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martedì 30 ottobre 2012

A Boston si vota sul suicidio assistito


Il prossimo 6 novembre i cittadini del Massachusetts voteranno sul suicidio assistito. Se la maggior parte di loro sceglierà per la legalizzazione sarà il terzo Stato degli Usa, dopo l’Oregon e Washington, a permettere ai medici di prescrivere un farmaco letale.
Il Massachusetts Death With Dignity Act consentirebbe ai residenti di scegliere di morire in caso di malattia terminale - o meglio di scegliere come morire nel caso in cui l’aspettativa di sopravvivenza sia inferiore ai sei mesi, le condizioni di vita siano diventate insopportabili o il dolore sia intrattabile.

Il Corriere della Sera, La Lettura #50, 28 ottobre 2012.

sabato 3 dicembre 2011

Dieci considerazioni su Travaglio (e Magri)

Il commento di Marco Travaglio riguardo al suicidio assistito di Lucio Magri offre numerosi spunti di riflessione. Li elenchiamo senza ulteriori introduzioni.

1) Le prime righe sono “io non farei”, “io non direi”. Quando finalmente leggiamo “Ma qui mi fermo” è troppo tardi. Per l’ennesima volta siamo di fronte alla regola, suggerita e poi ritirata, che gli altri dovrebbero comportarsi come ci comporteremmo noi. Pareri, certo, ma dal sapore profondamente paternalistico e moralistico.

2) L’ipocrisia del suicidio assistito e il vero nome: omicidio del consenziente. Potremmo discutere di nomi e termini, ma se siamo disposti ad arretrare e a domandarci se possiamo disporre della nostra vita, ci accorgeremmo che i due concetti si sovrappongono. L’omicidio è moralmente condannato perché, tra le altre ragioni, viola la volontà di chi è ucciso. Se a “omicidio” aggiungiamo “consenziente” questa condanna vacilla. Inoltre parliamo di suicidio assistito quando ci muoviamo in campo sanitario. La malattia terminale non è una bacchetta magica per giustificare alcunché, ma una delle condizioni in cui si può discutere se è lecito o no domandare di essere aiutato a morire. Il problema è eventualmente il coinvolgimento del medico e la sua volontà, non che non ho una malattia terminale.

3) Eutanasia, Mario Monicelli o Eluana Englaro: “non c’entrano nulla perché Magri non era un malato terminale, né tantomeno in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina”. Come dicevo prima non ci sono solo le malattie terminali da considerare. Piergiorgio Welby non era un malato terminale. Ci sono molte condizioni cliniche croniche che alcuni non tollerano e non vogliono più vivere e che non possono essere considerate malattie terminale. Ce ne freghiamo di queste persone oppure vogliamo perdere un po’ di tempo a pensarci? Inoltre Travaglio sembra verosimilmente riferirsi a Eluana Englaro come “in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina”. Giusto per precisione, qualora fosse rivolta a lei questa descrizione: Eluana Englaro era in una condizione che si chiama stato vegetativo persistente e permanente e non era attaccata a nessuna macchina. Aveva un sondino nasogastrico per la nutrizione e l’idratazione artificiale.

4) Suicidio assistito dal punto di vista logico: qui la logica salta del tutto. “Chi vuole sopprimere la “sua” vita deve farlo da solo; se ne incarica un altro, la vita non è più sua, ma di quellaltro” (il corsivo è mio). Quindi anche quando vado dal medico per farmi togliere le tonsille la mia vita non è più mia perché chiedo al medico di asportarle? O vale solo per la richiesta di morire? La morte fa parte della nostra esistenza e fa parte anche dell’esistenza del medico (come persona, ovviamente, ma qui prima di tutto come operatore sanitario). Quando Welby ha chiesto - ha “incaricato” - un medico ha forse regalato la sua vita al medico? E poi: se il medico è d’accordo come ne uscirebbe Travaglio? A nessuno piace crepare e sembra facile, stando seduto sul divano di casa comodamente, condannare la richiesta di persone in condizioni che è necessario conoscere prima di giudicare.

5) Suicidio assistito dal punto di vista giuridico: speravo di non ritrovarmi quella espressione terribile che finisce con il “punto” - scritto a lettere e poi seguito dal punto come segno di punteggiatura. Ma via è un dettaglio. Ciò che manca in questo punto di vista è il contesto sanitario. Insinuare l’analogia tra il boia e il medico è una mossa sporca e fuori tema. Inoltre si dimentica la volontà dell’individuo, che in campo sanitario (e in molti altri campi) distingue un atto di abuso da un atto lecito. Non dimentichiamo che la tecnologia medica oggi ci permette di ottenere risultati fino a qualche anno fa impensabili, ma ci mette anche di fronte a condizioni moralmente complesse. Le tecniche di rianimazione, per esempio, hanno l’effetto di far sopravvivere il nostro corpo anche con il nostro cervello distrutto - Eluana Englaro qualche tempo fa sarebbe morta - o le tecniche di respirazione e di nutrizione permettono di prolungare la nostra vita, ma a volte in condizioni che riteniamo inaccettabili. Dovremmo essere autorizzati a interrompere trattamenti o tecnologie di sopravvivenza e dovremmo essere assistiti - oppure il medico dovrebbe abbandonare i pazienti al loro destino? Dovrebbe girarsi dall’altra parte, dicendo loro di organizzarsi per proprio conto? A nessuno piace crepare e a nessun medico piace accompagnare alla morte i pazienti, ma l’alternativa al coinvolgimento dei medici (coinvolgimento difficile, emotivamente faticoso, giuridicamente scivoloso, un coinvolgimento che necessita di un dibattito serio e non ipocrita) è fare finta di niente. Ultima considerazione: perché non riferirsi - o almeno considerare - l’articolo 580 del Codice Penale, istigazione o aiuto al suicidio?

Le altre 5 su Giornalettismo.

sabato 4 giugno 2011

Kevorkian

Photo by Jeff Kowalsky.

“I’m trying to knock the medical profession into accepting its responsibilities, and those responsibilities include assisting their patients with death”, aveva dichiarato nel 1990.
Un lungo articolo di ieri su The New York Times ricorda la storia di Jack Kevorkian (Dr. Jack Kevorkian Dies at 83; A Doctor Who Helped End Lives).
Comunque la si pensi, Kevorkian ha avuto il merito di rompere il silenzio ipocrita sulla morte e sulla sofferenza, sulla malattia terminale e sul legittimo desiderio - da parte di alcuni - di non sopravvivere in condizioni penose e senza prospettive di miglioramento.
In più ha avuto il merito di non arretrare di fronte alle conseguenze delle sue scelte scontando 8 anni di carcere.
Mi vengono in mente i tanti che strepitano sulla immoralità di qualche atto standosene comodamente in poltrona e limitandosi a far finta di niente. Non so perché mi vengono in mente molti obiettori di coscienza sulla 194 o sulla contraccezione di emergenza. Mi vengono in mente anche i tanti che strepitano di morte naturale e di diritto sacro alla vita. Ma poi mi fermo qui perché il panorama è troppo desolante.

giovedì 10 settembre 2009

La Morte e Terry Pratchett

In Gran Bretagna il dibattito sul suicidio assistito si è riacceso con il caso di Debbie Purdy, la malata di sclerosi multipla che ha chiesto a un tribunale di chiarire se il marito rischia di venire incriminato qualora la accompagnasse in Svizzera a morire in una clinica della Dignitas (l’organizzazione che aiuta i malati a praticare il suicidio).
Nel dibattito è intervenuto Terry Pratchett, l’autore di celebri libri di fantasy, come la serie di Discworld, a cui è stato diagnosticato nel 2007 il morbo di Alzheimer. Le considerazioni di Pratchett si possono leggere sul MailOnlineI’ll die before the endgame, says Terry Pratchett in call for law to allow assisted suicides in UK», 3 agosto 2009).

Nel corso degli ultimi anni ho incontrato persone deliziose, che dicono di avere il forte desiderio di prendersi cura degli altri. Non ho nessuna ragione di dubitarne; ma riuscirebbero costoro ad accettare il fatto che ci sono altre persone che hanno il desiderio fortissimo di non trovarsi mai ad aver bisogno che qualcuno si prenda cura di loro?
[…]
Mi sto godendo in pieno la vita, e spero di continuare a farlo per un bel po’. Ma sono anche deciso, prima che la fine dei giochi si profili all’orizzonte, a morire seduto nel mio giardino, con un bicchiere di brandy in mano e Thomas Tallis sull’iPod – perché la musica di Thomas riuscirebbe a sollevare persino un ateo un pochino più vicino al Cielo – e forse un secondo brandy, se ci sarà tempo.
Ah, e visto che siamo in Inghilterra, sarà bene aggiungere: «Se piove, in biblioteca».
[…]
Anche le cose che aggiungiamo [alla vita], come l’orgoglio, il rispetto di sé e la dignità umana, sono degne di essere preservate, e possono andar perdute nel feticismo per la vita ad ogni costo.
Da leggere tutto.

martedì 1 settembre 2009

Montana Court to Rule on Assisted Suicide Case

Dolore

Robert Baxter was by all accounts a tough man. Even in the end, last year, as lymphocytic leukemia was killing him, Mr. Baxter, a 76-year-old retired truck driver from Billings, Mont., fought on. But by then he was struggling not for life, but for the right to die with help from his doctor.

“He yearned for death,” his daughter, Roberta King, said in a court affidavit describing her father’s final agonized months.

Now, in death, Mr. Baxter is at the center of a right-to-die debate that could make Montana the first state in the country to declare that medical aid in dying is a protected right under a state constitution.

The state’s highest court on Wednesday will take up Mr. Baxter’s claim that a doctor’s refusal to help him die violated his rights under Montana’s Constitution — and lawyers on both sides say the chances are good that he will prevail.

Continua (New York Times, August 31, 2009)

mercoledì 12 novembre 2008

Obama e l’assisted suicide

L’entusiasmo italiano per la vittoria del candidato democratico in Usa non sembra poter portare a interventi concreti simili a quelli americani. Dove, ad esempio, il suicidio assistito è già una realtà.

L’entusiasmo obamiano ha travolto tutti – almeno molti. Feste, bandierine, facce inebetite. L’augurio, adesso, è che tutto questo invocare il nuovo, “we can”, i diritti civili e i cambiamenti non rimangano vuote parole, dimenticate e rimpiazzate dalla palude indigena. Certo la figura barbina del cavaliere e di altri stimabili rappresentati del nostro Paese non va in questa direzione. Basterebbe che una parte della sentita partecipazione alla vittoria di Barack Obama fosse trasformata in azioni per rimediare al paternalismo e al clima illiberale. Ma i segnali sono sconfortanti. L’esempio più significativo è la discussione sul testamento biologico: verosimilmente uscirà dal Parlamento una legge profondamente lesiva dell’autodeterminazione e del buon senso (perché si vuole rendere il testamento non vincolante; si vuole sottrarre alla decisione la nutrizione e l’alimentazione forzata; si vuole introdurre l’obiezione di coscienza – si vuole, in un parola, mangiare dall’interno il corpo normativo e consegnare una carcassa in putrefazione).

(Continua su Giornalettismo, 12 novembre 2008)

mercoledì 10 settembre 2008

Olé!

Sul Foglio, commentando le notizie sull’iniziativa legislativa che dovrebbe portare all’introduzione in Spagna del suicidio assistito, un anonimo editorialista definisce quest’ultimo «la forma più chiara e brutale di eutanasia» («Faust a Madrid», 9 settembre 2008, p. 3).
Il suicidio assistito differisce dall’eutanasia attiva nel fatto che il farmaco letale non viene somministrato dal medico; questi si limita a procurarlo e ad assistere il paziente, che lo assumerà da sé. In che cosa questa sarebbe «la forma più chiara e brutale di eutanasia»? Uno si aspetterebbe magari da un critico «la forma più ipocrita»; di più chiaro e più brutale, rispetto all’eutanasia in senso proprio, non c’è nulla. Sembra proprio, quindi, che qualcuno abbia usato un paio di aggettivi a cavolo. Del resto, quando si tratta della Spagna degli ultimi anni, al Foglio reagiscono come il toro davanti al quale agitano il drappo rosso: non capiscono più niente, caricano a testa bassa, e si lasciano infilzare facilmente...

sabato 24 novembre 2007

Letture consigliate ai politici (e non solo)

Oregon residents can take great comfort in knowing that they have provided terminal patients a choice to avoid a painful, undignified death.
[...]
Doctors, of all people, should know that for a small percentage – roughly 5 percent – of terminally ill patients, morphine and other drugs cannot control their pain, making the final weeks and months of their lives unbearable.

For these people, the knowledge that they can choose to end their life on their own terms is a great comfort.
[...]
It is clear that Oregon’s extensive safeguards are working. Fewer than 25 people each year have taken advantage of their right to die with dignity, which equates to one-seventh of 1 percent of all deaths in the state. The median age is 70, and the vast majority have had cancer, which can lead to excruciatingly painful deaths in some cases.
Da Editorial: We Should Follow Oregons Lead on Death with Dignity. Terminally Ill Should be Able to Make a Choice, Mercury News, 11/05/2007.

lunedì 1 ottobre 2007

Il pendio non scivoloso

È una delle poche obiezioni non manifestamente infondate alla legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito: le persone più vulnerabili – ci viene detto – cioè anziani, poveri, disabili etc., sarebbero quelle che più facilmente ricorrerebbero all’aiuto dei medici per terminare la propria esistenza. L’eventuale pressione di familiari stanchi di occuparsi di loro e di istituzioni sanitarie alle prese con bilanci ristretti farebbe breccia soprattutto su chi è meno capace di difendersi, o è stato condizionato dalla società a pensare a se stesso come indegno di cure.
La risposta usuale che si dà a questa particolare applicazione dell’argomento dello slippery slope (il piano inclinato, o il pendio scivoloso), è che l’adozione di regole certe e condivise renderebbe di fatto meno probabili eventuali discriminazioni, rispetto a una situazione in cui certe pratiche continuino a essere praticate clandestinamente. Ma è chiaro che solo i fatti potrebbero dissipare per sempre certe paure.
E il riscontro empirico sembra essere finalmente arrivato. Sull’ultimo numero del Journal of Medical Ethics, Margaret P. Battin e colleghi pubblicano uno studio che prende in esame gli effetti di due legislazioni liberali sulla morte assistita («Legal physician-assisted dying in Oregon and the Netherlands: evidence concerning the impact on patients in “vulnerable” groups», 33, 2007, pp. 591-97). Nei Paesi Bassi il suicidio assistito e l’eutanasia volontaria sono di fatto legali fin dagli anni ’80 (una legge ha regolamentato la materia nel 2002), su pazienti che stiano sperimentando «sofferenze insostenibili e senza speranza di remissione»; nello Stato americano dell’Oregon è in vigore dal 1997 una legge che legalizza il suicidio assistito per i pazienti terminali.
Ecco i dati:

Anziani: In Oregon, il 21% di tutte le persone che muoiono ha 85 o più anni; ma la percentuale cala al 10% tra i pazienti che muoiono per suicidio assistito. Le persone tra 18 e 64 anni di età hanno una probabilità tre volte maggiore di morire per suicidio assistito rispetto a chi ha più di 85 anni. Nei Paesi Bassi, il tasso di morte assistita appare minore tra le persone maggiori di 80 anni (0,8% nel 2005), seguito da quello delle persone fra 65 e 74 anni (2,1%); il tasso maggiore è per chi ha meno di 65 anni (3,5%).

Non assicurati: in Oregon il 16,9% delle persone minori di 65 anni è privo di assicurazione medica (chi ha più di 65 anni è assicurato dal programma statale Medicare), ma solo l’1% dei pazienti che hanno fatto ricorso al suicidio assistito non era assicurato.

Non alfabetizzati: in Oregon chi si è diplomato in una università ha una probabilità 7,6 maggiore di morire per suicidio assistito di chi non ha ottenuto neppure il diploma di scuola secondaria. Nei Paesi Bassi uno studio del 1990 non ha rivelato alcuna particolare relazione tra livelli di istruzione e ricorso alla morte assistita.

Poveri: in Oregon mancano dati diretti sui livelli di reddito, ma quelli sul possesso di un’assicurazione medica e sul livello di istruzione sono chiaramente associati col benessere economico. Nei Paesi Bassi dati indiretti mostrano che i tassi di morte assistita sono tanto più elevati quanto più alto è il livello socioeconomico dei pazienti.

Minoranze: in Oregon il 2,6% della popolazione è afro-americana, ma su 292 pazienti morti dal 1997 ad oggi per suicidio assistito non si registra nessun afro-americano.

Disabili: in Oregon la legge consente il sucidio assistito soltanto ai malati terminali (definiti come chi ha meno di sei mesi di vita davanti a sé); nei Paesi Bassi invece la legge teoricamente potrebbe applicarsi a un disabile non terminale, ma nella pratica si stima che solo lo 0,2% dei pazienti che hanno fatto ricorso alla morte assistita abbia perduto più di sei mesi di vita (manca tuttavia il confronto con la popolazione generale).

Malati di mente: in Oregon nessuno dei 292 pazienti morti per suicidio assistito aveva una patologia mentale che potesse influenzare la propria decisione: benché il 20% di tutte le richieste provenisse da persone depresse, nessuna di esse è stata mai accolta (anche se esistono tre casi disputati, e altri potrebbero essero rimasti non diagnosticati). Nei Paesi Bassi accade spesso che una patologia psichiatrica venga addotta come motivo per non consentire la morte assistita. Alcuni rari casi si sono tuttavia verificati; su uno di questi (in cui a una donna affetta da depressione non curabile era stato concesso il suicidio assistito) si è pronunciata la locale Corte Suprema, che ha decretato che le «sofferenze insostenibili e senza speranza di remissione» di cui parla la legge possono anche essere soltanto mentali, ma che questi casi necessitano di un vaglio più rigido. Anche l’eutanasia per pazienti malati di Alzheimer è legale qualora ne venga fatta richiesta nel proprio testamento biologico, ma nonostante l’alto numero di casi viene raramente concessa.

Come si vede, il quadro non solo confuta le paure dello slippery slope, ma in un certo senso le ribalta. Unica eccezione, i malati di Aids sembrano più inclini a ricorrere alla morte assistita sia in Oregon sia nei Paesi Bassi (i dati sono affetti però da qualche incertezza). Non si può escludere che lo stigma morale che ha circondato – specie in passato – la malattia sia alla base di questa apparente eccezione a una situazione che per il resto appare decisamente coerente e univoca.

venerdì 15 settembre 2006

Assistenza al suicidio

I malati ricoverati negli Ospedali universitari di Ginevra (HUG) potranno beneficiare dell’assistenza al suicidio, ma soltanto in casi eccezionali e nel rispetto di condizioni particolarmente severe. I medici degli HUG non avranno il diritto di praticare il suicidio assistito.

La decisione è stata presa dal consiglio d’amministrazione degli HUG, in seguito alla raccomandazione emessa nel 2005 dalla Commissione nazionale di etica. Gli HUG rifiutano però esplicitamente di prendere posizione nel dibattito sull’assistenza al suicidio.

Il gesto potrà essere praticato da medici dell’associazione EXIT o da altri medici, “ad esclusione del personale curante dell’istituto”. Il paziente deve soffrire di una malattia dal decorso fatale la cui evoluzione lascia supporre una morte imminente, deve aveva una capacità intatta di discernimento, rifiutare le alternative proposte ed essere nell’impossibilità di reintegrare il proprio domicilio.

“Ogni paziente che esprimerebbe una domanda di assistenza al suicidio sarà ascoltato senza pregiudizi. Se necessario, gli sarà proposto un aiuto volto a chiarire la sua domanda e i motivi che la inducono. Il paziente sarà informato delle possibilità di assistenza alternativa, quali le cure palliative”. La domanda di assistenza al suicidio non potrà essere motivata da una patologia psichiatrica.
Assistenza al suicidio ammessa in ospedali universitari, Ticinonline, 14 settembre 2006.

giovedì 10 agosto 2006

Bill to Fight Assisted Suicide

All’inizio di agosto il senatore repubblicano del Kansas Sam Brownback ha presentato una proposta di legge contro il suicidio assistito. Il testo afferma che usare le sostanze farmacologiche che sono controllate e permesse dalla legge per provocare la morte del paziente non è un fine medico legittimo; usarle per dare sollievo al dolore invece sì. Secondo Brownback considerare il suicidio assistito come atto medico intacca la moralità della società (verrebbe da domandare: si potrebbe legalizzarlo senza considerarlo atto medico?). L’uccisione potrebbe diventare una soluzione moralmente accettabile per i malati cronici e terminali. Secondo Brownback l’oscenità e l’inaccettabilità di questo scenario è tanto evidente da non richiedere argomenti a sostegno e nemmeno di soffermarsi a considerare se esiste qualche circostanza in cui un malato terminale potrebbe desiderare la morte, e se esiste qualche circostanza in cui questo desiderio dovrebbe essere rispettato.
E prosegue Brownback: permettere il suicidio assistito potrebbe spingere le compagnie assicurative ad incoraggiare l’uccisione dei pazienti che necessitano di assistenza sanitaria a lungo termine. Incoraggiamento, si badi, immorale ma non necessario. Non è corretto condannare la possibilità di ricorrere al suicidio assistito minacciando una possibile conseguenza; perché è questa ad essere condannabile, non quanto può provocarla.
La proposta di legge prevede l’incriminazione per i medici che usano farmaci antidolorifici per provocare la morte, affidando l’onere della prova al procuratore federale. Però non impedisce a quegli stessi medici di somministrare cure palliative anche nel caso in cui accelerano la morte (dunque, la provocano). Forse il senatore non è molto preparato sulle questioni mediche, perché altrimenti si soffermerebbe sulla difficoltà di distinguere la somministrazione di farmaci antidolorifici dalla induzione della morte del paziente. Come rendersi conto se lo scopo del medico è il sollievo che indirettamente causa la morte oppure è determinare direttamente la morte?
La Christian Medical Association, che vanta 17mila iscritti e ha lo scopo di “motivare ed educare i medici a glorificare Dio e a condurre le persone a Cristo” (MISSION: CMDA exists to motivate, educate, and equip Christian physicians and dentists to glorify God...), ha appoggiato la proposta di legge con entusiasmo. Secondo le dichiarazioni del direttore esecutivo David Stevens, il “Bill to Fight Assisted Suicide” interpreta un principio religioso millenario e indiscutibile: che nessuno può osare decidere della vita e della morte (escluso Dio). Nemmeno il diretto interessato, condannato così a subire una malattia incurabile anche contro la propria volontà.