sabato 20 gennaio 2007

Manifesto «Per il coraggio di vivere e di far vivere»

Ve lo ricordate il Manifesto dell’embrione come paziente? Sempre su Avvenire, più o meno 5 anni fa (periodo fecondo, sembra).
Ecco, ora abbiamo il Manifesto all’estremo opposto della vita umana.
Ieri su Avvenire (Scienziati per la vita Manifesto di speranza) è stata lanciata questa encomiabile iniziativa.

Inizia così: “Un invito a guardare con speranza alla vita anche nelle condizioni di malattia e disabilità, un appello a dedicare risorse intellettuali ed economiche alla ricerca medica per le malattie tuttora senza cure, un monito per richiamare tutti alla responsabilità perché la società aiuti e non lasci nell’isolamento i malati e le loro famiglie”.

Direi che questa premessa è ancora condivisibile anche da chi è a favore della libertà di scegliere della propria vita (compresa la libertà di ricorrere all’eutanasia). Poi comincia il bello!

Tutto questo, accompagnato da un richiamo ai fondamenti della relazione tra medico e paziente, una alleanza terapeutica volta al bene dell’uomo: sono i principi che animano il Manifesto «Per il coraggio di vivere e di far vivere» (che pubblichiamo qui sotto) che un gruppo di medici e intellettuali con diversi profili professionali ha redatto e che invita a sottoscrivere e promuovere.
Undici le persone che hanno promosso il Manifesto: Felice Achilli (primario cardiologo presso l’ospedale di Lecco, e presidente dell’associazione «Medicina e Persona»), Marco Brayda-Bruno (direttore dell’Unità operativa di Chirurgia vertebrale III presso l’Irccs ortopedico «Galeazzi» di Milano), Dario Caldiroli (direttore dell’Unità operativa di Neuroanestesia e rianimazione presso l’Irccs neurologico «Besta» di Milano), Bruno Dallapiccola (genetista, direttore scientifico dell’Irccs «Casa sollievo della sofferenza» e presidente dell’associazione «Scienza&Vita»), Maria Luisa Di Pietro (medico e bioeticista presso l’Università Cattolica di Roma e presidente dell’associazione «Scienza&Vita»), Giovanni Battista Guizzetti (geriatra e direttore dell’Unità operativa Stati vegetativi presso il Centro «Don Orione» di Bergamo), Vladimir Kosic (delegato Oms per l’Italia del Gruppo di riferimento sul funzionamento e la disabilità e presidente della Consulta dei disabili del Friuli-Venezia Giulia), Matilde Leonardi (medico, delegato Oms per l’Italia del Gruppo di riferimento sul funzionamento e la disabilità e vicepresidente della Federazione italiana associazioni neurologiche), Mario Melazzini (medico, direttore del Day Hospital oncologico dell’Irccs «Ma ugeri» di Pavia e presidente dell’Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica), Adriano Pessina (filosofo, direttore del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica), Valeria Zacchi (medico, direttore sanitario dell’Irccs «Fatebenefratelli» di Brescia).
Il Manifesto vuole far uscire il dibattito attuale da una spirale che, in nome dell’autonomia dell’individuo e del paziente, sembra interessarsi solo alla possibilità di far morire. Fino al punto da «tentare di far rientrare l’eutanasia tra i compiti della professione medica».
Tra i compiti della professione medica c’è il rispetto della volontà del paziente. Tra i compiti della professione medica c’è anche la necessità di prendere atto di una condizione complessiva talmente compromessa da non lasciare speranze, tale da far preferire la morte. Tra i compiti della professione medica non dovrebbe esserci l’imposizione e la decisione al posto del paziente della sua esistenza e di come viverla e di quando, eventualmente, interromperla.
I promotori del Manifesto «per la garanzia di una presa in carico globale; di trattamento, cura e sostegno e contro l’abbandono, l’accanimento e l’eutanasia nel nostro Paese» invitano a riconoscere «il valore unico e irripetibile di ogni essere umano» respingendo l’idea che «alcune condizioni di salute rendano indegna la vita o trasformino il malato o la persona con disabilità in un peso sociale». Con la conseguenza di «aumentare la solitudine dei malati e delle loro famiglie» e «favorire decisioni rinunciatarie». Senza «negare il valore dell’autonomia e della libertà della persona» ma ricordando che «solo la vita è il fondamento dei diritti umani e della loro tutela».
Ed eccoci all’argomento del “senza abbandono nessuno chiede l’eutanasia”.
Un bel modo di avere rispetto delle persone. Sono davvero convinti i firmatari che chi considera l’eutanasia (e tutte le decisioni di fine vita e tutte le decisioni che non danneggino terzi) non riconosca il “valore unico e irripetibile di ogni essere umano”? Ancora una volta: a stabilire se una esistenza è degna oppure no (espressione sgradevole, ma ormai accolta e comprensibile) deve essere unicamente il detentore di quella vita (ammesso che i firmatari siano disposti a riconoscerlo. Oppure, più verosimilmente, sostengono che la vita sia indisponibile?).
“Senza «negare il valore dell’autonomia e della libertà della persona» ma ricordando che «solo la vita è il fondamento dei diritti umani e della loro tutela»” somiglia a quando per sostenere un divieto difficilmente sostenibile razionalmente, i nostri genitori dicevano qualcosa come: “certo che puoi uscire, sei libero di andare dove vuoi, ma non tornare dopo le 11, non uscire con il gruppo di Mario e i suoi loschi amici, e non andare in quella via...” (a me è sempre suonato come un presa per il culo). Ammettere x e poi elencare tante e tali eccezione da stravolgere x.
Viceversa a puntare sull’autonomia assoluta del paziente fino a coinvolgere un medico per procurargli la morte è il convegno, a senso unico, promosso ieri a Milano dalla Consulta di Bioetica per «liberare Eluana Englaro dalle terapie nutrizionali», il che significa farla morire come Terri Schiavo. Il caso della giovane lecchese, che si trova in stato vegetativo in seguito a un incidente avvenuto nel 1992 all’età di 19 anni, è stato paragonato a quello di Piergiorgio Welby per ribadire il diritto a rifiutare terapie non volute (la famiglia assicura che Eluana aveva espresso il rifiuto di una sopravvivenza in tali condizioni). Non a caso a tratteggiare somiglianze e differenze tra le due vicende è intervenuto Mario Riccio, l’anestesista recatosi da Cremona a Roma a in staurare una velocissima relazione tra medico e paziente per rendere possibile a Welby «la sospensione della terapia», come ora si vuole equivocamente definire quello che Welby stesso invece invocava chiaramente: l’eutanasia. Un comportamento che il nuovo Codice deontologico dei medici (articolo 17) vieta espressamente: «Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti finalizzati a provocarne la morte».
La conclusione è davvero vomitevole. Io continuo a domandarmi (ma temo che sia meglio non trovare la risposta) se sia mala fede o idiozia.

2 commenti:

Dino ha detto...

Mi dispiace, ma il commento al Manifesto mi pare non corretto. Mi limito a due sole osservazioni, quelle che ritengo decisive per comprendere meglio l'economia del Manifesto (poi magari mi sbaglio, per carità).
Nel Manifesto non si dice mai che evitando l'abbandono del paziente nessuno chieda l'eutanasia. Si afferma (al punto 3) invece che in una società che riconosca il valore prezioso di ogni essere umano bisogna evitare l'abbandono dell'ammalato e della sua famiglia (non è condivisibile questo?). Si afferma infatti che questo abbandono, tra le altre cose, porta con sè un grande rischio: l'ammalato stesso potrebbe sentirsi come un peso sociale e questa situazione "favorirebbe" decisioni rinunciatarie come quelle eutanasiche (mi pare condivisibile anche questa preoccupazione). Che poi l'eutanasia possa essere chiesta anche quando non sussiste questa condizione di abbandono il Manifesto non lo nega (sarebbe d'altronde ingenuo farlo). Anzi (seconda osservazione) dedica il punto 7 proprio a questo. L'autore del commento molto ma molto superficialmente vede una contraddizione nel ricordare il valore dell'autonomia e nel contempo condannare le scelte eutanasiche. Ma non capisce le ragioni del Manifesto. Lì (appunto nel punto 7) si dice che non si può negare il valore dell'autonomia e della libertà della persona ma che bisogna riconoscere "che il valore di ogni scelta dipende dal suo contenuto" (traduzione: non tutte le scelte in quanto volute liberamente da un soggetto sono per questo oggettivamente buone, e ci mancherebbe....). Nel caso specifico (al limite qui possiamo discutere se siamo d'accordo o no, ma la cosa è ben più seria di come l'Autore del commento la presenta) la scelta della morte viene considerata non equiparabile a quella per la vita poichè la vita (e non la morte) è il fondamento dei diritti umani e della loro tutela.
Ammetto che le cose sono molto complesse e che le opinioni riflettano questa complessità ma sinceramente il fatto che si derida quasi o si giudichi al pari di idioti più di 3000 persone (tra cui docenti universitari, politici, intellettuali, MEDICI, infermieri ma anche impiegati, studenti, casalinghe, volontari, disabili ecc.) che hanno sottoscritto il Manifesto non mi pare nè degno di quello stesso principio che il commentatore pone al centro della sua riflessione (la libertà di scelta e di pensiero), nè segnale di apertura al dialogo e al confronto su questioni così delicate.
Cordialmente

Chiara Lalli ha detto...

Dino, la libertà (di scelta, di pensiero, e così via) è sovrana, ma questo non significa che non si possa criticare una libera espressione di qualcuno. Non giudico idioti quelli che hanno sottoscritto il Manifesto, ma giudico (e forse derido, come dici tu) idiota il Manifesto stesso, che peraltro si inscrive esplicitamente in un pensiero di un certo tipo: sacralità della vita e sua indisponibilità. Inoltre giudico del tutto insoddisfacente il relativismo delle opinioni quando questo assume il significato che ogni opinione è altrettanto valida. Ho analizzato (forse non qui) dettagliatamente gli argomenti portati a sostegno di simile pensiero. Le opinioni non sono tutte sullo stesso piano: alcune sono migliori. L’opinione che permea il Manifesto è zoppicante (oltre che ipocrita).
La morte dovrebbe rientrare tra le possibili scelte della esistenza umana. Non ci dimentichiamo l’asimmetria profonda tra la libertà e la coercizione. Se posso scegliere di morire non implica che obbligo te, che la pensi diversamente, alla stessa scelta.
L’abbandona e la trascuratezza dei malati, misconoscere il suo valore prezioso (che non significa però obbligarlo a vivere!) sono nodi centrali di una società civilizzata e di un sistema sanitario decente. Ma dovrebbe essere superfluo affermarlo. Mi ricorda una targa fuori dalla Facoltà di Psicologia di Roma dove c’è scritto qualcosa del genere: “Questa Facoltà rifiuta ogni forma di razzismo”. Ora, c’è bisogno di scriverlo? E se ci fosse bisogno di affermare l’oscenità del razzismo, basterebbe una targa?