mercoledì 19 ottobre 2016
Il proibizionismo ha fallito
Questa è la premessa per la proposta di legge per la regolamentazione, per il commercio e per il consumo della cannabis e derivati. Si firma fino al 23 ottobre.
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lunedì 16 maggio 2011
CNB: riformarlo o abolirlo? Contro il monopolio BIOetico
Il Comitato Nazionale per la Bioetica in qualità di organo di consulenza governativo è chiamato ad esprimere pareri su materie, che toccano i diritti di ciascuno di noi.
Ma come funziona? Com’è composto? Quali sono, se esistono, i requisiti per diventarne membro?
Alcuni pareri emessi dal CNB hanno suscitato un coro di polemiche perché giudicati in aperto contrasto con la scienza. Ad esempio, il 25 febbraio 2011 il CNB ha emesso un parere favorevole all’obiezione di coscienza dei farmacisti sulla pillola del giorno dopo.
Quali strumenti esistono contro il monopolio BIOetico?
Si può immaginare un’alternativa alla deriva reazionaria di un organo, che in regime di monopolio influenza l’attività del decisore pubblico?
Di questo e di molto altro parleremo in una tavola rotonda insieme a
Gilberto CORBELLINI – Stefano RODOTA’ – Chiara LALLI – Carlo FLAMIGNI - Cinzia CAPORALE – Piergiorgio DONATELLI – Luigi MONTEVECCHI - Patrizia BORSELLINO – Giovanni INCORVATI – Emilio D’ORAZIO – Annalisa CHIRICO – Marco CAPPATO (Segretario Ass.ne Luca Coscioni) – Maria Antonietta FARINA COSCIONI (Deputata PD – Radicali) – Donatella PORETTI (Senatrice PD – Radicali).
Il programma dettagliato sul sito della Associazione Luca Coscioni.
31 maggio 2011, 10.00.
Senato della Repubblica - Sala dell’ex Hotel Bologna in via di S. Chiara, 5.
Postato da Chiara Lalli alle 19:13 0 commenti
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giovedì 11 novembre 2010
Se parlare di eutanasia è reato
Francesco Ognibene non lo dice del tutto esplicitamente; ma sembra proprio che per lui («Pubblicità mortale», Avvenire, 10 novembre 2010, p. 1), lo spot a favore dell’eutanasia volontaria creato dall’associazione Exit International, bloccato dall’autorità per le Comunicazioni australiane e ora rilanciato in Italia dall’Associazione Luca Coscioni e dal Partito Radicale, si configuri in sostanza come un’apologia di reato:
Va peraltro ricordato agli smemorati che il Codice penale sanziona con chiarezza l’«omicidio del consenziente», la fattispecie sotto la quale ricadono eutanasia e suicidio assistito. Permettere che si pubblicizzi un reato attraverso i mezzi di comunicazione a noi pare inammissibile: ed è lecito attendersi che l’Autorità garante delle comunicazioni, alla quale i radicali si sono rivolti per chiedere il via libera allo spot della morte, faccia il proprio dovere senza esitazioni fermando questa inutile provocazione.Fra «pubblicizzare un reato» e farne l’apologia la differenza è esigua o del tutto inesistente; ma Ognibene non ne trae l’ovvia conseguenza: il suo appello a fermare la «inutile provocazione» è rivolto non ai magistrati, che pure sarebbero deputati a intervenire per applicare l’art. 414 comma 3 del Codice Penale, ma più modestamente all’Autorità garante delle comunicazioni.
Ognibene forse vuole essere magnanimo; o forse sa bene che qui di apologia di reato – o di pubblicità di un reato – non c’è neppure l’ombra. L’attore dello spot non dice: «Ho fatto la mia scelta finale, e la metterò in pratica nonostante che la legge non lo consenta», ma dice invece: «Ho fatto la mia scelta finale. Ho solo bisogno che il governo mi ascolti». Non rappresenta o prospetta o adombra un reato, ma chiede una modifica della legge. E questo deve essere lecito in una democrazia liberale, come ci ricorda fra l’altro una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 40552/2009, corsivo mio):
l’elemento oggettivo dell’apologia di uno o più reati punibile ai sensi dell’art. 414, comma terzo c.p., non si identifica nella mera manifestazione del pensiero, diretta a criticare la legislazione o la giurisprudenza o a promuovere l’abolizione della norma incriminatrice o a dare un giudizio favorevole sul movente dell’autore della condotta illecita, ma consiste nella rievocazione pubblica di un episodio criminoso diretta e idonea a provocare la violazione delle norme penali […].Pensare altrimenti implicherebbe l’impossibilità per la società civile di argomentare in favore della depenalizzazione di qualsiasi comportamento oggi illecito, in quanto ogni discussione in merito costituirebbe di per se stessa un’apologia di reato. In questo modo, per esempio, sarebbe stato perseguibile chiunque avesse preso la parola per eliminare la reclusione di un anno che il vecchio Codice Penale prevedeva per le adultere. Inutile dire che ciò costituirebbe una limitazione gravissima della libertà di parola; d’altronde, cosa pensi Francesco Ognibene del diritto di esprimersi è tradito dall’osservazione che i radicali, con la loro iniziativa, «scavalcano la rappresentanza politica»: di certe cose si deve poter parlare solo nei luoghi deputati...
Protervia di integralista, certo; ma anche spia di un’insicurezza: bruciano, bruciano molto, le cifre del sondaggio sugli italiani favorevoli all’eutanasia che appaiono in coda allo spot.
Aggiornamento 12/11/2010: Avvenire insiste con un’intervista ad Adriano Zanacchi (un esperto di pubblicità, a quanto si capisce), che abbandona ogni residua prudenza, affermando che «mai la pubblicità può incitare a violare le leggi» (Emanuela Vinai, «“Eutanasia, uno spot non può indurre a violare la legge”», 11 novembre, inserto È vita, p. 3). Ormai siamo in pratica alla diffamazione.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 09:58 113 commenti
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martedì 16 giugno 2009
Condanne per diffamazione per Belpietro, Lorenzetto e Militia Christi. Binetti invoca l’immunità parlamentare
Radicali: caso Welby, prime condanne per diffamazione nei confronti di Belpietro e Stefano Lorenzetto (Il Giornale) e Militia Christi. La sen. Binetti, invece, si trincera dietro l’immunità parlamentare.
Iniziano a giungere le prime condanne per diffamazione sul caso Welby, che, come il caso Englaro, ha visto scendere in campo una portentosa opera di disinformazione e manipolazione della verità a danno, anzitutto, dei cittadini che vengono ritenuti ‘popolo bue’ al quale dare a credere qualsiasi ciarpame pur di evitare che si formi una coscienza collettiva, basata sulla conoscenza, su temi quali il fine vita.
E così l’opera volta a ristabilire la verità ed a restituire l’onore e la reputazione ai diffamati deve giungere attraverso i Tribunali Italiani. E’ recente, difatti, la condanna per il reato di diffamazione inflitta in sede penale, in primo grado, dal Tribunale di Desio, Sezione distaccata del Tribunale di Monza, a Maurizio Belpietro, 800,00 Euro di multa – all’epoca direttore de Il Giornale – ed al giornalista Stefano Lorenzetto, 1.200,00 Euro di Multa. Diffamato il dott. Mario Riccio, difeso dall’avv. Giuseppe Rossodivita, al quale il Tribunale ha riconosciuto tra risarcimento e riparazione pecuniaria la somma di 53.000,00 Euro, oltre la riparazione specifica della pubblicazione della sentenza su Il Giornale.
L’articolo, pubblicato in prima pagina il 23.12.2006, titolava in riferimento a Piergiorgio Welby “Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà” ed ‘illuminava’ i lettori su come “il dr. Mario Riccio, il medico venuto da Cremona”, che ha adottato il metodo “dei boia aguzzini che eseguono le sentenze capitali negli USA”, se ne fosse “fregato della volontà di Welby.” Ricorda il Tribunale che la critica per essere socialmente utile e dunque legittima, anche quando lesiva della reputazione di terzi, deve avere come presupposto dei fatti veri; in caso contrario è un mero pretesto per diffamare. Ed è di oggi, ancora, la sentenza del Tribunale Civile di Roma, resa in primo grado, con la quale il Movimento Politico Cattolico Militia Christi, è stato condannato con sentenza immediatamente esecutiva a risarcire la somma totale di 60.000 Euro, pari a 20.000,00 Euro ciascuno, a favore dell’Associazione per la Libertà della ricerca scientifica Luca Coscioni, dell’Associazione La Rosa nel Pugno e del dr. Mario Riccio, tutti difesi dall’Avv. Giuseppe Rossodivita.
Il Tribunale ha anche ordinato la definitiva rimozione dal sito internet dell’Associazione Cattolica del comunicato stampa dal titolo “Profanatori ed assassini”. La senatrice Binetti, anch’ella convenuta in giudizio dal dr. Mario Riccio, dall’Associazione Coscioni e da Radicali Italiani, davanti al Tribunale di Roma, come anche per altra diversa causa l’on. Luca Volontè convenuto in giudizio da Marco Pannella, Emma Bonino e Marco Cappato, si sono invece trincerati dietro l’immunità parlamentare e l’insindacabilità delle opinioni espresse da parlamentari attraverso i giornali ed i comunicati. Parlano, scrivono comunicati, rilasciano interviste, ma poi non ci pensano neppure – o forse ci pensano sin troppo bene - a difendere le loro affermazioni in Tribunale.
Dichiarazione di Maurizio Turco, deputato radicale del PD e Marco Cappato, Segretario dell’Associazione Coscioni.
Postato da Chiara Lalli alle 19:00 3 commenti
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sabato 5 gennaio 2008
Soccorso civile
È nato Soccorso Civile, «Manuale di autodifesa dal proibizionismo sulla salute»:
Nel nostro paese sono purtroppo in vigore alcune leggi che pregiudicano i diritti civili fondamentali delle persone: si tratta di leggi proibizioniste e confessionali, che limitano fortemente la possibilità di curarsi e di esercitare la propria libertà di scelta.Gli argomenti trattati al momento sono:
Attraverso il portale “Soccorso civile” l’Associazione Luca Coscioni si propone di aiutare i cittadini che si scontrano con i divieti contenuti in quelle norme a non doverne subire le conseguenze negative, fornendo loro suggerimenti, informazioni e, ove possibile, supporto concreto.
La caratteristica più importante di Soccorso Civile è quella di essere un sito in continua evoluzione: nuove tematiche saranno affrontate, e nuove informazioni verranno aggiunte, man mano che gli utenti ce le segnaleranno; a tale scopo, è disponibile un apposito indirizzo di posta elettronica, oltre ai commenti in fondo ad ogni pagina, per consentire ai lettori di inviarci le loro segnalazioni, le loro osservazioni e i loro suggerimenti.
In particolare, vi preghiamo di farci conoscere le vostre esperienze concrete in relazione agli argomenti proposti (o a nuovi argomenti dei quali ci si potrà occupare), che potrebbero costituire preziose indicazioni di comportamento per chi si trovasse ad affrontare gli stessi problemi e le medesime difficoltà.
- Come ottenere l’eutanasia o l’interruzione delle terapie
- Come redigere il tuo testamento biologico
- Come effettuare la fecondazione assistita e la diagnosi pre-impianto
- Come abortire con la pillola RU486
- Come conservare il sangue del cordone ombelicale
- Come ottenere la cannabis a scopi terapeutici
- Come procurarsi la pillola del giorno dopo e denunciare i farmacisti che si rifiutano di venderla
venerdì 9 marzo 2007
L’interruttore della vita 2
Il mio precedente post L’interruttore della vita ha ricevuto un commento di Eraldo Ciangherotti:
Chiamo il feto “bimbo non ancora nato” perché tale è; apprendo da Lei con vivo interesse che anche in America ci sia una simile sensibilità, come vede non si smette mai di imparare, ma ciò non toglie che la mia scelta lessicale sia appropriata e dimostrata da un dato scientifico: quel feto non è ancora nato ma potrebbe nascere prematuro rispetto ai nove mesi (si veda la nascita di Amillia Sonya Taylor a 21 settimane di gestazione) e quindi quel feto è degno di essere chiamato al di là degli aspetti emotivi, un bimbo non ancora nato, nel senso, ben si intende, che nascerà.Se con “bimbo non nato” vuole intendere che (a certe condizioni) il feto diventerà un bambino siamo d’accordo. Ma, temo, che il nostro accordo si sciolga come neve al sole chiarendo il diverso significato che usiamo.
Io intendo “bimbo non nato” allo stesso modo di “girino non (ancora) rana”. Da questo non ritengo si possa inferire che oggi quel girino sia già una rana (l’essere dentro o fuori dall’utero materno non è un dato moralmente rilevante). In ogni modo è utile ricordare che le definizioni concepito, embrione, feto o bambino sono convenzioni linguistiche. Che certo si basano sull’embriologia e che rispondono a una concezione filosofica (così come adolescente, ragazzo, maggiorenne, adulto, vecchio). Riguardo alle decisioni di inizio e di fine vita la distinzione fondamentale è tra “persone” e “esseri umani” (qui intendo: “non persone”). Le possibilità sono due:
1. che gli esseri umani siano sempre anche persone;
2. che gli esseri umani non siano sempre anche persone (e qui entrano in ballo i criteri per individuare l’emergenza o il dissolvimento dell’essere persona).
Su Amillia Sonya Taylor (nonché sul recente caso di aborto che lei stesso nomina in chiusura di questo commento e che D. mi ha invitato a trattare) tornerò presto con una riflessione specifica. Abbia la pazienza di rimandare la mia risposta ad allora.
Quanto alla differenza tra la vita biologica e quella personale la sua tesi quanto la mia possono essere attaccate e controbattute, noi preferiamo lasciare l’ultima parola alla coscienza della Ragione per arrivare alla verità, senza falsi pregiudizi ideologici.Il significato di “lasciare l’ultima parola alla coscienza della Ragione per arrivare alla verità, senza falsi pregiudizi ideologici” non mi è chiaro. Se quello che intende dire è che in ultima analisi dovrebbero essere le singole coscienze a decidere siamo perfettamente d’accordo. Le ricordo però che sostenere che la vita personale abbia inizio all’incontro tra i gameti non lascia spazio alcuno alle singole coscienze! Perché se all’organismo che si forma con l’incontro di un ovocita e di uno spermatozoo si attribuiscono i diritti di cui godiamo io e lei (e tutti quelli che sono indubitabilmente persone) allora le conseguenze sono nitide. E spesso molto drammatiche (solo per farle un esempio riferendomi ancora alla Unborn Victims Violence Act: una donna che durante la gravidanza fumava crack ha partorito un neonato morto. Nonostante nessun medico abbia potuto dimostrare la connessione tra l’assunzione di crack e la morte (lei sa meglio di me quanto sia spesso difficile accertare la causa della morte di un feto agli ultimi stadi di una gravidanza) la donna è stata condannata a 12 anni di reclusione per omicidio. Omicidio. E molte donne, nonostante i loro bimbi siano nati e godano di perfetta salute, hanno subito processi per abuso e maltrattamento infantile, nonché per spaccio di sostanze stupefacenti. La strada per la criminalizzazione di molti comportamenti delle donne durante la gravidanza è pericolosa. Soprattutto se lo strumento usato è una legge. Questo non significa che durante la gravidanza non sia consigliabile e preferibile un comportamento prudente: ma criminalizzare la gravidanza è qualcosa di molto diverso).
La legge n°194/78 è il trionfo della donna, non certo dell’uomo o della coppia, e di questo me ne dispiaccio perché ho sempre apprezzato nell’altro sesso tante qualità tra le quali il dono assoluto, e non relativo, della maternità come una prerogativa squisitamente femminile! Ogni volta che viene attaccata l’applicazione di questa legge, la prima voce che “esce dal silenzio” è quella certa “femminista” che dopo il ‘68 ha cominciato la sua battaglia per la “libertà” attraverso l’aborto legalizzato. Vada a rileggersi tutti i fascicoli inerenti la presentazione del disegno legge del 1978 e troverà che questa goliardica visione dell’“utero è mio e lo gestisco io” ha trovato ampia applicazione nella legalizzazione dell’aborto. Quanto ai numeri di aborti praticati in clandestinità, al nostro Convegno nella 29a Giornata per la Vita, è stato ampiamente dimostrato quanto i dati all’epoca inerenti le statistiche fossero falsificati e falsati in maniera inaccettabile oggi, quasi da farci convincere che gli Italiani si siano lasciati motivare nella scelta referendaria dai tanti zeri incolonnati, come fossero il temibile spauracchio della finanziaria di governo; se non crede a me, si metta in contatto con il Giudice Pino Morandini, che ha tenuto il suo discorso su questo argomento in maniera schietta e senza controbattute da nessuno in sala.Non sarò io a parlare in nome di chi ha fatto battaglie al grido “l’utero è mio”. Posso soltanto ribadire che la possibilità legale di fare ricorso all’interruzione di gravidanza è legittima e moralmente ineccepibile. Foss’anche la 194, poi, stata sostenuta per proteggere 1 sola donna finita a provocarsi un aborto. Quanto alla eventuale manipolazione di dati: lei dice che le relazioni annuali dell’Istituto Superiore di Sanità riportano dati sballati?
Leggerò senz’altro le sue indicazioni ed eventualmente le risponderò.
Ci tengo a segnalarle un dato: “la Fondazione “International Planned Parenthood” ha resto pubblico il proprio studio che stima in 19 milioni le donne e ragazze al mondo che rischieranno quest’anno un aborto non sicuro e in più di 70.000 il numero di coloro che moriranno di tali aborti” (Fonte: Reuters, 6 febbraio 2006). Ma forse hanno falsato anche loro questi numeri. Chissà.
Tuttavia ci tengo ad anticipare e a chiarire una possibile obiezione: non è il fatto che esistono aborti clandestini (e tutte le terribili conseguenze) che rende la possibilità di interrompere una gravidanza moralmente ammissibile. Questo elemento è un dato aggiuntivo (altrimenti potremmo spostare il ragionamento ai furti e dire: dal momento che i furti esistono (e magari hanno pure conseguenze sgradevoli per il ladri) allora legalizziamo i furti!).
Quanto al “Coscione” voglio ben augurarmi sempre per l’autorità che il sito Le accredita, che Lei sappia andare oltre un errore di scrittura tra una “e” ed una “i” e Le auguro che davvero il termine coscione, che Lei mi accredita e sicuramente ad onore della mia performance atletica, non sia anche un po’ “suo” per ragioni plastiche; a tal proposito Le basti questo per comprendere che la mia stima per l’Associazione Coscioni si esaurisce nel rispetto per la morte di Luca come essere umano e non certo per le irragionevoli posizioni su cui dice di battersi tutto lo staff ad esso legato. Peraltro, a tal ragione, Le invio il mio articolo pubblicato su un autorevole giornale a titolo “Le nuove pompe funebri del terzo millennio”, per completarLe il quadro del mio giudizio.“Ragioni plastiche”? Il “Coscione” era un po’ una burla (e le mie di cosce non c’entrano davvero nulla). Io credo che le battaglie che sono state di Luca Coscioni hanno poco di irragionevole. Quanto al suo intervento Quel marketing con obiettivo la morte (leggibile nel commento), se dovessi rispondere a tutti gli spunti non mi basterebbe l’intero finesettimana, e domani vado alla manifestazione a piazza Farnese. Perciò mi limito a qualche riflessione (lungi dall’essere una arringa difensiva di Maria Antonietta Coscioni che non credo ne abbia bisogno).
Il “protocollo d’uscita” non è una imposizione. La volontà della persona e del paziente è inviolabile. E come tale anche quando chiede qualcosa di tanto drammatico come di morire. O lei è d’accordo nell’imporre a qualcuno di vivere nonostante non voglia più?
Luca Coscioni ha rifiutato la trachetomia: rifiuto legittimo e protetto dalla Costituzione. Ognuno di noi ha la possibilità di rifiutare qualsiasi trattamento medico anche se questo rifiuto comporta la morte.
Mario Riccio ha rispettato la volontà di Welby, al contrario di quanti si sono barricati sulla sacralità della vita.
Le ricordo che l’Associazione Coscioni si batte da tempo per garantire ai malati la migliore assistenza possibile, il diritto di voto ai disabili, le tecnologie per migliorare la loro esistenza devastata da malattie terribili, l’assistenza domiciliare, le cure palliative. E si batte anche per il totale rispetto delle loro volontà.
Soffocando la libertà non si offende la vita che tanto difende? In uno scambio acceso tra il protagonista di Mare Dentro e il prete che sostiene “La libertà che elimina la vita non è libertà”, Ramòn risponde “E la vita che elimina la libertà non è vita”.
La conclusione naturale sarebbe già arrivata per i tanti malati in assenza delle tecnologie che li tengono in vita: perciò non ha molto senso invocare la “morte naturale”. Nel rispetto della vita è incluso il rispetto per la volontà oppure no?
Postato da Chiara Lalli alle 18:27 1 commenti
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mercoledì 24 gennaio 2007
Tecnologie e riforme contro la disabilità
Il 26 e 27 gennaio 2007 si svolgerà a Milano l’incontro internazionale sulla disabilità e sui rimedi che la tecnologia offre per recuperare parzialmente o totalmente la capacità di parlare o di sentire o di camminare. Una vera e propria rivoluzione digitale, come si legge nello stesso titolo del Congresso organizzato dall’Associazione Luca Coscioni, cui dovrebbe seguire anche una rivoluzione politica che promuova la libertà di parola e la possibilità di ripristinare una vita indipendente.
Le nuove tecnologie permettono di riacquistare capacità perdute: la parola, l’udito, la vista, la prensilità, la mobilità – attenuando il disagio di una vita inevitabilmente dipendente.
Le diversità territoriali rispetto all’assistenza e alla disponibilità di strumentazioni sono ancora profonde, e spesso le situazioni d’eccellenza sono determinate dalla volontà o dalla preparazione delle singole persone e non da una pianificazione razionale.
Dovrebbe essere un dovere delle Istituzioni garantire l’equità e rimuovere gli ostacoli alla disponibilità delle tecnologie per la disabilità. La politica deve investire in termini economici e culturali in uno strumento formidabile e che permette a molti cittadini di recuperare le proprie capacità compromesse.
Tecnologie e riforme contro la disabilità vuole essere il primo passo di un Congresso permanente su questi temi, un modo per avviare una rivoluzione politica fondata su una rivoluzione tecnologica.
Ci saranno tre sessioni.
La prima, “Medicina e salute”, in cui medici e operatori sanitari coinvolti con le disabilità si confronteranno con i malati sull’uso delle nuove tecnologie per la libertà di comunicazione nelle patologie più invalidanti. Ci saranno anche le Associazioni dei Pazienti.
La seconda, “Ricerca e innovazione tecnologica. Urgenza di investimenti nella ricerca sulle tecnologie contro le disabilità”, in cui si discuteranno le potenziali ricadute e i benefici per la società legati alle innovazioni tecnologiche per i disabili sia in Italia che in Europa. Verranno illustrate le innovazioni tecnologiche già esistenti e quelle del prossimo futuro.
Infine nella terza sessione “Politica e società: riforme e interventi necessari” si affronteranno le responsabilità della politica: internazionale, nazionale, regionale e locale.
Tra i partecipanti ci saranno esperti nazionali ed internazionali e rappresentanti politici. Significativa la presenza di Mina Welby, a testimonianza delle battaglie di Piergiorgio sulle libertà di parola e sulla necessità di rendere effettivi molti diritti delle persone disabili.
TECNOLOGIE E RIFORME CONTRO LA DISABILITÀ Rivoluzione digitale e politica per la libertà di parola e la vita indipendente
Leonardo Hotel, Milano, 26-27 gennaio 2007
Abstract e documenti.
Per preannunciare la propria partecipazione.
Informazioni logistiche.
venerdì 19 gennaio 2007
Mina Welby risponde a Salvatore Crisafulli
Il 14 gennaio su Il Calibano Mina Welby ha risposto a Salvatore Crisafulli. Niente da aggiungere. Soltanto che Mina è un gran donna.
Caro Salvatore,
rispondo a te o a chi la tua lettera ha scritto per te. Piergiorgio non è stato mai schiavo di nessuno, tanto meno di politici in camice bianco e in doppio petto. La sua è stata una richiesta urgente di rifiuto di un trattamento ormai non più di aiuto, bensì di tortura. La distrofia muscolare è una malattia devastante per i muscoli. Finché ha potuto ha cercato con la fisioterapia e usando gli alimenti più adatti di ricuperare i movimenti che stava perdendo. Non esistono medicine per curare questa malattia. Alla fine i medici si sono dovuti arrendere all’evidenza che non c’era più nulla da ricuperare.
La sua richiesta è stata pubblica, in quanto, si sa, che in tutta Italia viene praticato l’aiuto a morire sia negli ospedali che nelle case, ma nessuno ha il coraggio di dirlo, perché avviene spesso senza il consenso del malato, ma su richiesta dei parenti o per decisione del medico pietoso. Non credo che possiamo degradare Dio a guardiano impietoso delle sue creature. Se ha illuminato il cervello di ricercatori per inventare apparecchi salvavita, perché non credere anche nel Suo dono di muovere il cuore di un medico a essere strumento nelle Sue mani per liberare Piergiorgio dalla sua prigione di un corpo ormai devastato?
L’Associazione Luca Coscioni ha per primo scopo il ricupero integrale della persona malata e non “di delinquere per liberarsi con l’omicidio delle vite altrui, quando queste sono reputate inutili e costose per la società” come dici tu. Piergiorgio prima di battersi per la sua e altrui morte opportuna si è speso insieme a Luca Coscioni per il voto a domicilio per i disabili gravissimi intrasportabili, per il libero accesso agli strumenti per la libertà di parola e per la vita indipendente e contro le barriere culturali per ottenere i libri di nuova edizione anche in forma digitale.
Che Tu ti erga a giudice di un tuo compagno di sventura sofferente ormai deceduto, mi fa sospettare che sia tu a essere strumentalizzato a farlo per gli stessi motivi che tu imputi a Piergiorgio.
Hai scritto cose veramente disumane e vergognose. Io spero che non sia stato tu a dettarle.
Ti auguro di cuore di trovare presto giovamento dalle cure e mobilità per il tuo corpo e di ristabilirti per poter di nuovo godere a pieno la vita.
Mina Welby
Postato da Chiara Lalli alle 11:54 0 commenti
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giovedì 23 novembre 2006
Sciopero della fame
L’Associazione Luca Coscioni chiede tramite una iniziativa non violenta di sciopero della fame aperta ai cittadini che lo vorranno e rivolta al Presidente della Consiglio, ai rappresentanti istituzionali ed anche agli esponenti della comunità scientifica e del mondo medico:
1. che il Presidente del Consiglio proceda finalmente alla nomina del nuovo Comitato Nazionale di Bioetica, come previsto dalla normativa italiana e da impegni internazionali assunti dal nostro Paese. Il precedente Comitato è scaduto infatti oltre 5 mesi fa, nel giugno 2006;
2. che arrivino risposte concrete alla domanda drammaticamente urgente posta dallo stesso Welby il 22 ottobre, quando scrisse: È mia ferma decisione rinunciare alla ventilazione polmonare assistita. Staccare la spina mi porterebbe ad una agonia lunga e dolorosa. Anche una sedazione protratta nel tempo non mi garantirebbe una morte immediata senza dolore. Chiedo: è possibile che mi sia somministrata una sedazione terminale che mi permetta di poter staccare la spina senza dover soffrire?. Non avendo finora trovato nessuno disposto a dare risposta pratica, lo stesso Welby ha comunicato l’inevitabilità di una azione di disobbedienza civile, non senza aver chiesto ad alcune tra le massime cariche costituzionali di indicargli un’alternativa che non sia quella della clandestinità.
In entrambi i casi, ciò che si chiede è il rispetto della legalità – sia sul piano delle leggi dello Stato e dei principi costituzionali che su quello della deontologia professionale del medico – per l’affermazione del diritto ad una vita dignitosa, tanto per le persone quanto per le istituzioni malate del nostro Paese.Cnb/Eutanasia: Cappato “da mercoledì sciopero della fame per risposte su Welby e Comitato Nazionale Bioetica”.
Per aderire al digiuno.
Avviso ai digiunanti: lo sciopero della fame consiste – nella prassi radicale – nell’assunzione di tre cappuccini o tre spremute d’arancia al giorno a sostituzione dei pasti (si consiglia di bere acqua in quantità). Se si assumono farmaci si consiglia di consultare il proprio medico prima di iniziare il digiuno.
Postato da Chiara Lalli alle 13:39 0 commenti
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martedì 25 aprile 2006
La volontà di Eluana non importa ai medici
Al Congresso Straordinario dell’Associazione Luca Coscioni (Roma, 21-23 aprile) interviene il padre di Eluana Englaro, la ragazza costretta a sopravvivere nonostante avesse espresso in passato volontà contraria.
Il 18 gennaio 1992 si schianta in macchina contro un muro. È immediatamente soccorsa e trasportata in un ospedale attrezzato per la rianimazione. Non basta a salvarla, ma le impedisce di morire. La prognosi definitiva è: stato vegetativo permanente.
Un anno prima era successo a un suo amico. Tornata a casa aveva pregato i genitori di intervenire se fosse capitato a lei. Aveva chiesto loro di far rispettare la sua volontà. “Non lasciatemi in una situazione così, è una vita inumana!”.
Era un vero purosangue della libertà, ricorda il padre. Era impossibile per lei soltanto vedere qualcuno immobile e interamente dipendente dagli altri. Figuriamoci trovarcisi. Ma la volontà di Eluana non interessa alla medicina. Che beffa terribile!
Senza rianimazione invasiva Eluana sarebbe morta. La morte fa parte della vita; l’imposizione dall’alto di condizioni di vita estranee ad Eluana è intollerabile. Solo uno Stato etico lo fa. I genitori di Eluana non avrebbero mai immaginato che i medici avessero questo potere sulla vita altrui.
Da allora Eluana è prigioniera dei meccanismi di rianimazione e di un sistema politico autoritario.
Perché non si rispetta la volontà di Eluana? Perché le si impone una vita che altro non è che “non morte encefalica”? Un simile inferno non si può imporre a persone libere.
* Pubblicato su Il Giornale di Sardegna, 25 aprile 2006.
(foto © c.)












