; ma se lavoro come controllore di volo non mi potrò opporre a periodici test antidroga. Qui stiamo in fondo dicendo un’ovvietà: che nella mia vita privata posso fare ciò che voglio, d’accordo, ma solo finché ciò non causa un danno illecito ad altri; la mia libertà finisce dove comincia quella di banchieri e di viaggiatori in aeroplano.
Meno ovvio è che risulta difficile delimitare con sicurezza una sfera di comportamenti per loro essenza privi di conseguenze negative per gli altri. Prendiamo per esempio l’omosessualità: a parte che si tratta di una condizione che non è il risultato di una scelta, non è forse vero che i nostro gusti sessuali riguardano soltanto noi? Eppure, consideriamo un giovane omosessuale che si trovi a vivere in una realtà di provincia, in cui, pur rimanendo l’omosessualità del tutto legale, si sia però sottoposti a una forte disapprovazione sociale per tutto ciò che esula dalla pretesa «normalità». Immaginiamo allora che costui, per tacitare le malelingue, decida di fare un matrimonio di facciata con una ragazza del posto, non rivelandole però il proprio orientamento sessuale. È chiaro che questo è un comportamento illecito, a tutti i livelli: il giovane sta spostando su un terzo incolpevole i costi che, pur incolpevole anch’egli, dovrebbe sostenere in prima persona, come il costo di affrontare a viso aperto gli sghignazzi dei giovinastri del luogo, o di trasferirsi in una più tollerante metropoli, o – più costruttivamente – di lottare per i propri diritti.
Né d’altra parte ciò che sarebbe illegittimo sottrarre alla conoscenza altrui pertiene esclusivamente alla sfera delle scelte di vita fondamentali. Pensiamo per esempio a un colloquio per l’assunzione in un posto di lavoro: non solo possono essere relativamente frivole le caratteristiche che desideriamo mettere in luce – il vestito con cui ci presentiamo, gli hobby che alcuni consigliano di elencare in fondo al CV – ma anche quelle che cerchiamo di nascondere, come l’anno che abbiamo passato dopo la laurea a «cercare noi stessi» facendo trekking in Grecia o il licenziamento subito vent’anni prima per aver litigato con il nostro capo di allora. Nessuno si scandalizza per queste piccole omissioni; ma nessuno si scandalizza nemmeno se l’abile cacciatore di teste le porta alla luce leggendo con attenzione il nostro curriculum. La sua non è – o almeno non dovrebbe essere – curiosità malevola, ma il desiderio di farsi un’idea di che tipo d’uomo è quello con cui la sua azienda potrebbe stare per avviare un rapporto impegnativo: quanto è onesto, diligente, abile. Un grande giurista americano, Richard Posner, ha tentato di dimostrare alcuni anni fa che le limitazioni imposte dalle leggi sulla privacy potrebbero in effetti rendere meno efficiente il mercato, riducendo la quantità di informazioni disponibili a chi offre lavoro.
Abbiamo visto insomma che esiste un’ulteriore motivazione che sottostà all’invocazione di un diritto alla privacy; motivazione un po’ meno nobile delle altre, visto che consiste in fondo nel desiderio di fuorviare coloro con cui entriamo in relazione, omettendo di riferire difetti la cui conoscenza potrebbe essere necessaria alla loro scelta informata, o addirittura costruendo una falsa immagine di noi stessi. Che fare per evitare questi effetti indesiderati? Ovviamente non è possibile sancire un diritto per datori di lavoro o fidanzate a introdursi surrettiziamente in casa nostra per consultare diari o album fotografici. Fattibile – in linea di principio – sarebbe invece una disciplina meno rigorosa sull’accesso alle informazioni che ci riguardano ricavate, per così dire, dalle nostre interazioni con il mondo esterno: le dichiarazioni dei redditi, la fedina penale, la situazione bancaria, la carriera scolastica, e così via. Qui, come abbiamo detto più sopra, non è in gioco un’intrusione violenta nella nostra sfera più privata; il trade-off, allora, è tra la libertà dallo sguardo occhiuto del prossimo e l’impossibilità di ingannare quello stesso prossimo sulle nostre vere qualità. In un certo senso, più si allenta il nostro controllo sulle informazioni che ci riguardano, più cresce la spinta al conformismo, inteso da un lato come adesione alla norma legale ed etica, dall’altro come adesione alla norma sociale e moralistica. Il bilanciamento, come si può immaginare, non è facile.
Meno controverso, almeno a prima vista, è affidare le decisioni della privacy al libero accordo fra le parti interessate, che troveranno da sole un punto di equlibrio fra i reciproci interessi. Vuoi fare l’agente segreto? Bene, forniscici un resoconto dettagliato della tua vita: precedenti penali, educazione, fidanzate, situazione finanziaria e medica, etc., in modo che noi si possa valutare se costituisci una minaccia o una risorsa per la sicurezza nazionale, se sei ricattabile, quali sono le tue capacità di agente sul campo. Se non sei disposto, nessuno ti obbliga: ci sono altre carriere soddisfacenti per le quali è richiesta meno trasparenza. È importante notare (come si vede bene anche dall’esempio) che il sacrificio della privacy richiesto può essere grande quanto si vuole, purché contrattato liberamente. L’unico limite a un accordo di questo tipo, classicamente, è che non può prevedere la riduzione in schiavitù di uno dei contraenti. Proprio perché frutto di un libero accordo, però, richieste esagerate (o percepite come tali) non saranno accettate: se per una perfetta sicurezza si richiedesse a un agente segreto di indossare 24 ore su 24 dei microfoni per monitorare tutte le sue conversazioni, difficilmente si troverebbe qualcuno disposto a tanto, tranne forse degli esibizionisti – probabilmente non le persone più adatte per quel ruolo...
Naturalmente la realtà è spesso abbastanza diversa da ciò che predica la dottrina astratta. Il potere contrattuale di una delle parti può essere di molto inferiore a quello dell’altra; in questo caso si porranno vincoli normativi o sindacali a ciò che viene stabilito per contratto. Un caso particolare può essere rappresentato da datori di lavori che richiedano i precedenti penali degli impiegati – una richiesta ovviamente pertinente all’interesse dell’azienda, ma che rischia di escludere dal lavoro chiunque abbia scontato una condanna non trascurabile. In questo caso si può forse prevedere (almeno in certi casi) un diritto all’oblio, per impedire di aggravare la punizione dei delitti al di là di quanto stabilito dai tribunali.
Più interessanti sono le limitazioni tese a impedire discriminazioni. Abbiamo già visto come la privacy ci protegga dal giudizio che gli altri esprimono in base al loro sistema di valori personali; diventa dunque indispensabile impedire che nella contrattazione (qui, in particolare, di natura economica) sia richiesto l’accesso a informazioni irrilevanti – in base a criteri di razionalità intersoggettiva – ai fini dell’espletamento delle mansioni richieste. L’azienda delle poste non può legittimamente pretendere di conoscere il mio orientamento sessuale, visto che questo non ha conseguenze oggettive sulla mia abilità nel consegnare telegrammi (e ovviamente non mi può rifiutare di assumere o licenziare se scopre comunque che sono omosessuale). Il datore di lavoro deve rinunciare al giudizio moralistico ed essere costretto, per così dire, all’esercizio di una stretta razionalità economica.

È venuto finalmente il momento di applicare questi principi generali al caso che le cronache ci hanno proposto. Allora: è di interesse pubblico o no, sapere che il capo del governo si fa menare per il naso da Emilio Fede e Lele Mora? È di interesse pubblico o no sapere che frequenta abitualmente una compagnia composta da poco raccomandabili ballerini cubani e da prostitute i cui fidanzati scorrazzano su automobili imbottite di droga? Che si pone come «utilizzatore finale», e quindi in quanto tale non perseguibile penalmente, di attività criminose – l’induzione alla prostituzione – di altri? Che sembra dipendente, senza possibilità di controllo, da un certo tipo di svaghi? Che passa le sue notti in attività piuttosto impegnative per una persona della sua età, al punto di non poter presenziare il giorno dopo a una cerimonia funebre di Stato? Qui per «interesse pubblico» non si intende quello – inesistente – ad emettere giudizi di gusto, morale o estetico che sia, ma bensì l’interesse a conoscere se chi ci governa possiede le virtù – nel senso di capacità – del buon capo di governo: la capacità di giudicare gli uomini, l’impegno per la legalità, la forza mentale e fisica, etc. La risposta a queste domande, mi pare, è allora abbastanza scontata; se l’uomo privato non possiede certe qualità, non le possiederà neanche l’uomo pubblico. Attenzione: questo non vuol dire che una volta accertato l’interesse pubblico a sapere sia anche scontato il giudizio finale da emettere su queste circostanze, che andranno considerate nel quadro generale dell’attività del soggetto. Idealmente, questi comportamenti «privati» sarebbero meno importanti, per il nostro giudizio, dell’attività pubblica del Presidente del Consiglio; ma in un’epoca di mancata separazione fra potere politico e mezzi di informazione questi quadretti di vita privata, nella loro immediatezza priva (o quasi) di schermi, possono fornire un correttivo prezioso alla propaganda ufficiale.
Certo, la differenza fra giudizio sulle qualità di comando e giudizio di gusto estetico/morale può essere talvolta sottile, specialmente se il secondo cerca di spacciarsi per il primo: si pensi ai quei politici che hanno tradito i propri coniugi e di cui si è detto, con analogia il più delle volte tirata per i capelli, che avrebbero potuto tradire allo stesso modo anche i propri elettori. Una certa confusione deriva anche dall’abitudine italiana di definire come «questione morale» argomenti che hanno invece in genere rilevanza penale. Ma forse non bisogna diffidare poi troppo della razionalità del pubblico, se in questi giorni proprio coloro dai quali ci si sarebbe aspettato un giudizio più severo sulla «moralità» del premier hanno invece preferito continuare a garantirgli il loro sostegno, in difesa dei propri concreti interessi; il fatto che questi interessi siano in genere a seconda dei casi o ripugnanti o innominabili non cambia, mi pare, il punto.
Tutto ciò vuol forse dire che dovremmo pretendere dai politici una totale trasparenza, anche negli affari più intimi? Che la magistratura dovrebbe avere il permesso di irrompere nelle loro dimore private al minimo sentore di un comportamento inadeguato? Ovviamente no; in questo modo otterremmo il risultato che i soli a presentarsi per concorrere a una carica politica sarebbero i più bigotti e conformisti – e forse neppure loro. Ma le informazioni di cui stiamo parlando non sono state ottenute per dimostrare che S.B. è inadatto a governare, ma bensì nell’ambito di un’inchiesta su fatti di rilevanza penale; e dagli atti di questa inchiesta sarebbe praticamente impossibile espungere tutte le informazioni sui fatti che hanno una rilevanza di altro tipo (e sarebbe ugualmente impossibile, suppongo, tenerle riservate per sempre). La «violazione» della privacy è intrinseca in questo caso all’azione penale, e porta alla luce, come abbiamo visto, fatti di interesse pubblico; non c’è dunque nessuna ragione per condannarla. So bene che secondo alcuni l’inchiesta avrebbe avuto in realtà l’unico scopo di svergognare S.B., e che i reati ipotizzati sarebbero insussistenti; se questo fosse vero, i magistrati dovrebbero essere chiamati a risponderne, ma il principio rimane valido.

In questo lungo discorso ho cercato di mostrare come la vita privata dei politici riguardi – a certe precise condizioni – tutti i cittadini. Va ricordato comunque ancora, al di là di queste considerazioni, che più volte in questa vicenda S.B. è uscito dai limiti della propria sfera privata; come quando una sera ha raccontato a un questore una storia improbabile. Delle due l’una: o il capo del governo credeva veramente a quello che diceva (ma chi se la beve?), e allora è un mentecatto che si fa prendere in giro da una diciassettenne; oppure non ci credeva, e allora ha mentito per ottenerne un vantaggio privato. In entrambi i casi, dimettersi sarebbe l’unica cosa decente da fare. Se questo signore ha ancora il senso della decenza, si intende, e soprattutto se lo ha ancora la maggioranza dei cittadini di questo paese.

12 commenti:

paperino ha detto...

-- Idealmente, questi comportamenti «privati» sarebbero meno importanti, per il nostro giudizio, dell’attività pubblica del Presidente del Consiglio; ma in un’epoca di mancata separazione fra potere politico e mezzi di informazione questi quadretti di vita privata, nella loro immediatezza priva (o quasi) di schermi, possono fornire un correttivo prezioso alla propaganda ufficiale --

Sì, ma il problema qui sta a monte, nella mancata separazione tra pubblico (potere politico) e privato (mezzi di informazione).
E chiedere che il privato del politico sia elemento di giudizio per la sua attività pubblica, anche solo in funzione "correttiva", non fa che ribadire e rinforzare la confusione tra pubblico e privato da cui tutto parte.
Due torti però non fanno una ragione.

E comunque mi piacerebbe se tutto questo discorso venisse replicato pari pari nel caso di un politico omosessuale posto di fronte a un elettorato che giudica (secondo me a torto) l'omosessualità stessa come scandalosa e/o come indice di incontrollabile viziosità.

Giuseppe Regalzi ha detto...

"E chiedere che il privato del politico sia elemento di giudizio per la sua attività pubblica, anche solo in funzione "correttiva", non fa che ribadire e rinforzare la confusione tra pubblico e privato da cui tutto parte.
Due torti però non fanno una ragione".


Mi sono sforzato di mostrare come "chiedere che il privato del politico sia elemento di giudizio" non costituisca necessariamente un torto.

"E comunque mi piacerebbe se tutto questo discorso venisse replicato pari pari nel caso di un politico omosessuale posto di fronte a un elettorato che giudica (secondo me a torto) l'omosessualità stessa come scandalosa e/o come indice di incontrollabile viziosità".

Il mio giudizio su questo si ricava facilmente dal post.

Antonio ha detto...

Se siete d'accordo con le mie dichiarazioni condividetele sui vostri blog.

biolove ha detto...

Che non basti invocare il diritto alla privacy per ritenere immune il signor B. dall’accertamento di reati imputabili a suo carico dovrebbe essere chiaro ai più.
E’ anche vero che si dà il caso che viviamo in un Paese in cui, sempre, si dice, ad iniziativa del suddetto signore, si propongono con successi alterni scudi giudiziari che interessano anche e in primo luogo la sua persona, perciò molto chiaro potrebbe non risultare.
Al tutto si va ad aggiungere la normale disciplina per la “privacy” dei personaggi pubblici per i quali, senza che si debba negare per essi un diritto come gli altri alla riservatezza, con riguardo alla rilevanza pubblica dei fatti che li riguardano, esso può subire limitazioni.
D’altra parte di alcuni aspetti da tener presenti si dice anche nel post : So bene che secondo alcuni l’inchiesta avrebbe avuto in realtà l’unico scopo di svergognare S.B., e che i reati ipotizzati sarebbero insussistenti; se questo fosse vero, i magistrati dovrebbero essere chiamati a risponderne.
Il riferimento ai magistrati pone l’annoso problema del quis custodiet custodes ?, tutt’altro che da sottovalutare.
I dubbi sull’insussistenza dei reati invece (è da accertare se per tutti naturalmente) è qualcosa di tangibile se è vero che nella cronaca giornalistica si dice che le ragazze scattavano foto di loro stesse dentro la residenza presidenziale sapendo che avrebbero potuto far loro comodo e allo stesso tempo alcune di esse (es. Nadia, non Ruby) parlavano male di S.B.
Allora come interpretare le cose, reati connessi alla prostituzione e all’abuso sessuale o scelta deliberata di uso del proprio corpo a fini di ricatto estorsivo e/o comparsa prezzolata per provocare lo scandalo politico ?
Non voglio già trarre le conclusioni, se si è mossa la magistratura faccia le sue indagini e accerti obiettivamente (Bruti Liberati ha detto ”noi perseguiamo reati e non ci interessiamo della vita privata delle persone”).
Riguardo al giudizio di chi non si sente rappresentato dal Governo attuale e dal suo capo in particolare li capisco, ma se si devono mantenere le cose sul piano squisitamente penale vorrei che (idea peregrina…) se emergesse, parimenti, un uso politico della giustizia non si potesse venirne fuori con un semplice (e verbale) “abbiamo sbagliato”.

Cordialmente,
biolove

Anonimo ha detto...

Un aspetto che credo non sia stato tccato ma credo rilevante. La doppia morale.

Mettiamo il caso che il premier si fa promotore di una legge contro la prostituzione per strada. E´di rilevanza pubblica il fatto che il premier vada a prostitute?

Oppure mettiamo che i deputati, anche se esortati della Corte costutzionale, non varino nessuna legge che tutela le "coppie di fatto". E´di rilevanza pubblica sapere se detti deputati, sfruttando una legge dello Stato che vale solo per loro (e pochi altri), fanno pagare allo Stato prestazioni per il loro compagni/e non coniugali?

Mettiamo che un deputato proponga una legge contro la pornografia e' rilevenate il fatto che compri film porno?

ecc ecc

La doppia morale di molti politici dimotra come la loro condotta politica sia insostenibile e completamente irrazionale e un Paese democratico secondo me non dovrebbe permetterlo!

Simone

biolove ha detto...

@Simone
All’aspetto da lei rilevato avevo fatto cenno nell’altro post “Il machiavellismo astuto della Chiesa”.
Si tratta comunque di una valutazione politica che i cittadini sono chiamati a fare, di rispondenza dello svolgimento di un programma politico per come era stato annunciato (come nell'esempio di discriminazioni "ad personam") e/o di coerenza rispetto a certi principi a cui si è dato importanza particolare (o su cui addirittura si è costruita una intera personalità).
Ci possono essere ad es. partiti di ispirazione cattolica e può risultare particolarmente grave il mancato rispetto, soprattutto ai vertici, di principi che possano riguardare la morale sessuale.
La decisione di non far aprire a Berlusconi il Forum delle Famiglie e il recente richiamo dei vescovi si possono considerare un richiamo in tal senso, anche se nel Pdl l’anima cattolica, più netta ad es. che nel centrosinistra, non è la sola.
Naturalmente però la politica è spietata ed è raro assistere al fair play per cui da una notizia non si arrivi a un polverone (lasciando stare il penale e il coinvolgimento della magistratura).
L’opinione pubblica (ed è difficile ad aversi nei fatti) dovrebbe poter distinguere (per poi esprimersi avvedutamente col voto) il lecito richiamo al decoro e alla non interferenza della vita privata rispetto ai doveri di governo da una parte e lo scandalo strumentalmente e slealmente provocato al fine di rovesciare la leadership politica.
Su questi temi voglio rinviare a :

http://www.emmabonino.it/news/9018

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2011/1/29/LETTERA-A-chi-giova-tutto-il-polverone-del-Rubygate-/145559/

biolove

Cachorro Quente ha detto...

"Allora come interpretare le cose, reati connessi alla prostituzione e all’abuso sessuale o scelta deliberata di uso del proprio corpo a fini di ricatto estorsivo e/o comparsa prezzolata per provocare lo scandalo politico?"

E' un finto dilemma.
Se il soggetto di questo supposto ricatto è minorenne, la rilevanza penale sussiste comunque.
E la ricattabilità, tra l'altro uno degli elementi fondanti delle accuse che si muovono a B. su un piano politico, si basa su circostanze che sono quanto meno in una zona grigia legale.

Bel post, comunque.

biolove ha detto...

@ Cachorro Quente

Sarà un falso dilemma per chi l’ha già risolto, in un senso o nell’altro.
Io , pur facendo notare aspetti che vedo tralasciati dalla stampa che va per la maggiore, non nego che la componente cattolica dello stesso centrodestra, in ragione di questa situazione, anche al di là dell’accertamento di una colpevolezza del premier, può sentirsi non più rappresentata da lui e auspicarne le dimissioni.
Però a proposito del ricatto non mi riferivo a Ruby che, minorenne, non ha accusato Berlusconi (e in ogni caso la minore età, se si è soggetto e non oggetto di ricatto, può servire da “copertura” ma non fino al punto di rovesciare i fatti).
Sulla fumosità della questione (la mancanza di una prova regina, la concussione, ecc…) rinviavo al link sopra :
http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2011/1/29/LETTERA-A-chi-giova-tutto-il-polverone-del-Rubygate-/print/145559/

cordialmente,
biolove

Cachorro Quente ha detto...

Biolove, una persona che ricatta evidentemente non accusa pubblicamente l'oggetto del suo ricatto.
No?

biolove ha detto...

@ Cachorro Quente

Quello che lei dice è vero, ma, nel caso specifico, e riferendomi alla minorenne Ruby, non si può pensare che essa non sia “monitorata” anche alla ricerca di eventuali contraddizioni fra affermazioni pubbliche e calcoli privati.E non sembra emergere, anche in tal senso, altro che riconoscenza per S.B.
In ogni caso, le indagini sono ancora in corso, si cercano prove concrete. Oggi stesso non sono stati ritenuti rilevanti alcuni elementi fotografici. Sarà il caso di aspettare gli sviluppi …

Cordialmente,
biolove

paolo de gregorio ha detto...

Il tema della privacy, o privatezza, mi attrae sempre molto (ma solo da noi è tanto nuovo, altrove è talvolta più storico). Io sono al tempo stesso un difensore strenuo della privacy e di diritti di cronaca e all'informazione (in particolare verso soggetti con responsabilità pubbliche). Decisamente si possono presentare situazioni in cui questi diritti si pongono in antitesi. Il post tratta per esteso molte delle problematiche connesse.

Faccio una premessa. C'è un punto su cui non sono d'accordo con le norme sulla privacy in vigore un po' ovunque nel mondo (dove questa è protetta): in alcuni dei casi in cui si applicano le regole valide per "personaggi pubblici" non sono d'accordo che la prassi sia giusta. Mettiamo che io sia uno scrittore che vende milioni di copie dei propri scritti, ma che non abbia mai concesso a nessuno di intervistarmi o farmi fotografare. Le mie foto possono essere pubblicate senza il mio consenso, in quanto personaggio pubblico, ma io mi ritengo invece un mestierante che per vivere scrive, e vende quello che scrive. Non ho scelto io di vendere tante copie, né di mettermi in mostra diversamente che con gli scritti.
Secondo me, per essere personaggio pubblico vi deve essere una azione a monte e si deve aver scelto di essere tale: come essersi mostrati per dire "ehi, sono io quello lì che è letto da milioni di persone".

Essere persona meramente "famosa" non equivale ad essersi volontariamente messo "sulla pubblica piazza", a meno che (come vale per i politici) il mio ruolo sia di per sé stesso di interesse collettivo (in preminente "relazione sociale", come specifichi).

(continua ...)

paolo de gregorio ha detto...

(seconda parte)
Passiamo al politico omosessuale: io ritengo che la sua omosessualità possa legittimamente essere svelata e discussa pubblicamente. Nel momento in cui si perorano cause a favore, per esempio, del riconoscimento civile delle unioni io dovrei poter liberamente valutare quali possano essere tutte le eventuali motivazioni che muovono queste intenzioni. Lo dico da sostenitore di molte di queste cause. Il politico in questione potrebbe battersi principalmente per interesse, oppure perché principalmente vittima sulla propria
pelle della portata di queste discriminazioni. Ma queste sono valutazioni che devo poter fare io, libero e non condizionato, niente più e niente meno che quelle che farei nel caso in cui un imprenditore parlamentare si muovesse per favorire o meno certe regole di impresa (e sono io che dovrei valutare se lo faccia per interesse o per profonda conoscenza diretta delle esigenze oggettive di mercato).

È verissimo che ogni politico dovrebbe essere valutato prima di tutto per le proprie azioni politiche, ma è anche vero che i fattori "dietro le quinte" che possono essere in ballo sono talmente numerosi che senza un sistema di trasparenza assoluta non sarebbe possibile conoscerle tutte. Per questo io ritengo che il politico debba essere valutato come il personaggio pubblico per eccellenza (ciò non toglie che, a fianco di questa pubblicità privata, debba certamente esserci una protezione legale e giurisprudenziale contro lo sfruttamento di tipo meramente diffamatorio o denigratorio delle informazioni accessibili).

Nel caso di politici come Silvio Berlusconi, concorrono due fattori limitativi per la privacy (entrambi toccati dal post): l'essere imprenditore, ma soprattutto politico di primo piano; e l'aver volontariamente reso pubblica tutta la propria immagine, ivi compresa la vita privata e familiare, cosa che rende la vita privata di questo personaggio quantomai sezionabile (nel senso figurato).
Ogni violazione della privacy può solo, ma certamente può essere giustificata da una adeguata proporzione con la valenza pubblica di quegli atteggiamenti. Per esempio, persino riguardo alle foto stile Zappaddu, se non addirittura eventualmente registrazioni da parte di ospiti in domicilio, potrei osare di arrivare a chiedermi se, a fronte dei proclami e delle azioni su temi come lucciole di strada, diritti civili delle coppie, primazia presunta della famiglia monogamica, indissolubile e tradizionale, e via dicendo, quei documenti non siano legittimamente raccoglibili e circolabili. Si potrebbe forse distinguere, ma fino a un certo punto, tra un invitato a casa e uno che viola la dimora privata, ma a parte questo la soluzione non mi sembra tutta a favore della privacy in modo lampante.