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venerdì 26 settembre 2014

Cugini sotto attacco

Alfredo Mantovano richiama l’attenzione su una tragica conseguenza della nuova legge sul doppio cognome, finora sfuggita all’attenzione dei commentatori («Doppio cognome, un colpo in più all’unità familiare», La Nuova Bussola Quotidiana, 26 settembre 2014):

La diversità di cognomi sarà […] probabile per cugini di ramo paterno, dal momento che il figlio cui è stato attribuito il doppio cognome può trasmetterne al proprio figlio solo uno, a scelta, ovviamente prescindendo dalle opzioni del proprio fratello.
Anche se per la precisione la legge andrà a colpire solo i cugini paterni figli di fratelli maschi (i cugini paterni figli di sorelle hanno già oggi cognomi differenti, come i cugini materni), non si può sottostimare l’entità della catastrofe che sta per colpire in questo modo la famiglia (allargata) italiana: il caos che ne risulterà – tremo solo a pensarci: cugini paterni con cognomi diversi! – porterà sicuramente a un picco di matrimoni tra consanguinei, all’incesto generalizzato (anche i fratelli potranno avere cognomi differenti!), all’approvazione del matrimonio gay e in seguito del matrimonio con i propri animali domestici, e infine al crollo della civiltà giudaico-cristiana e al trionfo dell’ISIS in Italia.

Si confermano insomma i sospetti di un altro autorevolissimo commentatore:

L’unica speranza ormai è che Mario Adinolfi voglia aggiungere quanto prima un seguito all’opera sua più fortunata, come nuovo argine alla barbarie laicista. Il titolo è già pronto: Voglio i cuginetti.

venerdì 7 agosto 2009

Guzzanti non ha tutti i torti, ma io do ragione alla Carfagna

Va bene, lo confesso subito: l’argomento di questo post non è per niente (o quasi per niente) quello che vi aspettavate che fosse dopo aver letto il titolo. Ma quest’ultimo, lo giuro, è pertinente, come converrete anche voi alla fine.

Tutto inizia dall’articolo di Paolo Guzzanti, comparso sul numero in edicola di Panorama (12 agosto 2009, p. 73), a proposito della legge del doppio cognome. Già dal titolo, «Una legge inutile e furbastra», è evidente cosa pensa Guzzanti di questa innovazione; ed ecco le sue ragioni:

Che trovata, che modernità: un ritorno all’antico costume spagnolo di appiccicare il cognome della madre a quello del padre […]. La notizia è attendibile: dopo un accurato inciucio, l’Italia si prepara a varare una legge politically correct che, d’ufficio e senza opzioni di scelta, applicherà a ogni bambino il cognome della madre accanto a quello del padre. Conseguenza: quando la signorina Maria Rossi si sposerà con il signor Mario Bianchi, metterà al mondo un piccolo Giuseppe Rossi Bianchi il quale poi, caduto nelle pene d’amore per Albertina Verdi Colombo, metterà al mondo con lei Gian Marco Rossi Bianchi Verdi Colombo e così via. Questo scherzo potrà durare un paio di generazioni e poi ci vorrà un’altra legge per tornare come prima o magari assumere la matrilinearità o il sorteggio dei cognomi per i neonati insieme ai numeri del lotto.
In effetti, sulla stessa pagina di Panorama un altro articolo ci informa che la decisione sarebbe stata già presa, e che «non sarà una facoltà [cioè non sarà facoltativo, ma bensì obbligatorio] assumere i cognomi di entrambi i genitori. Una riforma che si limitasse ad attribuire la semplice facoltà difficilmente produrrebbe effetti concreti». Decisione infelice, sia perché inutilmente paternalistica – siamo così sicuri che gli italiani non adotterebbero con favore il doppio cognome? – sia perché potrebbero esserci ottime ragioni a indurre dei genitori, di comune accordo, a chiamare i figli con uno soltanto dei loro cognomi. (Per quanto riguarda invece la moltiplicazione dei cognomi temuta da Guzzanti, mi sembra difficile che la commissione che si sta occupando della questione non ci abbia pensato e non abbia ideato qualche semplicissima contromisura.)
Guzzanti, a quanto sembra, non gradirebbe comunque neppure una legge che lasciasse la più ampia libertà di scelta:
È una legge furbastra, quella del doppio cognome destinato a moltiplicarsi per quattro, otto, sedici, trentadue, fino all’intero elenco del telefono perché, in un momento in cui il femminismo è morto, si costruisce sulla sua tomba la finzione di uno Stato delle false pari opportunità che compensa con metrate, chilometrate di inutili cognomi le donne devastate dall’uso mercantile del loro sesso […].
Ora, che una misura di questo genere non possa neanche lontanamente sostituire la costruzione di un’uguaglianza sostanziale fra i sessi è pacifico; ma questo non autorizza il benaltrismo di Guzzanti. Io ho un metodo empirico per valutare la possibilità delle misure politically correct – che contrariamente a quanto si pensa, non sono sempre inutili e ridicole – di incidere concretamente sul costume: leggo cosa ne pensa la parte più retriva della società e della politica. Se l’opposizione a un provvedimento è isterica e apocalittica, allora quella misura tocca qualche interesse, anche solo simbolico, e non risulterà probabilmente del tutto inutile. Ebbene, il doppio cognome ha appunto suscitato reazioni di quel tipo: si veda cosa ne hanno detto in passato Luca Volontè, Marcello Pera e tanti altri.

Quella che ci vuole è dunque una legge semplice, non burocratica, che lasci la più ampia libertà, e su cui possibilmente non si debba perdere troppo tempo. Dobbiamo scrivercela da soli? Non è detto; di proposte in materia ne sono state presentate tante in Parlamento. Diamo un’occhiata. Troviamo alcune mostruosità normative (diffusissima, per esempio, la stramba ossessione di porre comunque al primo posto il cognome paterno), ma anche proposte di buon senso. Nelle due ultime legislature – non sono risalito più in là – mi pare che la proposta migliore sia il ddl C. 1551 della XV legislatura, «Disposizioni in materia di attribuzione del cognome ai figli», presentato alla Camera il 1 agosto 2008, e avente come primi firmatari l’On. Maria Rosaria Carfagna e l’On. Enrico La Loggia (sì, sono sorpreso anch’io). Consta di un solo articolo in cinque commi:
  1. L’ufficiale dello stato civile, sentiti i genitori, attribuisce al figlio all’atto della nascita il cognome del padre, ovvero il cognome della madre, ovvero entrambi i cognomi nell’ordine determinato di comune accordo tra i genitori stessi.
  2. In caso di mancato accordo tra i genitori, l’ufficiale dello stato civile attribuisce al figlio all’atto della nascita i cognomi di entrambi i genitori in ordine alfabetico.
  3. Ai figli successivi al primo, generati dai medesimi genitori, l’ufficiale dello stato civile attribuisce d’ufficio lo stesso cognome attribuito al primo figlio.
  4. Il cittadino cui siano attribuiti i cognomi di entrambi i genitori può trasmetterne al figlio soltanto uno, a propria scelta.
(Ometto il quinto comma, che si occupa del cittadino maggiorenne che vuole cambiare cognome.)
È quasi perfetto – evita pure la crescita esponenziale dei cognomi nelle future generazioni. Manca solo quello che potremmo chiamare l’emendamento Regalzi, che modifica il quarto comma in questo modo, tanto per coprire proprio tutti i casi: «Il cittadino cui siano stati attribuiti due cognomi può trasmetterne al figlio soltanto uno, a propria scelta; può trasmetterli entrambi solo nel caso in cui l’altro genitore rinunci a trasmettere il proprio».

Lo so: sarebbe meglio avere un paese senza doppio cognome, ma dove in compenso le donne che fanno carriera – fino alle più alte posizioni – non fossero troppo spesso quelle che hanno elargito favori sessuali a uomini potenti. So anche che si potrebbe fare qualche amara ironia su quel disegno di legge e su chi l’ha firmato. Ma siamo proprio sicuri che rinunciando all’uguaglianza nelle piccole cose si affretti l’uguaglianza in quelle grandi?

venerdì 26 settembre 2008

Attenti, arriva il cognonismo femmineo!

Il beniamino di Bioetica, l’onorevole Luca Volontè, non poteva certo lasciarsi sfuggire il recente pronunciamento della Cassazione in favore dell’adozione del cognome materno accanto a quello paterno; eccolo dunque prodursi in un intervento sul tema, per la gioia dei suoi fan («Col cognome materno gli alberi genealogici diverranno cespugli», Libero, 25 settembre 2008, p. 23), da cui riportiamo un significativo excerptum:

Oltre ad essere un ossequioso cedimento della paternità all’assolutismo della maternità, il “cognonismo femmineo” consente di distruggere definitivamente, ben più che divorzi, separazioni e “scambismo di fatto”. Il pronipote non conoscerà più il nonno, si perderà ogni albero genealogico e le più grandi querce familiari si ridurranno a piccolissimi cespugli.
Confesso di non essere riuscito a capire bene in che modo dare dignità al cognome materno dovrebbe portare all’oblio dei propri nonni: io sono in grado di recitare i nomi di tutti e quattro i miei nonni, anche se solo uno aveva il mio stesso cognome (e lo stesso vale, con qualche sforzo aggiuntivo di memoria, per i miei otto bisnonni); e comunque, nell’ipotesi, portare un doppio cognome dovrebbe portare in realtà a un raddoppio della memoria. Mah. Però «cognonismo femmineo» rimane – si converrà – una definizione geniale, e Luca Volontè si candida ad essere il rappresentante più illustre di quello che potremmo chiamare «cognonismo virile» – o di qualcosa che suona quasi identico a questo.

venerdì 1 giugno 2007

Pera e le parole

Marcello Pera argomenta contro il disegno di legge che vorrebbe introdurre la possibilità per i genitori di decidere che cognome dare ai propri figli (del padre, della madre o di entrambi); disegno di legge che è stato proprio in questi giorni rimandato alla Commissione Giustizia del Senato, per l’impossibilità di trovare un ampio accordo per l’approvazione in aula («La famiglia scivola sulle parole», La Stampa, 31 maggio 2007):

se si introduce il cognome doppio e se ne affida la trasmissione alla discrezionalità dei singoli, si rischia di violare il principio dell’unità e unilinearità della sostanza familiare. Se il nome della famiglia è duale, è duale anche la famiglia? Se il nome allude alla cosa o la denota – e questo è il caso nostro, ché altrimenti non si sarebbe posto il problema – allora il nome duale sembra alludere proprio a una cosa duale o denotarla. Ma una famiglia duale, a maggior ragione se di volta in volta denominata a discrezione, non è più come un embrione e forse non è più una famiglia: sono due individui sommati, ciascuno col proprio nome, non una singola entità fusa, col suo singolo nome, anche se doppio. Nomi e simboli possono avere, e spesso hanno, conseguenze sostanziali anche non intenzionali e la legge del doppio cognome, dopo quella, tentata, dei Dico, potrebbe diventare proprio il primo passo per toccare la sostanza della famiglia. Il secondo passo consisterebbe nel dire che i diritti della famiglia sono solo quelli dei suoi membri. Il terzo e ultimo passo sarebbe che la famiglia non esiste, ma esiste solo l’unione. «Rossi e Bianchi, sposi» come «Rossi & Bianchi, mercerie, snc». Arriveremo lì?
A dire il vero, una legge che non impone obblighi di sorta ma lascia liberi i coniugi di scegliere (nei limiti del ragionevole) il cognome che preferiscono dare ai figli, non sembrerebbe avere tutte le temibili conseguenze che Pera paventa; e in ogni caso, il significato simbolico del doppio cognome parrebbe, più pacatamente, quello di riconoscere anche formalmente l’uguaglianza dei coniugi, da tempo sancita dal codice. Piuttosto – dato che suppongo che Pera, anche se non lo dice esplicitamente, sia a favore dello statu quo – si potrebbe applicare il suo stesso argomento all’imposizione del solo cognome paterno: «una famiglia monadica, a maggior ragione se di volta in volta denominata per imperio, non è più come un embrione e forse non è più una famiglia: è un individuo solo, col suo proprio nome, non una singola entità fusa, col suo singolo nome, anche se doppio» (curiosamente, le parole finali, rimaste identiche, si adattano meglio a questa derivazione che all’argomento originale). Temo che la cosa suoni come una descrizione del più bieco patriarcato; ma forse è proprio quello che auspica Pera...

Aggiornamento: risponde a Pera Chiara Saraceno, sullo stesso giornale («Sul doppio cognome Pera sbaglia», La Stampa, 4 giugno 2007, p. 39).

venerdì 19 gennaio 2007

L’Italia col doppio cognome

A ben vedere, persino nella piccola vicenda del disegno di legge sul doppio cognome (appena approvato dalla Commissione Giustizia del Senato) si ritrova il classico «spaccato del paese». C’è, innanzitutto, l’Italia che ritrova ogni tanto il coraggio di essere liberale, e che ha prodotto una proposta di norma civile e razionale. C’è l’Italia di sinistra e del cattolicesimo di sinistra, che col ministro Bindi non riesce a fidarsi dei suoi concittadini, che conosce poco e male, e pretende – fortunatamente senza successo, per ora, com’era anche l’auspicio di Bioetica – di rendere obbligatoria la pratica per impedire «che si continui a dare la preferenza al cognome paterno» (il pronostico più ovvio è quello opposto: la stragrande maggioranza delle coppie opterà senza problemi per il doppio cognome). C’è l’Italia epilettica dell’integralismo cattolico, comica sibilla cui ogni vibrazione delle sacre «radici» manda la schiuma alla bocca, e che anche da questo piccolo, quasi banale passo avanti non sa cogliere che presagi di rovina: «ulteriore banalizzazione dei legami famigliari» per Avvenire, «annullare tutto ciò che, con riferimento alla famiglia, ha storia e radici» per Alfredo Mantovano, «tensioni ed incomprensioni [che] può suscitare lo sconvolgimento futile e gratuito di una tradizione secolare» per Carlo Giovanardi, «sconvolgimento totale della tradizione secolare italiana, perché si distrugge anche la certezza di quale sarà il cognome con il quale nascerà il proprio figlio» per Francesco D’Onofrio, «fonte di disordine e disprezzo del sistema della parentela» per Rocco Buttiglione – manca, ma solo per il momento, la dichiarazione del beniamino di Bioetica. C’è l’Italia dei giornalisti che tirano via, per «non far notte», come Sebastiano Messina (e una schiera di altri), e ricorrono ai luoghi comuni mummificati dell’antropologia delle vignette della Settimana Enigmistica, con coppie che non aspetterebbero altro che mettersi a litigare su quale cognome andrà per primo. E l’Italia dei miserabili che si vendono ai quotidiani della destra peggiore, e che sul Giornale si inventano progressioni geometriche di 16-32-64 cognomi per le future generazioni (l’art. 2 del disegno di legge recita chiaramente «Il figlio a cui sia attribuito il cognome di entrambi i genitori può trasmetterne al proprio figlio soltanto uno, a sua scelta»), mentre su Libero aggiungono come spauracchio che «per la prima volta ci saranno dei fratelli con cognomi diversi» (il comma precedente dello stesso art. 2 afferma «Ai figli comuni successivi al primo, anche se nato prima del matrimonio, è attribuito lo stesso cognome attribuito al primo») – il pubblico è di bocca buona, e ingoia ogni liquame che gli si cacci in gola. Non nomino gli autori, con ciò dando il mio piccolo contributo a che nomi e cognomi siano dimenticati – giusto contrappasso – il più presto possibile.

venerdì 8 dicembre 2006

Doppio cognome, doppio danno?

La Commissione per l’analisi della normativa in materia di relazioni giuridiche familiari, istituita dal Ministro delle politiche per la famiglia, Rosy Bindi, ha predisposto un disegno di legge governativo, in cui fra l’altro si prevede che ai figli di una coppia venga imposto il doppio cognome, paterno e materno, nell’ordine che sceglieranno i genitori e che dovrà valere per tutti i figli (Marina Cavallieri, «Doppio cognome, via libera anche in Italia», La Repubblica, 8 dicembre 2006, p. 4; si legga anche il comunicato stampa del Ministero).
Non è chiaro se il doppio cognome sarà obbligatorio (nel caso di cognomi ridicoli o comunque imbarazzanti sarebbe probabilmente meglio che non lo fosse). Una cosa chiara, invece, è che i figli dovranno trasferire a loro volta ai propri figli il primo dei cognomi. Questa norma appare al tempo stesso inutile (perché mai tutti i nipoti di una data coppia dovrebbero avere uno dei loro due cognomi identico?) e doppiamente dannosa: si crea un motivo di tensione fra i genitori, che al momento di scegliere l’ordine dei cognomi saranno obbligati a scegliere qual è quello più ‘importante’ che passerà ai nipoti, e si sottrae ai figli la libertà di decidere quale dei loro due cognomi trasmettere. Speriamo che il Parlamento elimini questo piccolo neo da una norma per il resto sacrosanta e da tempo dovuta.