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giovedì 5 giugno 2014

Tre genitori per un bebè, la nuova genetica e l’ordine naturale inesistente

Tre genitori per un embrione: ovvero, usare il DNA di 3 individui per evitare la trasmissione di patologie genetiche incurabili. Le patologie dei mitocondri – organelli che si trovano nelle cellule, dotati di un proprio genoma – passano dalla madre al figlio e i mitocondri di un’altra donna andrebbero a sostituire quelli materni responsabili della trasmissione. Potremmo chiamarla una donazione genetica o mitocondriale.

Se ne parla da un po’ di tempo e martedì è stato pubblicato un report della “Human Fertilisation and Embryology Authority” (Hfea) commissionato dal governo inglese. La ricerca procede bene e verosimilmente potrebbe essere utilizzata nel giro di un paio d’anni. Ma non mancano gli ostacoli morali e normativi. Gli ostacoli morali sono uguali ovunque, quelli normativi dipendono dai singoli paesi. In Gran Bretagna il no verrebbe dal divieto di modificare il dna. In Italia, lo scorso febbraio, lo scenario era il seguente: “La tecnica, l’unica che può evitare la trasmissione della malattia che è incurabile e spesso letale, in Italia non sarebbe applicabile per la legge 40”.

Pagina99.

sabato 7 aprile 2012

Esistono ancora le mezze stagioni?


Qualche giorno fa Michela Marzano commentava su la Repubblica il ricorso ai test genetici (Quel virus del dubbio che ha contagiato gli uomini).
Di fiducia ce n’è veramente poca in questo momento. Non solo nei confronti della politica e dell’economia, ma anche all’interno delle coppie. Come se il virus del dubbio avesse contagiato veramente tutti, soprattutto gli uomini. Che ormai non sopportano più l’idea di essere stati traditi. E allora cercano in tutti i modi di rassicurarsi. Spiano, controllano, verificano. Fino a quest’assurda moda dei test del Dna per determinare con certezza la propria paternità. Come se essere padri si limitasse a trasmettere un pezzetto di codice genetico. Come se la fiducia, per esistere, avesse bisogno di un’accumulazione di prove irrefutabili… Peccato che siano proprio le persone in cui abbiamo veramente fiducia che hanno poi la possibilità di tradirci. E che fedeltà e tradimento vadano spesso di pari passo. Come spiega il sociologo Georg Simmel, la fiducia è come l’amore: è sempre e solo una "scommessa"; non può che essere un "salto nel buio". È per questo che, in amore, si è vulnerabili. Ci si aspettano tante cose, talvolta "tutto". E che il pensiero del tradimento è quasi intollerabile. Nessun essere umano, però, è affidabile al cento per cento. Chi lo pretende mente, a se stesso o agli altri. Perché il desiderio evolve e si trasforma. E forse l’unico modo per tenerlo acceso è quello di non cedere al fascino discreto del dubbio. Shakespeare lo aveva già detto parlando di Otello: le certezze non esistono e, quando le si cerca in modo ossessivo, finiscono solo col produrre una tragedia.
Un “signora mia” l’avrei aggiunto dopo la prima frase, e forse l’avrei ribadito anche in seguito.
Com’era la fiducia prima, com’era in quel dorato mondo che fu? Chi lo sa, ma la tentazione di immaginare la caduta dei tempi attuali è irresistibile. Ecco il virus della sfiducia invadere le nostre vite, ecco che gli uomini non sopporterebbero più di essere traditi: perché prima lo sopportavano? E poi l’intolleranza al tradimento è una questione di gender? A chi fa piacere essere traditi? Ah, non ci sono più i cornuti d’una volta!
Assurda oppure no la moda dei test del Dna non è valutabile in base al fatto che la paternità non è riducibile al legame genetico. Su questo non c’è dubbio. E poi, soprattutto, è proprio vero: in amore vince chi fugge...

domenica 19 giugno 2011

DNA profiling

It could mark the end of the traditional television sleuth drama. A new device that can identify suspects from DNA left at the scene of a crime in under an hour is set to transform the way police track down criminals.

The portable technology, which is about the same size as piece of airline carry on luggage, uses a rapid form of DNA profiling to produce a genetic fingerprint from blood, saliva and skin cells left at crime scenes.

Without leaving the scene of the crime, the device, which has been developed by forensics experts, can then check the profile against the centrally held National DNA Database to reveal the identity of the criminal responsible in under an hour.

domenica 28 settembre 2008

Ma sicurezza non vuol dire privacy

Astigmatismo
Il dibattito sui dati genetici è vivace quando si parla di un’eventuale discriminazione da parte dei datori di lavoro e delle assicurazioni sanitarie. Sull’uso a scopo investigativo e sulla creazione di una banca dati nazionale del DNA, invece, c’è silenzio. E già questo potrebbe essere preoccupante. Come è preoccupante che il Big Brother Award Italia 2008, sezione “Tecnologia più invasiva”, sia stato assegnato proprio alla banca (abusiva) del DNA del R.I.S. di Parma. La creazione di una banca dei profili del DNA pone non solo la questione dell’informazione genetica e del suo possibile abuso; ma quella delle modalità e delle ragioni per cui si preleva un campione di DNA. Invocare l’annientamento del crimine è pretestuoso – comunque non sufficiente a sgretolare la tutela della riservatezza di ogni cittadino.
Sebbene l’informazione dei profili del DNA di per sé potrebbe non costituire un danno, la prima domanda è se ci si può rifiutare di farsi prelevare un campione di DNA. Tanto più che le informazioni genetiche trascendono il singolo, coinvolgendo tutto il suo gruppo familiare: tutte le persone legate ad un “sospetto” sarebbero esposte ad una intollerabile intrusione.
Per quali ragioni si potrebbe giustificare la violazione di un domicilio tanto privato quale il nostro profilo del DNA?
Come potrebbero essere usate queste informazioni? Le garanzie contro i possibili abusi, offerte dal disegno di legge sulla Banca dati nazionale del DNA, sembrano poco rassicuranti. Come si può giustificare la violazione di un diritto tanto fondamentale quale la tutela dei propri dati personali?
Quale “sicurezza” può spingere a violare l’intimità e la privacy? La sicurezza non può essere ridotta ad un ideale astratto cui sacrificare la vita privata di alcuni cittadini in carne ed ossa. È paradossale invocare un principio per giustificarne la violazione. È una pessima e diffusa abitudine invocare la sicurezza per annientare la libertà e la giustizia.
Le domande sono troppe, e le risposte elusive o assenti.
Colpisce, poi, come l’antiscientismo diffuso in questo caso prenda le sembianze del suo alter ego: la fiducia cieca e smisurata per la dimostrazione assoluta di colpevolezza (la “certezza” della prova) tramite il DNA, ottenuta quasi magicamente – neanche si trattasse di un episodio di CSI, celebre telefilm americano che ha reso famosa la polizia scientifica (e in cui i colpevoli sono sempre incastrati dal DNA!).

l’Unità, 27 settembre 2008

lunedì 21 agosto 2006

Il linguaggio con cui Dio ha creato la vita

Ci è voluto un intero fine settimana per digerire un articolo di Giulio Meotti (Il guru del genoma alla caccia del linguaggio scientifico di Dio, Il Foglio, 19 agosto 2006) su un eroe moderno quale Francis Collins.
Si incomincia con una idilliaca e arcadica ricostruzione dell’infanzia di Francis Collins.

È cresciuto in una “sporca fattoria” di novanta acri della Virginia senza impianto idraulico. Si viveva di lavoro duro nei campi, un teatrino estivo e tanta musica. Figlio di un professore di letteratura attivista sociale e mangiapreti, Francis Collins, istruito a casa dalla madre letterata, aveva di fronte un brillante avvenire come scrittore (a nove anni rielaborò il “Mago di Oz”). I pochi contatti con Dio li teneva attraverso il coro di una chiesa episcopaliana: “I miei genitori mi mandavano in chiesa perché pensavano che fosse un buon posto per imparare musica”.
E poi l’agiografia prosegue con la descrizione delle conversioni (eh sì, non gli bastava una conversione).
Alla fede dice di essere arrivato con la lettura di C. S. Lewis e grazie a un amico che nel 1978 lo accompagnò in una chiesa metodista. “Capii che i miei argomenti contro la fede erano quelli di uno scolaretto. Nel mio ventisettesimo anno divenni un ‘born again’. La fede in Dio è più razionale della miscredenza. Agostino, Tommaso e Lewis hanno spiegato che la fede in Dio è plausibile. La legge morale descritta da Lewis è una caratteristica umana universale”.
Può anche essere che i suoi argomenti contro la fede fossero quelli di uno scolaretto, ma forse solo perché non ne aveva trovati di validi. Gli argomenti di Collins non esauriscono di certo tutti i possibili argomenti (validi) contro la fede (contro la fede come forma di razionalità o come verità scientifica). Il fatto poi che la fede sia più razionale della miscredenza è piuttosto divertente, e guarda caso non supportato da ragioni (perché non ce ne sono? perché sono tanto evidenti da essere superflue?).
Collins era un ateo indefesso prima di una gita alle Cascade Mountains. “La maestosità e la bellezza della creazione di Dio superò la mia resistenza. Come girai l’angolo e vidi una cascata, capii che la ricerca era finita. Il mattino successivo mi inginocchiai quando sorse il sole”. Da allora non è stato più lo stesso. Poi ci fu quella domanda inquietante, rivoltagli da una paziente su un lettino della North Carolina University: “In cosa credi?”. La sua conversione, narrata in un libro degno delle migliori biografie scientifiche, coincise con i momenti più alti della sua carriera.
Sarebbe interessante approfondire il paragone con le migliori biografie scientifiche. In che senso il libro che narra la confessione di Collins sarebbe degno...? Magari dal punto di vista stilistico? Senza dubbio sono belle le Cascade Mountains (vedi foto), ma che fossero addirittura in grado di scatenare tutto ciò chi l’avrebbe immaginato?
“Mi spaventa la visione deterministica della cultura popolare e del vocabolario. Dio può intervenire, sono i miracoli. Il genoma ci dice quali componenti sono necessarie per costruire un organismo che ha le proprietà biologiche di un essere umano a partire dal singolo embrione. Ma la nostra ‘umanità’ è molto più di questo. Sulle grandi domande interessanti, come ‘perché siamo qui?’, o ‘perché gli esseri umani bramano per la spiritualità?’, trovo la scienza insoddisfacente.
La visione deterministica, criticata da moltissimi scienziati che tuttavia non ricorrono ai miracoli, non può costituire la ragione per invocare Dio. Sulle domande cui la scienza non può rispondere ci si può rivolgere altrove, non necessariamente alla divinità.
Quando scopro qualcosa sul genoma umano, faccio l’esperienza di un senso di timore per il mistero della vita e dico a me stesso, ‘wow, solo Dio lo sapeva prima’. È una sensazione bellissima che mi aiuta ad apprezzare Dio. Dio ha reso tutto questo possibile. E la scienza diventa qualcosa di più di una scoperta”.
Non si poteva direttamente domandare a Dio invece di affaticarsi in ricerche complesse e costose e magari destinare quei soldi alla carità? Che fa Dio, ci prende in giro? Si diverte a nasconderci la verità? Come un bambino dispettoso nasconde i giocattoli preferiti?
I suoi eroi sono l’ebreo Maimonide e sant’Agostino, “lo scettico convertito che sentiva la visione evoluzionistica dell’essere umano in accordo con la Genesi. Dio usa il processo dell’evoluzione per creare l’uomo. Il Dio della Bibbia è il Dio del genoma. Può essere venerato nella cattedrale e nel laboratorio. Anche Albert Einstein vide la povertà di una visione del mondo naturalistica. Isaac Newton scrisse più interpretazioni della Bibbia che opere di matematica e fisica”. Luminare della terapia genica, non ha problemi a credere che la resurrezione di Cristo sia “il personale interesse di Dio negli esseri umani”. La musica sacra è l’epifania della natura divina nell’uomo: “Alla morte degli atleti israeliani a Monaco ’72, la Filarmonica di Berlino suonò il lamento in c-minore di Beethoven allo stadio olimpico, mescolando nobiltà e tragedia, vita e morte. Per alcuni attimi fui sollevato dalla visione materialistica in una dimensione spirituale indescrivibile”.
Ben interessante interpretazione dell’evoluzione umana. Dio del genoma? Venerato in laboratorio?
Collins è un argine, nella comunità dei genetisti americani, alla valanga di richieste di sperimentazione umana: “Mi oppongo all’idea di creare embrioni e farci degli esperimenti. Non siamo molto distanti dal periodo di devastante eugenetica del secolo scorso. Quando la tecnologia della diagnosi preimpianto sarà sempre più diffusa andremo incontro a una eugenetica fatta in casa”. A spaventarlo di più è “la precipitosa fuga in avanti del riduzionismo, la corsa febbrile consiste nell’attribuire tutto, persino i tratti della personalità, al Dna”. Durante una conferenza, un giornalista liberal gli chiese: “Crede nella Vergine Maria?”. E lui, senza battere ciglio e magari pensando ai leucociti rispose: “I do”.
1. Riguardo all’eugenetica ci siamo già pronunciati. 2. “La precipitosa fuga in avanti del riduzionismo” non ha come unica alternativa la credenza religiosa. Attribuire ‘tutto’ al DNA è sbagliato, ma contestabile anche sulla base di principi scientifici e razionali (evitando, così, il misticismo e le false credenze). 3. Credere nella Vergine Maria non è una risposta alla questione del riduzionismo e a nessuna altra questione scientifica. È solo una risposta personale (più o meno condivisibile; e comunque non dimostrabile). Perché mai Collins si opponga alla sperimentazione embrionale è lecito solo immaginare. E l’immaginazione rischia di allontanarsi dalle ragioni (ammesso che ve ne siano) date per scontate dal nostro.