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martedì 24 gennaio 2012

La saggezza di Socci

La pièce teatrale Sul concetto di volto nel Figlio di Dio di Romeo Castellucci (in programmazione da oggi e fino al 28 gennaio al Teatro Parenti di Milano) ha causato nei giorni scorsi prese di posizione rabbiose da parte degli integralisti cattolici, che accusano l’opera di blasfemia – naturalmente senza averla mai vista: il lancio di escrementi contro una gigantografia del volto di Cristo, di cui si parla, esiste a quanto pare solo nell’immaginazione sovreccitata di questi fanatici.

Fra le poche voci cattoliche a non farsi travolgere dall’odio cieco va annoverata quella – certo non sospettabile di sudditanza nei confronti del mondo laico – di Antonio Socci, che in alcuni articoli (del 20 e del 22 gennaio) ha difeso il regista dalle accuse piovutegli addosso. In un post apparso oggi Socci ci aiuta a capire cosa può aver causato questo assalto inconsulto («La mia risposta sul “caso Castellucci” (con un invito ad andare a leggere sul sito della Chiesa francese)», Lo Straniero, 24 gennaio 2012):

Ci sono cattolici ragionevoli e seriamente preoccupati che hanno scritto sul “caso Castellucci” e pure che hanno inviato mail a me. Con costoro credo si possa convenire che c’è stato un colossale malinteso: in quella pièce teatrale non c’è nessun lancio di escrementi sacrilego.
Secondo me dovrebbe bastare questo a mettere fine alla bagarre.
Ma ci sono anche alcuni fanatici, che in certi casi sembrano francamente confusi dall’astio, talora dall’odio, e che mi scrivono insulti (complimenti: che bel cristianesimo!).
Costoro sembrano quasi dispiaciuti dalla scoperta che nella pièce di Castellucci non c’è nessun lancio di escrementi sull’immagine di Cristo di Antonello da Messina.
Non se ne danno pace, sembrano smaniare perché quel “lancio” ci sia e siccome hanno bisogno di un Nemico da “bruciare” per avere un’identità (mentre la vera identità cristiana non si fonda su un Nemico, ma su un avvenimento, un avvenimento di misericordia), non riconoscono di essersi sbagliati chiedendo scusa.
Tanto meno tacciono, mettendo fine alla baraonda. No.
Cercano altri pretesti per “bruciare” il Nemico, demonizzato addirittura fino a essere chiamato “satanista”.
Io credo che sia questa la vera caricatura del cristianesimo. Una caricatura grottesca, mostruosa. Proprio una eventuale corsa dietro ai fondamentalismi di altre religioni – questa sì, davvero – rischierebbe di sporcare il Volto santo di Gesù.
Credo che Socci colga nel segno: è un profondo bisogno di odiare che muove queste persone, che si autogiustificano dipingendosi come vittime. Aggiungo solo due notazioni personali. La prima riguarda l’incredibile accostamento, compiuto da molti integralisti, di un episodio come questo alle stragi dei cristiani avvenute in altre parti del mondo: tutto viene accomunato sotto l’unica etichetta di «cristianofobia», spettacolo teatrale e morti ammazzati, col risultato di banalizzare le sofferenze di quello che dovrebbe essere il proprio stesso popolo (vengono in mente i Haredim israeliani, fondamentalisti ebrei che protestando alcune settimane fa per alcuni pretesi affronti subiti si paragonavano alle vittime dell’Olocausto).
Seconda notazione: non sottovaluterei, in episodi come questi, il tentativo di alcuni personaggi di accreditarsi di fronte alla comunità integralista come «puri» e inflessibili. La tardiva condanna dello spettacolo che le gerarchie vaticane hanno emesso suona come il tentativo un po’ maldestro dell’istituzione di non farsi scavalcare «a destra» da gruppi pericolosamente vicini agli ambienti ultra-tradizionalisti dei lefebvriani.

Personalmente difenderei il diritto del regista Romeo Castellucci alla libertà di espressione anche se il suo spettacolo fosse stato effettivamente e convintamente blasfemo. Dubito assai che Socci possa giungere a questo; ma gli va dato comunque atto di saper stare qualche volta dalla parte giusta, fuori dai condizionamenti comunitari e istituzionali.

lunedì 22 novembre 2010

Socci e Saviano

Antonio Socci scrive a Roberto Saviano una lettera aperta. Non intendo commentare la lettera per intero, ma soltanto un passaggio che rappresenta un errore comune, non so quanto intenzionale (sospetto abbastanza). Un errore che porta a vedere chi è a favore della scelta come qualcuno che impone un punto di vista: della morte contro la vita. Ebbene, chi è a favore della scelta non è precisamente a favore di un punto di vista, ma è a favore di tutti i punti di vista. O a favore di quel meta punto di vista che vuole lasciare ai singoli la scelta tra i punti di vista a disposizione. L’alternativa a questo meta punto di vista è, sì, l’imposizione di un punto di vista, è la coercizione, è la dissoluzione di qualsiasi spessore morale. Perché l’obbligo dissolve la scelta e insieme la morale del nostro agire.
Nella questione specifica, che riguarda il fine vita, ci si trova in una grottesca scenetta in cui chi è a favore della scelta viene dipinto come il cavaliere della morte, indifferente alle scelte altrui diverse e insensibile al dolore.
Essere a favore della libera scelta significa ben altro: significa che tu puoi scegliere cosa preferisci fare e io pure. I nostri atti non danneggiano terzi. Se io scelgo di morire non danneggio nessun altro e non impongo a nessuno di scegliere come me, esercito cioè soltanto la mia libertà. Però questo è illegale. Quindi dovrei usare i condizionali. Ecco perché si parla della possibilità (morale e poi legale) della eutanasia, e non si parla del diritto a vivere. Perché il diritto a vivere è dato giustamente per scontato. Se io voglio smettere di vivere in condizioni per me non accettabili non impongo a te - in condizioni simili o difformi - di fare lo stesso. Io muoio, tu vivi.
Non è complicato capirlo, eppure è un ritornello ossessivo: non avete fatto parlare gli altri! Siete per la morte! Diritto di replica!, e così via. O, nelle parole di Socci:

Magari potrai vedere addirittura la felicità dentro le lacrime e forse eviterai di straparlare sull’eutanasia, sulla malattia o sul fine vita (come hai fatto lunedì scorso) imponendo il tuo pensiero unico, perché i malati, i disabili che implorano di essere aiutati e sostenuti, nel salotto radical-chic tuo e di Michele Serra, non hanno avuto diritto di parola.

mercoledì 4 novembre 2009

Identità crocifissa?

La marea delle reazioni alla sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, che ha dato ragione a una cittadina italiana che sosteneva che l’esposizione dei crocifissi nelle aule della scuola pubblica costituisce una lesione della libertà di coscienza e di religione e del diritto a ricevere un’istruzione conforme alle proprie convinzioni religiose e filosofiche, comprende come sempre una miscela di cattiva informazione e di cattivi argomenti. Nella prima possiamo far rientrare gli allarmi sulla imminente asportazione delle croci dalle scuole – quando invece nell’immediato la sentenza della Corte avrà il solo effetto di costringere lo Stato italiano a pagare un risarcimento alla ricorrente – e le ingiure lanciate contro l’Unione Europea, già colpevole di aver lasciato fuori dalla propria costituzione le «radici cristiane» – ma la Corte dei diritti dell’uomo è espressione del Consiglio d’Europa, che non ha nulla a che vedere con l’Unione Europea (ne fanno parte 47 stati, contro i 27 dell’Unione).
Fra i cattivi argomenti, che sono legione, ce n’è uno adoperato da molti commentatori, che vorrei qui esaminare. L’esposizione più eloquente, come accade spesso, si deve alla penna di Antonio Socci («Così cancellano la nostra cultura», Libero, 4 novembre 2009, p. 1):

Per coerenza i giudici dovrebbero far cancellare anche le feste scolastiche di Natale (due settimane) e di Pasqua (una settimana), perché violerebbero la libertà religiosa.
Stando a questa sentenza, l’esistenza stessa della nostra tradizione bimillenaria e la fede del nostro popolo (che al 90 per cento sceglie volontariamente l’ora di religione cattolica) sono di per sé un “attentato” alla libertà altrui.
I giudici di Strasburgo dovrebbero esigere la cancellazione dai programmi scolastici di gran parte della storia dell’arte e dell’architettura, di fondamenti della letteratura come Dante (su cui peraltro si basa la lingua italiana: cancellata anche questa?) o Manzoni, di gran parte del programma di storia, di interi repertori di musica classica e di tanta parte del programma di filosofia.
Infatti tutta la nostra cultura è così intrisa di cristianesimo che doverla studiare a scuola dovrebbe essere considerato – stando a quei giudici – un attentato alla libertà religiosa. In lingua ebraica le lettere della parola “Italia” significano “isola della rugiada divina”: vogliamo cancellare anche il nome della nostra patria per non offendere gli atei? E l’Inno nazionale che richiama a Dio?
Perfino lo stradario delle nostre città (Piazza del Duomo, via San Giacomo, piazza San Francesco) va stravolto? Addirittura l’aspetto (che tanto amiamo) delle vigne e delle colline umbre e toscane – come spiegava Franco Rodano – è dovuto alla storia cristiana e ad un certo senso cattolico del lavoro della terra: vogliamo cancellare anche quelle?
Ma non solo. Come suggerisce Alfredo Mantovano, «se un crocifisso in un’aula di scuola è causa di turbamento e di discriminazione, ancora di più il Duomo che "incombe" su Milano o la Santa Casa di Loreto, che tutti vedono dall’autostrada Bologna-Taranto: la Corte europea dei diritti dell’uomo disporrà l’abbattimento di entrambi?».
Signori giudici, si deve disporre un vasto piano di demolizioni, di cui peraltro dovrebbero far parte pure gli ospedali e le università (a cominciare da quella di Oxford) perlopiù nati proprio dal seno della Chiesa?
Infine (spazzata via la Magna Charta, san Tommaso e la grande Scuola di Salamanca) si dovrebbero demolire pure la democrazia e gli stessi diritti dell’uomo (a cominciare dalla Corte di Strasburgo) letteralmente partoriti e legittimati (con il diritto internazionale) dal pensiero teologico cattolico e dalla storia cristiana?
L’errore di questo tentativo di reductio ad absurdum è del tutto evidente. Socci crede (o finge di credere?) che alla base del ricorso alla Corte e della sentenza ci sia l’intolleranza verso qualsiasi manifestazione religiosa diversa dalla propria: l’ebreo, il musulmano o – come nel caso concreto – il non credente vedrebbero il crocifisso (o una croce appesa al collo, o il Duomo, o il velo di una monaca) e ne ricaverebbero un senso di turbamento: lì c’è qualcuno che non la pensa come loro, e questo spettacolo intollerabile va immediatamente cancellato rimuovendo il segno dell’appartenenza diversa. Ma lo spirito della sentenza – che Socci evidentemente non ha letto – è ovviamente tutt’altro. Quella che si condanna è l’esposizione di un simbolo religioso nello spazio dello Stato; quel che si condanna è la sanzione che lo Stato imprime su una tradizione religiosa a preferenza delle altre. Quella che si condanna è insomma una forma di statalismo: una forma impropria di aiuto di Stato, per così dire. Stato che getta il proprio peso spropositato sulla bilancia e fa percepire, specialmente (ma non solo) a menti ancora in formazione, di essere schierato a fianco di una religione particolare.

È chiaro che in quest’ottica le conseguenze estreme paventate da Socci mostrano tutta la loro pretestuosità. Tralasciamo quelle più vertiginosamente paradossali, come il significato ebraico del nome d’Italia (’i tal Yah, appunto «isola della rugiada del Signore», è solo un’espressione casualmente omofona di Italia) o l’aspetto delle colline umbre, e limitiamoci alle altre. La manifestazione del culto – anche pubblica, come portare una croce al collo o in processione – non ha nulla a che fare con lo Stato, con scuole, ospedali o tribunali, così come non ce l’ha la Santa Casa di Loreto. Quanto all’insegnamento nelle scuole a base di autori cattolici o di opere d’arte ispirate al cristianesimo o di dottrine filosofiche connesse a questa religione, non è possibile non vedere l’immane differenza rispetto a un simbolo esibito per il suo valore esemplare, là dove nell’educazione è fondamentale la distanza critica interposta fra soggetto e oggetto, che è ha tutt’al più un valore conoscitivo (si può – forse – fare un’eccezione là dove i valori non sono controversi e non investono la nostra coscienza più intima, come per esempio nell’educazione a certi tipi di gusto); tant’è vero che si possono e devono insegnare anche le pagine oscure della nostra storia: non si vorrà dire, spero, che non c’è differenza fra una lezione dedicata al fascismo e un ritratto del Duce appeso in classe... (Tralascio qui le pretese connessioni fra cristianesimo e democrazia, di cui mi sono occupato recentemente in un altro post.)

La tradizione dovrebbe essere una cosa viva, sempre mutevole, che cresce, si adatta, e infine – perché no? – muore. Religioni, modi di pensare, cucinare, parlare, ballare sono in flusso perenne, anche se spesso fingiamo di dimenticarlo. Qualcuno, in particolare, cerca sempre di cristallizzare quel fiume, essenzializzando la tradizione, facendone un modello iperuranio, sostanza di un popolo, la cui perdita sarebbe come una morte parziale (nella retorica di certi conservatori estremi si parla non a caso di etnocidio anche solo per cause banali come l’apertura di un McDonald’s...): oggi Mariastella Gelmini commentava in un’intervista la decisione della corte di Strasburgo con queste parole: «Le radici dell’Italia passano anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi» (Flavia Amabile, «“Si distrugge tutto in nome della laicità”», La Stampa, 4 novembre, p. 3). Anche da idee come queste dipende la statalizzazione delle tradizioni, la corsa al sostegno statale. Ma sono solo le tradizioni morenti ad avere bisogno della stampella pubblica, proprio come – non è un paragone irriverente – le industrie decotte. Altrimenti dovremmo fare ciò che ci propone un commento, apparso stamattina in uno dei più foschi blog integralisti, piccolo capolavoro d’umorismo (credo non involontario) fra tanta furia impotente e lugubri vaticini: «La pizza! La pizza! Io appenderei anche la pizza. Non sia mai che i bambini crescano senza la tradizione italiana».

venerdì 14 marzo 2008

“Abort macht frei” (e forse la foga propagandistica rende distratti e disonesti)

Ricevo dal nostro affezionato lettore Epicuro, appassionato di storia, e molto volentieri posto.


Da ultimo ci è tornato sopra Giuliano Ferrara, con il garbo squisito che lo contraddistingue: a suo parere, le cliniche dove si praticano aborti legali dovrebbero esporre la scritta “Abort macht frei” in assonanza con l’insegna “Arbeit macht frei” (“il lavoro rende liberi”) che campeggiava sui cancelli di Auschwitz. A parte l’ironia che si potrebbe fare sul tedesco maccheronico del direttore del “Foglio” (la parola “Abort” nella lingua di Goethe significa latrina, aborto si dice “Abtreibung”), è un esempio fra tanti dell’associazione tra aborto legale e nazismo che viene ripetuta sistematicamente dalla propaganda clericale e ateo-devota. Ecco come ha esposto questo argomento Antonio Socci, in un’intervista al “Corriere della Sera” (13 febbraio 2008):

La legalizzazione dell’aborto è un portato del pensiero totalitario. Il primo Paese a riconoscere quel diritto fu l’Unione Sovietica due anni dopo la rivoluzione d’Ottobre. Seguì la Germania nazista. Poi i Paesi comunisti. Solo negli anni ’70 si arrivò alle democrazie liberali.
La realtà storica è molto diversa, soprattutto per quanto riguarda il Terzo Reich. Al contrario di quanto sostiene Socci, non appena arrivato al potere Hitler inasprì le pene per il reato di aborto procurato, che erano state attenuate nel periodo della Repubblica di Weimar. Nel 1936 venne creato dal capo delle SS, Heinrich Himmler, un dipartimento speciale per la lotta contro l’omosessualità e l’aborto (notare l’accostamento) e nel 1943 si arrivò addirittura a introdurre la pena di morte per chi avesse praticato degli aborti. Lo stesso era avvenuto già prima nella Francia collaborazionista di Vichy, dove il 30 luglio 1943 fu ghigliottinata la levatrice Marie-Louise Giroud, accusata di aver fatto abortire 26 donne.
Bisogna aggiungere che l’aborto, severamente vietato alle donne ariane in buona salute, fu invece consentito, incentivato e molto spesso imposto dalle autorità naziste nei riguardi di quelle ritenute inferiori dal punto di vista razziale, perché disabili o appartenenti a popoli da eliminare o ridurre in schiavitù (ebrei, zingari, slavi). Resta però evidente che si trattava di una politica coercitiva e ispirata a criteri razziali, che non teneva minimamente conto della volontà delle donne. Un’impostazione esattamente all’opposto di quella delle leggi favorevoli all’autodeterminazione femminile in materia d’interruzione della gravidanza, contro cui si scagliano giorno e notte gli antiabortisti nostrani ed esteri.
C’è poi una postilla da aggiungere a proposito del comunismo. È vero, come scrive Socci, che nella Russia sovietica l’aborto venne liberalizzato nel 1920. Ma il polemista cattolico si dimentica di aggiungere che tornò ad essere considerato un crimine nel 1936, agli esordi del Grande Terrore, e rimase tale fino al 1955, due anni dopo la morte di Stalin. Va ricordato inoltre che il più brutale regime del blocco sovietico, quello di Nicolae Ceausescu in Romania, rimise fuorilegge l’aborto nel 1966, con ricadute devastanti per la salute delle donne, così come si può constatare vedendo il film “Quattro mesi, tre settimane e due giorni” del giovane regista romeno Cristian Mungiu, vincitore della Palma d’Oro al festival di Cannes.
Insomma, il rapporto che Socci e Ferrara vorrebbero istituire tra aborto legale e totalitarismo (tenendo conto anche della politica fieramente antiabortista del fascismo italiano) non è che l’ennesima mistificazione di una campagna senza pudore, che dice parecchio sulla condizione deprimente del dibattito pubblico in Italia.

martedì 8 gennaio 2008

Quel genere di persone

Il sillogismo è noto. L’abbiamo sentito ripetere centinaia di volte, e ancora di più ci viene ripetuto in questi giorni di appelli alla moratoria. Chissà per quanti anni ancora ci toccherà ascoltarlo.

1. Gli esseri umani hanno diritto alla vita;
2. l’embrione è un essere umano;
3. quindi, l’embrione ha diritto alla vita.
La confutazione non è intuitiva: chi ci prova attacca spesso la seconda premessa – e invece è la prima, quella che sembra più pacifica, ad essere sbagliata. Non è neanche una confutazione immediata: ci vogliono ragionamenti articolati, lunghi da seguire e che è difficile trovare scritti da qualche parte (stanno in libri spesso mal distribuiti, che non figureranno mai in cima alle classifiche dei più venduti). Non sorprende, quindi, che il sillogismo sia fatto proprio anche da chi in realtà è a favore dell’aborto: è la premessa rispettosa, il prudente mettere le mani avanti («Vedi? Non sono un mostro»), a cui però segue ciò che la decenza impone: «Non nego che possa essere considerato un omicidio, ma l’autodeterminazione delle donne non si tocca».

Incoerenza? Non proprio: per il punto di vista liberale l’aborto sarebbe lecito anche se embrione e feto fossero, per assurdo, persone. L’individuo è padrone del proprio corpo, e costringere una donna a funzionare da incubatrice vivente è un crimine in nulla differente dall’espiantare un rene a forza, fosse pure per salvare una vita innocente.
Ma anche questo è un argomento in qualche misura esoterico, che non si sente ripetere spesso. Se tanti possono affermare con convinzione sincera «sarà anche un omicidio, ma l’aborto rimane un diritto», è – credo – per un altro motivo.
Possiamo anche venire indotti a credere che l’embrione abbia gli stessi diritti di una persona; ma la nostra intuizione più profonda, benché a volte confusa, ci dice qualcosa di diverso. Conosciamo il valore della vita; sappiamo quale tragedia sia la morte, cosa strappa, cosa ci porta via. Le circostanze spesso orribili, che aggravano lo sfregio. Conosciamo insomma le persone concrete, e la concretezza della loro perdita. Vale lo stesso per un embrione? L’embrione, di concreto, non ha che cieco metabolismo, catene di acidi nucleici e di proteine. Lo sappiamo bene, e lo sanno bene anche molti che all’aborto si dicono contrari, opportunisti delle moratorie e professionisti prolifer.

Ma non tutti. L’odio che trasuda da molti appelli integralisti ed ateoclericali, il fervore malato di chi distribuisce con gusto patenti di assassino, non lasciano spazio per i dubbi: il sillogismo, questi, l’hanno preso alla lettera. Per loro, aborto è uguale a omicidio, e basta.
Che genere di persone può arrivare a tanto? Credo che rientrino in due categorie principali. La prima è di quelli che chiamerei gli umanizzatori dell’embrione. Persone in massima parte pie, pronte a fidarsi, a cui il parroco ha proiettato il filmino impressionante con il feto di otto mesi gabellato per embrione di otto settimane, o a cui il volontario della Vita ha mostrato le ecografie «rivelatrici». Soprattutto, persone con una spiccata tendenza all’antropomorfismo: da piccoli piangevano, immedesimandosi, per il bambolotto che aveva perso un occhio, e da adulti viene loro naturale pensare che gli embrioni sovrannumerari congelati si trovino «al freddo e al buio», senza nemmeno un cappottino. Vivono in un universo animato, in cui ogni macchina contiene il proprio spettro, e ogni vivente – e quindi anche ogni embrione – è dotato di una psiche.
E poi ci sono gli altri. Quelli che sanno bene come la coscienza – la presenza di qualcuno all’interno di qualcosa – si sviluppi solo da un certo punto in poi; ma che non traggono le conclusioni che ti aspetteresti; anzi. Consideriamo Il genocidio censurato. Aborto: un miliardo di vittime innocenti, un libro di Antonio Socci apparso due anni fa. Socci sa bene che l’embrione non prova dolore (cfr. p. 23 n. 20 e pp. 26-27), ma per lui l’aborto legalizzato costituisce «il più vasto olocausto della storia umana», e sembra autenticamente stupito quando qualcuno si scandalizza del paragone con i genocidi veri (p. 10).
Si dirà: Socci è un fanatico non del tutto compos mentis; ma questa retorica è diffusissima: il promotore dell’odierna moratoria non perde occasione per ripetere che «l’aborto di massa si è trasformato in genocidio» (cfr. p.es. Giuliano Ferrara, «Fate l’amore, non l’aborto», Panorama, 10 gennaio 2008, p. 35).
Ma che razza d’uomo può anche solo suggerire il paragone tra un embrione, un corpo privo di mente, un qualcosa in attesa di qualcuno che ancora non c’è, con un bambino torturato e ucciso ad Auschwitz? La risposta è, credo, obbligata: un ideologo; uno per cui le persone concrete scompaiono, non contano, davanti alle astrazioni – Classe, Razza, Vita. Uno pronto a sacrificare alle astrazioni la libertà altrui, e che odia appassionatamente chiunque tenti di difendersi. Qui non è più questione di umanizzazione del feto, ma di riduzione dell’uomo al livello dell’embrione.

Contro queste aberrazioni non possiamo che invocare la decenza del buon senso – che è prima di tutto senso intuitivo delle differenze e del valore della vita concreta, non ridotta a mera biologia. Ma forse ci servirebbe anche imparare a distinguere i sillogismi buoni dai sillogismi speciosi, e a non cedere al riflesso automatico che ci porta a dare ciecamente ragione a chiunque si proclami paladino della «vita».

lunedì 25 giugno 2007

Socci, la Madonna e «un certo Prodi»

Sulla prima pagina di Libero di domenica un titolo deve aver provocato una bella scossa ai lettori dell’autorevole quotidiano: «Una profezia salvò Prodi da un attentato delle Br» (24 giugno 2007, p. 1). L’autore, ça va sans dire, è Antonio Socci, che attacca alla grande:

Un tragico e inconsulto precipitare degli eventi in Italia, sommosse, scontri, sangue. Abbiamo sfiorato una sanguinosa guerra civile con l’uccisione di Romano Prodi da parte delle Brigate rosse? Sembra un romanzo di fantapolitica, ma se fosse invece una tragedia che abbiamo davvero rischiato di vivere? Un presagio, un drammatico avvertimento soprannaturale, una profezia “sotto condizione”, forse ha permesso di scongiurarla, grazie anche all’eroico sacrificio di una donna ignota a tutti.
Sono righe di purissimo Socci: te lo immagini, leggendole, mentre saetta frenetico gli occhi di bragia dallo schermo del computer a un crocifisso in scala 1:1, come per cercare ispirazione, e quasi senza accorgersene mormora cantilenante libera nos a malo, libera nos a malo, libera nos a malo...
Segue nell’articolo un’ampia digressione sulla madonnina di Civitavecchia – ve la ricordate, no?, quella che nei primi mesi del 1995 piangeva sangue di un individuo di sesso maschile: evidentemente il suo divino figliolo (il proprietario della statuetta si è sempre rifiutato di sottoporsi al test del Dna, giustamente indignato da tanta mancanza di fede nella Madonna e in lui medesimo; o forse, chissà, per mascherare un’umanissima paura degli aghi...). Ma ecco finalmente il pezzo forte:
una signora che viveva in una città toscana aveva saputo per vie «soprannaturali», nell’estate del 1994, che una statuetta della Madonna avrebbe pianto alle porte di Roma, a Civitavecchia, perché eventi tragici potevano verificarsi in Italia se non si fosse pregato molto e fatto penitenza: sconvolgimenti sociali, guerra civile, tanto sangue e pure l’uccisione da parte delle Brigate rosse di «un certo Prodi, eletto al governo».
Va detto che nell’estate del 1994 nessuno parlava di Prodi (non faceva politica) e nessuno più parlava di Br (che solo negli anni successivi tornano fuori e uccidono). Di quella donna sono riuscito a sapere solo questo: che «si offrì come vittima» per risparmiare al suo Paese questa tragedia e che di lì a poco in effetti si è ammalata di una patologia strana e grave.
Impressionante, non è vero? Certo, qualche scettico incallito potrebbe obiettare che le Br, anche quando sono «tornate fuori» negli anni successivi, non hanno mai avuto la forza sufficiente a compiere un attentato a un Presidente del Consiglio (la prima volta che hanno incontrato due poliziotti armati hanno lasciato sul terreno un morto e uno dei componenti di spicco dell’organizzazione è stato catturato con tutto l’archivio segreto). Ma insomma, che cavolo!, proprio questa debolezza sarà merito del sacrificio della profetessa, no?, e quell’ingrato di Prodi dovrebbe riconoscerlo.
Tuttavia, qualcosa continua a non tornare. C’è un vago ricordo che... Un’occhiata all’archivio del Corriere della Sera consente di precisarlo meglio. È il 12 agosto del 1994, e il Corriere a p. 5 rivela: «Prodi “pronto a lavorare per il Centro”», mentre il sommario riporta che «il professor Romano Prodi annuncia il suo ingresso in politica». Il giorno dopo sempre il Corriere, a p. 7, elenca i primi consensi alla proposta prodiana: «Berlinguer: “Prodi guidi l’opposizione”» (nel sommario: «Luigi Berlinguer, presidente alla Camera dei Progressisti Federativi, candida come capo del governo ombra Romano Prodi»). Insomma, non ci voleva esattamente una veggente per azzardare – già nell’«estate del 1994» – la possibilità che di lì a qualche anno «un certo Prodi» potesse ritrovarsi a capo del governo...
E le Br? Socci sembra dimenticare una circostanza che si è ripetuta più di una volta negli ultimi decenni: quando qualche personaggio di spicco si rende particolarmentre inviso a una parte del paese, ecco arrivare puntuale la minaccia delle Brigate rosse – anche quando i brigatisti sono in tutt’altre faccende affaccendati. Il potente viene provvidenzialmente sottratto alle critiche, e dotato di poderosa scorta armata. Così, il 31 marzo del 1994, il solito Corriere propone a p. 4 un titolo drammatico: «“Emilio Fede sei già morto”» (sommario: «Emilio Fede, schierato in campagna elettorale con FORZA ITALIA, ha ricevuto minacce di morte a firma delle Brigate Rosse colonna Walter Alasia»). L’articolo ci informa che analoghe minacce hanno raggiunto Roberto Maroni, «primo ministro ideale secondo Umberto Bossi», e che «Emilio Fede è protetto da una quindicina di giorni da una scorta della polizia» per precedenti minacce telefoniche. Il clima, insomma, era questo.
Vabbè, sbotterà a questo punto Socci, roteando vorticosamente gli occhi di bragia mentre con la carta di credito acquista – meglio tardi che mai! – un accesso illimitato all’archivio on line del Corriere; ma rimane la profezia della madonnina piangente, che si sarebbe verificata solo diversi mesi dopo! Anche qui, però, un’occhiata alle cronache rettifica un po’ il quadro che si vuole dipingere. Era dal 1993 che le Madonne avevano cominciato a piangere, e i fenomeni – una cinquantina in tutto – continueranno anche dopo l’episodio di Civitavecchia: Lazise, Assemini, Valverde, Salerno, Subiaco, Castrovillari etc., tutti smascherati come falsi (ad Assemini la proprietaria della Madonnina non aveva paura degli aghi, e l’esame del Dna rivelò che il sangue era suo). Prevedere un caso in più – e chissà in quali termini, esattamente – non sarebbe stato certo inusuale.
Qualcosa di strano, per la verità, si era verificato riguardo alla Madonna di Civitavecchia. Sul sito di Telefono Antiplagio trovo questa notizia interessante:
dopo le lacrimazioni di Cagliari, una persona si rivolse a Telefono Antiplagio, appena istituito (era il dicembre del ’94), per annunciare l’imminente organizzazione di una nuova lacrimazione che non sarebbe stato facile fermare: il 2 febbraio 1995 cominciò a piangere la madonnina di Civitavecchia. È anche per questo motivo che Telefono Antiplagio ha sempre presentato regolari denunce.
Ma chissà, forse Socci rubricherebbe anche questa come una straordinaria profezia...

giovedì 26 aprile 2007

Socci si confonde

Antonio Socci è rimasto molto turbato dal consenso che il ministro della Salute Livia Turco ha espresso in merito al ddl presentato dall’onorevole Vladimir Luxuria, che addebiterebbe al Servizio Sanitario Nazionale le spese per modificare i caratteri sessuali secondari dei transessuali (già oggi l’operazione per il cambiamento di sesso è gratuita). Socci insiste in particolare su un concetto («L’ultima della Turco: trans a spese dello stato», Libero, 25 aprile 2007):

questa “conquista” dei “trans genere” può far esplodere anche una colossale contraddizione ideologica per il movimento gay, finendo per codificare addirittura nella giurisprudenza l’idea che l’omosessualità sia una patologia bisognosa di cure sanitarie, tesi contro cui si sono sempre battuti strenuamente.
[…] quando si parla di “salute” e di rimborso del Servizio sanitario nazionale inevitabilmente si parla di patologie. E non è il movimento gay che ha sempre “fulminato” chi parlava dell’omosessualità come patologia? […] Del resto una vittoria storica del movimento gay è stata la cancellazione – da parte dell’Apa – dell’omosessualità dal manuale diagnostico, il Dsm e di conseguenza la stessa cancellazione, nel 1991, da parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità dal suo manuale, l’Icd.
[…] se il problema è di competenza medica, non è forse una patologia? […] Nella delibera della Giunta Regionale toscana per giustificare questo intervento del Servizio sanitario regionale si parla del “transessualismo” come “disturbo dell’identità di genere” che è “una forma di profondo malessere che necessita delle cure adeguate”.
[…] Si tratta quindi di patologie, disturbi, malessere, assistenza e cura. E nessun rappresentante dei gruppi gay ha protestato.
Ma perché si può parlare di “patologia” e “disturbo” quando si deve giustificare il rimborso del servizio sanitario, mentre non è permesso discutendo di omosessualità e transessualità? È contraddittorio.
Come si vede, Socci non è solo turbato, ma anche molto, molto confuso. Come già la Conferenza Episcopale Italiana prima di lui, confonde l’identità di genere con l’orientamento sessuale. La prima riguarda il genere con cui mi identifico; il secondo quello per cui provo attrazione. Un transessuale è una persona che sente di appartenere al genere sbagliato: il suo sesso biologico non coincide con la sua identità di genere. Questa condizione genera molto spesso una sofferenza acuta, che può anche portare al suicidio, quando il transessuale si percepisce come prigioniero del proprio corpo; in questo caso si parla appunto di disturbo dell’identità di genere, per il quale l’unico trattamento esistente sembra essere quello ormonale e/o chirurgico. Il Gender Identity Disorder si trova per questo ancora elencato nel DSM-IV (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), 302.85, a differenza dell’omosessualità, che non vi compare più già dalla settima ristampa del DSM-II, nel 1974. È una condizione che, al di là della proposta di Luxuria (nel cui merito non entro), meriterebbe come si vede almeno quel rispetto minimo che consiste nel parlarne con cognizione di causa.
Ma Socci guarda il mondo attraverso le lenti deformate della propria ignoranza, e si scandalizza perché lo vede storto.

venerdì 20 aprile 2007

Un’apparizione per Socci

Mentre sta scrivendo d’altro, Galatea infila tra le righe un ritratto memorabile:

“E allora che si fa?” interroga Ferrara, mentre Socci guarda nel vuoto come chi si aspetta sempre da un momento all’altro che per un improvviso miracolo il gobbo si trasformi in una apparizione mariana.
C’è tutto Socci, in trenta parole scarse. Bravissima.

giovedì 28 dicembre 2006

Socci e la storia

Se Gesù non fosse nato non esisterebbero i “diritti dell’uomo”. Né la democrazia (ripeto: la democrazia e la libertà sarebbero stati inconcepibili).
(Antonio Socci, «E se Gesù non fosse venuto?», Libero, 26 dicembre 2006.)
Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i dirittti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un piano di parità, mentre per quanto riguarda la considerazione pubblica nell’amministrazione dello Stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale più che per quello che vale. E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare qualcosa di buono alla città, non ne è impedito dall’oscurità del suo rango sociale.
(Pericle, Epitaffio per i caduti di Cefallenia, in Tucidide, Storie 2,37,1, trad. di Claudio Moreschini, Torino, Boringhieri, 1963.)
And if all others accepted the lie which the Party imposed – if all records told the same tale – then the lie passed into history and became truth. “Who controls the past”, ran the Party slogan, “controls the future: who controls the present controls the past”. And yet the past, though of its nature alterable, never had been altered. Whatever was true now was true from everlasting to everlasting. It was quite simple. All that was needed was an unending series of victories over your own memory. “Reality control”, they called it: in Newspeak, “doublethink”.
(George Orwell, Nineteen eighty-four, a novel, London, Secker & Warburg, 1949.)