giovedì 7 dicembre 2006

Padova: anagrafe delle coppie di fatto

Qualche segnale incoraggiante viene da Padova (Padova dice sì alle coppie conviventi. Pollastrini: “Un atto di civiltà”, la Repubblica, 5 dicembre 2006).

Da ieri notte Padova è la prima città italiana nella quale le coppie conviventi, sia etero che omosessuali, potranno ottenere il riconoscimento anagrafico come famiglia fondata su vincoli affettivi. Lo prevede una mozione approvata in nottata dal consiglio comunale con 26 voti a favore (tutto il centrosinistra, esclusi i Verdi, non in giunta), 7 contrari e un astenuto. Si tratta di un provvedimento ben diverso dal registro delle coppie di fatto (da creare al di fuori della sfera anagrafica), e che sfrutta una possibilità offerta dal regolamento attuativo (1989) della legge sull’anagrafe datata 1954.
In sostanza, la mozione, proposta dal consigliere Ds Alessandro Zan, presidente dell’Arcigay Veneto, impegna il sindaco e la giunta a istruire l’Ufficio comunale perché rilasci, su richiesta degli interessati, l’attestazione di famiglia anagrafica basata su legami affettivi. Un atto simbolico, ma che secondo Zan dimostra che quello dei diritti civili e della tutela delle coppie omosessuali “è un tema che sta entrando pian piano nelle corde della politica italiana”.
Il testo della mozione.

Ricercatori embrionali

Eutanasia: Volontè, la Bonino ha le traveggole, Ansa, 4 dicembre 2006 (lancio riportato con orgoglio nel suo sito):

In Italia è omicidio uccidere un altro uomo. Che un ministro del Governo [Emma Bonino] chieda una legge che abolisca l’omicidio per anziani e malati, è vergognoso. Gravissimo che nell’Unione si taccia su questo atteggiamento pro-eutanasia mascherato da un falso compatimento compassionevole. Il Guardasigilli intervenga duramente, visto che lo si vuol ridurre al ruolo di cancelliere. Il Governo metta fine a questa tragedia: nomini un autorevolissimo CNB ed eviti le logiche spartitorie che vedano maggioranze di esperti favorevoli ad eugenetica, eutanasia e ricercatori embrionali. Il popolo ha già sconfitto queste logiche nel referendum del 2005. La volontà degli italiani è già stata tradita da Mussi e Prodi a maggio.
Ora si vuole ripetere?
Chi sarebbero i ricercatori embrionali?

mercoledì 6 dicembre 2006

Derive laiciste e costumi libertini

Luca Volontè (Comitato bioetica, la storia infinita. I veti incrociati bloccano il vertice, la Repubblica, 6 dicembre 2006):

Prodi non può cedere alla coppia Bonino-Mussi come ha fatto sull’embrione in Europa, e non può confermare anche sul Comitato di Bioetica il suo permanente ‘disequilibrio’ volto all’estremo laicismo e libertinismo antiumano.

Eutanasia in frigorifero

Ma soprattutto effetto calmante di un articolo sensato e ragionevole (oserei dire geniale) dopo la spazzatura che ci tocca sopportare (Anna Meldolesi, Il rifiuto di un trattamento medico non è eutanasia, Il Riformista, 6 dicembre 2006):

Il giorno dopo l’intervista rilasciata al Riformista dal presidente dell’ordine dei medici Amedeo Bianco, dal mondo della bioetica si leva un appello: lasciamo perdere la parola eutanasia. Mettiamola in frigorifero, perché è così indefinita e carica di emotività che può portare soltanto confusione nel dibattito sul caso Welby. Sandro Spinsanti, Cinzia Caporale, Demetrio Neri, Amedeo Santosuosso guardano alle tematiche di fine vita da angolazioni diverse ma sono tutti d’accordo: se si cacciano i fantasmi evocati da questa categoria, il caso di Piergiorgio appare come un legittimo rifiuto di un trattamento medico.
Da leggere tutto per ottenere il migliore risultato. Qui.

Pietismo senza legge

Giorgio Napolita­no ha concesso la grazia a Salvatore Piscitello, il medico settantottenne, che tre anni fa ha ucciso il figlio autistico, constatata l’impossibilità di assisterlo e di impedirgli di compiere gravi atti di violenza.

Stupidario eutanasia 17

Compassione senza pietà. La morte privata e quella pubblica di Welby sono due cose diverse, Il Foglio, 6 dicembre 2006:

La compassione senza pietà è una truffa. Anche se a predicarla siano Sofri, Bianchi, Veronesi, Welby o Pannella. Anche se a predicarla siano uomini di fede o atei secolaristi di vario conio e saio. Aiuterei chiunque mi sia caro e me lo chieda a morire sedato, opportunamente sedato per evitare la sofferenza fisica, ma esigo che la procedura legale mi resti contraria: lo aiuterei per compassione, questo chiunque che mi sarebbe caro per il solo fatto che me lo chiede, e mi prenderei per aiutarlo un debole rischio carico di attenuanti, ma non scioglierei mai il vincolo pietoso del comandamento “non uccidere”. La morte di Welby e la morte in pubblico di Welby sono due cose diverse, sono una doppia verità che dobbiamo saper praticare. Ho compassione per Welby, provo pietà per la condizione umana. Con la sua supplica di morte, Welby sceglie il primato della sua coscienza, ma con la sua invocazione di una nonna fatta per la morte sceglie il primato della sua cultura. Sono cose diverse, con conseguenze diverse. La coscienza è insindacabile e anche inafferrabile, è relativa, individuale, privata, ma la cultura è un terreno solido di oggettività, è la possibilità di unire logica ed etica, ragione e speranza, adeguando nella misura del possibile l’intelletto alla cosa.
Esorcizziamo la guerra degli eserciti, che è una trovata crudele della storia per la rimozione del male, che solo la storia è in grado di combattere, e con il medesimo movimento la serializziamo nella pancia delle donne, con il formidabile e demoniaco pretesto della loro “salute”, oppure facciamo guerra all’umanità embrionale nei laboratori eugenetici e a quella adulta nel diritto di morire come nuovo codice morale. Compassionevoli quando si tratti della coscienza libera e solitaria, del desiderio illimitato dì essere padroni di sé, un sé senza se e senza ma, del diritto a spurgare di significato e di dolore l’esistenza, e spietati per tutto il resto, cultori dongiovanneschi della morte della devozione, che della pietà, del sentimento tragico della vita, è l’aspetto più desueto ma anche più sincero.
La morfina può sedare il dolore ma non il suo significato, che resta fermo come la roccia nel vecchio e nel nuovo testamento, nella legge e nel compimento della legge attraverso il racconto cristiano della passione e della redenzione, nella storia umana e nel pensiero degli uomini e delle donne a ogni latitudine e longitudine, nella poesia, nel vagito smarrito dei bambini, nell’occhio dei cani e degli altri animali, nella perdita e nella rinuncia, nell’assenza e nel presentimento della fine. Senza questo significato siamo dispersi e senza nome, omologati e spietati o impietosi. Con questo significato siamo invece pii, buoni, davvero disponibili a vivere e a morire per noi stessi e per gli altri.

Un tè con gli amici: Livia Turco farà visita a Piero Welby

Da la Repubblica, Livia Turco andrà da Welby. “Ma non si può staccare la spina”, 6 dicembre 2006:

Il ministro della Salute, Livia Turco, farà visita a Piergiorgio Welby. Lo ha annunciato a Corrado Augias, nel corso della trasmissione “le storie”, su Rai3. “Andrò a trovarlo”, ha detto la Turco. Ma subito ha ribadito: “Sono contraria però a staccare la spina”. Welby, secondo il ministro, “ci sta dando un grande messaggio, per questo voglio ringraziarlo”. Ma resta contraria a prevedere per legge la possibilità di privare un paziente della vita: “non credo che questo attenga all’esercizio della libertà personale”.
La richiesta di Welby, “la possono accogliere i medici – dice la Turco – sulla base del loro codice deontologico. Sarebbe molto grave una parola di un ministro su una vicenda di questo tipo, che attiene alla libertà personale, al rapporto fra medico e paziente, alla scienza e alla deontologia medica”. Al di là della vicenda di Welby “ci sono tante cose – continua il ministro – che si possono fare per promuovere la dignità delle persone in tutte le fasi della loro vita. Voglio andare a verificare come si muore oggi negli ospedali e nelle strutture sanitarie, fare in modo che le terapie anti-dolore così poco sviluppate diventino normalità e altrettanto le cure palliative. Proprio da Welby traggo la spinta umana ed etica a fare in modo che si possa morire con dignità in questo Paese”.
Le perplessità rispetto alle dichiarazioni di Livia Turco sono molteplici.
Omettendo la mia personale confusione provocata dalla visita annunciata (fossi Welby non ci terrei proprio a questa visita; anzi, quasi la giudicherei inopportuna), mi sembra poco pertinente l’espressione del parere soggettivo e individuale sulla possibilità di staccare la spina. I “secondo me”, libere espressioni del proprio pensiero (prima che qualcuno mi obietti “e che vuoi tapparle la bocca? proprio tu che osanni la libertà?” anticipo la mia difesa: “certo che no, ma mi aspetterei qualcosa in più da un uomo politico, altrimenti potremmo riportare tutti i pareri di tutti i possibili cittadini e stilare un elenco prolisso e poco utile di pareri”), rischiano in questa circostanza di trasformarsi in affermazioni sprovviste di solide giustificazioni. Innanzi tutto, quali sarebbero le ragioni per opporsi alla richiesta di Welby? E ancora, perché la sua richiesta non potrebbe rientrare nell’esercizio della libertà personale? Se la libertà personale esiste, quali sono le circostanze che estromettono la volontà (di morire) di Welby dal dominio della sua libertà personale?
La richiesta di Welby non la possono accogliere i medici senza rischiare di trovarsi in un procedimento penale per omicidio del consenziente. Almeno se la accolgono alla luce del sole. Ma che cosa stiamo suggerendo? Forse di agire in clandestinità? Oggi, la vicenda Welby è pubblica, politica e scottante.
In quanto pubblica e politica meriterebbe una risposta pubblica e politica. Senza sotterfugi o ipocrisie.
Va benissimo promuovere la dignità delle persone (a patto di ascoltare da loro cosa sia degno oppure no per loro stessi) e incentivare le terapie del dolore e le cure palliative e verificare le condizioni degli ospedali e delle strutture sanitarie. Va benissimo. Ma che cosa diavolo c’entra?
Sembra magnanimo e di animo nobile essere contrari “a prevedere per legge la possibilità di privare un paziente della vita”. Come potremmo definire, però, la privazione per legge dell’autodeterminazione e l’imposizione di sofferenze insopportabili? Il diniego di mettere fine a quelle sofferenze? Come?

martedì 5 dicembre 2006

Welby allo stremo

Il caso di Piergiorgio Welby sta conoscendo in queste ore una drammatica accelerazione. I problemi respiratori si vanno facendo sempre più acuti, nonostante il supporto del ventilatore automatico. «È una tortura insopportabile», ha dichiarato Welby.
Il segretario della Associazione Coscioni, Marco Cappato, ha inviato una lettera aperta al Presidente del Consiglio Romano Prodi e al Ministro della Salute Livia Turco, proponendo loro un decreto legge di un solo articolo, che faccia chiarezza sulle interpretazioni giuridiche contrastanti in materia di consenso informato e sospensione dei trattamenti medici.

Il fratello gemello di Piero Welby, ovvero pietà (o clandestinità?) sì, diritto no

Anna Meldolesi a conversazione con il presidente dell’ordine dei medici («Welby, come Wojtyla, ha qualcosa di religioso», Il Riformista, 5 dicembre 2006). Amedeo Bianco era un ottimo candidato allo stupidario eutanasia 17...

La battaglia personale e civile di Piergiorgio Welby si combatte anche sul piano semantico. Come dimostra la contrapposizione tra Rosy Bindi e Ignazio Marino, il significato che politici, medici, giudici vorranno dare alla parola eutanasia inciderà in modo decisivo sulla sorte del copresidente dell’associazione Luca Coscioni e di chi, eventualmente, vorrà aiutarlo a porre fine alle sue sofferenze. Se quella di Welby non è una richiesta di eutanasia ma il rifiuto di un inutile accanimento terapeutico – come sostiene il presidente della commissione Sanità del Senato – non ci sono ragioni per cui non debba essere accolta. Se è vero il contrario – come afferma il ministro della Famiglia – l’interruzione della respirazione artificiale si colloca al di fuori della legge italiana e della deontologia medica. Amedeo Bianco, presidente dell’Ordine dei medici, è schierato su quest’ultima posizione e gli abbiamo chiesto di spiegarci perché. Le sue argomentazioni sono inusuali: a suo avviso non è tanto l’intervento auspicato da Welby (il distacco del respiratore accompagnato da sedazione) né l’esito che ne conseguirebbe (la morte) a rendere la richiesta irricevibile. L’elemento decisivo sarebbe un altro. «La differenza tra rifiuto dell’accanimento terapeutico ed eutanasia sta nel percorso con cui si arriva alla decisione, nei valori che si testimoniano. Welby rivendica il diritto di scegliere come terminare la propria vita ed è proprio questo che caratterizza il suo caso in termini eutanasici » sostiene Bianco. Dunque conta poco il fatto che non si tratta di somministrare un’iniezione letale, ma di lasciare semplicemente che la malattia faccia il suo corso, attraverso l’insufficienza respiratoria che ne deriva. Sono le intenzioni politiche che richiamano l’eutanasia. E se di questo si tratta, va da sé che può realizzarsi solo attraverso un atto di disobbedienza civile. È opinione comune che Welby intraprendendo la sua battaglia abbia rinunciato alla strada più facile: quella di vivere il suo dramma privatamente e di staccare privatamente la spina come accade spesso, senza attirare l’attenzione di politici o magistrati. Ma non è questo che Bianco vuole dire. Provate a immaginare che Piergiorgio abbia un fratello gemello, ugualmente malato e senza speranza, ma senza grilli radicali per la testa. Per il presidente dell’Ordine dei medici, questo fratello di fantasia potrebbe arrivare a concordare con il suo medico la sospensione della respirazione artificiale, mentre Piergiorgio non può. La differenza non sta nel fatto che la morte del primo può passare inosservata, è piuttosto di ordine qualitativo. «In un caso – sostiene Bianco – parliamo di un legittimo percorso di “cura della morte” fatto di valori di dignità ed empatia tra medico e paziente, mentre nell’altro caso c’è la rivendicazione di un diritto alla morte». I valori in campo insomma sarebbero così diversi da concedere a uno ciò che viene negato all’altro. Bianco ci tiene a precisare il suo rispetto per Welby e aggiunge che le sue sofferenze non sono inutili: «Il mondo non è sordo né cieco». Non si definisce cattolico: «Sono un laico che crede in alcuni valori cattolici, ma non ne farei una questione di religione ». Sostiene che Welby ha preso una strada opposta a quella di Karol Wojtyla, che ha continuato ad affacciarsi alla finestra finché hanno potuto accompagnarcelo. «Ma in entrambi i casi c’è stata una scelta di testimonianza, di coraggio e sofferenza, mi azzarderei quasi a dire che tutti e due hanno qualcosa di religioso». Eppure quando il papa ha preferito rinunciare agli ultimi tentativi di cura si è parlato di un alto esempio di accettazione della morte, mentre la richiesta di Welby per alcuni suona come una bestemmia. Per definire l’interruzione dell’accanimento terapeutico, Bianco indica il depotenziamento delle terapie nella continua attenzione per il paziente. «Esiste una relazione inversamente proporzionale tra cura e care (tra prescrivere la terapia e farsi carico del malato, ndr)» dice. Per questo non accetta che si parli di eutanasia strisciante: «Significherebbe che la richiesta di Welby è di serie A mentre gli altri casi sono di serie B. Quella che per i radicali è eutanasia sommersa io la chiamo “progetto di cura della morte”. Ci sono centinaia, migliaia di Welby e i medici che se ne fanno carico fino all’ultimo meritano rispetto ». Ma come si fa a distinguere giuridicamente questi casi da quello di Piergiorgio, tanto più quando lo stato di salute, l’atto richiesto e l’esito sono i medesimi? Bianco risponde che «non si può fare una distinzione sul piano giuridico, e anzi credo che non possa essere un giudice a decidere». Eppure un intervento normativo sarebbe necessario, aggiunge. «La legge dovrebbe chiarire i profili di responsabilità. Oggi esiste una norma per cui non impedire che un evento avvenga equivale ad averlo commesso. Questo rende tutto difficile ». Il rappresentante dei medici puntualizza che rispondere negativamente alla richiesta di Welby non significa necessariamente essere «parrucconi o paternalisti » e rivendica di avere posizioni diverse dal Comitato nazionale di bioetica e dalla Santa Sede su alcune questioni scottanti. Secondo la bioetica cattolica, per esempio, l’alimentazione artificiale usata per tenere in vita i pazienti in stato vegetativo come Eluana Englaro non può essere sospesa, perché non rientrerebbe nel novero dei trattamenti medici. Proprio questo è uno degli ostacoli principali all’approvazione di una legge condivisa sul testamento biologico. Ma Bianco è convinto che la Peg (enterogastrostomia percutanea) sia un intervento di cui il paziente deve poter disporre. La revisione in corso del codice deontologico, però, non toccherà questo punto né le tematiche di fine vita in generale. Nella sua forma attuale sostiene che il medico deve attenersi alla volontà di curarsi liberamente espressa dalla persona (art. 34). Condanna sia l’accanimento terapeutico (art. 14) che l’eutanasia (articolo 36) e si offre a interpretazioni contrastanti. «Ma posso affermare che la maggioranza dei medici non mette in discussione due principi» afferma Bianco. «Il primo è quello dell’autodeterminazione del paziente. Il secondo è che questa autodeterminazione non implica la possibilità di terminare la vita».

«Tutto suo padre!»

Sul New York Times Darshak M. Sanghavi riporta oggi alcuni casi in cui la diagnosi genetica di preimpianto, una tecnica che consente di identificare difetti genetici negli embrioni creati con la fecondazione in vitro, è stata usata non per impedire la nascita di bambini disabili, ma per favorirla: per selezionare, ad esempio, un embrione che fosse dotato dei geni che causano la sordità o il nanismo («Wanting Babies Like Themselves, Some Parents Choose Genetic Defects», 5 dicembre 2006). Il 3% delle cliniche americane che offrono questa tecnica ha ammesso di averla impiegata in alcuni casi per far nascere bambini disabili, su richiesta dei genitori.
Sanghavi tenta di spiegare questo fenomeno in termini sociologici:

Controlling a child’s genetic makeup, even to preserve what some would consider a disease, is the latest tactic of parents in an increasingly globalized society where identity seems besieged and in need of aggressive preservation. Traditionally, cultures were perpetuated through assortative mating, with intermarriage among the like-minded and the like-appearing.
Ma la spiegazione più ovvia è quella che viene proposta alla fine dell’articolo:
Many parents share a touching faith that having children similar to them will strengthen family and social bonds («Molti di questi genitori condividono la fede commovente che avere bambini simili a loro rafforzerà i vincoli familiari e sociali»).
Pur condividendo la simpatia per queste motivazioni, non posso fare a meno di pensare che l’interesse del bambino debba in ogni caso prevalere. Il giudizio, comunque, non può essere uniforme: nessuno accetterebbe che si faccia nascere di proposito un bambino cieco, e la stessa cosa, credo, dovrebbe valere per un bambino privo di udito (come quello fatto nascere intenzionalmente da una coppia di donne omosessuali sorde nel 2002): qui non si tratta semplicemente di avere difficoltà nella vita quotidiana, ma di vedersi privato di possibilità vitali (ascoltare la musica, i suoni della natura, etc.). Si invoca spesso la contropartita costituita dalla ricchezza emotiva che si ottiene facendo parte della comunità dei sordomuti; ma anche le persone normali possono raggiungerne una equivalente – e, cosa più importante, entrando a far parte di una comunità per libera scelta, e non per destino prefissato.
Il giudizio può essere più sfumato nel caso del nanismo: siamo più vicini a una semplice diversità (ma non si trascurino le complicazioni mediche che spesso accompagnano chi ne è affetto), e in considerazione dei motivi che spingono i genitori, possiamo ragionevolmente inchinarci alla loro volontà. Se ci saranno dei problemi di adattamento del bambino a una società che non è stata costruita a sua misura, spetta ad essa risolverli.

Stupidario eutanasia 16

Don Vinicio Albanesi (Eutanasia/ Il desiderio di morire e la vita degna di essere vissuta, Affari Italiani, 5 dicembre 2006):

Piergiorgio Welby nel suo videomessaggio al presidente Napolitano pone il problema estremo della vita e della morte. Egli dichiara che la sua vita è non vita, in quanto gli vengono negate dalla malattia tutte quelle funzioni, anche minime, che gli permettevano di essere attivo. Qualche giorno fa, nella nostra Comunità, è morta una signora che era esattamente nelle sue condizioni: non ci ha mai chiesto di morire.
[…]
Se, nonostante tutte le attenzioni, qualcuno chiede di morire, non è possibile rispondere a questo desiderio, perché nessuno può aver potere di dare morte. La morte infatti è negativa sempre e comunque. Nelle guerre, nelle devastazioni, nelle povertà e anche nelle malattie.

A Magdi Allam si è allungato il naso

Lisa Maccari fa giustizia dell’assurdo allarme lanciato da Magdi Allam dalle colonne del Corriere della Sera sul presunto pericolo che ai matrimoni islamici venga riconosciuto valore civile nel nostro paese («Le nozze di Pinocchio», Paniscus, 5 dicembre 2006):

In breve, il nostro strumentalizza il caso di Lia per ribadire una cosa sola: bisogna mettere in guardia lo Stato italiano dall’accettare una convenzione con le comunità islamiche che preveda anche la celebrazione di matrimoni concordatari.
Eh già, perché secondo lui comporta un rischio da brivido: se lo stato italiano riconosce i matrimoni musulmani, poi sarà costretto ad accettare tutte le loro norme tradizionali, e allora addio diritti delle donne, laicità dello stato e parità tra coniugi!
Il nucleo dell’articolo di Allam, infatti, al di là delle ipocrite note di colore, è tutto lì: attenti, che se si riconoscono i matrimoni islamici, poi ci imporranno il ripudio e la poligamia, e non potremo più fare niente per negarglieli! …
Capirei se quello stesso sproloquio fosse comparso sul blog della maga Lisistrata, o al bancone di un bar di San Frediano. Ma da parte del vicedirettore del Corriere della Sera, per di più arabo, per di più sedicente musulmano, può significare soltanto una cosa: malafede assoluta.
Come si fa a non capire, con evidenza sonante, che il concordato con lo stato italiano non c’entra niente, e che il riconoscimento civile dei matrimoni islamici avrebbe semmai l’effetto esattamente contrario a quello descritto?
Se i matrimoni islamici avessero una valenza civile, allora sarebbero tenuti a rispettare le leggi civili, e non solo quelle islamiche.
Se i matrimoni islamici avessero una valenza civile, per sposarsi in moschea sarebbe necessario produrre tutti i documenti richiesti per un matrimonio civile, e sottoscrivere tutti gli impegni previsti per un matrimonio civile. I matrimoni islamici sarebbero registrati, contati, censiti, ed equiparati agli altri, con diritti e doveri conseguenti.
Per esempio, un matrimonio poligamico non potrebbe proprio essere celebrato... perché per sposarsi in moschea con un rito valido civilmente, sarebbe richiesto di produrre tutte le prove documentali che entrambi gli sposi siano liberi, come avviene in chiesa o in municipio. Un ripudio islamico non avrebbe la minima validità civile, e un marito che pensasse bene di abbandonare la moglie senza obblighi, recitando una triplice formuletta a memoria, non potrebbe farlo senza essere perseguito dalla legge e costretto a prendersi le proprie responsabilità.
Pensare che un riconoscimento civile dei matrimoni islamici imporrebbe allo stato di accettare le loro regole è una mistificazione di grossolaneria estrema. È come dire che, “siccome la chiesa cattolica non ammette il divorzio, allora chi si sposa in chiesa con un matrimonio concordatario registrato all’anagrafe civile, poi non può divorziare civilmente o risposarsi in comune”. Ma siamo seri! Lo sanno tutti, che è un’assurdità. E uno stato che si è dimostrato capace di imporre un principio tanto chiaro alla chiesa più invasiva e potente di tutta la sua storia, non sarebbe in grado di fare la stessa cosa con le comunità religiose più vessate, minacciate e senza diritti mai esistite sul suo territorio?

Dawkins risponde

Sull’Independent di ieri Richard Dawkins risponde alle domande dei lettori («Richard Dawkins: You Ask The Questions Special», 4 dicembre 2006). Ecco alcune delle risposte più brillanti:

In the beginning was...?
Simplicity.

What is there to distinguish your intolerance from that of a religious fanatic?
It would be intolerant if I advocated the banning of religion, but of course I never have. I merely give robust expression to views about the cosmos and morality with which you happen to disagree. You interpret that as ‘intolerance’ because of the weirdly privileged status of religion, which expects to get a free ride and not have to defend itself. If I wrote a book called The Socialist Delusion or The Monetarist Delusion, you would never use a word like intolerance. But The God Delusion sounds automatically intolerant. Why? What’s the difference?
I have a (you might say fanatical) desire for people to use their own minds and make their own choices, based upon publicly available evidence. Religious fanatics want people to switch off their own minds, ignore the evidence, and blindly follow a holy book based upon private ‘revelation’. There is a huge difference.

Einstein, Newton, Bacon, Kepler, Pascal, Boyle and Faraday all believed in God. Does it bother you that such eminent scientists might not have been “deluded”?
It was hard to be an atheist before The Origin of Species. Einstein is the only member of your list who was born into the post-Darwinian world, and it is no accident that he was also the only one who didn’t believe in God. He declared: “It was, of course, a lie what you read about my religious convictions, a lie which is being systematically repeated. I do not believe in a personal God and I have never denied this but have expressed it clearly.”

Why have you not engaged in public debate with Alister McGrath, Mary Midgley, Michael Ruse, Keith Ward, or indeed anyone else who would present you with a serious challenge?
The producers of my Channel 4 documentary [Root of All Evil?] invited the Archbishop of Canterbury, the Cardinal Archbishop of Westminster and the Chief Rabbi to be interviewed by me. All declined, doubtless for good reasons. I don’t enjoy the debate format, but I once had a public debate with the then Archbishop of York, and The Observer quoted the verdict of one disconsolate clergyman as he left the hall: “That was easy to sum up – Lions 10, Christians nil.”

Should men submit to their selfish genes, dump their wives and go for younger, blonder models?
No. We gave up submitting to our selfish genes long ago, when we took up clothes, contraceptives, sonnets, cubism, astronomy, snooker, bungee-jumping and other things that our selfish genes would at best consider a waste of time. Scientific facts about the world do not translate into moral “shoulds”.

I salute your courage in questioning Christianity, but what do you do on Christmas Day when everyone is celebrating? I presume you do not send or receive cards or give/receive presents.
Why do you presume that? Do you seriously imagine that all – or even a majority of – the people who send cards and presents are followers of Jesus? Why, even the music we have to endure in shops is usually “White Christmas”, “Rudolph the Red-Nosed Reindeer”, and the nauseating “Jingle Bells”. What’s religious about that?

If you died and arrived at the gates of Heaven, what would you say to God to justify your lifelong atheism?
I’d quote Bertrand Russell: “Not enough evidence, God, not enough evidence.” But why is God assumed to care so much about whether you believe in him? Maybe he wants you to be generous, kind, loving, and honest – and never mind what you believe.

lunedì 4 dicembre 2006

Stupidario eutanasia 15

Vincenzo Saraceni ai microfoni di Radio Vaticana (Prosegue il dibattito sull’eutanasia: ai nostri microfoni il presidente dell’Associazione medici cattolici, Vincenzo Saraceni, Radio Vaticana, 4 dicembre 2006):

La sofferenza... il problema è di dargli in qualche modo anche un significato, umano ecco, prima che un significato religioso.
Allora io dico che se chi incontra la sofferenza dentro un ospedale, per esempio, e si rende conto che quell’incontro rappresenta anche, diciamo così, la comunanza di un destino proprio, può scattare questo desiderio di essere vicino alla persona che soffre non soltanto con i farmaci ma anche con un tentativo di accogliere una storia una umanità, credo che questo è il grande sforzo culturale che dobbiamo fare.
[Caso Welby e differenza tra eutanasia e accanimento terapeutico]
Non è facile fare chiarezza, anche perché non c’è una definizione convincente di accanimento terapeutico. Certo è che quando la terapia non può far recuperare al paziente una prospettiva di vita può essere omessa, allora in quel caso farla è veramente un accanimento.
Però, nel caso per esempio di Welby io ho l’impressione che è possibile mantenere in vita questo paziente, con la coscienza attiva, con la possibilità anche di relazione con il contesto familiare, e allora qui staccare la spina effettivamente avrebbe più il significato di una interruzione brutale e quindi questo sarebbe forse una eutanasia.
Chi volesse ascoltare per credere...

Augusto Pinochet

Il suo destino è nelle mani di Dio, ha dichiarato il figlio Marco Antonio (Pinochet migliora, ma è ancora grave, Il Corriere della Sera, 4 dicembre 2006), dopo averci rassicurato sulla sua vita futura: la religione per noi ha un ruolo molto importante, e tanto la famiglia quanto il sacerdote hanno voluto che gli fosse somministrata l’estrema unzione (Pinochet colpito da infarto, Il Corriere della Sera, 4 dicembre 2006).
Poco da aggiungere.
Come poco da aggiungere a quanto scritto da Cadavrexquis: Per la chiesa, meglio dittatori che froci.

Stupidario eutanasia 14

Luca Volontè (a commento della istituzione di una commissione sulla terapia del dolore, le cure palliative e la dignità del fine vita, Italia. Si insedia la Commissione sulla dignità del fine vita, Vivere & Morire, 4 dicembre 2006), paventa il rischio di una

tentazione totalitaria. Al ministro Turco Livia è bastato l’annuncio dello sciopero della fame della sua collega Bonino per istituire una commissione di stato per la “fine della vita”. I laicisti tacciono sui pericoli di un governo che si arroga il potere di decidere quale vita valga la pena di essere vissuta. A noi non sfugge la tentazione totalitaria del ministro Turco.
Né il governo né lo stato possono arrogarsi il giudizio sulla vita umana. Ma evidentemente alla Turco interessa più blindare i suoi fan di sinistra estrema, dopo lo smacco al Senato sulla tossicodipendenza.
[Ricorda poi l’impegno del presidente del consiglio, Romano Prodi] a favore della vita umana fin dal concepimento [e lo sollecita a] vietare i fondi alla commissione eugenetica della Turco ed a richiamare la Bonino ai suoi doveri.
Bonino scioperi contro il fallimento della sua opera europea dopo la debacle delle direzioni e lasci perdere l’eutanasia. Bonino, Salvi e Marino dimostrano chiaramente di voler introdurre l’eutanasia. Morte di stato anticipata dalla Commissione Turco.
(Correndo il rischio di essere ripetitivi: 1. Una eventuale legalizzazione dell’eutanasia non significa che lo Stato compila un elenco di persone da eliminare. 2. La scelta è affidata alle singole persone. 3. È totalitario, piuttosto, imporre a tutti di vivere anche quando non lo desiderano perché afflitti da una malattia inguaribile e dolorosa. 4. Il richiamo all’eugenetica è sbagliato da innumerevoli punti di vista. 5. Non si tratta di Morte di Stato, bensì di riconsegnare a ciascuno le decisioni relative alla propria vita, morte compresa. 6. Volontè sembra essersi fermato alle elementari o al periodo del servizio militare anteponendo il cognome al nome del suo oggetto polemico...)

Testamento biologico: una postilla al consenso informato

Il caso di Bruno è una ottima occasione per smascherare gli argomenti contro il testamento biologico. Da ora parte, senza alcuna altra possibilità di rimandare, il conto alla rovescia affinché almeno il testo di legge sul testamento biologico sia approvato.
Almeno questo!

L’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR) ha pubblicato la storia di Bruno, una sua intervista di Isabella Cazzoli e una copia della documentazione!

Bruno, la sua storia comincia un anno fa, quando invia al Comitato Etico la sua prima richiesta di chiarimenti sul consenso informato. Vuole raccontarci?
Volentieri. Oltre un anno fa, a causa di un fattore di rischio scoperto casualmente e nell’eventualità di dovermi sottoporre a un delicato intervento chirurgico esposto, come tutti i trattamenti chirurgici, al rischio statistico di un esito anomalo ma con conseguente grave inabilità della persona, quale ad es. uno stato vegetativo persistente, inoltrai richiesta al Comitato Etico di poter aggiungere una postilla al consenso informato.

In cosa consisteva la clausola?
«Nel disporre in piena consapevolezza e altrettanto piena capacità di intendere e di volere di rifiutare il mio consenso a ogni accanimento (cosiddetto) terapeutico, ivi compresa l’idratazione e l’alimentazione artificiale e forzata e che ogni cura estrema e inefficace sul piano della guarigione venga sospesa o addirittura non intrapresa».

Quindi una sorta di testamento biologico come estensione del consenso informato?
«Proprio questo. Con il consenso informato autorizzo il medico a effettuare l’intervento sul mio corpo. La mia clausola, inserita al termine del consenso informato, ha la valenza di una limitazione dell’autorizzazione con la quale dispongo che nel caso in cui io non sia più in grado di esprimere la mia volontà e nell’eventualità di un esito imprevisto con condizione clinica inguaribile e irreversibile, rifiuto l’accanimento terapeutico compresa l’idratazione e l’alimentazione forzata».
Ah, il nostro Bruno non è Gibert.

domenica 3 dicembre 2006

E Bioetica finì sul Corriere...

Sul Corriere della Sera di ieri, in un box a fianco di un articolo di Antonio Carioti («Il ritorno degli atei», 2 dicembre 2006, p. 39), viene segnalato fra l’altro, come esempio di bioetica laica, anche il nostro blog.

sabato 2 dicembre 2006

?

Ore 17.48 Gianfranco Fini alla manifestazione del Berlusconi’s Day e a proposito del protagonista di questa giornata:

... il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi...
???

Sbatti il mostro in prima pagina

Avevo resistito, ma ora mi arrendo.
E sbatto il minus in prima pagina... Grazie ad Aioros, che mi ha costretta a passare dalle parole alle immagini.


PS
Quello che mi infastidisce è che Luca (Volontè) ha ormai gettato una ombra indelebile anche sul mio amato Gianmaria (Volontè). E questo è imperdonabile.

Il rapporto tra il medico e la morale (cattolica)

José María Simón, Presidente della Federazione Internazionale delle Associazioni Mediche Cattoliche (FIAMC) ha inviato a Zenit una lettera ai medici cattolici di tutto il mondo sul tema “Il rapporto del medico con la morale”.

I medici cattolici si trovano spesso di fronte a dilemmi morali in cui devono prendere una decisione. È quindi importante saper distinguere tra il bene e il male, cosa impossibile da fare senza il sostegno della Chiesa (dobbiamo dire le cose come stanno).
E diciamole! La morale non può che affondare le radici nel Verbo, giusto? Purtroppo è difficile dialogare con chi intende affermare una verità dogmatica e che poco spazio lascia a ipotesi diverse (di fronte alla Verità, quale ipotesi reggerebbe?).
Prima di prendere le sue decisioni il medico fa una composizione di luogo di fronte al problema concreto. È bene inquadrare le cose in senso ampio (il “frame”) e con sana antropologia. Ricordo una volta in cui fui invitato da un mezzo di comunicazione di massa a un dibattito sull’inseminazione artificiale per le donne lesbiche. Presumibilmente, doveva esserci un equilibrio tra le diverse opinioni. Ma gli invitati erano un attivista gay, una lesbica, un bisessuale, un libertino e un eterosessuale. Il presentatore e i servizi di appoggio, inoltre, erano lontani anni luce dal pensiero del minoritario eterosessuale. Alla mia richiesta di spiegazioni rivolta alla direzione del programma riguardo a una manipolazione così grossolana, dovetti sentirmi dire che era stato tutto pensato nel massimo rispetto della parità di opinioni...
In questo caso, la messa a fuoco del tema non consiste nello stabilire se quel tipo di coppie abbiano o meno diritto all’inseminazione, o se esistano coppie eterosessuali che maltrattano i propri figli. Una più ampia prospettiva può aiutare il professionista in fertilità a esercitare l’obiezione di coscienza. Perché la situazione ideale, quella in cui milioni di coppie di coniugi e di bambini sono sempre stati felici, è quella in cui i bambini nascono naturalmente nel seno di una famiglia, costituita da un uomo e da una donna. Di questo bisogna parlare, perché questa è la realtà.
Ah, questa è la realtà! La natura, rassicurante e deresponsabilizzante. La natura, appiglio per quanti si giocano la carta dell’identificazione tra naturale e buono, tra naturale e moralmente lecito. Dimenticando che la natura è la malattia, la natura è l’influenza, la natura è quanto i medici (anche quelli cattolici) combattono. La natura è il cancro, l’AIDS o l’anemia mediterranea. Tutti i tentativi di curare sono artificio.
E l’artificio non è automaticamente immorale. Basti pensare alla medicina. E la medicina ha fatto progressi nel rimedio alla sterilità. Non basta dire “è artificiale” per condannare. E José María Simón dovrebbe sforzarsi di offrire qualche ragione per cui persone che non ricalcano il modello di famiglia che lui preferisce non dovrebbero poter ricorrere alle tecniche di procreazione assistita. Ma questo scalfirebbe il Verbo.

Ma veniamo ai “temi concreti”, e sui giudizi di Simón, in bilico tra il ridicolo e la contraddizione.

Preservativi
“Barriera” più o meno imperfetta che è il preservativo, senza presentarlo, e tanto meno raccomandarlo, come un bene.
Eutanasia
Non dobbiamo privare di assistenza un malato terminale, non possiamo accanirci con lui e non lo possiamo ammazzare. L’unica cosa degna che possiamo fare è procurargli delle cure palliative di qualità, tenendo sempre conto delle sue dimensioni bio-psico-sociale, spirituale e familiare. È questo il cammino da seguire.
L’eutanasia uccide la libertà: è una decisione presuntamente libera che farà sì che la persona in questione non possa mai più prendere liberamente delle decisioni. Neanche l’umanissima decisione di rettificare. L’eutanasia, la sua accettazione o la sua depenalizzazione si situano nel lato buio della professione, chiunque sia il loro difensore.
Anticoncezionali orali
Gli esseri umani sono stati creati apposta incompleti da Dio. L’uomo ha bisogno della donna per realizzarsi e la donna ha bisogno dell’uomo per essere felice. Anzi, l’uomo e la donna hanno bisogno anche dei figli per trovare la loro completezza nella famiglia.
[…]
L’atto sessuale implica una pulsione tale che non lascia indifferente nessuno e che ha sempre delle conseguenze. Unisce come nient’altro l’uomo e la donna. La sua realizzazione deve avvenire in un contesto di maturità, impegno ed esclusività: il matrimonio. L’uomo e la donna si danno tutto l’uno all’altra, compresa la capacità di generare nuove vite umane. E questo è un bene.
[…]
I metodi naturali di regolazione della fertilità (Billings, sintotermici, ecc.) consentono di utilizzare questi periodi infecondi perché gli sposi possano continuare a trovarsi in comunione con i rapporti sessuali e perché con questi superino la malsana attrazione di altre carni.
[…]
Gli anticoncezionali violano diversi diritti umani: il diritto alla vita (nei casi della pillola abortiva o del giorno dopo), il diritto alla salute (hanno effetti secondari, diversamente dai metodi naturali), il diritto all’educazione (la gente ha il diritto di conoscere la propria fertilità) e il diritto alla parità tra i sessi (il peso dell’anticoncezionale in genere ricade sempre sulla donna).
L’aborto provocato
C’è qualcosa di peggio che strappare un figlio dal ventre della madre? Si può spiegare a un bambino di cinque anni l’aborto procurato? La donna che perde un figlio in un aborto spontaneo, non piange come se avesse perduto un figlio? Facciamo tutto il possibile, come medici, per trasformare la sofferenza di genitori con problemi nella gravidanza in gioia e allegria? Il medico cattolico esercita l’opzione preferenziale a favore delle madri. Non esclusiva né escludente, ma preferenziale.
L’evoluzionismo
Sappiamo pochissimo sull’origine fisica della specie umana. Senza cadere nello scientismo, dovranno passare decenni prima che la scienza ci illumini su questo aspetto. Non si sa né come né quando si passi da una specie all’altra, seppure succede. Gran parte di quanto è stato scritto sull’argomento è provvisorio e incompleto.
L’amniocentesi
Come sapete, salvo in casi eccezionalissimi, l’amniocentesi si fa per provocare l’aborto in caso di sospetto di una malformazione del feto. Quindi, poiché questa pratica non si fa per il bene del feto e della madre, non si può considerare un atto medico corretto.
La riproduzione artificiale
Il medico può e deve aiutare i coniugi infertili, ma si non può sostituire a loro. Questo è un principio utilissimo per comprendere che, nonostante la grande popolarità delle tecniche di “riproduzione assistita”, non possiamo cedere alle tentazioni facili e lucrative. Tutti gli sforzi devono essere applicati a migliorare gli studi di fertilità delle coppie e a trattare il trattabile, che è già molto. Data la fissazione che hanno molte cliniche sulla fecondazione in vitro, sarà bene spiegare ai coniugi che sostituirsi ad essi non rientra nelle funzioni del medico, che l’amniocentesi si fa quasi sempre per abortire i figli difettosi, che gli embrioni in sovrannumero vengono spesso eliminati e che si congelano i figli.
Il rispetto dell’embrione
Sinceramente, credo che la posizione più coerente con la conoscenza che abbiamo sull’embrione sia il suo scrupoloso rispetto sin dal concepimento. Oltre a essere la posizione che evita il maggior numero di problemi. La nostra coerenza si illumina quando difensori di balene e foche, oppositori della pena di morte, attivista dei diritti umani e filantropi di vario genere accettano la distruzione dell’embrione senza batter ciglio (sempre con fini terapeutici, è ovvio).
Il concepimento dura un momento, ma il processo è già avviato e il rispetto per l’integrità dell’embrione comincia da molto prima: comincia con il rispetto per l’unione tra l’uomo e la donna, evitando i concepimenti in vitro. L’umanità non deve introdurre caos nel bio.
E per concludere: in senso stretto, l’essere umano non ha diritto alla vita. La vita è un regalo che riceve. Prima di esistere non eravamo niente, quindi non eravamo soggetto di diritti.

La lettera è molto più lunga e densa di consigli, ho scelto le parti che mi piacevano di più.

In consultorio

Un ottimo post di Giskard («Se avessi voluto un cane, avrei fatto un figlio», 21 novembre 2006), su un giro per consultori accompagnando un’amica in difficoltà. Molto ben raccontato, con vero talento. Un assaggio:

Arriviamo a Sesto S.G. nell’ennesimo consultorio. Il santino appeso al muro subito davanti all’entrata mi fa pensare. Ci sediamo su delle sedie di velluto blu di fianco alla segreteria. Prendo un libro dentro il portariviste, non lo scelgo, prendo il primo. È un fotodiario del nostro ex papa. Mamma una volta mi ha raccontato di consultori gestiti da cattolici e da CL. Inizio ad avere un presentimento.
Appena è il nostro turno ci fiondiamo nella sala medica pulita, con il lettino nuovo e una macchina per fare ecografie nuova di zecca. Lei pare sicura (del posto e di se stessa). Entra una signora anziana col camice bianco e ci dice di essere una ostetrica. Ci chiede qual’è il problema e la mia amica (con la voce da scaricatrice di porto): «voglio una pillola del giorno dopo». Il camice bianco sgrana gli occhi e con tono pacato: «questo è un consultorio cattolico, noi non diamo la pillola del giorno dopo, la consideriamo una pillola abortiva, curiamo la vita, non la uccidiamo».
ESCO immediatamente da quel posto, trascinandomi la mia amica dietro, con il fegato verde.

Bambini e identità di genere

Un articolo del New York Times (Patricia Leigh Brown, «Supporting Boys or Girls When the Line Isn’t Clear», 2 dicembre 2006) esamina il problema dei bambini e degli adolescenti la cui identità di genere non corrisponde al sesso biologico: bambine che si vestono da maschi e prediligono modi di comportamento maschili (le tomboy girls degli americani; noi diremmo i «maschiacci»), e bambini che hanno atteggiamenti femminili (i sissy boys, le «femminucce»: la connotazione è, non a caso, più derogatoria in entrambe le lingue rispetto a quella dei termini usati per le bambine).
L’atteggiamento di genitori ed autorità scolastiche sta cambiando, ma i problemi sono ancora molti per questi bambini estremamente vulnerabili, soggetti più degli altri a depressione e a tentativi di suicidio, e vittime predestinate della violenza dei coetanei (giunta in qualche caso, come quello di Gwen Araujio, fino all’omicidio).
Come dice un intervistato, «The goal is for the child to be well adjusted, healthy and have good self-esteem. What’s not important is molding their gender» («lo scopo, con questi bambini, è di far sì che siano equilibrati, sani e con una buona autostima. Modellare il loro genere non è importante»). Alcuni genitori consentono ai figli di vestirsi come vogliono, ma questo ovviamente genera problemi potenzialmente assai gravi col mondo esterno alla famiglia; altri giungono al punto di bloccare la pubertà dei bambini con farmaci, in attesa che la loro percezione della propria identità di genere maturi, e per evitare possibili episodi di automutilazione, che si verificano quando il corpo matura in modo non conforme ad essa.
Esistono comunque motivi di speranza: nel distretto scolastico di Los Angeles, per esempio, gli studenti vengono chiamati con un nome che rispecchia la loro identità di genere, e possono cambiarsi in un’area riservata al sesso prescelto.

venerdì 1 dicembre 2006

Stupidario eutanasia 13

Luca Volontè (Tg Parlamento notte, 30 novembre 2006):

Lo stesso Welby sa benissimo che le leggi dello stato italiano non consentono, se non attraverso il suicidio, di decidere personalmente di morire, quindi se lui ritiene di voler dare un taglio alla propria vita può suicidarsi con l’aiuto della moglie, ma questo non ha niente a che fare con la legalizzazione dell’eutanasia che è un omicidio sul quale la nostra cultura giuridica non può essere d’accordo.
(Gli auguriamo di strozzarsi con una pastorella che incespica per vedere la nascita di un Gesù bambino di plastica.)

Il ricorso dei legali di Welby

I legali di Piergiorgio Welby hanno depositato presso il Tribunale Civile di Roma un «ricorso d’urgenza volto ad ottenere il distacco del respiratore artificiale sotto sedazione terminale» (contro il rifiuto opposto dal medico curante). Le ragioni giuridiche addotte sono di tutto rispetto, e mi sembrano costituire ad oggi una delle migliori argomentazioni a favore del diritto di un cittadino di rifiutare cure mediche. Il Tribunale è chiamato a una scelta importante, dalla quale dipende non solo il destino di un uomo, ma il pieno rispetto degli articoli 13 e 32 della Carta Costituzionale.

Oh quante volte ai posteri / narrar se stesso imprese, / e sull’eterne pagine / cadde la stanca man!

È il 5 maggio 2006 e Salvatore Cuffaro, in arte Totò, affronta Rita Borsellino su “su temi che stanno a cuore ai siciliani, quali la famiglia, la solidarietà, l’istruzione e il diritto alla vita”, come lo stesso Totò tiene a precisare (Confronto Cuffaro-Borsellino a Troina. Dichiarazioni del Governatore Cuffaro, Comunicato Stampa del 5 maggio 2006):

Evidenti e sostanziali sono i modi opposti di intendere il diritto alla vita. Per me si tratta di un diritto non negoziabile tanto che, come ho sempre detto, non permetterò mai la sperimentazione in Sicilia della pillola abortiva RU486, mentre la signora Borsellino ha dichiarato di essere d’accordo alla sperimentazione. Ho ribadito che, pur nell’assoluto rispetto per le opinioni e la libertà altrui, metterò tutto il mio impegno per sostenere la famiglia sancita dal diritto naturale, ovvero composta da un uomo ed una donna che scelgono di amarsi e di crescere i figli, mentre la signora Borsellino ha detto di volere attuare una legislazione a favore delle unioni di fatto e quindi ai Pacs.
 Io non rappresenterei mai istanze che non condivido, mentre la signora Borsellino ha voluto precisare con forza che, in quanto candidata, deve tenere conto di tutte le posizioni e che le sue convinzioni sono un’altra cosa. Mi chiedo, però come la signora Borsellino riuscirà a mettere d’accordo (sulla famiglia, sui Pacs, sul diritto alla vita, sull’eutanasia), Rifondazione comunista e la Rosa del pugno con l’Udeur e la Margherita. Pensa di poter essere, su questi temi, a corrente alternata: una settimana a favore di un’idea, una settimana a favore di un’altra?
(Poteva essere lo Stupidario eutanasia 13, ma l’amarezza è davvero troppa e Totò ha davvero una gran volto liscio come quello di un neonato.)

I colpi in testa, metodo da abbandonare

In terza elementare o giù di lì la maestra diceva di pensare prima di scrivere (soggetto + predicato + … doveva essere in seconda) e di rileggere per verificare di avere scritto frasi sensate e comprensibili.
Parlando di Livia Turco, Edoardo Patriarca sulle pagine di Avvenire (I colpi di mano, metodo da abbandonare, 1 dicembre 2006) costruisce la sua premessa argomentativa:

in questi primi mesi del nuovo governo si ha la spiacevole sensazione che qualcosa non stia funzionando, e che si sia dimenticata la via maestra del confronto esigente. Avventatezza, o l’illusione che il Paese uscito dalle elezioni sia improvvisamente un altro Paese? Forse un Paese sognato a propria misura, ma irreale e inesistente.
A misura di Livia Turco? Non sarebbe di certo un Paese avventato... Un altro Paese? Ma se si ha difficoltà a raccogliere i sintomi di un cambiamento di governo, proprio come un investigatore in un delitto perfetto!
Ma andiamo avanti, perché l’articolo è disseminato da ostinati luoghi comuni.
Sulle “questioni sensibili” l’opinione pubblica è più attenta di quanto si vuol far credere: ha risposto massicciamente all’invito di astensione per la difesa della legge 40, e altrettanto consapevolmente ha partecipato al referendum sulle riforme costituzionali, bocciandolo.
Qualcuno affermerebbe seriamente che dal momento che Mario non vi ha risposto dall’altra stanza allora ha detto di no? Magari non ha sentito. O magari non avete sentito voi che ha detto sì. Mario a parte, il non raggiungimento del quorum non costituisce una promozione né una bocciatura del quesito posto: è una invalidazione. Non è un argomento molto complesso da comprendere, ma fa comodo pensare che l’astensione in verità significhi NO.
Altrettanto consapevolmente? Qui non è incomprensione, ma malafede: al referendum costituzionale sono andati a votare il 52,3% dei cittadini, ma soprattutto i referendum costituzionali non richiedono il raggiungimento del quorum. Che paragone è (e mi sono sforzata a tacere una parolaccia)?
Ma torniamo alle questioni di attualità. La Commissione Sanità del Senato, a stragrande maggioranza, ha votato un odg che chiede al ministro Turco di rivedere il decreto sull’uso della cannabis. Dov’è lo scandalo?
Lo scandalo è che se ti beccano con tre canne vai in galera...
In queste settimane i leader del centrosinistra, come pure il presidente Napolitano, avevano auspicato una stagione di confronto e di dialogo sulle priorità che riguardano il futuro del Paese: non mi si vorrà dire che le politiche di welfare e di tutela della salute, della vita e dell’educazione non siano – paradossalmente – aree prioritarie su cui costruire convergenze che vadano oltre la maggioranza.
Oltre la maggioranza dove? Come? E partendo da quali presupposti?
Non è invece giusto e saggio rispettare le opinioni dei parlamentari, di tutti i parlamentari? Mi permetto alcuni suggerimenti. Sulle questioni sociali, educative ed etiche è noto a tutti che nel Paese esistono posizioni plurali e saperi sociali che chiedono di essere ascoltati, saperi non ideologici ma cresciuti sull’esperienza concreta. Prima di procedere per via legislativa o per decreto, si apra anzitempo un dibattito pubblico: l’ascolto è una virtù sulla quale l’agire politico fonda la propria legittimità. Una parte consistente dell’opinione pubblica sui temi legati all’educazione, alla famiglia e alla vita è particolarmente sensibile: perché non ascoltarla e fidarsi maggiormente dei parlamentari che intendono rappresentarla?
Alzo le mani. Rispettare le opinioni dei parlamentari? Fidarsi maggiormente dei parlamentari che rappresenterebbero la maggioranza? Qui si apre una voragine su una lista di questioni tanto corposa da insinuare lo scoramento: laicità e liberalità dello Stato, rispetto delle minoranze, uguaglianza tra gli uomini, fondamento della legittimità politica...

Domani è un altro giorno?

Stupidario eutanasia 12

Anonimo (Troppe carte false per legittimare l’eutanasia, Avvenire, 30 novembre 2006):

Si dirà, ma che c’entra la Carta con le questioni legate alla bioetica e, in questo caso, all’eutanasia? L’articolo 2 della Costituzione recita che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica economica e sociale. Quale spirito hanno voluto infondere i padri costituenti? Certo non quello dei proponenti il testo di legge citato [proposta di legge presentata da Maurizio Turco]. La Carta parla di diritti inviolabili (inviolabile sta anche per non negoziabile) dell’uomo e tra questi, primo tra tutti, il diritto alla vita di ogni cittadino, il diritto alla vita buona, alla vita degna anche nella malattia grave, persino al momento della sua conclusione. È questa la cifra, la prospettiva con la quale interpretare le sfide che abbiamo davanti a noi. Il vero diritto di ogni malato non è quello di morire, perché se lo fosse verrebbe scardinato alle fondamenta uno dei principi basilari della nostra Carta è cioè la dignità dell’uomo, sempre e comunque. Esiste, questo sì, il diritto a d una morte degna in cui non vi sia spazio né per l’abbandono né per la ghettizzazione, ma solo per la cura e il sostegno da parte di un ambiente accogliente e solidale.
(Il vero diritto alla vita, per farla breve, è il dovere della vita)

Scherza con gli anti(-evoluzionisti)

Da The Onion, 28 novembre 2006 («Kansas Outlaws Practice of Evolution»):

In response to a Nov. 7 referendum, Kansas lawmakers passed emergency legislation outlawing evolution, the highly controversial process responsible for the development and diversity of species and the continued survival of all life.
“From now on, the streets, forests, plains, and rivers of Kansas will be safe from the godless practice of evolution, and species will be able to procreate without deviating from God’s intended design,” said Bob Bethell, a member of the state House of Representatives. “This is about protecting the integrity of all creation.”
The sweeping new law prohibits all living beings within state borders from being born with random genetic mutations that could make them better suited to evade predators, secure a mate, or, adapt to a changing environment. In addition, it bars any sexual reproduction, battles for survival, or instances of pure happenstance that might lead, after several generations, to a more well-adapted species or subspecies.
Violators of the new law may face punishments that include jail time, stiff fines, and rehabilitative education and training to rid organisms suspected of evolutionary tendencies. Repeat offenders could face chemical sterilization. …
Some warn that the strict wording of the law could have a deleterious effect on Kansas’ mostly agricultural economy, since it also prohibits all forms of man-made artificial selection, such as plant hybridization, genetic engineering, and animal husbandry. A police raid on an alleged artificial-insemination facility outside McPherson, KS on Friday resulted in the arrest of a farmer, a veterinarian, four assistants, one bull, and several dozen cows.