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venerdì 30 aprile 2010

Trapianti ora si condanna l’altruismo

Qualche giorno fa il Comitato Nazionale per la Bioetica ha espresso un parere sulla donazione di organi a beneficio di estranei su richiesta della Presidenza del Consiglio. Nel precedente parere del 1997 si poneva come condizione necessaria una relazione affettiva o di consanguineità tra donatore e ricevente.
Oggi invece il CNB apre alla possibilità di donare un organo ad un estraneo nel rispetto della gratuità e dell’anonimato, dopo una valutazione delle motivazioni del donatore e un attento accertamento clinico.
Sebbene appaia bizzarro richiedere un parere su una possibilità già ammessa da una legge risalente al 1967 (più forte anche del parere del CNB del 1997 quindi), la buona notizia riguarda il buon senso e il rispetto per la libertà individuale, che dovrebbe comprendere la libertà di donare un proprio organo. Senza considerare che per qualcuno potrebbe rappresentare la differenza tra vivere e morire.
Tutti d’accordo e soddisfatti allora? Manco a dirlo alcuni bioeticisti cattolici, come Francesco D’Agostino e Adriano Pessina, si scagliano con violenza contro il parere, disseppellendo le più ripugnanti e incoerenti motivazioni per sostenere il loro anatema. È difficile capire se la loro condanna dell’altruismo (la condanna della libera scelta non suscita ormai stupore) sia imputabile alla tentazione irresistibile di essere bastian contrari o da qualche altra piega oscura della loro ideologia.

DNews, 30 aprile 2010.

martedì 27 aprile 2010

Un dono per uno sconosciuto


È avvenuto molto raramente, negli ultimi anni, che un parere del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) si discostasse dalla più feroce intransigenza integralista. Uno di questi casi è recentissimo, e riguarda il parere espresso dal CNB sui cosiddetti «donatori samaritani», ovverosia persone viventi che donano organi o parti di organi (reni e fegato) a malati che non sono loro parenti o amici. Malgrado che la legge già permetta questo tipo di trapianto, la Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva chiesto l’opinione del Comitato, dopo che notizie di stampa su persone che avevano chiesto di poter effettuare questo tipo di donazione avevano sollevato le proteste di una parte del mondo integralista.
Il parere, al momento, non è ancora disponibile sul sito del CNB, ma si sa già che è stato positivo (pur se con qualche limitazione, su cui eventualmente torneremo). Si assiste dunque in questi giorni allo spettacolo inedito di integralisti che criticano il CNB: per esempio Francesco D’Agostino, che del Comitato è stato a lungo presidente, («Il rischio di corrompere la nobiltà della donazione d’organi», Avvenire, 25 aprile 2010, p. 2). Ma qui voglio soffermarmi sulle critiche espresse nel comunicato stampa del 23 aprile emesso dal Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica, diretto da Adriano Pessina (che verosimilmente ha scritto o ispirato la nota), dove si legge fra l’altro:

La mutilazione del benefattore anonimo stravolge in realtà il significato stesso della donazione di organi da vivente, ammessa, in via eccezionale, laddove esistano relazioni parentali ed affettive. Il concetto di dono, infatti, comporta per sua natura la relazione da persona a persona ed è dettato solo da motivazioni gravissime ed eccezionali.
È interessante notare il linguaggio emotivamente carico con cui si esprime la nota: «mutilazione» è un termine impreciso per il trapianto di rene, che non causa di norma una perdita di funzionalità al donatore vivente, e decisamente sbagliato nel caso del trapianto di fegato, in cui al donatore viene sottratto un lobo dell’organo, che poi si rigenera in breve tempo fino a raggiungere di nuovo le dimensioni originali.
Incomprensibile è poi quello che si dice del concetto di dono: sembra evidente, anche se non è specificato, che ci si stia riferendo in particolare al dono di organo, visto che esistono ovviamente anche doni fatti per motivazioni leggere e ordinarie; ma in ogni caso rimane il fatto che il concetto di dono è inseparabile da quello di gratuità, e che tanto più stretti sono i legami – come appunto quelli familiari – che ci avvincono a una persona tanto meno gratuito dovrà essere considerato un atto come quello di cui qui parliamo. In effetti, a ben vedere, il vero problema si ha con la donazione di organi fra congiunti, dove è possibile che si creino situazioni di pressione psicologica da parte di altri familiari (il caso tipico è quello di genitori che inducono un figlio a donare a un altro figlio) che i medici possono avere difficoltà a individuare e gestire, e dove comunque a predominare sarà il desiderio – ovviamente più che legittimo – di non perdere un congiunto. Controllare la gratuità delle motivazioni di un donatore samaritano è invece un compito banale: basta fare in modo che il donatore non sappia in anticipo a chi andrà il suo organo.
Ma soprattutto avallare questa impostazione, dal punto di vista antropologico e culturale, significa fare propria l’idea che il corpo sia un semplice composto di parti e non l’espressione dell’identità personale. […] Risulta inoltre inquietante la sottesa concettualizzazione di una soggettività totalmente “spiritualizzata” che qui emerge. Mentre, da un lato, si pensa al corpo come a un rivestimento assolutamente neutrale rispetto all’identità personale, dall’altro, dietro la veste, che si vuole immacolata, della donazione, non ci si interroga sui vissuti complessi e magmatici di persone autorizzate da un comitato nazionale di etica a pensarsi in modo dualistico.
Anche qui non è facile capire di cosa stia parlando la nota. Più in particolare, quando afferma che il corpo è parte inscindibile dell’identità personale, cosa intende con quest’ultima espressione? Si riferisce forse al problema della continuità dell’Io, di cosa fa sì che si possa dire, per esempio, che noi siamo la stessa persona che eravamo a cinque anni di età? I filosofi si sono posti effettivamente il quesito di che ruolo abbia il corpo nella persistenza di una stessa persona attraverso il tempo: se per esempio fossimo sottoposti a un trapianto di cervello la nostra identità personale continuerebbe nel nuovo corpo in cui si trova adesso il nostro cervello, o rimarrebbe nel vecchio corpo (se questo è stato dotato a sua volta di un nuovo cervello)? Le risposte variano, ma che io sappia nessuno ha mai sostenuto seriamente che sottraendo al corpo un organo o una parte non indispensabili alla vita si interrompa la continuità della persona. In caso contrario dovremmo pensare che anche facendosi togliere le tonsille un individuo perderebbe la propria identità, il che sembra decisamente assurdo.
Per identità personale si può indicare anche la somma delle proprietà che fanno di noi quello che siamo, e che possono variare nel tempo; in questo senso, diverso dal primo, si può dire che siamo persone differenti da come eravamo a cinque anni, essendo variati i nostri gusti, le nostre conoscenze e anche il nostro corpo. Non c’è dubbio che in questo senso una persona che abbia donato un suo organo sia diversa da come era in precedenza; ma risulta impossibile comprendere perché ciò dovrebbe essere considerato a priori un male, visto anche che la trasformazione è, sia nel caso della donazione di rene sia in quella di fegato, quasi impercettibile, e scompare di fronte a cambiamenti più radicali, come cambiare fede politica o religiosa o sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica.
Queste considerazioni sono del tutto indipendenti da una visione dualistica o monistica della persona umana; è comunque sorprendente vedere un’istituzione cattolica accusare altri di fomentare una visione dualistica, dopo che per duemila anni il cristianesimo ha fatto propria e propagandato una concezione antropologica che, almeno nelle sue accezioni popolari, ha sempre operato una divisione assai netta fra anima e corpo.

La nota del Centro di Bioetica è significativa anche per quello che non dice, forse di più che per quello che dice. Mentre ci si interroga freddamente sui «vissuti complessi e magmatici» dei donatori, insultando persone generose che fino a prova contraria vogliono semplicemente fare dono di sé (e qui viene inevitabilmente in mente la frase evangelica delle perle e dei porci...), non una parola viene spesa per le vite umane che potrebbero essere salvate se si accettassero – ripeto: come già prevede la legge – questo tipo di donazioni. L’Ideologia della Vita, come tutte le ideologie, privilegia l’astratto a danno del concreto, la purezza del «punto di vista antropologico e culturale» più delle sofferenze dei malati, e rivela infine in questo modo il suo vero volto di ennesima Ideologia della Morte.

venerdì 28 marzo 2008

Adriano Pessina sulla gravidanza di Thomas Beatie

Ecco le prime reazioni alla gravidanza di Thomas Beatie. Auguri di cuore a tutti e tre: ne avranno, temo, bisogno – scriveva Giuseppe qualche giorno fa.
Adriano Pessina dichiara che la scelta di Thomas è problematica dal punto di vista psicologico e “fermamente criticabile l’aspetto etico”.

E prosegue:

Nel momento in cui si è voluto dare risalto a questa notizia si è cercato di ottenere una sorta di riconoscimento pubblico di una decisione che appare molto grave [...] Non si tratta di formulare un giudizio sulla personalità irrisolta di chi, decidendo di essere maschio non rinuncia a essere femmina, ma di rimarcare lo sconcerto e la disapprovazione di fronte a quello che appare un abuso e anche un atto di violenza psicologica esercitata nei confronti di un figlio generato per soddisfare la duplice esigenza di maternità, del signor Beatie e della moglie Nancy.
[...] Lo spazio pubblico dell’etica non può rinunciare a usare i criteri del biasimo e della lode per demarcare i confini della legittimità dell’agire umano che si esercita nella società. E in questo caso, rompendo le barriere della presunta neutralità del politicamente corretto, occorre con chiarezza biasimare e condannare questa scelta tragica di considerare i figli come un puro strumento delle irrisolte pulsioni psichiche di un individuo e di una coppia, alla ricerca confusa di esperienze che sostituiscano identità perdute. [La vicenda non deve e non può dunque essere liquidata come] un puro fenomeno di morbosa curiosità diffondendo le sconcertanti immagini del signor Beatie, né come una vicenda privata di una coppia decisamente anomala. La richiesta di riconoscimento pubblico di queste scelte, di diventare uomo e di partorire come donna richiede una valutazione altrettanto pubblica. E in questo senso non ci si può sottrarre a un giudizio negativo.
Che Pessina abbia un giudizio negativo al riguardo è chiaro. Meno chiare le ragioni della condanna. Ancora una volta non si tenta di supportare il proprio giudizio con argomenti, ma si invoca una sorta di senso comune, un sentire che dovrebbe essere diffuso e condiviso da tutti (e già questo è discutibile) e che sarebbe sufficiente a condannare moralmente una scelta senza dubbio poco comune, ma non necessariamente sbagliata. La domanda cui non si risponde è se e perché questo figlio sarà danneggiato dalle sue condizioni di concepimento e nascita. Bisognerebbe forse soffermarsi sulle capacità genitoriali di Thomas e Nancy prima di considerare questo bambino un disgraziato e destinato ad una vita infelice. Pessina sembra dimenticare che ogni decisione di fare un figlio (anche nelle circostanze normali) potrebbe essere giudicata, ma che il giudizio deve basarsi su qualcosa di più solido del luogo comune. Ma è più facile fermarsi alla semplice questione formale che in questo caso i genitori sono una donna e un transessuale come dimostrazione tautologica del male.
Essere (buoni) genitori è una questione più complessa e sarebbe utile non ridurla al gioco dei buoni e dei cattivi.

lunedì 23 luglio 2007

La morte è un fatto e non un diritto

Oggi Lucetta Scaraffia commenta il nuovo libro di Adriano Pessina (Perché non esiste il “diritto di morire”, Corriere della Sera, 23 luglio 2007). Quale giorno più propizio di oggi!
Si comincia così:

Per capire le ragioni dei cattolici nei confronti del testamento biologico e dell’eutanasia — e fare giustizia delle generiche accuse di «paternalismo» o di nostalgia per uno «Stato etico» avanzate da chi sostiene a tutti i costi la necessità di una legge sul testamento biologico — è utile leggere il breve saggio Eutanasia di Adriano Pessina (Cantagalli, pagine 116, euro 12,50), che con lucidità e chiarezza ne spiega le ragioni morali e filosofiche: che non sono, quindi, solo religiose.
L’avvio mi suggerisce un leit motiv della campagna referendaria sulla legge 40: avere un figlio a tutti i costi. E il fatto che venga piegato fino a diventare, il fare qualcosa a tutti i costi, ostinazione o peggio cocciutaggine infantile su una esigenza inutile e dannosa (avere un figlio o una legge sul TB). Ciò che è buffo è che se sostituiamo “avere un figlio” o “fare una legge sul TB” con laurearsi o conquistare un obiettivo non è poi tanto evidente il motivo di condanna. Insomma, fare qualcosa “a tutti i costi” non è di per sé negativo, dunque bisognerebbe spiegare le ragioni del disprezzo che trasuda dall’espressioni in oggetto. Vediamo se Lucetta riesce, con l’aiuto di Pessina, a offrirne qualcuna.
Innanzitutto l’autore distingue nettamente fra eutanasia e sospensione dei trattamenti valutata come accanimento terapeutico, e ricorda che invece alcuni sostenitori dell’eutanasia tendono a equiparare queste situazioni, negando che esista una reale differenza, come si è visto nel caso Welby. Con una mossa teorica che radicalizza la centralità dell’autonomia essi pongono infatti le premesse per questa confusione — e oggi molti dei più strenui sostenitori del testamento biologico sono anche a favore dell’eutanasia — mentre, ricorda Pessina, «la legittimità o no di un rifiuto non dipende solo ed esclusivamente dal fatto che sia frutto di una scelta libera, ma dalle ragioni che la sostengono».
Le ragioni che sostengono una libera scelta? Allora vediamo. Se io sono libero di andare a passeggio, posso andare a passeggio per le ragioni più strambe. Oppure no? Devo forse dimostrare che vado a passeggio per ragioni legittime? Giudicate legittime da chi? O sono libero, oppure non lo sono. È questa libertà (di andare a passeggio o di rifiutare un trattamento) che deve essere sostenuta da ragioni valide, ma una volta affermata non può essere perennemente sottoposta a un tribunale non meglio identificato che ne valuti le declinazioni. Vai a passeggio per incontrare lo zio? Va bene. Vai a passeggio per fumare una sigaretta? Mica tanto. Vai a passeggio per comprare una rivista porno? Assolutamente no, permesso negato. Non funziona. Se io sono libero di rifiutare un trattamento, sono in grado di capirne le conseguenze e decido di avvalermi di questa possibilità, nessuno può venirmi a dire che le mie ragioni a sostegno del mio rifiuto sono inconsistenti.
Ponendo la scelta come fondamento del valore di ciò che viene scelto si arriva infatti a giustificare il discutibilissimo «diritto di morire». E proprio «la scorciatoia formalistica e proceduristica» proposta su questa base sembra allora più facilmente percorribile, perché evita «il confronto tematico, il giudizio morale». Anche se la nostra epoca è affascinata dal primato della volontà, bisogna rendersi conto che «la possibilità di decidere di sé fino al punto di non essere più è, e resta soltanto un fatto, non costituisce né un diritto né un bene».
Se la parola “diritto” anteposta a “di morire” crea tanto fastidio possiamo parlare di libertà. Non è questione di evitare il giudizio morale ma di non trasformarlo in una imposizione moralistica o in una legge, per il bene di qualcun altro o perché “io non lo farei”. Lo slogan che la morte è un fatto e non un diritto è davvero esilarante. Anche la vita è un fatto, anche la libertà o il rispetto. La nostra stessa esistenza. Ciò non significa che non possa esserci un aspetto da preservare, da garantire, da proteggere.
Possiamo sostituire “diritto di morire” con “diritto di scelta”, se la scelta non è imbavagliata e delimitata. E allora nella scelta rientra anche il morire, il come morire e il quando morire. Va bene così?
Quanto al fatto che la possibilità di scegliere di morire non sia (non possa mai essere) un bene c’è da discutere molto. E la discussione verterebbe su principi quali l’indisponibilità della vita o la sua sacralità. E gli antagonisti come la qualità di quella vita e la proprietà, quindi la possibilità di disporne. Qualche volta morire può essere un bene, quando l’esistenza è torturata da una malattia, ad esempio. Chi decide? Il diretto interessato. È soltanto lui che può stabilire se la sua esistenza sia ancora un bene. E come imporgli qualcosa di diverso?
Parole che fanno riflettere sulla necessità di un testamento biologico, di recente negato in Italia anche dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri che ha invece proposto di valorizzare l’importanza di un’alleanza terapeutica fra medico e paziente e l’uso delle cure palliative.
Negato? In che senso negato? Suggerirei, poi, di analizzare le ragioni di questa “negazione” e di non usarla come principio di autorità. Inoltre è ipocrita e scorretto insinuare che chi è a favore delle direttive anticipate sia contrario alle cure palliative o alla alleanza terapeutica. Basta con questi luoghi comuni ingenui e sciocchi.
Il funzionamento problematico di questo strumento giuridico è già stato rilevato nei Paesi dove è da tempo in vigore: qui — in assenza di chiare volontà del paziente, del resto molto difficili da specificare in situazioni in cui le scoperte scientifiche ampliano in modo continuo le possibilità della medicina — si è esteso il ruolo del «fiduciario». Anche se numerosi studi, condotti su pazienti terminali che non hanno ancora perso coscienza, hanno dimostrato che le scelte dei fiduciari, di fronte alle decisioni sulla fine della vita, sono molto discordanti da quelle del paziente.
Le scoperte ampliano le possibilità della medicina senza miracoli, purtroppo. Anche questo argomento, se ci si riflette invece di ripeterlo come una cantilena, è barcollante. Quali studi? Sarebbe interessante leggerli, e non avendo la fonte non posso pronunciarmi. Ricordo solo che finché il paziente è lucido può decidere lui, quando dovesse perdere conoscenza ascoltare il fiduciario è un modo (seppure imperfetto) di eseguire le sue volontà. L’assenza di indicazioni del paziente e di un fiduciario in che modo migliorerebbe la situazione? Abbandonando al caso le decisioni?
Particolarmente grave è stata poi l’estensione di questa «autodeterminazione» ai bambini di meno di un anno — chiaramente privi della possibilità di scegliere — in assenza di reali speranze di sopravvivenza o affetti da gravi anomalie, che nella metà dei casi si traduce nella decisione di sospendere o annullare trattamenti per accelerare la morte del bambino.
Bisogna quindi essere molto prudenti nel legiferare su un tema così pericoloso e delicato, soprattutto quando si propongono leggi non necessarie. Ricordando, come scrive Pessina, che il rifiuto del «diritto di morire» non deriva «da nessuna sacralizzazione della vita astrattamente intesa, ma dal rispetto del senso storico dell’esistere».
Leggi non necessarie. Non mi sembra di avere letto una sola motivazione del fatto che una legge sulle direttive anticipate sarebbe superflua. Confesso la mia confusione rispetto al “senso storico dell’esistere”. Proprio non capisco di cosa si tratti. Forse è roba di filosofi continentali…

domenica 21 gennaio 2007

Fatti, non valori!

C’è ben poco di nuovo nel Manifesto «Per il coraggio di vivere e di far vivere»: come dicevamo ieri, è il solito, vecchio tentativo demonizzatore di confondere la libertà di scelta dell’individuo con l’imposizione di valori da parte dello Stato – tentativo, come sempre, operato proprio da chi pretende di imporre a tutti i propri valori e la propria concezione del bene.
Fra i vari argomenti (o meglio, slogan) del Manifesto, soltanto uno merita un’analisi un po’ più approfondita, a causa della sua relativa novità: personalmente, l’ho sentito ripetere in alcune occasioni da Adriano Pessina, direttore del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che figura non a caso tra i firmatari del documento. Lo troviamo all’inizio del punto 6: «La morte è un fatto e non un diritto: per questa ragione non può essere oggetto di una scelta sostenuta dalla società civile».
L’affermazione suona convincente, ma basta rifletterci su per qualche minuto per accorgersi che è anche piuttosto ambigua: che la morte sia «un fatto e non un diritto» può significare molte cose differenti. Per capire meglio dobbiamo ricorrere a una versione precedente della stessa frase, che ritroviamo in una nota per la stampa dello stesso Pessina e di altri tre personaggi (due dei quali firmatari del Manifesto), diffusa l’anno scorso a proposito del caso Welby: «la morte, che inevitabilmente giunge per tutti, [è] un fatto, non un diritto o un valore» (corsivo mio). Sembra di capire che la morte non sia un diritto proprio in quanto giunge inevitabilmente per tutti: è un fatto ineluttabile, che non c’è bisogno sia garantito dalla volontà di qualcuno. In modo non troppo dissimile, in una sentenza della Corte di Cassazione (sezione lavoro, 2 marzo 2005, n. 4370) sull’applicazione degli scatti di anzianità a un lavoratore, si può affermare che «l’anzianità è un fatto, e non un diritto, e come tale non soggetto a prescrizione»; oppure, nell’opuscolo di un anarchico in esilio (Armando Borghi, Il tramonto di Bacunin?, Newark, NJ, L’Adunata dei Refrattari, 1939, p. 43), si rivendica orgogliosamente che «la libertà è un fatto e non un diritto scritto e nega ogni organo che la conceda».
Tutto vero; solo che in alcuni, disgraziatissimi casi, la morte non giunge abbastanza presto, ed è proprio allora che la si invoca come diritto. Che sia un fatto ineluttabile non interessa, e non si riesce assolutamente a vedere come pretendano Pessina & Co. che questa banale verità possa negare un diritto. Non è possibile neppure postulare una totale divaricazione tra fatti e diritti: anche la vita personale è un fatto, che non dipende da concessioni giuridiche, eppure questo non vieta di parlare di diritto alla vita.
Immaginiamo di trovarci a letto, dopo una giornata faticosa, desiderosi solo di chiudere gli occhi, ma che una musica dal volume sufficiente a tenerci svegli provenga dal piano di sotto. Picchiamo una scarpa sul pavimento, ma quelli non sembrano accorgersene; allora, con una certa irritazione, indossiamo una vestaglia e scendiamo a protestare. Sulla soglia dell’altro appartamento ci accoglie però il professor Pessina, che prima ci accusa severamente di volere uno Stato che decida per tutti l’orario di andare a dormire, additandoci allo stesso tempo un suo collega che, reduce da una giornata faticosa come la nostra, riesce ancora benissimo a tenere gli occhi aperti; e poi ci informa che «il sonno, che inevitabilmente giunge per tutti, è un fatto, non un diritto o un valore», e che quindi di sospendere la musica non se ne parla proprio, se non – forse – quando fra una cinquantina di ore la sua prosecuzione potrà essere qualificata come accanimento stimolatorio. Voi cosa rispondereste al professor Pessina?

giovedì 31 agosto 2006

Le parole sono importanti, diceva qualcuno…

E a proposito di parole, di difesa ad oltranza dell’embrione e di cattivi argomenti, un articolo di oggi di Lucetta Scaraffia (Embrioni orfani, che fare? I cattolici si dividono, “Il Corriere della Sera”, 31 agosto 2006, p. 39) ripropone alcune delle disattenzioni lessicali e concettuali che infestano il dibattito bioetico. Prima tra tutte la sovrapposizione tra essere umano e persona (o tra vita personale e vita umana). Termine descrittivo, il primo, che chiarisce l’appartenenza di un individuo a una determinata specie; termine morale, il secondo, che attribuisce ad un individuo alcuni diritti in base a determinate proprietà.
Scaraffia definisce come poco felice l’aggettivo residuale per denotare quegli embrioni crioconservati che tanto scandalo hanno suscitato in questi mesi. E preferisce chiamarli ‘abbandonati’ dai genitori che hanno intrapreso la fecondazione artificiale (abbandonati, si badi, così come adottabili sono termini che nel senso pieno si riferiscono alle persone. Come sostiene George Lakoff le scelte lessicali nascondono scelte concettuali precise). Riportando il parere del Comitato Nazionale per la Bioetica sull’adottabilità di questi embrioni, Scaraffia ne mutua le imprecisioni: l’adozione per la nascita (così il CNB) “non solo salverebbe delle vite umane, ma sottolineerebbe, dal punto di vista giuridico e simbolico, lo statuto di vita umana degli embrioni, rendendo più difficile, se non impossibile, il loro utilizzo a fini di ricerca”. E prosegue: “Come ha sottolineato D’Agostino nella presentazione del documento «il diritto alla nascita non può che prevalere su ogni considerazione etica e giuridica in senso contrario»”.
Naturalmente, Scaraffia non si prende il disturbo di giustificare simili affermazioni, dando per scontata una serie di premesse che invece dovrebbero essere discusse: l’equivalenza di essere umano e persona, appunto, l’attribuzione dei diritti fondamentali e le ragioni di tale attribuzione.
“Confermare l’identità di esseri umani” agli embrioni è superfluo: chi negherebbe loro l’appartenenza alla nostra specie? Come è possibile convincere Scaraffia e compagni che la questione centrale non è assolutamente questa? È malafede o ignoranza? Oppure distrazione?
Ah, D’Agostino, cara Scaraffia, è ex presidente del CNB, scaduto il 12 giungo scorso e non ancora rinnovato. Mi si perdoni la pedanteria, ma è importante essere precisi, soprattutto se il parere di D’Agostino è usato come una spada per tagliare i dilemmi. Non che l’argomento di autorità funzionerebbe meglio se il presidente fosse ancora in carica…
La difesa dell’essere umano, pertanto, è espressione vaga e imprecisa. Chissà che non faccia comodo non diradare l’approssimazione, perché a parlare di ‘persona’ ci si complica la vita (umana?).
Il secondo autorevole parere riportato da Scaraffia è quello di Adriano Pessina, che partendo dalla coincidenza di madre con gestante e partoriente (davvero, Pessina, la maternità si riduce ai dati biologici e materiali quali la gestazione e il parto? Bistrattato amore materno...), giunge a una conclusione molto diversa dall’adozione. Gli embrioni prima del trasferimento in utero “non si capisce di chi siano figli (verrebbe da chierere: e allora?). Egli [Pessina] va alla radice del problema, che sta nel «significato proprio, antropologico e, quindi, simbolico e non solo funzionale, della procreazione umana e dell’identità femminile» che consiste in un processo unitario: «La procreazione umana, infatti, non è soltanto l’atto sessuale, o la fecondazione, oppure la gestazione o il parto (…) la procreazione è quel processo unitario che lega in una relazione esistenziale, morale e corporea, un padre, una madre e un figlio»”.
In base a questo l’adozione degli embrioni ‘abbandonati’ sarebbe insoddisfacente, perché spezzetterebbe questo processo. Viene da domandare: che male c’è? O meglio, è necessariamente un male? Adottare quegli embrioni sarebbe una legittimazione della frantumazione del processo di maternità, secondo Pessina. Non va bene, meglio la loro morte (!!). Meglio considerare “la loro esistenza nel ghiaccio come una sorta di accanimento terapeutico, che si può interrompere staccando la spina”. Si può, o si deve? E perché si può staccare la spina agli embrioni, e non agli adulti (dobbiamo ricordare per tutti il caso di Eluana Englaro?)? Ma soprattutto, non dovevano essere salvaguardati e difesi gli embrioni-persone? La frantumazione del processo di maternità legittima un omicidio, secondo Pessina? Attenzione: se è legittimo staccare la spina per gli embrioni-persona, perché non sarebbe legittimo staccare la spina per quei figli (quelli già nati e cresciuti, per intendersi) le cui figure parentali sono frantumate? L’esistenza finisce per avere meno valore della compattezza della procreazione umana. Ben grottesco esito!