giovedì 4 gennaio 2007

Giuseppe Casale e Piergiorgio Welby

In data 20 dicembre 2006 mysterium riporta una lunga lettera di Giuseppe Casale sul caso Welby.
Dopo una premessa: del caso Welby ci siamo già occupati su questo blog (con affermazioni del tipo: “Noi non sappiamo nulla o quasi, di questa vita che ci viene concessa”. Oppure: “Non sappiamo se – moralmente (indipendentemente da un credo religioso) – la vita sia veramente SEMPRE degna di essere vissuta. E la nostra morale – se non è ancorata a un qualche principio religioso – è assai ondeggiante, e dipende – come questo caso testimonia molto bene – dai valori singoli di ciascuno”).
Casale, si legge nel post del 20 dicembre, è stato tirato in ballo sui giornali, come medico curante di Welby e il suo pensiero è stato come al solito sintetizzato, stralciato, ridotto, e spesso reso incomprensibile.
Ecco quello che ha scritto, e che rende un quadro finalmente chiaro della intera vicenda.
Finalmente!
Il quadro lo renderà chiaro dal punto di vista di Giuseppe Casale, non di certo in modo assoluto. Riporto qualche passaggio della riflessione di Casale e anticipo come Piergiorgio Welby lo definì dopo averlo incontrato e che io condivido in pieno, soprattutto dopo le dichiarazioni di Giuseppe Casale (le più inopportune risalgono al 18 dicembre...) ripetute nelle molte trasmissioni cui Casale ha accettato di partecipare: Casale è un piccolo uomo.

Ho visto il Sig. Welby solo due volte. Lui è attaccato dal 1997 al respiratore e dal 2002 ne è completamente dipendente. Non ha una nutrizione artificiale e nemmeno un sondino nasogastrico, […] Si nutre da qualche mese solo con un’alimentazione semiliquida.
Nella seconda ed ultima visita da me effettuata il 25 novembre scorso, considerando la malattia di base (la distrofia muscolare), ho rilevato che le sue condizioni fisiche non fossero di una gravità tale da far supporre che stesse morendo. Il sig. Welby urinava naturalmente. Evacuava solo attraverso svuotamento ogni due, tre giorni, aiutato dalla moglie. La valutazione del dolore fisico da lui riferito era molto lieve, non assumeva farmaci per questo sintomo.
[…]
Data la situazione clinica e sociale gli ho proposto l’assistenza presso la nostra struttura sanitaria Hospice Antea, ma si è rifiutato. Quindi gli ho proposto di assisterlo in casa, come siamo soliti fare con la nostra Unità Operativa di Cure Palliative Domiciliari, assicurandogli una forte presenza dei nostri operatori, che comprende anche l’assistenza psicologica e soprattutto spirituale. Il Sig. Welby non ha accettato neanche questa proposta.

Allora gli ho prospettato una terapia ansiolitica e antidepressiva, in quanto assumeva un blando ansiolitico solo la sera, ma ha rifiutato.
A questo punto l’unica soluzione era proporre una sedazione, anche perché questa era la sua richiesta, ma soprattutto perché era l’unico strumento in mio possesso per curare la sua sofferenza.
Lui aveva molta difficoltà a deglutire e le vene superficiali erano difficilmente reperibili e sclerotizzate, per cui ho proposto una sedazione per via sottocutanea, ma la richiesta del Signor Welby diventò molto specifica: “Voglio essere sedato e contemporaneamente staccato dal respiratore”.
Ho risposto che non potevo in quanto la sua era una vera e propria richiesta di eutanasia, e che comunque le modalità che gli avevo offerto erano una valida alternativa alla sofferenza. Gli ho assicurato che gli sarei stato vicino quando la morte lo avrebbe raggiunto naturalmente e lo avrei accompagnato fino all’ultimo minuto, e che sarebbe morto serenamente.
[…]
La sedazione da me effettuata, ribadisco, sarebbe stata somministrata solo per non farlo soffrire e non per accelerare la morte o addirittura provocarla.
[…]
Sono convinto che se il sig. Welby si fosse rivolto a noi prima, accettando le cure Palliative, avremmo avuto la possibilità di garantirgli una migliore qualità di vita, aiutandolo a riconsiderare la vita sempre degna di essere vissuta, seppure da malato.
Dopo questa mia proposta il sig. Welby ha ribadito quanto già espresso: “Voglio essere sedato e subito essere staccato dal respiratore”.
Tengo a precisare che, qualora avessi agito in tal senso, comunque contro la mia volontà e la mia etica di medico e di uomo, il mio nome, quello di Antea, e quello di tutte le Cure Palliative sarebbe stato strumentalizzato nella battaglia mediatica e politica condotta in nome dell’eutanasia. Battaglia di cui ritengo che il Sig. Welby sia in questo momento artefice e al tempo stesso vittima.
E questo non posso e non voglio che accada mai. Sono contrario all’eutanasia, oltre che per motivi etici, nessun uomo deve e può togliere la vita ad un altro uomo, anche perché esistono i mezzi per aiutare le persone a non sentirsi sole, abbandonate, a non soffrire. Mezzi che possono evitare qualsiasi sofferenza per aiutare a valorizzare qualsiasi momento della vita: sono le Cure Palliative, e che io medico palliativista, ritenendole le più adeguate avevo proposto. Se applicate nel loro senso più profondo e con operatori professionalmente preparati, annullano la richiesta di eutanasia.

9 commenti:

Anonimo ha detto...

Il dott. Casale ha fatto delle proposte giuste e per il bene del paziente. Non ci trovo nulla da rimproverargli.
Magari se il sig. Welby si fosse rivolto alle cure palliative sarebbe stato meglio.
E' questa la strada per aiutare i malati, non quella di ucciderli.

Marco

mauro ha detto...

Casale avrebbe sedato e sedato e sedato, una sorta di lobotomia fino a che morte non fosse sopraggiunta. Casale ha formulato proposte per salvare sé, non per aiutare Welby. Casale non era preparato, in fondo è solo un povero piccolo uomo disgraziato che s'è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato (e tutto questo mostra l'abisso che separa la "verità" dalla carità).

Joe Silver ha detto...

«Sono contrario all’eutanasia, oltre che per motivi etici, nessun uomo deve e può togliere la vita ad un altro uomo,»

Mi piacerebbe sapere quali sono i motivi non etici.


«anche perché esistono i mezzi per aiutare le persone a non sentirsi sole, abbandonate, a non soffrire. Mezzi che possono evitare qualsiasi sofferenza per aiutare a valorizzare qualsiasi momento della vita: sono le Cure Palliative, e che io medico palliativista, ritenendole le più adeguate avevo proposto. Se applicate nel loro senso più profondo e con operatori professionalmente preparati, annullano la richiesta di eutanasia.»

Praticamente sta ammettendo di essere professionalmente impreparato? Visto che Welby le ha rifiutate...

Tea ha detto...

forse voleva dire che Welby era prigioniero di un'ideologia che non gli permetteva di vedere nessun'altra via oltre all'eutanasia

Chiara Lalli ha detto...

E Casale di quale ideologia era prigioniero?
Welby ha fatto la sua richiesta in base ai suoi desideri, ai suoi valori, alla sua sopportazione, alla sua considerazione della propria vita. Se vuoi chiamare tutto questo 'ideologia' fai pure. Però a me sembra un significato lievemente forzato.

Anonimo ha detto...

trovo curioso che Casale sia definito "un piccolo uomo", "impreparato" o cose simili, quando è notoriamente una autorita' (riconosciuto tale anche dai radicali) nel campo delle cure paliative, e proprio per tale ragione sia stato chamato al capezzale di Welby

Chiara Lalli ha detto...

La "piccolezza" di Casale non è medica, ma umana. Welby gli ha rimproverato il suo comportamento, non la scarsa preparazione.
E io concordo con il giudizio di Welby.
Casale è andato nel pallone (legittimo) ma invece di essere cauto, ha rilasciato dichiarazioni inaccettabili. In più occasioni.

Anonimo ha detto...

..se solo riuscissimo ad accettare di vedere i problemi sotto tutte le angolazioni possibili, non ci arrocheremmo sulle nostre posizioni personali che sono frutto di una visione d'insieme scarsa...

Anonimo ha detto...

La medicina moderna ci pone davanti all'esigenza di sancire il diritto alla morte, mentre finora è emerso il diritto alla vita.
Più andiamo avanti maggiore sarà l'esigenza che questo diritto venga riconosciuto e definito. A meno che non desideriamo immaginarci attaccati per decenni a delle macchine. Si arriverebbe al paradosso che si morrà solo per cause traumatiche, mai più per malattia o vecchiaia.
In fondo il suicidio non è un reato, perché aiutare un aspirante suicida lo è?
Non è omicidio ma suicidio. La vita è mia e decido io cosa farne. Se si è religiosi ce la si vede con la propria religione. Chi non lo è deve poter decidere liberamente della sua vita. Certo, con un determinato percorso da seguire, perché è una scelta dalla quale non si torna. Certamente non è una decisione da prendere dall'oggi al domani.