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domenica 15 novembre 2009

Ossimori

giovedì 12 febbraio 2009

Cari amici

Incollo di seguito la letterina scritta da Walter Veltroni (o almeno firmata da Walter Veltroni, magari scritta da qualche negro imboccato a dovere sulle idee progressiste del nostro).
Non ho la forza di commentare nei dettagli, alcuni passaggi sono esilaranti, altri di una vacuità spaventosa.
Ciò che mi preme, però, è invitare a controllare i buoni propositi in futuro. In fondo, si sa, i buoni propositi si devono mantenere, ma anche smentire in caso sia utile. Insomma le regole sono costruite sulle eccezioni, e poi essere troppo affidabili non fa bene ai rapporti. In amore vince chi fugge, no?, e forse anche in politica.
Se ci fosse un dio sarebbe il caso di rivolgersi a lui. Qui tira proprio una brutta aria...

Non ci sto, la linea del PD è chiara, la Repubblica, 12 febbraio 2009

Cari amici,
non ci sto. Il Pd ha sostenuto sulla vicenda Eluana una dura battaglia contro la destra. Chiunque abbia seguito in questi giorni il dibattito attorno alla terribile vicenda di Eluana sa quali posizioni ho personalmente assunto in quanto segretario del Pd e anche quale è stata la posizione presa (per prima cosa al Senato, dove si svolgeva la discussione) dai gruppi parlamentari e dal Partito democratico.

Io ho annunciato direttamente il mio no al disegno di legge del governo e ancora ieri, in una lettera al Corriere della Sera ho ribadito il sostegno alla battaglia di Beppino Englaro. Il gruppo del Pd ha votato, in modo quasi unanime, una mozione contrapposta a quella del governo in cui si difende il diritto a decidere di sé anche per quello che riguarda la nutrizione e idratazione artificiale.

Questa la posizione prevalente: che poi nel partito, in un grande partito come il Pd, ci siano anche posizioni personali differenti e che queste possano esprimersi anche in un voto diverso su motivazioni di coscienza questo lo considero normale, fisiologico. Anche tra i democratici americani e nelle grandi forze della sinistra europea vi sono, da sempre, posizioni e culture diverse, i loro rappresentanti hanno votato in maniera dissimile su temi fondamentali come l'aborto, la guerra e nessuno ha gridato allo scandalo.

Su quello che è stato definito il "caso Marino" vale la risposta che arriva da Marino stesso: nessun cambio di linea. Il senatore Marino, eletto presidente della commissione d'inchiesta sulla sanità pubblica, ha chiesto lui stesso di essere sostituito. Chi è stato eletto esprimerà, come ha dichiarato, la posizione del Pd. E il Partito democratico, è il mio impegno personale, sosterrà il diritto di ciascuno ad esprimere, in casi come quello di Eluana, la propria volontà sulla fine della propria vita.

domenica 9 novembre 2008

domenica 5 ottobre 2008

Ragionamenti inutili (o peggio)

Abbiamo ragionato sul rapporto tra coscienza religiosa e impegno politico, come sul testamento biologico.
Ha sbagliato verbo? Poi ti accorgi che è molto peggio di così.
È il modo di lavorare giusto, quello che cerca la sintesi.
La sintesi tra uno che vuole la schiavitù e uno che la rigetta non è un uomo libero e non è nemmeno preferibile alla schiavitù. La sintesi tra una posizione liberale ed una autoritaria e paternalistica (per non divagare troppo che le analogie affaticano) è solo un vomitevole accordo con il carceriere travestito da cuoco. Non è una sintesi!
Se, però, non te ne accorgi, o sei idiota o sei un bastardo. Sia benedetto Aristotele.

martedì 6 maggio 2008

Avanti col «ma anche»

«Più morbida nei toni, ma non nella sostanza», ci assicura Repubblica, la polemica di Walter Veltroni sulle parole di Gianfranco Fini riguardo ai fatti di Verona e Torino:

«Io sono per non stabilire mai priorità su questi temi», dice il leader del Pd in polemica con Fini. per Veltroni «nel primo caso c’è la vita di un ragazzo che è stata spezzata ed è un episodio molto grave e sottovalutarlo sarebbe un errore molto serio; il secondo episodio è altrettanto grave e stabilire delle priorità è assolutamente sbagliato».
Insomma, mentre per Fini è più grave bruciare una bandiera che uccidere un innocente a calci e pugni (a quanto pare il consiglio di Talleyrand, Surtout pas trop de zèle, è rimasto per certuni lettera morta), per Veltroni invece non c’è differenza: l’omicidio volontario vale l’oltraggio alla bandiera.

Bravo, bravissimo. Avanti così.

giovedì 20 marzo 2008

Casual chic e disinvolti. Ecco il look dei politici

Pierferdinando Casini compare in abito scuro perlopiù, accanto a slogan come: “Forti delle nostre idee” e “I veri valori non sono in vendita”. Completo e cravatta austeri a garanzia del suo impegno. Però i giovani potrebbero sentirsi distanti dal leader dell’Udc. E allora eccolo in giubbotto di pelle, maglione senza cravatta, camicia con un paio di bottoni slacciati. Un tocco casual per ammiccare alla fetta meno impomatata del suo potenziale elettorato.
Daniela Santanchè, candidata de la Destra – Fiamma tricolore, dimostra un notevole buon gusto nelle scelte vestiarie: tailleur e camicie indossati con personalità e naturalezza. Tuttavia si lascia tentare dagli scatti d’autore e compare in versione anni ’30, aspirante Greta Garbo con tanto di boa o collo di pelliccia, per la gioia degli animalisti, o addirittura in calze a rete a maglia larga. Il tutto in un bianco e nero retro e con uno sguardo seduttivo.
Giuliano Ferrara, leader della lista “Aborto? No, grazie” ha minacciato di esporre le sue nudità più intime per dimostrare una presunta Sindrome di Klinefelter, in seguito smentita (la piccolezza dei genitali avrebbe dovuto esserne la dimostrazione). Scampato tale pericolo gli si perdonano volentieri i completi lievemente sformati e le giacche in velluto a coste larghe che gli cadono malamente addosso.
Silvio Berlusconi alterna volentieri avvolgenti foulard (versione invernale della bandana) ai più seriosi abiti da candidato premier, amati invece molto da Walter Veltroni, impeccabile – ma anche sportivo – perfino nell’estenuante “giro dell’Italia nuova” a bordo di un autobus verde smeraldo.
Fausto Bertinotti con il suo borsello policromatico sovrapposto e intrecciato alla cravatta, il taglio perfetto di stoffe preziose e il sigaro, spesso spento, non sarebbe fuori luogo in un romanzo di Gabriel Garcia Marquéz, in quella atmosfera resa immobile dal caldo e dal frinire incessante delle cicale.
Franco Grillini, candidato sindaco a Roma, ha come concorrenti Francesco Rutelli (immortalato da “Libero” in una tutina da far invidia a Fausto Coppi su una bicicletta con il cavalletto tirato giù) e Gianni Alemanno, rigorosamente in nero – giacca o pullover che sia. Sul fronte dello stile Grillini sbaraglia la concorrenza distinguendosi per la scelta di camicie e t-shirts, nonché per osare spesso indossare abiti rossi, anche se con qualche incertezza nell’accostamento dei colori.

Il criterio di bellezza e la scelta degli abiti
[Intervista a] Maurizio Ferraris
Professore ordinario di Filosofia Teoretica
Si potrebbe difendere il cattivo gusto nella scelta degli abiti richiamando l’importanza dell’essere rispetto all’apparire?
Sarebbe come dire che l’essere è brutto. E, se le cose stanno in questi termini, ridateci l’apparire!
Esiste un criterio di bellezza nel vestiario?
No, non credo. Immagino che l’abito non sia bello in sé, ma per come si adatta a chi lo indossa. Ed è per questo motivo che i fashion victims sono mal vestiti.
Di cosa potrebbe essere rivelatore la scelta dell’abito? Si può dire che gli abiti sono lo specchio dell’anima?
Non proprio dell’anima. Piuttosto, del compromesso tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Ed è per via di questo difficilissimo compromesso che le persone eleganti sono così rare.

Segreti di Silvio, con l’aumentare dell’età capelli sempre più neri
Berlusconi, settandadue anni, incarna un vero e proprio miracolo tricologico. I suoi capelli, infatti, non solo sono di un nero corvino da far invidia ai trentenni, ma sembrano aumentare con il passare degli anni. Il miracolo consiste in un trapianto di capelli e una più tradizionale tintura. Il cavaliere sembra propendere, nel secolare scontro tra l’essere e l’apparire, per il secondo...

(DNews, 20 marzo 2008)

venerdì 29 febbraio 2008

Walter Veltroni. L’etica della responsabilità/2 (ovvero “ma anche”)

Segue dalla prima parte.

Si tratta dunque di superare la contrapposizione secca che divide, che bolla gli uni come “oscurantisti” e gli altri come “laicisti esasperati”, per arrivare a una reciproca considerazione.

E’ proprio l’importanza e la complessità dei grandi temi che la modernità ci pone di fronte, a rendere essenziale la tensione verso una laicità eticamente esigente, una laicità che sappia sostituire al paradigma dell’“aut-aut” quello dell’“et-et”.
[Eccolo qui: il “ma anche” veltroniano, intramontabile, passepartout politico, talmente buono per tutte le occasioni da essere inadatto in qualunque circostanza – proprio come un abito che abbia la pretesa di andar bene sia per la caccia alla volpe che alla merenda tra amici più o meno fidati. Sebbene “et-et” suoni aulico, è sempre il solito “ma anche”]
Nei momenti migliori della nostra storia è stato così. Ed è così che l’Italia è sempre andata avanti, ha superato i momenti più difficili, è cresciuta.

Pensiamo proprio all’esempio della Costituente, a quando tra quei banchi si discusse se la nuova Costituzione dovesse avere un presupposto ideologico e un punto di incontro, e questo punto di incontro fu trovato nell’idea della dignità della persona umana.
[Non scherziamo eh]
Ecco un esempio di sintesi, di reciproco arricchimento, di perseguimento concreto del bene comune: era una idea di matrice cristiana che, laicamente declinata, ha ispirato largamente il testo costituzionale.
[Ma chi è il consulente storico di Uolter? Una idea di matrice cristiana? Va bene che la rivoluzione copernicana non è stata ancora digerita, ma è davvero esagerato questo protagonismo dei valori cristiani, nella totale ignoranza di quello che succede e che è successo oltre il vostro naso. Oltre alla matrice, poi, bisogna vedere come avviene la declinazione. E la Costituente potrebbe ispirarvi, ma non dovete barare, altrimenti non vale]
Allora io mi chiedo cosa debba mai impedire che quella straordinaria intuizione, il primato della dignità della persona umana, sia oggi principio animatore della vita associata. Mi domando cosa debba mai impedire che essa ispiri, ad esempio, una laicità e una libertà di coscienza e di religione che non neghino, anzi valorizzino, l’apporto delle esperienze religiose alla vita sociale.
[Io provo a risponderti: se la dignità è oppressa e limitata dalla coscienza di qualcuno altro, ecco che la dignità non è più tale. In altre parole: la dignità richiede il rispetto della libertà individuale (niente sacralità e inviolabilità della vita, solo per fare un esempio). Sulla libertà di religione non ho nulla da obiettare: ma non calcate la mano. La religione è una scelta privata e personale, come i gusti alimentari o quelli musicali. La laicità non ha bisogno del cattolicesimo (perché tanto di questo si parla: la religione è quella cattolica, le altre confessioni sono schifate o trattate come errori di gioventù]
Sono domande che io credo sia giusto porsi soprattutto oggi, in un tempo così denso di cambiamenti e così insicuro.

Chiunque si metta in ascolto con mente aperta e libera percepisce oggi, nelle nostre società, uno smarrimento diffuso. Individuale, ma anche collettivo. Una vera e propria “perdita di senso”, sotto una fitta coltre di egoismo e di cinismo. Un deserto di valori, che conduce all’indifferenza verso ogni regola morale, che fa della vita e dei sentimenti degli altri una variabile che non conta, perché l’unica cosa importante è procedere a tutta velocità, e nel modo più facile possibile, nella ricerca del proprio ed esclusivo benessere. E in questa ricerca, che è poi ricerca del “successo”, perché è l’approvazione esterna che conta mille volte di più della soddisfazione personale, è importante non “essere”, ma “apparire”. Non il cammino, ma il traguardo da tagliare per primi, se necessario anche deviando dal percorso, prendendo una scorciatoia non consentita. Questo è il messaggio che arriva, purtroppo soprattutto ai giovani, dalla cultura oggi predominante.
[Ci mancava il predicozzo sulla falsariga di “signora mia dove siamo finiti”. Sarebbe interessante domandare a Veltroni se è in cerca di soddisfazione personale oppure di approvazione esterna]
Oggi la grande questione di fronte a noi è quella dei valori. Valori consumati dalla cultura predominante del nostro tempo, che è, “ingannevolmente, quella dello ‘star bene’ come principio assoluto”, per riprendere le parole scelte in occasione della scorsa Pasqua dal Cardinal Martini. Valori senza i quali una società non può stare insieme, non è nemmeno più tale, e un individuo rischia di essere solo un viandante privo di meta, privo del senso stesso del suo cammino.
[Ecco qua: si parla di valori e sbuca il cardinale. Che di valori se ne intende più di tutti gli altri. Se il senso del cammino può radicarsi soltanto nella religione, se il valori sono quelli indicati dalle gerarchi clericali, ecco se le premesse sono queste, la conclusione sarà inevitabilmente molto discutibile. Tra le dimenticanze veltroniane ne spicca una in particolare: la abissale asimmetria tra laicità e teocrazia. Simile a quella tra libertà e coercizione legale. Nel primo caso chi vuole sottoporsi ai gioghi religiosi o statali può farlo. La libertà permette anche di essere schiavi. Al contrario non funziona!]

giovedì 28 febbraio 2008

Walter Veltroni. L’etica della responsabilità/1

L’etica della responsabilità (il testo integrale dell’intervento di Walter Veltroni all’Assemblea dei cattolici del Partito democratico “Educare al bene comune”).
Il testo è lungo e merita qualche riflessione. Qui sotto la parte iniziale (mi scuso per la lunghezza).

Una mancata risposta legata anche a due rischi costanti, a due tendenze nemiche della ricerca capace di condurre alle soluzioni: da una parte la tentazione della rinuncia alla difesa della laicità dello Stato, dall’altra l’idea di escludere l’apporto dell’esperienza religiosa alla formazione del tessuto etico della società.
[Non si tratta di escluderlo, ma di ridimensionarlo e di guardare con spirito critico al rapporto tra morale e religione, perché non è proprio scontato né convincente che sia la religione a costituire il fondamento della morale. Se mi comporto bene per guadagnarmi il paradiso, non rischio di essere interessato?]
Trascorso un anno e mezzo, questi rischi non sembrano essersi allontanati da noi. Al contrario.

Affiora in particolare, in queste settimane, in questi giorni, la tentazione di dare per scontata nel nostro Paese una netta separazione e una nuova contrapposizione tra laici e cattolici.
Unico caso in Europa, dove tutti i partiti a vocazione maggioritaria, a destra come a sinistra, sono “misti”, per ispirazioni religiose e non, l’Italia sarebbe condannata a ripetere all’infinito la divisione di Porta Pia, superando all’indietro le stesse collaborazioni che si sono avute nella Prima Repubblica.
[Unico caso in Europa perché unico Paese a barattare la salvezza dell’anima per pochi voti. O viceversa. In un Paese davvero laico non si dovrebbe parlare di quale dio preghiamo nelle nostre case e se lo preghiamo]
Dovremmo ricadere, così, proprio in ciò che si era voluto evitare alla Costituente, quando si ricercavano sempre intese alte tra le forze politiche. Dovremmo rassegnarci a quei muri divisori, a quelle autosufficienze non comunicanti, che uomini come De Gasperi avevano già inteso superare, nelle forme allora possibili.

Dovremmo essere costretti da una parte a minimizzare le conquiste ottenute dal movimento dei lavoratori o dalla rivoluzione femminile o ancora i passi avanti compiuti sui grandi temi legati ai diritti civili. E dovremmo, dall’altra, non considerare, dimenticare, espungere dalla storia, il carattere grande e speciale del cattolicesimo politico italiano, che è stato quello di perseguire un disegno democratico al cui interno far valere l’apporto che la fede religiosa poteva fornire alla realizzazione di un paese più unito e aperto.
[Se la fede religiosa diventa uno strumento politico, sia la religione che la politica ne soffrono. Come può la religione, connotata da assoluti, piegarsi alla strategia politica, al baratto e alle discussioni? E come può la politica accogliere protagonisti impalpabili e opinioni esegeticamente complesse?]
Dovremmo, dovrebbe in particolare chi non è credente, ritenere di non aver nulla da imparare dall’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, dalla grande esperienza di libertà del Concilio, dall’esortazione della Gaudium et Spes affinché la Chiesa aprisse “porte e finestre”, dall’inizio del lungo cammino dell’opzione per i poveri, per gli sfruttati, per ciò che la Chiesa chiamò un impegnarsi nel mondo e nella società a partire dagli ultimi.
[Della Chiesa cattolica o ricordiamo tutto o dimentichiamo tutto: smettiamola di invocare carità e bontà omettendo i soprusi e il sangue che nemmeno una dimenticanza ostinata può cancellare. Rinunciamo alle semplificazioni da sussidiario. Non voglio infierire, ma se pensiamo a “insegnamento”, “libertà”, “aperture di porte e finestre” e “impegno”, che so, rispetto agli omosessuali, il profilo della Chiesa appare minaccioso e ben lontano dalla rosea descrizione veltroniana. A meno che per finestre non si intenda defenestrazione. E allora siamo d’accordo: la Chiesa, e con questa il Partito Democratico, ha defenestrato le persone con un orientamento sessuale “non consono”. A cosa? Ai suoi dogmi. Dove sta la libertà e l’insegnamento? Di quale insegnamento sta parlando Veltroni?]
Dovremmo considerare prive di fondamento le preoccupazioni di quanti nella Chiesa si interrogano, e interrogano l’umanità contemporanea, sul valore della vita e su quello della famiglia, sul tema dell’educazione e sul valore della ricerca scientifica e i limiti alle sue applicazioni tecnologiche, limiti che l’uomo deve avere la saggezza di porsi.
[Attribuire soltanto alla Chiesa tali preoccupazioni è scorretto e disonesto: fuori dalla Chiesa ci sarebbero solo scriteriati libertari anarcoidi? Questa è una caricatura infantile. Questa è la peggiore colpa dei sedicenti laici: sentirsi inferiori sul terreno dei valori]
Si tratta di interrogativi profondi, che rendono inquiete le coscienze di credenti e non credenti. Solo una visione superficiale può ridurle a ingerenze o interferenze. “La società giusta – ha scritto Benedetto XVI nella sua prima enciclica dedicata alla carità cristiana – non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia, l’adoperarsi per la giustizia, lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente”.
[Solo una visione superficiale può far finta di non capire quale sia il problema. Una società giusta non discrimina le persone in base a scelte che non danneggiano nessuno; una società giusta non incrocia le braccia davanti ai privilegi (ICI, ZTL, patrimoni immobiliari clericali e così via)]
Sono parole come queste, così chiare nella distinzione dei piani, che aprono la via del dialogo, che affermano nel modo più alto il valore della laicità, che allontano il rischio della separazione e rendono possibile la ricerca di un terreno su cui muoversi e incontrarsi in nome del bene comune.
[Siamo ai limiti del paradosso: la vera e giusta laicità è quella indicata da B16. Il bene comune è perseguibile soltanto se non si pretende di imporre una certa visione del mondo. Il bene comune non è quello che qualcuno, per quanto autorevole, pensa che sia il bene comune. Il bene comune è la possibilità di scegliere come vivere, ciascuno secondo le proprie preferenze, senza danneggiare altri e senza sentirsi fare la predica o subire la coercizione legale]
Uno dei rischi più grandi che oggi possiamo correre è quello di rinchiuderci in certezze assolute, dentro identità chiuse, esclusive ed escludenti. L’identità fa parte della vita degli uomini e dei popoli, che devono sapere dove affondano le proprie radici. Guai, però, se l’identità diventa un muro precario dietro il quale trincerarsi con ansia e preoccupazione, e non il terreno solido sul quale poggiare per potersi sporgere tranquillamente verso l’altro da sé.
[Le certezze assolute, caro Uolter, non sono dei laici. Come potrebbero? E se le radici diventano una scusa per non cambiare rotta, per trincerarsi dietro a muri millenari buoni solo perché millenari, allora è meglio un prefabbricato; anzi una tenda]

mercoledì 27 febbraio 2008

Sfumature di significato

Una possibile interpretazione potrebbe essere: dalla Chiesa [non vogliamo] nessuna ingerenza!
Che sarebbe una gran bella interpretazione.
Purtroppo una interpretazione diversa potrebbe essere: dalla Chiesa [non viene compiuta] nessuna ingerenza.
La interpretazione corretta purtroppo è la seconda.

giovedì 21 febbraio 2008

Il PD a proposito di università

Ovvero il punto 8 del programma politico annunciato da Walter Veltroni:

Cento nuovi campus universitari e scolastici entro il 2010 «perché la società dovrà contare sul talento e sul merito dei ragazzi italiani».
100 nuovi campus? Non basterebbe (cercare di) promuovere il merito?
Il guaio della moltiplicazione delle sedi universitarie è già in parte compiuto e non avrebbe senso esasperarlo.
Tanto per ricordare uno degli articoli al proposito (di Mario Pirani, Le mille università dalla facili cattedre, la Repubblica, 26 ottobre 2006):
Di questo passo si arriverà ad un ateneo o a una sua succursale per ogni provincia, vedi, ad esempio, la Sicilia dove troviamo ormai una sede universitaria, oltre che a Palermo, Catania e Messina, anche a Trapani, Modica, Taormina, Ragusa, Siracusa, Caltagirone e, da ultimo, Enna. O in Calabria, dove, a fronte di due milioni di abitanti, oltre a quella di Arcavacata che doveva essere l’unica, ne sono sorte due a Reggio (una pubblica e una privata per stranieri), una a Catanzaro e recentemente una a Villa San Giovanni, il cui fondatore, nominato rettore per acclamazione, l’ha intitolata al suo omonimo nonno, Francesco Ranieri, dotandola altresì di un albergo per ospitare (naturalmente a pagamento) professori e allievi. Infine si possono leggere recenti annunci pubblicitari della Università della Sibaritide a Rossano (Cosenza), che fa capo telematicamente alla S. Pio V di Roma (da non confondere con quella dei Legionari di Cristo), assieme alle altre succursali di Benevento, Foggia, Napoli, Agropoli, Catania, Brescia, cui si aggiungeranno presto Cosenza e Palmi. Tra le new entry merita una citazione l’università on-line Guglielmo Marconi il cui patron è l’ex sottosegretario alla Funzione pubblica, Learco Saporito (An), che ha ottenuto la cattedra di diritto pubblico a 68 anni, vantando presumibilmente, come “crediti” per la tardiva vocazione, la frequentazione del Transatlantico più che le aule della Sapienza.

venerdì 8 febbraio 2008

Titoli

Mr Berlusconi’s main opponent, Walter Veltroni, will lead a new, broad party of the centre-left; but Mr Berlusconi will run at the head of his familiar, habitually quarrelsome, four-party coalition. Mr Veltroni is 52; his opponent is a septuagenarian with a pacemaker. The parliamentary election is likely to be held on the same day as local elections, a combination that usually favours the left.
The Economist, They’re off, again, feb 7th 2008.

domenica 30 dicembre 2007

Paola Binetti ritratta. O no?

Le dichiarazioni di Paola Binetti sull’omosessualità come malattia hanno avuto addirittura, come si sa, il potere di spingere Walter Veltroni a una presa di posizione un po’ più coraggiosa del solito, espressa in una lettera alla Stampa («Sui gay Binetti sbaglia», 27 dicembre 2007, p. 1). Del resto la senatrice l’aveva fatta grossa: commentando l’inchiesta di Davide Varì, fintosi omosessuale e penetrato in un sordido giro di ‘psicoterapeuti’ cattolici che si offrono di ‘curare’ i gay («Gli ho detto: “Sono gay”. Mi hanno risposto: “La sua è una malattia leggera, possiamo curarla bene...”», Liberazione, 23 dicembre, pp. 1.3), se n’era uscita in questo modo (Giacomo Galeazzi, «Si finge gay, lo curano come se fosse malato», La Stampa, 24 dicembre, p. 11):

Fino agli Anni Ottanta nei principali testi scientifici mondiali l’omosessualità era classificata come patologia, poi la lobby degli omosessuali è riuscita a farla cancellare. Ma le evidenze cliniche dimostrano il contrario.
La reprimenda di Veltroni non distoglieva la Binetti, anzi il contrario, dato che il giorno dopo la senatrice confermava tutto (Giacomo Galeazzi, «“Caro Walter, con i diktat non si costruisce il Pd”», La Stampa, 28 dicembre, p. 13), rincarando la dose:
Veltroni dice: io la penso così, io dico così e così si faccia. Ma come neuropsichiatra ho esperienza decennale di omosessuali che si fanno curare. Non sono andata a cercarli io, sono loro che sono venuti in terapia da me perché dalla loro esperienza ricavano disagio, sofferenza, ansia, depressione e incapacità di sentirsi integrati nel gruppo. Non sono io a sostenerlo, è un dato oggettivo. Fino a poco tempo fa il Dsm4, la “bibbia degli psichiatri” cui fanno riferimento il ministero della sanità, le Regioni e i principali manuali diagnostici, ha sempre inserito l’omosessualità tra le patologie del comportamento sessuale. Poi la lobby dei gay l’ha fatta cancellare. Ma noi specialisti continuiamo a collocarla tra i disturbi del comportamento sessuale.
E aggiungeva velenosamente: «Veltroni non parla a titolo personale, ma da segretario che ha dietro tutto il pressing degli omosessuali che lo vogliono obbligare a schierarsi a loro favore».
Il caro Walter non deve aver gradito, e dalle lettere sarà probabilmente passato alle telefonate. Così il giorno dopo ci ritroviamo davanti una Binetti più remissiva (Gian Guido Vecchi, «I gay: noi “malati”? La Binetti è nazista», Corriere della Sera, 29 dicembre, p. 12). Non è che la senatrice si trovi molto bene in questa veste, però; e l’attacco dell’intervista è ambiguo:
«Nazista a me? Guardi, io non muoverei un dito per far male a nessuno, non sopporto le discriminazioni né mi preoccupa chi scarica su di me la sua aggressività. Piuttosto mi preoccupano le persone più fragili, che magari vorrebbero andare in psicoterapia. Non vorrei che rinunciassero perché sennò ti prendono per malato o ti fanno il lavaggio del cervello: non è così».
Non «ti prendono per malato»? Alla luce delle dichiarazioni precedenti, uno sarebbe tentato di integrare così: «non ti prendono per malato, se non sei omosessuale»...
Nel seguito la senatrice tenta un po’ pateticamente di confondere le acque:
«Gli omosessuali, come tutti, possono andare incontro ad ansia, sofferenza, depressione, e il disagio sociale o interiore può renderle più accentuate. In questo senso possono desiderare una psicoterapia, come chiunque di noi».
Se un eterosessuale si rivolge a uno psicologo, però, non si dice che è malato in quanto eterosessuale, no? «Certo. Ma io non sto dicendo che l’omosessuale va in terapia per non esserlo più: magari arriva ad accettare la propria omosessualità. Lo scopo della terapia è di mettere una persona in condizione di vivere serenamente con se stessa e gli altri. Conosco diversi psicologi omosessuali che hanno creato gruppi di psicoterapia per aiutare chi ha condiviso la loro sofferenza».
Ma il giornalista è un osso duro, e la Binetti non può più eludere la questione:
Ma l’omosessualità, per la senatrice, è una malattia o no? «Si è omosessuali per tante ragioni diverse. Non parliamo di una classe di soggetti tutti uguali. Chi è omosessuale per così dire “strutturale” lo resterà tutta la vita. Per altri può essere stata una risposta a contesti esterni. Problemi troppo seri perché li si possa banalizzare».
Lo stesso discorso, dice, vale per le terapie, come quella «riparativa» e contestatissima di Joseph Nicolosi: «Ha un fondamento scientifico nella misura in cui considero l’orizzonte dell’omosessualità assai variegato. Nessuna terapia va bene per tutti. Ci sono situazioni e storie diverse». Insomma, per Binetti dipende dai singoli casi. «E comunque nessuno, mai, può essere curato se non lo vuole. È sorprendente che mi sia trovata spesso ad essere discriminata in modo violento da alcuni che si impegnano giustamente a difendere il loro diritto a non essere discriminati. Io esprimo una posizione scientifica, punto. Mi si può obiettare. Ma quando dico che un omosessuale può aver bisogno di psicoterapia per stare meglio con se stesso, non lo sto offendendo. L’aiuto è ciò che di più umano ci sia. Tutto qui».
Forse a qualcuno questo basterà (o dovrà necessariamente bastare); ma leggete attentamente queste frasi: non c’è un solo punto in cui la Binetti neghi che l’omosessualità sia una malattia. Tutto quello che dice è perfettamente coerente con la sua convinzione espressa in precedenza.

Lascio il commento su questa vicenda incredibile a Cristiana Alicata («Insulti e silenzi: un brutto anno per la comunità gay», L’Unità, 28 dicembre 2007, p. 27):
Quanto affermato dalla senatrice Paola Binetti prima di Natale, relativamente all’inchiesta del giornalista di Liberazione che, dichiarando ad un prete la propria omosessualità è stato invitato e condotto a farsi curare, non può cadere nel dimenticatoio.
Dalle pagine di un giornale, la senatrice difendeva Cantelmi, presidente dell’associazione psicologi e terapisti cattolici, associazione che, in Italia, cura l’omosessualità e in cui era finito anche il reporter, affermando che egli svolge un ottimo lavoro, che l’omosessualità è uscita dalle malattie dell’OMS perché la lobby gay è potente e che le indicazioni terapeutiche affermano il contrario, cioè che gli omosessuali sono malati.
La censura mediatica intorno ad un reportage che avrebbe dovuto finire non solo su qualche pagina di giornale, ma persino nei titoli delle televisioni, ha fatto sì che anche le gravissime dichiarazioni di una senatrice della repubblica, le ennesime, non avessero risonanza. Non mi sembra questo uno di quei casi per cui per non dare pubblicità a colui a cui si vuole ribattere, non si debba rispondere.
Mi aspetto che il ministro della salute contraddica con forza queste aberrazioni che non trovano davvero alcun riscontro medico. Sarebbe anche opportuno verificare l’esistenza di queste strutture mediche e denunciarle pubblicamente, alla stregua di quanto si è fatto con le attività di Vanna Marchi, attività che approfittano di pregiudizi e dell’ignoranza di tante famiglie che non sanno gestire un figlio adolescente omosessuale, e lo portano in cura. E mi aspetto che l’Ordine dei medici espella Paola Binetti e insieme a lei tutti i medici implicati in questa brutta storia.
Aveva ragione qualcuno che nei giorni scorsi affermava che il problema della laicità del PD non è Paola Binetti, ma il PD stesso. C’è un limite a tutto: mi aspetto che il segretario del partito della Binetti, questo Partito Democratico che si richiama ai valori della Costituzione, prenda provvedimenti. La gravità e grettezza delle affermazioni di una senatrice della Repubblica nel resto d’Europa sarebbe confinato a qualche partito folcloristico di estrema destra. Sappiamo bene che cacciare Paola Binetti, significa, con molta probabilità, fare cadere il governo. Ma ci sono dei principi che non sono negoziabili. Se domani un senatore del PD si alza a dire che gli ebrei sono una razza inferiore o che i neri non possono prendere l’autobus, lo teniamo perché al Senato altrimenti andiamo sotto?

mercoledì 19 dicembre 2007

Walter Veltroni: ma anche...



E questo purtroppo è quello vero: I diritti civili in cui crede il Pd, la Repubblica, 19 dicembre 2007. Quale infinita tristezza.
(Il temino di Veltroni vuole essere una risposta a quanto scritto da Miriam Mafai, Prima sconfitta per il Pd).

giovedì 28 giugno 2007

Veltroni e la laicità

La parte dedicata al tema della laicità nel discorso del Lingotto di Walter Veltroni non è stata molto ampia, tanto che si può riportarla per intero (uso la trascrizione pubblicata da Repubblica):

Non c’è un «noi» e non ci sono «gli altri», quando si parla degli italiani.
E non ci può essere «noi» e «gli altri» nemmeno quando si tratta del rapporto tra fede e laicità. La cosa peggiore che il Paese potrebbe avere in sorte è la contrapposizione esasperata tra integralismo religioso e laicismo esasperato. È un paradosso insostenibile: il bipolarismo politico e istituzionale deve ancora diventare compiuto mentre a dominare la scena ci sarebbe un dannoso e paralizzante «bipolarismo etico».
No, non può essere. La risposta è nella sintesi. Nel punto di equilibrio, che è dovere della politica e delle istituzioni cercare, tra il valore pubblico delle scelte religiose delle persone e la laicità dello Stato. A nessun cittadino che abbia fede, quale essa sia, si chiederà di lasciare fuori dalla porta della politica il proprio percorso spirituale e i propri valori. Anche i non credenti devono rispettare e tener di conto le opinioni di chi, mosso dalla fede, può portare alimento alla vita pubblica. Al tempo stesso, ognuno è tenuto a rispettare quel che la nostra Costituzione afferma e salvaguarda: la laicità dello Stato Repubblicano.
Ed è la democrazia stessa a imporre, a chi è legittimamente mosso da considerazioni religiose, di tradurre le sue preoccupazioni in valori universali e in proposte concrete ispirate alla ragionevolezza, e non specifici della sua religione. In una democrazia pluralista non c’è altra scelta.
La politica, come è stato giustamente detto, dipende dalla nostra capacità di persuaderci vicendevolmente della validità di obiettivi comuni sulla base di una realtà comune. È qualcosa che vale in particolare per temi come questi, come la tutela della famiglia, come la difesa dei diritti civili di ognuno. A guidarci c’è una Costituzione che indica principi comuni a tutti noi. A guidarci deve essere quel senso della misura, e dell’amore per la coesione della propria comunità, che deve spingere a cercare sempre un punto di incontro virtuoso che non mortifichi i convincimenti degli uni o degli altri.
È questo spirito di ricerca e di confronto che sta alla base della proposta di legge sui Dico. Se è certamente vero ciò che Savino Pezzotta ha detto, circa il valore costituzionale della famiglia fondata sul matrimonio, è altrettanto vero che, come hanno fatto tutte le altre grandi democrazie, anche in Italia è giusto riconoscere i diritti delle persone che si amano e convivono.
Si può convenire sulla diagnosi veltroniana del pericolo gravissimo per la convivenza civile posto dal «bipolarismo etico»; anche se si vorrebbe sapere in che cosa mai consista quel «laicismo esasperato» che Veltroni contrappone all’integralismo religioso, e che suona un po’ come l’accusa di intolleranza rivolta a chi voglia emarginare dalla vita democratica gli intolleranti e i violenti. Ma suppongo che qui il sindaco di Roma avesse bisogno, per far mostra di equilibrio, di un sia pur fittizio termine di paragone...
Assai meno c’è da convenire, purtroppo, sulla prescrizione di tradurre le preoccupazioni dei credenti «in valori universali e in proposte concrete ispirate alla ragionevolezza, e non specifici della [loro] religione». È da molto tempo, ormai, che la strategia degli integralisti consiste proprio nel camuffare da «valori universali» le proprie idiosincrasie, e nel proclamare che la «ragione» rettamente intesa (in realtà, un pasticcio dogmatico di teologia morale e di filosofia neo-scolastica) le corrobora immancabilmente. La tragedia è che a queste pretese riesce poi difficile resistere, lo scudo costituzionale essendo forse mal progettato per resistere a questo clericalismo en travesti. Anche la persuasione reciproca fallisce, quando una delle parti rimane sorda a qualsiasi argomento razionale, e si limita a ripetere meccanicamente i mantra, per esempio, della sacralità della famiglia eterosessuale o dell’intoccabilità dell’embrione.
Del resto, l’esempio dei DiCo che Veltroni spaccia come buon risultato dello «spirito di ricerca e di confronto» è particolarmente infelice, trattandosi com’è noto di un aborto legislativo che ha tentato di mescolare istanze laiche e pretese clericali in un ibrido non vitale.

Con tutto ciò, rimane purtuttavia che il discorso di Veltroni risulterà probabilmente indigesto ai cosiddetti teodem, il cavallo di troia piazzato dalla Cei all’interno delle mura dell’Ulivo: i loro «principi non negoziabili» mal si conciliano con la ricerca del compromesso e della convergenza su valori comuni. La possibilità che il Partito Democratico possa rappresentare in futuro una parte dell’elettorato laico si gioca tutta sulla fuoriuscita di Binetti, Bobba e compagni, verso il partitino di Pezzotta o verso un consimile nulla. La stessa possibilità di proporre al tradizionale elettorato di sinistra almeno alcuni dei temi del liberalismo economico e della meritocrazia dipende in modo cruciale dalla proposta contestuale di grandi riforme sul terreno più congeniale dei diritti civili: è la lezione che viene dalla Spagna di Zapatero. Qualche analfabeta della politica l’ha finora voluta ignorare, in cambio di una pacca sulle spalle dal cardinal Ruini; ma è sperabile che non tutti i leader del nuovo partito siano uguali – o non tutti i sindaci di Roma, se preferite.

giovedì 28 dicembre 2006

sabato 9 dicembre 2006

Ubiquità

Ma come fa ad essere ovunque? Intendo Walter, mica quell’altro.