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martedì 24 febbraio 2009

Ma che vuol dire l’emendamento Rutelli?

Com’è noto, fra gli emendamenti presentati al famigerato disegno di legge Calabrò sulle direttive anticipate di trattamento ce n’è uno a firma di Francesco Rutelli, che riguarda in particolare la sospensione dell’alimentazione e idratazione artificiali, in concorrenza con analogo emendamento presentato da Anna Finocchiaro, Ignazio Marino e altri senatori del Pd.
L’articolo originale del ddl (5 c. 6) recita così:

Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento.
Una proibizione totale, come si vede; e ci sono buone ragioni per ritenere che la legge la estenda implicitamente anche ai pazienti capaci. Ecco invece l’emendamento Rutelli, almeno per come risulta dalle agenzie di stampa:
Alimentazione e idratazione sono forme di sostegno vitale e sono fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono quindi essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento. Nelle fasi terminali della vita o qualora il soggetto sia minore o incapace di intendere e di volere, la loro modulazione e la via di somministrazione, da commisurarsi alle aspettative di sopravvivenza, alle condizioni del paziente e alla necessità di non dar corso ad accanimento terapeutico, debbono essere il frutto di una interazione e comune valutazione tra il medico curante, cui spetta la decisione finale, l’eventuale fiduciario e i familiari.
Il senso dell’emendamento – come del resto si evince dalle dichiarazioni del proponente – appare quello di stabilire una eccezione al divieto di sospensione della nutrizione artificiale. Il testo a dire il vero è un po’ ambiguo, ma suppongo che per «modulazione» dell’alimentazione si debba intendere la sua variazione nel tempo, e che questa variazione possa portare anche a un livello zero. D’altra parte non avrebbe senso dedicare un articolo di legge a stabilire che per certe categorie di pazienti l’alimentazione artificiale dev’essere «modulata» in base alle loro esigenze: questo rientra negli ovvi doveri professionali del medico, e sarebbe superfluo farne oggetto di apposita norma (fortunatamente nessuna autorità religiosa ha ancora preteso che ogni malato debba essere rimpinzato come un lottatore di sumo).
Per quanto riguarda le categorie a cui si può sospendere l’alimentazione, l’emendamento ne indica chiaramente tre; e qui inizia l’aspetto sconcertante della cosa. L’uso della congiunzione «o» sembra indicare infatti che i soggetti minori o incapaci di intendere e di volere di cui si parla non si trovino anche «nelle fasi terminali della vita»; in caso contrario si sarebbe usata una «e» (se si voleva specificare un’ulteriore condizione aggiuntiva), oppure ci si sarebbe limitati alla sola categoria dei pazienti morenti. Ma allora, preso alla lettera, l’emendamento Rutelli sta dicendo che si può sospendere l’alimentazione artificiale a pazienti incapaci ma non terminali, se il medico curante così decide, in base a generiche «condizioni del paziente» e alla necessità «di non dar corso ad accanimento terapeutico», che comunque qui, come si è appena visto, non possono essere intese come riferimento all’imminenza della morte. In pratica, secondo questo emendamento, il caso Englaro si sarebbe potuto legalmente concludere così come si è concluso...

Scartata inevitabilmente l’ipotesi che Rutelli stia facendo il doppio gioco, rimangono due interpretazioni possibili: o le agenzie hanno scambiato una «e» con una «o» (ma non ho ancora letto richieste di rettifica in proposito), oppure Francesco Rutelli ha serie difficoltà a scrivere un semplice emendamento.

martedì 15 luglio 2008

Povero Zingarelli

Quando Francesco Rutelli parla di coraggio, verrebbe da tirargli in testa almeno le ultime edizioni...

giovedì 1 maggio 2008

Ma perché non paga?

A qualche giorno di distanza dalle elezioni comunali romane conviene forse tornare sul tema affrontato assai sbrigativamente in «Il clericalismo non paga»: perché, esattamente, non paga? In che modo un candidato che ha fatto dell’ossequio alla Chiesa la caratteristica più visibile della propria persona politica (al punto da lasciar passare sotto silenzio persino alcune cose buone fatte come Ministro dei Beni Culturali nell’ultimo governo) ottiene 55.000 voti in meno del candidato – meno incline alle frequentazioni vaticane – a presidente della Provincia dello stesso partito?

Il lamento l’abbiamo sentito spesso, anzi spesso è stato anche il nostro lamento: i diritti civili interessano solo a una ristrettissima minoranza dell’elettorato; l’Italia non è la Spagna, gli italiani sono naturaliter clericali, e parlare di certe cose qui non paga. Manca però in questi discorsi ogni tentativo di quantificare la frazione interessata a questi argomenti – forse è talmente infima da sfuggire ai rilievi statistici? L’uno per mille? L’uno per diecimila? Ma fortunatamente abbiamo un modo per determinarla oggettivamente.
Il 12 e 13 giugno 2005 si sono tenuti i referendum per l’abrogazione della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Una grave sconfitta per i liberali: solo una minoranza si è recata alle urne, e ancora di meno hanno votato Sì. L’impresa, del resto, era ardua: si trattava di esprimersi su una questione tecnica, che nessuno aveva seriamente tentato di spiegare in modo comprensibile alla gente, sfidando gli inviti pressanti a non votare (che rendevano oltretutto il voto non più segreto). Chi ha votato Sì, insomma, ha mostrato indubbiamente un interesse sentito per la difesa dei diritti civili (sono lontani i tempi in cui si votava in un certo modo solo «perché così ha detto il Partito»); contando queste persone avremo in prima approssimazione la cifra che cercavamo. Ai primi tre quesiti referendari (il quarto, sulla fecondazione eterologa, era più ‘eticamente difficile’ e possiamo trascurarlo) ha votato Sì in media il 22,5% degli aventi diritto. Una minoranza, certo: ma non esattamente una frazione infinitesima. Attenzione, poi: questo è il 22,5% dell’elettorato teorico. Ma in Italia esiste una frazione di persone che non si reca mai alle urne; l’affluenza maggiore degli ultimi dieci anni si è avuta per le Politiche del 2006 ed è stata pari all’83,6% (senza considerare i votanti all’estero). Teniamoci larghi, e non contiamo chi vota sempre scheda nulla o bianca: diciamo che l’elettorato attivo è dell’85%. Rapportato a questa percentuale (prudente), quel 22,5% di elettori – che per definizione fanno parte degli elettori generalmente propensi a votare – diventa il 26,5%: più di un elettore su quattro.
Si dirà: ma allora perché partiti che hanno fatto della difesa della laicità un punto qualificante del proprio programma, come per esempio il Partito Socialista, hanno conosciuto una débacle spettacolare sia alle elezioni politiche che a quelle comunali? La risposta è semplice: essere sensibili ai diritti civili non significa essere sensibili soltanto a quelli, né significa porli necessariamente al primo posto nella scala delle proprie priorità. Oltretutto, un partito che ospita al proprio interno Gianni De Michelis, Ugo Intini e Bobo Craxi può incontrare alcune difficoltà a farsi apprezzare dall’elettorato progressista; e diciamo che alzate d’ingegno come l’offerta di una candidatura a Mastella fatta da Enrico Boselli o la candidatura dell’ex pornostar Milly D’Abbraccio a consigliere del Comune di Roma non hanno propriamente aiutato. La polarizzazione politica e la mancanza di attenzione mediatica hanno fatto il resto.

Esiste, dunque, un quarto abbondante di elettori sensibili ai diritti civili e alla difesa della laicità; e si può cominciare a sospettare che offendere questi elettori presentandosi costantemente come amico di preti, cardinali, papi e numerarie dell’Opus Dei, mentre oltretutto dura ancora la memoria dei giorni in cui le proprie simpatie erano esattamente opposte, senza offrire su tutto il resto dei problemi all’ordine del giorno niente di significativo (a parte gaffe sesquipedali come quella del braccialetto elettronico contro gli stupri), non costituisca il massimo dell’astuzia.
La risposta convenzionale a questo sospetto è nota: quel quarto di elettori appartiene in massima parte, anche se non totalmente, alla sinistra; ben difficilmente, dunque, darebbe il proprio voto a un candidato ex fascista; oltretutto, chi può pensare anche solo per un attimo che Gianni Alemanno sia meno clericale di Francesco Rutelli? E in compenso l’ossequio verso le gerarchie cattoliche consentirà prima o poi il sospirato sfondamento al centro. Lo sanno tutti che nelle democrazie occidentali di oggi le elezioni si vincono al centro! No, se qualcosa è andato storto sarà sicuramente per un complotto di D’Alema, che ha convinto 55.000 persone a votare per Zingaretti e non per Rutelli...
Alemanno sarà probabilmente un sindaco peggiore di quanto lo sarebbe stato Rutelli da quasi ogni punto di vista, è vero; ma questo non significa che la cosa logica da fare fosse allora votare turandosi il naso (e chiudendo gli occhi, e tappandosi le orecchie) per Rutelli. Un voto dato turandosi il naso non si distingue in nulla da un voto dato con sincera convinzione; avesse vinto, Rutelli avrebbe preso il risultato come una conferma che la strada seguita era quella buona. Ne sarebbero seguiti altri cinque anni di genuflessioni davanti al papa, e poi altri cinque anni di Rutelli o di un altro Rutelli. Il messia laico non sarebbe arrivato a salvarci, mai. La cosa razionale, per chi non sopporta i Rutelli di questo mondo, è di dare subito un segnale netto, anche al costo di cinque anni di Alemanno, sperando che qualcuno ne colga il significato. Oltretutto sono solo elezioni comunali, in cui non si decide il destino del paese: Alemanno non può sospendere la democrazia e manganellare le opposizioni (e ha tutto l’interesse a tenere buoni per i prossimi anni i camerati a cui il successo avesse dato troppo alla testa).
Quanto allo sfondamento al centro, beh... Con le sue prese di posizione degli ultimi anni Rutelli ha strizzato l’occhio soprattutto al cattolicesimo integralista: quella parte di cattolici che pretende di imporre leggi ispirate dal magistero ecclesiastico all’intera società. Ma questa non è una posizione meramente intellettuale, una preferenza astratta che si possa sposare con qualsiasi posizione politica; si tratta invece dell’ideologia di un preciso gruppo sociale, dagli interessi estremamente ben definiti – e opposti drasticamente a tutto quello che anche lontanamente ricordi la sinistra (nonché l’autentico spirito liberale). Un gruppo rancoroso, sulla difensiva, paranoico, che odia la modernità, attaccato ai propri privilegi, e che scambia per cristianesimo il proprio ethos piccolo-borghese e familista. Il Partito Democratico può – almeno in teoria – raccogliere voti ovunque: tra gli elettori di AN, della Lega, in parte persino di Forza Italia; ma per gli integralisti cattolici rimarrà per l’eternità il partito dei «comunisti».
Il tragico errore della classe dirigente del PD (tutta intera: chi ha capito la verità se n’è già andato) è di aver scambiato la mappa semplificata, unidimensionale, del continuum politico destra-sinistra, col suo centro cattolico confinante con le due ali che strizza l’occhi ad entrambe, per il territorio sociale multidimensionale, in cui il «centro» integralista non confina per nulla con la sinistra. Frequentare solo i palazzi non aiuta a interpretare la realtà.

Inimicarsi i propri sostenitori cercando il sostegno dei propri avversari irriducibili è una ricetta buona solo per il fallimento. Una ricetta, beninteso, che non è stato il solo Rutelli ad applicare: si pensi al sindaco uscente di Roma, che prima ha promesso tra le fanfare un aumento delle licenze dei tassisti, e che poi, di fronte alla protesta violenta (ed illegale) di questi, invece di chiedere l’intervento dei reparti anti-sommossa con lacrimogeni e pallottole di gomma, ha acconsentito graziosamente ad amputare e dilazionare l’incremento delle licenze, e ad aumentare invece da subito le tariffe, con la gioia che si può immaginare dei suoi elettori. I tassisti gli hanno dimostrato la propria commossa riconoscenza lunedì scorso, sbeffeggiandolo in Campidoglio in un tripudio di saluti romani.
Sempre più spesso ho l’impressione che un’occupazione più adeguata ai talenti intellettuali di alcuni che nel nostro paese hanno voluto intraprendere la carriera politica sarebbe stata quella, pur nobilissima, di caldarrostaio...

lunedì 28 aprile 2008

Il clericalismo non paga

Ciao, Cicciobello.

mercoledì 9 aprile 2008

Voto disgiunto piccolo spazio di scelta e libertà

A poche ore dal voto chissà quanti sono ancora gli indecisi nonostante i vari test “rispondi alle domande, ti dirò cosa votare”. Quanti sono increduli e confusi dalle invocazioni al voto (utile, scoraggiato, di sfiducia o contro piuttosto che a favore di qualcuno) o alla fiera astensione. Orfani del telefono cellulare, gli elettori italiani saranno soli davanti alle proprie schede.
Ognuno, poi, deciderà se credere a quanti definiscono il voto disgiunto inutile, pericoloso o l’unico spazio di espressione di una reale preferenza – con questa legge elettorale che non permette di votare per un candidato, ma per il calderone nel quale è confluito.
Il voto disgiunto non vale solo per il Senato e la Camera, ma per i comuni con più di 15.000 abitanti: si può votare per una lista e per un candidato sindaco non collegati. In altre parole si può esprimere la preferenza al proprio partito ma rifiutarla al delfino che quel partito ha candidato a primo cittadino – che è molto più di un programma, ha una storia e una faccia che incidono sulla scelta molto più di quanto possa una coalizione.
Nel caso di Roma è lampante: Francesco Rutelli mette in difficoltà molti elettori di sinistra per le sue posizioni conservatrici e filoclericali. Per questo molte associazioni laiche e GLBT invitano a dare la preferenza a Franco Grillini, indipendentemente dalla lista che si decide di votare, come baluardo della laicità e dei diritti civili – presenze evanescenti e scomode in questa campagna elettorale.
Il voto disgiunto comunale consegna agli elettori un piccolo ma significativo spazio per esercitare una scelta.

(DNews, 9 aprile 2008)

giovedì 20 marzo 2008

Casual chic e disinvolti. Ecco il look dei politici

Pierferdinando Casini compare in abito scuro perlopiù, accanto a slogan come: “Forti delle nostre idee” e “I veri valori non sono in vendita”. Completo e cravatta austeri a garanzia del suo impegno. Però i giovani potrebbero sentirsi distanti dal leader dell’Udc. E allora eccolo in giubbotto di pelle, maglione senza cravatta, camicia con un paio di bottoni slacciati. Un tocco casual per ammiccare alla fetta meno impomatata del suo potenziale elettorato.
Daniela Santanchè, candidata de la Destra – Fiamma tricolore, dimostra un notevole buon gusto nelle scelte vestiarie: tailleur e camicie indossati con personalità e naturalezza. Tuttavia si lascia tentare dagli scatti d’autore e compare in versione anni ’30, aspirante Greta Garbo con tanto di boa o collo di pelliccia, per la gioia degli animalisti, o addirittura in calze a rete a maglia larga. Il tutto in un bianco e nero retro e con uno sguardo seduttivo.
Giuliano Ferrara, leader della lista “Aborto? No, grazie” ha minacciato di esporre le sue nudità più intime per dimostrare una presunta Sindrome di Klinefelter, in seguito smentita (la piccolezza dei genitali avrebbe dovuto esserne la dimostrazione). Scampato tale pericolo gli si perdonano volentieri i completi lievemente sformati e le giacche in velluto a coste larghe che gli cadono malamente addosso.
Silvio Berlusconi alterna volentieri avvolgenti foulard (versione invernale della bandana) ai più seriosi abiti da candidato premier, amati invece molto da Walter Veltroni, impeccabile – ma anche sportivo – perfino nell’estenuante “giro dell’Italia nuova” a bordo di un autobus verde smeraldo.
Fausto Bertinotti con il suo borsello policromatico sovrapposto e intrecciato alla cravatta, il taglio perfetto di stoffe preziose e il sigaro, spesso spento, non sarebbe fuori luogo in un romanzo di Gabriel Garcia Marquéz, in quella atmosfera resa immobile dal caldo e dal frinire incessante delle cicale.
Franco Grillini, candidato sindaco a Roma, ha come concorrenti Francesco Rutelli (immortalato da “Libero” in una tutina da far invidia a Fausto Coppi su una bicicletta con il cavalletto tirato giù) e Gianni Alemanno, rigorosamente in nero – giacca o pullover che sia. Sul fronte dello stile Grillini sbaraglia la concorrenza distinguendosi per la scelta di camicie e t-shirts, nonché per osare spesso indossare abiti rossi, anche se con qualche incertezza nell’accostamento dei colori.

Il criterio di bellezza e la scelta degli abiti
[Intervista a] Maurizio Ferraris
Professore ordinario di Filosofia Teoretica
Si potrebbe difendere il cattivo gusto nella scelta degli abiti richiamando l’importanza dell’essere rispetto all’apparire?
Sarebbe come dire che l’essere è brutto. E, se le cose stanno in questi termini, ridateci l’apparire!
Esiste un criterio di bellezza nel vestiario?
No, non credo. Immagino che l’abito non sia bello in sé, ma per come si adatta a chi lo indossa. Ed è per questo motivo che i fashion victims sono mal vestiti.
Di cosa potrebbe essere rivelatore la scelta dell’abito? Si può dire che gli abiti sono lo specchio dell’anima?
Non proprio dell’anima. Piuttosto, del compromesso tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Ed è per via di questo difficilissimo compromesso che le persone eleganti sono così rare.

Segreti di Silvio, con l’aumentare dell’età capelli sempre più neri
Berlusconi, settandadue anni, incarna un vero e proprio miracolo tricologico. I suoi capelli, infatti, non solo sono di un nero corvino da far invidia ai trentenni, ma sembrano aumentare con il passare degli anni. Il miracolo consiste in un trapianto di capelli e una più tradizionale tintura. Il cavaliere sembra propendere, nel secolare scontro tra l’essere e l’apparire, per il secondo...

(DNews, 20 marzo 2008)

martedì 18 marzo 2008

Cicciobello impara ad andare in bicicletta


Dal blog di Alessandro Gilioli che cita Libero controvoglia (si capisce) ma con una motivazione ferrea:

la foto di Rutelli che finge di pedalare con il cavalletto abbassato è un piccolo capolavoro.

lunedì 18 febbraio 2008

lunedì 23 aprile 2007

Verso il PD

Francesco Rutelli («Abbiamo già gli stessi orizzonti», Rutelli chiude il congresso abbracciando i Ds, l’Unità, 22 aprile 2007):

riconferma esattamente un secondo dopo l’alleanza di governo con la sinistra radicale. Il suo è un discorso che si riferisce al Partito democratico, una nuova formazione che «dovrà avere anche una funzione di stimolo al governo». Ma che già ora scompagina il campo del centrodestra, facendo sì che lo stesso Silvio Berlusconi debba riconsiderare l’idea di riunificare il suo campo attorno a una federazione o un embrione di partito unico, lo faccia riconsiderare le larghe intese.
E se è un embrione non si tocca!

lunedì 5 marzo 2007

Dio li fa e poi li accoppia

Politicamente s’intende. Francesco Rutelli è sposato (e se la famiglia è sacra...) e Paola Binetti, beh, è sposata a Cristo (si dice così?).

Dalle Ultimissime dello UAAR Diamo il Nobel alla Binetti (da leggere tutto!):

“Paola Binetti è una donna di grande intelligenza e di grande candore e partecipa a trasmissioni televisive che un politico avvezzo avrebbe evitato”. Così Francesco Rutelli ha commentato le parole della senatrice teodem della Margherita, Paola Binetti, pronunciate nel corso della trasmissione di La 7 “Tetris”.
Se le dichiarazioni di Paola Binetti esprimono grande intelligenza e grande candore, dio ci salvi dalla stupidità e dalla malignità.

domenica 25 febbraio 2007

Due negazioni = una affermazione

Dico: Binetti (DL), nessun diktat da Rutelli, la Repubblica, 24 febbraio 2007:

“In merito ad alcune mie frasi riportate da organi di informazione, tengo a precisare che da Francesco Rutelli io i ‘teodem’ non abbiamo mai ricevuto ‘diktat’ né ci consideriamo ‘il suo braccio operativo’”. Lo precisa la senatrice Paola Binetti. “Il nostro agire politico è sempre stato secondo coscienza, in totale, piena autonomia. Abbiamo sempre risposto delle nostre scelte in prima persona senza alcuna imposizione, né bisogno di schermi. E lo stesso, è perfino superfluo ricordare, a proposito di Rutelli, che ha dimostrato chiaramente di saper prendere le sue responsabilità politiche senza bisogno di suoi delegati che gli risparmino l’onere di esprimere le proprie opinioni”.
(I corsivi sono miei a supporto del titolo del post. Quel “mai” rientra nella proposizione negativa...)
E poi l’autonomia non è limitata o annientata soltanto da persone fisiche.

giovedì 9 novembre 2006

Eutanasia clandestina*

“L’eutanasia non viene praticata negli ospedali italiani” ha risposto Francesco Rutelli alle richieste di chiarimento di Carlo Giovanardi sul fenomeno dell’eutanasia clandestina. Il chiarimento riguardava le affermazioni di Luigi Manconi sull’esistenza di un fenomeno silenzioso e clandestino, costretto nelle stanze degli ospedali e nelle coscienze dei medici e dei familiari di pazienti affetti da malattie incurabili e dolorose. Come lo stesso Manconi ha scritto sulle pagine de Il Riformista, non c’è da sorprendersi che non si ammetta ufficialmente l’esistenza di una pratica illegale.
È un peccato, però, che il frastuono sollevato dalla sola parola ‘eutanasia’ sciupi l’occasione per riflettere su un particolare: nei Paesi in cui l’eutanasia è illegale c’è una percentuale rilevante di decisioni prese da ‘altri’ invece che dal paziente stesso. In altre parole, l’eutanasia è praticata senza il consenso di colui che morirà.
Una seria indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina sarebbe un elemento fondamentale per la legalizzazione dell’eutanasia. E non come legittimazione di uno stato di fatto (i furti esistono e questa non è una buona ragione per depenalizzarli); piuttosto come mezzo per riaffermare un principio tanto sbandierato ma ben poco rispettato: la libertà individuale, la possibilità di decidere della propria esistenza.
Se davvero sono importanti, oltre alla libertà, il diritto a rifiutare le cure e l’inammissibilità dell’accanimento terapeutico, legalizzare l’eutanasia significherebbe restituire alle persone la scelta. E se è la parola a spaventare, si può ripiegare su “decisioni di fine vita”.

* Pubblicato su E Polis con il titolo Ma eutanasia fa sempre rima con libertà.