lunedì 12 giugno 2006

Quel 75%

L’abbiamo letto e sentito in continuazione in questi giorni, a proposito del ritiro della firma italiana dalla cosiddetta «Dichiarazione etica europea» sulla sperimentazione sugli embrioni. Ancora l’altro ieri (e non sarà di certo l’ultima volta), così tuonava Eugenia Roccella dalle colonne di AvvenireRispettatelo, per favore il nostro voto», 10 giugno 2006):

Non siamo tra quelli che si stupiscono perché la maggioranza con cui il centrosinistra è andato al governo è esigua. Anche con un pugno di voti di scarto, se le regole lo consentono, si può governare, e bene. Ma arrogarsi, in base a quel pugno di voti, il diritto di scavalcare la volontà del 75% degli italiani, appare un po’ eccessivo.
Il riferimento, ovviamente, è al referendum sulla legge 40/2004, tenutosi esattamente un anno fa, in occasione del quale l’affluenza alle urne fu (per il primo quesito, sui limiti alla ricerca clinica e sperimentale sugli embrioni, che qui ci interessa più degli altri tre) del 25,4%, con l’88% dei voti validi a favore del Sì. L’astensione, raccomandata da quasi tutti quelli che erano contrari ad abrogare la legge, fu praticata dunque dal 74,6% degli elettori. Ma questo, evidentemente, non basta a dare ragione alla Roccella.

Diciamo subito che la Corte di Cassazione, con un’ordinanza datata 13 dicembre 1999, ha chiarito che un referendum abrogativo che non raggiunga il quorum dev’essere considerato un «non evento», che «non produce effetti giuridici». Il referendum del 12-13 giugno 2005 è dunque formalmente nullo, tant’è vero che in teoria potrebbe venire riproposto anche subito. Naturalmente, l’esito della consultazione ha comunque un valore politico: il comitato per il Sì non era riuscito a convincere un numero sufficiente di elettori, dimostrando un deficit grave nella propria capacità di informare e persuadere l’opinione pubblica, mentre il comitato per l’astensione aveva raggiunto lo scopo che si prefiggeva. Ma oltre ad avere ottenuto un’indiscutibile vittoria politica, i sostenitori dell’astensione possono anche vantarsi di rappresentare il «75% degli italiani», o comunque la loro maggioranza? Vale la pena di tornare a questo proposito sulla decisione della Corte di Cassazione, e in particolare sulle sue motivazioni:
l’astensione non conduce ad alcuna espressione di voto, ma sta a denotare soltanto che si è verificata una situazione in cui il corpo elettorale non ha potuto validamente esprimersi con efficace manifestazione del proprio consenso o dissenso sulla richiesta di abrogazione della legge. Non conduce, quindi, ad un risultato, non potendo essa in sé coniugarsi con l’altra essenziale condizione del raggiungimento del quorum deliberativo, né può essere essa sola intesa come una forma di dissenso, non potendo tale difetto di partecipazione, per motivi vari, avere un suo significato certo e univoco di manifestazione contraria al consenso richiesto [corsivo mio].
Il punto è ovvio, e non ci sarebbe nemmeno bisogno di riportare l’opinione della Cassazione: non è possibile conoscere le motivazioni di chi non è andato a votare.
Non andare a votare può voler dire molte cose, tutte significative: voglio che il referendum non raggiunga il quorum, i referendum mi hanno stufato, non ne so abbastanza sul tema e l’informazione è troppo complessa, non si può intervenire su una legge come questa abrogandone dei pezzi qui e là, mi va bene che su queste materie decida il Parlamento, non voglio essere costretto a votare da una minoranza, e così via.
Chi ha scritto queste parole? Un sostenitore del Sì in preda ai risentimenti? No: ancora lei, Eugenia Roccella, sul Foglio del 19 maggio 2005 («Chiamatela pure furbata ma Roccella ha cambiato idea, si astiene», p. I), in un momento in cui dire la verità era più conveniente di adesso. L’astensione poteva voler dire molte cose, tutte (o quasi: il 12 e 13 giugno si saranno astenuti anche quelli che a votare non ci vanno mai, quelli che non potevano, quelli che avevano capito che il quorum non sarebbe stato raggiunto, etc.) significative; ma solo la prima di quelle elencate sul Foglio può aver mosso i sostenitori della legge 40. E quanti saranno stati, questi ultimi, in percentuale? L’unica cosa certa è: non il 75% degli elettori. Chi scrive il contrario mente, oppure si è fatto ipnotizzare dalla sua stessa propaganda.
Si può abbozzare una stima più realistica? Proviamo.

1. È dal 1997 che non si raggiunge il quorum in un referendum abrogativo. Certo, ogni volta c’è chi ha invitato gli elettori all’astensione (è successo persino per il referendum costituzionale del 7 ottobre 2001, dove non c’era quorum); ma sembra difficile che sia riuscito sempre a spostare una grande massa di elettori. L’astensionismo ‘fisiologico’ dev’essere molto elevato (e in crescita nel tempo), e per una consultazione su temi così difficili come quello della procreazione assistita potrebbe riguardare anche la metà circa degli elettori.

2. I sostenitori del No sapevano di andare incontro a una sconfitta, o erano comunque incerti del risultato; solo così si spiega la loro rinuncia a cogliere i frutti di una autentica vittoria (che – come si vede oggi – si sarebbe potuta far valere anche negli anni successivi), per ripiegare su una campagna condotta con lo slogan grottesco «Sulla vita non si vota» (a difesa di un voto del Parlamento sulla stessa questione...). Come affermava la stessa Roccella un anno fa, alla vigilia del referendum (art. cit.):
Fino a poco tempo fa, anch’io ritenevo fosse importante combattere fino in fondo la battaglia per il no. Per il più semplice dei motivi: perché si poteva vincere. Credo tuttora che se ci fossero state una vera mobilitazione e una buona informazione, avremmo avuto ottime probabilità di convincere la maggioranza degli elettori a votare no, in difesa delle donne e dell’embrione.
3. A un sondaggio effettuato tra il 26 e il 27 maggio scorsi dall’Ispo (l’istituto di sondaggi diretto da Renato Mannheimer) per il Corriere della Sera, in cui si chiedeva se era opportuno (re)introdurre la fecondazione eterologa in Italia, il 48% degli interpellati ha risposto «No», il 46% «Sì» («Fecondazione eterologa, nel centrosinistra il 57% è favorevole», Corriere della Sera, 7 giugno 2006, p. 10. Nel grafico in calce all’articolo le percentuali sono però invertite). Tenendo conto dell’incertezza statistica si tratta di un risultato di quasi parità, per giunta sul tema referendario più controverso tra i quattro proposti nel 2005: i Sì furono infatti il 77,4%, i No il 22,6%, con uno spostamento dai primi ai secondi di circa il 10% rispetto agli altri tre quesiti.

I sostenitori della legge 40 hanno inferto, con il loro invito ad astenersi al referendum, una ferita alla democrazia, imponendo a tutti – e su una questione importante, che va a toccare il diritto fondamentale alla non interferenza – quella che era probabilmente, anche nel loro giudizio, l’opinione di una minoranza. Che adesso cerchino di contrabbandare quel risultato per ciò che platealmente non è stato, passa ogni segno, e manifesta un’arroganza, una propensione alla menzogna e un disprezzo per l’intelligenza dei cittadini di cui raramente è stato visto l’eguale. Se sono tanto sicuri della volontà degli italiani indìcano un referendum consultivo sulla procreazione assistita, lasciando liberi gli elettori di esprimersi; altrimenti abbiano la decenza di tacere.

2 commenti:

Cantor ha detto...

Giuseppe, meno male che sei venuto a commentare sul mio blog (tra l'altro per motivi casuali sei arrivato su quello nuovo, non ancora pubblico....quello che attualmente è pubblico è questo: http://cantor.ilcannocchiale.it ma non fa niente vieni su quello nuovo sei il benvenuto.) Sto scrivendo un ulteriore post sull'argomento e sarà mio grand piacere linkare questo tuo articolo e metterti nel mio blogroll!!! Se vuoi linkami anche tu nel tuo, con il mio nuovo blog. Perchè non entri a fare parte di Tocqueville? Di blog come il tuo ne abbiamo molto bisogno.
Ciao

skunk ha detto...

Ciao Giuseppe, ottimo articolo.

In questi giorni di scontro sull'argomento, mi chiedo come commenteremmo le intrusioni clericali, se a parlare, che so, fosse un ministro francese.

Oggi, l'Osservatore Romano, ha varcato il segno: leggi qui