martedì 10 marzo 2009

Il generale, il memoriale e il monastero

Chi legge regolarmente il blog di Luigi Castaldi sa ormai tutto del memoriale delle monache del monastero dei Ss. Quattro Coronati di Roma, in cui qualcuno pretende che fosse contenuta «la prova scritta dell’ordine che il Papa diede per ospitare gli ebrei nei conventi», per usare le parole di un articolo dell’agenzia vaticana Zenit (Antonio Gaspari, «“Pio XII ordinò di salvare gli ebrei”», 5 marzo 2009), il cui eloquente sottotitolo recita: «la conferma in un Memoriale del 1943». Ma come Malvino ha dimostrato («Padre Gumpel fa il furbetto», 6 marzo), basta una lettura cursoria del documento per rendersi conto che esso non è affatto contemporaneo dei fatti registrati, ma risale invece al dopoguerra. Ed è chiaro che il valore di una cronaca redatta ad anni di distanza, e soggetta dunque a tutte le possibili sollecitazioni, è ben diverso dal valore di un diario vero e proprio, scritto nell’immediatezza degli avvenimenti.
Rispondendo alla richiesta di un lettore, Malvino è tornato ieri sull’argomento in un secondo post («Scrivi, Malvino ti risponde», 9 marzo). È risultato che del memoriale si era già parlato qualche anno fa sulla rivista 30Giorni, in alcuni articoli apparsi nel numero di luglio-agosto del 2006. Anche qui si tentava di accreditare il memoriale come «diario ufficiale della comunità» (Pina Baglioni, «Il Santo Padre ordina...»), probabilmente a causa della struttura del documento, che registra gli avvenimenti anno per anno; ma dall’esame di un passo Malvino è stato questa volta in grado di datare il memoriale con maggiore precisione del post precedente, ad alcuni anni dopo la guerra.
In un commento al post ho cercato di definire ancora meglio il termine post quem. Questo è il passo, che è registrato nel memoriale all’anno 1944 (seguo per ora la trascrizione di 30Giorni):

6 giugno. Finalmente si aprirono le porte a questi poveri rifugiati, e restammo di nuovo nella nostra libertà, ma per poco tempo, poiché il giorno 4 ottobre successivo ci fu ordinato di ospitare con la più scrupolosa precauzione il generale Carloni che era cercato per essere condannato a morte. Dalla Segreteria di Stato del Vaticano ci è ordinato di ospitarlo, imponendoci solenne segreto. E fu accomodato alla meglio nella piccola stanza sotto il salone, ma però era costretto a passare nel centro della comunità. Con lui fu ospitata la signorina direttrice di casa sua perché, malato di fegato, aveva bisogni di riguardi per il vitto. Detta signorina cucinava nella nostra cucina. Di questo i superiori erano al corrente. Si sperava che anche questo ospite in pochi mesi si sarebbe liberato. Purtroppo nel mese di marzo successivo fu scoperto che era presso di noi, e con tutta fretta monsignor Respighi con monsignor Centori lo condussero in auto in Vaticano presso le sacre Congregazioni in casa di monsignor Carinci e ivi si trattenne fino al 15 settembre, che dovemmo riceverlo di nuovo. E per ben cinque anni fu nostro ospite.
Va subito ricordato che se il 6 giugno 1944 si aprono «le porte a questi poveri rifugiati» (antifascisti, disertori, ebrei), è perché nella serata del 4 giugno la V Armata del Generale Clark è entrata a Roma. Come mai allora nell’ottobre successivo il monastero è costretto a nascondere un nuovo ospite? La risposta è chiara: le parti si sono invertite, e tocca adesso a un fascista trovare rifugio fra le mura dei Quattro Coronati.
Facciamo un po’ di conti: l’annotazione, come abbiamo detto, si trova registrata al 6 giugno 1944. Il generale Carloni arriva «il giorno 4 ottobre successivo», sempre ovviamente del 1944, e rimane fino al «mese di marzo successivo», cioè del 1945, quando si scopre che si è nascosto presso le monache. Lo si porta allora in Vaticano, dove si trattiene «fino al 15 settembre», ancora del 1945, e solo allora viene ospitato di nuovo nel monastero. «E per ben cinque anni fu nostro ospite»: cioè all’incirca fino al 1950; ammettendo una certa imprecisione nell’espressione, si può pensare in alternativa che i 5 anni coprano l’intera permanenza del generale, a partire dall’ottobre 1944, e in questo caso la data implicitamente riferita dal memoriale sarà il 1949. Poiché le monache non avevano, che si sappia, il dono della profezia, il memoriale sarà stato scritto solo dopo l’uscita del generale dal suo nascondiglio.

C’è però un problema. 30Giorni identifica il «Generale Carloni» del memoriale con «Mario Carloni, generale dei bersaglieri che era stato a capo della IV divisione alpina Monte Rosa della Repubblica di Salò» (Baglioni, art. cit.). Ma come facevo notare in un ulteriore commento al post di Malvino, questo non è possibile: negli anni di cui si parla, Mario Carloni si trovava infatti detenuto, prima in un campo di prigionia e poi nel Forte di Boccea, da cui sarebbe uscito solo il 19 maggio 1951. È quanto si deduce dalla voce a lui dedicata nel sito della Fondazione RSI: dopo essersi arreso alla fine di aprile del 1945 al corpo di spedizione brasiliano,
dal 339 PW Camp Coltano (PI) dal 22 novembre 1946 passa sotto la giurisdizione della CsA di Lucca e poi di quella di Chiavari, che lo scagionano. Sebbene il 4 ottobre 1946 sia stato assolto dalla Commissione Militare di Firenze del M.T.O. U.S. Army per l’uccisione dell’Ufficiale prigioniero Alfred Lyth a Camporgiano (LU) e la sentenza venga confermata il 27 febbraio 1947, il Tribunale Militare di Roma lo scarcera da Forte Boccea soltanto il 19 maggio 1951.
Queste circostanze vengono confermate da altre fonti (cfr. p.es. Davide Del Giudice, «Il processo Simonitti», Rivista mensile Storia & Battaglie, 2007). Va detto poi che il Carloni del memoriale, malato di fegato e bisognoso di «riguardi per il vitto», mal si concilia con l’immagine più ferrigna del reduce dal fronte russo, insignito di Deutsches Kreuz in Gold da Hitler.
Si tratta forse di un altro generale Carloni? Una ricerca sommaria non ha portato a nessun risultato: l’unico generale Carloni della II Guerra Mondiale sembra essere proprio Mario Carloni. Questo è un argomento e silentio, e va quindi preso con cautela; ma per trovarsi in pericolo di condanna a morte il Carloni del memoriale doveva aver avuto un ruolo non del tutto oscuro, e qualche traccia dovrebbe esserne rimasta.
Che fare a questo punto? Come ci insegnano i maestri, mai fidarsi delle fonti secondarie; se qualcosa non torna, il memoriale va consultato nell’originale, non in una trascrizione. Più facile a dirsi che a farsi, apparentemente; e invece no. A sorpresa, un’immagine del memoriale è disponibile in rete, e contiene fortunosamente (all’ultima pagina, terz’ultima riga) la prima occorrenza del nome del generale. Basta ingrandirla un poco per rendersi conto dell’esistenza di un occhiello che mal si concilia con la lettera elle; il nome è in realtà Carboni, non Carloni.
A questo punto ci serve un generale Carboni, fascista, ricercato dalle autorità dopo la fine della guerra ma latitante per alcuni anni. La ricerca è molto breve: il nostro uomo è con ogni probabilità il generale Giacomo Carboni, di cui Wikipedia ci dice quanto segue:
Al momento della caduta di Roma, fece distruggere buona parte degli archivi del SIM, custoditi nelle due sedi di Forte Braschi e Palazzo Pulcinelli, occultandone una parte superstite nelle catacombe di San Callisto. Indossati abiti civili e presa con se la cassa del Servizio, si allontanò furtivamente da Roma, frattanto occupata dai tedeschi.
Nel giugno 1944 venne spiccato nei suoi confronti un mandato di cattura per la mancata difesa di Roma, ma Carboni eluse il provvedimento grazie alle protezioni dei servizi di intelligence degli Alleati anglosassoni, in particolare l’OSS americano. Più tardi venne processato e, il 19 febbraio 1949 venne assolto dalle accuse.
Non c’è ovviamente contraddizione fra la protezione offerta dai servizi alleati e quella del Vaticano; l’esito del processo spiega poi perché dopo tanti anni il generale abbandonasse finalmente il rifugio del monastero, togliendo l’incomodo alle povere monache, e ci fornisce anche – con precisione persino superflua – il terminus post quem per la redazione del memoriale: il 19 febbraio 1949, appunto. Rimane oscuro il motivo per cui le monache si siano risolte solo dopo tanti anni a scrivere una cronaca che, per la sua natura, ci si aspetterebbe venisse redatta al massimo anno per anno.

Nessuno dubita naturalmente che le monache abbiano effettivamente salvato la vita di numerosi rifugiati. Ciò di cui si dubita è che l’abbiano fatto su ordine di Pio XII, e non piuttosto di propria iniziativa. Come raccontava in uno studio ormai classico Giovanni Miccoli (I dilemmi e i silenzi di Pio XII, Milano, Rizzoli, 2000, p. 247), dopo la perquisizione del monastero di San Paolo nella notte fra il 3 e il 4 settembre 1944, che aveva portato alla cattura di una cinquantina di rifugiati, «la Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano, su decisione di Pio XII, ordinò ai canonici di San Pietro di allontanare quanti avevano trovato rifugio nei loro appartamenti». La crudele decisione non venne applicata, per l’opposizione dei canonici e di alcuni cardinali, che protestarono presso il papa. Ma rivela il vero volto di Eugenio Pacelli, al di là di ogni abbellimento agiografico e di ogni pia fraus.

Aggiornamento: al momento non ho a disposizione le memorie del Carboni (Memorie segrete 1935-1948. «Più che il dovere», Firenze, Parenti, 1955), ma da qualche avaro scorcio offerto da Google Book Search sembra confermato che si tratti proprio del nostro uomo, e che abbia persistito nella latitanza fino alla sentenza (p. 485). Emerge fra l’altro, per i più curiosi, il nome della «direttrice di casa» compagna di clandestinità del generale: Fernanda Bartolini, «una signorina ordinata ed energica […] un’umbra di animo gentile e intrepido» (pp. 367-68).

4 commenti:

Marco Giuno Bruto ha detto...

Complimenti per il bell'articolo pubblicato online.

Purtroppo il documento che tu avevi rintracciato online sul sito http://www.ptwf.org/ ora non è più rintracciabile, penso che sia stato prontamente rimosso.

Buona giornata.

Marco Giuno Bruto

Giuseppe Regalzi ha detto...

No, no, c'è ancora. Il programma di videoscrittura ha sostituito un apostrofo, e quindi il link non funzionava più. Adesso ho corretto, e si può di nuovo scaricare (è un pdf di 1955 KB, quindi ci può volere un po' di tempo). Grazie della segnalazione.

Anonimo ha detto...

Premesso che condivido di solito largamente le opinioni espresse dal Sig. Regalzi, letto con interesse l'articolo in oggetto mi sorge spontanea una domanda "alla Di Pietro" - domanda alla quale, ne sono certo, un frequentatore più attento ed assiduo del sottoscritto saprebbe subito dare risposta: ma che c'azzecca (l'argomento dell'articolo con un sito dedicato a problemi di Bioetica)?
Sicuramente mi sono perso qualcosa.
E, ovviamente, non voglio minimamente mettere in dubbio o in discussione il contenuto dell'articolo stesso.
Stefano

Giuseppe Regalzi ha detto...

Dal primo post di questo blog, del 29 gennaio 2006:

"Il blog che qui presentiamo ha un argomento che il titolo rende subito esplicito: la bioetica, cioè quella parte della filosofia morale che si occupa delle questioni etiche attinenti alle scienze biologiche e alla medicina; occasionalmente potremo trattare anche di argomenti più o meno (o anche per nulla) correlati, secondo il nostro gusto."