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venerdì 5 gennaio 2007

Un passo falso di Dawkins

In un editoriale apparso ieri sul Los Angeles TimesSaddam should have been studied, not executed», 4 gennaio 2007), Richard Dawkins sosteneva che compiere ricerche psicologiche sul dittatore sarebbe stato più vantaggioso che giustiziarlo. A Dawkins ha risposto così lo stesso giorno il paleoantropologo John Hawks («Dawkins advocates experiments on deposed dictators», John Hawks Weblog):

I guess the reason why I am so revulsed is that Dawkins explicitly sets his interest in scientific inquiry above the cause of justice. Dawkins rationalizes this choice in several ways: the research can value society, prevent more mass-murdering dictators from rising to power, provide evidence to convict his own Prime Minister of war crimes, etc. In these rationalizations, he attempts to align his preference (study, not execute) with a “higher” sense of justice – he writes, “These questions are not just academically fascinating but potentially of vital importance to our future.”
I don’t think these rationalizations work. Saddam had minimal, if any, scientific interest – unless I’ve been missing all the valuable studies based on Manuel Noriega’s prison diaries. It’s not like his blood had a serum to cure Ebola.
I’d say that far more important to our future is the value of justice over science. Certainly, many people believe that Saddam’s execution did not serve justice. But scientific value should not be part of that calculation. A society where a curious scientist can play “get out of execution free” cards is hopefully a vestige of regimes like Saddam’s, not part of an “enlightened” future.
Nonostante il tono leggermente sopra le righe, tenderei ad essere d’accordo con Hawks.

domenica 31 dicembre 2006

Frullatori di bambini, Saddam Hussein, Piergiorgio Welby e i cowboys

Per chiudere in bellezza il 2006 ecco una riflessione (opinione, come si legge) di Luca Volontè. Una riflessione che spazia dalla condanna a morte di Saddam Hussein alla sperimentazione embrionale, dalla politica crudele e ipocrita a Piergiorgio Welby, dalle preghierine a Caino e Abele. Ma lascio la parole al nostro, senza tediarvi oltre.

L’opinione
Volonté: «Quante ipocrisie attorno alla morte di un uomo» (Il Tempo, 31 dicembre 2006)

di LUCA VOLONTÈ (asterisco Capogruppo Udc alla Camera)

Appena sono stato raggiunto dalla notizia della impiccagione di Saddam, ho recitato «L’eterno riposo». Nessuno ragionevolmente può dubitare che per me la vita umana non sia sacra, dall’inizio alla fine. Perciò ho contrastato la scelta di Mussi, il silenzio di Prodi e la pavidità del Governo sul settimo Programma Quadro, quel via libera al macello degli embrioni umani, quel frullatore di bambini nei laboratori europei. Per la medesima ragione ho denunciato la strumentalizzazione eutanasica del caso Welby. L’iniziativa lanciata da Casini per i martiri innocenti indonesiani di settembre, calcava quel solco. Povero Saddam, nemmeno ha avuto modo di pentirsi, ma forse... chi puo dirlo? Dio solo lo sa. Tuttavia, molti si sono prodigati in appelli, la gran parte dei quali univoci, solo per Saddam. Questa schizofrenia non la tollero, la quasi totalità dei politici italiani che hanno chiesto la commutazione della pena è in mala fede. Sono coloro che appoggiano la scelta di Mussi, che nulla hanno fatto per bloccare l’omicidio di Stato nei confronti degli innocenti cinesi e indonesiani. I Radicali poi, esprimono il peggio di tutto ciò. Coaudiuvano le azioni per determinare la morte di Welby, esprimono un ministro, Emma Bonino, che si dimentica di sostenere i diritti umani in Cina e Bielorussia, pagano l’ex terrorista D’Elia perché nessuno tocchi Caino. Appunto, agli Abele ci hanno pensato loro con la pratica degli aborti, delle sperimentazioni embrionali. Prodi poi è un caso a sé. Come D’Alema avrebbe potuto intervenire con il premier Indonesiano, invece si è fermato al thè coi biscotti. Critica l’intervento in Iraq degli americani ma vorrebbe che i soldati Usa trattenessero per 30 anni Saddam in prigione, senza considerare i rischi di attentati e rivolte per liberarlo. Già, perché l’unica possibilità per evitare la morte di Saddam sarebbe stata quella di metterlo in prigione, di far controllare il carcere di massima sicurezza da diversi plotoni americani, di costringere di Usa a rimanere in Iraq per molti anni. A questo non pensa nessuno, tanto ormai si trattano gli Usa come gli spazzini del mondo, li si critica ma non si è capaci di creare una alternativa ai loro impulsi, a volte, da cowboys. Forse Prodi e Pannella pensavano di portare Saddam a scontare la pena in Italia? Forse Parisi avrebbe mandato il Battaglione San Marco a difendere la sua prigione? Basta ipocrisie. La vita è sacra, tutte la vite lo sono. Abbiamo festeggiato da qualche giorno la Festa dei Santi martiri innocenti, perché non partire dalla difesa della vita di questi, il cui sangue ci gronda dalle mani ed evitare di iniziare dai tiranni sanguinari. Ha ammazzato più Saddam di Pinochet. Se proprio si vuol dimostrare coerenza, si vuol partire da Saddam, allora da lui in poi cominciamo a difendere tutti gli innocenti, oltre ai colpevoli. Saddam è morto, ogni morte provocata è un danno per l’umanità, un omicidio. Lui era Caino e io prego anche per Abele. Troppi scaldasedie dell’Unione vogliono solo la libertà di Caino, non hanno pregato per lui, né diranno una parola per i martiri cristiani. Troppo comodo!

Saddam Hussein allo specchio

Su Saddam Hussein sono state già scritte migliaia di parole e altrettante ne saranno scritte. Lunghi anni di storia insanguinata e di complicità vergognose.
Come ho già detto, non mi esprimo sulla condanna a morte. Altri meglio di me lo hanno già fatto. Ma sui dettagli, su questo mi soffermo, sugli squarci di un orrore consumato come fosse una soap opera.
Come il sublime, anche l’orrore è nelle piccole cose.
Nella lunga diretta della notte dell’esecuzione Repubblica.it ha riportato alcune notizie davvero raccapriccianti.

05:02 Gb, il ministro degli Esteri: “Saddam Hussein ha pagato”
Margaret Beckett, il ministro degli Esteri del governo di Tony Blair si dichiara “soddisfatta che Saddam Hussein sia stato processato da una corte irachena per almeno una parte dei terrificanti crimini che ha commesso. Adesso ha pagato”. Il ministro Beckett ha però ricordato che “il governo britannico non ha appoggiato e non appoggia la pena di morte né in Iraq né in altri Paesi” si legge nella nota, “ed è favorevole alla sua abolizione, indipendentemente dalle persone implicate o dal crimine commesso. Abbiamo esposto con chiarezza il nostro punto di vista alle autorità irachene, ma rispettiamo la loro decisione che è stata quella di uno Stato sovrano”.

10:57 Impiccato con la corda usata per gli oppositori
Saddam Hussein è stato impiccato con la stessa corda che veniva usata per giustiziare gli oppositori del regime baathista, quando l’ex presidente era al potere. Lo ha rivelato la televisione al Iraqiya.

04:49 La Cnn parla di “Danze attorno al cadavere”
Secondo l’emittente americana che cita testimoni presenti all’esecuzione “si è ballato e cantato per la gioia” attorno al cadavere di Saddam Hussein. L’esecuzione è stata documentata ed esistono sia video che fotografie dichiara inoltre Cnn, citando la televisione statale irachena Iraqiya.

E ancora (14:10 Cameramen: su forca Saddam ha detto: “Iraq senza di me è niente”):
Ali Al Massedy, incaricato di utilizzare la telecamera con cui sono stati ripresi gli ultimi istanti di vita dell’ex dittatore, ha raccontato al settimanale americano Newsweek.
Il cameraman ha ripreso l’impiccagione da un metro di distanza. “È morto all’istante”, ha detto Massedy, aggiungendo che il corpo “si scuoteva”, ma non c’è stato “né sangue, né sputi”.

11:00 Il corpo mostrato ai parenti delle sue vittime
Dopo l’esecuzione il cadavere di Saddam è stato deposto in una cassa e trasferito nella sede del consiglio dei ministri, all’interno della superprotetta zona verde di Bagdad, dove è stato mostrato tra gli altri ad alcuni parenti delle vittime del regime e a testimoni che hanno deposto al processo conclusosi con la condanna a morte.

Se ci fosse stato uno specchio, quanti hanno sostenuto la condanna a morte e gioito al grido “giustizia è stata fatta” si sarebbero accorti di assomigliare al condannato. Perché sono diventati come lui. E a differenza di quanti hanno subito sulla propria pelle la devastazione e la morte, i politici e gli uomini di potere non hanno nessuna attenuante.

venerdì 29 dicembre 2006

Eutanasia di un tiranno

Anche la condanna a morte di Saddam Hussein offre l’occasione per parlare di Piergiorgio Welby. Anche Magdi Allam (L’Italia unita per la vita di Saddam, Il Corriere della Sera, 29 dicembre 2006) si addentra nei meandri etici e nell’oscurità dell’animo umano.
Non voglio pronunciami sulla condanna a morte, non l’ho fatto finora per varie ragioni e non lo farò ora.
Ma sulle considerazioni di Allam.
Amara e verosimile quella iniziale: Saddam Hussein ha raccolto intorno a sé l’Italia quasi al completo, come una vecchia nonna circondata dai nipotini (“una rara opportunità, visto che i mondiali di calcio saranno tra 4 anni, di rinsaldare l’unità nazionale”). Continua Allam: “Non si era mai visto un fronte così ampio e compatto di italiani a difesa della sacralità della vita di Saddam”. La condanna della condanna a morte (mi perdonerete il pasticcio) di Hussein non è motivata dalla sacralità della vita, almeno non nella maggioranza dei casi. Ci sarà pure qualcuno che ricicla l’arma brandita in altre circostanze (legge 40, aborto, sperimentazione embrionale) nel caso di Hussein, ma non è senza dubbio la ragione principale. La pena di morte (e non la pena di morte per Saddam Hussein) è considerata una ‘soluzione’ inammissibile moralmente, una contraddizione rispetto all’intento riabilitativo e rieducativo dell’incarcerazione, oltre che un deterrente inutile.
Gli esempi che poi elenca Magdi Allam per dimostrare l’assurdità della difesa (esclusivamente indirizzata) al dittatore sono indubbiamente agghiaccianti, ma non centrano il bersaglio. Sono argomenti emotivi (e che senza dubbio colpiscono allo stomaco) ma non razionali, non pertinenti.
Perché difendere Hussein e non difendere le vittime predestinate dei burattinai del terrore? Perché non c’è stata nessuna manifestazione in occasione dell’assurda condanna dei 6 della Libia? Perché non ci si scompone quando “il regime saudita o quello iraniano che regolarmente danno in pasto alla loro gente lo spettacolo pubblico della decapitazione o impiccagione dei trasgressori della morale islamica?”.
Domande scomode e drammatiche, ma fuori tema. È un po’ come quando la maestra ci beccava a copiare e ci annullava il compito in classe, e la nostra difesa prendeva le sembianze di una rivendicazione che voleva cancellare la nostra responsabilità, a metà tra giustiziere e vittima: “ma anche lui copiava!”.
Ma l’analogia più sballata deve ancora arrivare e ha dell’incredibile, per fare uso di uno splendido eufemismo.

Se così fosse, come mai — passando in ambito strettamente etico — il valore supremo della sacralità della vita dovrebbe valere nel caso di Saddam, mentre viene violato nel caso di Piergiorgio Welby? Come è possibile che coloro che hanno immaginato che l’esistenza di una persona più che vitale potesse essere sacrificata per accreditare il diritto all’eutanasia, siano gli stessi che ora difendono il diritto alla vita di un tiranno che per 35 anni ha esercitato l’eutanasia forzata nei confronti di un milione di iracheni?
Welby e Hussein: a questo ancora non ci eravamo arrivati. Forse Allam si sarebbe potuto rispondere da solo. E la prima risposta sarebbe stata: beh, certo, una prima forse insignificante differenza si chiama volontà o libertà personale o autodeterminazione (Saddam non vuole morire e addirittura si dichiara un martire, Welby voleva morire). Un desiderio individuale contro una imposizione di Stato.
Poi forse, potrebbe continuare Allam, non mi sono informato a fondo sulle condizioni di Welby (che significa vitale, perché avrò scelto questo aggettivo? Sì certo, Welby è vivo, ma ha spiegato in modo semplice e inequivocabile la differenza tra vita biologica e vita intesa pienamente, tra sopravvivenza e vita, tra tortura e sofferenza). Infine, dovrebbe riflettere Allam, forse ho esagerato a parlare di sacrificio, mi sono lasciato prendere la mano. Ho giocato troppo con le parole: già sostenere che Welby sia stato strumentalizzato per affermare un diritto è discutibile, ma il sacrificio è davvero troppo.
Come è troppo l’eutanasia forzata: è già abbastanza confusa e sporcata la discussione sull’eutanasia, perché aggiungere altro fango? Eutanasia forzata. Certo suona bene (suonerà bene ma che c’entra?). E poi richiama la morte pietosa del nazionalsocialismo, fa proprio una bella figura in chiusura del mio articolo.

(Osceno, tutto questo è osceno – non mi servono altre parole).