Radicali: caso Welby, prime condanne per diffamazione nei confronti di Belpietro e Stefano Lorenzetto (Il Giornale) e Militia Christi. La sen. Binetti, invece, si trincera dietro l’immunità parlamentare.
Iniziano a giungere le prime condanne per diffamazione sul caso Welby, che, come il caso Englaro, ha visto scendere in campo una portentosa opera di disinformazione e manipolazione della verità a danno, anzitutto, dei cittadini che vengono ritenuti ‘popolo bue’ al quale dare a credere qualsiasi ciarpame pur di evitare che si formi una coscienza collettiva, basata sulla conoscenza, su temi quali il fine vita.
E così l’opera volta a ristabilire la verità ed a restituire l’onore e la reputazione ai diffamati deve giungere attraverso i Tribunali Italiani. E’ recente, difatti, la condanna per il reato di diffamazione inflitta in sede penale, in primo grado, dal Tribunale di Desio, Sezione distaccata del Tribunale di Monza, a Maurizio Belpietro, 800,00 Euro di multa – all’epoca direttore de Il Giornale – ed al giornalista Stefano Lorenzetto, 1.200,00 Euro di Multa. Diffamato il dott. Mario Riccio, difeso dall’avv. Giuseppe Rossodivita, al quale il Tribunale ha riconosciuto tra risarcimento e riparazione pecuniaria la somma di 53.000,00 Euro, oltre la riparazione specifica della pubblicazione della sentenza su Il Giornale.
L’articolo, pubblicato in prima pagina il 23.12.2006, titolava in riferimento a Piergiorgio Welby “Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà” ed ‘illuminava’ i lettori su come “il dr. Mario Riccio, il medico venuto da Cremona”, che ha adottato il metodo “dei boia aguzzini che eseguono le sentenze capitali negli USA”, se ne fosse “fregato della volontà di Welby.” Ricorda il Tribunale che la critica per essere socialmente utile e dunque legittima, anche quando lesiva della reputazione di terzi, deve avere come presupposto dei fatti veri; in caso contrario è un mero pretesto per diffamare. Ed è di oggi, ancora, la sentenza del Tribunale Civile di Roma, resa in primo grado, con la quale il Movimento Politico Cattolico Militia Christi, è stato condannato con sentenza immediatamente esecutiva a risarcire la somma totale di 60.000 Euro, pari a 20.000,00 Euro ciascuno, a favore dell’Associazione per la Libertà della ricerca scientifica Luca Coscioni, dell’Associazione La Rosa nel Pugno e del dr. Mario Riccio, tutti difesi dall’Avv. Giuseppe Rossodivita.
Il Tribunale ha anche ordinato la definitiva rimozione dal sito internet dell’Associazione Cattolica del comunicato stampa dal titolo “Profanatori ed assassini”. La senatrice Binetti, anch’ella convenuta in giudizio dal dr. Mario Riccio, dall’Associazione Coscioni e da Radicali Italiani, davanti al Tribunale di Roma, come anche per altra diversa causa l’on. Luca Volontè convenuto in giudizio da Marco Pannella, Emma Bonino e Marco Cappato, si sono invece trincerati dietro l’immunità parlamentare e l’insindacabilità delle opinioni espresse da parlamentari attraverso i giornali ed i comunicati. Parlano, scrivono comunicati, rilasciano interviste, ma poi non ci pensano neppure – o forse ci pensano sin troppo bene - a difendere le loro affermazioni in Tribunale.
Dichiarazione di Maurizio Turco, deputato radicale del PD e Marco Cappato, Segretario dell’Associazione Coscioni.
martedì 16 giugno 2009
Condanne per diffamazione per Belpietro, Lorenzetto e Militia Christi. Binetti invoca l’immunità parlamentare
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domenica 16 novembre 2008
Riflessioni su alcune amabili contraddizioni (o del gioco delle tre carte)
Concentrandomi su una (presunta) obiezione usata spesso, e con l’illusione della apoditticità, mi venivano in mente un paio di domande, o di eccezioni chiamiamole così.
La (presunta) obiezione ha a che fare con l’attualità e la validità di una volontà passata. Prende due forme.
La prima nel caso di un paziente cosciente (si pensi a Piergiorgio Welby): si dice che il paziente in quelle condizioni non può esprimere una vera volontà perché è oppresso dalla malattia e dalla morte.
La seconda nel caso di un paziente incosciente (si pensi ad Eluana Englaro): si dice che il paziente in quelle condizioni non avrebbe espresso la stessa volontà perché allora era sano, oggi è malato.
Abbiamo provato a fornire varie risposte alle suddette obiezioni, ma è difficile ragionare con chi non ne ha voglia e si rischia di farsi venire il mal di stomaco e di sembrare più irragionevoli di chi non vuole ragionare.
Stamattina pensavo a due casi che potrebbero essere scomodi per chi abbraccia quelle obiezioni lì.
Il primo riguarda la validità delle conversioni al cattolicesimo in punto di morte: si potrebbe domandare loro perché vale abbracciare la loro religione (in punto di morte, magari per una malattia, ma comunque pur sempre in punto di morte quindi non in condizioni ideali) e non esprimere una volontà su altre questioni. Se si è abbastanza in grado di intendere e di volere per convertirsi, non si è altrettanto in grado di rifiutare un respiratore o una terapia farmacologica? Perché nel primo caso la libertà di scelta vale, e nel secondo no?
Il secondo riguarda la validità di una volontà espressa in stato di coscienza e considerata ancora valida quando quella coscienza non c’è più: chi ricorda il caso di Lorenzo D’Auria, agente del Sismi sposato in articulo mortis? (Ovvero ritenendo valida una volontà pregressa, impossibile da attualizzare perché D’Auria era in coma quando è stato celebrato il matrimonio?). Come mai in quel caso si è considerato valido il suo modo di vivere, ciò che aveva detto (e nemmeno lasciato per iscritto) per celebrare un matrimonio?
Qualcuno sa rispondere?
Postato da Chiara Lalli alle 11:16 21 commenti
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lunedì 6 ottobre 2008
Disonestà
Il nostro è un no chiaro all’eutanasia e un recente articolo del dottor Mario Riccio (l’anestesista che ha seguito la morte di Piergiorgio Welby ) il quale ha spiegato e descritto gli eventi i cui è morto Welby, presenti due medici, per applicare l’eutanasia mi fa paura.Paola Binetti accetta la sfida a braccio di ferro, ma alza continuamente il gomito strepitando che non è vero, non lo ha alzato, siete ciechi?, volete forse tagliarmi il braccio?
No, Binetti, vorremmo soltanto che tu fossi meno disonesta, che non barassi in modo tanto eclatante giurando che non stai barando. Dire che Piero Welby è morto perché Mario Riccio avrebbe applicato l’eutanasia è uno sfondone di rara ingombranza.
Vorrei ricordare che anche lo spergiuro è un peccattuccio e che non siamo tutti imbecilli incapaci di capire che ci stai prendendo per il culo.
Postato da Chiara Lalli alle 09:44 3 commenti
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lunedì 21 luglio 2008
Quanta ignoranza nei commenti su Eluana Englaro
Peccato che l’abitudine di commentare e giudicare sia spesso orfana di una condizione necessaria: sapere cosa si sta commentando e giudicando.
Le reazioni alla decisione dei giudici di Milano sono state caratterizzate da ambiguità terminologiche e concettuali, a cominciare dall’agitare il fantasma dell’eutanasia.
Eutanasia che ritroviamo nel titolo dell’ennesimo articolo approssimativo e ignorante (ELUANA/Il caso arriva all’Ue: la magistratura non può decidere per l’eutanasia, Sussidiario.net, 21 luglio 2008) e che annuncia una interrogazione scritta (quelle orali si facevano a scuola, viene da pensare) alla Commissione europea e al Consiglio. Mario Mauro non ci dice chi ha presentato l’interrogazione.
Ma ne illustra le ragioni e la suffraga con domande retoriche che si sarebbero sgonfiate (o che avrebbero almeno cambiato formulazione) se Mauro avesse letto almeno la sentenza – sono 62 pagine, certo, ma sarebbe bastata una lettura veloce.
La sentenza della Corte d’appello civile di Milano rappresenta un pericoloso precedente volto ad orientare fatalmente il legislatore verso l’eutanasia.La sentenza autorizza la sospensione di trattamenti sui quali è lecito e legittimo esprimere la propria volontà (e la richiesta di Beppino Englaro è di poter essere la voce di Eluana: se esiste un aspetto complesso e controverso è quello che riguarda la ricostruzione della volontà della ragazza, non la possibilità di sospendere i trattamenti che la tengono in vita).
Approfittando di un vuoto legislativo, si arroga il diritto di decidere su chi deve vivere e chi deve morire nel nostro Paese.Niente del genere! Si cerca di stabilire che cosa avrebbe voluto Eluana e che cosa potrebbe essere nel suo migliore interesse, considerando il suo carattere e la sua personalità (di cui Mauro si disinteressa, e come i sostenitori ciechi della vita a qualunque condizione). Mai sentito parlare di libera volontà?
Cosa sappiamo noi di quello che una persona in queste condizioni sente, cosa sappiamo di cosa c’è dentro il cuore di queste persone?Se avesse letto la sentenza, appunto, avrebbe le risposte che cerca. Ma è più fascinoso porsi e porre domande (scorrette) ma intrise di mistero: cosa penserà? Cosa vorrà dirci?
Quale esperto potrebbe dichiarare, allo stato attuale, l’irreversibilità della condizione di stato vegetativo? E soprattutto, come si può considerare la dichiarazione di un momento come parametro per presumere la volontà di Eluana? La vita va difesa fino alla sua naturale conclusione e con essa va difeso altresì il principio dell’indisponibilità della vita stessa.
Sono molti gli “esperti” che hanno dichiarato ciò che Mauro domanda come un bambino incredulo.
Riguardo alla non attualità della espressione della volontà viene da domandare: ciò che io ho dichiarato ieri su di me oggi non è più simile a me di quanto potrebbe dichiarare oggi per oggi un medico o qualcun altro che magari non mi conosce? Se esiste qualcosa che può chiamarsi personalità o identità, è legittimo inferire che abbia una influenza sulle nostre decisioni. Beppino, la curatrice speciale, le amiche di infanzia di Eluana hanno tratteggiato un carattere volitivo, libero, intollerante alle imposizioni. “Eluana ha più volte espresso l’idea che sarebbe stato meglio per lei morire subito piuttosto che restare costretta ad un’indefinita sopravvivenza meramente biologica”; oppure “non avrebbe sopportato di sopravvivere in condizioni tali da dover dipendere dall’altrui costante assistenza o tali da renderla un semplice oggetto sottoposto all’altrui volontà”. Le sue dichiarazione e la sua intera esistenza dimostrano che “sarebbe stato per lei inconcepibile che qualcun altro potesse disporre della sua vita contro la sua volontà e le sue scelte”.
Una delle motivazioni che si danno in favore dell’eutanasia e al suicidio assistito è che servano per alleviare le sofferenze delle persone, ma spesso queste nascondono una richiesta d’aiuto contro la solitudine, contro il fatto di sentirsi un peso per gli altri.Sa Mauro qual è la condizione di Eluana? Ha idea di come siano le sue giornate? Sembra proprio di no. E colpisce che dichiarazioni simili venivano rilasciate come risposta a Piergiorgio Welby. “Se non fosse stato lasciato solo”. Che ipocrisia! E quale strafottenza: parlare senza rendersi conto che Welby e Eluana potrebbero costituire esempi di come assistere malati in modo impeccabile.
Hanno bisogno di assistenza, di essere ascoltati, dell’affetto e della vicinanza dei loro cari e di un’équipe assistenziale per tollerare la loro sofferenza con dignità.Il finale è intriso di quel buonismo approssimativo tanto diffuso: se chiedi di essere lasciato in pace devi per forza essere trascurato e maltrattato. Non si prende in considerazione che si possa rifiutare un trattamento o un farmaco perché hai una idea diversa da quella che vede la vita – a volte ridotta a mera sopravvivenza – diventare un dovere e una condanna.
Le istituzioni, da chi fa le leggi a chi controlla la loro applicazione, dovrebbero quindi occuparsi del problema alla base, di aiutare chi soffre con cure sempre migliori, personale qualificato e sostenere le famiglie degli assistiti.
(Persona e Danno, 21 luglio 2008).
Postato da Chiara Lalli alle 10:05 20 commenti
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giovedì 18 ottobre 2007
La sentenza del processo di Mario Riccio
Finalmente è uscita.
Mario Riccio ha dichiarato:
Con la pubblicazione della sentenza di oggi si chiude la mia vicenda processuale verso cui esprimo le piena soddisfazione, ma ancor di più ne esprimo dalla lettura dell’insieme delle motivazioni della sentenza Englaro e di quella odierna, con esse si è giunti ormai ad alcuni definitivi chiarimenti: La ventilazione artificiale così come la nutrizione artificiale sono terapie e come tali sono sempre rifiutabili laddove ci sia un chiaro e libero consenso informato del paziente, in tal caso il medico adempie al suo dovere nel sospenderle. Questa sentenza ha fatto chiarezza della necessità che il piano del diritto non deve essere confuso con i pur rispettabilissimi e personali convincimenti etici, deontologici, filosofici, religiosi di ciascuno.
Spero pertanto che le motivazioni delle sentenze Welby e Englaro convincano i “negazionisti dei diritti della persona” a rivedere le proprie posizioni.
Con oggi, nel solco di una vita umana e professionale che mi ha sempre visto partecipe anche con la Consulta di Bioetica, alla riflessione su queste tematiche sento di ribadire il mio sostegno a fianco di chi da sempre rivendica i diritti all’autodeterminazione e della laicità, iscrivendomi all’Associazione Luca Coscioni, con cui ho condiviso questi mesi di intensa passione civile.
martedì 18 settembre 2007
L’immaginario di Luca Marini
In un comunicato stampa di oggi diramato dall’ECSEL (Eutanasia: Marini (Ecsel e CNB), grande rincorsa alla ribalta) Luca Marini, vice presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica “commenta le notizie relative all’immaginario rifiuto delle cure da parte di Sua Santità Giovanni Paolo II” con le seguenti parole:
Le dichiarazioni del dott. Riccio, per quanto fantasiosie e smentite dai fatti, hanno avuto l’effetto di fare riemergere l’interessato dalla invisibilità mediatica subentrata al clamore suscitato dal caso Welby. […] Questi temi sollecitano figure assolutamente all’oscuro dei fatti o prive di competenza, ma desiderose di conquistare comunque una ribalta. È quanto è accaduto nei giorni scorsi con riferimento alle meditate e fondate dichiarazioni di Benedetto XVI sull’alimentazione e l’idratazione dei pazienti in stato vegetativo, che incontrano critiche superficiali da parte di persone, come la vedova Welby, di cui si comprende il dolore, ma non si può valutare la competenza scientifica.Invece, chiedo scusa, Benedetto XVI ha competenze scientifiche? Ma mi faccia il piacere!
Postato da Chiara Lalli alle 15:50 9 commenti
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giovedì 26 luglio 2007
Fine delle trasmissioni
Mauro Cozzoli, monsignore, ordinario di teologia morale alla Pontificia università Lateranense (Funerali religiosi per Nuvoli. Mons. Sgreccia: è stata una scelta giusta, Korazym, 26 luglio 2007):
Nel caso di Welby ci troviamo di fronte a eutanasia attiva, dal momento che un medico ha aiutato un paziente a morire. Nel caso di Nuvoli si tratta, invece, di eutanasia passiva dovuta alla sospensione degli alimenti al paziente. Entrambe le forme sono da considerarsi moralmente inaccettabili, perché la vita umana non è una cosa di cui disporre e di cui disfarsi quando non risponde più alle attese riposte in essa.
(Non si sa se e quando riprenderanno.)
mercoledì 25 luglio 2007
Eugenia Roccella e le domande inascoltate
Non poteva mancare il commento di Eugenia Roccella alle recentissime vicende dell’assoluzione di Mario Riccio e della morte di Giovanni Nuvoli («Ma la sentenza dimostra che non serve alcuna legge», Il Giornale, 25 luglio 2007, p. 1):
Il proscioglimento del dott. Mario Riccio, il medico che ha staccato la spina a Piergiorgio Welby, dimostra in modo evidente che non c’è bisogno di nessuna legge sul diritto a morire, e che la battaglia radicale o era perfettamente superflua, o tragicamente ambigua. La Costituzione italiana prevede, come è noto, il diritto ad abbandonare le terapie, ed è quello che fa, ogni anno, un piccolo numero di malati gravi. Lo fanno senza scandalo e senza clamore, garantiti da una norma costituzionale che mai nessuno ha messo in discussione.La memoria umana può essere labile, è vero; ma quella di Eugenia Roccella lo è in modo preoccupante. Sono passate pochissime settimane – sette, per l’esattezza – da quando il giudice per le indagini preliminari Renato Laviola invitava il PM a formulare l’imputazione di omicidio del consenziente nei confronti di Mario Riccio. Le circostanze della morte di Welby erano chiarissime, noti da tempo i risultati dell’autopsia; eppure, un giudice metteva in discussione proprio quella norma costituzionale in base a un supposto «diritto» (che nella neolingua di certuni significa «dovere») alla vita. E non era certo il solo: già oggi qualcuno accumula sofismi contro la decisione del giudice Secchi e contro il rispetto della Costituzione. Segno che la battaglia di Welby non era affatto superflua; così come non è affatto superflua una legge sul diritto a morire. Non è dato sapere a cosa si riferisca la Roccella, ma in questo momento l’unica legge seriamente in discussione sull’argomento è quella sul testamento biologico, che nulla ha a che fare col caso Welby, essendo destinata a persone incapaci di esprimere la propria volontà sui trattamenti medici a cui sono sottoposte.
Da notare poi in particolare l’invito velato (ma non troppo) alla segretezza e all’ipocrisia: quei malati che «fanno senza scandalo e senza clamore» quello che Welby ha reclamato come un diritto hanno, evidentemente, tutta l’approvazione della Roccella.
Nel caso di Welby, staccare il respiratore che lo teneva artificialmente in vita implicava anche l’immediata somministrazione di forti dosi di sedativi, per evitare al paziente le terribili sofferenze di una morte per soffocamento. Perché allora indagare su Mario Riccio, se tutto era legale? Perché la campagna radicale era esplicitamente concentrata sull’eutanasia, sulla richiesta di una legge, e sulla rivendicazione della morte come diritto individuale. L’eutanasia, cioè il diritto al suicidio assistito nel caso si ritenga la propria vita non più degna di essere vissuta, non è l’abbandono delle cure. Il cuore del diritto a morire è il concetto di qualità della vita, e non il problema umanissimo di evitare la sofferenza. Welby, per esempio, ha rifiutato di essere accompagnato alla morte dal proprio medico, che gli aveva proposto una sedazione meno brutale, garantendogli comunque l’incoscienza e l’assenza di dolore. Invece si è preferito chiamare il dott. Riccio, che non conosceva il paziente, ma è venuto da lontano con la sua valigetta attrezzata, per compiere un gesto che avesse più impatto mediatico, che somigliasse il più possibile a una scelta eutanasica. L’ambiguità insomma era prevista e voluta: la disobbedienza civile non c’è stata, ma si doveva pensare che ci fosse.Questa fantasiosa ricostruzione delle intenzioni di Welby e dei suoi amici non è solo scarsamente verosimile, ma cozza anche contro alcuni dati di fatto. Il medico a cui la Roccella si riferisce non era il medico personale di Welby, ma Giuseppe Casale dell’Associazione Antea, alla quale Welby era stato indirizzato dalla... Associazione Luca Coscioni, e che ha visto Welby in tutto per due (2) volte, come dichiara lo stesso medico (Fabrizio Falconi, «Welby. Per chi vuole saperne di più di quel che raccontano i giornali», Mysterium, 20 dicembre 2006). Quanto alla «sedazione meno brutale», si sarebbe trattato di una sorta di sedazione terminale, con la quale Welby sarebbe morto non per il distacco del ventilatore ma per inedia e disidratazione. Come mai Welby aveva rifiutato? Perché l’offerta era ambigua, come si evince dal racconto dello stesso Casale:
Ricordo comunque che la sedazione non è un atto definitivo, ma è reversibile in quanto il paziente può essere svegliato qualora se ne ravvisi la necessità, anche se nel caso specifico sarebbe stato abbastanza improbabile che ciò potesse avvenireNon stupisce, di fronte a queste parole sibilline, il duro giudizio di Welby su questo medico. Come aveva fatto notare a suo tempo Marco Cappato in un intervento televisivo (che purtroppo non riesco adesso a identificare), Piergiorgio voleva la certezza – non la bastevole «improbabilità» – di non risvegliarsi. Basta un poco di umanità e di intelligenza per capire perché.
Quanto all’accento posto sull’eutanasia da Welby e dai suoi amici, esistono spiegazioni meno improbabili del complottismo vagamente diffamatorio di Eugenia Roccella. La distinzione fra eutanasia e sospensione delle cure esiste, ma è sottile, ed è chiara solo adesso, dopo mesi di dibattito pubblico. Piergiorgio non era un fine giurista: è tanto improbabile che abbia posto inizialmente la questione nel linguaggio della gente comune? Del resto, ancora il 12 giugno su Avvenire qualcuno aveva difficoltà a cogliere la differenza tra l’eutanasia e l’abbandono delle cure che per la Roccella è lampante:
Una successiva lettera di precisazioni del senatore Marino non è servita a dissipare i dubbi: l’eutanasia consisterebbe, secondo il professore, nella pratica di «iniettare un veleno nelle vene del paziente che esplicitamente lo richiede». Mentre sarebbe tutt’altra cosa la semplice sospensione delle terapie nella fase terminale di una malattia.Il lettore rimarrà forse leggermente sconcertato nell’apprendere che l’autore di queste parole non è altri che la stessa Eugenia Roccella («Testamento biologico: questioni sottili. In mezzo può scapparci l’omicidio»); personalmente, non sono rimasto sorpreso per niente...
Purtroppo la distinzione non è così netta. Sospendere le terapie non vuol dire «accettare la fine naturale della vita»; può voler dire provocarla, anche soltanto per il rifiuto di assumersi pienamente le proprie responsabilità di medico; cioè di qualcuno che deve battersi, al fianco del paziente, contro la malattia e la morte, e non limitarsi ad applicare il consenso informato.
Ma torniamo all’articolo di oggi:
In questo campo, procedere per casi personali non aiuta. Basta pensare a Giovanni Nuvoli, protagonista di una vicenda densa di ombre e di contraddizioni. Se Piergiorgio Welby era un militante, e aveva consapevolmente deciso di dare significato alla propria morte trasformandola in un evento politico, Nuvoli era solo un uomo disperato, che più volte aveva cambiato parere, e la cui volontà di morire oscillava a seconda del contesto e della situazione. Oggi si dice che è stato costretto a una fine crudele, per denutrizione: ma è la stessa morte che nel caso di Terri Schiavo è stata considerata un atto pietoso, una scelta di eutanasia che avrebbe liberato la malata dalla sofferenza e ne avrebbe attuato le volontà.Solo che Terri Schiavo era ormai ridotta a un corpo dotato solo di riflessi vegetativi, mentre Nuvoli era del tutto cosciente. E se la sua volontà di morire era tanto oscillante, ci può spiegare di grazia la Roccella perché mai Nuvoli abbia deciso di lasciarsi morire di fame e di sete? Non la si direbbe la scelta di un uomo indeciso...
Ma aspettarsi risposte da Eugenia Roccella e da chi la pensa come lei è vano: non sono le nostre né quelle di chi soffre senza speranza in un letto le domande e le richieste a cui danno ascolto.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 19:23 0 commenti
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Intervista a Mina Welby
Al paziente l’ultima parola, Caffè Europa, 326, 07.08.07 (25 luglio 2007):
Nel settembre 2006 Piergiorgio Welby ha inviato un messaggio pubblico chiedendo di morire. A dicembre Mario Riccio lo ha sedato e ha scollegato il ventilatore meccanico che simulava il suo respiro. L’autopsia ha confermato che Welby è morto in seguito ad arresto respiratorio e non alla somministrazione del sedativo. L’8 giugno il giudice Renato Laviola ha rifiutato l’archiviazione e ha delineato una ipotesi di reato che prevede dai 6 ai 15 anni di reclusione: omicidio del consenziente (Articolo 579 del Codice Penale).
Il 23 luglio il giudice Zaira Secchi ha ascoltato Mina Welby, e ha definito la richiesta di Welby legittima e il comportamento di Riccio l’adempimento di un preciso dovere medico: rispettare le volontà del paziente.
Si conclude così la vicenda di Welby, ma la sua battaglia è solo all’inizio.
Mina, il giudice ha stabilito che non si tratta di omicidio del consenziente, ma di doveroso comportamento medico. Un abisso che rischiava di essere cancellato dall’ordinanza di Laviola, insieme all’autodeterminazione del paziente e alle fondamenta del consenso informato. Qual è l’importanza della decisione di Secchi?
La conferma della legittimità della libera scelta delle persone: l’ultima parola è quella del paziente. (Ho la sensazione che Piero sia resuscitato!) Non può essere un’altra persona che decide, gli altri possono solo consigliare, non imporre. Oltre Piero, riguarda tutte le persone che si trovano in condizioni simili – un pensiero speciale va a Giovanni Nuvoli: mi dispiace moltissimo che abbia dovuto lasciare questa vita con un senso di abbandono e non di aiuto e vicinanza da parte delle istituzioni.
Se fosse andata diversamente ero pronta ad essere processata anch’io. Perché sono complice della richiesta di Piero, ho permesso che il medico venisse a casa, che lo sedasse. Come moglie ho aperto la porta, e avrei potuto invece chiamare le forze dell’ordine. Così come la sorella Carla, Marco Cappato, Marco Pannella. Tutti saremmo stati correi di omicidio del consenziente.
Riccio non è di certo l’unico responsabile, lo siamo tutti noi, e non solo moralmente. È quanto abbiamo scritto io e Carla Welby in una memoria inviata a Laviola: siamo colpevoli anche noi.
Postato da Chiara Lalli alle 16:19 0 commenti
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martedì 24 luglio 2007
Undicesimo comandamento: non disporrai della tua vita
Marziano: Vorrei sapere qualcosa di come la pensate voi sulla vita.
Carlo Casini: Certo, è semplice. La vita umana è un bene non disponibile.
M.: Perché, di chi è? O meglio, chi ne può disporre?
C.C.: Soltanto Dio, dona e toglie, dona e toglie.
M.: Ho capito, e forse ha a che fare con la condanna del suicidio. Ma se invece volessi non sottopormi ad un intervento, avrei il diritto di farlo?
C.C.: Non direi, no. Non esiste un diritto umano a rifiutare le cure.
M.: Forse però esiste un diritto marziano a rifiutare le cure?
C.C.: Non faccia lo spiritoso, questi sono discorsi seri. Esiste un diritto alla cura che è garantito dall’articolo 32 della Costituzione che viene tanto invocato a sproposito a sostegno del diritto di fare come vi pare! Analogamente dubito che si possa parlare di un dovere di sospendere le cure al di fuori dell’accanimento terapeutico.
M.: Ma chi stabilisce quando si può parlare di accanimento terapeutico? Se ho capito bene, se ci fosse accanimento si potrebbero sospendere le cure… Ci sarebbe il dovere di sospendere le cure.
C.C.: Esiste solo il dovere di non usare prepotenze di nessun tipo nei confronti del malato, che è cosa diversa dal dovere di non curare.
M.: Ma non aveva detto che c’era il dovere di sospendere le cure se...
C.C.: Non mi attribuisca cose che non penso e non ho mai detto! Vogliamo dimenticare forse che nel caso di Welby non si è trattato di omettere l’inizio delle cure, ma di compiere un’azione positiva per interromperle? Si è così determinata deliberatamente l’immediata e inevitabile morte del malato che avrebbe potuto sopravvivere a lungo.
M.: Ma se Welby non voleva più vivere in quel modo?
C.C.: Le ho già spiegato che la vita è indisponibile e che è Dio che dona e toglie.
M.: E il recente caso di Nuvoli?
C.C.: Una morte orribile e che suscita il giusto raccapriccio nella pubblica opinione.
M.: Allora sarebbe stato meglio che Nuvoli fosse morto come Welby?
C.C.: Non scherziamo, giovanotto. La morte data a Welby e richiesta per Nuvoli non è migliore, visto che spegnere il respiratore significa far morire il paziente per mancanza d’aria, cioè per soffocamento.
M.: Mi sembrava di avere sentito che la sedazione serviva proprio a questo, a non far morire per soffocamento un povero cristo.
C.C.: Non nomini il nome di Dio invano, né del suo figliolo. E comunque meglio come è morto Nuvoli, di fame e di sete, almeno non c’è stato l’atto deliberato di un medico intervenuto per uccidere.
M.: Ma scusi, Welby (e anche Nuvoli) avevano chiesto di morire, avevano espresso le proprie volontà.
C.C.: Questo modo di esprimersi non fa che oscurare la complessità e l’umanità del caso con l’ideologia e la strumentalizzazione. E questo sarebbe come uccidere una seconda volta Welby e Nuvoli.
M.: Ho capito, anzi non capito nulla. Me ne torno su Marte.
(Nuvoli/Mov. per la Vita: l’esistenza non è un bene disponibile, Alice notizie, 24 luglio 2004).
Postato da Chiara Lalli alle 15:36 21 commenti
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lunedì 23 luglio 2007
Assolto Mario Riccio!
Una gran buona notizia.
Presto aggiornamenti e intervista a Mina Welby.
Agenzia.
Postato da Chiara Lalli alle 12:43 4 commenti
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martedì 10 luglio 2007
La responsabilità dei neurologi (Manfredi, Bonito e Defanti invitano a cambiare mentalità e a redigere una legge giusta)
Dal numero 9 (luglio 2007, Anno 5, Numero 122) di DoctorNews riporto una nota della Società Italiana di Neurologia molto interessante.
Una legge per non ripetere il caso Riccio
Il controverso e discusso caso Welby ha smosso le coscienze di medici, politici e titolisti di giornali. Oggi se ne torna a parlare per la presa di posizione della Società Italiana di Neurologia (SIN) che auspica una rapida soluzione giudiziaria della vicenda ma anche il varo di una legge che chiarisca una volta per tutte responsabilità dei medici e competenze della magistratura
L’antefatto, è noto, risale alla decisione di Mario Riccio, anestesista all’Ospedale di Cremona, di accogliere la richiesta, lo scorso 20 dicembre, di Piergiorgio Welby di interrompere la ventilazione artificiale che lo teneva in vita. La decisione del medico passò al vaglio dell’Ordine dei medici di Cremona che decise all’unanimità di non aprire un procedimento disciplinare nei suoi confronti dal momento che la richiesta di distacco del respiratore artificiale, da parte di Welby, costituiva la negazione del consenso ad un trattamento terapeutico da parte di un paziente capace di intendere e di volere e pienamente consapevole delle conseguenze che l’interruzione del trattamento avrebbe determinato. Un parere analogo era stato espresso il 5 marzo dal Procuratore della repubblica di Roma che, visto l’esito dell’autopsia, aveva formulato la richiesta di archiviazione del caso, non ravvisando alcuna ipotesi di reato nei fatti che la sera del 20 dicembre avevano portato alla morte di Piergiorgio Welby. Il 7 giugno il GIP ha però valutato diversamente i fatti e ha rigettato la richiesta di archiviazione del PM disponendo che Riccio fosse rinviato a giudizio per “omicidio del consenziente.” Il GIP ha affermato che il diritto alla vita è inviolabile, e limita anche il diritto a rifiutare le cure sancito dall’articolo 32 della Costituzione e adottato dagli articoli 35 e 53 del Codice Deontologico dell’Ordine dei Medici.
Su quest’argomento è arrivato il commento della SIN: “Noi neurologi – si legge in una nota a firma di Mario Manfredi, Presidente della SIN, Virginio Bonito e Carlo Alberto Defanti del Gruppo di Studio per la Bioetica e le Cure Palliative della SIN – incontriamo quotidianamente persone con patologie neurodegenerative che possono portare a una disabilità talvolta gravissima paragonabile a quella di Piergiorgio Welby. La nostra responsabilità professionale nei loro confronti sta cambiando. In passato sembrava che il nostro compito potessi limitarsi alla diagnosi e alla ricerca sulla malattia: ora sappiamo che prendersi cura di queste persone richiede equipe multi-professionali capaci di operare con continuità sia a domicilio che in ospedale, capaci di comunicare con il paziente e i suoi familiari per aiutarlo a vivere meglio con una malattia che le cure non possono guarire. Questo approccio – dicono i neurologi – richiede un cambiamento di mentalità e una riorganizzazione dei servizi che consenta ai pazienti un’assistenza specialista da parte di un neurologo anche nei momenti terminali della malattia. È in queste fase, caratterizzata da gradi di disabilità che dipendono dalla qualità delle cure e degli ausili adottati, che può maturare la decisione in merito alla paralisi respiratoria irreversibile: alcuni sceglieranno di non sopravvivere alla paralisi; altri potranno decidere di vivere ancora diversi anni grazie alla ventilazione artificiale; alcuni la subiranno in condizioni di emergenza. Le decisioni in questo ambito delicato secondo moltissimi punti di vista, sono critiche e molti colleghi – continua la nota – non se la sentono di accogliere le richieste dei malati. Prevale la ripugnanza istintiva a compiere un atto che conduce alla morte, o il timore di essere denunciati per un atto di eutanasia”.
Va anche evitato di creare un meccanismo perverso in conseguenza del quale i pazienti non vogliano iniziare una ventilazione solo per il timore di non poterla più sospendere quando le circostanze dovessero renderla inaccettabile. “Se fosse definitivamente stabilito che anche la ventilazione può essere lecitamente sospesa, sarebbe più facile iniziarla. Per questo chiediamo che in parlamento si arrivi a una legge che ridia univocità alle interpretazioni dei magistrati, e auspichiamo che si arrivi in tempi brevi ad una sentenza sul caso Riccio. Speriamo – concludono – che al più presto la morte di Piergiorgio Welby possa essere raccontata come una testimonianza coraggiosa, per la vita e per la sua qualità”.
giovedì 28 giugno 2007
In nome di una battaglia ancora aperta
Stamattina il X Municipio di Roma intitola un giardino a Piergiorgio Welby. È il “suo” giardino, nel quartiere dove Welby viveva; ed è lo stesso che è stato riempito la vigilia di Natale da migliaia di persone che volevano ricordarlo e salutarlo. Persone che lo conoscevano personalmente oppure che avevano letto i suoi scritti, o ancora che lo avevano visto per la prima volta quando aveva chiesto di essere lasciato morire in pace.
Il Presidente del X Municipio, nello spiegare le ragioni dell’iniziativa voluta dal Consiglio comunale e municipale, tocca alcuni nodi fondamentali della richiesta di Welby – divenuta una vera e propria battaglia civile e politica – quali il doveroso rispetto della coscienza individuale e l’autodeterminazione personale. Welby avrebbe potuto esaudire le sue volontà semplicemente, senza clamore, come in molti fanno nella propria casa o in ospedale. Senza disturbare. Ma il suo desiderio, oltre che porre fine a quella caricatura di esistenza cui la malattia lo aveva condannato, era di avviare un dibattito sulle scelte di fine vita e di ottenere una risposta istituzionale non ambigua riguardo al diritto di non avviare o di interrompere trattamenti medici. Oggi, ad oltre sei mesi dalla morte di Welby, la risposta è intrappolata nelle sabbie mobili del testamento biologico e compromessa dal rinvio a giudizio di Mario Riccio.
Non ci sono che le parole del Presidente del Municipio X in ricordo di Welby, “una persona che riusciva a sorridere anche nel dolore”. E un giardino che da oggi porta il suo nome. Troppo poco per chi amava tanto la libertà e la politica.
(Oggi su E Polis)
Foto di Mihai Romanciuc. Altre qui.
giovedì 21 giugno 2007
Un giardino in ricordo di Piergiorgio Welby
Il Presidente del X Municipio di Roma, Sandro Medici, scrive riguardo alla bella iniziativa:
Giovedì 28 giugno, alle 10.30, il giardino di piazza San Giovanni Bosco verrà intitolato a Piergiorgio Welby. Saremmo contenti di vederti partecipe all’iniziativa per onorare insieme la memoria di un uomo che con la sua generosità ha permesso a noi tutti e all’intera società italiana di compiere un salto di consapevolezza. Grazie a lui disponiamo ora di una sensibilità più intensa sulla vita e la morte e sui confini tra esse. E soprattutto abbiamo compreso l’importanza di essere parte attiva di una battaglia su diritti civili che rispettino la coscienza individuale e l’autodeterminazione di sé, anche nei casi più estremi, anche laddove si configurino scelte irrimediabili.Per arrivare a piazza San Giovanni Bosco.
La decisione di Welby di terminare la propria esistenza, dopo anni e anni di sopravvivenza artificiale, tra dolori inauditi e speranze via via smarrite, ha avviato un processo culturale e politico che finalmente ha trovato un primo approdo legislativo, attualmente all’esame del Parlamento. Al di là di come verrà definita la legge che regolamenterà il limite giuridico dell’esistenza nei casi di malattie irrimediabilmente incurabili, avremo finalmente restituito al sentimento umano, che è l’unica dimensione a cui spetta la scelta finale, ciò che oggi è spesso oggetto e non soggetto di accanimenti terapeutici. E potremo inoltre sottrarci a quella convenzione spirituale che pretende, in base a un presunto imperativo ultraterreno, di stabilire le nostre frontiere biologiche.
Né la scienza né la religione possono determinare se e quando la nostra vita trova la sua conclusione; a prevalere devono essere le nostre ragioni, i nostri sentimenti.
Piergiorgio Welby era un uomo eccezionale da vivo e lo è diventato ancor più scegliendo di morire. Noi del X Municipio l’abbiamo conosciuto e anche aiutato con i nostri servizi sociali, con il sostegno costante dei nostri operatori. Accogliendo la volontà politica del Consiglio municipale e del Consiglio comunale, ci sentiamo di regalargli simbolicamente il giardino di piazza San Giovanni Bosco, il luogo dove sei mesi fa l’abbiamo salutato: per ricordare e anche riabbracciare una persona che riusciva a sorridere anche nel dolore.
(Grazie a Mina Welby per averci informato e grazie per tutto il resto. E grazie anche a Sandro Medici).
sabato 16 giugno 2007
Renato Laviola sulla futilità
Il Gip Renato Laviola si sente in dovere di specificare che il respiratore è un sostegno vitale e non una terapia (come se un sostegno vitale potesse essere imposto!) e che non si poteva trattare di accanimento terapeutico perché il respiratore non era futile (“se io stacco il respiratore il paziente muore”, ma anche se non somministro dei farmaci il paziente muore). Futile = utile alla sopravvivenza. Tutto questo per negare che si potesse trattare, per Piergiorgio Welby, di accanimento terapeutico. Non è condivisibile il criterio della futilità come condizione per riscontrare un accanimento terapeutico, in quanto è centrale la volontà del paziente al riguardo (ah, vana speranza di oggettività!). Se un paziente ha espresso volontà contraria, qualunque sia l’oggetto della sua volontà, qualora venga costretto siamo di fronte ad un caso di accanimento terapeutico.
Ma il problema non è nemmeno questo, quanto piuttosto: posso o non posso decidere riguardo alla mia cura? Posso o non posso rifiutare trattamenti medici (o assistenziali)? Che cosa diventa un atto di carità quando viene imposto?
Postato da Chiara Lalli alle 12:09 10 commenti
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giovedì 14 giugno 2007
Il reato di Mario Riccio
Nell’ordinanza su Mario Riccio il Gip Renato Laviola ricorda che il diritto all’autodeterminazione di ogni cittadino è garantito dalla Costituzione italiana, affermato in convenzioni internazionali e sancito dal Codice di Deontologia Medica. Il paziente può rifiutare qualsiasi trattamento sanitario, il medico non può legarlo al letto e somministrarglielo per “il suo bene”. Il paziente ha dunque la piena libertà di decidere riguardo alla propria salute, anche qualora le decisioni prese implichino la sua morte. Fin qui nulla di sorprendente: è il cuore concettuale del consenso informato che ha sostituito il paternalismo medico.
A sorprendere invece è il richiamo di Laviola al diritto alla vita, sacra e indisponibile, come limite al diritto di autodeterminazione attuato tramite una omissione (distacco del respiratore o interruzione di una terapia avviata) e non una omissione (rifiuto di una terapia o di un macchinario). In altre parole: esisterebbe il diritto di rifiutare una cura sì, ma di interromperla no! Se il diritto alla vita è inviolabile, non dovrebbe avere questo andamento oscillatorio. Se la vita è sacra e indisponibile, come sostiene Laviola, sarebbe necessario ricorrere a qualsiasi mezzo per proteggerla: anche al costo di violare la volontà delle persone. Costringere Piergiorgio Welby a vivere, così si sarebbe rispettato quel diritto alla vita che somiglia pericolosamente a un dovere alla vita.
Mario Riccio, a differenza di molti, ha rispettato il volere di Welby e non si è nascosto dietro all’ipocrita e fallace differenza tra azione ed omissione. Questo è il suo reato.
(Su E Polis, La sentenza è «condannati» a sopravvivere)
Postato da Chiara Lalli alle 07:25 0 commenti
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martedì 12 giugno 2007
Eugenia nel paese delle meraviglie
Il testamento biologico stimola molte riflessioni illuminanti (Eugenia Roccella, Testamento biologico: questioni sottili. In mezzo può scapparci l’omicidio, Avvenire, 12 giugno 2007). Negli angoli in cui il buio sarebbe preferibile.
È proprio il rapporto tra tecnica e intenzione che i giudici debbono approfondire, nell’indagine sul caso Welby: bisogna appurare se la sedazione somministrata dal dottor Riccio, quella notte di dicembre, è stata volutamente letale o no, cioè se è servita a lenire le sofferenze o a uccidere.C’è il risultato dell’autopsia. Ma forse è troppo faticoso leggerlo.
In una recente intervista, Marino racconta di aver «sospeso le terapie a malati per i quali non c’era più nulla da fare», quando operava negli Stati Uniti. Secondo il senatore, infatti, lì «prima di tutto viene il consenso informato, espresso direttamente al medico o con un atto notarile». Ma le due affermazioni confliggono tra loro: se per quei malati davvero non c’era più nulla da fare, probabilmente la decisione di non insistere con terapie inutili era una semplice scelta di buon senso contro l’accanimento terapeutico. Il medico, in questo caso, si prende la responsabilità professionale di valutare, insieme al paziente e ai suoi familiari, gli effettivi benefici di una cura, considerando le condizioni di quel particolare malato. Se invece si fa dipendere ogni scelta dal consenso informato, e dunque dalla sola volontà del paziente, che il medico esegue senza bilanciarla con il proprio giudizio e la propria esperienza, si scivola pericolosamente verso un abbandono terapeutico di tipo burocratico.Commenti sparsi: non è chiaro il conflitto che l’Eugenia riscontra. Il buon senso non basta, bisognerebbe saperlo, a garanzia di una buona pratica medica (spesso non basta a garanzia di alcunché). Almeno, non nel mondo reale. Meglio una cartuccella in cui siano tracciati alcuni limiti (qualcuno li chiamerebbe diritti). L’accanimento terapeutico non è definibile oggettivamente, ma è condizionato dalla volontà (soggettiva) del paziente. Se mi infili una banale aspirina in gola, quello è accanimento terapeutico! Ma l’Eugenia non si fida della “sola volontà del paziente” e chiama in causa il bilanciamento del medico (e perché non del vicino di letto o del cuoco?) e intravede il rischio di abbandono terapeutico di tipo burocratico. In altre parole, se io decido riguardo alle terapie che voglio o non voglio sarei abbandonata al mio destino burocratico?
Una successiva lettera di precisazioni del senatore Marino non è servita a dissipare i dubbi: l'eutanasia consisterebbe, secondo il professore, nella pratica di «iniettare un veleno nelle vene del paziente che esplicitamente lo richiede». Mentre sarebbe tutt'altra cosa la semplice sospensione delle terapie nella fase terminale di una malattia.Sulla distinzione non netta non possiamo che concordare: ma per ragioni molto diverse da quelle che Roccella abbozza. Quanto alla fine naturale, avrei davvero bisogno di chiarimenti.
Purtroppo la distinzione non è così netta. Sospendere le terapie non vuol dire «accettare la fine naturale della vita»; può voler dire provocarla, anche soltanto per il rifiuto di assumersi pienamente le proprie responsabilità di medico; cioè di qualcuno che deve battersi, al fianco del paziente, contro la malattia e la morte, e non limitarsi ad applicare il consenso informato.
E non posso che ripetere quanto Piergiorgio Welby scriveva: nessun malato vuole morire! Già, nessun malato vorrebbe morire.
Aggiornamento: qui la risposta a un commento di Massimo Introvigne su alcune frasi di questo post.
Postato da Chiara Lalli alle 23:59 0 commenti
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domenica 10 giugno 2007
Perché Welby poteva chiedere legittimamente di staccare il ventilatore
Un paziente X è malato di cancro.
Gli si prospettano 2 alternative: a. cicli di chemioterapie con prospettiva di sopravvivenza e guarigione a.1; b. nessuna chemioterapia con prospettiva di sopravvivenza e guarigione b.1 (ove tanto nella prospettiva a.1 che b.1 compare la morte come possibile esito; in b.1 è verosimilmente anticipata rispetto a a.1).
Prima di proseguire: sono, a. e b., entrambe strade percorribili e legittime?
Se sì e se il paziente X scegliesse a., sarebbe poi libero di interrompere la chemioterapia (c.) qualora durante il trattamento cambiasse idea?
Difficile rispondere di no. E allora le scelte a., b. e c. dovrebbero essere tutte legittime. Soprattutto: la scelta a. è equivalente moralmente alla scelta c. (e dovrebbe esserlo anche legalmente).
Sostituiamo la chemioterapia con un ventilatore meccanico o con la nutrizione e alimentazione artificiale. Se il paziente Y (non ancora collegato ad un macchinario) rifiuta il ventilatore meccanico lo possiamo forse costringere? E se quello stesso paziente accetta di essere tenuto in vita da un macchinario e poi, dopo un certo periodo di tempo, decide che vuole essere scollegato? Che cosa c’è di diverso dal rifiuto assoluto di essere collegato? L’avere accettato lo priva forse della possibilità di cambiare idea? E di esercitare ora la sua originaria possibilità di rifiutarlo?
Che cosa ha chiesto Piergiorgio Welby? Che cosa ha fatto Mario Riccio?
(Per gli smemorati: l’autopsia ha stabilito che Welby è morto in seguito al distacco del ventilatore e non per la somministrazione di farmaci sedativi).
venerdì 8 giugno 2007
Omicidio del consenziente? Siamo tutti Mario Riccio
Un altro motivo di fierezza per essere italiani (il mio cuore è gonfio di orgoglio e patriottismo).
Vorremmo essere Mario Riccio anche noi.
Fondo di solidarietà per le spese processuali.
sabato 28 aprile 2007
Ariel: un pullo per Piero Welby
Mina Welby è la madrina di Ariel, come lei stessa racconta (in Ricordo di Piero), uno dei quattro pulli di falchi pellegrini che vivono nel sottotetto di Economia Politica a Roma.
Ariel è di colore argenteo, pesa 430 grammi e ha una apertura alare di 89 centimetri (dal Forum di Birdcam).











