martedì 6 marzo 2007

L’interruttore della vita

Lo so benissimo e per dirla con le parole di mia nonna: “Te le cerchi!”.
Vero, è quasi irresistibile. Oggi trovo questa lettera di Eraldo Ciangherotti, Presidente Centro Aiuto Vita ingauno, Vicepresidente Movimento per la Vita Liguria, Il Centro Aiuto Vita ingauno risponde alle dichiarazioni del comitato “Usciamo dal silenzio”, Il Vostro Giornale, 5 marzo 2007.

Lascio a lui l’onere di raccontarcene il pretesto.

Leggiamo con stupore le “scontate” considerazioni che il neo comitato “Usciamo dal silenzio” di Albenga ha proposto in un articolo del periodico locale “Ponente”, in merito alla Tavola rotonda del 04/02/2007 organizzata dal Centro Aiuto Vita Ingauno dal titolo: “La legge n°194/78 sulla tutela della maternità e sull’aborto: storia, applicazioni e limiti” con ospite relatore il Senatore Rocco Bottiglione. Stupore non tanto per la sostanza delle dichiarazioni, peraltro già da quaranta anni trite e ritrite di un esasperato femminismo codificato nel DNA di un simile Comitato, quanto invece per i tempi ritardati con cui arriva la sua controrisposta.
Per scivolare nel cuore del problema. È abbastanza evidente che la scelta lessicale di bambino non ancora nato rispecchi una posizione concettuale che identifica l’essere umano con la persona e che riecheggia una scelta analoga statunitense: unborn child, sostenuta (loro sono più avanzati di noi) da una legge federale che si chiama Unborn Victims of Violence Act (ove le unborn victims sono gli embrioni, non soltanto quelli aggrediti dalle interruzioni di gravidanza volontarie).
Noi del Centro di Aiuto alla Vita ingauno siamo decisamente “per la vita del bambino non ancora nato insieme alla madre” e non contro la madre e contestiamo la Legge 194/78, che ci auguriamo subisca presto una reale modifica, semplicemente perché, con l’apparente intenzione di eliminare la clandestinità onerosa degli aborti, ha istituito la legalità dell’interruzione volontaria della gravidanza con una troppo facile procedura che spesso si limita ad un certificato medico rilasciato alla madre dopo una settimana di possibile “ripensamento”, e tutto questo per garantire alla donna la libera scelta di essere madre a discapito però di un bimbo non ancora nato e soprattutto indifeso. A questo Comitato appena nato, che esce dal silenzio a scoppio ritardato, desideriamo ricordare che la biologia dimostra senza dubbi come la vita di un nuovo essere umano abbia inizio con la fusione dei gameti maschile e femminile, rispettivamente prodotti dal padre e dalla madre, e che dal momento del concepimento l’embrione umano si sviluppa mediante un processo di crescita coordinato, continuo e graduale. Il Comitato “Usciamo dal silenzio”, insieme ai Radicali italiani, all’Associazione Luca Coscione e a quanti sostengono l’aborto come un vero trionfo della donna, chiama “conquista civile” la triste soglia di aborti che annualmente procede al ritmo di 130.000 aborti procurati e che solo in Albenga ha raggiunto i circa 200 aborti solo nell’anno 2005.
Noi desideriamo ricordare in risposta che il fatto che manipolare concetti quali la vita biologica richieda una qualche cautela, spesso coincidente con una elementare informazione. Parlare di inizio della vita è abbastanza insensato (non esiste, nella vita biologica, un inizio così evidente come invece nel caso della creazione). La fusione dei gameti, come ogni processo biologico, è graduale. Sfido io chiunque a indicarmi dove (l’esatto momento in cui) il giorno sfuma nella notte. Stesso problema per la fusione dei gameti: un processo, nessun interruttore (off: non vita, on: vita). Anche se si riuscisse ad aggirare questo ostacolo, ce ne troviamo davanti un altro: la differenza tra vita biologica e vita personale e l’impossibilità di affidarsi alla biologia per dirimere la questione (filosofica, ahimè).
Non mi piace parlare a nome di qualcun altro, ma suggerirei al Ciangherotti di non liquidare in blocco il giudizio sulla legge 194 come il trionfo della donna (che si diverte a abortire con tanto di coccarde e festicciole più o meno improvvisate). La conquista civile assumerebbe altri connotati se il Ciangherotti fosse informato sui numeri delle morti e delle complicazioni implicate dalla clandestinità (forse gli verrebbero i brividi nel sapere cosa succede nei Paesi in cui non esiste una 194). Coscione, poi, sarà lei, caro Ciangherotti. Perché Luca e l’omonimo Associazione volgono al plurale: Coscioni, con la “i” finale.
È possibile per noi anche arrivare a comprendere, come dichiara il Movimento “Usciamo dal silenzio”, che le donne negli anni settanta avessero l’onesta pretesa di mettere al centro della vita sociale la maternità e che non chiedessero morte del feto ma diritti per la donna. Altrettanto però ci sembra indiscutibile che questa loro battaglia, anziché aver procurato servizi sociali alla maternità realmente utili per la donna, abbia semplicemente mantenuto e segnato il traguardo di tanti aborti praticati. Per noi invece, e ci auguriamo anche per le quattromila famiglie che riceveranno in Albenga in questi giorni il nostro giornalino trimestrale “Il Chicco di Grano”, l’immagine di Amillia Sonya Taylor, la bimba nata prematura a 21 settimane di vita intrauterina e oggi, dopo 4 mesi di incubatrice, già in condizioni di vivere a casa con la famiglia, è la testimonianza più significativa e autentica che lo sviluppo del feto è lo sviluppo di un essere umano, di una persona che resta, unica e sola, indifesa di fronte alla scelta di una donna di interrompere la gravidanza per qualunque ragione, materiale o psicologica. E nella cultura della gente fortunatamente comincia a diffondersi questa verità, che l’embrione è già un essere umano fin dal concepimento, che l’aborto di conseguenza è l’omicidio volontario di un essere umano, innocente e indifeso e che all’aborto possono essere trovate valide alternative sul piano sociale. Ecco perché applaudiamo all’iniziativa della Regione Lombardia, che nella persona del Presidente Roberto Formigoni, ha compiuto il primo passo verso il riconoscimento dell’essere persona all’embrione, istituendo e regolamentando per il feto abortito la sepoltura obbligatoria nel cimitero e non lo smaltimento assieme con i rifiuti speciali degli ospedali.
Tralascio l’avvio di questa terza parte della lettera del Ciangherotti limitandomi a ribadire che la “verità” che l’embrione è un essere umano nessuna persona ragionevole metterebbe in discussione. Ma l’omicidio riguarda le persone e non gli esseri umani. Basta ricordare al proposito che la definizione di morte celebrale permette di espiantare organi da esseri umani che non sono più persone, perché il loro sistema nervoso centrale è totalmente e irrimediabilmente distrutto. O sarebbe disposto il Ciangherotti a definire gli espianti come omicidi?
Gran bella conquista, poi, quella di attribuire personalità (giuridica e morale) all’embrione tramite la celebrazione del suo funerale! Conquista sia logica che umana.

6 commenti:

Leilani ha detto...

"O sarebbe disposto il Ciangherotti a definire gli espianti come omicidi?"

E' un'ottima domanda, non ci avevo mai pensato...

inyqua ha detto...

E' un delirio giornaliero...
Comincio a pensare che ci vorrebbe una qualche forma di organizzazione 'trasversale'....

giusy ha detto...

sono d'accordo:

http://www.uaar.it/news/2007/03/07/abortisce-per-una-malformazione-che-non-ce/

Massimo Zambelli ha detto...

La mia risposta:
http://www.orarel.it/2007/03/eppur-c-notte.html

Anonimo ha detto...

Gentilissima Signora Chiara Lalli,

leggo con grande “sollecitudine” le Sue riflessioni, frutto certamente di un approfondita conoscenza nell'ambito della scienza e di tutto quanto legato alla bioetica e allo sviluppo della vita: d’altra parte se no, non penso che la direzione del blog le consentirebbe voce in capitolo così determinante e in alcuni punti mi permetta, anche un po’ irriverente e sfacciata.
Anche io, come certamente Lei, ho fatto studi medici che ho concluso e, non soddisfatto, mi sono iscritto alla Facoltà di psicologia, che a tutt’oggi frequento e, non ancora convinto, mi sono impegnato in un Master in bioetica a Roma. Tutto per andare a fondo della “verità” che caratterizza la ragione delle mie scelte di studio.
Ecco perché intendo risponderLe con altrettanta franchezza alle obiezioni da Lei riportate:
• chiamo il feto “bimbo non ancora nato” perché tale è; apprendo da Lei con vivo interesse che anche in America ci sia una simile sensibilità, come vede non si smette mai di imparare, ma ciò non toglie che la mia scelta lessicale sia appropriata e dimostrata da un dato scientifico: quel feto non è ancora nato ma potrebbe nascere prematuro rispetto ai nove mesi (si veda la nascita di Amillia Sonya Taylor a 21 settimane di gestazione) e quindi quel feto è degno di essere chiamato al di là degli aspetti emotivi, un bimbo non ancora nato, nel senso, ben si intende, che nascerà.
• La fusione dei gameti lei dice che è graduale? Beh prendiamoci assieme l’impegno di ricercare su un testo di Embriologia il significato della “gradualità” e comprenderemo forse che il concepimento di un bimbo non ancora nato è rappresentato da un meccanismo che incomincia dall’incontro delle due cellule sessuali e il tutto in maniera progressiva, continua e coordinata procede fino alla fine della gestazione. Quanto alla differenza tra la vita biologica e quella personale la sua tesi quanto la mia possono essere attaccate e controbattute, noi preferiamo lasciare l’ultima parola alla coscienza della Ragione per arrivare alla verità, senza falsi pregiudizi ideologici. La legge n°194/78 è il trionfo della donna, non certo dell’uomo o della coppia, e di questo me ne dispiaccio perché ho sempre apprezzato nell’altro sesso tante qualità tra le quali il dono assoluto, e non relativo, della maternità come una prerogativa squisitamente femminile! Ogni volta che viene attaccata l’applicazione di questa legge, la prima voce che “esce dal silenzio” è quella certa “femminista” che dopo il ‘68 ha cominciato la sua battaglia per la “libertà” attraverso l’aborto legalizzato. Vada a rileggersi tutti i fascicoli inerenti la presentazione del disegno legge del 1978 e troverà che questa goliardica visione dell’ ”utero è mio e lo gestisco io” ha trovato ampia applicazione nella legalizzazione dell’aborto. Quanto ai numeri di aborti praticati in clandestinità, al nostro Convegno nella 29a Giornata per la Vita, è stato ampiamente dimostrato quanto i dati all’epoca inerenti le statistiche fossero falsificati e falsati in maniera inaccettabile oggi, quasi da farci convincere che gli Italiani si siano lasciati motivare nella scelta referendaria dai tanti zeri incolonnati, come fossero il temibile spauracchio della finanziaria di governo; se non crede a me, si metta in contatto con il Giudice Pino Morandini, che ha tenuto il suo discorso su questo argomento in maniera schietta e senza controbattute da nessuno in sala.
• Quanto al “Coscione” voglio ben augurarmi sempre per l’autorità che il sito Le accredita, che Lei sappia andare oltre un errore di scrittura tra una “e” ed una “i” e Le auguro che davvero il termine coscione, che Lei mi accredita e sicuramente ad onore della mia performance atletica, non sia anche un po’ “suo” per ragioni plastiche; a tal proposito Le basti questo per comprendere che la mia stima per l’Associazione Coscioni si esaurisce nel rispetto per la morte di Luca come essere umano e non certo per le irragionevoli posizioni su cui dice di battersi tutto lo staff ad esso legato. Peraltro, a tal ragione, Le invio il mio articolo pubblicato su un autorevole giornale a titolo “Le nuove pompe funebri del terzo millennio”, per completarLe il quadro del mio giudizio.
• Infine per quanto riguarda la tesi aborto = omicidio di un essere persona, la morte del bimbo all’Ospedale Careggi di Firenze nato dall’aborto terapeutico di una “madre” aiuterà tutti a capire che la madre è direttamente responsabile e causa della morte di un bimbo non ancora nato. Ma chiaramente si uscirà dal silenzio per chiedere che vengano affinate ancora di più le tecniche chirurgico - farmacologiche per un aborto realmente efficace e libero .


Cordiali saluti

Eraldo Ciangherotti
Centro Aiuto-Vita ingauno
Albenga





Quel marketing
con obiettivo la morte.
Maria Antonietta Coscioni va in giro per l’Italia a trovare clienti, tra i malati, da convincere per assicurare loro, in nome della libertà, un “protocollo di uscita” davvero mozzafiato. Questa donna dice nell’ultimo anno di essere stata colpita da avvenimenti di grande significato emotivo, la morte del marito Luca Coscioni che ha rifiutato la tracheotomia per dire basta alla vita, la nomina a Presidente dei Radicali italiani al fianco della “coppia di fatto” Pannella-Bonino, infine gli ultimi 88 giorni di vita di Pier Giorgio Welby, prima che il Dottor Marco Riccio ne causasse volontariamente e deliberatamente la morte. Adesso eccola arrivare a Genova gridando subito “una legge per l’eutanasia”. Ci prende in giro la Signora di 36 anni, bella e volitiva, perché non vuole dire che ai Radicali della vita dell’uno piuttosto che dell’altro malato non interessa nulla se non l’usarli per ottenere la legalizzazione di un diritto a morire che mai potrà diventare tale. Perché in Italia ad un diritto che viene concesso corrisponde sempre un dovere da parte delle Istituzioni di garantirlo, e grazie a dio, nessuno può specializzarsi in medicina per somministrare la morte. D’accordo con il Cardinale Martini laddove sottolinea che l’accanimento terapeutico è la terapia sproporzionata rispetto alla condizione del malato, ma l’eutanasia resta un omicidio. La grande vedova che gira anche come conferenziera ci vuole convincere che l’eutanasia sia una via di uscita dalla sofferenza, ma, in nome del diritto alla libertà, si vuole annullare il fondamento stesso della libertà, che è la vita. Resta la strada delle cure palliative e delle terapie del dolore, oggi molto avanzate, ma di cui non si come mai, la Signora Coscioni e tutto il suo staff non fanno cenno alcuno. Probabilmente la gestione della morte è più interessante della gestione della vita. Non ci sono, è vero, solo le sofferenze fisiche ma anche quelle psichiche ed emotive alle quali dobbiamo cercare di trovare risoluzione senza cedere alla tentazione della morte. Dare un senso al tempo della morte non vuol dire né praticare l’eutanasia né eccedere nell’accanimento terapeutico. La vita non deve essere allungata e neppure ridotta, deve solo essere rispettata come un bene di cui ciascuno gode fino alla sua naturale conclusione.
Forum di Giovedì 25/01/2007

Chiara Lalli ha detto...

Ho risposto qui:
http://bioetiche.blogspot.com/2007/03/linterruttore-della-vita-2.html