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domenica 21 ottobre 2007

Un solo embrione anche per chi ha più di 35 anni

La fecondazione in vitro ha, in media, tassi di riuscita non molto elevati: un embrione creato con questa tecnica non si impianta facilmente nell’utero, e la procedura deve perciò spesso essere ripetuta, con moltiplicazione dei costi e dei disagi. Per ovviare a questo problema si può trasferire in utero più di un embrione contemporaneamente, aumentando la probabiltà di ottenere una gravidanza, ma anche che questa sia gemellare o plurigemellare, con gravi rischi per la salute e la vita dei concepiti e della donna. Si è tentato dunque di aumentare le percentuali di attecchimento del singolo embrione; una tecnica che ha conosciuto un buon successo consiste nel rimandare l’impianto allo stadio embrionale della blastocisti, che inizia cinque giorni dopo il concepimento (normalmente si impiantano invece embrioni che sono rimasti nella provetta solo tre giorni). Di conseguenza, in molti paesi le linee guida che regolano la materia raccomandano ormai ove possibile il trasferimento di un singolo embrione; una delle limitazioni più importanti riguarda l’età della paziente, che fino ad oggi non doveva superare i 35 anni – anche se la maggioranza delle donne che ricorrono alla fecondazione in vitro supera purtroppo questo limite.
Ma adesso un gruppo di ricerca guidato da Amin Milki della Stanford University ha dimostrato che anche in un gruppo selezionato di donne di età superiore a 35 anni è possibile ottenere con il trasferimento singolo di blastocisti tassi di gravidanza lusinghieri, addirittura superiori al 50%, a fronte di una media americana del 25% per pazienti della stessa età ma non selezionate (L. B. Davis et al., «Elective single blastocyst transfer in women older than 35», Fertility and Sterility, 2007).

La tecnica del trasferimento unico ha attirato da noi l’attenzione degli integralisti e dei loro alleati, che hanno visto in essa una conferma della bontà della legge 40/2004 sulla procreazione assistita. Com’è noto, uno dei punti più controversi della legge riguarda la proibizione di fecondare più di tre ovociti per procedura (art. 14 comma 2); in precedenza, invece, non esisteva un limite, ed eventuali embrioni in sovrannumero potevano venire congelati. Dicono allora gli integralisti: le tecniche all’avanguardia prevedono ormai l’impianto di un solo embrione (o comunque di un numero limitato di embrioni), con una buona probabilità di successo; non è dunque più necessario crearne un gran numero, e la legge 40 non ha bisogno di essere cambiata.
Dov’è l’inganno? Quello che viene sistematicamente taciuto è che la tecnica del trasferimento unico funziona proprio perché prevede la selezione degli embrioni migliori – che verranno impiantati – fra un grande numero di embrioni ottenuti. Nei casi riportati da Amin Milki il criterio di selezione è stato appunto quello di impiantare un singolo embrione soltanto alle donne che avevano prodotto embrioni di qualità elevata. Nello studio che ha dimostrato la superiorità dell’impianto della singola blastocisti si afferma (Evangelos G. Papanikolaou et al., «In Vitro Fertilization with Single Blastocyst-Stage versus Single Cleavage-Stage Embryos», New England Journal of Medicine 354, 2006, pp. 1139-46, a p. 1140):

Lo svantaggio principale di trasferire l’embrione all’età di tre giorni invece che a cinque è che i criteri morfologici che si usano per la selezione embrionaria al terzo giorno sono estremamente soggettivi, e riflettono con minore accuratezza la qualità genetica (cioè il numero corretto di cromosomi) degli embrioni rispetto ai criteri usati al quinto giorno.
Esistono altre tecniche per aumentare il tasso di impianto, oltre a quella del trasferimento della blastocisti, ma praticamente tutte si basano sulla selezione degli embrioni migliori. Una procedura, per esempio, precede il trasferimento di un embrione singolo di tre giorni di buona qualità, seguito (in caso di insuccesso) da quello di un embrione congelato con le stesse caratteristiche: la percentuale di impianti coronati da successo si alza, senza sottoporre le pazienti a nuove stimolazioni ormonali (A. Thurin et al., «Elective single-embryo transfer versus double-embryo transfer in in vitro fertilization», New England Journal of Medicine 351, 2004, pp. 2392-402).
In Italia non si può effettuare invece nessuna selezione embrionaria: primo, perché la legge sembra proibirla (dico «sembra» a causa della coraggiosa interpretazione della legge proposta dal giudice Maria Grazia Cabitza, che ha aperto un varco in questo senso – e che è infatti è stata subito sottoposta a un vero e proprio linciaggio morale dagli integralisti), e secondo perché il numero di embrioni su cui effettuarla (tre al massimo) sarebbe in ogni caso troppo piccolo. In queste condizioni, se si procedesse all’impianto di un solo embrione la percentuale di successo sarebbe miserabilmente bassa.

Gli integralisti rispondono a queste obiezioni sostenendo che analoghe indagini possono essere svolte sugli ovociti. Per la verità, la legge 40 sembrerebbe proibire anche questa pratica, visto che all’articolo 13, comma 3b, vieta «ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti»; ma ammettiamo pure, per amore di discussione, che tale divieto non esista o che si riferisca a qualche altra cosa. Per prima cosa, va notato che le indagini sugli ovociti non sono morfologiche, come quelle che abbiamo passato in rassegna qui sopra, ma genetiche: le analisi morfologiche degli ovociti sono ancora troppo incerte per fornire risultati attendibili. Si preferisce quindi prelevare il cosiddetto primo globulo polare (o corpo polare), un corpuscolo emesso dall’ovocita in maturazione che contiene una copia di tutti i suoi cromosomi, e effettuarne la biopsia. In questo modo è possibile rilevare indirettamente eventuali difetti genetici dell’ovocita, in particolare lo stato di aneuploidia, cioè qualsiasi cambiamento nel numero dei cromosomi, che devono essere esattamente 46, o più esattamente 23 paia (nella trisomia, per esempio, si hanno tre copie di un dato cromosoma invece di due). È proprio l’aneuploidia la causa di buona parte dei mancati impianti dell’embrione nell’utero.
Tutto bene, dunque? No. Di nuovo, gli integralisti ci tengono nascoste informazioni chiave. Una buona parte delle aneuploidie, infatti, si producono nell’ovocita dopo l’espulsione del primo globulo polare; altre sono presenti nello spermatozoo, e altre ancora si producono nell’embrione dopo la fecondazione. Per individuare queste anomalie si deve ricorrere alla biopsia di una delle cellule dell’embrione; questa tecnica sarà dunque sempre molto più efficiente della biopsia del primo globulo polare – anche perché a differenza di quest’ultima consente la ripetizione dell’esame su un’altra cellula se ci sono incertezze nel risultato – ma gli integralisti non permetteranno mai che venga adottata, visto che comporta di nuovo la selezione degli embrioni. Esistono comunque ancora incertezze sulla sua efficienza assoluta (e a maggior ragione sull’efficienza della biopsia del globulo polare) nel favorire l’impianto dell’embrione, anche in ragione dei costi assai elevati di una biopsia (Brendan Maher, «Embryo screening “doesn’t improve” pregnancy success», Nature News, 17 ottobre 2007). Per adesso, la selezione morfologica degli embrioni sembra ancora l’unica via aperta per rendere fattibile il trasferimento di un singolo embrione.

giovedì 21 giugno 2007

1 embrione invece di 3

Le tecniche riproduttive comportano un rischio di gravidanze plurime. Pericolose per la salute della madre e degli embrioni, dipendono dall’impianto di più di un embrione nell’utero materno. L’incidenza è di circa il 25% dei trattamenti contro l’infertilità. Solo in Inghilterra sono morti 126 bambini che sarebbero vissuti nel caso di una gravidanza singola. Il trasferimento di più di un embrione è finalizzato ad aumentare le possibilità di avviare una gravidanza. Ma secondo una ricerca di Yacoub Khalaf, del Guy Hospital di Londra, aspettare che l’embrione si sviluppi fino a diventare blastocisti (5 giorni invece che 3) garantirebbe una percentuale di successo elevata, evitando di correre il rischio di gravidanza plurime. In un colpo solo verrebbe abbattuta la credenza che impiantando un solo embrione non si abbiano molte possibilità di avviare una gravidanza e il rischio di nascite premature e di neonati gravemente sottopeso.
Addirittura lo Human Fertilisation and Embryology Authority sta valutando se intraprendere azioni disciplinari contro quei centri in cui le gravidanze multiple occorrano in oltre il 10% delle fecondazioni artificiali.
E in Italia? La legge 40 impone di trasferire 3 embrioni, non importa la costituzione della donna, il suo stato di salute e la sua età. È la legge, e non il medico, a decidere. Suscita poi una certa perplessità la ritrosia da parte delle istituzioni di comunicare i dati del registro sulla PMA, che verosimilmente stonerebbero con il tentativo di convincere che la legge 40 sia una buona legge e che non abbia causato danni superflui ed evitabili.

(Oggi su E Polis con il titolo Questa legge che non tutela donne e salute)

martedì 19 settembre 2006

1 solo embrione impiantato

WOMEN having fertility treatment may soon have just one embryo implanted, in an attempt to reduce costly twin births.
Couples having IVF are currently limited to two embryos being transferred at a time in women aged under 40, or three for older patients.
But the Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA) is to launch a consultation on transferring a single embryo per cycle of treatment. The authority will receive a report, chaired by Professor Peter Braude, next month before debating the issue.
The report is expected to highlight the costs and complications to both mother and baby associated with twin births.
But patient groups said that if twin births were to be prevented, more funding needed to be made available so that women could have more NHS cycles of IVF.
The number of twins born has doubled since IVF began in the late 1970s. About one in four sets of twins in the UK is now the result of fertility treatment.
Professor Siladitya Bhattacharya, a fertility expert at Aberdeen University, said that some clinics in Scotland were already using just single-embryo transfers in patients.
He said that in many young women who were “twin prone”, transferring just one embryo did not reduce the success rate.
“We do need to reduce twin births, not just because of the risks to the babies but also to the mothers having Caesareans. Twins are five times more likely to suffer cerebral palsy and 50 per cent are born prematurely. There are also the implications for NHS resources.”
Dr Bhattacharya said a shortage of special-care beds for these babies could mean that one was cared for in Aberdeen while the other was sent to Newcastle.
John Paul Maytum, from the HFEA, said it was waiting to see the full report from the expert group before making any decisions on how it could reduce multiple births.
But he said the issue needed to be dealt with due to the high risk of complications and the “small fortune” twin births were costing the NHS.
“We need to come up with something that is workable,” Mr Maytum said.
“There is a lot of anxiety among patients about this, with the belief that if you have just one embryo, there is less chance of success and you will have to go through it again.”
Sheena Young, of Infertility Network UK in Scotland, agreed that, in future, twin births did need to be reduced. She said, however, this would mean it was even more important that funding was put into the NHS provision of IVF.
“The money needs to be there so that couples can have three cycles on the NHS for their best chance of success,” she said. “If that is not there, they will not support single-embryo transfers.”
She said that while NHS funding of IVF was better in Scotland than the rest of the UK, there were still regional variations.
In Grampian, for example, there is a waiting list of four-and-a-half years for treatment. And while Lanarkshire patients can have three NHS cycles, in Glasgow they are limited to two.
IVF: Women facing new NHS limits of one embryo, Scotsman, 18 settembre 2006.

Così invece la legge 40: Articolo 14, 2: Le tecniche di produzione degli embrioni, tenuto conto dell’evoluzione tecnico-scientifica e di quanto previsto dall’articolo 7, comma 3, non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre.

Senza distinzione di età o di corporatura. Come il 6 politico...

giovedì 13 luglio 2006

Chi è farlocca?

Oggi un consigliere dell’Associazione Luca Coscioni risponde all’articolo sul sito dell’Associazione: secondo lui il pezzo è di fatto una critica alla legge 40, perché – sempre secondo lui – si può impiantare un solo embrione alla volta solo se se ne producono molti (tutti quelli possibili) scegliendo il migliore e congelandone i rimanenti. Secondo lui nella foga di voler sostenere la legge 40, non mi sarei documentata abbastanza. Premettiamo che l’Associazione Luca Coscioni si è sempre distinta per l’informazione farlocca (uso una parola gentile) che è andata propinando in tutta la campagna referendaria – e non solo.
Parola di Assuntina Morresi.

Strano commento per una manipolatrice incallita di informazioni; strano davvero. Ma d’altra parte si firma «Stranacristiana», ci sarà pure un motivo.
Qui la risposta di Domenico Danza a cui si riferisce.

martedì 27 giugno 2006

Fecondazione in vitro: qualche numero

Al convegno della European Society of Human Reproduction and Embryology, a Praga, sono state presentate alcune statistiche sulla fecondazione in vitro nel mondo, fornite dallo International Committee for Monitoring Assisted Reproductive Technologies (ICMART). Dal 1978 sono nati con le varie tecniche di procreazione assistita più di tre milioni di bambini. Ogni anno si stima che ne nascano 200.000, su un milione circa di cicli di fecondazione assistita. La Danimarca è il paese al mondo in cui è più alta la percentuale di nascite da fecondazione in vitro (3,9%) sul totale di tutte le nascite. Si nota una tendenza crescente ad impiantare in utero un solo embrione alla volta, con il conseguente declino delle gravidanze gemellari e plurigemellari (Kirsty Horsey, «Three million IVF babies born worldwide», BioNews, 27 giugno 2006).

lunedì 5 giugno 2006

Uno basta

Segnalo un commento di William L. Ledger («The burden of multiple pregnancies after IVF treatment», BioNews, 4 giugno 2006) sulla desiderabilità di adottare anche nel Regno Unito il trasferimento in utero di un embrione singolo come opzione di base nella fecondazione in vitro, come già succede in altri paesi europei.

giovedì 16 marzo 2006

Uno di cinque

Secondo uno studio belga, pubblicato sul New England Journal of Medicine (Evangelos G. Papanikolaou et al., «In Vitro Fertilization with Single Blastocyst-Stage versus Single Cleavage-Stage Embryos», con un commento di Laura A. Schieve, «The Promise of Single-Embryo Transfer», 354, 2006, rispettivamente alle pp. 1139-46 e 1190-93), trasferire un singolo embrione allo stadio di blastocisti – cioè al quinto giorno dalla fecondazione – ha determinato una maggiore percentuale di successi (33% contro 23%) rispetto al trasferimento di un singolo embrione di soli tre giorni, in un gruppo di donne di età inferiore a 36 anni. Questa innovazione potrebbe contribuire a risolvere il problema delle gravidanze multiple, anche se appare al momento problematica la sua applicazione a donne di età maggiore rispetto a quelle dello studio; rimangono inoltre ancora da verificare eventuali effetti sull’embrione (fonte: BioNews).
Inutile aggiungere che la procedura implica quasi obbligatoriamente la possibilità di congelare gli embrioni, cioè l’esistenza di una legge sulla PMA ragionevole...