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martedì 28 febbraio 2012

lunedì 19 dicembre 2011

Mai nate

Venti anni fa Amartya Sen calcolava in 100 milioni il numero delle bambine scomparse nel mondo a causa di negligenza, infanticidi, aborti sesso-specifici. È un fatto innegabile che tutti noi abbiamo prestato a questo dramma ben poca attenzione. L’autrice cerca di capire il perché di questa distrazione, di ricostruire l’intreccio tra fattori sociali e culturali, politici ed economici che ha portato al genocidio di genere, di capire se il fenomeno è rimasto confinato a Cina e India o rischia di contagiare altre regioni. Esiste il rischio che le scelte individuali, sommandosi, determinino uno sbilanciamento complessivo del rapporto numerico tra i sessi? Il dibattito sulla selezione del sesso dei figli in Asia, ed eventualmente nel mondo, diventa inevitabilmente un dibattito sulla modernità. Il vero pericolo è il progresso tecnologico, l’arretratezza oppure l’incontro tra vecchio e nuovo? La modernità è parte del problema o rappresenta la cura? Provare a scalare queste domande, impervie e scivolose, è cruciale per capire cosa è successo e cosa potrebbe accadere. Prima di intraprendere questo percorso, però, è necessaria una sosta sul terreno della scienza. Perché per identificare le fluttuazioni del rapporto numerico tra i sessi causate dalla selezione “innaturale”, bisogna innanzitutto quantificare il rumore di fondo legato alle variazioni naturali. Questo significa muoversi nei labirinti della fisiologia della riproduzione e della biologia evoluzionistica.
Questa è la scheda di Mai nate di Anna Meldolesi (ci torneremo).
Su ibs.
Su Facebook.

martedì 18 ottobre 2011

Di embrioni e di brevetti

La Corte di giustizia europea si è espressa su un trattamento anti-Parkinson messo a punto da Oliver Brustle e contestato da Greenpeace. Secondo i resoconti di stampa avrebbe dato ragione all’associazione ambientalista e torto al ricercatore tedesco, concludendo che le cellule staminali di origine embrionale non sono brevettabili. In sostanza si affermerebbe l’equazione ovulo fecondato uguale blastocisti uguale cellule derivate. Non solo, a quanto pare la Corte riconosce la caratteristica di embrione umano anche agli ovociti che pur non essendo fecondati sono indotti a dividersi in altro modo (dal trasferimento nucleare alla partenogenesi) e non possono dare origine a un essere umano. Si tratta di una conclusione scientificamente e filosoficamente discutibile. Portando questo ragionamento alle estreme conseguenze, infatti, si potrebbe arrivare a sostenere che persino le staminali pluripotenti indotte (le cosiddette iPS, o staminali “etiche”) sono degli embrioni. Pur derivando da cellule diverse dagli ovociti, infatti, si spera di riuscire a manipolarle in modo che si comportino esattamente come le staminali embrionali, esibendo la stessa “embrionalità”. Vorrei sollevare anche un altro punto: la direttiva sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, a cui ovviamente la Corte fa riferimento, è il frutto di un decennio di tiro alla fune a Bruxelles e ne porta i segni evidenti. Ma i brevetti non dovrebbero avere nulla a che vedere con la dignità umana, concetto su cui si contrappongono scuole di pensiero diverse e che non mi sembra rientri nelle competenze di un patent attorney. Un brevetto non dovrebbe servire a stabilire se qualcosa è moralmente lecito, e al limite nemmeno se è compatibile con le leggi vigenti. Dovrebbe certificare se un’invenzione è originale e rilevante, e attribuirne la paternità ai suoi inventori. In linea di principio la brevettabilità non implica alcun via libera alla commercializzazione di un’invenzione. Dal mescolamento di questi piani può venire fuori soltanto una gran confusione.

Anna Meldolesi oggi.
Sintesi della sentenza. Sentenza integrale.

martedì 11 gennaio 2011

Mani pulite

Non ci interessa sapere che numero di scarpe portano, se assomigliano di più al padre o alla madre, se sono omosessuali o eterosessuali, come recita lo spot. Ma dovrebbe interessarci, e molto, sapere se si sono lavati per bene le mani. Parliamo dei medici e degli infermieri a cui è affidata la cura della nostra salute e soprattutto quella dei più vulnerabili: neonati e puerpere, anziani e immunodepressi. Disinfettarsi le mani per gli operatori sanitari è un dovere, e non soltanto prima di entrare in sala operatoria come ci siamo abituati a vedere in Grey’s Anatomy e nelle altre medical series. Acqua e sapone, o ancor meglio i disinfettanti a base di alcol, dovrebbero essere utilizzati anche tra una visita e l’altra. Ma non tutti lo fanno: c’è chi ha fretta, chi ha le mani screpolate, chi tende a fregarsene, chi ha imparato il mestiere da maestri che non lo facevano. Negli Stati Uniti si stima che due milioni di persone l’anno contraggano un’infezione nosocomiale. In Italia si parla di 200.000 infezioni ospedaliere evitabili. Ovviamente non tutte le vacche sono ugualmente nere, ma i margini di miglioramento sembrano notevoli persino nei centri di eccellenza.
Anna Meldolesi, Il Riformista, 31 dicembre 2010. Continua qui.

domenica 9 maggio 2010

Su darwin Slow Food e RU-486

È da pochi giorni in edicola il n. 37 (maggio-giugno 2010) di Darwin, in cui a p. 72 potete trovare una mia recensione del libro di Luca Simonetti, Mangi chi può. L’ideologia di Slow Food (Pagliai, 2010, pp. 119, Euro 8). Questo è l’incipit:

«Il fatto che un movimento come Slow Food – ideologicamente antiprogressista, antiscientifico, idolatra delle società tradizionali, delle piccole comunità stratificate e perenni, dedite a riti e festività atavici, in cui il posto di ognuno è eternamente fisso […] – possa essere oggi considerato, in Italia, di sinistra, è cosa che ci sembra debba generare più di qualche preoccupazione in chiunque abbia a cuore le sorti del nostro paese». È questa preoccupazione che ha spinto Luca Simonetti, avvocato esperto di diritto commerciale, a dedicare la sua prima, brillante «sortita fuori dalle materie giuridiche» all’associazione fondata da Carlo Petrini nel 1986, che oggi conta circa 100.000 iscritti e sedi in sette paesi diversi.
(Il libro è la versione aggiornata e ampliata di un articolo che avevo segnalato qualche tempo fa.)

Di interesse per i lettori di Bioetica anche il pezzo di Anna Meldolesi, «Le pillole della politica» (pp. 68-69), sulla pillola abortiva RU-486:
La pillola abortiva Ru486 (mifepristone) ha iniziato a essere somministrata per via ordinaria anche in Italia. Ventidue anni dopo l’approvazione in Francia. Dieci anni dopo il via libera negli Stati Uniti. Ma il divario con gli altri paesi occidentali è tutt’altro che colmato. Quello che sta accadendo, infatti, è che una volta conclusa la battaglia sul divieto, il fronte si è spostato sul terreno dei protocolli, che rischiano di essere piegati all’obiettivo politico di complicare la vita alle donne in cerca di un’alternativa all’aborto chirurgico.
Che la politica si spinga fin dentro questioni tecniche come le modalità di somministrazione di un farmaco è una degenerazione tutta italiana, resa possibile dalla politicizzazione dei nostri organismi tecnico-scientifici. Solo così si spiega che il Consiglio superiore di sanità possa raccomandare il ricovero in ospedale fino all’espulsione del prodotto del concepimento, a differenza di quanto accade negli altri paesi, e nonostante la sperimentazione del farmaco sia già avvenuta in regime di day hospital senza problemi di sicurezza anche in qualche ospedale italiano. […]

martedì 7 aprile 2009

Si possono prevedere i terremoti?

Anna Meldolesi fa il punto della questione sul suo blog:

Il terremoto dell’Aquila non si poteva prevedere e di fatti nessuno l’aveva previsto. Neppure Giampaolo Giuliani, il tecnico del Gran Sasso che qualche giorno fa ha mandato in tilt la città di Sulmona con i presagi funesti dei suoi rilevatori radon e per questo si è beccato una denuncia per procurato allarme. La sua è stata una previsione “quasi azzeccata” con la complicità del caso e dunque sostanzialmente inutile.
Da leggere tutto.

mercoledì 3 dicembre 2008

Allarme per il latte crudo. La moda porta in ospedale

Agghiacciante l’inchiesta di Anna Meldolesi sul latte crudo (Il Riformista, 3 dicembre 2008). Succederà qualcosa? Si accettano scommesse.

Allarme per il latte crudo
Bere latte crudo non pastorizzato è come giocare alla roulette russa. Se sei fortunato risparmi fino a mezzo euro al litro. Se non lo sei puoi beccarti un batterio patogeno e finire in dialisi o rimetterci addirittura la pelle. Accade in Italia, mentre politici e produttori cantano il ritorno ai vecchi sapori, le normative sanitarie sono piene di buchi e i distributori automatici di latte non trattato aumentano vertiginosamente.
Che i rischi non siano soltanto teorici lo dimostra una circolare del Ministero della salute del 22 ottobre, firmata da Silvio Borrello, di cui Il Riformista è venuto in possesso. Parla di “casi umani di infezione da Escherichia coli O157 associati al consumo di latte crudo sul territorio italiano e del riscontro di diverse positività per E. coli O157 sia nel latte crudo, destinato come tale al consumo umano, sia nelle feci di animali produttori”. Dal 2004, anno in cui è stata autorizzata la vendita diretta di latte non pastorizzato nel nostro paese, le preoccupazioni fra gli specialisti di sicurezza alimentare sono andate aumentando. Ma la consapevolezza politica della necessità di un giro di vite sembra farsi strada solo adesso, dopo che i rischi, ampiamente documentati a livello internazionale, si sono trasformati in danni concreti per la salute dei consumatori. A suonare la sveglia potrebbe essere stata una storia esemplare, mai trapelata finora, accaduta quest’anno a Legnago. La protagonista è una bambina di 3 anni, che chiameremo Maria. Non sappiamo se i suoi genitori le abbiano dato quel latte “appena munto” perché credevano che fosse più genuino o per risparmiare rispetto ai prezzi della grande distribuzione. I fratellini di Maria, comunque, sono stati fortunati, lei invece è stata ricoverata per 12 giorni in terapia intensiva all’Ospedale Civile Maggiore di Verona. Colpa di un brutto ceppo batterico, che può trovarsi nel latte non pastorizzato e nella carne poco cotta, e causa la sindrome emolitico-uremica. Questa malattia colpisce soprattutto i bambini, uccidendoli nell’1-2% dei casi e determinando un’insufficienza renale cronica nel 10-20% dei casi. Secondo indiscrezioni i veterinari della Usl 21 di Legnago, allertati dall’ospedale, hanno rinvenuto il batterio in un allevamento che rifornisce i distributori automatici del paese. Ma non è chiaro se e quando queste vacche siano state eliminate dalla produzione. Il referente della Direzione igiene del Veneto, Silvio Pittui, ci ha confermato che le linee guida regionali non hanno ancora recepito le indicazioni, peraltro carenti, dell’Intesa fra Governo e regioni del 2007 e pare che la maggior parte delle regioni italiane sia in condizioni simili. In Veneto, dunque, non sono obbligatori i controlli per E. coli e, quando la Usl propone la sospensione dell’autorizzazione alla vendita, il sindaco non è tenuto ad accoglierla. Per il caso di Maria, in effetti, circolano voci su un disaccordo fra il sindaco di Legnago, Silvio Gandini del Pd, e il veterinario che chiedeva la sospensione. A complicare il quadro c’è il fatto che questo batterio è un ospite asintomatico dell’intestino dei bovini, mentre per l’uomo è patogeno anche a concentrazioni bassissime. Poiché la contaminazione con le feci è intermittente, il fatto che un campione di latte sia negativo non ci mette al riparo dal rischio durante la mungitura successiva. Perciò bisognerebbe andare a cercare il batterio non solo sul prodotto, ma anche sull’animale, e poco importa se questo è apparentemente sano. Non a caso la recente circolare del Ministero della salute afferma che i capi positivi devono essere esclusi dalla produzione di “latte crudo”, anche se test successivi risultano negativi, e prevede l’adozione da parte dell’azienda di adeguate misure di prevenzione in attesa di un parere del Consiglio superiore di sanità. Ma non è chiaro in quanti la stiano applicando.
Il Veneto non ha ancora reso pubblici i dati del monitoraggio annuale sul latte non pastorizzato venduto nella regione. Ma lo ha fatto la Lombardia e non vi è motivo di ritenere che qui gli allevatori lavorino peggio che altrove. Mario Astuti, della Direzione generale sanità, fa il punto: nel 2007 ci sono state 29 sospensioni, il 42% delle quali perché erano fuori norma la carica batterica o le cellule somatiche, che sono un indicatore di mastite. Poi sono stati trovati germi patogeni come stafilococco, salmonella, listeria, campylobacter, streptococco. E in 4 casi E. Coli. Un’interrogazione presentata il 10 ottobre da Paolo De Castro e altri esponenti del Pd chiede al ministro Sacconi di garantire una corretta informazione. E qui bisogna partire davvero da zero. L’intesa governo-regioni specifica che sui distributori deve essere scritto “latte crudo non pastorizzato”, ma molti mostrano impresso solo il primo aggettivo, lasciando i consumatori nel dubbio. Lombardia ed Emilia Romagna suggeriscono di scaldare ad almeno 70°C prima del consumo se si appartiene a una categoria a rischio, ma dimenticano di includere le donne incinte e finiscono per sviare i consumatori quando specificano che questo vale “per tutti gli alimenti crudi”. Altrove è peggio: in Veneto, ad esempio, non è prevista alcuna scritta. I genitori di Maria, dunque, non sapevano di correre un rischio.

Un business per gli amici di Grillo
Il ritornello suona così: dalla stalla alla tavola. E la filiera è talmente corta che tra produttore e consumatore non solo non c’è spazio per la pastorizzazione, ma spesso neppure per i controlli veterinari. Eppure il business fa faville: il sito che censisce su base volontaria i distributori automatici di latte crudo – www.milkmaps.com, creato dagli amici di Beppe Grillo – ne conta 1004 in 71 province ma potrebbero essere anche il doppio. Non solo nei pressi delle aziende e nei farmer market, ma anche nelle piazze, soprattutto nel nord Italia. Tra quelli mobili alcuni fanno sosta davanti alle scuole. E meno male che nessun amministratore ha ancora avuto l’incoscienza di accontentare Coldiretti, autorizzando la vendita anche dentro gli edifici scolastici, gli ospedali e le case di cura. Il conto è presto fatto: l’investimento iniziale per il “bancomat del latte” è modesto – dai 5.000 ai 30.000 euro a seconda del modello - e si ammortizza rapidamente. Infatti se un allevatore vende il suo prodotto al circuito tradizionale riceve 30 centesimi al litro, magari a 60 o a 90 giorni. Vendendo direttamente al consumatore incassa 1 euro subito, anche di più se il latte è biologico. E 1 euro è sufficiente per attirare un buon numero di clienti, visto che un litro di prodotto pastorizzato al supermercato costa 50 centesimi in più. Insomma tra coloro che fanno la fila, spesso portandosi da casa la bottiglia di vetro, non ci sono solo le vittime del pensiero petrinian-grillesco. C’è chi fa fatica ad arrivare a fine mese e chi crede che “crudo” significhi semplicemente “fresco”. Poi, certo, ci sono i fissati dell’ecologia che pensano che la natura sia più benigna della tecnologia e vogliono ridurre gli imballaggi. E i buongustai che rimpiangono i sapori di un tempo, dimenticando che la pastorizzazione è stata una conquista per la salute dell’umanità.
La lobby dei produttori, che con le loro manifestazioni si sono meritati l’appellativo di “milk warrior”, conviene tenersela buona. Ed ecco che a inaugurare i distributori accorrono i sindaci. Anche quello di Legnago, ritratto sul sito dell’azienda agricola Bontempo mentre taglia il nastro. Il latte alla spina impazza su internet, fra articoli di Slowfood, blog ambientalisti, deliri olistici di pseudoscienziati. “Scrivono che il latte crudo non dà allergie, fa dimagrire, previene i tumori”, si scandalizza Alfredo Caprioli, direttore del laboratorio europeo di referenza per E. coli O157, all’Istituto superiore di sanità. Junk science: scienza spazzatura. Dicono che possono consumarlo tutti, vecchi e bambini. Consigliano di non bollirlo per conservare le sue qualità nutritive. Sostengono che la pastorizzazione uccide anche i batteri benefici, quelli che consentono al latte crudo di difendersi da solo perché è vivo. Anche troppo vivo, aggiungiamo noi. L’unico modo onesto di venderlo sarebbe con l’etichetta: “latte non pastorizzato, può contenere microrganismi patogeni per l’uomo”. Ma questo ucciderebbe il business.

venerdì 16 novembre 2007

Nessun rispetto

Compare oggi su Il Riformista una lettera molto divertente inviata dall’ufficio comunicazione di Liberi da OGM:

Nessun rispetto
In riferimento all’articolo apparso ieri su Il Riformista, Mario Capanna e la voglia matta di essere Vandana Shiva, precisiamo che le opinioni, pur se radicalmente opposte alle nostre, sono sempre da noi rispettate. Le affermazioni false, invece, sono sempre e soltanto false, e non possono ricevere alcun rispetto.

(firmato)
Ufficio comunicazione della Coalizione “ItaliaEuropa – liberi da Ogm”
L’articolo in questione è di Anna Meldolesi ed è un articolo divertente e ironico, ma soprattutto puntuale e argomentato. Rappresenta senza dubbio una opinione diversa da quella del gruppo di Mario Capanna, e perciò meriterebbe rispetto (come essi stessi dichiarano).
Non è chiaro quali sarebbero le dichiarazioni false: per come l’hanno messa sarebbe legittimo pensare che non sono quelle di Anna Meldolesi, bensì quelle di qualcun altro non menzionato. E se fossero di Meldolesi, quali sono? E perché? Affermare che non si ha rispetto per le affermazioni senza offrire altri dettagli false somiglia a dire (guardando una tavola imbandita) che non si vuole mangiare i cibi andati a male (senza indicare se sono presenti sulla tavola e senza dimostrare che siano andati a male).
Viene il sospetto che questo tipo di argomentazione sia la stessa usata per dimostrare la pericolosità degli OGM.

giovedì 26 luglio 2007

I 6 della Libia: l’ora delle domande scomode

E, soprattutto, delle risposte ancora più scomode (Anna Meldolesi, Infermiere bulgare, lite franco-tedesca, Il Riformista, 25 luglio 2007):

Di chi è il merito della liberazione delle cinque infermiere e del medico? Chi ha pagato per il cospicuo fondo che risarcisce le famiglie dei 438 bambini contagiati nell’ospedale di Bengasi? Che gioco ha giocato Gheddafi in questi otto anni di detenzione e processi farsa a carico dei sei operatori sanitari? Ora che è finito l’incubo e i protagonisti di questa storia di straordinaria follia sono atterrati finalmente a Sofia, per essere subito graziati dal presidente Georgi Parvanov, è l’ora delle domande scomode.
La versione ufficiale è affidata alle parole pronunciate dal primo ministro Sergei Stanishev all’aeroporto: “Questo è il risultato diretto del nostro ingresso nell’Unione Europea, della solidarietà che l’Ue ha dimostrato nei confronti della Bulgaria”. Ma le polemiche divampate intorno a Nicolas Sarkozy e signora non si spegneranno tanto facilmente: la coppia presidenziale ha sbloccato l’impasse o ha soltanto tenuto la scena approfittando di una vicenda dal lieto fine già scritto? Non ha dubbi Der Spiegel, che il 23 luglio ha pubblicato un articolo ricco di indiscrezioni, eloquentemente titolato “Come l’Unione Europea e la diplomazia tedesca hanno contribuito a salvare le infermiere bulgare”. Secondo la testata, che ha raccolto gli sfoghi off the record dei negoziatori di Bruxelles e Berlino, la vera svolta arriva il 12 giugno, in una trattativa a quattro che impegna il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, il commissario europeo per le relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner, il figlio di Gheddafi Saif al-Islam e l’ex premier libico Abdul Ati al-Obeidi. La certezza che i patti sarebbero stati rispettati sopraggiunge il 13 luglio, nella solita tenda della base militare di Tripoli. Qui Gheddafi, dopo aver ascoltato l’erede designato e altri stretti consiglieri, proclama: “Fratelli, mi avete convinto. La morte delle infermiere sarebbe come quella dei bambini”. Detto fatto: il 17 il Consiglio supremo commuta la pena capitale in ergastolo, ben sapendo che l’accordo di estradizione tra Libia e Bulgaria avrebbe significato la liberazione dei condannati. Ma poi, sostiene Der Spiegel, la Francia si mette di mezzo e rischia di mandare tutto per aria. Mentre la Germania aveva costruito con pazienza e discrezione la sua tela diplomatica durante la sua presidenza dell’Unione, Cécilia vola platealmente a Tripoli offrendo aiuti francesi per modernizzare un altro ospedale e Nicolas annuncia un’imminente trasferta per rafforzare i rapporti tra Libia ed Europa. Steinmeier non è soltanto irritato per quello che il giornale tedesco descrive come uno scippo, teme anche che la Francia abbia servito al regime nuove carte riaprendo la partita. Quindi avverte il giovane Gheddafi che i giochi ormai sono chiusi e qualsiasi altra iniziativa dovrà essere discussa nel contesto dei futuri progetti comunitari per lo sviluppo. L’Eliseo comunque non desiste: Cécilia torna a Tripoli e l’aereo presidenziale francese se ne riparte carico di gloria: a bordo ci sono i sei operatori sanitari pronti per il commovente, attesissimo, ritorno in patria. Si tratta di una ricostruzione credibile? Probabilmente sì, in buona parte, ma vale la pena di aggiungere una postilla: Sarkozy è entrato con passo da elefante in una cristalleria, ma per troppo tempo in quella cristalleria non era voluto entrare nessuno. I viaggi e le telefonate eccellenti da parte dei governi occidentali, infatti, si sono intensificati solo dopo la seconda condanna a morte alla fine del 2006, quando i sei innocenti erano in carcere da quasi 8 anni.
Che ruolo ha avuto il regime di Tripoli in tutto questo tempo? Chi sostiene che si è trattato di un rapimento a scopo di estorsione o del divertimento sadico di un tiranno imprevedibile coglie solo una parte della verità. Gheddafi ha usato la vita delle infermiere per rafforzare il suo regime, ma poi potrebbe essere rimasto vittima della sua stessa trappola. Inizialmente accusava anche Cia e Mossad di aver tramato con le infermiere, poi quando i rapporti con gli Usa hanno iniziato a normalizzarsi nel 2002 ha cambiato tattica. Comunque ha continuato a usare il caso per cercare di recuperare i milioni di dollari versati per la strage di Lockerbie, ha persino accarezzato l’idea di uno scambio di prigionieri con l’agente libico implicato nell’attentato. Ma tra gli scienziati italiani che hanno avuto contatti con la Fondazione Gheddafi, c’è chi crede che a un certo punto la situazione si sia ribaltata. Liberare i sei capri espiatori avrebbe significato ammettere le colpe del governo nell’epidemia ed esporre il regime alle ire delle opposizioni interne e dei fanatici religiosi. Bisognava trovare una via di uscita di basso profilo, che raccogliesse il consenso delle famiglie delle vittime. Il fondo gestito dalla Fondazione Gheddafi è servito allo scopo, ma chi ha messo i soldi? Sappiamo che la Bulgaria ha azzerato il debito di Tripoli e questa somma, pari a 44 milioni di euro, è stata fornita dalla Banca nazionale libica. Altre piccole donazioni sono arrivate da una dozzina di paesi, mentre l’Ue ha offerto 9,5 milioni per usi specifici come le attrezzature di laboratorio. In questo modo Bruxelles e Sofia possono dire di non aver pagato alcun riscatto, mentre Tripoli può sostenere che i soldi hanno una provenienza mista, privata e governativa, libica e internazionale. Ma la verità, secondo Der Spiegel, è che la somma necessaria per versare 724.000 euro a ogni famiglia viene in gran parte dalle casse dello stato libico. Se questo è un riscatto, a pagarlo è stato lo stesso regime per salvare se stesso.

martedì 10 luglio 2007

Organismi geneticamente modificati, filosofia da agriturismo e fantasmi transgenici

Domani a Bologna ci sarà la manifestazione organizzata dalla Coldiretti per difendere l’agricoltura libera da OGM. Per protestare in stile patriottico e con ragioni sufficientemente irrazionali.

Il Presidente Sergio Marini ha affermato (Domani, “Giù le mani dalla qualità italiana”, News Italia Press, 10 luglio 2007): “La nostra è una scelta economica a difesa delle imprese messe a rischio dalle decisioni del Ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro che per la responsabilità che gli compete dovrebbe ben conoscere la scelta irrinunciabile dell’autonomia dai partiti fatta dalla Coldiretti. Proprio per questo abbiamo programmato incontri con tutti i segretari di partito e vertici istituzionali per spiegare i motivi della nostra manifestazione”.
E la Coldiretti aggiunge: “Nella capitale dell’agroalimentare italiano gli agricoltori insieme a cittadini, mamme, giovani e studenti manifesteranno contro il tentativo di standardizzare e omologare verso il basso la qualità dell’agricoltura italiana per asservirla ad un modello di sviluppo produttivistico, contrario all’interesse delle imprese, dell’ambiente e dei consumatori”.

Ci si sono messi pure due chef con la battaglia del parmigiano reggiano OGM free (Grandi chef in prima fila a sostegno del parmigiano OGM free, Greenplanet.net, 10 luglio 2007).

Anna Meldolesi offre interessanti spunti per riflettere sulla questione prima di mettersi ad urlare come un cane pavloviano: “Via gli OGM! Via gli OGM dalla nostra Italia!” (La Coldiretti attacca gli Ogm ma trascura il nostro mais, Il Riformista, 7 luglio 2007):

«Ministro, giù le mani dalla qualità italiana». Con questo slogan l’11 luglio la Coldiretti marcerà a Bologna, accusando Paolo De Castro di alto tradimento nei confronti del tipico italiano. Gli organizzatori cercano una prova di forza, per affermarsi come interlocutori privilegiati del dicastero dell’Agricoltura, ma alla fine della fiera potrebbero anche restare delusi. In difesa di De Castro è scesa in campo la comunità scientifica, mentre il fronte degli alleati tradizionali di Coldiretti mostra qualche crepa. Dagli ambientalisti di Verdi e Margherita sono arrivati inviti alla moderazione, e anche nel comparto agricolo e alimentare in pochi sembrano disposti a seguire Coldiretti imbracciando ortaggi biologici come fossero baionette. Il principale capo d’imputazione è la disponibilità mostrata da De Castro a riavviare le sperimentazioni pubbliche con Ogm bloccate da anni a causa delle politiche ostruzioniste del tandem Pecoraro-Alemanno. Ma l’accusa mossa da Coldiretti sembra strumentale. «Questi studi vengono condotti ovunque in Europa, non pongono problemi di biosicurezza e sono stati approvati dalla commissione interministeriale competente», spiega Roberto Defez. Il ricercatore del Cnr di Napoli oggi è tra i promotori di un documento che raccoglie firme nei laboratori per sostenere De Castro e nel 2001 ha animato le prime manifestazioni pro Ogm dei camici bianchi. «Esistono regole chiare a livello europeo e nazionale, l’attuale ministro dell’Agricoltura si sta limitando ad applicarle», sostiene Defez. Parallelamente l’associazione Galileo 2001 ha scritto una lettera a Napolitano per chiedere che anche per gli Ogm siano rispettati gli articoli 9 e 10 della Costituzione, sulla tutela della libertà di ricerca e sul rispetto del diritto internazionale. La stessa organizzazione ha già sollecitato un intervento della Commissione europea affinché l’Italia applichi finalmente le regole comunitarie sulla sperimentazione con piante transgeniche. Mentre l’associazione di agricoltori probiotech Futuragra ha chiesto a Bruxelles di avviare una procedura d’infrazione contro il nostro paese con l’obiettivo di garantire anche ai coltivatori italiani la libertà di scegliere quali sementi piantare, come già accade in Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Repubblica Ceca. Coldiretti si vanta di essere il più grande sindacato del settore in Europa, ma c’è da dubitare che i suoi iscritti siano tutti agricoltori attivi. I critici, anzi, rilevano che rappresenta la parte meno imprenditoriale dell’agricoltura italiana, dominata dagli over 50, caratterizzata in media da ettaraggi ridotti e intrappolata nella vecchia logica dei sussidi. Questa filosofia da agriturismo finora ha trovato sponde nel mondo politico e sui media, ma può bastare per garantire un futuro all’agricoltura italiana? La risposta diventa un secco no se questa domanda viene rivolta ai maiscoltori, sulla cui testa pende la spada di Damocle delle nuove soglie europee per la contaminazione con micotossine. «La Piana del Po ha una tradizione gloriosa, il Friuli detiene addirittura il record mondiale di resa per ettaro», spiega Norberto Pogna dell’Istituto di cerealicoltura. Ma per ragioni climatiche la nostra corn belt è anche il paradiso della piralide e dei funghi che producono le fumonisine. «Già a basse dosi queste micotossine danneggiano il fegato, mentre gli esperimenti su cavie e i dati epidemiologici indicano che a concentrazioni maggiori possono avere effetti cancerogeni e teratogeni», aggiunge Amedeo Pietri dell’Università Cattolica di Piacenza. Il regolamento europeo 1881, che entrerà in vigore in ottobre, fissa un tetto di 2 mila microgrammi di fumonisine per chilo di mais non lavorato, ma in seguito alle pressioni dell’Italia il limite potrebbe essere raddoppiato. «Il voto a Bruxelles sarà il 20 luglio, ma anche così metà della produzione italiana sarebbe fuorilegge per il consumo umano», avverte Enrico Costa dell’Associazione raccoglitori, essiccatori e stoccatori. Già adesso alcuni mulini hanno iniziato a importare mais estero per non mettere a rischio l’esportazione nel centro e del nord Europa. Il nostro contenuto medio di fumonisine è tra i 5 mila e i 10 mila microgrammi per chilo a seconda delle annate, perciò il presidente dell’Associazione maiscoltori Marco Aurelio Pasti teme che ci troveremo presto in difficoltà anche per i mangimi. Se nei prossimi anni diventeranno vincolanti anche le indicazioni europee per uso zootecnico, parte del nostro mais potrebbe non andare bene neppure per i maiali. E lo diciamo con tutto il rispetto possibile, visto che proprio da questi animali derivano alcuni dei nostri prodotti alimentari di bandiera. Insomma, mentre Greenpeace si preoccupa delle mucche del Parmigiano Reggiano che, come tutti i bovini europei mangiano soia Ogm, le fumonisine si rivelano la vera minaccia per il nostro export e per la nostra salute. Per ironia della sorte il mais Ogm potrebbe aiutarci a risolvere il problema. La piralide ogni anno causa danni per 170 milioni di euro a livello nazionale ma le varietà Bt sono resistenti all’attacco di questo insetto. Consentono di ridurre l’uso di prodotti chimici e contengono da 3 a 9 volte meno fumonisine del mais tradizionale. Non è un caso che il mais Bt stia conquistando superfici crescenti persino nella roccaforte dello sciovinismo alimentare, la Francia. Una domanda, insomma, sorge spontanea: perché oltre a pensare ai prodotti di nicchia, Coldiretti non si preoccupa di dare un futuro di qualità al milione e trecentomila ettari coltivati a mais in Italia?

mercoledì 20 giugno 2007

Un timer per i ventilatori meccanici

A testimonianza del clima che circonda il dibattito sul testamento biologico si materializzano prepotentemente due reazioni quasi sincrone nel leggere il bel pezzo di Anna Meldolesi (L’obiettivo è personalizzare la morte non stabilire una morte uguale per tutti, Il Riformista, 20 giugno 2007): la prima è sollievo e gusto nella lettura; la seconda è sgomento al pensiero che un simile paradosso temporale possa essere preso sul serio.

Per il testamento biologico si è messa davvero male. Più si allunga il dibattito, più la mediazione rischia di diventare cervellotica e più la matassa finisce per ingarbugliarsi. E se questo accade già in commissione Sanità, figuriamoci cosa potrebbe succedere dopo in aula. Ma allora, forse è il caso di gettare la spugna, dandola vinta a chi dice che possiamo anche fare a meno di una legge sul tema? Rinunciare sarebbe doloroso, e non solo per una questione di “laicismo identitario”. Il fatto è che di una norma c’è bisogno, perché ci sono due obiettivi da raggiungere. I cittadini devono poter contare sul fatto che le loro preferenze in materia di trattamenti medici saranno tenute in debita considerazione anche nel caso in cui non saranno più in grado di esprimerle. Mentre i medici devono poter contare sul fatto che non saranno perseguiti per aver rispettato le volontà dei malati, come invece sta succedendo a Mario Riccio. Dunque non è il caso di battere in ritirata. Ma poiché la strada appare sempre più in salita, può essere utile ricordare a Fiorenza Bassoli e agli altri mediatori dell’Unione che a forza di spaccare il capello in quattro si rischia di ritrovarsi con niente in mano. Prendiamo il caso dei trattamenti sostitutivi, quelli che vengono intrapresi per rimediare al deficit di funzioni complesse dell’organismo, come la ventilazione meccanica e la nutrizione artificiale. Per evitare il muro contro muro, si potrebbe tentare di distinguere tra nutrizione parenterale ed enterale, tra ventilazione a breve o lungo termine, tra diverse tipologie di pazienti, tracciando un confine arbitrario tra accanimento terapeutico e cure ordinarie. Concedendo solo qualcosa ad alcuni, forse si riuscirebbe a salvaguardare – almeno all’apparenza – i principi di tutte le parti politiche. Ma se per cercare una via d’uscita al disaccordo ci si affida ai tecnicismi, è difficile arrivare lontano. Una lezione, tutt’altro che esaltante, viene da Israele. Da un paio di mesi è entrata in vigore una legge che prevede la possibilità di redigere il testamento biologico e disciplina anche la sospensione delle cure nei pazienti coscienti che lo desiderano, purché abbiano davanti a sé meno di sei mesi di vita. Per arrivarci ci sono voluti sette anni: il ministero della Sanità ha istituito un apposito comitato di 69 membri nel 2000, la legge è passata quasi all’unanimità nel 2005 e la stesura delle linee guida ha occupato il tempo restante. Ma il risultato lascia perplessi e non soltanto per la severità di alcuni articoli. Il problema è che per mettere d’accordo il diritto all’autodeterminazione dei malati e le indicazioni dell’Halakhà, si è deciso di ricorrere a un escamotage dotando i ventilatori di un timer. Di tanto in tanto,dunque, i malati o i loro fiduciari devono confermare la volontà di riaccendere la macchina – i resoconti giornalistici parlano di un intervallo di 24 ore – altrimenti si ferma automaticamente. In questo modo nessuno deve sobbarcarsi l’onere psicologico di staccare la spina e il divieto religioso di interferire con la vita è salvo. Per il Sabbath gli ebrei ortodossi adottano una strategia simile, utilizzando scaldavivande semiautomatici per non compiere attivamente i gesti di accensione e spegnimento. Anche se ha ricevuto qualche commento benevolo – per esempio sul British Medical Journal – questo approccio alle tematiche di fine vita appare strampalato a chiunque non sia di religione ebraica e probabilmente anche a molti ebrei. Per quanto i parlamentari italiani siano ben provvisti di fantasia, difficilmente arriveranno a tanto. Ma la storia della legge 40 ci ha insegnato che anche noi siamo capaci di grandi pasticci bioetici, per esempio quando tuteliamo l’embrione più del feto. Allora come dovrebbe essere una buona legge sul testamento biologico? La migliore soluzione possibile, secondo il bioeticista cattolico Sandro Spinsanti, è racchiusa in un unico articolo, che potrebbe suonare così: «Quando risulta, in modo certo e documentato, che la volontà di una persona non in grado di intendere e di volere è di non essere sottoposta a un atto medico, eseguire questa volontà non è reato». Spinsanti si definisce “diversamente credente” perché non è disposto a seguire la sua Chiesa su qualsiasi terreno ed è consapevole di avanzare una proposta provocatoria. Il cuore del suo messaggio, però, è serissimo: aggiungere dettagli su dettagli è controproducente. Nascondendo le differenze dietro ad artifici e termini ambigui – come quello di accanimento terapeutico – si rischia di restringere gli spazi lasciati aperti dalla Costituzione, dal codice deontologico e dalla Convenzione di Oviedo. Ma seppure non fosse così, si correrebbe un altro pericolo. Stabilendo rigidamente quali trattamenti medici rientrano nella disponibilità dei malati, e a quali condizioni, si finisce per tradire lo scopo originario della legge, che dovrebbe rendere più personalizzata la morte di ciascuno anziché imporre per legge una morte uguale per tutti.

giovedì 7 giugno 2007

Il buco delle cellule staminali embrionali

Dalle News di Darwin una notizia molto interessante che è stata pressoché ignorata dai media. Ancora più interessante è l’ipotesi esplicativa di tale assenza (Un lavoro da copertina ignorato dai media).

A volte la lettura dei giornali il mattino genera qualche sconcerto. Stavolta gli argomenti sono le tecniche di clonazione e la riprogrammazione di cellule adulte, salvo il fatto che i principali quotidiani di oggi riportano la seconda notizia ma ignorano la prima. La notizia “bucata” riguarda un lavoro del gruppo di Kevin Eggan, della Harvard University, a cui Nature ha addirittura dedicato la copertina del numero di oggi (vedi la foto a fianco) e guarda caso non è una novità di poco conto. Sinora l’unico metodo disponibile per ottenere linee di cellule staminali embrionali con un determinato patrimonio genetico era di estrarre il nucleo di un ovocita e sostituirlo con quello prelevato da una cellula adulta del donatore. La tecnica si prestava a due scopi, il primo era di clonare individui, risultato sinora ottenuto su 16 specie animali. Il secondo era di ricavare staminali embrionali nella speranza di avere un giorno o l’altro tessuti da trapianto compatibili con un eventuale paziente affetto da malattie degenerative per cui oggi non esistono cure (la cosiddetta medicina rigenerativa). La frontiera delle staminali embrionali si è però sempre scontrata con una considerazione molto concreta: infatti la bassa efficienza dimostrata dalla tecnica di trasferimento nucleare richiedeva la disponibilità di un numero elevato di ovociti che a loro volta erano prelevati da “donatrici” a cui si chiedeva il prezzo di sottoporsi a stimolazioni ormonali. Ovviamente l’utilizzo terapeutico di cellule staminali – embrionali o adulte che siano – comportano la soluzione di non pochi altri problemi, ma per restare all’oggi si può dire che il futuro delle embrionali sembrava molto precario proprio per la difficoltà di reperire gli ovociti necessari. Il lavoro di Kevin Eggan, a cui Nature dedica la copertina, sembrerebbe aver superato questo scoglio perché piuttosto che usare ovociti il trasferimento nucleare lo si effettua su uno zigote, o se si preferisce su un ovocita già fecondato e nella primissima fase di sviluppo. Significa aver risolto un problema non indifferente perché in tutte le cliniche dove si fa fecondazione in vitro c’è abbondanza di embrioni sovrannumerari destinati alla distruzione. Stranamente la notizia è passata sotto silenzio mentre è stato dedicato ampio spazio a una seconda linea di ricerca che stavolta riguarda le cellule adulte. Vari gruppi hanno infatti pubblicato su Nature (Yamanaka e Jaenisch) e Cell Stem Cell (Hochedingler) tre lavori che riferiscono dello stesso risultato: ovvero la “riprogrammazione” di cellule adulte allo stadio di pluripotenza utilizzando quattro fattori di trascrizione. Su questo risultato fosse una eclatante novità non ci sarebbe stato niente da eccepire, ma si tratta invece della conferma di un risultato già annunciato su Cell il 25 agosto dello scorso anno e peraltro firmato dal gruppo di Shinya Yamanaka, autore di uno dei lavori pubblicati oggi su Nature. Lo stesso Yamanaka firma oggi su Cell Stem Cell una rassegna molto istruttiva che esamina tutte le vie possibili di approccio alle staminali citando espressamente la contemporanea uscita su Nature del lavoro del gruppo di Kevin Eggan. D’altro canto la rivista londinese aveva inviato a tutti i giornalisti registrati una press release dove segnalava i lavori in uscita e ne ha sintetizzato sempre oggi i risultati sul portale Nature News. Questo per dire che gli elementi di valutazione non mancavano, sempre che non si pensi che una rivista scientifica a forte fattore di impatto dedichi una copertina a un lavoro preso a caso. La ragione del “buco” è presto detta: si è infatti preferito riferire della conferma di un risultato, e ignorare la novità del lavoro di Eggan, perché l’argomento è ormai talmente viziato dalla politica da far passare in seconda linea anche la sintassi giornalistica.
Tra le poche eccezioni all’indifferenza Anna Meldolesi Da uno zigote può nascere un embrione. La clonazione terapeutica è al dopo-Dolly, Il Riformista, 6 giugno 2007 e Fertilized eggs yield stem cells, The Scientist, 6 giugno 2007.

mercoledì 7 marzo 2007

Non basterà, ma fa piacere leggere

Anna Meldolesi, Gay portatori di fecondità, Il Riformista, 7 marzo 2007:

Non basterà per convincere Paola Binetti e gli altri paladini della famiglia tradizionale. Ma secondo la biologia evoluzionistica i gay potrebbero avere una marcia in più e sarebbe ora di rendergliene pubblicamente merito. Se non avessero delle doti nascoste, infatti, i geni che predispongono all’amore omosex sarebbero stati spazzati via dalla selezione naturale da un bel pezzo. Si tratta di un paradosso assai noto, che recita più o meno così: com’è possibile che l’omosessualità continui a esistere generazione dopo generazione, se gli omosessuali sono per definizione meno interessati a procreare?
Ci scuseranno le lesbiche, ma la letteratura scientifica maschile è più ricca e lo spazio a disposizione è troppo breve per inquadrare in prospettiva saffica le possibili risposte al paradosso. La prima nasce da una ricerca italiana. Camperio Ciani ha scoperto che le donne imparentate con uomini gay spesso hanno abbondante prole e questo compenserebbe il basso numero di figli di questi ultimi. Gli stessi geni, insomma, potrebbero essere implicati nell’omosessualità maschile e nell’iperfecondità femminile. La benedizione delle famiglie numerose e il peccato omosex, dunque, sarebbero geneticamente inestricabili. Ma è stato ipotizzato anche un altro meccanismo. I geni gay si sarebbero conservati nel corso dell’evoluzione perché quando sono in singola copia conferiscono un vantaggio riproduttivo. In breve un maschio con due copie sarebbe omosessuale, mentre chi ne ha una sola sarebbe uno sciupafemmine, magari capace di produrre spermatozoi super rispetto a chi non ha neppure una copia. Recentemente Mara Carfagna ha detto che i gay sono «costituzionalmente sterili», chissà che effetto le farà l’idea dei geni iperfecondi. Resta l’ultima ipotesi, quella secondo cui un gay può aiutare la diffusione dei propri geni sostenendo e accudendo i propri familiari etero, che condividono con lui almeno parte del genoma. I gay, insomma, presterebbero una sorta di assistenza sociale a vantaggio della famiglia tradizionale. E in questo senso potrebbero persino rientrare nel dodecalogo di Prodi. Lo scorso dicembre una coppia di biologi evoluzionisti e matematici americani ha provato a modellizzare le tre ipotesi arrivando alla conclusione che, in teoria, le varianti omosex potrebbero addirittura invadere il pool genico di una popolazione. Visti i tempi che corrono, però, è meglio che non si sappia troppo in giro.

venerdì 2 marzo 2007

Embrioni britannici

Dopo gli scenari terrorizzanti, gli embrioni chimera, i Frankenstein nati dalla ricerca, Anna Meldolesi rimette in ordine il caos. Dalle News di Darwin (pubblicato su Il Riformista ieri con il titolo L’Inghilterra non è terra di Frankenstein redivivi).

Ora è la volta delle chimere, gli embrioni ibridi uomo-animale, a cui il governo Blair si appresterebbe a dire di sì. La settimana scorsa è stata la volta degli embrioni umani geneticamente modificati. La settimana prima è stato il presunto via libera agli ovuli a pagamento da parte dell’authority britannica competente. Visto dall’Italia, il Regno Unito appare in preda a un’ossessione post-umana alla Fukuyama, che porta a travolgere una dopo l’altra tutte le barriere etiche poste sulla strada della ricerca scientifica. Ma cosa sta accadendo davvero?
Le istituzioni britanniche, evidentemente, hanno una solida fiducia nella scienza e un approccio normativo più sbilanciato dalla parte della libertà che da quello dei tabù. Ma rischiamo di farci un’idea sbagliata se nella foga del dibattito dimentichiamo un elemento cruciale: la serietà che caratterizza il processo di istruzione delle policies scientifiche in Gran Bretagna, soprattutto in confronto ai bizantinismi italiani. Si comincia con un’analisi rigorosa dei dati scientifici, che non prevede l’uso del Cencelli per la selezione degli esperti da interpellare e non viene effettuata allo scopo di giustificare soluzioni politiche preconfezionate. Si svolgono consultazioni pubbliche per cogliere gli umori della popolazione. L’intero processo decisionale, inoltre, è ispirato alla trasparenza e guidato dalla consapevolezza che l’arrivo di nuovi dati potrebbe richiedere un ripensamento anche a breve.
Altro che bieco utilitarismo e abdicazione dell’etica, questo è un approccio evidence-based assai attento all’eticità delle conseguenze. Tanto per essere chiari, la legge del 1990 sulla fecondazione assistita e l’embriologia, attualmente in corso di revisione, è assai meno intrisa di morale della nostra legge 40. Ma questo dice assai poco sull’eticità dei rispettivi effetti. Nel mondo anglosassone, per esempio, sarebbe eticamente inconcepibile negare l’aiuto della provetta a chi vuole servirsene per non trasmettere ai figli gravi malattie genetiche o infettive, come accade da noi. Aggiungiamo che Londra brilla per la tempestività con cui vengono individuati e affrontati i problemi regolatori destinati a porsi nel medio termine. Non è un caso che le norme sulla fecondazione assistita risalgano al 1990, mentre noi abbiamo dovuto aspettare il 2004, perciò le mamme-nonne di Antinori sono state messe fuorilegge assai prima oltremanica.
E qui veniamo all’equivoco di fondo: il Regno Unito non è affatto il paradiso dell’azzardo, semmai è vero il contrario. Non si impongono divieti ideologici, ma ci si dà un gran da fare per varare regole efficaci, monitorare, vagliare scrupolosamente le autorizzazioni caso per caso. Chi non vuole paletti, farebbe bene ad andare negli Stati Uniti di Bush, dove vige un clamoroso doppio standard etico tra pubblico e privato: qui è possibile comprarsi una maternità surrogata, acquistare ovuli, clonare embrioni a scopo di ricerca, trasferire Dna umano all’interno di ovociti animali producendo embrioni ibridi, sempre che si trovino i fondi per farlo. E in Gran Bretagna?
Tutti sanno che la clonazione per fini non riproduttivi è ammessa, ma le autorizzazioni sono rilasciate con il contagocce. Mentre Carlo Flamigni ha spiegato sull’Unità che la maternità surrogata in salsa inglese non assomiglia all’affitto di un utero quanto a un “dono del grembo”, perché l’unica transazione economica è un compenso per il mancato guadagno e a ospitare gli embrioni sono sorelle o amiche delle aspiranti madri. E la compravendita degli ovuli che ha creato tanto scandalo recentemente? Per chiarirsi le idee basta visitare il sito dell’authority per la fertilità e l’embriologia umana (Hfea), della cui indipendenza è difficile dubitare: è composta da scienziati, eticisti, giuristi, teologi, persone comuni, e la presidenza non può essere affidata a medici o ricercatori direttamente impegnati nella fecondazione assistita. Si scopre così che l’Hfea non ha autorizzato alcun commercio di ovociti, ma ha ritenuto di non poter vietare alle donne di donare queste cellule per la ricerca, visto che era già possibile donarle per i trattamenti di fecondazione. Le donatrici non saranno pagate, ma riceveranno soltanto un rimborso spese, e per evitare pressioni indebite sono state messe a punto una serie di tutele. Le donne dovranno essere informate dei rischi che corrono, senza esagerare i benefici che il loro gesto avrà per l’avanzamento delle conoscenze. Il loro consenso sarà raccolto da persone estranee ai gruppi di ricerca interessati, il prelievo dovrà avvenire dopo un intervallo di tempo tale da consentire eventuali ripensamenti e così via. Lo stesso spirito, quello della regolamentazione attenta caso per caso, sta dietro alle possibili aperture in fatto di ricerca sugli embrioni entro il quattordicesimo giorno. I fantasmi di Frankenstein e dei designer baby, c’entrano davvero poco. Il governo, infatti, appare favorevole a consentire la modificazione di singoli geni, per esempio per verificare se è possibile correggere gravi difetti genetici allo stadio embrionale. E dopo qualche tentennamento sembra pronto a consentire anche la creazione di embrioni ibridi grazie al trasferimento di nuclei umani in ovociti animali, perché questi ultimi potrebbero risolvere il problema della scarsità di ovuli umani disponibili per la ricerca. L’Hfea si esprimerà su questo punto soltanto in autunno, perché ritiene necessario un approfondimento. Anche in questo caso, comunque, la lunga storia delle policies britanniche vale come una garanzia.

venerdì 19 gennaio 2007

La linea Maginot che divide cittadini e politici sulle decisioni di fine vita

Anna Meldolesi, Welby ha cambiato gli italiani, non ancora i politici, il Riformista, 19 gennaio 2007:

Piergiorgio Welby sarebbe contento di leggere i dati diffusi ieri dall’Eurispes, nel rapporto intitolato «Il paradiso può attendere? Gli italiani di fronte al testamento biologico, l’accanimento terapeutico e l’eutanasia». Nel paese infatti si registra un boom di consensi per il rispetto dell’autodeterminazione dei pazienti, anche quando questo significa arrendersi alla morte.
Da quando Eurispes ha posto per la prima volta agli italiani delle domande sulle decisioni di fine vita, 20 anni fa, i sostenitori di un approccio aperto e rispettoso della libertà individuale sono andati via via crescendo. Ma nell’ultimo anno l’aumento è stato drammatico: più 26%. Le interviste sono state condotte proprio tra novembre e dicembre del 2006 e il salto si spiega, evidentemente, con l’effetto Welby. Fatto sta che nella schiera degli aperturisti, che non si spaventano neppure di fronte alla parola eutanasia, ora compare il 68% degli intervistati, quasi sette italiani su dieci.
Ai numeri però bisogna aggiungere qualche chiosa, proprio perché Eurispes incasella il dato con l’etichetta “eutanasia” e così facendo offre il fianco a qualche seria critica. Il dibattito degli ultimi mesi, infatti, ha avuto come epicentro la distinzione tra eutanasia vera e propria (intesa come intervento attivo per procurare la morte, che per il nostro ordinamento giuridico è reato) e rifiuto di un trattamento medico salvavita come la respirazione artificiale (che è un diritto garantito dalla Costituzione). La formulazione della domanda non scioglie questa ambiguità perché il campione è stato interrogato riguardo alla «possibilità di concludere la vita di un’altra persona su sua richiesta allo scopo di diminuire le sofferenze negli ultimi momenti della vita». La confusione, poi, aumenta se si tiene conto del fatto che il campione si è spaccato a metà sulla scelta olandese di legalizzare l’eutanasia infantile: qui davvero le risposte affermative appaiono troppo numerose per essere informate e consapevoli. Nel complesso, quindi, sarà bene non cadere nel tranello di credere che la popolazione italiana sia su posizioni tanto avanzate o estreme – dipende dai punti di vista – da avvicinare Roma ad Amsterdam.
La confusione terminologica, comunque, non oscura il dato di fondo: il caso Welby ha innescato una tendenza di massa, che si traduce in una propensione generalizzata a sbilanciarsi dalla parte della libertà piuttosto che da quella dei divieti. Dovremo aspettare l’anno prossimo per sapere in quale misura questa bolla è destinata a sgonfiarsi. I semi che sono stati piantati da Welby e dall’associazione Coscioni dovranno continuare a essere annaffiati, certo. Intanto però chi ha combattuto questa battaglia civile e politica ha un bel successo statistico da festeggiare.
Anche Ignazio Marino, chiamato a commentare i dati Eurispes, ha espresso soddisfazione per ciò che lo riguarda più da vicino. La commissione sanità del Senato sta per terminare le audizioni e presto dovrà presentare la sua proposta di legge sul testamento biologico. A quanto pare gli italiani hanno capito bene di cosa si tratta (84%) e tre persone su quattro sono favorevoli all’approvazione di una norma che consenta di stabilire in anticipo i trattamenti a cui ciascuno vuole o non vuole essere sottoposto, nell’eventualità di non potersi più esprimere nel momento del bisogno. Questa convinzione è particolarmente radicata nell’area di sinistra e centrosinistra (83,8%), ma è comunque maggioritaria anche nel centro (66,4%) e tra gli elettori di destra e centrodestra (69,6%). Marino si è detto contento anche per il sostegno dimostrato dagli italiani all’introduzione della figura del fiduciario (coniuge, compagno o amico che sia), scelto dal paziente per interpretare le sue volontà anticipate. Forse si tratta di un sostegno persino eccessivo, visto che il campione dà al parere delle persone care un peso equivalente a quello delle volontà del malato. Ma non è il caso di andare troppo per il sottile: il punto è che, anche per il testamento biologico, si registra un segnale trasversale di apertura. È proprio su questo tema, dunque, che nel breve termine sarà possibile misurare la distanza ormai proverbiale che separa l’opinione pubblica dai suoi rappresentanti in Parlamento. La linea Maginot passa per casi come quelli di Eluana Englaro e Terri Schiavo, pazienti in stato vegetativo permanente il cui destino è appeso al tubo per la nutrizione artificiale. Per il campione Eurispes l’interruzione dei trattamenti che tengono «in una condizione di vita biologica un paziente in coma irreversibile» rappresenta una scelta corretta se rispecchia la volontà espressa dal paziente (48,7%) e se risparmia inutili sofferenze (28,6%). Ma per poter inserire la nutrizione artificiale fra i trattamenti che il paziente può rifiutare compilando le sue volontà anticipate bisognerà superare le resistenze di teodem e teocon. Il rischio è che le divergenze sui nodi cruciali svuotino la legge o la facciano deragliare. Sarebbe la solita anomalia nazionale, quella specie di maledizione che si accanisce sui temi “eticamente sensibili”. Gli italiani, a dar retta ai sondaggi, hanno un atteggiamento aperto, liberale e persino scientista, sulla fecondazione assistita come sulle cellule staminali embrionali e persino sugli Ogm che oggi non hanno alcuna sponda politica nel paese (Eurobarometro, luglio 2006). Ma poi ci troviamo con la legge 40 e la ricerca biotech bloccata. Sarebbe in gran parte merito di Welby e di Marino se questa storia dovesse finire diversamente.

mercoledì 20 dicembre 2006

Una domanda mal posta

Anna Meldolesi, Nel caso Welby gli escamotage non funzionano, Il Riformista, 20 dicembre 2006.

La domanda a cui oggi dovrà rispondere il Consiglio superiore di sanità (Css) suona più o meno così: i trattamenti a cui è sottoposto Piergiorgio Welby rappresentano una forma di accanimento terapeutico? Il cuore porterebbe a dire di sì, ma l’interrogativo in realtà è mal posto. Un’eventuale risposta affermativa del Css, insomma, sarebbe solo una mezza vittoria. Da un lato potremmo rallegrarci perché alleggerirebbe la posizione di chi intende aiutare il copresidente dell’associazione Coscioni a mettere fine alle sue sofferenze. Dall’altro, però, non servirebbe a far maturare nel paese un dibattito sensato sulle decisioni di fine vita. E poiché quella di Welby è una battaglia civile oltre che personale, sarebbe importante vincerla senza ricorrere ad alcun escamotage, mantenendo dritta la barra dell’onestà intellettuale.
Le proposte avanzate negli ultimi giorni, invece, non hanno fatto che aumentare il tasso di confusione. Il bioeticista cattolico Francesco D’Agostino ha sostenuto che una soluzione compatibile con la legge italiana c’è: basta invertire le richieste di Welby. Invece di sedarlo per poi staccare il respiratore, si dovrebbe sospendere prima la ventilazione e poi procedere alla sedazione. Questa sequenza servirebbe a mettere in primo piano la rinuncia al trattamento non desiderato (la ventilazione), allontanando il sospetto che il medico che pratica la sedazione voglia favorire un processo che ha come finalità la morte del paziente. Nessuno però si sognerebbe mai di iniziare un intervento chirurgico senza fare prima l’anestesia. E sul piano umano viene naturale obiettare che, seppure dovessero passare solo pochi secondi tra le due azioni, Welby sarebbe caricato di una dose aggiuntiva di angoscia, perché sarebbe cosciente nel momento in cui viene meno il supporto respiratorio. Altrettanto incomprensibile, a un occhio laico, è la proposta di Giuseppe Casale, il medico palliativista che ha respinto la richiesta di Welby. Casale non se la sente di sedare Piergiorgio per prepararlo al distacco del ventilatore e avrebbe la comprensione di chiunque se si limitasse a dire che le sue convinzioni personali non gli consentono di rispettare la volontà del paziente. Ma va oltre e propone una procedura alternativa: procedere alla sedazione senza staccare il ventilatore, in modo che Welby muoia “naturalmente” di disidratazione perché essendo in stato di incoscienza non potrebbe assumere liquidi né alimentarsi. Questo ragionamento non tiene in alcun conto il fatto che la famiglia di Piergiorgio sarebbe costretta ad assistere a un’agonia destinata a protrarsi anche per dieci, quindici giorni. A un occhio laico, appare francamente crudele, perché allora Casale considera questo approccio eticamente preferibile? Il punto è che in questo modo non si tratterebbe di interrompere una terapia di sostegno vitale (la respirazione) e invece si deciderebbe di astenersi da un’altra (l’idratazione artificiale). Negli ultimi decenni tra i bioeticisti e i giuristi occidentali si è affermata la convinzione che non esistano differenze sostanziali tra interrompere un trattamento già avviato e astenersi dal cominciarlo. Ma tra i medici c’è chi vive in modo diverso queste due opzioni, per ragioni psicologiche o religiose. Le conseguenze normative di questo strabismo però possono essere paradossali, come insegna il caso di Israele. Qui il ministro della salute nel 2000 ha istituito un comitato sulle decisioni di fine vita, che due anni dopo ha proposto di tracciare un confine tra i trattamenti “continui” (come la ventilazione) che non andrebbero interrotti e i trattamenti “discreti” (cioè ciclici, come la dialisi) che potrebbero essere sospesi. Nel primo caso, secondo la prospettiva ebraica, ci sarebbe un’intromissione attiva del medico, mentre nel secondo caso ci si asterrebbe semplicemente dal fornire un nuovo ciclo di cure. Allo stesso tempo però si è deciso di trasformare la ventilazione in un trattamento “discreto”, grazie a un timer che tiene l’apparecchio in funzione solo per un intervallo prestabilito (diciamo una settimana). In questo modo il medico dovrebbe riattivare l’apparecchio di tanto in tanto, se questo è il desiderio del paziente, e non dovrebbe compiere alcun atto se quest’ultimo preferisce morire. Sempre che il timer funzioni a dovere.
La proposta di legge governativa che ne è scaturita è stata salutata da qualcuno come un’originale soluzione tecnica al conflitto tra valori religiosi e liberali. Ma è difficile allontanare il dubbio che quel timer sia un trucco e che questa bioetica da azzeccagarbugli abbia il respiro corto. Per questo ci auguriamo che il Css non segua l’esempio e non tenti di suddividere i trattamenti medici in categorie arbitrarie. Rodotà, Corbellini, Santosuosso, Neri, Defanti, Caporale – per citare solo chi ha scritto le sue riflessioni o le ha condivise con noi – hanno ragione a sostenere che non spetta a medici, politici o giudici stabilire se la ventilazione artificiale è una forma di accanimento terapeutico. Può esserlo o no a seconda dei casi, e comunque il malato ha il diritto di rinunciare anche a trattamenti che ad altri appaiono proporzionati. Il Consiglio superiore di sanità, dunque, farebbe bene a riformulare la domanda che gli è stata posta, chiarendo che l’accanimento terapeutico non si presta a definizioni oggettive. E magari ribadendo la centralità del consenso informato, come fa il disegno di legge appena presentato da sette senatori tra cui Ignazio Marino.

mercoledì 6 dicembre 2006

Eutanasia in frigorifero

Ma soprattutto effetto calmante di un articolo sensato e ragionevole (oserei dire geniale) dopo la spazzatura che ci tocca sopportare (Anna Meldolesi, Il rifiuto di un trattamento medico non è eutanasia, Il Riformista, 6 dicembre 2006):

Il giorno dopo l’intervista rilasciata al Riformista dal presidente dell’ordine dei medici Amedeo Bianco, dal mondo della bioetica si leva un appello: lasciamo perdere la parola eutanasia. Mettiamola in frigorifero, perché è così indefinita e carica di emotività che può portare soltanto confusione nel dibattito sul caso Welby. Sandro Spinsanti, Cinzia Caporale, Demetrio Neri, Amedeo Santosuosso guardano alle tematiche di fine vita da angolazioni diverse ma sono tutti d’accordo: se si cacciano i fantasmi evocati da questa categoria, il caso di Piergiorgio appare come un legittimo rifiuto di un trattamento medico.
Da leggere tutto per ottenere il migliore risultato. Qui.

martedì 5 dicembre 2006

Il fratello gemello di Piero Welby, ovvero pietà (o clandestinità?) sì, diritto no

Anna Meldolesi a conversazione con il presidente dell’ordine dei medici («Welby, come Wojtyla, ha qualcosa di religioso», Il Riformista, 5 dicembre 2006). Amedeo Bianco era un ottimo candidato allo stupidario eutanasia 17...

La battaglia personale e civile di Piergiorgio Welby si combatte anche sul piano semantico. Come dimostra la contrapposizione tra Rosy Bindi e Ignazio Marino, il significato che politici, medici, giudici vorranno dare alla parola eutanasia inciderà in modo decisivo sulla sorte del copresidente dell’associazione Luca Coscioni e di chi, eventualmente, vorrà aiutarlo a porre fine alle sue sofferenze. Se quella di Welby non è una richiesta di eutanasia ma il rifiuto di un inutile accanimento terapeutico – come sostiene il presidente della commissione Sanità del Senato – non ci sono ragioni per cui non debba essere accolta. Se è vero il contrario – come afferma il ministro della Famiglia – l’interruzione della respirazione artificiale si colloca al di fuori della legge italiana e della deontologia medica. Amedeo Bianco, presidente dell’Ordine dei medici, è schierato su quest’ultima posizione e gli abbiamo chiesto di spiegarci perché. Le sue argomentazioni sono inusuali: a suo avviso non è tanto l’intervento auspicato da Welby (il distacco del respiratore accompagnato da sedazione) né l’esito che ne conseguirebbe (la morte) a rendere la richiesta irricevibile. L’elemento decisivo sarebbe un altro. «La differenza tra rifiuto dell’accanimento terapeutico ed eutanasia sta nel percorso con cui si arriva alla decisione, nei valori che si testimoniano. Welby rivendica il diritto di scegliere come terminare la propria vita ed è proprio questo che caratterizza il suo caso in termini eutanasici » sostiene Bianco. Dunque conta poco il fatto che non si tratta di somministrare un’iniezione letale, ma di lasciare semplicemente che la malattia faccia il suo corso, attraverso l’insufficienza respiratoria che ne deriva. Sono le intenzioni politiche che richiamano l’eutanasia. E se di questo si tratta, va da sé che può realizzarsi solo attraverso un atto di disobbedienza civile. È opinione comune che Welby intraprendendo la sua battaglia abbia rinunciato alla strada più facile: quella di vivere il suo dramma privatamente e di staccare privatamente la spina come accade spesso, senza attirare l’attenzione di politici o magistrati. Ma non è questo che Bianco vuole dire. Provate a immaginare che Piergiorgio abbia un fratello gemello, ugualmente malato e senza speranza, ma senza grilli radicali per la testa. Per il presidente dell’Ordine dei medici, questo fratello di fantasia potrebbe arrivare a concordare con il suo medico la sospensione della respirazione artificiale, mentre Piergiorgio non può. La differenza non sta nel fatto che la morte del primo può passare inosservata, è piuttosto di ordine qualitativo. «In un caso – sostiene Bianco – parliamo di un legittimo percorso di “cura della morte” fatto di valori di dignità ed empatia tra medico e paziente, mentre nell’altro caso c’è la rivendicazione di un diritto alla morte». I valori in campo insomma sarebbero così diversi da concedere a uno ciò che viene negato all’altro. Bianco ci tiene a precisare il suo rispetto per Welby e aggiunge che le sue sofferenze non sono inutili: «Il mondo non è sordo né cieco». Non si definisce cattolico: «Sono un laico che crede in alcuni valori cattolici, ma non ne farei una questione di religione ». Sostiene che Welby ha preso una strada opposta a quella di Karol Wojtyla, che ha continuato ad affacciarsi alla finestra finché hanno potuto accompagnarcelo. «Ma in entrambi i casi c’è stata una scelta di testimonianza, di coraggio e sofferenza, mi azzarderei quasi a dire che tutti e due hanno qualcosa di religioso». Eppure quando il papa ha preferito rinunciare agli ultimi tentativi di cura si è parlato di un alto esempio di accettazione della morte, mentre la richiesta di Welby per alcuni suona come una bestemmia. Per definire l’interruzione dell’accanimento terapeutico, Bianco indica il depotenziamento delle terapie nella continua attenzione per il paziente. «Esiste una relazione inversamente proporzionale tra cura e care (tra prescrivere la terapia e farsi carico del malato, ndr)» dice. Per questo non accetta che si parli di eutanasia strisciante: «Significherebbe che la richiesta di Welby è di serie A mentre gli altri casi sono di serie B. Quella che per i radicali è eutanasia sommersa io la chiamo “progetto di cura della morte”. Ci sono centinaia, migliaia di Welby e i medici che se ne fanno carico fino all’ultimo meritano rispetto ». Ma come si fa a distinguere giuridicamente questi casi da quello di Piergiorgio, tanto più quando lo stato di salute, l’atto richiesto e l’esito sono i medesimi? Bianco risponde che «non si può fare una distinzione sul piano giuridico, e anzi credo che non possa essere un giudice a decidere». Eppure un intervento normativo sarebbe necessario, aggiunge. «La legge dovrebbe chiarire i profili di responsabilità. Oggi esiste una norma per cui non impedire che un evento avvenga equivale ad averlo commesso. Questo rende tutto difficile ». Il rappresentante dei medici puntualizza che rispondere negativamente alla richiesta di Welby non significa necessariamente essere «parrucconi o paternalisti » e rivendica di avere posizioni diverse dal Comitato nazionale di bioetica e dalla Santa Sede su alcune questioni scottanti. Secondo la bioetica cattolica, per esempio, l’alimentazione artificiale usata per tenere in vita i pazienti in stato vegetativo come Eluana Englaro non può essere sospesa, perché non rientrerebbe nel novero dei trattamenti medici. Proprio questo è uno degli ostacoli principali all’approvazione di una legge condivisa sul testamento biologico. Ma Bianco è convinto che la Peg (enterogastrostomia percutanea) sia un intervento di cui il paziente deve poter disporre. La revisione in corso del codice deontologico, però, non toccherà questo punto né le tematiche di fine vita in generale. Nella sua forma attuale sostiene che il medico deve attenersi alla volontà di curarsi liberamente espressa dalla persona (art. 34). Condanna sia l’accanimento terapeutico (art. 14) che l’eutanasia (articolo 36) e si offre a interpretazioni contrastanti. «Ma posso affermare che la maggioranza dei medici non mette in discussione due principi» afferma Bianco. «Il primo è quello dell’autodeterminazione del paziente. Il secondo è che questa autodeterminazione non implica la possibilità di terminare la vita».

mercoledì 6 settembre 2006

L’Europa e le embrionali

Nel numero in edicola di Darwin Anna Meldolesi ci informa sul lancio di ES-Tools, il primo progetto di ricerca europeo esclusivamente dedicato alle staminali embrionali umane («È l’ora delle embrionali: l’Europa lancia ES-Tools», Darwin, n. 15, settembre-ottobre 2006, pp. 28-31). ES-Tools, che servirà a sviluppare le conoscenze di base su questo tipo di cellule, verrà finanziato con 12 milioni di Euro nell’ambito del Sesto programma quadro europeo (precedente dunque il Settimo programma quadro di cui si sono occupate ultimamente le cronache, che partirà solo nel 2007), cui già afferiscono otto progetti che comprendono l’uso di staminali embrionali, sempre però finora affiancate a quelle adulte.
Leggendo l’articolo si comprendono meglio gli scopi della ricerca sulle embrionali, che non sono solamente terapeutici, ma consistono anche nello studio dello sviluppo embrionale e nella preparazione di test per valutare la tossicità dei composti chimici sugli embrioni umani, test che saranno scientificamente più attendibili e moralmente più accettabili (almeno, dal punto di vista di un’etica razionale) di quelli che impiegano animali da laboratorio.

lunedì 17 luglio 2006

George W. Bush vs Stem Cell Research Enhancement Act

Oggi comincia il dibattito al Senato per il finanziamento pubblico alla ricerca sulle staminali embrionali (Senate to debate stem cell bill, BBC News, 17 giugno 2006). In caso di esito favorevole, Bush potrebbe ricorrere al veto così come annunciato. Lo Stem Cell Research Enhancement Act mira a cancellare i limiti ai finanziamenti pubblici imposti da Bush nel 2001. Il testo del disegno di legge è passato alla House of Representatives.
Nonostante l’opinione pubblica sia a favore della ricerca e vi siano testimonial d’eccellenza come Nancy Reagan, Bush vi si oppone fermamente con argomentazioni di sapore morale.
Sarebbe inammissibile, secondo lui, “to promote science which destroys life in order to save life”; e aggiunge: “I’m against that, and therefore if the bill does that, I will veto it”.
Se Bush facesse ricorso al veto, sarebbero poi necessari i due terzi della maggioranza per annullarlo (290 voti su 435).
Domani al termine della discussione ci sarà il voto.

Bush alla prova del voto, di Anna Meldolesi, 18 luglio 2006, Il Riformista (su darwiweb.it).

Video UsaToday.