mercoledì 23 settembre 2009

Slow Food non lo mando giù

Luca Simonetti (noto nella blogosfera come Karl Kraus) ha scritto una critica devastante dell’ideologia di Slow Food, il movimento fondato da Carlo Petrini per la riscoperta dei sapori «tradizionali». In 31 pagine ricchissime di citazioni, Simonetti mette in luce il carattere essenzialmente reazionario di un pensiero che serve da copertura a una sinistra affluente, desiderosa di consumi di lusso ma anche ansiosa di dar loro una giustificazione ideologica, e al tempo stesso ignara (e forse disinteressata) dei destini e dei bisogni reali delle masse contadine del mondo.

[I]l ritratto della vita dell’uomo-slow è quella di un signore benestante e fornito in abbondanza di tempo libero. Il modo in cui questo signore è divenuto quel che è, a S[low ]F[ood] non interessa, lo riceve come già dato, lo presuppone. Il fatto che i mezzi che consentono all’uomo-slow di esercitare il suo gusto, i suoi sensi, il suo amore per la ‘lentezza’ possano provenirgli, come di fatto spesso accade, proprio dall’esercizio delle attività ‘diaboliche’ della velocità, dell’industrializzazione, dell’omologazione, insomma del capitalismo, è qualcosa che a SF non viene neppure in mente. Così come non immagina affatto che un simile modo di vita non sia proponibile al di sotto di un determinato livello di reddito, e come tale quindi non possa costituire il fondamento di un ‘nuovo modello di sviluppo’, presupponendo, al contrario, lo sviluppo proprio come di fatto già avvenuto. Questo mettere fra parentesi i processi reali, concreti, questo completo oblio o travisamento dello sviluppo storico reale, è tipico dell’operazione ideologica così come vien definita fin dai tempi di Marx […] attribuire alle società preindustriali, ‘arretrate’ o peggio primitive, la lentezza e il tempo necessario per pensare ecc., è una pura mistificazione. Sono proprio le società ‘sviluppate’ quelle che possono permettersi di ‘perdere tempo’, in quanto gli aumenti di produttività (altra parolaccia, su cui il manifesto di SF, come si è visto, scagliava anatemi) consentono ad esse di produrre maggior reddito in tempi minori. Sono in realtà proprio le società tradizionali, pre-industriali, ‘sottosviluppate’ quelle che dedicano la maggiore quantità di tempo alla produzione del reddito, quelle più ossessionate dalla produzione, nonché quelle che sfruttano più spietatamente le risorse naturali mettendo più a repentaglio l’ambiente. Ma anche questo punto, che pure non è del tutto ignoto a SF, viene sistematicamente taciuto nei suoi tentativi di elaborazione teorica.
Il risultato allora è fatalmente la denigrazione o anzi negazione del progresso, che in SF si coniuga con l’elogio delle ‘piccole’ comunità locali e la rivalutazione delle tradizioni ataviche e secolari. Neanche questa è una novità: il pensiero reazionario, da Herder in poi, ha sempre insistito sull’imprescindibilità del legame coi luoghi, perché è solo nella dimensione locale che le ‘tradizioni’ possono sopravvivere, e perché solo l’ancoraggio al concreto, al particolare garantisce dagli attacchi che il razionalismo illuminista muove alle istituzioni della società tradizionale. Ma il paradosso è che le “tradizioni” a cui si richiama SF, cioè quelle locali, sono, nella quasi totalità, fenomeni quanto mai recenti, frutto della irrimediabile scomparsa della civiltà contadina preindustriale e, nello stesso tempo, tentativi ideologici di ovviare alla loro scomparsa mettendo al loro posto una “civiltà contadina” e una “campagna” idillico-pastorali del tutto artificiose. La finalità di questa operazione è, storicamente, quella di quietare le ansie della nuova classe egemone trasportando in un passato remoto gli ideali di pace, tranquillità, armonia che essa faticava a trovare nel presente. È difficile negare che il passato idillico a cui SF si richiama (e che non è mai esistito) fosse un passato nel quale le differenze di classe e di sesso erano soverchianti, in cui la mobilità sociale era sostanzialmente inesistente, in cui la quasi totalità della popolazione mancava del cibo in quantità sufficiente, e che la fine di questo sistema – profondamente iniquo ed oppressivo – è dovuta proprio alla vittoria di quel progresso tecnico e a quella crescita economica che SF ritiene responsabile di ogni male.
In questo lavoro ho quindi cercato di enucleare i principali “miti” costitutivi dell’ideologia di SF: le idee di natura, di tradizione, di limite, la critica del progresso e la diffidenza per la scienza, l’elogio del ruolo tradizionale della donna, il legame con la terra e con i luoghi – il semplice elenco sembra piuttosto eloquente. Lo stratagemma che consente a SF, così come ad altre ideologie politiche contemporanee, di presentare questa posizione come “progressista” consiste nel collegare la critica dello sviluppo economico, del progresso scientifico e tecnico e dell’industrializzazione – critica che di per sé è antichissima, avendo accompagnato la Rivoluzione Industriale fin dal suo sorgere – alla critica dell’imperialismo e dell’etnocentrismo da un lato, e dall’altro alla critica del consumismo e della cultura di massa (una posizione quest’ultima del resto assai vicina alla cultura cattolica contemporanea più conservatrice).
Da leggere tutto: anche per portare alla luce, fra tante scorie, le cose buone – qualcuna c’è – che Slow Food ha prodotto.

13 commenti:

Luca Massaro ha detto...

Grazie per la segnalazione

Luca ha detto...

Signori, così mi fate arrossire... :))
Grazie mille.
Luca Simonetti (KK)

Giuseppe Regalzi ha detto...

Prego! È un articolo splendido - e pazienza se questo ti fa arrossire ancora di più... :-)

Luca ha detto...

Oh be', ormai ho la faccia come un pomodoro (di quelli di una volta, quelli che piacevano tanto a Pietro Citati:
http://www.ibs.it/code/9788806193591/pascale-antonio/scienza-sentimento)
:))

Giuseppe Regalzi ha detto...

:-)

Marco Pagani ha detto...

Non ho capito dove si voglia andare a parare con queste critiche slow food.
Slow food è sicuramente partito 20 anni fa in modo snob ed elitario, ma ha contribuito a farci capire che il cibo non è un pret a porter, ma un elemento essenziale della nostra vita.
Attraverso Terra Madre ha creato una rete di piccoli produttori locali nei cinque angoli del mondo. Di questo però nel post non si parla.
Sarà forse meglio l'ideologia maschilista, imperialista, inquinatrice, devastatrice ecc.??
Forse non è chiaro ai più, ma oggi slow food (che come tutte le imprese umane ha dei limiti) resta comunque l'unica sostanziale alternativa a fast food.
Quello che si dice sulle società industriali e preindustriali è poi manifestamente falso. La società industriale ha avuto finora (grazie all'energia a basso costo del petrolio) una capacità di distruzione delle risorse naturali e dell'ambiente che è forse mille volte più elevato delle società preindustriali. Nelle società preindustriali la vita era più dura, certo, ma non è vero che non ci fosse tempo libero. Leggete Jared Diamond e forse vi farete un'idea un po' diversa e più articolata del nostro sviluppo.
E poi cosa significa "reazionario"? Ritengo che in questo momento abbia maggiore capacità di futuro il pensiero di slow food che si ricollega alla tradizione e predica il basso impatto ambientale che l'elogio dello sviluppo (fatto non solo dalla destra, ma ahimè anche dalla sinistra), che altro non è che l'elogio del petrolio a basso costo.
Ne riparleremo dopo il picco...

Giuseppe Regalzi ha detto...

Marco, per criticare con cognizione di causa dovresti leggere l'articolo originale, non soltanto la mia breve presentazione. Troveresti fra l'altro che Jared Diamond vi viene citato tre volte.

AleG ha detto...

Ho letto il pdf, molto interessante. Devo dire che sono d'accordo su molti aspetti, come ad esempio lo stigmatizzare il carattere antiscientifico di movimenti come SF e il loro idolatrare società preindustriali fantomaticamente idilliache ; però qua e là nell'articolo non mi sono trovato del tutto d'accordo con l'autore, che a volte mi sembra che sottovaluti un po' molti dei problemi a cui SF vorrebbe porre soluzione.
L'argomento, come dice anche Marco, è di una complessità enorme: si discetta della struttura economico-produttiva della società industriale....nientemeno! Però mi sento di dire, in parole povere, che forse davvero SF è una risposta inadeguata; ciò non toglie che gli interrogativi e le aporie che il mondo contemporaneo pone rimangano lì, e pesano come macigni. Un esempio tra i tanti; sarò ingenuo, ma resto fermamente convinto che esista davvero un "imbarbarimento del gusto" e che "media e pubblicità" tendano a "indurre istupidimento", e resto convinto che tutto ciò abbia a che fare col mercato, o meglio, proprio con una carenza di argini alla ricerca del profitto. Che secondo me.....a un certo punto ci vogliono. Sarò "semplicistico" ma non mi sento "reazionario" per questo.

Anonimo ha detto...

C'è questo meccanismo in vigore:

1)una serie di problemi REALI
2)un Slow Food che li *riduce* in pappetta, li occulta, li infantilizza
3)una critica NON di Slow Food ma dell'ideologia che pappettizza, occulta e infantilizza.
4)la risposta: "ah si? Forse dunque che quelli non sono problemi reali?"

Ora, precisamente PERCHE' sono problemi REALI, esattamente PER QUESTO è necessario sottrarli alla pappettizzazione, occultamento, infantilizzazione, alla slow foodizzazione, o allo slow di tutto.

Si contesta l'appropriazione indebita, l'identificazione truffaldina dei problemi REALI e di Slow Food, e non Slow Food.

Si contesta questo: "Ma ogni dialettica presuppone, per potersi
svolgere in maniera feconda, che l’una parte non si camuffi per l’altra e non pretenda, paradossalmente,
di rappresentarne le istanze" (pag 27 dell'articolo).

Si RIFIUTA l'identificazione di Slow Food con la rappresentazione di quelle istanze.

E non vale soltanto con Slow Food, il quale non è che UNA delle manifestazioni di quel particolare riduzionismo e identificazione truffaldina.

("semplicistico" non è "reazionario", ma non è ammissibile se DAVVERO si hanno a cuore quei problemi REALI, che non ammettono - propro loro, i problemi REALI - "semplicismo".

Francesca

paolo de gregorio ha detto...

E pensare che io avevo dato sempre per scontato che la percezione sia dall'esterno che interiore dello slowfooder fosse proprio quella di uno dal palato severo disposto a spendere qualcosa di più per soddisfarlo. Della serie: "preferisco mille volte bere un Brunello di Montalcino invece che un Tavernello". Certo che se poi questa legittima aspirazione elitaria me la si fa passare per potenziale meccanismo di risoluzione dei problemi delle popolazioni povere mondiali siamo effettivamente al paradosso.

Sulle società preindustriali (penso al commento di Marco Pagani qui sopra): le sole risorse rinnovabili oggi sono una percentuale, minoritaria ma maggiore di zero, di tutta l'energia prodotta (che è una quantità abominevole). Prese da sole, vale a dire, le energie rinnovabili generano watt parecchi multipli di quella che l'uomo produceva agli albori dell'età industriale. Un pc di oggi, al contempo, consuma potenza parecchi ordini di grandezza inferiore a quella necessaria a far girare quei "cassettoni" che occupavano intere stanze ed erano computazionalmente meno potenti di un qualunque computer da tavolo odierno. Questi elementi dimostrano che il male non è l'avanzamento tecnologico ma la gestione dello stesso. Quindi l'equazione viene immediatamente bocciata: società pre-industriale uguale bene, società iper-teconologizzata uguale distruzione. Se è vero che bere troppa acqua tutta insieme fa morire quasi all'istante non è altrettanto vero che l'unica soluzione al problema sia morire lentamente di sete. E devo dire che sono un po' stufo di queste equazioni: "siccome c'è del marcio nel nostro mondo, allora il mondo migliore è quello che ho in mente io". Mi bastano le chiese per questo. Che il mondo ideale che si ha in mente sia realizzabile e che sia migliore di questo va dimostrato e argomentato, perché come dimostrazione non basta osservare che questo mondo di oggi ha dei problemi. Per non parlare delle cause: avete presente il discorso "la causa di tutti i problemi di oggi è nel fatto che si è abbandonato Dio"? Ecco, più o meno stiamo lì: "le macchine sono la causa di tutti i mali". Mi viene in mente la correlazione tra numero di pirati e inquinamento.

paperoga ha detto...

mi pare ci siano mali ben peggiori della filosofia slow food.

paolo de gregorio ha detto...

"mi pare ci siano mali ben peggiori della filosofia slow food"

Sì certo, anche io sono d'accordo. Ma non soffermiamoci troppo sull'ovvio eh, sennò un domani se mi si chiederà conto delle mie idee e azioni potrò sempre rispondere: "ci sono cose ben peggiori di quelle che io penso e faccio". Come esseri razionali spero che sappiamo sempre spiegare perché facciamo ciò che facciamo (al di là di: potevo fare di peggio).

lector ha detto...

Slow Food è una maniera snob di concepire la vita, riservata solo alle elites che se la possono effettivamente permettere; Sassicaia, Nobile di Montepulciano e mozzarella di bufala compresi. Allo stesso modo di molte altre maniere preconfezionate di pensare, perdono la loro valenza innovativa iniziale, quando da idea divengono ideologia, con tutto il bagaglio di retorica e avversione feroce a ogni critica che ciò comporta.