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martedì 7 novembre 2006

Eugenia Roccella su eutanasia pediatrica

Da Mostruoso ma vero «Uccidiamo i bimbi disabili», Eugenia Roccella, Avvenire, 7 novembre 2006.

Già il titolo dell’articolo è un colpo allo stomaco: «Lasciateci uccidere i bambini disabili».
Eugenia Roccella si riferisce all’articolo pubblicato sul Sunday Times di domenica scorsa, Doctors: let us kill disabled babies. Leggendo le prime righe del citato articolo il colpo inferto allo stomaco (delicato) di Roccella dovrebbe perdere un po’ di accelerazione e mutare in contatto indolore (forse non basterebbe, a pensarci bene): to consider permitting the euthanasia of seriously disabled newborn babies.
Insomma, non si parla di eutanasia per i bambini nati con un viso poco simpatico, no; ma di bambini gravemente handicappati, destinati a una sopravvivenza di sofferenza e priva di speranza, seppure sottile e flebile.
Come commenta Joy Delhanty, professore di genetica umana all’University College London: “I would support these views. I think it is morally wrong to strive to keep alive babies that are then going to suffer many months or years of very ill health.” Per questo si parla di mercy killing e riguarderebbe soltanto bambini, lo ripeto, gravemente malati (gravi forme di spina bifida o di epidermolisi bollosa). Conoscere i sintomi e le condizioni di vita determinate da tali gravi patologie potrebbe essere utile al dibattito.
Poi Roccella se la prende con John Harris:
L’argomentazione più agghiacciante a sostegno del la adopera John Harris, docente di bioetica (ma possiamo ancora chiamarla così?) alla Manchester University. Poiché in Inghilterra l’eutanasia non è legale, ma l’aborto negli ultimi mesi di gravidanza sì, il professore si chiede cosa mai accada di straordinario nel momento del passaggio dall’interno all’esterno del grembo materno: il bimbo è sempre quello, perfettamente formato, dunque se lo si può uccidere prima, lo si può fare anche dopo. Su quanto tempo dopo, Harris non si pronuncia. Ma è evidente che con simili criteri la barriera potrebbe essere spostata in modo illimitato.
All’interno di un quadro etico così concepito, la vita non è che un valore incerto, totalmente affidato alle opinioni, e basta estendere il parametro adottato per concludere che un essere umano, in particolare se disabile, possa essere eliminato in qualunque momento. Perché no? Come afferma il professor Harris, perché un momento prima si può e il momento successivo non più?
Il fatto è che la nascita o il luogo (dentro all’utero – fuori dell’utero) non costituiscono passaggi moralmente rilevanti. Sappiamo bene che fino a qualche decennio fa i neonati prematuri morivano a x settimane, e che oggi questo tempo si è spostato. Oppure, che un neonato che nasce con qualche difficoltà ha possibilità diverse di sopravvivenza o guarigione se nasce in un Paese piuttosto che in un altro, o in ospedale piuttosto che in un altro.
Non è l’essere fuori dal grembo a rendere il neonato diverso da qual era un minuto prima del parto. E così su una linea continua devono essere tracciate le differenze in base ad altri criteri. Roccella ironizza sul criterio del risolvere equazioni algebriche (qualche incertezza con la matematica?). Ma potrebbe, invece, provare a rispondere alla domanda: “perché un momento prima si può e il momento successivo non più?”. Senza barare, senza cavarsela dicendo: non si può mai, amen.
Coraggio: stiamo entrando nel terrorizzante universo descritto in un vecchio racconto fantascientifico di Philip Dick, Le pre-persone, in cui l’autore immaginava una società in cui i bambini erano considerati pienamente persone solo quando in grado di risolvere un’equazione algebrica. Solo allora entravano nel cerchio privilegiato di coloro la cui esistenza ha valore sociale.

lunedì 21 agosto 2006

Il problema della definizione di ‘persona’: qualche riflessione filosofica

Mi intrometto nel dibattito avviato da un post di qualche giorno fa. Con un accenno riguardo alla definizione filosofica di persona e ai problemi sollevati dalla distinzione essere umano-persona-individuo. A questo post ne seguirà presto un altro sulla posizione estrema di Michael Tooley, che offre spunti interessanti per la discussione.

Persona
La questione di quando si comincia ad essere persone è una questione squisitamente morale. Anche Charles Darwin ne aveva una lucida consapevolezza: la possibilità di indicare il punto in cui ha inizio una vita umana non si dà nella natura (qualunque cosa stia ad indicare ‘natura’: biologia, fisica, genetica), ma è una questione di valore. Non c’è alcuna speranza di scoprire un segno rivelatore, un salto nei processi vitali dotato di un qualche valore. “Abbiamo bisogno di tracciare linee; abbiamo bisogno di una definizione della vita e della morte per molti obiettivi morali importanti. Gli strati di dogmi preziosi che si accumulano, per difesa, attorno a questi tentativi fondamentalmente arbitrari sono ben noti, ed eternamente bisognosi di aggiustamenti” (Daniel C. Dennett, 1995, Darwin’s Dangerous Idea. Evolution and the Meanings of Life, New York, Simon and Schuster; trad. it. L’idea Pericolosa di Darwin. L’Evoluzione e i Significati della Vita, Torino, Bollati Boringhieri, 1997, p. 656). Questi aggiustamenti non richiedono il perfezionamento di strumenti o l’avanzamento della conoscenza scientifica, ma implicano una scelta morale, tanto più accettabile quanto più razionalmente argomentata. “Non esiste un modo “naturale” di segnare la nascita di un’“anima” umana, non più di quanto esista un modo “naturale” di marcare la nascita di una specie” (Dennett 1995, pp. 656-657). E allora, prosegue Daniel C. Dennett, qual è la scelta peggiore, prendere misure “eroiche” per mantenere in vita un neonato con gravi malformazioni, oppure compiere il passo eroico (sebbene non celebrato) di fare in modo che il neonato abbia una morte più rapida e indolore possibile? Il pensiero darwiniano non è in grado di offrire soluzioni, ma almeno può annientare l’illusione di risolvere tali questioni con un algoritmo morale.

Accettare che un agglomerato di cellule possa essere definito come persona appare difficilmente comprensibile. Al fine di sciogliere questa incomprensibilità filosofi come John Harris (John Harris, 1989, The Value of Life, London, Routledge and Kegan Paul e John Harris, 1992, Wonderwoman and Superman, Oxford, Oxford University Press; trad. it. Wonderwoman e Superman, Milano, Baldini & Castoldi, 1997) e Joel Feinberg (Feinberg, Joel, 1980, Rights, Justice, and the Bounds of Liberty: Essays in Social Philosophy, Princeton, Princeton University Press) propongono una distinzione tra pre-persona e persona. Il termine pre-persona comprende lo zigote, l’embrione e il feto (il concepito) fino a un certo momento. L’emergenza di alcune caratteristiche permette di individuare lo stato di persona, determinato dall’autocoscienza e da una rudimentale intelligenza, quindi dalla capacità di apprezzare la propria esistenza. Non è possibile stabilire l’esatto momento in cui una pre-persona acquisisca tali caratteristiche (alla nascita? In un tempo t prima della nascita? In un tempo t dopo la nascita?). Risulta inevitabile ammettere una zona chiaroscurale, tuttavia tutti i sostenitori della distinzione tra pre-persona e persona ritengono possibile distinguere un momento in cui i concepiti sono inequivocabilmente pre-persone, e un momento in cui sono persone.
Al contrario, i sostenitori della teoria estrema della vita sostengono la coincidenza temporale e concettuale del concepimento e dell’inizio della vita personale; tale coincidenza viene inoltre presentata come la soluzione alle difficoltà che lo stabilire una soglia implica – indicare cambiamenti moralmente rilevanti in un processo continuo quale lo sviluppo e l’evoluzione di un grumo di cellule in una persona umana.
Ma l’affermazione che la vita umana comincia nel momento dell’incontro tra un ovulo e uno spermatozoo è problematica. In un certo senso tale affermazione è addirittura falsa, in quanto sia l’ovulo che lo spermatozoo sono già vivi prima del concepimento. Si può facilmente concedere ai sostenitori di tale posizione che vogliano intendere che il concepimento sia l’inizio di un nuovo essere umano specifico: ma anche questa tesi può essere criticata.
In primo luogo ci si trova di fronte a un possibile inganno, perché sono molte le cose che possono incominciare al concepimento. L’ovulo fecondato diventa una massa cellulare che si divide in due componenti principali, l’embrione e il trofoblasto; quest’ultimo si sviluppa fino a diventare la porzione fetale della placenta e il cordone ombelicale, e alla nascita viene espulso. Tale suddivisione cellulare è particolarmente interessante: vi sono due cose, uguali geneticamente, vive e umane ma solo una è considerata degna di essere protetta.
In secondo luogo, un ovulo fecondato non è ancora un ‘singolo nuovo essere umano’, perché fino a due settimane dopo il concepimento può incorrere in una divisione gemellare, che può dare origine a due individui, invece che ad uno. Come intendere, allora, un’esistenza di un individuo che ha la durata di due settimane e che può poi trasformarsi in due individui? Come può un singolo essere umano diventare due o più esseri umani con il passare di qualche giorno?
Vi è infine una terza questione: se l’ovulo fecondato in vitro di Louise Brown (nella foto insieme ai genitori) è considerato già Louise Brown, anche l’ovulo non fecondato era Louise Brown, dal momento che si sapeva che l’ovulo sarebbe stato fecondato di lì a poco. Infatti l’ovulo non-ancora-fecondato è vivo, è un antecedente causale di Louise, è nessun altro che Louise, e allora esso non è altro che Louise Brown. Se qualcuno avesse rovesciato in laboratorio la provetta contenente l’ovulo non ancora fecondato di Louise, avrebbe interrotto la vita di Louise Brown.
Determinare l’esatto inizio della vita personale è evidentemente difficoltoso; abbracciare la tesi secondo la quale ha inizio con il concepimento sembra implicare il rischio di dover considerare persone ovuli umani non fecondati, spermatozoi, un tessuto, una cellula, il cordone ombelicale e di dare loro lo stesso peso giuridico di un individuo adulto.
Un altro cattivo argomento sostegno dell’attribuzione dello statuto di persona al concepito consiste nell’invocare Dio come garante di questa verità indiscutibile, un po’ come lo si invocava quale dimostrazione definitiva dell’immortalità o dell’esistenza dell’anima. Garante e allo stesso tempo padrone di ogni esistenza. Secondo questa tesi è Dio che decide l’avvio di ogni nuova esistenza caratterizzata da un’anima e da una identità precisa, in altre parole è già vita personale inalienabile.