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mercoledì 5 marzo 2014

domenica 21 ottobre 2012

La Laiga sulla Relazione ministeriale (194)

La Laiga ha scritto questa lettera aperta in seguito alla pubblicazione della Relazione ministeriale sulla applicazione della legge 194.

Gentile Signor Ministro,
Le scriviamo certi di meritare tutta la Sua attenzione, dal momento che la nostra associazione, LAIGA (Libera Associazione Italiana dei Ginecologi per l’Applicazione della legge 194), raccoglie quella esigua parte dei ginecologi italiani, cosiddetti “non obiettori”, cioè quegli operatori che, pur fra mille difficoltà, si fanno carico di applicare una legge dello Stato.
Abbiamo finalmente potuto leggere la Sua relazione al Parlamento sullo stato di applicazione della legge 194, ed abbiamo notato come questa si differenzi significativamente da quelle che l’hanno preceduta, sganciandosi dal rigido tecnicismo della comunicazione e dell’interpretazione dei dati, per fare un ragionamento più generale sugli obiettivi e le finalità della legge.
Obiettivo primario, Lei ci dice, è la prevenzione dell’aborto; in quest’ottica, Lei inserisce la legge 194 in un contesto più ampio, che comprende la legge 405 sui consultori familiari, la sentenza n. 27 del 1975 della Corte Costituzionale, e il documento del Comitato Nazionale di Bioetica del 2005 intitolato “Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post-partum”. Il nesso tra aborto e depressione post-partum non è così immediato, ma intuiamo che la chiave di interpretazione sia la supposta fragilità psicologica delle donne, una fragilità “esistenziale”, che si accentua drammaticamente in gravidanza e che sarebbe la causa di gran parte (se non di tutte) le interruzioni di gravidanza. Sarebbe dunque possibile prevenire gli aborti con un adeguato sostegno psicologico e “spirituale” alle donne: allora, ci suggerisce Lei, i medici obiettori (certamente i più qualificati e certamente spinti da più alti principi etici) potrebbero essere utilizzati nei consultori, per convincere le donne a non abortire.
Gentile Signor Ministro, Le ricordiamo che le leggi da lei citate, la 194 e la 405 sui consultori familiari, sono nate proprio grazie alla determinazione, alle lotte e all’impegno civile di quelle donne, cittadine del Suo Paese, che Lei ritiene meritevoli di “tutela” perché incapaci di fare autonomamente una scelta che riguarda la loro vita e la loro salute.
D’altra parte, gentile Signor Ministro, ci sembra che questa, sotto altra veste, sia la stessa logica che portava taluni ad osteggiare l’aborto medico in quanto “aborto facile”: l’idea, in questo caso, era che, vista la maggiore facilità, le donne sarebbero corse ad abortire senza pensarci tanto, e che dunque il numero degli aborti sarebbe sicuramente aumentato. E’ l’idea che sostanzia il parere del Consiglio Superiore di Sanità, acriticamente seguito dalla quasi totalità delle amministrazioni delle nostre Regioni: ignorando i dati riportati dalla letteratura scientifica internazionale e le esperienze sanitarie degli altri Paesi, si è perseguito il fine di rendere più difficile l’accesso all’aborto farmacologico, consigliando il regime di ricovero ordinario con tre giorni di ospedalizzazione! Eppure, gentile Signor Ministro, i dati contenuti nella Sua relazione, seppur frammentari ed incompleti, smentiscono questa logica: nonostante infatti il crescente ricorso all’aborto farmacologico, il numero totale degli aborti è ulteriormente diminuito, e non si sono avute maggiori complicazioni, in accordo con i dati degli altri Paesi, in molti dei quali la pillola per abortire viene addirittura dispensata in consultorio. D’altra parte, poiché l’aborto farmacologico viene praticato in epoche gestazionali precoci, e poiché l’incidenza di complicazioni è tanto minore quanto più precoce è l’epoca gestazionale, facilitare l’accesso a questa metodica non può che essere un’azione per la salute delle donne.
Gentile Signor Ministro, a tal proposito le facciamo notare che, in tempi di crisi economica e di “spending review”, la scelta di eseguire l’aborto farmacologico in regime di Day Hospital permetterebbe di ridurre notevolmente sia i costi per il nostro Sistema Sanitario Nazionale, grazie ad un più razionale utilizzo dei posti letto, sia i rischi di complicazioni legati ai lunghi tempi di attesa.
A Lei, che con questa relazione ha voluto essere non solo “tecnico”, chiediamo di allargare lo sguardo e di muoversi nella logica non della semplice prevenzione dell’aborto, ma in quella della prevenzione delle gravidanze indesiderate, promuovendo in primo luogo un più facile accesso alla contraccezione sicura. Siamo certi che i ginecologi obiettori sarebbero felici di essere impiegati a tal fine nei nostri consultori.
Gentile signor Ministro, siamo convinti che anche Lei ritenga la legge 194 una delle migliori del nostro Paese, il che è peraltro sottolineato dal dato, riportato anche dalla Sua relazione, che in poco più di trent’anni dalla sua approvazione il numero di aborti in Italia è più che dimezzato. Tuttavia, la Sua stessa relazione sottolinea le numerose criticità per la piena applicazione della legge; fra queste, a nostro avviso merita una considerazione particolare il problema dell’obiezione di coscienza, o, per meglio dire, dell’uso strumentale dell’obiezione di coscienza. Nel nostro Paese, caso unico tra quelli che si sono dati una legge per regolamentare il ricorso all’aborto, la percentuale di ginecologi obiettori è altissima, tanto da ostacolare in molti casi la possibilità per le donne di esercitare appieno un loro diritto.
Nella Sua relazione Lei ci parla di una stabilizzazione generale del fenomeno dell’obiezione di coscienza, che nel 2010 è stata sollevata dal 69,3% dei ginecologi italiani; i dati in nostro possesso, nati dalla necessità di verificare la sensazione dell’esistenza di uno “scollamento” fra i dati ufficiali e quelli reali, fotografano una situazione molto più grave: la percentuale di obiettori nel Lazio è pari al 91,3% del totale dei ginecologi delle strutture ospedaliere pubbliche; sempre nel Lazio, su 31 strutture pubbliche, ben 9 non dispongono di un servizio di pianificazione familiare e non praticano aborti, e in ben tre provincie del Lazio non si eseguono aborti terapeutici, in assoluta inadempienza proprio di quell’art.9 della legge che disciplina la possibilità di sollevare obiezione di coscienza. Questi i numeri, gentile Signor Ministro. Sono inquietanti, ma sono numeri. Sono importanti, ma al tempo stesso non sono sufficienti a descrivere e definire la realtà, perché non raccontano le condizioni di lavoro dei non obiettori, costretti a sobbarcarsi un carico di lavoro considerato generalmente “bassa manovalanza” ma che non lascia spazio ad altro, non raccontano l’esasperazione, la stanchezza, i rischi personali e professionali, la voglia, a volte, di gettare la spugna. Ne’ parlano dell’impegno civile, dell’ostinazione, della passione per la nostra professione, che, invece, ci spingono a continuare a lavorare per la tutela della salute riproduttiva.
A Lei, Ministro “tecnico” chiediamo dunque di incontrare noi “tecnici”, perché l’azione di governo per migliorare l’applicazione di una legge miliare del nostro Paese possa sostanziarsi dell’esperienza e dei suggerimenti di chi realmente lavora “sul campo”.

lunedì 21 novembre 2011

RU486 in Calabria

Una fotografia desolante di cosa accade in Calabria e in Italia rispetto alla RU486: una pillola che alla Calabria proprio non va giù, di Doriana Righini, 20 novembre 2011.

sabato 14 agosto 2010

Ella

Federal drug regulators on Friday approved a new form of emergency contraceptive pill that prevents pregnancies if taken as many as five days after unprotected intercourse.

The pill, called ella, will be available by prescription only. Developed in government laboratories, it is more effective than Plan B, the morning-after pill now available over the counter to women 17 and older.

That pill gradually loses efficacy and can be taken at most three days after sex. Ella, by contrast, works just as well on the fifth day as the first after sex.

Women who have unprotected intercourse have about 1 chance in 20 of becoming pregnant. Those who take Plan B within three days cut that risk to about 1 in 40, while those who take ella would cut that risk to about 1 in 50, regulators say. Studies show that ella is less effective in obese women.

The decision was greeted with enthusiasm by abortion rights groups and denounced by anti-abortion activists. But in recent years both sides have treated the emergency contraceptive pills as a side issue in the wider debate over abortion.

Studies have found that many women fail to realize they are at risk for an unplanned pregnancy after unprotected sex. So they tend not to use the emergency contraceptives even when they receive them free.

“Emergency contraception has no effect on pregnancy rates or abortion rates,” said Dr. James Trussell, director of the Office of Population Research at Princeton, who has consulted without charge for ella’s maker. “Women just don’t use them enough to make an impact.”
F.D.A. Approves 5-Day Emergency Contraceptive, The New York Times, august 13 2010.

domenica 1 agosto 2010

Another Pill That Could Cause a Revolution

Could the decades-long global impasse over abortion worldwide be overcome — by little white pills costing less than $1 each?

That seems possible, for these pills are beginning to revolutionize abortion around the world, especially in poor countries. One result may be tens of thousands of women’s lives saved each year.

Five-sixths of abortions take place in developing countries, where poor sterilization and training often make the procedure dangerous. Up to 70,000 women die a year from complications of abortions, according to the World Health Organization.

But researchers are finding an alternative that is safe, cheap and very difficult for governments to restrict — misoprostol, a medication originally intended to prevent stomach ulcers.
The New York Times, Nicholas D. Kristof, july 31, 2010.

martedì 13 luglio 2010

Tu chiamalo, se vuoi, ricovero coatto

Suonano come monito alle Regioni le linee guida per la pillola abortiva da ieri sul tavolo di assessorati e governatori. Il sottosegretario al ministero della Salute, Eugenia Roccella, è stata chiara: «Rispettiamo l’autonomia delle amministrazioni. Noi segnaliamo però che chi dovesse applicare protocolli clinici che ammettono le dimissioni volontarie della donna dopo l’assunzione della prima pillola vanno incontro a irregolarità».
«ABORTO A DOMICILIO» - Il messaggio non può essere interpretato che come un richiamo. Il timore di fondo, infatti, è «lo scivolamento verso l’aborto a domicilio». Dunque l’impegno delle Asl dovrebbe essere quello di seguire le indicazioni del documento dove viene ribadito un principio: la Ru486 ha lo stesso livello di sicurezza dell’aborto chirurgico se viene somministrata in ospedale, in regime di ricovero ordinario (tre giorni) e sotto controllo sanitario, in accordo con la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.
Continua qui.

giovedì 10 giugno 2010

Tanto peggio per i casi particolari

Olimpia Tarzia, neoconsigliere regionale del Lazio, risponde alla Repubblica sulla decisione dell’Asl Roma D di avviare la somministrazione della RU-486 all’ospedale Grassi di Ostia («“Ci vuole più cautela non è mica un’aspirina”», 9 giugno 2010, p. 3):

«Non vedo l’urgenza di introdurre una tecnica abortiva non meno traumatica di quella tradizionale, tanto più che la donna la vive in diretta».
Nel caso di Ostia però la donna soffre di una patologia che le avrebbe reso impraticabile l’aborto chirurgico.
«Le leggi non si fanno su casi particolari […]».
Non so se fa più senso il pervertimento che la Tarzia compie di un principio giuridico che nella realtà, ovviamente, significa tutt’altro, o la sua palese indifferenza per il diritto alla salute della donna ricoverata al Grassi.

giovedì 3 giugno 2010

La Pillola Abortiva


Servizio di Isabella Angius Valerio, regia di Valerio Angelini.

sabato 10 aprile 2010

Una minaccia per gli obiettori

Devo confessare di non essere un grande ammiratore di Piero Sansonetti: certe sue uscite, specie televisive, non mi hanno mai lasciato molto convinto. Ma l’articolo uscito ieri su Gli AltriL’obiezione dei ginecologi è un privilegio pagato dalle donne», 9 aprile 2010, p. 10) ha fatto alzare di una dozzina di tacche la mia stima dell’uomo. Senza esagerare: nessuno, in questi giorni, ha visto con altrettanta chiarezza cosa c’è dietro la forsennata opposizione alla pillola abortiva.

Qual è l’obiettivo del fronte – vasto e composito – degli anti-RU? L’obiettivo è salvare dalla disfatta l’esercito dei medici obiettori, cioè dei ginecologi che si rifiutano di collaborare all’aborto negli ospedali, e per questa via assumono un grande potere e condizionano la vita degli ospedali. La pillola RU rischia di indebolire molto questo fronte. Perché rende possibile l’interruzione volontaria della gravidanza con un ruolo ridottissimo del personale medico. Perciò la pillola è il nemico numero 1 dei medici obiettori, della Chiesa Cattolica (diciamo pure dei settori oltranzisti della Chiesa, che però sono molto potenti in Vaticano) e delle forze politiche che hanno deciso di giocarsi parte del loro futuro sulla scommessa pro-Vaticano. Perché la pillola RU è nemica degli obiettori? Perché gli obiettori hanno costruito la propria forza sulla capacità di ipotecare tutto il funzionamento dei reparti ginecologici degli ospedali. Come? Semplicemente con il fatto che quando l’obiezione raggiunge percentuali altissime (nel Lazio, ad esempio, siamo all’85 per cento, in tutt’Italia la media è circa del 70 per cento) si finisce per costringere la piccola pattuglia dei medici non obiettori a dedicare la gran parte delle loro forze nell’assistenza all’aborto. Rinunciando in questo modo alla carriera, alla ricerca, alla crescita della propria professione. E contemporaneamente si costringe l’ospedale a organizzarsi – orari, distribuzione dei letti in corsia, eccetera eccetera – sulla base dello squilibrio tra obiettori e non. La pillola RU, rendendo assai più semplice e meno invasiva l’interruzione della gravidanza, e riducendo di dieci volte la necessità di impegno diretto dei medici, è come se riducesse di 10 volte l’impatto di potere degli obiettori sulla struttura ospedaliera. E liberasse i medici non obiettori da un bel pezzo del loro giogo. Per questo è vista come uno strumento di potere – cioè, di smantellamento del potere – pericolosissimo, per i medici obiettori, per i politici che li proteggono, per la Chiesa, per le idee antiabortiste. Fino ad oggi i medici obiettori erano riusciti a rendere praticamente inapplicabile la legge 194. Comunque a ridurne moltissimo l’impatto. Fino ad oggi era una vera forzatura dire che l’Italia è un paese dove l’aborto è pienamente legittimo. Ora le cose potrebbero cambiare. Per questo si è scatenata la guerra alla RU.
Nell’articolo ci sono anche altre intuizioni notevoli, p.es. sulla ferocia come sostanza dell’antiabortismo, o sulle motivazioni dei politici clericali:
Una parte consistente della destra italiana ritiene che per dar vita a una nuova aggregazione di destra, che possa sopravvivere al berlusconismo, bisogna rilanciare una ideologia. E l’unica ideologia disponibile, in questi tempi di violenta crisi culturale, è il cattolicesimo integralista.
Da leggere tutto.

lunedì 5 aprile 2010

Cota e Zaia, gli incostituzionali

La costituzionlista Tania Groppi, dell’Università di Siena, interviene autorevolmente sul problema delle competenze delle Regioni riguardo alla pillola RU486 («L’insostenibile leggerezza di Cota e Zaia», L’Unità, 3 aprile 2010, p. 19):

Le dichiarazioni di due neoletti presidenti di Regione che annunciano di voler bloccare la pillola abortiva Ru486 ci porta ancora una volta ad affrontare il rapporto tra politica e diritto. O meglio, tra una politica condotta a colpi di annunci clamorosi da parte di soggetti che si mostrano onnipotenti e le regole che ordinano la convivenza in uno Stato che deve, ancora e nonostante tutto, essere qualificato “di diritto”. Perché non sussiste dubbio che tale decisione esorbiti dalle competenze delle regioni, anche dopo la riforma costituzionale del 2001, che ha riconosciuto loro la competenza concorrente in materia di “tutela della salute”. La Corte costituzionale, interpellata a pronunciarsi su leggi regionali che miravano ad impedire l’utilizzo di una terapia “invasiva” come l’elettroshock, è stata chiarissima: stabilire il confine tra terapie ammesse e non ammesse, sulla base delle acquisizioni scientifiche e sperimentali, rientra tra i principi fondamentali di competenza dello Stato, in quanto tocca diritti – quello di essere curato efficacemente e di essere rispettato come persona – la cui tutela deve avvenire in condizioni di eguaglianza su tutto il territorio nazionale, di conseguenza, le regioni non possono intervenire direttamente sul merito delle scelte terapeutiche, in difformità da decisioni assunte a livello nazionale. Considerazioni di saggezza, improntate al rispetto della dignità della persona e dell’autonomia del medico, che si applicano perfettamente al caso della pillola Ru486, sulla cui ammissibilità si è già pronunciato, sulla base di considerazioni puramente tecnico-scientifiche, l’organo statale competente, ovvero l’Agenzia italiana del farmaco. Quel che le Regioni possono fare, in base alla normativa vigente, in quanto responsabili dei servizi sanitari nel proprio territorio, è dettare norme di organizzazione e di procedura, secondo quanto la stessa Corte costituzionale ha precisato. Ovvero, scegliere quali tra i farmaci ammessi possano essere inseriti nel prontuario regionale dei farmaci che si somministrano in ospedale, quando siano possibili più scelte alternative: cosa che evidentemente non può dirsi per la pillola Ru486 che, ad oggi, rimane l’unica opzione possibile per l’aborto farmacologico. Considerazioni queste che certo non sfuggono ai due presidenti di Regione. La loro decisione di intraprendere una via chiaramente impercorribile in termini giuridici ma remunerativa in chiave mediatica è un ennesimo preoccupante sintomo del degrado del dibattito politico e un richiamo alla vigilanza attiva di chi crede ancora nelle regole.
Le sentenze della Corte Costituzionale a cui si riferisce Tania Groppi sono, salvo errore, la 282/2002 e la 338/2003.

sabato 23 gennaio 2010

Contro l’Ru486 sono le donne le più agguerrite


Visto che la battaglia contro la commercializzazione della RU486 è stata persa, gli avversari dell'interruzione di gravidanza e della libera scelta cercano di correre ai ripari discutendo delle modalità di assunzione. Si invocano linee guida rigide e tempestive che, in sintesi, impongano il ricovero. Tutto questo, naturalmente, in difesa delle donne, che sono talmente sceme da non meritare la possibilità di scegliere né se abortire (soffriranno per sempre e il loro rimpianto non sarà mai estinto), né come abortire (l'aborto chirurgico o quello farmacologico, un eventuale ricovero e la sua durata, magari parlando con il proprio medico).
Tra i più agguerriti sostenitori del ricovero imposto svettano alcune donne: Bianconi, vice presidente dei senatori del PdL e membro della Commissione Igiene e Sanità, forse meglio ricordata per essere una “pianista” in Senato; e Dorina Bianchi, presidente dei senatori Udc. Entrambe paladine di un altro obbrobrio contrario alla salute delle donne e alla intelligenza delle persone: la legge 40. Tra le sostenitrici illustri del ricovero coatto c'è anche Renata Polverini, candidata alla Regione Lazio.
Bisognerebbe ricordare a queste signore, e a chi con loro si schiera, che il ricovero coatto è legittimo solo in caso di malattie infettive o di grave diagnosi psichiatrica.
Vogliamo forse ipotizzare il trattamento sanitario obbligatorio per una donna che decide di interrompere una gravidanza?

DNews, 22 gennaio 2010

giovedì 3 dicembre 2009

Le dichiarazioni del cardinale Barragán

Le dichiarazioni del cardinale Barragán, raccolte il 2 novembre 2009 da Bruno Volpe per la rivista online Pontifex.Roma, meritano di essere tramandate integralmente ai posteri:

La cosiddetta pillola del giorno dopo o meglio aborto chimico, è stata al centro di valutazioni diverse ed anche polemiche. Ne abbiamo discusso con il cardinale messicano Javier Lozano Barragan, Presidente Emerito del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, Pastorale per la salute. Eminenza, qual è il suo giudizio sulla pillola del giorno dopo?: «che è una pillola che ha effetti abortivi e come tale, l’aborto va considerato un assassinio». Il cardinale lo ripete con calma: «ogni aborto, in quanto soppressione di una vita umana, è un crimine, un delitto e merita una punizione». Si è pensato, dietro severe valutazioni, di permetterla in strutture ospedaliere: «io non mi interesso delle cose italiane o di singoli stati, ma la mia idea è che libera o dietro guardia medica, la sostanza non cambia affatto. Si tratta sempre e comunque di un mezzo abortivo e come tale, rappresenta una violazione gravissima della vita umana che è sacra ed inviolabile, che nessuno può manipolare a suo piacimento ed è un dono di Dio». Il cardinale fa un paragone: «questa storia mi sembra assimilabile a chi compra una rivoltella in un negozio. Colui il quale esce con una pistola è potenzialmente pericoloso, di fatto ha la possibilità di trasformarsi in omicida se la usa male e contro la legge. Ma è un potenziale criminale, lo diventa solo se agisce male. Chi abortisce non è potenziale, ma di fatto, in quanto ammazza. Pertanto la condotta di chi compie e pratica un aborto è sicuramente più grave di chi compra un revolver nell’armeria». Eminenza, quando inizia la vita?: «la scienza lo dice, da quando lo spermatozoo entra nell’ovulo. Allora già esiste una vita ed è sacra. Lo ripeto, sopprimere una esistenza umana, salvi i casi di emergenza, è un crimine e merita questa definizione, non ho dubbi». E se si usa in ospedale?: «non cambia nulla. È assassino chi ammazza fuori o dentro la clinica, sia che lei compia la esecuzione in caserma o nel domicilio particolare della vittima, le modalità possono solo aggravare l’evento, ma pur sempre di assassinio si tratta». Eminenza passiamo ad altro tema caldo. In che modo valuta sia la omosessualità che i trans?: «trans e omosessuali non entreranno mai nel Regno dei Cieli, e non lo dico io, ma San Paolo». Ma se una persona è nata omosessuale?: «non si nasce omosessuali, ma lo si diventa. Per varie cause, per motivi di educazione, per non aver sviluppato la propria identità nell’adolescenza, magari non sono colpevoli, ma agendo contro la dignità del corpo, certamente non entreranno nel Regno dei Cieli. Tutto quello che consiste nell’andare contro natura e contro la dignità del corpo offende Dio».
Lo stesso giorno il cardinale ha «ribadito» il suo pensiero all’agenzia ANSA, che in alcuni dispacci sintetizza il contenuto dell’intervista e vi aggiunge delle «precisazioni»:
«non sta a noi condannare»; «sono comunque persone e in quanto tali da rispettare» (ANSA 13:43);
«L’omosessualità è dunque un peccato ma questo non giustifica alcuna forma di discriminazione. Il giudizio spetta solo a Dio, noi sulla Terra non possiamo condannare, e come persone abbiamo tutti gli stessi diritti» (ANSA 13:57).
L’ANSA ha rivelato anche che l’allusione a Paolo si riferiva a Romani 1,26-27.

Quando l’antiabortista fa propaganda pro-aborto

Gli integralisti sembrano avere qualche problema con le soluzioni di compromesso. Non che le rifiutino del tutto: basta considerare per esempio la legge 40 sulla procreazione assistita. Si tratta di un compromesso iniquo, pesantemente spostato da una parte, certo, ma pur sempre di un compromesso, visto che per il magistero ecclesiastico praticamente tutte le tecniche di fecondazione artificiale sono moralmente inammissibili, e non solo la fecondazione eterologa o la diagnosi preimpianto. Eppure nella percezione comune – è qui il problema di cui parlavo all’inizio – la legge 40 è espressione fedele di quel magistero, sì che probabilmente nell’opinione di molti la fecondazione in vitro, a certe condizioni, è del tutto coerente con gli insegnamenti della Chiesa cattolica.
I motivi di questa credenza diffusa non sono chiarissimi. È probabile che in parte vadano addebitati all’esito referendario, che ha rappresentato (ed è stato rappresentato come) una vittoria netta dei clericali; da questo a ritenere che anche i contenuti della legge oggetto del referendum fossero del tutto in linea con i dettami della Chiesa il passo è abbastanza naturale. Ovviamente non sono mancate le precisazioni sull’autentica dottrina cattolica in materia; ma spesso sono apparse un po’ troppo sommesse, quasi non si volesse rovinare la vittoria ottenuta mostrando di aver concesso qualcosa. E questa è forse un’altra causa dell’equivoco: chi pensa di possedere una verità assoluta ha spesso più difficoltà ad ammettere di essere sceso in qualche modo a patti con il nemico ideologico.

Qualcosa di relativamente simile sta avvenendo con la pillola abortiva. La posizione integralista coerente sarebbe naturalmente quella di rifiutare in toto ogni tecnica abortiva; ma questo non è politicamente possibile nel presente momento storico, e così l’opzione che è stata scelta è stata quella di insistere sull’incompatibilità della RU-486 con la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, e sulla presunta maggiore pericolosità dell’aborto farmacologico rispetto a quello chirurgico.
Ovviamente nessuno potrà mai pensare che le gerarchie ecclesiastiche siano a favore della legge 194 o che raccomandino l’aborto per aspirazione; in questo la situazione è diversa rispetto a quella della procreazione assistita. Ma non c’è dubbio che l’artiglieria retorica messa in campo a favore dell’adesione strettissima alla lettera della legge sull’aborto sia talvolta così possente da far apparire la 194 come una luminosa conquista di civiltà, sì da causare alla fine le smarrite rimostranze dei duri e puri.
Anche certe comparazioni fra l’aborto farmacologico e quello chirurgico (in particolare realizzato con l’aspirazione, il cosiddetto metodo Karman) sembrano a volte uscite dalla penna di qualche propagandista pro-choice degli anni ’70. Penso ad alcune pagine del libro di Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella dedicato alle presunte nefandezze della RU-486; ma sono posizioni che tendono a diffondersi. Qualche giorno fa un commentatore antiabortista sosteneva qui su Bioetica che «l’aborto chirurgico […] non è affatto “invasivo e doloroso” come si vuol far credere perché avviene in anestesia totale», dimenticando che esiste anche il dolore post-operatorio.
Un esempio un po’ estremo si trova sul Foglio di due giorni fa («La Ru486 non offre vantaggi. Anzi sì, aumenta gli aborti facili», 1 dicembre 2009, p. 2), dove Roberto Volpi sostiene che, al contrario della pillola abortiva, «il metodo Karman non ha mai ucciso alcuna donna». Che l’aborto per aspirazione sia uno dei trattamenti sanitari più sicuri al mondo è vero, ma un’affermazione così recisa mostra subito di essere poco fondata: non esistono purtroppo metodi chirurgici esenti da rischio. Sarebbero bastati a Volpi cinque minuti su MedLine per trovare ad esempio l’articolo di P.C. Jeppson et al., «Multivalvular Bacterial Endocarditis After Suction Curettage Abortion» (Obstetrics & Gynecology 112, 2008, pp. 452-55), in cui si descrive un caso fatale (e rarissimo, è bene precisare) di endocardite batterica insorta in seguito a un aborto chirurgico per aspirazione.
Non si tratta purtroppo dell’unico decesso: negli Stati Uniti, per esempio, il tasso di mortalità per aborto legale fino ad 8 settimane di gestazione è stato nel periodo 1988-1997 di 1 su 1.000.000 (L.A. Bartlett et al., «Risk Factors for Legal Induced Abortion-Related Mortality in the United States», Obstetrics & Gynecology 103, 2004, pp. 729-37), e la maggioranza di questi aborti viene effettuata per aspirazione; non ho dati analitici, ma è estremamente improbabile che tutte le morti siano da addebitare ad altri metodi chirurgici (all’epoca negli Usa l’aborto farmacologico ancora non era stato approvato dagli organismi competenti).
Per fare un paragone, in Francia dal 1993 ad oggi la RU-486 è stata usata, in associazione con il misoprostolo e seguendo le indicazioni raccomandate dalla casa produttrice (cosa che purtroppo non è accaduta altrove), su circa 1.000.000 di pazienti, in massima parte entro la 7ª settimana di gestazione, con un unico decesso, di cui peraltro non si sa nulla (del dossier inviato qualche mese fa dalla casa produttrice alla nostra Agenzia del Farmaco si è rivelato – contravvenendo all’impegno di riservatezza – solo quel poco che poteva servire alla propaganda integralista).
L’aborto chirurgico per aspirazione e quello farmacologico, se effettuati correttamente, hanno una pericolosità (bassissima) molto probabilmente comparabile. Entrambi possono comportare effetti collaterali e complicanze, anche se in generale l’aborto chirurgico è più ‘comodo’ da gestire, per il tempo minore della sua durata e perché l’anestesia generale è più efficace nel sopprimere i dolori dell’intervento di quanto non lo siano gli analgesici che può essere necessario assumere nell’aborto farmacologico. La RU-486, oltre ad essere il metodo ideale per chi non può o non vuole affrontare un intervento chirurgico, ha un vantaggio fondamentale: potenzialmente è in grado di sottrarre l’aborto legale all’arbitrio degli obiettori di coscienza, che stanno rendendo sempre più difficile ottenerlo in questo paese. Ed è questo che gli integralisti di ogni risma vogliono impedire con ogni mezzo; se serve, persino con la propaganda unilaterale a favore di altri metodi abortivi.

domenica 29 novembre 2009

Non colpevolizziamo Alessandro Meluzzi

Alessandro Meluzzi, psichiatra, portavoce della Comunità Incontro di Don Pierino Gelmini, ci elargisce dalle colonne del Giornale le sue opinioni sull’attualità bioetica, in particolare sulla pillola abortiva RU-486 («Domanda: ma un embrione ha meno neuroni di un astice?», 28 novembre 2009, p. 18). Vediamo con quali risultati.

È giusto occuparsi del dolore di Caino, ma anche di quello di Abele. La vicenda del risveglio, dopo 23 anni di stato vegetativo ci può fare immaginare quale angoscia ci sarebbe stata nel trapasso, provocato, di chi pur senza poter parlare, come in un incubo, era perfettamente consapevole di quanto accadeva intorno a lui.
Il riferimento, nonostante la forma un po’ contorta, è chiaramente alla vicenda di Rom Houben, l’uomo belga che i medici hanno riconosciuto possedere una coscienza quasi completa di ciò che lo circonda, dopo che per 23 anni era rimasto in totale mutismo e immobilità a causa di un grave incidente. C’è qualche dubbio sullo stato di Houben nel corso di questi anni, ma su una cosa tutti – o almeno tutti meno Meluzzi – sembrano essere d’accordo: l’uomo non si è risvegliato dallo stato vegetativo, perché in realtà in stato vegetativo persistente – a differenza per esempio di Eluana Englaro – non c’è mai stato.
Il Movimento Per la Vita ha dimostrato che una delle più efficaci forme per far riflettere una donna circa la scelta di interrompere la gravidanza, è mostrare la dettagliata ecografia tridimensionale di un feto di 12 settimane perfettamente eliminabile, anche senza ragioni terapeutiche, per sola scelta della donna. È un piccolo bambino quasi perfettamente formato, con occhi, naso, bocca, gambine, piedini, un cuoricino che batte, 5 dita nelle mani e nei piedi e i primi movimenti spontanei per succhiarsi il pollice.
[…] Bene, sapete quanto ci mette a morire questa creatura dopo la somministrazione di una RU486? Circa 48 ore, cioè 2 giorni. E per asfissia da espulsione dall’endometrio, cioè per soffocamento.
La retorica dei piedini va ancora forte in campo antiabortista, ma un veterano del Movimento per la Vita non la applicherebbe mai – beh, mai per iscritto – a un aborto compiuto con la RU-486, visto che la pillola abortiva si usa in genere fino alla 7ª settimana di gestazione (cioè fino alla 5ª settimana dal concepimento), quando il feto – o meglio, l’embrione – ha l’aspetto di questo ragazzo qui. Niente piedini, temo.
Non so da dove Meluzzi tragga il dato delle 48 ore di agonia: 48 ore sono il periodo che nell’aborto farmacologico intercorre fra la somministrazione del primo farmaco (la RU-486) e quella del secondo (il misoprostolo); la morte dell’embrione può avvenire in qualsiasi momento di questo intervallo di tempo, o anche dopo. La cosa comunque è abbastanza irrilevante, visto che il «soffocamento» (altri, sempre naturalmente col nobile scopo di far «riflettere» le donne, preferiscono parlare di «morte per fame») in seguito al distacco dall’endometrio, che fornisce ossigeno (non aria!) e nutrimento al prodotto del concepimento, ha ben poche delle connotazioni che siamo soliti attribuire alla parola: prima di tutto perché l’embrione non percepisce nulla, e quindi nemmeno la mancanza di ossigeno nel sangue. Ma naturalmente Meluzzi su questo la pensa diversamente:
Si obietterà che non c’è dolore perché non c’è coscienza. Innanzitutto, chi lo sa? Visto che comprovatamente poco più avanti nella gravidanza i feti persino sognano.
«Poco più avanti nella gravidanza» sta qui per «a un’età quasi tre volte maggiore», visto che un sonno paragonabile al sonno REM inizia solo alla 30ª settimana (secondo Carlo Bellieni, noto antiabortista ma anche neonatologo). Spingendo un po’ più in là la stessa logica, Meluzzi avrebbe potuto dire che «poco più avanti» i feti scrivono persino articoli per il Giornale...
Lungi dal voler colpevolizzare donne che non potranno mai essere obbligate a trattenere dentro il proprio corpo una creatura che considerano poco meno di un alien.
Per carità! Chi potrebbe mai pensare che il buon Meluzzi voglia colpevolizzare le donne – queste Ellen Ripley della porta accanto – che «considerano poco meno di un alien» la loro creatura? Lungi, lungi!
Ma l’uso diffuso di un veleno, distribuito in Spagna alle minorenni in farmacia e senza l’autorizzazione dei genitori, ci pare davvero troppo.
Ahia, Meluzzi! Mi cade proprio sul finale... Oramai l’hanno imparato persino quelli dei TG Rai a non confondere la pillola del giorno dopo (il Norlevo, quello che in Spagna distribuiscono in farmacia anche alle minorenni, ’sti disgraziati) con la pillola abortiva (che in Italia sarà disponibile solo in ospedale)... Vabbeh, cose che capitano; non colpevolizziamo il povero Meluzzi (certo che però dalla redazione del Giornale, un giornale così autorevole, uno si aspetterebbe più attenzione...). Vedrete che la prossima volta andrà meglio. Sicuramente.

venerdì 27 novembre 2009

Il vero bersaglio resta l’aborto non la pillola

Dopo mesi di discussioni e dibattiti bizzarri sulla RU486 arriva dal Senato il no alla sua commercializzazione. La commissione Sanità ha votato e la maggioranza, costituita da Pdl e Lega, vuole un parere tecnico sulla compatibilità della RU con la legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza. Soldi, tempo e energie spesi per avere un parere che anche un bambino potrebbe dare. Si legge infatti nella legge 194, articolo 15: “Le regioni […] promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza”. Non è superfluo ricordare che la RU486 è usata da decenni in altri Paesi e che si offre come un mezzo diverso per ottenere una interruzione di gravidanza – cioè il medesimo risultato. Risultato che in Italia è ancora permesso, almeno sulla carta. Sembra verosimile che le polemiche sulla RU486 siano soltanto pretestuose e che il bersaglio non sia il “modo” in cui si abortisce, ma l’aborto stesso. Già poco tollerato, l’aborto diventa inammissibile se connotato di una sfumatura in più di scelta: aborto chirurgico o farmacologico? Impossibile lasciare la scelta alle donne.

DNews, 27 novembre 2009.

mercoledì 2 settembre 2009

RU486, stop alla disinformazione

È uno dei migliori articoli finora apparsi sulla pillola abortiva quello che la ginecologa Mirella Parachini ha scritto per il quotidiano TerraPillola abortiva, stop alla disinformazione», 1 settembre 2009, p. 11):

Nel dibattito sulla RU486 che si sta svolgendo nel nostro Paese, mi ha colpito come la maggior parte degli interventi provengano da molteplici campi, rimanendo per lo più in secondo piano l’opinione degli “addetti ai lavori”. I giudizi emessi senza alcuna esperienza clinica confondono la discussione e creano infondate partigianerie che non si ritrovano quando il tema venga affrontato con criteri di buona pratica clinica.
Un esempio è l’articolo di Eugenia Roccella, sottosegretario al ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, sul Sole 24 Ore del 9 agosto, in cui ricorda una intervista alla dott.ssa Elisabeth Aubeny, la ginecologa francese che per prima ha applicato il metodo farmacologico (e non creato, come viene detto) nella quale verrebbe «ammesso con serenità» la maggior sofferenza provocata dall’aborto farmacologico rispetto a quello chirurgico. Perché mai si deve parlare di “ammissione” quando si tratta di una banalissima informazione deducibile da qualunque tabella comparativa riportata in letteratura? Non è che l’aborto chirurgico non provochi dolore, tant’è vero che viene praticato in anestesia, locale o generale. È solo che si svolge in poco tempo, mentre le contrazioni nell’aborto medico durano più a lungo. Dato altrettanto deducibile dalle suddette tabelle. Ma anche in questo caso è prevista l’assunzione di antidolorifici. Nelle stesse tabelle tuttavia si leggeranno tutti gli altri vantaggi e svantaggi di ciascun metodo, come è normale nello studio di diverse tecniche, senza che questo debba comportare una opzione contrapposta tra due campi avversari. La maggior parte dei medici che si occupano di Ivg e dispongono di entrambe le metodiche applicano dei criteri di valutazione caso per caso, informano la paziente delle varie possibilità e le chiedono di scegliere. Questo avviene tutti i giorni, in tutti gli ospedali, per qualunque atto medico. Perché non deve avvenire in questo caso? La disinformazione passa innanzitutto dalla distorsione del linguaggio. Nell’articolo della Roccella l’aborto farmacologico viene chiamato “aborto chimico”, con un evidente intento spregiativo: forse che l’effetto di un qualunque altro farmaco non è altrettanto “chimico”? Anche nel caso dell’ulcera gastrica si parla di trattamento “medico” o “chirurgico”, ma non si parla mai di trattamento “chimico” dell’ulcera gastrica. Sempre nell’articolo in questione si assimila la procedura ad un “piccolo parto”, mentre l’esempio andrebbe fatto con l’aborto spontaneo precoce; qualunque donna che abbia partorito e anche abortito spontaneamente una gravidanza iniziale vi saprà dire la differenza. Si dà altrettanto per scontato che il metodo chirurgico sia da preferire perché “controllato” dal medico anziché dalla paziente. E se lo chiedessimo alle pazienti? Se ci sono donne che per innumerevoli e complessi motivi vogliono poter scegliere tra due opzioni che la medicina offre loro, perché pensare che non siano in grado di farlo? È disinformazione anche continuare a dire che il tasso di mortalità per aborto medico è 10 volte maggiore dell’aborto chirurgico: in Europa, dove dal 1988 sono state vendute circa 2,5 milioni di confezioni di Mifegyne, non sono mai stati riportati casi di shock settico. È infine disinformazione tacere del ruolo del mifepristone nell’aborto terapeutico del secondo trimestre, questo sì vero “parto in miniatura” per donne che interrompono una gravidanza desiderata ma con una qualche patologia grave. Con la RU486 somministrata prima delle prostaglandine, i tempi del travaglio sono letteralmente dimezzati; sto parlando di situazioni che a volte si prolungano per giorni e giorni con una intensità di dolore fisico e psichico tale da rappresentare anche per noi operatori un grosso impegno emotivo.
Lo stesso avviene nei drammatici casi di morte intrauterina, in cui questo farmaco viene usato da anni nei Paesi in cui era disponibile. Perché noi medici dovremmo ritenere giusto non disporne nel nostro Paese?

lunedì 24 agosto 2009

Il diritto alla alimentazione è in verità il dovere di prendersi un tubo ficcato in pancia senza fiatare


Esiste qualcosa di più odioso della imposizione, ed è una imposizione mascherata da diritto, da privilegio. Insomma qualcosa che potrebbe prendere il nome di presa per il culo senza timore di usare una espressione troppo forte o troppo colorita.
Il nostro caro ministro del Welfare Maurizio Sacconi non è nuovo a dichiarazioni insensate e stavolta anche l'intervistatore meriterebbe una dura critica («Salari differenziati dai nuovi contratti o saltano gli sgravi alle retribuzioni»: una intervista su vari temi di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, 24 agosto 2009, che non fa una piega, non aggiunge un commento, non fa una domanda per denudare le fandonie del caro ministro, niente: le parole riportate con un copia-incolla che non meriterebbe una firma in fondo alla pagina. Viene da pensare che se le dichiarazioni di Sacconi sugli altri temi sono del tenore di quelle che stiamo per commentare non c'è davvero da stare allegri... perdonate se non ho voglia di leggermi tutto il papiello).

Sulla bioetica tutto il governo ha avuto finora posizioni laicamente unitarie, a vole­re difendere e attuare la legge 194 e rigorosamen­te verificare la compatibilità della pillola Ru486 con la legge stessa. Proprio perché riteniamo che si debbano salvaguardare i criteri che hanno evi­tato la solitudine della donna di fronte al dramma dell'interruzione di gravidanza. E per la regolazio­ne della fine di vita tutto il governo si è espresso a favore del diritto inalienabile all'alimentazione e all'idratazione per chi non è autosufficiente. A questo proposito, per attenuare la conflittualità parlamentare, potremmo ipotizzare l'immediata approvazione di queste norme rinviando a solu­zioni più condivise quelle relative alle dichiarazio­ni anticipate di trattamento.
Laicamente? Verrebbe da chiedere a Sacconi quale sia la sua strampalata idea di laicità perché di laico ultimamente in Italia si è visto davvero poco, e non per difetto di osservazione.
E anche sulla difesa della 194 verrebbe da interrogare il ministro: conosce le percentuali degli obiettori di coscienza? O i problemi delle attese e delle carenze del personale? Sa di cosa sta parlando o parla tanto perché si trova davanti qualcuno che gli fa le domande?
Infilare il dramma delle donne e la loro solitudine è davvero squallido da parte di chi è almeno corresponsabile di quanto accade negli ospedali, della solitudine causata dalle circostanze in cui molte donne si trovano ad abortire, la solitudine e le difficoltà non intrinseche nella decisione di abortire ma determinate dalle condizioni logistiche e culturali di un Paese in cui la possibilità di interrompere una gravidanza è troppo spesso carta straccia.
Ma il meglio deve ancora venire: il diritto alla nutrizione (nutrizione, ministro, nutrizione e non alimentazione perché come diceva sarcasticamente qualcuno le parole sono importanti e, aggiungerei, veicolano un mondo concettuale che è meglio avere chiaro e non incasinato come nella testa di Sacconi ove diritto e dovere si mischiano, nutrizione e alimentazione pure, libertà e laicità sono svuotate di significato)! Il diritto nessuno lo mette in discussione, nessuno che sia un essere ragionante e ragionevole. Ma qui non si parla di diritto (qui come nel ddl Calabrò, tanto per ricordare quel capolavoro legislativo e umano), ma di dovere. Si parla di qualcuno che decide per tutti gli altri, perché noi cittadini siamo tutti coglioni che devono essere nutriti e assistiti più o meno solo quando non lo vogliamo. Per tutto il resto c'è mastercard. Gli altri possono anche fottersi.

sabato 22 agosto 2009

Il problema è l’autonomia

Silvia Ballestra si conferma uno dei commentatori più sensibili e ragionevoli sui temi bioetici. Ecco cosa scriveva ieri a proposito della pillola abortiva («La tecnica, l’etica e il corpo femminile», Repubblica, 21 agosto 2009, p. 52; la stessa autrice aveva già toccato l’argomento qualche mese fa):

Ma perché desta tanto scandalo la pillola abortiva quando l’aborto è legale da trent’anni? Qual è il vero salto culturale? Cos’è che turba tanto gli oppositori più veementi?
Intanto va detto che la pillola rende la donna più autonoma rispetto al medico, il quale, quindi, viene sollevato da una parte del lavoro. Con la Ru486, non è più il medico a praticare materialmente l’aborto mediante aspirazione o raschiamento, ma è la donna stessa che, assumendo due pillole, agisce in prima persona sul proprio corpo. Il medico può limitarsi a verificare che vi siano le condizioni adatte, seguire il buon andamento, verificare l’esito, ma è la donna che, sveglia e presente, gestisce il proprio aborto, porta a compimento, fino alla fine, la decisione intrapresa. Colpisce una testimonianza riportata da Giovanni Fattorini nel suo libro Aborto: un medico racconta trent’anni di 194: parla di una ragazza che ha scelto la Ru486 non per la minore invasività, ma per la volontà di vivere fino in fondo l’esperienza del lutto, lontana da ipocrisie sanitarie. “Aveva deciso di rinunciare a un figlio e voleva farlo lei, non delegarlo a nessuno. Un estraneo le avrebbe messo le mani addosso con perizia, e magari con delicatezza, ma sempre con una partecipazione distante”. È chiaro che questo atto ulteriore di autodeterminazione spaventa e indigna quelli convinti che l’aborto sia un omicidio (e per i quali, dunque, in Italia girerebbero a piede libero milioni di assassine: nel caso, le vostre stesse nonne, madri, mogli, compagne, figlie). Ma è anche un ottimo modo per risolvere, in parte, l’annoso problema dell’obiezione di coscienza che – al contrario delle interruzioni di gravidanza, dimezzate in trent’anni – è la vera emergenza a proposito di aborto. E che riguarda ginecologi, anestesisti, infermieri e persino portantini. Ma con la Ru486 non è più il medico a farsi carico di un atto doloroso e pesante: la responsabilità ricade interamente sulla donna. Inoltre con la Ru486, l’aborto diventa un atto più discreto, circoscritto al rapporto medico-paziente, mentre adesso, con il chirurgico, è prevista una serie di passaggi per cui una quantità di persone può venirne a conoscenza: inutile dire che nei posti piccoli la “pubblicità” di una tale decisione, soprattutto in questo clima di demonizzazione, costituisce un peso in più per la donna, peggio se giovane.
È proprio così: quello che terrorizza gli integralisti non è la presunta «facilità» dell’aborto farmacologico, e men che meno la sua presunta pericolosità per la salute femminile; è la perdita di controllo – sia pure relativa – sulle donne, che la pillola sottrae alle forche caudine dell’obiezione di coscienza e della pressione sociale conformista.

martedì 11 agosto 2009

È in calo l’uso della RU-486?

Da uno che ha fatto partorire una donna di 63 anni e che ha annunciato di aver clonato un essere umano non te lo aspetteresti; ma Severino Antinori ama stupire, e forse la contraddizione è minore di quanto possa apparire a prima vista. Ecco parte delle sue dichiarazioni sulla pillola abortiva battute ieri da un’agenzia di stampa:

(Adnkronos) Roma, 10 ago. - «Da ginecologo consiglierei l’aborto chirugico. Quello farmacologico, molto più doloroso, comporta conseguenze più lunghe e traumatiche. Le donne sono più esposte così a rischi e infezioni. In Francia e in altri paesi avanzati, ad esempio, rispetto all’introduzione si è registrato un calo nell’assunzione del farmaco, chiaro segno che la pillola non è poco traumatica».
Che l’aborto farmacologico non sia sempre una passeggiata è vero; la RU-486 è un farmaco, e come tutti i farmaci può comportare effetti indesiderati. Ma è anche vero che a causa di questo si è registrato in Francia un calo nell’assunzione di questo farmaco?
Andiamo a consultare l’ultimo fascicolo disponibile delle statistiche sull’aborto in Francia, curato da Annick Vilain: Les interruptions volontaires de grossesse en 2006 (Études et Résultats, 659), Paris, Direction de la recherche, des études, de l’évaluation et des statistiques (DREES), 2008. A p. 2 troviamo questo grafico, che illustra l’evoluzione della percentuale degli aborti farmacologici sul totale delle interruzioni volontarie di gravidanza:
Ora, questo andamento si potrebbe anche interpretare come un calo – ma solo a patto di guardare non il grafico direttamente ma il suo riflesso in uno specchio... In realtà, come si vede, dal 1993 in avanti non c’è stato un anno in cui la percentuale degli aborti farmacologici non fosse maggiore – nella sanità pubblica, in quella privata e nel complesso delle due – di quella dell’anno precedente (per quanto riguarda i numeri assoluti, basti sapere che dal 1991 in poi il numero di IVG in Francia si mantiene pressoché costante).
Gli unici anni in cui si registra un calo percentuale sono il 1991 e il 1992. Può essere una coincidenza, ma in quei primi anni dall’introduzione della RU-486 si verificarono tre reazioni avverse particolarmente serie – di cui una purtroppo fatale – al sulprostone, che era la prostaglandina usata allora per completare l’aborto (nel 1992 il sulprostone fu sostituito dal misoprostolo). Quindi forse Antinori ha ragione: un calo nell’assunzione potrebbe essere collegato a problemi del farmaco. Però prima occorre assicurarsi che il calo ci sia stato veramente...

Per quanto riguarda gli altri paesi «avanzati», possiamo ricorrere a quest’altro grafico, tratto da Rachel K. Jones e Stanley K. Henshaw, «Mifepristone for Early Medical Abortion: Experiences in France, Great Britain and Sweden» (Perspectives on Sexual and Reproductive Health 34, 2002, pp. 154-61), che purtroppo si arresta al 2000:
La differenza delle percentuali francesi rispetto al grafico precedente è dovuta al fatto che qui si usano le percentuali sugli aborti precoci, non sugli aborti totali. Per il resto, il quadro è identico.
Infine un grafico per la situazione svedese, tratto da Sveriges officiella statistik, Aborter 2008 (Stockholm, Socialstyrelsen, 2009, p. 19), con lo stesso tipo di dati del grafico precedente: la linea nera e quella blu indicano le percentuali degli aborti chirurgici con aspirazione praticati rispettivamente prima di 12 e 9 settimane di gestazione; la linea rossa e quella verde le percentuali degli aborti farmacologici praticati prima di 9 e 12 settimane (si tenga presente che in questo paese dal 1991 gli aborti precoci sono in costante aumento rispetto al totale degli aborti praticati, vd. il grafico 4 alla stessa pagina):
Abbastanza eloquente, direi.

domenica 9 agosto 2009

Pillole e contraddizioni

Roberta De Monticelli, «Una pillola da non scomunicare», Il Sole 24 Ore (8 agosto 2009, p. 9):

[O]nestà vorrebbe che lo si dicesse chiaro: quello che della pillola abortiva non va bene è il fatto che umanizza una condizione dolorosissima. Il fatto che, come sempre la medicina, diminuisce la nostra sofferenza quando è inutile.
Se una prende una decisione che la sua guida spirituale giudica malvagia, che almeno soffra il più possibile, e soprattutto che sia il più possibile dipendente dal medico (cioè da colui che dovrebbe invece essere semplicemente al servizio del paziente libero, responsabile e informato, quando si tratti di sanità pubblica). Anzi: ben venga la dipendenza e l’onerosità, come forza dissuasiva, e pazienza se la peccatrice non avrà peccato solo per evitare quest’onere. Certo una profonda stima della maturità morale dei cittadini, questa: non facilitate l’aborto, se no le remore morali verranno meno!
Qualche vescovo ha detto ciò chiaramente? Nemmeno per sogno: su questo punto la nebbia si fa fittissima. Scrive il cardinal Poletto: «La nostra scelta di parlare è nata per contrastare un punto di vista che consideriamo molto pericoloso e sbagliato, quello per cui la pillola renderebbe l’aborto facile e indolore». Ma se non lo rendesse facile e indolore (siamo d’accordo!) – perché opporsi a essa invece che direttamente alla 194?
C’è un altro argomento che invece sarebbe chiarissimo: troppa libertà. La vicenda di Eluana prima e ora quella della RU486 «ci fanno vedere – scrive il cardinal Bagnasco – un indirizzo prevalente se non assoluto verso la libertà dell’individuo, una libertà che sembra essere assoluta». Ecco, ma su questo punto le persone che infine scelgono e decidono, secondo quanto finora previsto dalla legge, cioè gli individui adulti e responsabili, in particolare le donne, sono o non sono “troppo” libere? Al dunque, sì e no, insieme.
Poverette. «Gravissime sono le ricadute psicologiche – recita il documento dell’Ufficio per la pastorale della salute della Diocesi di Torino – perché il medico, quando non sceglie di avvalersi dell’obiezione di coscienza, assume il ruolo di assistente passivo e la donna diventa protagonista dell’atto abortivo che si protrae nel tempo, finché, dopo interminabili ore vissute nell’angoscia e con inevitabili sensi di colpa, è costretta a vedere il figlio espulso, rifiutato come un corpo estraneo». «Costretta»? Ma il problema non era che era troppo libera?
Da leggere tutto.