Visualizzazione post con etichetta Discriminazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Discriminazione. Mostra tutti i post

lunedì 4 luglio 2016

La discriminazione immaginaria

Sul neonato blog del Popolo della Famiglia, il partito integralista fondato da Mario Adinolfi, è apparso oggi un post anonimo («La Raggi e le unioni incivili», 4 luglio 2016) che appare inusualmente impreciso anche per gli standard notoriamente assai bassi di Adinolfi e compagni (ho tolto i cognomi dei cittadini citati nel post per rispettare la loro privacy):

Virginia Raggi sarà il primo sindaco di grande città a celebrare una unione civile omosessuale. […] I “fortunati” saranno l’ultraquarantenne Raffaele V. e il non ancora trentenne Luca de S. […] L’opposizione all’unione a seguito delle pubblicazioni è già scaduta il 30 giugno, ma i due non hanno ancora fatto sapere quando la formalizzeranno. E se lo faranno. Va detto che la legge Cirinnà è in vigore già da oltre un mese, ma i comuni non sono stati presi d’assalto da coppie omosessuali vogliose di unirsi civilmente, anzi […] se romperanno gli indugi il giovanissimo Luca potrà anche puntare alla pensione di reversibilità del più maturo Raffaele: i gay ne hanno diritto.
Non avranno diritto alla pensione di reversibilità invece Luca S. e Raffaella C., anche loro utilizzeranno la stessa legge Cirinnà, le pubblicazioni sono on line e scadranno il 6 luglio poi potrà essere dichiarata la loro unione civile. Hanno un figlio piccolo, Luca è del 1977 quindi anche lui va per i quarant’anni, ma per Raffaella niente pensione di reversibilità. Perché? Perché sono etero e la pensione di reversibilità va solo ai gay. A un papà e a una mamma no. Se papà muore, mamma si arrangi. Ora, davvero non abbiamo ragione noi a chiamarla legge sulle unioni incivili? E questa clamorosa discriminazione basata sull’orientamento sessuale dei contraenti l’unione non fa fischiare le orecchie ai giudici della Corte costituzionale?
Di che cosa sta parlando l’anonimo blogger? Le unioni civili, secondo il testo della legge 76/2016 (la cd. legge Cirinnà), non prevedono affatto le pubblicazioni. La legge inoltre non è ancora pienamente in vigore: per iniziare a registrare le unioni civili i Comuni attendono i decreti attuativi – questo spiega perché finora «non sono stati presi d’assalto da coppie omosessuali». Non esiste poi l’unione civile tra persone eterosessuali: la legge ha istituito da un lato l’unione civile per le coppie dello stesso sesso e dall’altro le convivenze per coppie omosessuali ed eterosessuali.
Com’è possibile che chi ha scritto il post sia incappato in ben tre errori così grossolani? Chiaramente ci troviamo di fronte a qualcuno che non ha mai letto neanche per sommi capi la legge sulle unioni civili; ma deve esserci un altro fattore in gioco: non è possibile pensare che gli esempi addotti siano frutto di una sfrontata mistificazione.
Una breve ricerca sul sito del Comune di Roma svela il mistero. Gli esempi sono stati tratti dalla pagina dedicata al Registro delle Unioni Civili, istituito nel gennaio del 2015, che precede dunque la legge Cirinnà e se ne distingue per i requisiti richiesti (il Registro è aperto anche alle coppie di sesso diverso) e per le procedure di iscrizione (il Registro prevede le pubblicazioni). In altre parole, chi si è iscritto al Registro non ha contratto legalmente una unione civile, né la sua iscrizione sarà automaticamente convertita in unione civile quando la legge entrerà completamente in vigore. In fondo alla pagina il Comune avverte che «Per la presentazione delle domande di costituzione di una unione civile ai sensi della Legge 20 maggio 2016, n. 76 è necessario attendere l’emissione del decreto di attuazione della legge».

Che rimane allora dell’accusa paradossale di «discriminazione» mossa dal post alla legge sulle unioni civili? Si tratta di un’accusa ripetuta piuttosto spesso; sempre oggi, e sempre sul blog del Popolo della Famiglia, si poteva leggere per esempio quanto segue («Cos’è una famiglia, cosa non lo è»):
Perché l’architetto Luca che contra [sic] unione civile con il giornalista Marco, se muore gli passa la pensione di reversibilità, mentre se muore Giovanni che sta da trent’anni con Marta anche perché insieme hanno tre figli e per i motivi più diversi non si sono sposati la loro “unione civile” non da [sic] diritto alla reversibilità? A questo punto arriva l’ideologia contro la famiglia, a discriminare platealmente per via dell’orientamento sessuale? E su questa orrenda nuova legge sulle unioni gay la Corte costituzionale non ha nulla da dire, l’articolo 3 della Costituzione non recita che non possono essere compiute discriminazioni plateali di tal fatta, vista l’uguaglianza tra i cittadini?
La risposta a queste accuse è immediata e lapalissiana: due persone di sesso diverso possono accedere agli stessi diritti conferiti dalle unioni civili semplicemente sposandosi; se «per i motivi più diversi non si sono sposati» vuol dire che ai quei diritti hanno rinunciato o volontariamente o per cause impeditive che impedirebbero anche la costituzione di un’unione civile: dov’è la discriminazione? Sarebbe come se qualcuno, dopo aver rinunciato alla carriera di pilota dell’aeronautica militare, si lamentasse di essere discriminato rispetto a un pilota civile perché questi ha il brevetto di volo e lui no. L’autore del post sembra voler insinuare in qualche modo che la convivenza di fatto della coppia eterosessuale sia, al di là dei diritti concessi, sullo stesso piano dell’unione civile contratta dalla coppia dello stesso sesso; ma ovviamente non è così: la seconda coppia ha assunto degli obblighi legali – all’assistenza morale e materiale, alla coabitazione, a contribuire ai bisogni comuni – che la prima ha liberamente rifiutato. La stessa legge Cirinnà distingue nettamente, come accennavo sopra, tra l’unione civile e le convivenze.

Da cosa derivi la miscela di ignoranza, supponenza e storditaggine che alimenta la produzione scritta e orale del Popolo della Famiglia è difficile dire; l’unica cosa certa è che i risultati si vedono.

giovedì 25 settembre 2014

Famiglia, sostantivo plurale


Qualche settimana fa il capogruppo consiliare di Uniti per Assisi, Luigi Marini, ha promosso una «mozione urgente, a tutela della Famiglia naturale: Padre è maschio e Madre è femmina». La mozione vanta pregevoli collaborazioni: quella di Gianfranco Amato (giurista per la vita) e quella di Ernesto Rossi (presidente regionale del Forum delle Associazioni Familiari dell’Umbria).

LA FAMIGLIA FONDATA SUL MATRIMONIO
Nella mozione ci stanno scritte cose come «la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna rappresenta l’istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita e l’unico adeguato ambito sociale in cui possono essere accolti i minori in difficoltà, anche attraverso, in casi estremi, gli istituti dell’affidamento e dell’adozione» oppure «in tutto il Paese, con il pretesto di combattere “inutili” stereotipi, si stanno moltiplicando i casi di aperta propaganda contro la famiglia naturale, soprattutto nel mondo scolastico, con proiezione di film e sitcom gay, diffusione di fiabe rivedute e corrette in chiave omosessuale consegnate ai bimbi della scuola dell’infanzia e pubblicate dall’UNAR, ufficio che dipende dal Dipartimento Pari Opportunità che a sua volta fa capo al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. È legittimo e condivisibile che nelle scuole si insegni a non discriminare i gay o altre minoranze, ma questo non deve necessariamente comportare l’imposizione di un modello di società che prevede l’eliminazione delle naturali differenze tra i sessi». È legittimo non discriminare gay o altre minoranze (che concessione!), ma senza esagerare però.


OMOSESSUALISTA!
O ancora: «nel Liceo Giulio Cesare di Roma i professori hanno imposto ad allievi minorenni la lettura di un romanzo, a forte impronta omosessualista, dal titolo “Sei come sei” della scrittrice Melania Mazzucco (Edizioni Einaudi), alcuni passi del quale rivelano, in realtà, un chiaro contenuto pornografico descrivendo fra l’altro nei dettagli un rapporto orale fra due maschi». Capito? Un romanzo a forte impronta omosessualista! Addirittura pubblicato dalle celebri «Edizioni Einaudi». Indimenticabile lo striscione di protesta di Lotta studentesca Maschi selvatici! Non checche isteriche srotolato davanti all’entrata del liceo. A chi fa i complimenti al sindaco di Assisi per aver infilato «omosessualista» in un documento ufficiale, Claudio Ricci risponde: «Rispetto per Tutti» – ma diritti solo per chi diciamo noi, avrebbe dovuto aggiungere.

Next, 25 settembre 2014.

giovedì 24 maggio 2012

sabato 12 maggio 2012

Povera Silvia Costa

Anzi no, poveri noi che ci troviamo a leggere ancora una volta motivazioni discriminatorie e inconsistenti riguardo al matrimonio.
Matrimonio, senza bisogno di aggiungere altro. Le persone dovrebbero essere libere di sposarsi se lo vogliono. E invece così non è, perché alcuni possono scegliere e altri no. Questa differenza viene mantenuta, appunto, su piedistalli di ingiustizia e ripugnanti tentativi di giustificare la disparità.
Silvia Costa, ieri, è solo l'ultima di un lungo elenco.
Ho molti amici gay, ma... Certo i diritti, ma il matrimonio no. E se poi si arriva all'adozione?
Sono modi diversi per arrivare in uno stesso luogo: bigotto e insensato sostegno di una ingistizia.

domenica 11 marzo 2012

Matrimonio e discriminazione


Per le unioni gay «non userei mai la parola matrimonio», vista anche la natura giuridica che ha nel nostro Paese. Rosi Bindi, presidente dell'assemblea nazionale del Pd, intervistata da Maria Latella per Sky Tg 24, commenta l'intervento di sabato di Angelino Alfano dopo che il segretario del Pdl aveva detto che il matrimonio gay sarà la priorità del Pd qualora vincesse le elezioni nel 2013 . «La famiglia fondata sul matrimonio ha la priorità, lo dice la costituzione», afferma Rosi Bindi. «Ma il Pd non ignorerà i diritti di tutti. Il matrimonio però è solo eterosessuale, è un punto molto fermo».
Ecco il parere di Rosy Bindi, supportato da zampette così incerte da crollare al primo respiro. La dichiarazione di Bindi è moralmente ripugnante e discriminatoria. Non solo: si fonda su una interpretazione a dir poco disinvolta della Costituzione italiana, in particolare dell'articolo 29 che per comodità incollo di seguito. Dove c'è scritto eterosessuale? Cosa toglierebbe a Bindi (e agli altri isterici difensori del "Matrimonio tra vagine e peni") il riconoscimento della uguaglianza tra persone? Perché continuare a difendere una visione tanto angusta e ingiusta del matrimonio?

Articolo 29: La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.

venerdì 20 gennaio 2012

Donna, moglie, madre, oggetto di piacere


Men from Mars; women from Venus; me from where?
David Steinberg, On Sexual Objectification

Nel tempo il ruolo attribuito dalla società al genere femminile è cambiato solo in parte. Se trent’anni fa una donna era tale in virtù del suo essere moglie e madre, oggi è la sua sensualità a definirla: un oggetto sessuale e decorativo. Eppure, sono molte le donne che si sono ribellate; perché subire non è un destino immutabile. 

Eluana Englaro e la maternità “Potrebbe anche in ipotesi generare un figlio”. È il febbraio del 2009, Silvio Berlusconi sta parlando di Eluana Englaro. Mentre il Parlamento rincorre un modo per impedire la legittima sospensione della nutrizione e idratazione artificiali, queste parole sono intrappolate per sempre su You Tube - esempio tragicamente perfetto della riduzione della donna a oggetto. Perfetto perché rivolto a una persona a priori e senza dubbio incapace di difendersi. A una donna in stato vegetativo persistente e permanente da molti anni. Perché la donna incubatrice è un’altra forma di riduzione a oggetto. La donna come madre, la donna come destinazione d’uso: piacere, sesso, maternità. Anche la maternità può infatti essere una condanna e una insopportabile riduzione a corpo, se non è scelta dalla donna, al punto che non dovremmo usare la stessa parola. La maternità non può essere ridotta alla possibilità biologica di generare un figlio. In questo caso la perfetta vittima, perché inerme, è oggetto della più vile aggressione. Espropriata della sua capacità di difendersi. Del desiderio, della volontà. Se l’incidente ha tolto alla giovane Eluana la sua vita cosciente e personale, le parole di Berlusconi l’hanno fatto metaforicamente. Quante persone hanno ascoltato queste parole, intontite quasi dalla loro abnormità? Berlusconi le ha pronunciate, ma chi ha taciuto e chi ha permesso o contribuito a far sì che potessero essere pronunciate è complice di questo definitivo scempio. “Eluana può ancora avere figli” mi rimbomba nella testa. Ho visto ciò che rimaneva di Eluana, in quel letto e in quel corpo di cui non aveva più consapevolezza, girato, pulito e toccato da mani estranee. Rivoltato come un sacco. Un corpo che il padre Beppino ha sempre protetto e tenuto al riparo: una scelta strategicamente difficile, perché l’immagine pubblica di Eluana era quella di una ragazza bella e sorridente - com’era prima dell’incidente stradale. Impossibile spiegare perché quella ragazza tanto bella avrebbe “voluto” morire (Nota: Approfitto per ricordare che la battaglia di Beppino è stata quella di far rispettare i desideri della figlia e non, come alcuni hanno distorto, quella di far morire la figlia, di liberarsene). La clinica di Lecco, quella da cui è stata spostata all’inizio del febbraio 2009 per andare a Udine a morire, era la stessa in cui era nata nel 1970. Bizzarro il destino. La stanza era piena di peluche. Eppure aveva 19 anni, non 4, quando ha avuto l’incidente. Un contrasto surreale. In quella stanza c’erano poi quelle foto che abbiamo visto sui giornali. Di una ragazza bella e sorridente che non sarebbe mai più stata. Il padre mi ha detto “puoi avvicinarti”. Non avrei potuto chiedere a lei il permesso. E c’era chi immaginava di disporre del suo utero. Può generare figli. Una scatola di carne, un corpo abusato. Una incubatrice - scenario adatto alle peggiori distopie fantascientifiche. Eppure può rimanere incinta e tanto basta a farne una Donna. Strumento di qualcun altro. Impossibile sapere se Berlusconi avrebbe detto qualcosa del genere di un uomo. L’orrore diventa ancora più innegabile se ci domandiamo: generare un figlio, come? Di fronte a quelle parole, impallidiscono le altre forme di sopruso compiute su Eluana Englaro. “Eluana svegliati” gridavano alcuni fuori alla clinica “La Quiete” di Udine. Come se avesse potuto ascoltarli. Le portavano bottigliette d’acqua. Come se avesse potuto bere.

Italianieuropei, 1/2012, pp. 67-72.

martedì 30 agosto 2011

HIV +


All’inizio stava solo perdendo peso, si sentiva solo un po’ acciaccato, Max disse a Ellen, e non chiamò il suo medico per prendere un appuntamento, secondo Greg, perché stava cercando di continuare a lavorare più o meno allo stesso ritmo di sempre, ma smise di fumare, Tanya sottolineò, cosa che suggerisce che fosse spaventato, ma anche che volesse, anche più di quanto potesse rendersi conto, essere in salute, o più in salute, o forse solo recuperare qualche chilo, disse Orson”. Quella paura che non basta a spaventarti, perché “ammalarsi gravemente era qualcosa che accadeva agli altri, una allucinazione normale, fece notare a Paolo, se uno ha 38 anni e non s’è mai preso una malattia grave”. E poi non è detto che quel malessere sia qualcosa di grave. In fondo “le persone ancora si beccano malattie banali, di quelle brutte, perché ipotizzare che debba essere proprio quella”.
Iniziava così un articolo di Susan Sontag sul “New Yorker”. Era il 24 novembre del 1986. Da pochi anni si era diffusa una malattia spaventosa e carica di condanne moraliste. Una malattia che avrebbe cambiato il nostro modo di guardare il mondo.
Nel giugno 1981 il Morbidity And Mortality Weekly Report (“al contempo il migliore e peggiore nome mai inventato per una pubblicazione”, commenta Amy Davidson molti anni dopo sempre sul “New Yorker”) annuncia che cinque uomini si sono ammalati in modo inconsueto. Quel giugno di trent’anni fa il report descriveva la polmonite da pneumocystis carinii in cinque uomini omosessuali a Los Angeles, in California, documentando per la prima volta quella che sarebbe divenuta nota come sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS). L’editoriale che lo accompagnava suggeriva che la malattia potesse essere collegata alle abitudine sessuali degli omosessuali.
Un mese dopo il MMWR rilevò nuovi casi di polmonite da pneumocystis carinii, altre infezioni e il sarcoma di Kaposi nei gay dalla California a New York. Questi articoli furono i primi accenni a
quella che diventerà una delle peggiori pandemie della storia con oltre 60 milioni di malati, 30 milioni di morti e nessuna soluzione in vista. Era il debutto dell’Aids. Come viviamo oggi, a molti anni di distanza dal report e dalla descrizione di Sontag?

Su Il Mucchio Selvaggio di settembre.

mercoledì 13 luglio 2011

Il paese che dimentica l’Aids

Ieri si è svolto il Forum Italiano della società civile sull’Hiv/Aids in attesa della Sesta Conferenza IAS su Patogenesi, Trattamento e Prevenzione (6th Conference on HIV Pathogenesis, Treatment and Prevention IAS2011) che si terrà a Roma dal 17 al 20 luglio prossimi.
Organizzato da numerose associazioni (Actionaid, ANLAIDS, Arcigay, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Gruppo Abele, LILA, Nadir, NPS Italia Onlus, Osservatorio Italiano sull’Azione Globale contro l’AIDS, Movimento Identità Transessuale, Villa Maraini), il Forum si inserisce nel progetto Verso Roma 2011 dell’Istituto Superiore di Sanità e denuncia il non mantenimento delle promesse del governo italiano in materia di lotta all’Hiv/Aids e le molte altre carenze che ancora oggi affliggono i tentativi di contrastare il diffondersi dell’infezione e di garantire una qualità di vita decente alle persone con Hiv/Aids.

L’ITALIA PEGGIO DI 30 ANNI FA - In Italia i problemi sono molti e sembrano essere peggiorati rispetto ad alcuni anni fa, a cominciare dal mancato versamento della quota annuale al Global Fund dal 2007/2008.
Le criticità e le proposte per affrontare una situazione tanto difficile sono sintetizzate da un documento che il Forum ha stilato e discusso: la Dichiarazione di Roma, che si può sottoscrivere ancora per qualche giorno e che sarà presentata allo IAS e poi inviato alle istituzioni italiane.
Ora più di allora!, è forse la parola chiave della dichiarazione. Ora, cioè, più di 30 anni fa è necessario incentivare la ricerca, la prevenzione, la cura e i diritti. Perché ora, dopo 30 anni, non esiste ancora una cura definitiva per l’infezione da HIV e la ricetta per arrestare e gestire questa epidemia deve passare da consolidate politiche di prevenzione, da un’assistenza socio-sanitaria adeguata, dalla disponibilità dei farmaci e della diagnostica per tutti, dalla difesa dei diritti e la lotta contro lo stigma in ogni contesto” - così comincia la Dichiarazione di Roma.
Il documento propone una fotografia del fenomeno e poi elenca le mosse necessarie alla lotta alla infezione e alle implicazioni sanitarie e sociali. Discriminazione, violazione della privacy, stigma sociale sono piaghe ancora diffusissime e che vanno ad esasperare una condizione già gravata dalla patologia.

Continua su Giornalettismo.

martedì 24 maggio 2011

Coming Out

Bullying and suicides of gay and lesbian teenagers are in the headlines, the military's “don’t ask, don’t tell” policy has been repealed, and the debate over same-sex marriage continues to divide the country. Against this backdrop, many L.G.B.T. youth wonder how accepting society will be.
Coming Out, The New York Times.

giovedì 18 novembre 2010

Il bambino dimezzato



Non è certo nella speranza di aprire un dialogo con Lucetta Scaraffia che ci si avventura nel commentare il suo pezzo odierno, Omofilia, omofobia posizioni e le disuguaglianze create in loro nome, Il Riformista, ma per cercare di bilanciare l’ingiustizia di quanto scrive, che si aggiunge a una preesistente ingiustizia giuridica.

“Sembra che ormai sia diventato tutto normale, normalissimo, e chi osa avanzare qualche dubbio è considerato un vecchio barbagianni un po’ rimbambito. Sto parlando della nascita di famiglie gay, di coppie gay che “procreano” un figlio e lo allevano nell’amore e nell’accordo, di coppie gay che si voglio sposare perché pieni di fiducia nel loro amore eterno mentre le coppie eterosessuali (questa è la parola d’obbligo, dire “normali” vuoi dire linciaggio assicurato!) sono sempre meno propense al matrimonio e alla riproduzione e vivono rapporti brevi e distratti”.

Si comincia così, con un elenco di ambiguità semantiche usate per alimentare la nebbia e l’incomprensione: normale, normalissimo? Quale significato vuole attribuire Scaraffia a “normale, normalissimo”? Forse sano, forse statisticamente rilevante, forse che si attiene a una norma - ma quale? Non si può esserne certi. Si potrebbe cominciare da qui: chiarire il significato delle parole scelte qualora non siano abbastanza intelligibili. Poi scivoliamo in una mossa retorica abbastanza trita: si ridicolizza l’avversario per dire “ma guarda che hai torto marcio”. A parte l’uso delle virgolette (“procreano”) che ammicca al lettore e che veicola l’avvertimento “ehi, questi non procreano davvero”, Scaraffia disegna il mondo che vuole criticare in modo talmente ingenuo e caricaturale che è difficile intravedere resti di verosimiglianza. A proposito di parole: meglio usare “riprodursi” invece che “procreano”, dal sapore creazionista, e meglio ricordarsi che la genitorialità non coincide con la riproduzione e con il legame genetico.
Le famiglie gay, prima di tutto, costituiscono un universo eterogeneo e complesso, non hanno i medesimi desideri e vivono - ovviamente - realtà diverse e irriducibili a un dominio compatto. Presentarle come stucchevoli e pretenziosi nuclei più finti delle famiglie che popolano le pubblicità sceme è un tentativo di screditarle e di ridicolizzare una sacrosanta richiesta: l’uguaglianza di diritti. Perché questa è l’unica differenza tra alcune famiglie e altre famiglie: non potersi sposare, non poter garantire ai figli la tutela giuridica che li proteggerebbe in caso di morte del genitore biologico o in caso di separazione, non poter risolvere con una legge tutti gli ostacoli burocratici e quotidiani che derivano dall’essere, il genitore non biologico, un estraneo. Abbandonato al buon cuore delle persone che incontra ma privo di diritti e doveri genitoriali. E così un bambino che ha due genitori, di cui solo uno biologico e riconosciuto, è un bambino dimezzato.
Anche le coppie eterosessuali, poi, vengono ridicolizzate e trasformate nel nemico retorico da contrapporre a quelle gay. Un giochino inutile e che dimentica, ancora una volta, il nodo centrale: la discriminazione.

Continua su Giornalettismo.

lunedì 15 novembre 2010

Curare il nemico? È un dovere

Berlino. Un chirurgo scopre in sala operatoria che il suo paziente ha un tatuaggio del Terzo Reich sull’avambraccio. Il chirurgo è ebreo e afferma che la sua coscienza non gli permette di eseguire l’intervento. Lascia la sala operatoria. Dice alla moglie del paziente “non opererò suo marito perché sono ebreo”. Il paziente è poi operato da un altro medico. Questa è la notizia riportata dall’Ansa e da altri quotidiani qualche giorno fa.

Il comportamento del medico è ammissibile? Senza dubbio è comprensibile. La nostra pancia ci porta a giustificare il medico, ma una analisi più a freddo ci obbliga a cambiare idea. È bene innanzitutto ricordare l’età dei due soggetti coinvolti: 46 anni per il medico, 36 per il paziente. È bene anche ricordare che un medico non può decidere chi operare e chi no in base a una valutazione morale del proprio paziente: anche agli assassini o agli aggressori è garantita l’assistenza medica.

In questo caso poi ci troveremmo più davanti a un reato d’opinione che a un vero e proprio reato: il tatuaggio non implica un comportamento criminale del paziente stesso. Può indicare una adesione a idee che ci suscitano orrore e ripugnanza, ma non è una dimostrazione di null’altro. Anzi, sappiamo bene che alcuni individui scelgono di tatuarsi o di uniformarsi a canoni di abbigliamento o di acconciatura senza essere nemmeno tanto consapevoli del significato di quei simboli.

In ogni modo l’aspetto più importante è che seppure scegliessi, nella totale consapevolezza, di rasarmi i capelli e di tatuarmi aquile e facce da Hitler non significherebbe che io sia colpevole di un qualche reato. Anche lo fossi alcuni diritti mi dovrebbero essere garantiti. Il medico si è trovato in una situazione sgradevole, ma la risposta non può essere quella di sottrarsi ai propri doveri.

Se giustificassimo la sua scelta di coscienza, configurabile come una obiezione di coscienza, fin dove potremmo spingerci? Dovremmo poi essere disposti a giustificare se un medico ceceno si rifiutasse di operare un russo investito da un camion? Oppure un tutsi potrebbe incrociare le braccia davanti a un paziente hutu? Non sembra che il paziente abbia corso dei rischi e che sia stato facile trovare un altro medico disposto a eseguire l’intervento chirurgico, ma se fossero stati tutti della stessa idea quale destino avrebbe avuto il paziente?

Su Giornalettismo.

domenica 29 agosto 2010

Grazie, Riccardo Staglianò


“Il titolo sembra una provocazione, ma dovrebbe essere lo standard.
Ringraziarli è l’unica reazione possibile.
Se le le badanti e le babysitter
incrociassero le braccia l’Italia crollerebbe.
Queste persone hanno permesso e permettono alle donne italiane di essere libere.
Di lavorare. Di non essere più schiave”.

E se la servitù è sempre esistita, aggiunge Riccardo Staglianò, autore di Grazie (Chiarelettere, pp. 240, euro 14,60) prima era possibile solo per i ricchi. Ora c’è una servitù low cost. Il cambiamento sociale è profondo: quasi chiunque può avere il suo schiavo. Questo però è possibile grazie agli immigrati, privati dei diritti fondamentali e sottoposti a ritmi e condizioni di lavoro esasperanti.

Ci sono delle storie di virtuosa integrazione?
Vedelago è una di queste. È un caso di eccellenza, unico in Italia anzi in Europa, dove si ricicla il 90 percento dei rifiuti. San Francisco, che ha la reputazione di essere uno dei luoghi più ricicloni, arriva al 70 percento. Vedelago è diventato famoso di recente per la questione dell’inno di Mameli intonato dopo Va’ pensiero. Ma a Vedelago c’è una signora veneta, Carla Poli, che insieme ai suoi figli ha costruito una impresa da far invidia. In una zona leghistissima, con sistemi sofisticati e grazie alle braccia degli stranieri.
La tv svizzera ci ha fatto un documentario. L’attitudine laicissima della signora è stata vincente, non solo giusta. Adesso per la prima volta dopo 15 anni gli italiani sono venuti a bussare alla sua porta. E lei ha detto: “questo lavoro noi lo facciamo da sempre e gli italiani non si sono mai visti. Perché ora dovrei licenziare i miei uomini per assumere italiani? I miei sono stati formati e sono ottimi lavoratori. E poi magari gli italiani, passata la crisi, non ne vorranno sapere di stare tra i rifiuti!”. I suoi uomini fanno la cernita tra pvc, plastiche di vario tipo, vetro, selezionando nel mucchio di immondizia che scorre continuamente lungo un nastro. Bisogna essere precisi e veloci, chi si ferma rallenta il ciclo. Sono contenti di farlo, c’è una atmosfera splendida di rispetto e questo meccanismo virtuoso di legalità conviene anche economicamente.

Com’è possibile che ci siamo dimenticati di quanto è successo ai nostri nonni, di come venivano trattati? Com’è possibile che nessuno ricordi Pane e cioccolata?
Credo che questo Paese soffra di una specie di malattia neurodegenerativa.
Cancellare ricordi umilianti e dolorosi è anche un meccanismo psicologico e molto umano. È una strategia comprensibile, però c’è un salto ulteriore: questo accantonamento sembra diventare risentimento feroce verso chi ci ricorda come eravamo.
Stiamo compiendo una specie di bizzarra vendetta. Non tutti, naturalmente; ma pensiamo a come la Lega Nord investe e ingrassa la paura, a come trasforma il ricatto in strategia elettorale. Il vangelo del sospetto, ecco qual è il loro mantra politico.

(Continua).

Il Mucchio Selvaggio, 674, settembre 2010.

venerdì 14 maggio 2010

La terapia riparativa? Un inganno

Gay Liberation Monument
“La verità è che non si è omosessuali, ma eterosessuali latenti. Far uscire la nostra vera identità maschile è possibile: noi ci siamo riusciti e siamo qui per tenderti una mano!”.
Questa e altre chicche si possono leggere sul sito che presenta l’imminente convegno di Joseph Nicolosi a Brescia il 21 e 22 maggio.
Nicolosi è uno dei padri della terapia riparativa, ovvero quella che ripara dalla omosessualità. Meglio sarebbe chiamarla ideologia riparativa, perché è difficile definire terapia qualcosa che ha la presunzione di “curare” ciò che non è intrinsecamente una malattia - proprio come sarebbe incongruo riparare ciò che non è rotto. Gli orientamenti e le preferenze sessuali costituiscono un dominio fluido ed eterogeneo e l’eterosessualità non è il golden standard cui ispirarsi o, peggio, l’unico modo sano e giusto di amare e fare l’amore.
L’ideologia riparativa è un inganno crudele e pericoloso, in cui purtroppo si può inciampare per varie ragioni: informazioni sbagliate, paura, pregiudizi (è ancora molto diffusa l’idea che l’omosessualità sia una patologia o una perversione, un difetto nello sviluppo sessuale e affettivo). Ragioni che portano a formulare una domanda di aiuto che riceve la risposta più sbagliata.
Meglio quindi conoscere i riparatori e lasciarli alle loro farneticazioni. Tra i rappresentati italiani presenti al convegno ci sono Chiara Atzori, Roberto Marchesini e Giancarlo Ricci.

Dnews, 14 maggio 2010.

lunedì 12 aprile 2010

Salva l’embrione (bianco)

C’è una bambina di 13 mesi, Rachel, che il 3 marzo scorso si sente male. C’è un padre che ha un permesso di soggiorno a singhiozzo, scaduto perché ha perso il lavoro poche settimane prima.
Manca la tessera sanitaria, e la bambina viene liquidata in seguito a una visita di 6 minuti al pronto soccorso dell’Uboldo di Cernusco sul Naviglio: entrata 00.39, uscita 00.45. Nonostante le medicine prescritte e somministrate, Rachel sta malissimo.
La famiglia, padre, madre e una sorellina di due anni e mezzo, torna al pronto soccorso.

«Il personale ci risponde che “la bambina ha la tessera sanitaria scaduta, non possiamo visitarla ancora o ricoverarla”», denuncia il [padre]. «Un fatto di una gravità assoluta — sottolinea l’avvocato della famiglia, Marco Martinelli — . Dobbiamo capire se esistono delle direttive precise per casi come questo».
[...]
Davanti al rifiuto dei medici, l’ex operaio diventa una furia. Urla, vuole attenzione. Qualcuno dall’ospedale chiama i carabinieri per farlo allontanare. Forse dall’altra parte della cornetta ricordano che pochi giorni prima all’ospedale di Melzo, stessa Asl, era morto un bimbo albanese di un anno e mezzo rimandato a casa dal pronto soccorso. L’intervento dell’Arma risolve momentaneamente la situazione: Rachel viene ricoverata in pediatria. Sono le 3 di notte, «ma fino alle otto del mattino nessuno la visita e non le viene somministrata alcuna flebo, nonostante nostra figlia avesse fortissimi attacchi di dissenteria e non riuscisse più a bere nulla», raccontano i genitori. Nel tono della voce rabbia e dolore si mischiano. La sera del giorno dopo la situazione è critica, tanto che oltre alla flebo accanto al letto spunta un monitor per tenere sotto costante controllo il battito cardiaco. Alle cinque e mezza il cuore della bambina si ferma, dopo 30 minuti di manovre di rianimazione viene constatato il decesso.
Specificare che la bambina sia nigeriana appare ripugnante. Lo è. E si inscrive in un panorama sempre più netto e sempre più osceno. Quel panorama in cui si riparla di clandestini, di tradizioni, di identità nazionale.
Quel panorama in cui la vita va difesa se ha un certo profilo razziale. Fa ancora più impressione pensare che nella ridente Lombardia una bambina (nigeriana? Macchissenefrega di che nazionalità sia!) viene lasciata morire, mentre si urla e si strepita e ci si oppone con tutte le forze alla interruzione volontaria di gravidanza, dove si obbliga a dare sepoltura agli embrioni abortiti e dove i valori cristiani sono sbandierati per racimolare potere e finanziamenti.
La vergogna non ha colore. La vergogna è ciò che meglio connota avvenimenti simili.

martedì 23 febbraio 2010

Questa sì che è una idea!

L'asilo comunale? Solo per i bambini che provengono da famiglie che accettano «l'ispirazione cristiana della vita». Il regolamento è stato approvato a maggioranza dal consiglio comunale di Goito fra le proteste di tutta l'opposizione. Un esposto è già stato presentato all'Associazione nazionale dei Comuni italiani.

Il regolamento, all'articolo 1, pone come condizione per iscrivere il figlio all'asilo l'accettazione di una sorta di preambolo religioso: la provenienza da una famiglia cattolica o cristiana, escludendo di fatto molte famiglie di immigrati di diverso orientamento religioso. Resta da stabilire se nell'ispirazione cristiana siano comprese le coppie divorziate o i non credenti.
All'asilo comunale si accettano solo bimbi di famiglie cristiane, Gazzetta di Mantova, 23 febbraio 2010.

venerdì 29 maggio 2009

Basta sprechi e la Carfagna si scorda i gay

L'omosessualità non è re[ato]
Quante polemiche infondate sulla sparizione della lotta all’omofobia dal sito del Ministero per le Pari Opportunità! Quante proteste inutili rivolte al ministro Mara Carfagna, accusata di essere insensibile verso la discriminazione su base sessuale e le mancate tutele di alcuni cittadini!
Nella nuova veste del sito non si nominano le questioni GLBTQ non perché il ministro sia disinteressato o disattento, ma perché non esiste più una “questione GLBTQ”: l’uguaglianza dei diritti per tutti i cittadini è stata portata a compimento; la legislazione italiana ha raggiunto quella dei più avanzati Paesi al mondo; il matrimonio è una possibilità per tutti, indipendentemente dall’orientamento sessuale – per quale ragione dovrebbe essere rilevante per avere la possibilità di sposarsi? – la maturazione culturale è giunta a compimento e nessuno più sghignazza davanti a due uomini o a due donne che si baciano, perché ognuno è libero di vivere come vuole e di amare chi vuole.
Insomma, mantenere una commissione che combatte le ingiustizie quando le ingiustizie non esistono più sarebbe come mantenere una commissione per gli invalidi di guerra dopo che da un paio di secoli si vive in pace. Carfagna non ama ciò che è superfluo. Come darle torto in un periodo in cui è moralmente doveroso evitare gli sprechi?

(DNews, 29 maggio 2009)

lunedì 11 maggio 2009

Sotto un Arcobaleno le famiglie “diverse” che l’Italia non vede

4
Ieri era la festa della mamma; meno di due mesi fa quella del papà. L’Associazione Famiglie Arcobaleno ha festeggiato, in alcune città italiane, la festa delle famiglie.
L’uso del plurale non è un dettaglio o un vezzo, ma è profondamente significativo: non c’è una Famiglia, giusta e invariabile nel tempo e nello spazio, cui conformarsi per poter essere considerati a tutti gli effetti un nucleo familiare. Non c’è un modello imposto dall’alto o deciso da qualcuno. Basterebbe avere una conoscenza, anche superficiale, della realtà che ci circonda per esserne consapevoli. Molte delle definizioni più comuni di famiglia rischiano di essere anguste: si pensi alla cosiddetta “famiglia tradizionale” intesa come costituita da madre, padre e figli, uniti da un legame genetico. Forse non dovrebbe essere considerata come una famiglia quella formata da un solo genitore? O quella in cui uno o entrambi i genitori non hanno legami genetici con i figli? E allora, quale potrebbe essere la condizione necessaria per rilevare la presenza di una famiglia? Il legame affettivo, la responsabilità, la condivisione. Nulla che si possa assicurare rispettando un modello formale e strutturale.
Accogliendo questa premessa l’orientamento sessuale dei componenti dovrebbe essere assolutamente irrilevante. Cosa c’entra, infatti, con la capacità o il desiderio di costruire una famiglia?
Famiglie Arcobaleno muove proprio da questa convinzione, e si propone di far conoscere una realtà familiare che, in Italia, si distingue dalle altre soltanto per un aspetto: la discriminazione.
Giuridica, prima di tutto. E poi culturale. Giuridica perché non ci sono norme, per esempio, a protezione di una famiglia omosessuale (non esiste il matrimonio; non c’è la possibilità di adottare; non si può accedere alle tecniche di procreazione assistita). Culturale: c’è una idea radicata di inconciliabilità tra omosessualità e genitorialità. Basta domandare al primo che capita per rendersene conto.
Ieri molte famiglie arcobaleno hanno festeggiato e, tra un panino e un pallone, sembravano proprio “come tutte le altre famiglie”.

(DNews, 11 maggio 2009)

giovedì 7 maggio 2009

Le foto dei neonati e il grande mistero de “l’estremo centro”

Estremo centro
Nell’ottobre 2007 la Regione Toscana lancia una campagna contro le discriminazioni sessuali. Il testimonial è un neonato dormiente, o meglio la sua manina in primo piano e parte del suo volto in secondo piano. Al polso ha la fascetta destinata al nome su cui è scritto “homosexual”. Il messaggio è che le persone non dovrebbero essere discriminate in base al loro orientamento sessuale.
Nonostante il lodevole intento (ma forse non lodevole per tutti) la campagna ha scatenato critiche feroci, in nome del rispetto del neonato in questione che sarebbe stato strumentalizzato. E strumentalizzare i bambini non è bene. Qualcuno è arrivato addirittura a intimare alla Regione Toscana di ritirare la campagna.
Già al tempo era difficile non accorgersi che il punto dolente e il vero oggetto delle furibonde polemiche non era la “strumentalizzazione” del bambino, ma la ragione della campagna. Non il ricorso ad un neonato (varie pubblicità con bambini protagonisti erano state peraltro digerite senza reagire), ma il suo orientamento sessuale e, soprattutto, l’affermazione che questo non è rilevante ai fini dei diritti e del rispetto. Già al tempo, insomma, era evidente che i benpensanti non gradivano una battaglia contro le discriminazioni, affezionati come sono al tradizionalismo omofobo e beghino.
Oggi è forse doveroso riandare con la memoria a quelle scomposte reazioni quando, passeggiando per le strade, ci si imbatte in bambini utilizzati per promuovere una corrente politica: l’estremo centro. Perché nessuno di quegli zelanti protettori di minori ha condannato il loro uso? L’intento, poi, sembrerebbe anche meno rilevante e molto più egoistico: ottenere quanti più voti possibile, per essere eletti alle prossime consultazioni, mentre il neonato “homosexual” era stato utilizzato per una battaglia di giustizia e di uguaglianza. Un mero interesse personale contro una battaglia di principio.
Il silenzio può forse essere spiegato solo dalla memoria corta che affligge l’uomo moderno? Da sbadataggine? Oppure da imprevedibili meccanismi umorali? Magari sono distratti dal mistero: che diavolo sarà mai un “estremo centro”?

(DNews, 7 maggio 2009)

lunedì 15 settembre 2008

Al Carrefour di Assago

Al Carrefour di Assago i bulli che maltrattano i vostri bambini sono maturi signori.

domenica 6 luglio 2008

Settant’anni fa, un altro «censimento»

Gad Lerner, «Quel censimento etnico di settanta anni fa» (La Repubblica, 5 luglio 2008, p. 1):

Cominciò con un inaspettato censimento etnico, nel mezzo dell’estate di settant’anni fa, la vergognosa storia delle leggi razziali italiane. Alle prefetture fu diramata una circolare, in data 11 agosto 1938, disponendo una «esatta rilevazione degli ebrei residenti nelle provincie del regno», da compiersi «con celerità, precisione e massimo riserbo». La schedatura fu completata in una decina di giorni. […] Naturalmente, di fronte alle proteste dei malcapitati cittadini fatti oggetto di quella schedatura etnica fu risposto che essa non aveva carattere persecutorio, anzi, sarebbe servita a proteggerli. […] Quando i figli degli italiani poveri venivano venduti per fare i mendicanti nelle strade di Londra, l’esule Giuseppe Mazzini si dedicò alla loro istruzione, non a raccogliere le loro impronte digitali. L’ipocrisia di schedarli “per il loro bene” serve solo a rivendicare come prassi sistematica, e non eccezionale, la revoca della patria potestà. Dopo le impronte, è la prossima tappa simbolica della “linea dura”. Siccome i rom non sono come noi, l’unico modo di salvare i loro figli è portarglieli via: così si ragiona nel paese che liquida l’“integrazione” come utopia buonista.
Da leggere tutto.