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venerdì 9 settembre 2011

Francesco Agnoli perde la Bussola

È la crema (qualcuno – non io – potrebbe dire: la schiuma) dell’integralismo italiano quella che trova ospitalità nella Bussola Quotidiana, «quotidiano cattolico di opinione online». Così, per esempio, nel numero di oggi Massimo Introvigne ci spiega perché sia stata buona e giusta la censura operata dalla Rai, che ha omesso di mandare in onda l’episodio di una serie televisiva in cui veniva rappresentato un matrimonio tra omosessuali («Suore e gay, un ciclone alla RAI», 9 settembre 2011). Sempre nel numero di oggi, una vecchia conoscenza dei lettori di Bioetica, Francesco Agnoli, illustra in un articolo gli «inganni e danni collaterali» della fecondazione eterologa. Scrive Agnoli (corsivi miei):

La fecondazione eterologa prevede che una donna venda i suoi ovuli che serviranno ad un’altra al fine di concepire. […]
La prima domanda da porsi è questa: cosa accade alla venditrice? Si tratta di una vendita qualsiasi, come quella di un oggetto esterno, che non è parte della persona, o di qualcosa di profondamente diverso?

Sembra inevitabile rispondere nel secondo modo. Infatti la venditrice viene sottoposta ad una iperstimolazione ovarica particolarmente violenta, cioè viene bombardata di ormoni al fine di produrre non un ovulo, come avverrebbe in natura, ma molti di più (a seconda dell’etica e delle previsioni del medico). Sentiamo a tal proposito cosa può provocare la iperstimolazione ovarica dalle parole di un esperto come il dottor Carlo Flamigni, noto per la sua apertura alle pratiche di procreazione medicalmente assistita (PMA). Flamigni, nel suo “La procreazione assistita” (il Mulino, 2002), afferma che l’iperstimolazione ovarica sulla donna, preliminare a qualsiasi operazione di PMA, è “una sindrome pericolosa persino per la vita” (p. 29), “una complicanza abbastanza pericolosa” (p. 36). Infatti “l’ovaio cresce in modo anomalo fino a raggiungere un volume pari a quello di un grosso melone. Successivamente, e soprattutto se l’iperstimolazione è grave, si forma un’ascite e compaiono raccolte di liquido nelle cavità pleuriche e nel pericardio. Il sangue si ispessisce e perde proteine e la funzionalità renale diminuisce pericolosamente. A causa di grossolane anomalie della coagulazione si possono determinare trombosi e tromboflebiti, talché esiste addirittura un rischio di vita nei casi più sfortunati” (p. 63-64).
Anche il lettore completamente all’oscuro delle tecniche di procreazione medicalmente assistita non può fare a meno di notare una stranezza in questo brano: com’è possibile venire sottoposti a una «complicanza» o a una «sindrome»? E com’è possibile definire una «complicanza» qualcosa che sarebbe «preliminare a qualsiasi operazione di PMA»?
Il fatto è che, contrariamente a quanto crede Agnoli (con molta tenacia, visto che scriveva le stesse identiche cose già anni fa: «Il rischio tumore per le donne che accedono alla fiv», Libertà e Persona, 19 luglio 2009), «preliminare a qualsiasi operazione di PMA» non è l’iperstimolazione ovarica, ma semplicemente la stimolazione ovarica; l’iperstimolazione è appunto una complicanza che può far seguito a questa procedura – per fortuna sempre più raramente: nella seconda edizione del libro citato da Agnoli (2011, p. 64), Carlo Flamigni scrive che «oggi questo tipo di complicazione sta diventando sempre più raro (0,45% in italia nel 2008), a testimonianza di un continuo miglioramento complessivo delle tecniche».
Come è stato possibile per Agnoli confondere stimolazione con iperstimolazione, visto che la distinzione è chiarissima nel libro di Flamigni che cita (e nella stragrande maggioranza dei testi di informazione elementare sull’argomento)? La risposta potrebbe stare nel fatto che nella letteratura medica si trova talvolta usata l’espressione «iperstimolazione ovarica» (o «iperstimolazione ovarica controllata») per indicare non la sindrome ma la procedura di stimolazione dell’ovulazione. È un uso disorientante, e perciò abbastanza raro, che può forse spiegare lo svarione di Agnoli – ma che comunque non lo condona: la stimolazione rimane ovviamente cosa del tutto diversa dalla complicanza, anche se qualcuno le chiama con lo stesso nome.

Un po’ più difficile spiegare con un equivoco quello che Agnoli scrive di seguito al passo citato sopra:
A ciò si può aggiungere che l’iperstimolazione in vista della PMA comporta anche un rischio tumore, ai genitali o alle mammelle, magari nel lungo periodo (“Le Scienze”, Settembre 2004).
Andiamo dunque a cercarci l’articolo delle Scienze; si tratta di «Sterili per legge», di Nora Frontali e Flavia Zucco (Le Scienze n. 433, settembre 2004, pp. 58-63). A p. 62 leggiamo (corsivi miei):
Per accertare gli effetti a lungo termine è invece necessario seguire le donne per molti anni dopo il parto. Studi simili sono stati intrapresi, ma non hanno prodotto ancora conclusioni certe: si sospetta infatti che l’intenso trattamento con ormoni a cui sono sottoposte le donne per il prelievo degli ovociti possa provocare un aumento di tumori del tratto genitale o della mammella. Uno studio su larga scala condotto in Olanda a 5-8 anni dalla gravidanza non ha però rilevato alcun aumento del rischio di cancro della mammella o dell’ovaio in donne che erano state sottoposte a FIVET, a confronto con donne subfertili che non avevano ricevuto il trattamento.
Mi astengo da qualsiasi commento, lasciando le conclusioni al lettore. Aggiungo solo che appena sopra il passo citato, le due autrici delle Scienze notano che
poiché la crioconservazione degli embrioni non è considerata ammissibile dalla nuova Legge [n. 40/2004], la donna sarà costretta [a] ripetere ogni volta il trattamento ormonale, rischiando nuovamente la sindrome da iperstimolazione ovarica e gli altri disturbi.
Si tratta della stessa legge che Agnoli magnifica per aver ridotto le complicanze... (fortunatamente, la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la drastica limitazione che la legge 40 imponeva al numero di embrioni da crioconservare ha riportato le cose a posto).
Quanto al (molto ipotetico) rischio di contrarre il cancro in seguito all’applicazione delle tecniche di PMA, l’articolo più recente in materia è tranquillizzante (anche se non chiude ovviamente la questione): B. Källén e colleghi dell’Università di Lund hanno studiato un ampio campione di donne svedesi che si sono sottoposte alla fecondazione in vitro («Malignancies among women who gave birth after in vitro fertilization», Human Reproduction 26, 2011, pp. 253-58). Queste donne mostrano sì un rischio più alto di cancro rispetto alle donne del campione di controllo, specialmente per il tumore alle ovaie, ma prima di praticare la FIV; questo si spiega con il fatto che la malattia o la chemioterapia rendono spesso la donna sterile. Dopo la FIV, il rischio appare inferiore rispetto alle donne della popolazione generale che abbiano avuto un figlio, grazie soprattutto alla diminuzione del cancro al seno e alla cervice dell’utero (gli autori, prudentemente, ascrivono questo fenomeno un po’ sorprendente allo screening intensificato in queste donne, che può portare a eradicare all’esordio forme precancerose). Il rischio di cancro alle ovaie è ancora maggiore che nel campione di controllo, ma minore del rischio precedente alla FIV. Chissà se Francesco Agnoli parlerà mai di questo studio – e in quali termini...

Se la Bussola Quotidiana selezionasse con più cura gli autori, farebbe un favore ai propri lettori, e anche a se stessa. Ma non accadrà.

venerdì 15 ottobre 2010

Un convegno sul Nobel

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO
MASTER IN BIOETICA ED ETICA APPLICATA

Convegno
SALA LAUREE DELLA FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA
PALAZZO NUOVO, VIA SANT’OTTAVIO 20, TORINO

VENERDÌ 22 OTTOBRE 2010, ORE 10:00-13:00

IL NOBEL PER LA MEDICINA A BOB EDWARDS:
CIVILTÀ O IDEOLOGIA?

A 32 anni dalla nascita di Louise Brown, il primo essere umano nato per fecondazione in vitro, è stato conferito il Nobel per la medicina a Bob Edwards, l’ideatore della nuova tecnica. La decisione ha suscitato polemiche di vario tipo. Diventa importante che in università si discuta del tema e si approfondisca la questione. Il Master in Bioetica ed Etica Applicata della Facoltà di Lettere e Filosofia organizza un momento di riflessione a più voci. C’è infatti chi ritiene che il premio assegnato sia il riconoscimento dato ad un avanzamento di civiltà, e chi invece lo vede come una mossa ideologica fatta con intenti polemici verso chi si oppone alla fecondazione assistita e alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, tecniche ritenute ancora controverse.

Presiede: Enrico Pasini (Facoltà di Lettere e Filosofia)
Ore 10:00 Apertura dei lavori.

Ore 10.15: Aldo Fasolo (Facoltà di Scienze Mfn);
Il Nobel a Edwards è in linea con la tradizione o no? Il punto di vista del biologo.

Ore 10.30: Maurizio Mori (Facoltà di Lettere e Filosofia);
Il Nobel a Edwards è il sigillo che la fecondazione assistita è un avanzamento di civiltà.

Ore 10.45: Giorgio Palestro (Facoltà di Medicina);
Motivi di perplessità sul Nobel a Edwards: luci e ombre del suo contributo alla scienza.

Ore 11.00: Luca Savarino (Commissione per i problemi etici della Tavola valdese);
I valdesi e l’assegnazione del Nobel a Edwards: una proposta per la riflessione.

Ore 11.15: Discussione col pubblico

Ore 11.50: repliche dei relatori

Ore 12.30: Enrico Pasini
Conclusione dei lavori


Segreteria scientifica: Maurizio Mori e Andrea Poma

mercoledì 6 ottobre 2010

Un divieto assurdo che sta per cadere

Sono passate poche ore dalla notizia che il divieto di fecondazione eterologa è arrivato alla Corte Costituzionale: come ci si poteva aspettare si sono scatenati i commenti più insensati e del tutto fantasiosi.
Lasciamo da parte l’isterismo e concentriamoci sul significato e sulla portata della notizia seguendo la scheda tecnica riguardante l’ordinanza del Tribunale di Firenze del primo settembre 2010 che ha sollevato la questione di costituzionalità.
Che significa? Che il divieto a ricorrere alla fecondazione eterologa previsto dall’articolo 4 della legge 40 è contrario ai principi costituzionali. Tutti dovrebbero saperlo ma corriamo il rischio di essere superflui: la fecondazione eterologa è il ricorso a un gamete maschile e femminile donato alla coppia (almeno in Italia perché la legge 40 permette di accedere alle tecniche soltanto alle coppie e non alle persone singole).

La legge 40 è stata già pesantemente attaccata dalla Corte: due anni fa era stato sempre il Tribunale di Firenze ad avviare quel processo che ha portato alla dichiarazione di incostituzionalità l’articolo 14, ovvero l’obbligo di impianto contemporaneo degli embrioni prodotti, e ha aperto la strada alla crioconservazione - vietata dalla legge 40 se non in casi eccezionali ma ambigui (comma 3 dell’articolo 14: “Qualora il trasferimento nell’utero degli embrioni non risulti possibile per grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione è consentita la crioconservazione degli embrioni stessi fino alla data del trasferimento, da realizzare non appena possibile”).
Oggi il colpo è ancora più duro: “per la prima volta nel nostro Paese un giudice ordinario ritiene costituzionalmente illegittimo il divieto di procreazione assistita di tipo eterologo previsto dall’art. 4 l. 40/04, sospende il processo e rimette gli atti alla Corte.
Lo spunto è offerto da una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dell’aprile scorso che ha dato ragione a due coppie austriache che chiedevano di effettuare la PMA eterologa vietata dalla legge statale condannando lo Stato Austriaco oltre che al risarcimento dei danni alla necessità di eliminare tale illegittimo divieto dal sistema”.

Seguiamo la struttura dell’ordinanza attuale. Le premesse sono le seguenti: la condizione di sterilità assoluta e quindi l’impossibilità di riprodursi senza ricorrere a materiale genetico altrui; il carattere discriminatorio del divieto di accedere alle tecniche riproduttive per chi è sterile in modo assoluto; messa in discussione dei presunti diritti di discendenza genetica del nascituro e del suo diritto di essere informato, diritti che comunque vanno bilanciati con quelli alla riproduzione e alla costituzione di una famiglia; il riconoscimento che il diritto del minore di conoscere le proprie origini genetiche deve essere bilanciato con il diritto all’anonimato del donatore (proprio come accade nei casi di adozione).
Il fatto: una coppia sposata dal 2004 in cui l’uomo è affetto da azoospermia severa a causa di cure risalenti all’infanzia. È impossibile per lui avere un figlio se non ricorrendo al gamete di un donatore. In Italia ormai c’è la legge 40 e la coppia va all’estero. I tentativi sono onerosi sia economicamente che emotivamente. Quando la coppia viene a sapere della condanna austriaca si rivolge al centro Demetra di Firenze chiedendo di poter accedere alla fecondazione eterologa. Il centro si rifiuta. La coppia allora si rivolge alla Associazione Coscioni e viene assistita dagli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini. La difesa chiede che il Tribunale di Firenze dichiari il diritto dei ricorrenti a: ricorrere alla fecondazione eterologa; utilizzare materiale genetico di un donatore anonimo; sottoporsi a un ciclo riproduttivo adeguato a garantire maggiori possibilità di successo possibile e disporre eventualmente la crioconservazione degli embrioni prodotti.

“In ogni caso, ritenuta la portata della pronuncia della Corte Europea quale canone ermeneutico generale con valore sub-costituzionale, disapplicare l’art. 4 c. 3 L. 40/04 per contrasto con gli artt. 8 e 14 della CEDU, per l’effetto dichiarare il diritto dei ricorrenti come formulato supra, e sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 c. 3 L. 40/04 per contrasto con l’art. 11 e 117 Cost. e 2,3,13,32 Cost.”.
Il giudice ritiene fondate le richieste e rimette gli atti alla Corte costituzionale.
Per prevenire eventuali critiche riportiamo la motivazione e il dispositivo della ordinanza.
“Il giudice accogliendo le motivazioni [...] ritiene di condividere le motivazioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nella Sentenza 1 aprile 2010 pronunciata contro l’Austria rilevante, in punto di diritto, anche per il nostro ordinamento. In particolare: premesso che, come confermato dalla Sentenza Corte cost. 311/2009 in caso di contrasto tra norma interna e norma della Convenzione europea il giudice nazionale comune deve procedere ad una interpretazione della prima conforme a quella convenzionale. Quando l’eventuale contrasto non sia componibile in via d’interpretazione deve sollevare questione di legittimità costituzionale innanzi alla Consulta.
Nel caso di specie secondo il Giudice europeo e il Tribunale di Firenze il divieto di fecondazione eterologa risulta, illegittimo, irragionevole e discriminatorio per le seguenti ragioni. A) pur non essendovi l’obbligo per gli Stati di adottare una legislazione in materia di PMA ove questa vi sia la sua disciplina dovrà essere coerente in modo da prevedere una adeguata considerazione dei differenti interessi legittimi coinvolti; B) il divieto assoluto di PMA eterologa configura una sproporzione fini-mezzi posto che esso non rappresenta l’unico modo per evitare il rischio di sfruttamento delle donne, di abuso delle tecniche, di realizzazioni di parentele atipiche configuardosi la scelta priva di giustificazioni ragionevoli; C) l’obiettivo di mantenere una certezza in materia di diritto di famiglia deve considerare che rapporti familiari atipici (non basati sulla discendenza biologica, come l’adozione) già sono ampiamente praticati con la conseguenza che l’ipotesi in esame dovrebbe considerarsi ex se del tutto lecita; D) il diritto del bambino a conoscere la sua discendenza biologica non è un diritto assoluto, dovendo essere contemperato con altri interessi pubblici e privati coinvolti (diritto alla procreazione, diritto all’anonimato del donatore etc) anche attinenti alla privatezza della propria vita familiare (art. 8 CEDU e art. 2 e 30 Cost); E) è evidente l’effetto discriminatorio che il divieto assoluto è idoneo ad introdurre tra coppie affette da problematiche di sterilità/infertilità medicalmente superabili e soggetti affetti da sterilità assoluta (art. 14 CEDU e art. 3 Cost)”.

Da quanto detto appare molto inverosimile che la Consulta si ponga su un altro piano. Se questo accadesse, come sottolineano gli avvocati Gallo e Baldini, la Consulta aprirebbe un conflitto senza precedenti con la Corte Europea e con la Convenzione stessa.
La legge 40 sta insomma per perdere un altro divieto assurdo e ingiustificabile.


E nun ce vonno sta’

Dal Foglio di ieri («E la chiamano medicina», 5 ottobre 2010, p. 3):

la Fiv non guarisce affatto la sterilità. La aggira in un numero tuttora modesto di casi, visto che, a trentadue anni dalla nascita della prima bambina concepita in vitro, la percentuale di successo delle tecniche non si schioda dal trenta per cento
Per l’anonimo editorialista, dunque, neppure la somministrazione di insulina ai diabetici appartiene a pieno titolo alla medicina, visto che non guarisce certo dal diabete; né la somministrazione di ormoni agli ipotiroidei, che continuano a essere ammalati di ipotiroidismo; e neppure la dialisi per i nefropatici, l’installazione di un pacemaker per i cardiopatici o svariate altre dozzine – come minimo – di terapie e ausili terapeutici.
Ma d’altra parte, se allo stesso anonimo osserverai che il trenta per cento di tutto quello che viene scritto sul Foglio sono solenni idiozie, puoi star certo che non lo offenderai: «è un numero modesto di casi!», esclamerà sollevato e giubilante.

giovedì 15 aprile 2010

Lettura creativa di una sentenza


Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, non ha dubbi («Fecondazione eterologa, legge 40 “blindata”», Avvenire, 15 aprile 2010, inserto È vita, p. I):

La legge 40, che regola in Italia la procreazione medicalmente assistita, non è nemmeno sfiorata dalla recente sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, quella che ha stabilito l’illegittimità del divieto di fecondazione eterologa (cioè con gameti esterni alla coppia) per due coppie austriache
e passa quindi a spiegarci il perché di tanta sicurezza:
il pronunciamento della Corte europea non ha niente a che fare con la normativa vigente in Italia perché si riferisce a una incoerenza – secondo la Corte – interna alla legge austriaca, che consente la fecondazione eterologa solo in alcuni casi, a differenza della legge italiana che, invece, la vieta sempre. […]
[La fecondazione eterologa] in Austria è consentita per donatori maschili nel caso dell’inseminazione semplice, quando cioè il liquido seminale è inserito nel corpo della donna […] non c’è dubbio che, una volta ammessa un’eccezione, il divieto all’eterologa diventa parziale, e la Corte ha avuto buon gioco nel sostenere l’incoerenza interna alla normativa.
La sentenza del tribunale europeo si basa sul ricorso di due coppie affette da sterilità in modo differente, una delle quali richiedeva l’intervento di un donatore maschile, consentito nella procedura in vivo ma vietato nel caso in questione, che ne richiedeva una in vitro. La Corte si è pronunciata quindi sulla presunta discriminazione della legge austriaca tra donatori di gameti maschili (qualche volta consentiti) e femminili (sempre vietati), ha giudicato incoerente la differenza fra i percorsi ammessi, e ha concluso che esiste una discriminazione fra le coppie, che in Austria possono ricorrere all’eterologa o meno a seconda del tipo di infertilità, argomentando invece in favore della possibilità di ricorrere sempre alla donazione di gameti da parte di esterni alla coppia.
Parlare di una sentenza che dà «l’ennesimo colpo alla legge 40», come hanno titolato diversi giornali italiani, è quindi inesatto e fuorviante: la nostra legge è coerente al suo interno, perché l’eterologa è sempre vietata.
Spiace infrangere le certezze della Morresi, ma le cose non stanno così.
I casi esaminati dalla Corte sono due: nel primo la donna soffriva di infertilità per una disfuzione delle tube di Falloppio, mentre il marito non era in grado di produrre sperma; per poter concepire un figlio la coppia avrebbe dovuto far fecondare gli ovociti della donna in vitro con lo sperma di un donatore, ma la legge austriaca, come spiega correttamente la Morresi, consente la donazione di sperma solo se la fecondazione avviene in vivo e non in vitro. Nel secondo caso la donna era totalmente incapace di produrre ovociti mentre il marito poteva produrre sperma; per poter concepire un figlio la coppia avrebbe dovuto quindi ricorrere a una donazione di ovociti, proibita però dalla legge austriaca.
Ora, nel primo caso, la Corte effettivamente argomenta in base all’incoerenza della proibizione fra i due tipi di donazione di sperma (che in effetti appare abbastanza cervellotica); ma nel secondo caso le cose sono assai differenti. Vediamo cosa dice la sentenza (i corsivi sono tutti miei):
the Court has to examine whether the difference in treatment between the third and fourth applicants and a couple which, for fulfilling its wish for a child may make use of artificial procreation techniques without resorting to ova donation, has an objective and reasonable justification […]
The Court considers that concerns based on moral considerations or on social acceptability are not in themselves sufficient reasons for a complete ban on a specific artificial procreation technique such as ova donation. Such reasons may be particularly weighty at the stage of deciding whether or not to allow artificial procreation in general, and the Court would emphasise that there is no obligation on a State to enact legislation of the kind and to allow artificial procreation. However, once the decision has been taken to allow artificial procreation and notwithstanding the wide margin of appreciation afforded to the Contracting States, the legal framework devised for this purpose must be shaped in a coherent manner which allows the different legitimate interests involved to be taken into account adequately and in accordance with the obligations deriving from the Convention. […]
In conclusion the Court finds that the Government have not submitted a reasonable and objective justification for the difference in treatment between the third and fourth applicants, who are prevented by the prohibition of ova donation for artificial procreation under Section 3 of the Artificial Procreation Act from fulfilling their wish for a child, and a couple which may make use of artificial procreation techniques without resorting to ova donation.
Come si vede, il contrasto è sempre tra donazione di ovociti e procreazione medicalmente assistita in generale; proibire la prima (come fa l’Italia) è incoerente, per la Corte, se si permette (di nuovo come fa l’Italia) la seconda. Della donazione di sperma per la fecondazione in vivo non si parla nemmeno una volta, al contrario di ciò che si fa nel caso dell’altra coppia:
the Court has to examine whether the difference in treatment between the first and second applicants who, for fulfilling their wish for a child could only resort to sperm donation for in vitro fertilisation and a couple which lawfully may make use of sperm donation for in vivo fertilisation, has an objective and reasonable justification
Si compari questa frase con quella analoga usata per la seconda coppia: la logica, tenendo conto che il linguaggio giuridico non viene mai usato a caso, è chiara. (Va da sé che se l’Austria avesse proibito come l’Italia ogni forma di donazione di gameti, la Corte avrebbe applicato anche alla prima coppia gli argomenti usati per la seconda.) Forza dunque con i ricorsi!

giovedì 28 agosto 2008

Giornalismo o catechismo?

La storia è una storia a lieto fine: una coppia, Manuela e Massimo, vogliono dei figli (La cicogna porta 3 gemelli a una mamma talassemica, La Nuova Sardegna, 28 agosto 2008, di Silvia Sanna). Lei è talassemica: ricorrono alla riproduzione artificiale.

In casi del genere sarebbe consigliabile ricorrere alla diagnosi genetica di preimpianto che in Italia è vietata. Tanto per ripetere fino all’ossessione l’assurdità del divieto indigeno: la diagnosi genetica di preimpianto offre – offrirebbe – a quanti sono in condizioni simili a quella di Manuela la possibilità di non trasmettere la patologia al nascituro. Ma in Italia è stata vietata con la legge 40, poi le nuove Linee Guida hanno aperto una claustrofobica e controversa finestra; ma questa è un’altra storia. Nel pezzo di questo non si parla perché ci sono questioni più importanti e rimedi più efficaci.

Nascono 3 gemelli: devono stare un mese in incubatrice.
A lasciare sbigottiti è la ricostruzione del “viaggio della speranza” compiuto da Manuela e Massimo. Scrive Sanna:
non a spasso nei corridoi di prestigiose cliniche all’estero, semplicemente là dove ti guida l’istinto quando hai un favore importante da chiedere. Manuela e Massimo scelgono la Spagna e lei fa un voto alla Madonna della Moreneta. La Madonna nera di Montserrat deve avere ascoltato e preso nota delle sue preghiere, così oggi la prima dei tre gemelli si chiama Morena Maria. Ma c’era da ringraziare anche la santa Maria Francesca di Napoli, «quella delle gravidanze impossibili», - raccontano Massimo e Manuela. Ecco allora Francesco.
Beatrice, la terza, non ha preghiere o promesse alle spalle, ma ha un nome beneaugurante: dal latino beatrix, colei che dona la felicità.
Ognuno è libero di credere a ciò che vuole, anche alle ipotesi più inverosimili (sarebbe stato interessante mettere alla prova la fiducia nei miracoli qualora i gemelli fossero nati neri...). Sarebbe però augurabile che un giornalista non si limitasse a riportare soltanto una credenza eliminando i problemi medici e i rischi della vicenda. Lasciar intendere che se fai un voto alla Madonna il tuo desiderio di avere un figlio sarà coronato dal successo (e che se ti concentri eviterai anche il rischio di trasmettergli la patologia) è quasi criminale.
Un pezzo del genere non sfigurerebbe nelle pagine più retrive dell’Osservatore Romano. O in un articolo di Luca Volontè.
E non finisce qui: quando Sanna racconta che Manuela e Massimo hanno scelto di portare avanti la gravidanza trigemellare (“il numero perfetto”) nonostante i medici li avessero avvisati dei rischi, questi rischi vengono liquidati e ridicolizzati riportando la risposta dei futuri genitori:
«Ci siamo detti che quando un viaggio è già iniziato non puoi lasciare qualcuno per strada. Loro erano partiti in tre, e in tre dovevano arrivare al traguardo». Un accenno ai rischi di aborto, alla possibile sofferenza fetale e alle conseguenze di una nascita prematura sarebbe stato doveroso.
Non basta un voto alla Madonna; e alimentare una simile credenza è scellerato. Alla oscena legge 40 si aggiungono le superstizioni. Chissà quando si ritireranno fuori le sanguisughe o la bile nera!

(Persona e Danno, 28 agosto 2008; foto: Madonnina)

mercoledì 20 febbraio 2008

In vitro fertilization and multiple births

Lowering Odds of Multiple Births, New York Times, Febbruary 19, 2008:

“Now is the time for all of us to rethink what is the paradigm of a successful I.V.F. pregnancy,” said Dr. Aaron K. Styer, a reproductive endocrinologist at the Massachusetts General Hospital Fertility Center in Boston. “Is it a pregnancy without regard to the number of gestations or a pregnancy with a singleton live birth?”

In I.V.F., a woman is given ovulation-induction hormones to produce multiple eggs, which are retrieved, fertilized with her partner’s sperm and transferred back to her uterus. The more embryos transferred, the higher the likelihood of multiples.

To achieve the goal of a single healthy baby, clinics are focusing on transferring fewer embryos and on developing more sophisticated ways to identify the healthiest embryos with the greatest chance of success.

“We have been getting better at I.V.F. over the years, and as success rates go up, the number we transfer has to go down accordingly,” said Dr. Judy E. Stern, director of the human embryology and andrology lab at the Dartmouth-Hitchcock Medical Center in Lebanon, N.H. “Where three embryos used to work and give you mostly singletons, now we transfer two, because we’re making better embryos and more of them implant.”

Da leggere tutto. Se aveste la memoria corta in Italia è obbligatorio impiantare tutti e 3 gli embrioni prodotti e le linee guida, scadute la scorsa estate, aspettano un nuovo vestito. Che non si annuncia di certo rivoluzionario. La speranza si concentra sul divieto della diagnosi genetica di preimpianto. Ma molte speranze vanno deluse; perciò nessun entusiasmo affrettato.

giovedì 7 febbraio 2008

Se il sesso è solo un mezzo riproduttivo

Claudio Risé, Il nuovo puritanesimo, 4 febbraio 2008:

La sala operatoria invece della camera da letto. Quarant’anni dopo “la rivoluzione sessuale”, l’incontro tra i due sessi è minacciato da nuove e potenti forze. Allora chi si richiamava al progresso, e alle nuove scienze, si sforzava di liberare l’incontro tra uomo e donna dai numerosi vincoli che lo frenavano e regolavano. Oggi tecnoscienziati di grido, e governanti politicamente corretti lavorano per rendere inutile, e neppure nominabile, l’incontro tra il maschio e la femmina dell’uomo.
Il fatto che un incontro “tra il maschio e la femmina dell’uomo” sia inutile ai fini riproduttivi non significa eliminarlo. Certo, se il sesso è unicamente visto come mezzo (necessario) per fare figli, come inevitabile sacrificio per compiacere i piani divini, allora diventa in effetti proprio inutile. Tutto dipende dalla premessa. Ognuno scelga quella che preferisce.
In questo neopuritanesimo la Chiesa è dall’altra parte. Benedetto XVI fin dalla sua prima enciclica, la “Deus caritas est” ha esaltato l’atto d’amore tra uomo e donna come un gesto di forte contenuto religioso, e la radio vaticana è in prima fila nella preoccupazione per la nuova sessuofobia tecnoscientifica.
Poteri degli ossimori! Siamo finiti che B16 esalta un rapporto sessuale tra un uomo e una donna (non cominciamo con il rivendicare anche il sesso tra persone dello stesso genere, perché si comincia così e poi non sappiamo dove si va a finire, e forse si finisce dritti verso l’inferno). Radio vaticana si preoccupa della sessuofobia (tecnoscientifica). Radio vaticana? Della sessuofobia? Siamo sul limitare del grottesco. Che poi il rapporto sessuale c’entra fino a un certo punto, perché se lo si riduce solo a mezzo moltiplicatore di umanità o a gesto religioso ci si nasconde dietro alla propria ombra.
Quarant’anni fa, la ricerca del piacere nella relazione era accompagnata dalla psicoanalisi: la forza del “godimento” lacaniano, del “desiderio” del filosofo Gilles Déleuze, della “totalità” che Jung vede rappresentata, appunto, dall’unione tra maschile e femminile. Oggi, in prima fila nel sogno di una riproduzione asessuata ci sono invece i tecnici della genetica, che propongono la sostituzione degli scenari ospedalieri dei prelievi e delle sale operatorie a quelli carichi di affettività delle camere da letto. Un tecnico in camice, con contorno di macchine, invece di un maschio, nudo.
Risé forse non ha capito che la riproduzione artificiale non vuole sostituire il sesso ma rimediare alla sterilità (se il sesso è la fertilità, la riproduzione artificiale rimpiazza benissimo pure il sesso; Risé ha forse trascurato qualcosa?). Certo è che è più facile capire i genetisti che Lacan, senza alcun dubbio. Non posso immaginare come avrebbe commentato queste diavolerie tecnologiche.

(drawing by Balint Zsako).

domenica 21 ottobre 2007

Un solo embrione anche per chi ha più di 35 anni

La fecondazione in vitro ha, in media, tassi di riuscita non molto elevati: un embrione creato con questa tecnica non si impianta facilmente nell’utero, e la procedura deve perciò spesso essere ripetuta, con moltiplicazione dei costi e dei disagi. Per ovviare a questo problema si può trasferire in utero più di un embrione contemporaneamente, aumentando la probabiltà di ottenere una gravidanza, ma anche che questa sia gemellare o plurigemellare, con gravi rischi per la salute e la vita dei concepiti e della donna. Si è tentato dunque di aumentare le percentuali di attecchimento del singolo embrione; una tecnica che ha conosciuto un buon successo consiste nel rimandare l’impianto allo stadio embrionale della blastocisti, che inizia cinque giorni dopo il concepimento (normalmente si impiantano invece embrioni che sono rimasti nella provetta solo tre giorni). Di conseguenza, in molti paesi le linee guida che regolano la materia raccomandano ormai ove possibile il trasferimento di un singolo embrione; una delle limitazioni più importanti riguarda l’età della paziente, che fino ad oggi non doveva superare i 35 anni – anche se la maggioranza delle donne che ricorrono alla fecondazione in vitro supera purtroppo questo limite.
Ma adesso un gruppo di ricerca guidato da Amin Milki della Stanford University ha dimostrato che anche in un gruppo selezionato di donne di età superiore a 35 anni è possibile ottenere con il trasferimento singolo di blastocisti tassi di gravidanza lusinghieri, addirittura superiori al 50%, a fronte di una media americana del 25% per pazienti della stessa età ma non selezionate (L. B. Davis et al., «Elective single blastocyst transfer in women older than 35», Fertility and Sterility, 2007).

La tecnica del trasferimento unico ha attirato da noi l’attenzione degli integralisti e dei loro alleati, che hanno visto in essa una conferma della bontà della legge 40/2004 sulla procreazione assistita. Com’è noto, uno dei punti più controversi della legge riguarda la proibizione di fecondare più di tre ovociti per procedura (art. 14 comma 2); in precedenza, invece, non esisteva un limite, ed eventuali embrioni in sovrannumero potevano venire congelati. Dicono allora gli integralisti: le tecniche all’avanguardia prevedono ormai l’impianto di un solo embrione (o comunque di un numero limitato di embrioni), con una buona probabilità di successo; non è dunque più necessario crearne un gran numero, e la legge 40 non ha bisogno di essere cambiata.
Dov’è l’inganno? Quello che viene sistematicamente taciuto è che la tecnica del trasferimento unico funziona proprio perché prevede la selezione degli embrioni migliori – che verranno impiantati – fra un grande numero di embrioni ottenuti. Nei casi riportati da Amin Milki il criterio di selezione è stato appunto quello di impiantare un singolo embrione soltanto alle donne che avevano prodotto embrioni di qualità elevata. Nello studio che ha dimostrato la superiorità dell’impianto della singola blastocisti si afferma (Evangelos G. Papanikolaou et al., «In Vitro Fertilization with Single Blastocyst-Stage versus Single Cleavage-Stage Embryos», New England Journal of Medicine 354, 2006, pp. 1139-46, a p. 1140):

Lo svantaggio principale di trasferire l’embrione all’età di tre giorni invece che a cinque è che i criteri morfologici che si usano per la selezione embrionaria al terzo giorno sono estremamente soggettivi, e riflettono con minore accuratezza la qualità genetica (cioè il numero corretto di cromosomi) degli embrioni rispetto ai criteri usati al quinto giorno.
Esistono altre tecniche per aumentare il tasso di impianto, oltre a quella del trasferimento della blastocisti, ma praticamente tutte si basano sulla selezione degli embrioni migliori. Una procedura, per esempio, precede il trasferimento di un embrione singolo di tre giorni di buona qualità, seguito (in caso di insuccesso) da quello di un embrione congelato con le stesse caratteristiche: la percentuale di impianti coronati da successo si alza, senza sottoporre le pazienti a nuove stimolazioni ormonali (A. Thurin et al., «Elective single-embryo transfer versus double-embryo transfer in in vitro fertilization», New England Journal of Medicine 351, 2004, pp. 2392-402).
In Italia non si può effettuare invece nessuna selezione embrionaria: primo, perché la legge sembra proibirla (dico «sembra» a causa della coraggiosa interpretazione della legge proposta dal giudice Maria Grazia Cabitza, che ha aperto un varco in questo senso – e che è infatti è stata subito sottoposta a un vero e proprio linciaggio morale dagli integralisti), e secondo perché il numero di embrioni su cui effettuarla (tre al massimo) sarebbe in ogni caso troppo piccolo. In queste condizioni, se si procedesse all’impianto di un solo embrione la percentuale di successo sarebbe miserabilmente bassa.

Gli integralisti rispondono a queste obiezioni sostenendo che analoghe indagini possono essere svolte sugli ovociti. Per la verità, la legge 40 sembrerebbe proibire anche questa pratica, visto che all’articolo 13, comma 3b, vieta «ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti»; ma ammettiamo pure, per amore di discussione, che tale divieto non esista o che si riferisca a qualche altra cosa. Per prima cosa, va notato che le indagini sugli ovociti non sono morfologiche, come quelle che abbiamo passato in rassegna qui sopra, ma genetiche: le analisi morfologiche degli ovociti sono ancora troppo incerte per fornire risultati attendibili. Si preferisce quindi prelevare il cosiddetto primo globulo polare (o corpo polare), un corpuscolo emesso dall’ovocita in maturazione che contiene una copia di tutti i suoi cromosomi, e effettuarne la biopsia. In questo modo è possibile rilevare indirettamente eventuali difetti genetici dell’ovocita, in particolare lo stato di aneuploidia, cioè qualsiasi cambiamento nel numero dei cromosomi, che devono essere esattamente 46, o più esattamente 23 paia (nella trisomia, per esempio, si hanno tre copie di un dato cromosoma invece di due). È proprio l’aneuploidia la causa di buona parte dei mancati impianti dell’embrione nell’utero.
Tutto bene, dunque? No. Di nuovo, gli integralisti ci tengono nascoste informazioni chiave. Una buona parte delle aneuploidie, infatti, si producono nell’ovocita dopo l’espulsione del primo globulo polare; altre sono presenti nello spermatozoo, e altre ancora si producono nell’embrione dopo la fecondazione. Per individuare queste anomalie si deve ricorrere alla biopsia di una delle cellule dell’embrione; questa tecnica sarà dunque sempre molto più efficiente della biopsia del primo globulo polare – anche perché a differenza di quest’ultima consente la ripetizione dell’esame su un’altra cellula se ci sono incertezze nel risultato – ma gli integralisti non permetteranno mai che venga adottata, visto che comporta di nuovo la selezione degli embrioni. Esistono comunque ancora incertezze sulla sua efficienza assoluta (e a maggior ragione sull’efficienza della biopsia del globulo polare) nel favorire l’impianto dell’embrione, anche in ragione dei costi assai elevati di una biopsia (Brendan Maher, «Embryo screening “doesn’t improve” pregnancy success», Nature News, 17 ottobre 2007). Per adesso, la selezione morfologica degli embrioni sembra ancora l’unica via aperta per rendere fattibile il trasferimento di un singolo embrione.

martedì 3 luglio 2007

Intanto all’estero

Prelevato. Maturato in laboratorio. Vetrificato. Scongelato. Fecondato. Impiantato nell’utero di una donna. E capace di dar luogo a una nuova vita. Per la prima volta al mondo un bambino è nato sano da un ovulo così manipolato in laboratorio: la nuova frontiera della fecondazione in vitro è stata raggiunta da ricercatori canadesi dell’Università di Montreal e potrà rappresentare una soluzione per le donne con tumore che desiderano conservare la capacità di procreare. Per ora, come hanno raccontato gli specialisti canadesi a Lione, dove è in corso il 23mo meeting annuale dell’European Society of Human Reproduction la procedura è stata usata su quattro donne affette da sindrome dell’ovaio policistico: una ha già partorito, altre tre hanno in corso la gravidanza.
Continua (Nasce da un ovulo maturato in vitro, Il Corriere della Sera, 2 luglio 2007).

giovedì 21 giugno 2007

1 embrione invece di 3

Le tecniche riproduttive comportano un rischio di gravidanze plurime. Pericolose per la salute della madre e degli embrioni, dipendono dall’impianto di più di un embrione nell’utero materno. L’incidenza è di circa il 25% dei trattamenti contro l’infertilità. Solo in Inghilterra sono morti 126 bambini che sarebbero vissuti nel caso di una gravidanza singola. Il trasferimento di più di un embrione è finalizzato ad aumentare le possibilità di avviare una gravidanza. Ma secondo una ricerca di Yacoub Khalaf, del Guy Hospital di Londra, aspettare che l’embrione si sviluppi fino a diventare blastocisti (5 giorni invece che 3) garantirebbe una percentuale di successo elevata, evitando di correre il rischio di gravidanza plurime. In un colpo solo verrebbe abbattuta la credenza che impiantando un solo embrione non si abbiano molte possibilità di avviare una gravidanza e il rischio di nascite premature e di neonati gravemente sottopeso.
Addirittura lo Human Fertilisation and Embryology Authority sta valutando se intraprendere azioni disciplinari contro quei centri in cui le gravidanze multiple occorrano in oltre il 10% delle fecondazioni artificiali.
E in Italia? La legge 40 impone di trasferire 3 embrioni, non importa la costituzione della donna, il suo stato di salute e la sua età. È la legge, e non il medico, a decidere. Suscita poi una certa perplessità la ritrosia da parte delle istituzioni di comunicare i dati del registro sulla PMA, che verosimilmente stonerebbero con il tentativo di convincere che la legge 40 sia una buona legge e che non abbia causato danni superflui ed evitabili.

(Oggi su E Polis con il titolo Questa legge che non tutela donne e salute)

lunedì 18 dicembre 2006

Caroline Flint non è Livia Turco

Il 14 dicembre scorso, il Ministro della Sanità del Regno Unito, Caroline Flint, ha annunciato la pubblicazione di un libro bianco (Review of the Human Fertilisation and Embryology Act: Proposals for revised legislation) con le proposte del governo britannico per la riforma della attuale legge sulla riproduzione assistita, lo Human Fertilisation and Embryology (HFE) Act del 1990. Su BioNews di ieri Kirsty Horsey riassume le maggiori novità della proposta governativa («UK Government proposes new laws on assisted reproduction», 17 dicembre 2006):

One of the major proposals contained in the White Paper states that the ‘need for a father’ clause should be removed from the provisions of the law. Currently, the HFE Act stipulates that fertility treatment providers should take into account the welfare of the potential child to be born, including that child’s need for a father. If the new proposals become law, it would mean that clinics would not be able to refuse treatment to single women or lesbian couples on that basis alone. In fact, it is also recommended that the parenthood provisions within the legislation are to be extended to include civil partners and other same-sex couples. However, the other welfare of the child checks should be retained, says the White Paper, even though this part of the existing law has faced heavy criticism since 1990, mainly because couples who can conceive naturally do not face similar checks or investigation into their suitability as parents.
It is also proposed that Internet sperm donor services be brought within the ambit of the regulation and that the use of sex selection techniques for ‘social’ reasons – either using pre-implantation genetic diagnosis or sperm sorting methods – be formally banned, even for the purpose of ‘family balancing’. Deliberately ‘screening in’ a disease or disorder (for example if two deaf parents wished to have a deaf child) will also be banned, although the screening of embryos for serious genetic diseases, as well as to see if they could be a tissue match for an existing sick sibling, will continue to be permitted under licence. However, in terms of embryo research, the creation of chimeras will be banned, at least initially, although scientists will be allowed to alter the genetic structure of reproductive cells – though they will be banned from implanting such an embryo created using these into a woman in order to make a baby.
In relation to the use of donor sperm, eggs and embryos, no changes are proposed to the law – which was last changed in 2004 anyway – on the anonymity of donors. In fact, some of the recent changes are to be incorporated into and developed within the new law: donor-conceived children will be allowed to find out the name of their donor and also if they have sisters or brothers also conceived through donation, when they reach the age of 18. Donors will be informed if a donor-conceived child is seeking identifying information about them.
Following from some recent high-profile cases, such as that taken by Natallie Evans, the statutory storage period for embryos is to be extended from five to 10 years, while a ’cooling off period’ of up to one year will be put in place if consent to embryo storage by one of the couple involved is withdrawn.

martedì 19 settembre 2006

1 solo embrione impiantato

WOMEN having fertility treatment may soon have just one embryo implanted, in an attempt to reduce costly twin births.
Couples having IVF are currently limited to two embryos being transferred at a time in women aged under 40, or three for older patients.
But the Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA) is to launch a consultation on transferring a single embryo per cycle of treatment. The authority will receive a report, chaired by Professor Peter Braude, next month before debating the issue.
The report is expected to highlight the costs and complications to both mother and baby associated with twin births.
But patient groups said that if twin births were to be prevented, more funding needed to be made available so that women could have more NHS cycles of IVF.
The number of twins born has doubled since IVF began in the late 1970s. About one in four sets of twins in the UK is now the result of fertility treatment.
Professor Siladitya Bhattacharya, a fertility expert at Aberdeen University, said that some clinics in Scotland were already using just single-embryo transfers in patients.
He said that in many young women who were “twin prone”, transferring just one embryo did not reduce the success rate.
“We do need to reduce twin births, not just because of the risks to the babies but also to the mothers having Caesareans. Twins are five times more likely to suffer cerebral palsy and 50 per cent are born prematurely. There are also the implications for NHS resources.”
Dr Bhattacharya said a shortage of special-care beds for these babies could mean that one was cared for in Aberdeen while the other was sent to Newcastle.
John Paul Maytum, from the HFEA, said it was waiting to see the full report from the expert group before making any decisions on how it could reduce multiple births.
But he said the issue needed to be dealt with due to the high risk of complications and the “small fortune” twin births were costing the NHS.
“We need to come up with something that is workable,” Mr Maytum said.
“There is a lot of anxiety among patients about this, with the belief that if you have just one embryo, there is less chance of success and you will have to go through it again.”
Sheena Young, of Infertility Network UK in Scotland, agreed that, in future, twin births did need to be reduced. She said, however, this would mean it was even more important that funding was put into the NHS provision of IVF.
“The money needs to be there so that couples can have three cycles on the NHS for their best chance of success,” she said. “If that is not there, they will not support single-embryo transfers.”
She said that while NHS funding of IVF was better in Scotland than the rest of the UK, there were still regional variations.
In Grampian, for example, there is a waiting list of four-and-a-half years for treatment. And while Lanarkshire patients can have three NHS cycles, in Glasgow they are limited to two.
IVF: Women facing new NHS limits of one embryo, Scotsman, 18 settembre 2006.

Così invece la legge 40: Articolo 14, 2: Le tecniche di produzione degli embrioni, tenuto conto dell’evoluzione tecnico-scientifica e di quanto previsto dall’articolo 7, comma 3, non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre.

Senza distinzione di età o di corporatura. Come il 6 politico...

lunedì 21 agosto 2006

Il problema della definizione di ‘persona’: qualche riflessione filosofica

Mi intrometto nel dibattito avviato da un post di qualche giorno fa. Con un accenno riguardo alla definizione filosofica di persona e ai problemi sollevati dalla distinzione essere umano-persona-individuo. A questo post ne seguirà presto un altro sulla posizione estrema di Michael Tooley, che offre spunti interessanti per la discussione.

Persona
La questione di quando si comincia ad essere persone è una questione squisitamente morale. Anche Charles Darwin ne aveva una lucida consapevolezza: la possibilità di indicare il punto in cui ha inizio una vita umana non si dà nella natura (qualunque cosa stia ad indicare ‘natura’: biologia, fisica, genetica), ma è una questione di valore. Non c’è alcuna speranza di scoprire un segno rivelatore, un salto nei processi vitali dotato di un qualche valore. “Abbiamo bisogno di tracciare linee; abbiamo bisogno di una definizione della vita e della morte per molti obiettivi morali importanti. Gli strati di dogmi preziosi che si accumulano, per difesa, attorno a questi tentativi fondamentalmente arbitrari sono ben noti, ed eternamente bisognosi di aggiustamenti” (Daniel C. Dennett, 1995, Darwin’s Dangerous Idea. Evolution and the Meanings of Life, New York, Simon and Schuster; trad. it. L’idea Pericolosa di Darwin. L’Evoluzione e i Significati della Vita, Torino, Bollati Boringhieri, 1997, p. 656). Questi aggiustamenti non richiedono il perfezionamento di strumenti o l’avanzamento della conoscenza scientifica, ma implicano una scelta morale, tanto più accettabile quanto più razionalmente argomentata. “Non esiste un modo “naturale” di segnare la nascita di un’“anima” umana, non più di quanto esista un modo “naturale” di marcare la nascita di una specie” (Dennett 1995, pp. 656-657). E allora, prosegue Daniel C. Dennett, qual è la scelta peggiore, prendere misure “eroiche” per mantenere in vita un neonato con gravi malformazioni, oppure compiere il passo eroico (sebbene non celebrato) di fare in modo che il neonato abbia una morte più rapida e indolore possibile? Il pensiero darwiniano non è in grado di offrire soluzioni, ma almeno può annientare l’illusione di risolvere tali questioni con un algoritmo morale.

Accettare che un agglomerato di cellule possa essere definito come persona appare difficilmente comprensibile. Al fine di sciogliere questa incomprensibilità filosofi come John Harris (John Harris, 1989, The Value of Life, London, Routledge and Kegan Paul e John Harris, 1992, Wonderwoman and Superman, Oxford, Oxford University Press; trad. it. Wonderwoman e Superman, Milano, Baldini & Castoldi, 1997) e Joel Feinberg (Feinberg, Joel, 1980, Rights, Justice, and the Bounds of Liberty: Essays in Social Philosophy, Princeton, Princeton University Press) propongono una distinzione tra pre-persona e persona. Il termine pre-persona comprende lo zigote, l’embrione e il feto (il concepito) fino a un certo momento. L’emergenza di alcune caratteristiche permette di individuare lo stato di persona, determinato dall’autocoscienza e da una rudimentale intelligenza, quindi dalla capacità di apprezzare la propria esistenza. Non è possibile stabilire l’esatto momento in cui una pre-persona acquisisca tali caratteristiche (alla nascita? In un tempo t prima della nascita? In un tempo t dopo la nascita?). Risulta inevitabile ammettere una zona chiaroscurale, tuttavia tutti i sostenitori della distinzione tra pre-persona e persona ritengono possibile distinguere un momento in cui i concepiti sono inequivocabilmente pre-persone, e un momento in cui sono persone.
Al contrario, i sostenitori della teoria estrema della vita sostengono la coincidenza temporale e concettuale del concepimento e dell’inizio della vita personale; tale coincidenza viene inoltre presentata come la soluzione alle difficoltà che lo stabilire una soglia implica – indicare cambiamenti moralmente rilevanti in un processo continuo quale lo sviluppo e l’evoluzione di un grumo di cellule in una persona umana.
Ma l’affermazione che la vita umana comincia nel momento dell’incontro tra un ovulo e uno spermatozoo è problematica. In un certo senso tale affermazione è addirittura falsa, in quanto sia l’ovulo che lo spermatozoo sono già vivi prima del concepimento. Si può facilmente concedere ai sostenitori di tale posizione che vogliano intendere che il concepimento sia l’inizio di un nuovo essere umano specifico: ma anche questa tesi può essere criticata.
In primo luogo ci si trova di fronte a un possibile inganno, perché sono molte le cose che possono incominciare al concepimento. L’ovulo fecondato diventa una massa cellulare che si divide in due componenti principali, l’embrione e il trofoblasto; quest’ultimo si sviluppa fino a diventare la porzione fetale della placenta e il cordone ombelicale, e alla nascita viene espulso. Tale suddivisione cellulare è particolarmente interessante: vi sono due cose, uguali geneticamente, vive e umane ma solo una è considerata degna di essere protetta.
In secondo luogo, un ovulo fecondato non è ancora un ‘singolo nuovo essere umano’, perché fino a due settimane dopo il concepimento può incorrere in una divisione gemellare, che può dare origine a due individui, invece che ad uno. Come intendere, allora, un’esistenza di un individuo che ha la durata di due settimane e che può poi trasformarsi in due individui? Come può un singolo essere umano diventare due o più esseri umani con il passare di qualche giorno?
Vi è infine una terza questione: se l’ovulo fecondato in vitro di Louise Brown (nella foto insieme ai genitori) è considerato già Louise Brown, anche l’ovulo non fecondato era Louise Brown, dal momento che si sapeva che l’ovulo sarebbe stato fecondato di lì a poco. Infatti l’ovulo non-ancora-fecondato è vivo, è un antecedente causale di Louise, è nessun altro che Louise, e allora esso non è altro che Louise Brown. Se qualcuno avesse rovesciato in laboratorio la provetta contenente l’ovulo non ancora fecondato di Louise, avrebbe interrotto la vita di Louise Brown.
Determinare l’esatto inizio della vita personale è evidentemente difficoltoso; abbracciare la tesi secondo la quale ha inizio con il concepimento sembra implicare il rischio di dover considerare persone ovuli umani non fecondati, spermatozoi, un tessuto, una cellula, il cordone ombelicale e di dare loro lo stesso peso giuridico di un individuo adulto.
Un altro cattivo argomento sostegno dell’attribuzione dello statuto di persona al concepito consiste nell’invocare Dio come garante di questa verità indiscutibile, un po’ come lo si invocava quale dimostrazione definitiva dell’immortalità o dell’esistenza dell’anima. Garante e allo stesso tempo padrone di ogni esistenza. Secondo questa tesi è Dio che decide l’avvio di ogni nuova esistenza caratterizzata da un’anima e da una identità precisa, in altre parole è già vita personale inalienabile.

giovedì 3 agosto 2006

La superbia del Pretino / castigata è da Malvino

Povero Pretino Superbo! Ma del resto, uno che scrive questo (Giulio Meotti, «Il corpo è traditore», Il Foglio, 3 agosto 2006, p. IV):

Ma è comunque meglio l’inferno appassionato della concupiscenza del paradiso inerte e slavato che ci presentano i nuovi mistici del gene. Solo chi ragiona in modo sferico può pensare di produrre in vitro esseri umani e destinarli all’azoto liquido, a duecento gradi sotto zero, fabbricando solo deportati dell’Applicabilità. È il dominio dello spermatozoo postumo, l’uomo-massa di Ortega con membro erettile che ingravida anche dalla tomba. … Il nuovo biologismo, come prima il marxismo, non vuole riconoscere che noi esseri umani dopo il peccato originale siamo quello che siamo e tenta di far nascere un “uomo nuovo” completamente diverso. La concupiscenza è sostituita dalla procreazione cosciente, la fecondazione sotto stronzio radioattivo, il mattatoio sadista dei nuovi dottor Moreau che presumono di fare un uomo. Non più uomini e donne, icone della creazione e della propria concupiscenza, ma corpi, solo corpi.
si merita abbondantemente questo.

Impianto forzoso dell’embrione: le Linee Guida e la prima ‘modifica’ alla legge 40

In base all’articolo 6, comma 3, della Legge 40 “La volontà [di accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita] può essere revocata da ciascuno dei soggetti indicati dal presente comma [i genitori biologici] fino al momento della fecondazione dell’ovulo”. La possibilità di cambiare idea, in altre parole, è concessa per tutto il tempo precedente alla manifestazione della volontà di ricorrere alla procreazione assistita e per il tempo compreso tra la manifestazione scritta della suddetta volontà e l’applicazione delle tecniche (tempo non inferiore a sette giorni). Che cosa succede se la coppia, o la sola donna, cambia idea dopo l’avvenuta fecondazione dell’ovulo? Se la donna si rifiuta di sottoporsi all’impianto, dovrebbe essere obbligata tramite la forza? Secondo la Documentazione della Società Italiana Scienze della Medicina della Riproduzione sul Ddl 1514 (1 Ottobre 2002) “Il fatto che la donna, dopo la fecondazione dell’ovulo, non possa più modificare la scelta di ricorrere al concepimento assistito sembra presupporre un trattamento sanitario obbligatorio (che presuppone l’utilizzo della forza pubblica, che, nell’esempio sopra esposto [rifiuto della donna di recarsi presso il centro medico il giorno previsto per l’impianto], dovrebbe coattivamente trasportare la paziente al centro, legarla al lettino operatorio, farle trasferire nell’utero gli embrioni). Nel caso la norma non prevede espressamente il trattamento sanitario obbligatorio ma si limita a prevedere l’impossibilità di revocare il consenso al trattamento sanitario, come se atti esteriori, quali il rifiuto a recarsi al centro di PMA, non potessero essere vinti se non con la coercizione della donna”.
La violazione della volontà della donna (della paziente) avverrebbe in assenza di una disposizione legale e in violazione dell’articolo 32, comma 2 della Costituzione che prevede che “nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”, e ancora che “la legge non può in nessun modo violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. È ragionevole sostenere che l’imposizione di una maternità contro la volontà della donna costituisca una violazione della dignità e della personalità umana. D’altra parte, non esistono alternative legali all’eventuale rifiuto da parte della donna di sottoporsi all’impianto dell’ovulo fecondato: crioconservazione, distruzione o adottabilità dell’embrione sono tutte strade non percorribili legalmente.
Nella migliore delle ipotesi l’irrevocabilità della volontà dopo la fecondazione spinge in un vicolo cieco, nella peggiore impone tramite la coercizione legale una gravidanza non più desiderata giudicando il diritto del concepito più forte del diritto di scelta della donna.

Ma tralasciamo tutte le eventuali conseguenze e considerazioni sull’impianto forzoso e spostiamoci sulle Linee Guida.

“È proibita ogni diagnosi preimpianto a finalità eugenetica. Ogni indagine relativa allo stato di salute degli embrioni creati in vitro, ai sensi dell’articolo 14, comma 5, dovrà essere di tipo osservazionale. Qualora dall’indagine vengano evidenziate gravi anomalie irreversibili dello sviluppo di un embrione, il medico responsabile della struttura ne informa la coppia ai sensi dell’art. 14, comma 5. Ove in tal caso il trasferimento dell’embrione, non coercibile, non risulti attuato, la coltura in vitro del medesimo deve essere mantenuta fino al suo estinguersi” (Linee Guida, sull’Articolo 13).
Se la coppia rifiuta l’impianto dell’embrione gravemente malato, l’embrione non sarà impiantato (non coercibile, appunto).

[Digressione sulla Diagnosi Genetica di Preimpianto. Come facciamo a sapere se l’embrione è affetto da ‘gravi anomalie irreversibili’? Secondo le Linee Guida utilizzando una diagnosi osservazionale: il microscopio. E quali sono le anomalie irreversibili? Ma, soprattutto, quali sono le anomalie irreversibili che la diagnosi osservazionale può rilevare? Soltanto alcune, e soltanto quelle che presentano anomalie morfologiche riscontrabili dal microscopio; tutte le anomalie genetiche (gravi e irreversibili) supererebbero brillantemente l’esame microscopico. Il risultato è che l’embrione affetto da una certa anomalia (morfologica) sarebbe scoperto e potrebbe di conseguenza non essere impiantato; l’embrione affetto da un’altra anomalia (soltanto genetica) non sarebbe scoperto e non ci sarebbe la possibilità di scegliere se impiantarlo oppure no. Non è superfluo ricordare che le malattie genetiche che la diagnosi genetica di preimpianto potrebbe riscontrare sono malattie gravissime, come la Talassemia, la Corea di Huntington o la Fibrosi Cistica; pertanto non è percorribile la strada di una gerarchia di anomalie, secondo la quale soltanto le più gravi (quelle morfologiche) giustificherebbero l’indagine e il rischio che l’embrione non venga trasferito.
E qui emerge tutta l’assurdità del divieto: anche la diagnosi osservazionale ha dunque ‘finalità eugenetiche’, perché crea le condizioni per scartare l’embrione affetto da anomalie (sebbene soltanto da quelle osservabili). La legge 40 e le Linee Guida si affidano ad una grottesca assimilazione tra eugenetica e genetica (di preimpianto), condannando la diagnosi di preimpianto per assonanza perché genetica (e di conseguenza, come in una cantilena, eugenetica) e invece assolvendo le diagnosi osservazionali, nonché implicitamente le diagnosi prenatali: amniocentesi o villocentesi. È evidente che se vietando la diagnosi genetica di preimpianto si vuole evitare l’eliminazione ‘eugenetica’ di un embrione non sano, a maggior ragione si dovrebbe vietare qualunque indagine prenatale che inevitabilmente può portare la donna a decidere di abortire in caso di diagnosi infausta, con il conforto della legge. Lo stesso discorso vale se l’embrione in vitro è sottoposto alla sola indagine osservazionale e non a quella genetica: l’unica conclusione possibile, e al contempo incongrua, è che il fantasma dell’eugenetica razziale circonda soltanto la diagnosi genetica di preimpianto, e risparmia la diagnosi osservazionale prima dell’impianto e le indagini prenatali. Ci troviamo di fronte a tre diverse diagnosi che creano le condizioni per la stessa libera decisione: interrompere lo sviluppo dell’embrione affetto da gravi patologie. Due di queste diagnosi sono permesse, una è vietata a causa del suo nome (un po’ come si prova antipatia per un nome proprio: per una associazione magari ormai dimenticata con una persona sgradevole).]

Se è benvenuta ed esplicita l’affermazione che il trasferimento dell’embrione non è coercibile, sebbene si parli di embrioni gravemente malati e soltanto di alcune gravi malattie, è invece piuttosto incomprensibile cosa potrebbe accadere nel caso la coppia rifiutasse l’impianto di un embrione sano:
“Qualora il trasferimento nell’utero degli embrioni non risulti possibile per cause di forza maggiore relative allo stato di salute della donna non prevedibili al momento della fecondazione e, comunque, un trasferimento non risulti attuato, ciascun embrione non trasferito dovrà essere crioconservato in attesa dell’impianto che dovrà avvenire prima possibile” (Linee Guida, sull’Articolo 14).
Quali sono le cause di forza maggiore che le Linee Guida giudicano sufficienti a rifiutare l’impianto? Che cosa significa ‘prima possibile’? E cosa succede se non si verificano mai le condizioni per l’impianto? Non è assolutamente chiaro. In ogni modo si apre uno spiraglio rispetto alla legge 40, pur nella confusione concettuale e linguistica, come ha sottolineato giustamente Giuseppe Regalzi: in italiano corretto si sarebbe detto “o, comunque”, non “e, comunque” (oppure, aggiungerei, “e, dunque”).

Che ne è degli embrioni non impiantati? Nel caso di un embrione malato “la coltura in vitro deve essere mantenuta fino al suo estinguersi”. Verrebbe da domandare: se l’unica possibilità per quell’embrione malato è di languire fino alla morte, perché non lasciarlo morire adesso? Il tempo che intercorre tra ‘adesso’ e la morte per decadimento naturale non è un tempo che abbia un qualche significato per l’embrione (emerge inoltre la domanda che riguarda anche tutti gli embrioni sovrannumerari: perché non destinarlo alla ricerca scientifica?). Ancora una volta è necessario chiamare in causa l’equiparazione tra concepito e persona: con questa premessa i dilemmi sollevati dalla scoperta di una grave anomalia dell’embrione, tale che non venga impiantato ma mantenuto in coltura e lasciato morire naturalmente, somigliano impropriamente ai dilemmi sollevati dalla eutanasia. Se l’embrione è una persona, e se l’eutanasia non è permessa (al più è concesso non accanirsi terapeuticamente), allora nemmeno l’eutanasia dell’embrione è concessa.
Nel caso in cui il trasferimento non venga attuato per “grave e documentata causa di forza maggiore relativo allo stato di salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione è consentita, la crioconservazione degli embrioni stessi fino alla data del trasferimento, da realizzare non appena possibile”. A parte l’impropria virgola tra il predicato e il soggetto, sono troppe le domande inevase che ho già formulato, soprattutto dal momento che queste Linee Guida dovrebbero essere indicazioni operative per l’applicazione delle norme in materia di procreazione assistita. Anche soltanto il dominio delimitato dallo ‘stato di salute della donna’ è troppo vasto e impreciso per offrire una strada da seguire. L’interpretazione, allora, rischia di essere o troppo allargata oppure troppo ristretta, comunque quasi a totale discrezione del medico (ma è il medico il responsabile di valutare lo stato di salute della donna? E la salute si limita ad essere quella fisica, oppure si estende anche a quella psichica?).
Anche la crioconservazione è vietata (e punita come la soppressione di embrione), sebbene le Linee Guida la permettano nel caso di non impianto di un embrione sano. Per comprendere questo divieto non è sufficiente richiamare lo statuto personale dell’embrione, perché tra il congelamento di un embrione creato in vitro e una persona (che non sia un embrione, ma ad esempio un bambino) c’è una differenza rilevante: crioconservare un bambino implica la sua morte; criconservare un embrione no. O meglio, non necessariamente. Gli embrioni crioconservati sono spesso usati per ulteriori tentativi di impianto; può succedere però che rimangano congelati, e che dunque siano destinati a morire dopo un certo numero di anni. Mi domando se il divieto di criconservare gli embrioni verrebbe meno se 1) ci fosse una tecnologia in grado di non far morire gli embrioni, 2) si potesse avere l’assicurazione che gli embrioni cosiddetti sovrannumerari sarebbero adottati.

giovedì 13 luglio 2006

Chi è farlocca?

Oggi un consigliere dell’Associazione Luca Coscioni risponde all’articolo sul sito dell’Associazione: secondo lui il pezzo è di fatto una critica alla legge 40, perché – sempre secondo lui – si può impiantare un solo embrione alla volta solo se se ne producono molti (tutti quelli possibili) scegliendo il migliore e congelandone i rimanenti. Secondo lui nella foga di voler sostenere la legge 40, non mi sarei documentata abbastanza. Premettiamo che l’Associazione Luca Coscioni si è sempre distinta per l’informazione farlocca (uso una parola gentile) che è andata propinando in tutta la campagna referendaria – e non solo.
Parola di Assuntina Morresi.

Strano commento per una manipolatrice incallita di informazioni; strano davvero. Ma d’altra parte si firma «Stranacristiana», ci sarà pure un motivo.
Qui la risposta di Domenico Danza a cui si riferisce.

martedì 27 giugno 2006

Fecondazione in vitro: qualche numero

Al convegno della European Society of Human Reproduction and Embryology, a Praga, sono state presentate alcune statistiche sulla fecondazione in vitro nel mondo, fornite dallo International Committee for Monitoring Assisted Reproductive Technologies (ICMART). Dal 1978 sono nati con le varie tecniche di procreazione assistita più di tre milioni di bambini. Ogni anno si stima che ne nascano 200.000, su un milione circa di cicli di fecondazione assistita. La Danimarca è il paese al mondo in cui è più alta la percentuale di nascite da fecondazione in vitro (3,9%) sul totale di tutte le nascite. Si nota una tendenza crescente ad impiantare in utero un solo embrione alla volta, con il conseguente declino delle gravidanze gemellari e plurigemellari (Kirsty Horsey, «Three million IVF babies born worldwide», BioNews, 27 giugno 2006).

giovedì 15 giugno 2006

L’autorevole parere di Elisabetta Alberti Casellati a proposito delle solite staminali

Considerando le spericolate analogie della Alberti Casellati (l’Italia sarebbe già piena di figli dell’eterologa naturale perché nati dal rapporto sessuale di molte donne con il lattaio di turno, pertanto perché autorizzare la fecondazione eterologa artificiale?, La procreazione secondo Forza Italia. “Chi vuole l’eterologa va con il lattaio”, la Repubblica, 12 dicembre 2003) siamo felici di rintracciare una sua dichiarazione a proposito delle cellule staminali embrionali.
Da Le decisioni sulle staminali embrionali: una scelta che tradisce l’identità del Paese, l’Osservatore Romano, 14 giugno 2006:
La decisione del Governo rispetto alla dichiarazione etica ha ovviamente suscitato la reazione critica del centrodestra: «La legge 40 era di confine tra etica e scienza. Il voto di oggi è uno schiaffo ai cittadini italiani, oggi la nostra è una democrazia offesa», ha detto il vice presidente dei senatori di Forza Italia, Elisabetta Alberti Casellati, commentando la decisione del Senato di respingere: una proposta avanzata dalla Cdl di discutere in aula le mozioni sulla bioetica. «È una situazione politica aberrante. La consultazione popolare – ha ricordato con riferimento al referendum sulla legge 40 – è la prima forma di democrazia diretta e il voto di oggi è uno schiaffo agli italiani».
Confine tra etica e scienza? Ovvero? E poi ancora la storia del voto referendario che avrebbe confermato la legge 40? Il famoso 75% degli italiani favorevoli alla legge sulla procreazione medicalmante assistita?
Più che la democrazia, ad essere offesa è la (nostra) intelligenza, e uno schiaffo al buon senso e all’onestà.

lunedì 5 giugno 2006

Uno basta

Segnalo un commento di William L. Ledger («The burden of multiple pregnancies after IVF treatment», BioNews, 4 giugno 2006) sulla desiderabilità di adottare anche nel Regno Unito il trasferimento in utero di un embrione singolo come opzione di base nella fecondazione in vitro, come già succede in altri paesi europei.