sabato 31 luglio 2010

Se abortire diventa impossibile

L’Espresso pubblica sul numero in edicola una bella inchiesta di Assunta Sarlo e Caterina Visco, dal titolo eloquente: «Sarà sempre più difficile abortire» (5 agosto 2010, pp. 68-70). Ma non ci sono solo ombre:

Schedare le donne che chiedono di interrompere la gravidanza e farle passare attraverso numerosi colloqui. Con il preciso e dichiarato intento di dissuaderle più di quanto non faccia già oggi l’obiezione di coscienza nei presidi pubblici che nel Lazio tocca la cifra record dell’85,6 per cento. È quanto potrebbe accadere se dovesse essere approvata la proposta di legge regionale di riforma dei consultori presentata dall’assessore Olimpia Tarzia, già presidente del Movimento per la Vita. Mentre è una certezza, dall’altra parte dell’Italia, il diktat del governatore Vendola che, con la delibera regionale 735, prevede che nei consultori possano essere assunti soltanto medici non obiettori. Due scelte opposte, specchio delle due Italie: una dove tentare di interrompere una gravidanza è un percorso a ostacoli messi in fila per devastare l’anima delle donne costrette a questa drammatica scelta, e un’altra dove, pur nella difficolta di far funzionare il servizio sanitario nazionale, si rispetta la legge e si cerca di rispettare il doloroso diritto che essa garantisce.
La legge regionale voluta dalla giunta di Renata Polverini impone alle donne un percorso obbligato: in prima istanza intende far «riflettere la donna e la coppia sul valore primario della vita, della maternità, e della tutela del figlio concepito», poi propone un possibile (ma non certo) sostegno economico da parte della regione per i primi cinque anni di vita del bambino o suggerisce di metterlo al mondo per poi darlo in adozione e affidamento. Se, passate queste forche caudine, la donna decide comunque di interrompere la gravidanza, l’intero iter viene “verbalizzato”. Non solo. La proposta prevede anche il libero accesso ai consultori delle associazioni di volontariato in difesa della vita e la parificazione (anche sul piano dei finanziamenti) tra consultori privati non a scopo di lucro e quelli pubblici.
Interessante – e desolante – la scheda sulle donne costrette ad andare ad abortire all’estero:
È ricominciato come negli anni Sessanta. Prima della 194 in molte andavano a interrompere una gravidanza in un paese straniero perché in Italia era reato. Oggi ci vanno perché nel nostro Paese la legge non è applicata con regolarità e con il rispetto della dignità e dei diritti della paziente.
Vanno in Spagna, Inghilterra, Olanda, Francia. Ma anche in Svizzera: gli ultimi dati diffusi dal Canton Ticino dicono che un aborto su tre è effettuato su una paziente italiana. In Inghilterra nel 2009 ne sono arrivate quasi 200, secondo i dati forniti dal Department of Health. In Spagna molte di più perché molti sono i vantaggi: quasi in tutte le cliniche c’è qualcuno che parla italiano e si può abortire a un prezzo relativamenle contenuto (dai 300-400 euro per aborto con anestesia locale ai 400-500 e più in anestesia totale). Pagano anche le cittadine spagnole (se il concepimento non è frutto di un reato di qualche tipo), ma sono previste riduzioni di costi per le donne disoccupate e le meno abbienti e ci sono cliniche che coprono fino al 100 per cento dei costi di intervento. Ma perché si parte se l’aborto non è più reato? «Succede spesso che le donne denuncino gravi ritardi o addirittura veri e propri maltrattamenti psicologici a cui vengono sottoposte negli ospedali italiani per mancanza o poca professionalità del personale obiettore», rispondono all’associazione Women on Web, organizzazione non governativa senza scopi dl lucro che sostiene le donne che devono abortire.
Da leggere tutto.

lunedì 26 luglio 2010

Ho maggiore pietà per un sacerdote pedofilo che che per un prete gay

Bruno Volpe e il suo Pontifex sono noti per essere tra i peggiori rappresentanti della peggiore religione (sarebbe bene tenere a mente la radice etimologica).
Ma ogni tanto raggiungono vette inimmaginabili forse anche dai loro stessi ammiratori - ammesso che ne abbiano, ma temiano di sì.
Già il titolo basterebbe. Il Volpe è talmente coinvolto emotivamente che gli scappano due che: capita di balbettare quando si è presi da una discussione che ci accalora.
Dicevamo che il titolo basterebbe, eppure le dichiarazioni di tale monsignor Serafino Sprovieri, Vescovo Emerito di Benevento (tutto maiuscolo per il Volpe adorante) riportate con orgoglio meritano la nostra attenzione.
Eccellenza afferma

Costoro [i gay, manco a dirlo] con la loro vita dissoluta e depravata infangano la chiesa, sembrano inseriti in una mentalità pagana e volgare che tollera ed ammicca a queste perversioni, a queste anormalità. I gay che ostentano ...
... la loro diversità e la mettono in pratica, sono perversi, una cosa oscena, la Bibbia é chiara, non ammette repliche: la pratica della omosessualità é una vergogna, causa di esclusione dal Regno dei Cieli e motivo di allontanamento da Dio, motivo per il quale queste cose, a costo di passare per vecchi, superati, retrogradi, vanno dette e denunciate con vigore.
[...] sacerdozio ministeriale e omosessualità non possono coesistere, un gay non ha la mentalità equilibrata, stabile e limpida per poter esercitare questo ministero sacramentale con le carte in regola, motivo per il quale bisognerebbe stare attenti a chi fare entrare nei seminari. Coloro che hanno tendenze gay devono rimanere a casa e non infiltrarsi nei ranghi del clero.
Evviva Pontifex. Finalmente una parola chiara sul peggiore scandalo di questi tempi, una vera e propria offesa per la chiesa, integgerrima paladina di giustizia e umanità.
Qualcuno ha nominato le vittime? A parte la legge naturale e il diritto canonico pare non ci siano vittime. Somiglia tanto allo stupro come delitto contro la morale.

domenica 18 luglio 2010

È stupro?

Da K.L. Kirchner et al., «Sexuality and a Severely Brain-Injured Spouse», The Hastings Center Report 40, n. 3 (2010), pp. 14-16:

Z. è una donna di 29 anni che ha subito una grave lesione al cervello cinque anni fa, quando è stata investita da una macchina guidata da un ubriaco. Ci sono voluti sei mesi perché si riprendesse, trascorsi tra ospedale e centro di riabilitazione. Da quando è stata dimessa dal centro, ha vissuto a casa con il proprio marito e con i due figli gemelli di quattro anni. Z è incapace di parlare, dipende totalmente dagli altri per i suoi movimenti e per la cura del corpo, è incontinente ed è alimentata con una sonda. Benché sia vigile e capace di reagire a stimoli visivi, sonori e tattili, Z è chiaramente incapace di prendere parte alle più semplici decisioni. È bisognosa di assistenza 24 ore al giorno.
Qualche mese fa, Z ha sofferto di dolori all’addome, e il suo medico ha scoperto che era incinta. La gravidanza è stata interrotta dopo che i medici si sono consultati e hanno stabilito che proseguirla avrebbe compromesso la salute della paziente. I genitori di Z sono morti, ma i suoi due fratelli maggiori hanno accusato il signor Z di stupro. Hanno contattato la polizia del luogo chiedendo di presentare accuse di natura penale e hanno ingaggiato un avvocato per avviare la procedura per ottenere la custodia. A causa dei gravi deficit cognitivi della sorella, non credono che Z possa in alcun modo avere chiara cognizione di ciò che le accade e ritengono che ogni contatto di natura sessuale con una donna in stato di minima coscienza sia inappropriato. Pensano che il signor Z abbia commesso una violenza e che la sua prospettiva sia egoistica.
Il signor Z è fermissimo nell’affermare che sua moglie avrebbe voluto mantenere rapporti fisici con lui e che ciò che succede nella privacy della loro stanza da letto non dovrebbe riguardare né i tribunali né la polizia. Come prova della sua fedeltà ai propri voti matrimoniali adduce il fatto di non avere divorziato dalla moglie quando è divenuta disabile; afferma di amarla ancora e di trovarla ancora attraente.
L’ufficio incaricato di assegnare la custodia sta esaminando il caso per conto del giudice e ha chiesto a vari consulenti di dare le proprie opinioni sulle seguenti questioni: l’incapacità di Z di fornire il proprio consenso ai rapporti sessuali anulla il diritto alla privacy coniugale invocato dal signor Z? La relazione sessuale di Z col marito precedente all’incidente costituisce una prova chiara e convincente che Z avrebbe voluto che il proprio compagno continuasse quella relazione, anche se lei stessa non vi partecipa ormai che passivamente? Z dovrebbe rimanere con suo marito, o bisognerebbe permettere ai fratelli di allontanarla dalla sua casa?
Un caso interessante, ma di difficile soluzione (anche se ciò non vuol dire che non si possano avere in proposito radicate intuizioni morali). L’articolo che lo riporta offre anche i commenti di alcune studiose di diritto e di bioetica.

(Grazie per la segnalazione a Fabrizio Fiacco.)

Grazie


Stasera alle 21.30 ci sarà la presentazione di Grazie di Riccardo Staglianò. Ci sarà Antonio Pascale e ci sarò anche io.
Spazio Rinascita, a Caracalla.

sabato 17 luglio 2010

Married to the Mob


Alexander Stille per Foreign Policy, 16 luglio 2010. Comincia così:

On July 13, Italian police arrested more than 300 members of the 'Ndrangheta mafia syndicate -- one of the largest crackdowns on organized crime in the country's history. The vast scale of the operation -- with some 3,000 police agents carrying out 305 arrests, conducting 55 searches, and seizing criminal assets worth an estimated $75 million -- is testimony to an extremely well-coordinated police investigation operating simultaneously in northern and southern Italy.

Every few years after a major mafia crackdown, the American press tends to trumpet a crucial turnabout in the war against organized crime in Italy. But the truth is, the high number of arrests is also an indication of the growth and pervasiveness of one of Italy's strongest and least well-known crime groups. One hundred and sixty of the arrests took place in Milan, the financial capital of northern Italy, where the 'Ndrangheta is believed to have 500 affiliates. Less known than Sicily's Cosa Nostra and the Camorra, the Neapolitan equivalent of the mafia, the 'Ndrangheta has remained much more elusive. According to the Italian think tank Eurispes, it is also one of the wealthiest of Italy's organized crime groups, accounting for about 50 billion euros a year, about half of it from illegal drugs. (Eurispes estimates that organized crime accounts for about 9 percent of Italy's GDP, and the 'Ndrangeta accounts for about a third of that.)

The recent blitz carried out in Italy appears to be a genuine accomplishment and not merely a public relations exercise. In more than two years of patient investigations, police and prosecutors have gathered a staggering amount of evidence -- reportedly 64,000 hours of videotape and more than 1 million phone conversations.

martedì 13 luglio 2010

Tu chiamalo, se vuoi, ricovero coatto

Suonano come monito alle Regioni le linee guida per la pillola abortiva da ieri sul tavolo di assessorati e governatori. Il sottosegretario al ministero della Salute, Eugenia Roccella, è stata chiara: «Rispettiamo l’autonomia delle amministrazioni. Noi segnaliamo però che chi dovesse applicare protocolli clinici che ammettono le dimissioni volontarie della donna dopo l’assunzione della prima pillola vanno incontro a irregolarità».
«ABORTO A DOMICILIO» - Il messaggio non può essere interpretato che come un richiamo. Il timore di fondo, infatti, è «lo scivolamento verso l’aborto a domicilio». Dunque l’impegno delle Asl dovrebbe essere quello di seguire le indicazioni del documento dove viene ribadito un principio: la Ru486 ha lo stesso livello di sicurezza dell’aborto chirurgico se viene somministrata in ospedale, in regime di ricovero ordinario (tre giorni) e sotto controllo sanitario, in accordo con la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.
Continua qui.

venerdì 9 luglio 2010

Il bambino della Provvidenza

Ci sono argomenti talmente logori e inefficaci, che uno quasi si vergogna di rispondere con i soliti contro-argomenti, classici e definitivi, ripetuti mille e mille volte (ma a quanto pare invano). Però a volte chi ti propone il vecchio luogo comune lo fa con tale goffagine da rispondersi quasi da solo; e chi replica ha solo il compito di accompagnare in porta l’autogol.
Prendiamo Vincenzo Arnone, che segnala su AvvenireE quelle “stelline” mai nate scrivono alle loro mammine», 8 luglio, p. 28) il libro di Enzo Di Natali, Cinque milioni di stelline spente. Lettere di un bambino mai nato alla sua mammina (Sanfilippo, 2008): un titolo che è tutto un programma. Scrive Arnone (non so se riprendendo il testo di Di Natali):

Queste Lettere di un bambino mai nato alla sua mammina sono come cinque milioni di stelline spente, ovvero cinque milioni di bambini ai quali è stato impedito di nascere in questi ultimi anni. Cinque milioni di bambini tra cui avrebbe potuto esserci il bambino della Provvidenza mandato a lenire le sofferenze degli uomini; cinque milioni di stelline che mancano nel cielo oscuro del nostro Paese.
Il Bambino della Provvidenza, da grande, sarebbe diventato evidentemente l’Uomo della Provvidenza; e allora forse non c’è nulla di cui lamentarsi...

domenica 4 luglio 2010

Fossi il crocifisso mi sentirei dolorosamente offeso

Il MEDIC, Movimento Etico per la Difesa Internazionale del Crocifisso, si è presentato al mondo in una conferenza stampa organizzata lo scorso 2 luglio, seppure pare nato un anno fa.
Presenti (copio da qui): il Senatore Giulio Andreotti con il Segretario Generale del Medic, l’Architetto Roberto Mezzaroma, il Presidente onorario, la Duchessa d’Aosta Silvia Paternò, lo psichiatra e politico italiano, Prof. Alessandro Meluzzi, il sacerdote don Walter Trovato, Gaetano Sottile della Chiesa Evangelica, Alberto Piperno, membro della Comunità Ebraica di Roma, nonché Presidente del Comitato “Memoria Dialogo di Pace”, il giornalista Nuccio Fava.

Se volete vomitare (con onore anzichenò) ecco le parole di Mezzaroma.
La croce è tutta nostra.

venerdì 2 luglio 2010

Epurati gli obiettori di coscienza!

Il miglior commento alla vicenda della delibera della Regione Puglia sulla riorganizzazione dei consultori lo vince Mario Mauro (la concorrenza è spietata) con un editoriale di oggi su Il Sussidiario: L’aborto pugliese. Una delle parti più meritevoli è questa:

Insieme ad alcuni miei colleghi ho presentato un’interrogazione scritta alla Commissione europea nella quale si chiede se essa non ritiene che il provvedimento della Regione Puglia costituisca violazione dell’articolo 9 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà fondamentali sulla Libertà di pensiero, di coscienza e di religione, e dell’articolo 10 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea sulla Libertà di pensiero, di coscienza e di religione che garantisce inoltre il diritto all’obiezione di coscienza.

E’ sconcertante quanto appena raccontato. Soprattutto per l’incredibile metodo utilizzato. Il metodo dell’ambiguità e della menzogna. Lo stravolgimento della realtà, in questo caso specifico, è arrivato all’apice. Nel motivare il provvedimento, la Giunta regionale pugliese, per bocca degli assessori Fiore e Gentile è riuscita addirittura a dire che c’è “la ferma volontà di garantire la piena applicazione della legge 194 e la tutela dei diritti delle donne”. Siamo tutti curiosi di sapere di quali diritti parlano.

E vogliamo anche comprendere se l’obiettivo di questa gente sia quello di evitare che le donne ricorrano all’interruzione di gravidanza oppure, al contrario, quello di rendere i consultori delle vere e proprie fabbriche di aborti. Vista la criminalizzazione e il conseguente tentativo di epurazione degli obiettori di coscienza non sembrano esserci dubbi.
Si potrebbe commentare a lungo ogni parola del nostro. Per ora mi limito a riportare alcuni numeri sui quali ognuno farà le proprie riflessioni.
Dalla Relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (legge 194/78, qui i documenti per intero) si evince che in Puglia la percentuale dei medici obiettori è del 79,9% e quella degli anestesisti del 63,5% (Tabella 282 - Obiezione per categoria professionale nel servizio in cui si effettua l’IVG, 2007). Questo significa che varcando la soglia di un ospedale 8 medici su 10 sono obiettori di coscienza.
I consultori attivi sono 162, cioè 1,6 per 10.000 donne in età tra i 15 e i 49 anni e lo 0,8 per 20.000 abitanti (Tabella 17 - N. Consultori Familiari funzionanti, 2007).
Quale soluzione proponete?

giovedì 1 luglio 2010

La tua libertà finisce dove cominciano i nostri valori

Alberto Gambino commenta sul giornale dei vescovi la recente sentenza della Corte di Giustizia Federale tedesca (equivalente alla nostra Cassazione), che ha sancito la legittimità dell’eutanasia passiva (ovvero, a essere più esatti, del rifiuto dell’alimentazione e idratazione artificiali) («Così in Germania la vita torna “disponibile”», Avvenire, 1 luglio 2010, inserto «È vita», p. 3):

L’errore di impostazione, ora anche della giurisprudenza tedesca, è ritenere che la libertà individuale, spazio da preservare anche ove non condivisibile sul piano morale, possa sempre tradursi in vere proprie pretese giuridiche che obbligano l’ordinamento a conformarsi a esse. […]
Il delicato bilanciamento tra libertà dell’individuo e valori di fondo della comunità si è, infatti, sin qui realizzato lasciando al primo i più ampi spazi purché la sua azione sia accettata dai consociati. Ove invece operi un giudizio di disvalore, l’azione del singolo rimane circoscritta entro legittimi spazi di libertà, ma non potrà mai diventare pretesa giuridica in grado di obbligare altri consociati.
Il pensiero liberale è chiaro sul limite della libertà individuale: in generale, non possiamo costringere gli altri a subire le nostre azioni o ad agire come piace a noi. Uno dei corollari di questo principio consiste appunto nel divieto di sottoporre i pazienti a trattamenti non voluti, anche quando questi siano volti a prolungarne la vita (la distinzione fra trattamenti sanitari e non, su cui tanti insistono, è ovviamente del tutto irrilevante in questo contesto). Dall’altro lato il paziente non può obbligare il medico a praticargli trattamenti, come l’eutanasia attiva, che quello rifiuta di attivare (anche se può esservi obbligato dai propri eventuali obblighi deontologici e contrattuali; e ovviamente se il paziente e il medico raggiungono un accordo in tal senso, è fatto divieto a terzi – torniamo qui al principio generale – di interferire nelle loro azioni).
I commenti di Alberto Gambino delineano invece, con cruda chiarezza, un ordinamento del tutto alternativo: il limite alla libertà personale è costituito dal gradimento che «la comunità» nutre nei confronti delle nostre scelte; non possiamo obbligare il medico a desistere da un’azione terapeutica, visto che per i valori «di fondo» la «disattivazione di trattamenti sanitari finalizzati alla salvaguardia della vita» non è ammissibile (Gambino, alquanto incoerentemente, proclama però di rispettare la possibilità di rifiutare le terapie). L’individuo non ha più nessuna autonomia morale, ma è sottoposto invece alla tirannia della maggioranza; Gambino ha almeno il merito di dirlo chiaramente.

domenica 27 giugno 2010

Penati?

Penati è Filippo Penati. Mi limito a copiare da Penati? Nein, danke! perché davvero c’è poco da aggiungere.

Da non perdere le dichiarazioni del Piddì. Non ce n’è uno che risponda sul merito. Tutti lì a gridare al complotto, a dire che “la Moratti non può dare lezioni”, a parlare d’altro. Un’omertà disgustosa per una vicenda che – sottolineo – da sola vale 1/3 di tutto l’ambaradan sui derivati.

Facciamoci caso 1: pochi ometti avidi e senza scrupoli (Penati, Maggi, Vimercati-2 e loro portaborse) si sono scoppiati da soli un centinaio di miGlioni di euro (il markup sulle azioni più i costi accessori di interessi passivi con Banca Intesa, stipendi, sede faraonica di Asam, eccetera).

Facciamoci caso 2: la replica di Penati è quasi comica, cioè avrebbe “costretto” Marcellino Gavio a vendere azioni che non gli interessavano al 30% in più del loro valore, con un utile secco di 75 milioni di euro. Direi che il polsino slacciato e il capello tinto di Penati sono il miglior commento all’indegnità delle sue repliche.

Cialtrone sperperatore, se non ladro.
Tutta la saga è qui.

sabato 26 giugno 2010

La croce in pubblico

Marco Politi coglie perfettamente ieri sul Fatto Quotidiano il punto debole di tanti attacchi alla sentenza sul crocifisso della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo («Laicità in croce», 25 giugno 2010, p. 18):

Falso è […] dire che la sentenza respingerebbe la fede nell’ambito angusto del “recinto privato”.
Il cristianesimo, come ogni altra fede, è totalmente libero di esprimersi collettivamente e visibilmente nello spazio pubblico e sociale dei paesi Ue. Parlare in Italia di un cristianesimo che rischia di essere conculcato, è una gag.
Ciò che indica la prima sentenza della Corte europea è, correttamente, l’impossibilità che in uno spazio istituzionale come la scuola (o i tribunali) vi sia un simbolo religioso che visivamente rappresenti il supremo principio ispiratore dell’educazione (o della giustizia). Non ci può essere nella società pluralistica contemporanea il dito indice di una sola religione, che all’interno di un’istituzione segni la via da seguire. Perché non è vero che il crocifisso sia nelle aule o nei tribunali “per tradizione”. La croce nei luoghi istituzionali è il retaggio dei secoli in cui il cattolicesimo era religione di stato. E il tentativo di imporne la presenza, anche oggi che la Costituzione e il Concordato hanno eliminato qualsiasi riferimento ad una religione di stato, non ha più nessuna base giuridica. Meno che mai è giustificato il tentativo surrettizio delle gerarchie ecclesiastiche di creare e crearsi uno status privilegiato di “religione di maggioranza”. Peraltro i giovani italiani, come dimostra l’ultima indagine Iard riportata dall’Avvenire, si sentono “cattolici” soltanto al 52 per cento.
Neanche è vero che il cattolicesimo sia un tratto universale dell’identità italiana. Ogni cittadino ha la sua storia, la sua cultura, le sue credenze. Sul piano istituzionale è certo che un solo simbolo, il Tricolore, rappresenta tutti (con buona pace di Bossi) e una sola immagine rappresenta nei luoghi pubblici l’unità della nazione, quella del presidente della Repubblica (Berlusconi se ne faccia una ragione).
Da questo punto di vista rimane insuperabile la chiarezza del principio costituzionale americano (nazione assai religiosa e spesso citata da Benedetto XVI come esempio di laicità positiva), secondo cui lo Stato non può “né favorire né contrastare una religione”. Nelle scuole americane c’è la bandiera a stelle e strisce, non il crocifisso.
Il punto chiave è proprio questo: ciò cui i laici obiettano è in generale l’esposizione del crocifisso negli spazi istituzionali, non negli spazi genericamente pubblici. Purtroppo l’uso di «pubblico» come sinonimo di «statale» e la confusione che ne può sorgere hanno fatto spesso il gioco di chi in malafede vuole seminare allarme su un presunto prossimo sradicamento di croci dai campanili e dai cimiteri.

venerdì 25 giugno 2010

Agnoli, imbavaglia te stesso

Capita ogni tanto che qualche cattolico integralista ceda alla tentazione di credersi il Joseph de Maistre dei nostri giorni, e si metta a fare l’apologia non più semplicemente di ciò che le persone di buon senso ritengono falso – questo ogni integralista lo fa già abitualmente – ma anche di ciò che ritengono infame. Prendete Francesco Agnoli, che tiene sul Foglio una rubrica dal titolo che è tutto un programma, «Controriforme»: come de Maistre aveva prodotto nelle Soirées de Saint-Pétersbourg l’elogio del boia, così Agnoli (sì, ok, si parva licet) faceva ieri dalla sua colonnina periodica l’«Elogio del bavaglio» (Il Foglio, 24 giugno 2010, p. 2), prendendosela con la libertà di stampa e auspicando «una museruola» per tutte le «condanne preventive e frettolose spacciate con ipocrisia per informazioni» e per il «moralismo», che sarebbe «il bieco e continuo rinfacciare ad altri... che guadagnano di più, che hanno avuto più successo, che sono più famosi, che hanno più potere...» (se pensate che dietro questi indeterminati «altri» si celi un ben preciso altro, probabilmente non vi sbagliate; del resto, baciare le pile e sapere cosa è gradito agli uomini di questo mondo non sono mai state abilità mutuamente esclusive, anzi). C’è, per Agnoli, un prototipo e patrono di tutti coloro che coltivano «l’idea tipicamente ideologica della distruzione dell’avversario per l’edificazione di un “mondo nuovo”»: si tratta – non è una sorpresa – di Voltaire:

Un uomo che predica la libertà, la tolleranza, mentre di mestiere fa il calunniatore e il seminatore, brillante, di frasi fatte, di luoghi comuni, di miti demolitori. Scrive, parlando dei suoi avversari: “Dobbiamo screditare gli autori (che non la pensano come noi); dobbiamo abilmente infangare la loro condotta, trascinarli davanti al pubblico come persone viziose; dobbiamo presentare le loro azioni sotto una luce odiosa... Se ci mancano i fatti, dobbiamo farne supporre l’esistenza fingendo di tacere parte delle loro colpe. Tutto è permesso contro di essi... Deferiamoli al governo come nemici della religione e dell’autorità; incitiamo i magistrati a punirli”.
Qui però alla fine la sorpresa c’è lo stesso: Voltaire non è sempre stato all’altezza dei propri alti principi, è vero; ma è strano che li contraddicesse così esplicitamente, in uno scritto di cui aveva tranquillamente rivendicato la patermità in una lettera a un amico. Si tratta infatti dei Dialogues chrétiens, ou Préservatif contre l’Encyclopédie (1760); ecco il brano originale completo:
il faut décrier les auteurs, et alors l’ouvrage perd certainement son crédit; il faut adroitement empoisonner leur conduite; il faut les traduire devant le public comme des gens vicieux, en feignant de pleurer sur leurs vices; il faut présenter leurs actions sous un jour odieux, en feignant de les disculper; si les faits nous manquent, il faut en supposer, en feignant de taire une partie de leurs fautes. C’est par ces moyens-là que nous contribuerons à l’avancement de la religion et de la piété, et que nous préviendrons les maux et les scandales que les philosophes causeraient dans le monde s’ils y trouvaient quelque créance.
Chi conosce il francese si accorgerà subito di un fatto ancora più strano: il finale non corrisponde a quello riportato da Agnoli. Il significato del finale originale è infatti questo:
È con questi mezzi che contribuiremo all’avanzata della religione e della pietà, e preverremo i mali e gli scandali che i filosofi causerebbero al mondo se vi trovassero credito.
Ammettiamo pure, sebbene con qualche difficoltà, che a Voltaire stesse a cuore il progresso della religione e della pietà; ammettiamo anche, ancora più a fatica, che per qualche motivo ce l’avesse, così all’ingrosso, con i filosofi; quello che proprio non si riesce a capire è come l’avanzamento della pietà religiosa potesse dipendere per Voltaire dai mezzi infami che elencava all’inizio del brano. Non sorprende che nel passo riportato da Agnoli sia stata omessa la parte finale! Il mistero si chiarisce in un attimo. Le parole riportate sono effettivamente di Voltaire, che però le mette in bocca a un pastore protestante, che impersonifica qui lo zelo religioso più ributtante (più in là si vanta del supplizio di Michele Serveto, vittima dell’intolleranza dei calvinisti di Ginevra) assieme a un prete con cui si intrattiene abbastanza amabilmente (sarà quest’ultimo a pronunciare le parole attaccate alla fine del brano citato da Agnoli: «tout est permis contre eux; supposons leur des crimes, des blasphèmes; déférons les au gouvernement comme ennemis de la religion et de l’autorité; excitons les magistrats à les punir»). Nel pastore, in effetti, Voltaire mette in ridicolo un suo nemico, un certo Vernet, che aveva commesso l’errore di attaccarlo pubblicamente; Voltaire rispose con questo dialogo, ricco di allusioni al Vernet, e poi di nuovo, dopo che l’altro si era lamentato presso le autorità di Ginevra, con una satira ancora più devastante, Éloge de l’hypocrisie (1766). La citazione di Agnoli è insomma il frutto di una manipolazione testuale acrobatica e senza scrupoli: si attribuisce a Voltaire ciò che questi metteva in bocca ai propri nemici! Ma è lo stesso Agnoli l’autore di questa falsificazione? In realtà, la citazione viaggia in questa forma da qualche anno tra i blog cattolici più retrivi. La fonte originaria è il libro di un certo Pierre Gaxotte, La Révolution française, del 1928, ritradotto in italiano nel 1989; è di Gaxotte l’inciso «(che non la pensano come noi)» all’inizio del brano. Non sorprende che Gaxotte fosse un sostenitore del maresciallo Pétain; un po’ più sorprendente che sia riuscito più tardi ad essere eletto nell’Académie française – ma si sa, dopo la débâcle i francesi hanno perso tutta la loro lucidità intellettuale... Il peccato di Agnoli – e non è un peccato da poco – è stato di non controllare le fonti (eppure bastano due minuti su Google per trovare il brano originale di Voltaire), e di attingere a Gaxotte, o forse solo a qualche blog integralista. Curiosamente, non è la prima volta che questo brano compare sul Foglio: lo riportava in una lettera al direttore del 19 novembre 2004 Mattia Feltri (uno che, a occhio, per avere successo nel giornalismo non ha mai avuto bisogno di sobbarcarsi la fatica della verifica delle fonti...). Si lamenta Agnoli, nel suo pezzo, che sui giornali le accuse, «anche quelle senza fondamento», siano «presentate come verità assolute»; ma questo è precisamente quello che, consapevole o meno, ha fatto lui. Medico, imbavaglia te stesso.

lunedì 21 giugno 2010

Affetti e diritti a Palazzo Ducale

Venerdì 25 giugno 2010 / Sala del Minor Consiglio, ore 17.45

AFFETTI E DIRITTI

Chiara LALLI, autrice di “Buoni genitori. Storie di mamme e di papà gay”, Il Saggiatore, 2009, docente di Epistemologia delle scienze umane, Università di Cassino

Vittorio LINGIARDI, autore di “Citizen gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale”, Il Saggiatore, 2007, psichiatra e psicoanalista, professore ordinario, Università la «Sapienza» di Roma

Ivan SCALFAROTTO, vice presidente del Partito Democratico

Nicla VASSALLO, professore ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Genova

venerdì 18 giugno 2010

Doppi incarichi

Abituati come siamo che nessuno molla nemmeno la tessera scaduta della palestra, le dimissioni di Mara Carfagna dal consiglio regionale campano sembrano eroiche.
Ma cosa è cambiato in due mesi? Non è che ci volesse molto a capirlo che se fai il ministro non puoi fare anche il consigliere.
A questo si aggiunge la perplessità per i commenti entusiasitici sotto al suo post e una delle frasi nel post stesso.

Se c’è una cosa di cui sono felice, dopo avere scritto e spedito la lettera di dimissioni, è che al mio posto, in Consiglio, siederà da domani una donna.
Ci si sarebbe aspettati di leggere un’altra donna, altrimenti sorgono dei sospetti.
Ormai avventuratami nel suo blog leggo uno dei più recenti: Grazie Polizia per limpegno di prevenzione e lotta contro violenza e discriminazione.
Scrive il ministro per le pari opportunità:
La prima risposta alle violenze commesse contro gli omosessuali, i gravissimi episodi che la cronaca ha registrato nelle scorse settimane, dev’essere ed è quella della sicurezza. Sicurezza che il governo vuole garantire a tutti i cittadini, senza alcuna distinzione.
Peccato che dimentichi che non è vero che tutti i cittadini abbiano lo stesso trattamento, che tralasci il fatto che sicurezza è il nuovo tormentone e che non significa nulla se non se ne chiarisce il significato. Sarebbe troppo banale concordare che nessuno debba essere assalito e picchiato. Sarebbe però doveroso aggiungere che combattere il razzismo, per esempio, passa necessariamente attraverso leggi che eliminano qualunque differenza di trattamento giuridico (pensiamo al divieto di contrarre matrimoni misti). Ecco, arriviamo al punto: le distinzioni in Italia ci sono eccome, perché se sei omosessuale non ti puoi sposare e non hai gli stessi diritti familiari degli eterosessuali.
Mantenere queste discriminazioni giuridiche significa alimentare quella schifezza che per capirci chiamiamo omofobia. Purtroppo il ministro, insieme a tanti altri, è una perfetta rappresentante della omofobia, magari più educata di altri, più perbene, ma altrettanto discriminatoria, violenta e razzista.
La sua recente dichiarazione sui matrimoni gay, moralistica e condiscendente, la trovate qui sotto.

I pentimenti di Mara Carfagna


Chi si era illuso cosa ha da dire oggi?

Veltroni (e il) clown

Clown
Marco Romanelli si prende l’onere di leggere l’ultima (non in senso assoluto) opera di Walter Veltroni. Gli va prima di tutto riconosciuta la temerarietà per avere intrapreso una simile avventura. E poi credo che sia l’unica cosa a poter essere letta al riguardo. Comincia così.

La vena creativa dell’on. Veltroni è, sia detto senza nessuna ironia, francamente impressionante: dopo i commoventi racconti di Senza Patricio, dopo il successo internazionale di La scoperta dell’alba, a soli quattro mesi dall’uscita del poderoso romanzo generazionale Noi, ecco apparire Quando cade l’acrobata entrano i clown, presentato poche settimane fa dall’autore al teatro Eliseo di Roma (in platea Giovanna Melandri, Maurizio Costanzo, Serena Dandini) e poi riproposto in un tour promozionale culminato nella memorabile serata di Sesto Fiorentino alla presenza del vicesindaco Baccelli e del proposto mons. Arturo Pollastri.

Come si legge in una nota finale, il libro non è nato per iniziativa della fertile mente dell’autore, ma è stato commissionato da Stefano Valanzuolo, direttore di Ravello Festival, il quale ha chiesto a Veltroni “di scrivere un monologo sulla tragedia dello stadio Heysel che sarà rappresentato, con una musica appositamente composta, nell’edizione estiva del 2010”.

Si tratta dunque di un testo, per così dire, preterintenzionale, anche se qualcuno ha osservato che potrebbe pure essere rubricato come colposo, stante l’entusiasmo e il coinvolgimento con cui l’autore ha accettato la proposta del Valanzuolo. Tuttavia, ci sembra che il giudizio di colposità sia troppo severo: il calcio, si sa, è in cima agli interessi degli italiani, e segnatamente dei politici, e non è solo Veltroni a viverlo con tanta partecipazione.
Continua qui su Micromega.

giovedì 17 giugno 2010

Comunicazione di servizio

Da oggi sono presenti in calce a ogni post di Bioetica i pulsanti per condividerlo sui principali social network (o servizi consimili). Se non trovate il vostro network preferito vi preghiamo di farcelo sapere, come pure vi preghiamo di segnalarci ogni problema che doveste incontrare con la nuova funzione. Grazie!

Nomen omen

Il nome che si porta è infatti molto più importante di quanto si possa pensare e secondo la scienza averne uno musicale ed elegante non solo aiuta a sentirsi più sicuri ma predispone positivamente le persone nei nostri confronti.
Dopo aver letto questo articolo ti viene voglia di strappare la carta di identità e di andare a picchiare quelli dell'anagrafe. Poi capisci che è meglio considerarlo un numero da commedia. Lasciamo stare l'abuso della povera scienza, tanto ormai ci sono le scienze turistiche e culinarie.
Non consideriamo l'involontaria ironia del nome del tipo - David Figlio della Northwestern University, in Illinois - che ha ideato e dimostrato (Sara Ficocelli su la Repubblica usa questo termine, dimostrato)
analizzando le scelte di battesimo di 3000 famiglie, ciò che tutti sospettavano: più facile dubitare della virtù di una Jessica che di una Geltrude, scontato considerare più moderno un Alex che un Salvatore. Poco importa cosa facciano e pensino davvero queste persone, il nostro cervello trasmette e riceve impulsi e impressioni appena il nome viene pronunciato.
Certo Suellen richiama l'anonima alcolisti e Noemi disponibilità forse eccessiva (chissà Nathan Falco).
Ma la chicca deve ancora avvenire. Chi intervista Ficocelli per rinforzare questa trovata? Alessandro Meluzzi. Già, quello lì. Quello che dice che Dio e la natura e Freud hanno detto così e quindi è così. Quello a cui non affideresti un gatto pulcioso (un paio di volte abbiamo commentato le sue prodezze).
Il modo in cui ci chiamiamo è un simbolo, uno specchio [...] e rappresenta il nostro biglietto di presentazione di fronte al resto del mondo. Il suono che ha e il significato che rievoca influiscono direttamente sul comportamento degli altri nei nostri confronti, e questo ha effetti a sua volta sui nostri circuiti neuroendocrini: a seconda dei casi viene favorita la produzione di ossitocina, dopamina o endorfine. Possiamo insomma dire che il nome che ci viene dato influisce sul nostro sviluppo.
I genitori di Meluzzi devono essersi sbagliati, oppure il nostro Alessandro è una specie di cigno nero? Quanto a Sara non saprei cosa dire. Le consiglierei di scegliere in modo diverso chi intervistare e di evitare parole che non conosce, come dimostrare. Ah, e poi almeno un cenno alle credenze romane di cui all'oggetto avrebbe calzato a pennello.

domenica 13 giugno 2010

Forse sono ubriachi

Oppure è precisamente la ragione per cui in Italia i diritti se la passano tanto male.
Arcigay oggi consegnerà il Pegaso d'Oro "attribuito ad una personalità del mondo dello spettacolo che si è contraddistinta per il sostegno della dignità delle persone omosessuali, bisessuali e transgender e la vicinanza alla comunità gay italiana".
Fin qui tutto bene.
Ma se leggiamo solo alcune delle dichiarazione di Iva Zanicchi (tra quelle rilasciate dopo avere saputo del premio) ci prende un colpo.

«Pensi che difficilmente vado a ritirare i premi che mi vengono conferiti, ma a questo, proprio non posso rinunciare perché mi riempie di gioia. Sapevo di essere amata come artista e come donna dai gay e credo che tutto sia nato da quando nella fiction televisiva "Caterina e le sue figlie", ho recitato la parte della mamma di un figlio diverso».
Un figlio diverso? Manco mia nonna avrebbe parlato così. Diverso? Ma per favore.
Poi dopo la banale e ricorrente ammissione che ha molti amici gay (io vorrei tanto parlarci con 'sti amici) che quasi sempre è il preambolo di una bordata razzista e stupida precisa:
[Domanda: cosa ne pensa del riconoscimento delle coppie di fatto? E delle adozioni da parte delle coppie gay?]:
«Ecco, qui bisogna distinguere bene. Riconosco le coppie di fatto, anche se fondamentalmente rimango sempre per la famiglia. Però, mi sembra anche giusto che le coppie omosessuali abbiano il diritto di assistersi vicendevolmente. Se due uomini o due donne si sono voluti bene per una vita perché non devono avere il diritto di aiutarsi fino alla fine dei loro giorni? Perché non possono lasciare l'eredità al compagno che hanno amato per una vita? Per quanto riguarda le adozioni, invece no. Su questo, sono proprio contraria. La famiglia è un bene inattaccabile e i bambini che crescono, hanno bisogno di vedere entrambe le figure dei genitori, sia quella femminile che quella maschile».
Ecco, distinguiamo bene. Della Zanicchi non ci interessa molto, è solo una ennesima bocca parlante scollegata dal sistema nervoso centrale. Ma Arcigay che le consegna un premio come personalità del mondo dello spettacolo che si è contraddistinta per il sostegno della dignità delle persone omosessuali, bisessuali e transgender e la vicinanza alla comunità gay italiana lascia emergere molti dubbi su cosa intendano per sostegno, dignità e vicinanza (anche forse per persone).
Io non posso che pensare che Arcigay se ne frega dei diritti dei cittadini (e non specifico intenzionalmente le preferenze sessuali, sto parlando di persone), oppure ha le idee talmente confuse da pensare che alla BP andrebbe il premio Ambiente 2010. E il bello è che simili dichiarazione di Zanicchi sono sul sito Arcigay, mica bisogna andarsele a cercare chissà dove.
Se questi sono quelli che devono proteggere i diritti di qualcuno, dio ci scampi da quanti vogliono affossarli.

giovedì 10 giugno 2010

Tanto peggio per i casi particolari

Olimpia Tarzia, neoconsigliere regionale del Lazio, risponde alla Repubblica sulla decisione dell’Asl Roma D di avviare la somministrazione della RU-486 all’ospedale Grassi di Ostia («“Ci vuole più cautela non è mica un’aspirina”», 9 giugno 2010, p. 3):

«Non vedo l’urgenza di introdurre una tecnica abortiva non meno traumatica di quella tradizionale, tanto più che la donna la vive in diretta».
Nel caso di Ostia però la donna soffre di una patologia che le avrebbe reso impraticabile l’aborto chirurgico.
«Le leggi non si fanno su casi particolari […]».
Non so se fa più senso il pervertimento che la Tarzia compie di un principio giuridico che nella realtà, ovviamente, significa tutt’altro, o la sua palese indifferenza per il diritto alla salute della donna ricoverata al Grassi.

lunedì 7 giugno 2010

Miss Padania

Come si partecipa a Miss Padania? Bisogna essere del tutto prive di molte caratteristiche, ma bisogna anche leggersi e rispettare il regolamento che è decisamente bizzarro. L’articolo 5 è il più bello di tutti.

Art.5 Per partecipare al Concorso le candidate dovranno essere in possesso dei seguenti requisiti:
avere la cittadinanza italiana ed essere residenti da almeno dieci anni consecutivi in Padania (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Veneto, Trentino A.A, Friuli V.G., Emilia-Romagna, Marche, Umbria, Toscana);
essere dello stesso sesso registrato sul certificato di nascita;
non essere mai state coinvolte in fatti contrari alla morale;
età compresa tra i 17 e i 28 anni (il giorno della Finale);
non aver mai partecipato a servizi fotografici e film ritenuti sconvenienti a insindacabile giudizio dell’Organizzazione del Concorso o di organo incaricato dalla stessa;
non rilasciare dichiarazioni non in linea con gli ideali dei Movimenti che promuovono la Padania;
La mancanza anche di uno solo dei requisiti richiesti, comporta la inammissibilità o, anche se ammesse, la immediata esclusione;
Non possono inoltre partecipare all’edizione 2009 le partecipanti alla Finale di Miss Padania precedente.
Confesso che alcuni requisiti risultano proprio di difficile comprensione. Gli altri sono al limite della ripugnanza.
Concediamo pure la Padania e la residenza (almeno di capisce cosa si intende, pur nella irrimediabile stupidità dei confini, padani o di altro genere).
E concediamo che non può diventare Miss Padania uno che prima si chiamava Mario e che adesso si fa chiamare Maria. Che orrore! Non è ammissibile per i celoduristi una situazione del genere, non ci si fa tagliare l’uccello per poi pretendere lo scettro.
La questione si fa complicata quando si accenna ai fatti contrari alla morale: quale morale? Quella padana? Come si verifica che la candidata abbia in effetti avuto una esistenza irreprensibile? Lo stesso problema si pone poco dopo alla voce servizi fotografici e film ritenuti sconvenienti a insindacabile giudizio e dichiarazioni non in linea con gli ideali dei Movimenti che promuovono la Padania. Forse avrebbero fatto prima ad adottare la regola dei loro compari (nella rivisitazione guzzantiana): facciamo come cazzo ci pare. Fine del discorso. Tu prova a iscriverti, e noi decidiamo.
Non voglio sapere chi è diventata Miss Padania e non voglio sapere altro.

domenica 6 giugno 2010

Contento lui


Tommaso Debenedetti è una nostra vecchia conoscenza. Ha deciso di spiegare le sue ragioni in una intervista concessa a El País “Me gusta ser el campeón italiano de la mentira”.

“Mi idea era ser un periodista cultural serio y honrado, pero eso en Italia es imposible”, explica. “La información en este país está basada en la falsificación. Todo cuela mientras sea favorable a la línea editorial, mientras el que habla sea uno de los nuestros. Yo, simplemente, me presté a ese juego para poder publicar y lo jugué hasta el final para denunciar ese estado de cosas”.
St’uomo è uno spasso.

sabato 5 giugno 2010

Rolling on the floor laughing

Da un blog creazionista trovato per caso (i refusi sono tutti dell’autrice):

Ho detto che i neodarwiniani interpretano in maniera distorta i risultati degli studi sulla genetica. Ad esempio, gli studi sulla genetica ci dicono che il il 90 o 94% del dna umano è praticamente identico al dna dello scimpanzé. Ebbene, i darwiniani spacciano quel 94% come la prova definitiva del fatto che l’uomo discende dalla scimmia. Invece non prova assolutamente niente, dal momento che ci sono delle somigliaze sorprendenti non solo fra uomo e scimmia, ma anche fra uomo e verme e fra uomo e mosca!!!! Infatti, il 60% del dna umano è simile al il dna della mosca.

venerdì 4 giugno 2010

L’Italia premoderna che odia Saviano

È perfetto l’articolo di Massimo Gramellini sulla Stampa di ieri («Saviano purché francescano», 3 giugno 2010, p. 1):

Fino a quando lo affermavano politici prevenuti e intellettuali invidiosi, si poteva sorvolare. Ma ora che persino un punto di riferimento per le masse come il centravanti milanista (e napoletano) Borriello accusa Saviano di «aver lucrato sulla mia città», la questione si fa maledettamente seria. È giusto che uno scrittore possa acquisire fama e denaro parlando di camorra, come un centravanti facendo dei gol? Nel suo ultimo disco il musicista partenopeo Daniele Sepe – meno conosciuto di Borriello perché non si è mai fidanzato con Belen – rinfaccia a Saviano: «Hai fatto fortuna, ma chi ti paga è il capo dei burattinai», come se fosse la berlusconiana Mondadori ad aver arricchito il suo autore e non viceversa. Eppure basta bighellonare fra i blog che commentano le parole di Borriello per accorgersi che tanti la pensano come lui e paragonano Saviano a «uno che fa beneficenza e va a dirlo in giro».
In questo Paese cattolico e contadino, che pensa al denaro di continuo ma non smette di considerarlo lo sterco del demonio, è passato il principio che argomenti nobili come la legalità e la giustizia sociale vanno maneggiati in incognito e senza percepire compensi di mercato. Briatore può farsi docce di champagne su tutti gli yacht che vuole: è coerente col personaggio. Ma Santoro non deve guadagnare come Letterman né Saviano come Grisham, perché da chi sferza il malcostume gli italiani pretendono voto di povertà. A noi gli eroi piacciono scalzi e sfigati, per poterli compatire e sentirci più buoni. Così dopo votiamo i miliardari con maggiore serenità.
In effetti, gli attacchi a Saviano – come quelli analoghi rivolti in passato ad altri protagonisti della lotta alle mafie – rivelano prima di ogni altra cosa il carattere arcaico, premoderno, di una parte dell’Italia contemporanea: un paese con un senso dell’onore tribale («ha danneggiato l’immagine dell’Italia all’estero!»), in cui l’apparire conta tutto e la sostanza nulla; un paese in cui lo scambio di mercato è a priori visto come immorale – il che non impedisce poi di ammirare chi effettivamente si sia arricchito in modo illecito; un paese in cui chi combatte il crimine organizzato dà fastidio perché fa spiccare per contrasto chi non vuole praticare nemmeno le virtù civiche più modeste. Un paese del Terzo Mondo, misteriosamente finito in mezzo al Primo.

Quei bambini che, in Italia, vivono insieme a papà e papà (o a mamma e mamma)



Di Gina Pavone, su Il Venerdì, 4 giugno 2010, pp. 40-41.

giovedì 3 giugno 2010

La Pillola Abortiva


Servizio di Isabella Angius Valerio, regia di Valerio Angelini.

A proposito di campagne antiabortiste

Sono ben più di campagne in effetti.

“Ninety percent of pro-life legislation happens at the states,” said Daniel S. McConchie, vice president for government affairs at Americans United for Life, which opposes abortion. “While Congress is the main focus of attention for so many people in the country, state legislatures have greatest impact on daily lives, and life-related legislation is no exception.”
Opponents of Abortion Advance Cause at State Level, june 2, 2010, The New York Times. Da leggere tutto.

Aborto e coercizione

A leggere il titolo, Aborto: coercizione negli USA (di Marco Tosatti, la Stampa, 3 giungo 2010), si pensa “interessante, leggiamo”.
Il sottotitolo è uguale alle prime tre righe del pezzo. Ma suvvia, questi sono dettagli.

L'Elliot Institute, un'organizzazione dell'Illinois che si dedica all'aiuto psicologico delle donne che hanno abortito, afferma che "probabilmente la maggior parte degli aborti negli Stati Uniti è indesiderato o è forzato in un modo o in altro." Il gruppo cita studi che dimostrano che molte donne si decidono ad abortire perché messe sotto pressione dalle loro famiglie o dai fidanzati, mentre altre avvertono la pressione esercitata dai loro datori di lavoro a interrompere la loro gravidanza. E l'lliott Institute sottolinea un altro dato molto preoccupante: l'omicidio è la maggior causa di morte fra le donne incinte.

L'Elliott Institute ha reso pubblici questi risultati mentre un abortista del Michigan ha ammesso di aver impedito coercitivamente di andarsene a una donna che voleva lasciare la sua sala operatoria dopo che aveva iniziato la procedura di aborto. Il dr. Abraham Alberto Hodari ha detto che anche se Caitlin Bruce gli disse che lei aveva cambiato idea sulla volontà di abortire dopo aver visto l'immagine dell'ecografia del bambino non ancora nato, egli non poteva interrompere la procedura in modo sicuro.
Fine del pezzo. E il lavoro comincia ora, perché dopo la lettura non ho le idee più chiare, anzi. Che significa “probabilmente”? Voglio dire, con quale probabilità? Quali sono questi studi citati e quali i campioni? Niente.
Allora andiamo a cercarci l’Elliott Institute per vedere le ricerche in merito, e inciampiamo in un labirinto di materiale (che Tosatti non avrà avuto voglia di leggersi). Rimandiamo la lettura, ma ciò che colpisce sono le parole che sovrastano il sito e che sono anche il nome di una campagna: Abortion is the unchoice. Unwanted. Unsafe. Unfair. Non solo non è una scelta, ma è la non scelta per eccellenza, cioè sembra non possa mai essere una scelta, ma necessariamente una forzatura, qualcosa di non voluto davvero, di ingiusto e di non sicuro (in che senso? per la salute fisica? o psichica?).
Daremo conto più avanti del materiale presente nel sito. Sembra superfluo dichiarare di concordare sulla condanna di eventuali coercizioni o forzature, o sulla condanna del medico che ignora il cambiamento di idea della donna. Ciò che viene in mente però è che le campagne contro la possibilità di abortire sono già molto aspre e forse sarebbe meglio non creare equivoci. A meno che non si tratti di un equivoco ma di una posizione precisa: abortire non può mai essere una scelta. Abortire non può che danneggiare la donna. Abortire è ingiusto.
Seguiranno dettagli dopo la lettura del materiale.

venerdì 28 maggio 2010

Saluteremo il signor padrone

[...]

I significati delle parole sono mutevoli, a volte capricciosi. Qualche volta sono stravolti volontariamente per lasciare intatta solo la forma o per dissimulare la realtà. Tanto più il dominio è ampio, tanto più i fraintendimenti sono facili e, se ricercati, sono perversi. “Libertà”, ancora questa parola, offre un buon esempio. Basta pensare a come sia stata stravolta nel nome della coalizione al governo: il “Popolo delle Libertà”, ovvero “facciamo un po’ come cazzo ci pare” nella convincente interpretazione di Corrado Guzzanti e Neri Marcoré. Allora si chiamava “La casa delle libertà”, ma lo slogan funziona anche con il popolo.

Se poi dopo “libertà” aggiungiamo “di stampa” la situazione diventa ancora più bizzarra. La libertà di stampa nel Paese Italia. Uno strano animale, un ossimoro ben vestito, un’ombra leggera. Una libertà stritolata da una distribuzione delle carte truccata. C’è il banco, insomma, che la fa da padrone. Ma è tutto in regola, nessuno protesta (non è proprio vero, ma la protesta non è abbastanza forte e diffusa). Perché sono in molti a guadagnarci da quella mano truccata. E da quella successiva e da quella ancora dopo.

Su Giornalettismo. Noi ne avevamo già scritto qui.