A qualche giorno di distanza dalle elezioni comunali romane conviene forse tornare sul tema affrontato assai sbrigativamente in «Il clericalismo non paga»: perché, esattamente, non paga? In che modo un candidato che ha fatto dell’ossequio alla Chiesa la caratteristica più visibile della propria persona politica (al punto da lasciar passare sotto silenzio persino alcune cose buone fatte come Ministro dei Beni Culturali nell’ultimo governo) ottiene 55.000 voti in meno del candidato – meno incline alle frequentazioni vaticane – a presidente della Provincia dello stesso partito?
Il lamento l’abbiamo sentito spesso, anzi spesso è stato anche il nostro lamento: i diritti civili interessano solo a una ristrettissima minoranza dell’elettorato; l’Italia non è la Spagna, gli italiani sono naturaliter clericali, e parlare di certe cose qui non paga. Manca però in questi discorsi ogni tentativo di quantificare la frazione interessata a questi argomenti – forse è talmente infima da sfuggire ai rilievi statistici? L’uno per mille? L’uno per diecimila? Ma fortunatamente abbiamo un modo per determinarla oggettivamente.
Il 12 e 13 giugno 2005 si sono tenuti i referendum per l’abrogazione della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Una grave sconfitta per i liberali: solo una minoranza si è recata alle urne, e ancora di meno hanno votato Sì. L’impresa, del resto, era ardua: si trattava di esprimersi su una questione tecnica, che nessuno aveva seriamente tentato di spiegare in modo comprensibile alla gente, sfidando gli inviti pressanti a non votare (che rendevano oltretutto il voto non più segreto). Chi ha votato Sì, insomma, ha mostrato indubbiamente un interesse sentito per la difesa dei diritti civili (sono lontani i tempi in cui si votava in un certo modo solo «perché così ha detto il Partito»); contando queste persone avremo in prima approssimazione la cifra che cercavamo. Ai primi tre quesiti referendari (il quarto, sulla fecondazione eterologa, era più ‘eticamente difficile’ e possiamo trascurarlo) ha votato Sì in media il 22,5% degli aventi diritto. Una minoranza, certo: ma non esattamente una frazione infinitesima. Attenzione, poi: questo è il 22,5% dell’elettorato teorico. Ma in Italia esiste una frazione di persone che non si reca mai alle urne; l’affluenza maggiore degli ultimi dieci anni si è avuta per le Politiche del 2006 ed è stata pari all’83,6% (senza considerare i votanti all’estero). Teniamoci larghi, e non contiamo chi vota sempre scheda nulla o bianca: diciamo che l’elettorato attivo è dell’85%. Rapportato a questa percentuale (prudente), quel 22,5% di elettori – che per definizione fanno parte degli elettori generalmente propensi a votare – diventa il 26,5%: più di un elettore su quattro.
Si dirà: ma allora perché partiti che hanno fatto della difesa della laicità un punto qualificante del proprio programma, come per esempio il Partito Socialista, hanno conosciuto una débacle spettacolare sia alle elezioni politiche che a quelle comunali? La risposta è semplice: essere sensibili ai diritti civili non significa essere sensibili soltanto a quelli, né significa porli necessariamente al primo posto nella scala delle proprie priorità. Oltretutto, un partito che ospita al proprio interno Gianni De Michelis, Ugo Intini e Bobo Craxi può incontrare alcune difficoltà a farsi apprezzare dall’elettorato progressista; e diciamo che alzate d’ingegno come l’offerta di una candidatura a Mastella fatta da Enrico Boselli o la candidatura dell’ex pornostar Milly D’Abbraccio a consigliere del Comune di Roma non hanno propriamente aiutato. La polarizzazione politica e la mancanza di attenzione mediatica hanno fatto il resto.
Esiste, dunque, un quarto abbondante di elettori sensibili ai diritti civili e alla difesa della laicità; e si può cominciare a sospettare che offendere questi elettori presentandosi costantemente come amico di preti, cardinali, papi e numerarie dell’Opus Dei, mentre oltretutto dura ancora la memoria dei giorni in cui le proprie simpatie erano esattamente opposte, senza offrire su tutto il resto dei problemi all’ordine del giorno niente di significativo (a parte gaffe sesquipedali come quella del braccialetto elettronico contro gli stupri), non costituisca il massimo dell’astuzia.
La risposta convenzionale a questo sospetto è nota: quel quarto di elettori appartiene in massima parte, anche se non totalmente, alla sinistra; ben difficilmente, dunque, darebbe il proprio voto a un candidato ex fascista; oltretutto, chi può pensare anche solo per un attimo che Gianni Alemanno sia meno clericale di Francesco Rutelli? E in compenso l’ossequio verso le gerarchie cattoliche consentirà prima o poi il sospirato sfondamento al centro. Lo sanno tutti che nelle democrazie occidentali di oggi le elezioni si vincono al centro! No, se qualcosa è andato storto sarà sicuramente per un complotto di D’Alema, che ha convinto 55.000 persone a votare per Zingaretti e non per Rutelli...
Alemanno sarà probabilmente un sindaco peggiore di quanto lo sarebbe stato Rutelli da quasi ogni punto di vista, è vero; ma questo non significa che la cosa logica da fare fosse allora votare turandosi il naso (e chiudendo gli occhi, e tappandosi le orecchie) per Rutelli. Un voto dato turandosi il naso non si distingue in nulla da un voto dato con sincera convinzione; avesse vinto, Rutelli avrebbe preso il risultato come una conferma che la strada seguita era quella buona. Ne sarebbero seguiti altri cinque anni di genuflessioni davanti al papa, e poi altri cinque anni di Rutelli o di un altro Rutelli. Il messia laico non sarebbe arrivato a salvarci, mai. La cosa razionale, per chi non sopporta i Rutelli di questo mondo, è di dare subito un segnale netto, anche al costo di cinque anni di Alemanno, sperando che qualcuno ne colga il significato. Oltretutto sono solo elezioni comunali, in cui non si decide il destino del paese: Alemanno non può sospendere la democrazia e manganellare le opposizioni (e ha tutto l’interesse a tenere buoni per i prossimi anni i camerati a cui il successo avesse dato troppo alla testa).
Quanto allo sfondamento al centro, beh... Con le sue prese di posizione degli ultimi anni Rutelli ha strizzato l’occhio soprattutto al cattolicesimo integralista: quella parte di cattolici che pretende di imporre leggi ispirate dal magistero ecclesiastico all’intera società. Ma questa non è una posizione meramente intellettuale, una preferenza astratta che si possa sposare con qualsiasi posizione politica; si tratta invece dell’ideologia di un preciso gruppo sociale, dagli interessi estremamente ben definiti – e opposti drasticamente a tutto quello che anche lontanamente ricordi la sinistra (nonché l’autentico spirito liberale). Un gruppo rancoroso, sulla difensiva, paranoico, che odia la modernità, attaccato ai propri privilegi, e che scambia per cristianesimo il proprio ethos piccolo-borghese e familista. Il Partito Democratico può – almeno in teoria – raccogliere voti ovunque: tra gli elettori di AN, della Lega, in parte persino di Forza Italia; ma per gli integralisti cattolici rimarrà per l’eternità il partito dei «comunisti».
Il tragico errore della classe dirigente del PD (tutta intera: chi ha capito la verità se n’è già andato) è di aver scambiato la mappa semplificata, unidimensionale, del continuum politico destra-sinistra, col suo centro cattolico confinante con le due ali che strizza l’occhi ad entrambe, per il territorio sociale multidimensionale, in cui il «centro» integralista non confina per nulla con la sinistra. Frequentare solo i palazzi non aiuta a interpretare la realtà.
Inimicarsi i propri sostenitori cercando il sostegno dei propri avversari irriducibili è una ricetta buona solo per il fallimento. Una ricetta, beninteso, che non è stato il solo Rutelli ad applicare: si pensi al sindaco uscente di Roma, che prima ha promesso tra le fanfare un aumento delle licenze dei tassisti, e che poi, di fronte alla protesta violenta (ed illegale) di questi, invece di chiedere l’intervento dei reparti anti-sommossa con lacrimogeni e pallottole di gomma, ha acconsentito graziosamente ad amputare e dilazionare l’incremento delle licenze, e ad aumentare invece da subito le tariffe, con la gioia che si può immaginare dei suoi elettori. I tassisti gli hanno dimostrato la propria commossa riconoscenza lunedì scorso, sbeffeggiandolo in Campidoglio in un tripudio di saluti romani.
Sempre più spesso ho l’impressione che un’occupazione più adeguata ai talenti intellettuali di alcuni che nel nostro paese hanno voluto intraprendere la carriera politica sarebbe stata quella, pur nobilissima, di caldarrostaio...