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mercoledì 20 marzo 2013

Di aborto e 194


 CulturaCattolica.it


La 27esima Ora

Ci sono molti post su Bioetica che parlano di aborto e di 194 e qui aggiungerò solo alcune brevi considerazioni. Da qualche giorno è uscito il mio nuovo libro A. (qui altre notizie al riguardo).
Nel frattempo i numeri della obiezione di coscienza continuano a salire e le soluzioni sembrano essere oppresse dallo stesso strato di silenzio e vergogna che opprime ogni conversazione sull’aborto.
Sulla 27esima Ora è stata pubblicata la recensione uscita sul Corriere lunedì scorso e come prevedibile alcuni dei commenti hanno ricalcato le regole della non discussione (due tra i più surreali li trovate qui). Nel frattempo Usciamo dal Silenzo ha preparato questo appello per l’applicazione della 194. Anche CulturaCattolica.it ha scritto di A. e l’inizio è la parte più bella. Cosa sia una regina as-soluta non l’ho ancora capito.

mercoledì 18 luglio 2012

Turchia, banditi i medicinali per l’aborto sicuro


Ieri Women on Waves, organizzazione internazionale non governativa che combatte per i diritti riproduttivi e la salute delle donne, ha pubblicato un comunicato stampa sulla politica restrittiva della Turchia sull’aborto: Press release: Turkey bans medicines used for safe abortion from pharmacy in move to further restrict access.
Le farmacie non potranno più vendere il Misoprostol, un farmaco utilizzato dalle donne per indurre una interruzione di gravidanza. Il Misoprostol può essere usato fino alla nona settimana di gravidanza senza rischi secondo il World Health Organization; serve anche per il trattamento e la prevenzione delle emorragie post parto, responsabili del 25% delle morti puerperali.
La decisione della Turchia non è una sorpresa, anzi è una mossa coerente con la premessa: “l’aborto è un omicidio” aveva dichiarato Tayyip Erdoğan nel maggio scorso. E anche il parto cesareo non va tanto bene. Il governo turco sta lavorando per modificare la legge sull’aborto, anticipando il termine per interrompere una gravidanza alla quarta settimana (oggi in Turchia si può abortire fino alla decima). Imporre il limite alla quarta settimana significa impedire alla maggior parte delle donne di accedere a un aborto sicuro. Difficilmente una donna si accorge di essere incinta così precocemente, come lo stesso comunicato di Women on Waves sottolinea.
La decisione è anche una mossa preventiva e finalizzata a perfezionare il piano per impedire alle donne di abortire: una volta che l’interruzione di gravidanza sarà resa di fatto estremamente difficile le donne non potranno semplicemente comprare in farmacia un mezzo per abortire in modo abbastanza sicuro.
Tutti sanno cosa succede quando l’interruzione di gravidanza è vietata o resa quasi inaccessibile, e non è certo difficile da immaginare. Nei Paesi in cui le politiche abortive sono restrittive sono moltissime le donne che muoiono o che riportano danni gravi e permanenti. Nelle Filippine nel 2008 sono stati eseguiti 560.000 aborti clandestini, 90.000 donne hanno avuto complicazioni e 1.000 sono morte, secondo il report a cura del Center for Reproductive Rights (Forsaken Lives: The Harmful Impact of the Philippine Criminal Abortion Ban).
Vietare l’aborto o renderlo quasi impossibile non eliminerebbe il fenomeno, ma lo renderebbe clandestino e alimenterebbe la corruzione.
Così è oggi nei Paesi in cui è vietato, così era prima che fosse legalizzato in Italia e altrove. E così rischia di tornare ogni volta che l’accesso è reso complicato. Chi è smemorato o distratto può guardarsi 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni: Cristian Mungiu racconta la paura e lo squallore di un aborto clandestino durante gli ultimi anni del regime di Nicolae Ceauşescu. Oppure può domandare alla propria madre o alla propria nonna cosa accadeva prima che fosse depenalizzato il reato di aborto: ferri da calza o altri rimedi casalinghi rischiosi e dolorosi, cucchiai d’oro o un viaggio all’estero per chi poteva permetterselo.

Su Pubblico di ieri.

domenica 4 dicembre 2011

Far finta di dormire


Te l’avevan detto che finivi male
Francesco Guccini, Piccola storia ignobile

I’ve been running through these promises
to you that I made and I could not keep
Leonard Cohen, I’m your man


È senza dubbio ripugnante obbligare qualcuno a compiere un gesto che non vuole compiere. Ma il significato di «obbligare» dipende dal contesto: quando un gesto obbligato deriva da una nostra precedente libera scelta, possiamo ancora usare lo stesso verbo?
Sembra difficile, senza che il significato genuino del verbo obbligare sia disgiunto dalla parola, dal suono o dalla traccia nera su un foglio bianco.

La possibilità di fare obiezione di coscienza in campo sanitario delinea scenari preoccupanti, soprattutto per quanto riguarda l’interruzione volontaria di gravidanza. Sia quando la possibilità concessa dalla legge è applicata correttamente, sia e a maggior ragione quando è applicata in modo disinvolto. D’altra parte la legge non stabilisce un tetto massimo – e come potrebbe farlo? – ma si limita a distinguere l’obiezione del singolo da quella della struttura. Quando va bene, perché non sempre è così e spesso poi la distinzione viene ignorata e si finisce con l’attribuire una coscienza anche alle strutture.
Che cosa faremmo se tutti i medici decidessero di essere obiettori di coscienza? Come garantiremmo le scelte dei pazienti?

Ci ritroveremmo forse a dover obbligare alcuni medici? E secondo quali criteri? Di certo non si può pensare di risolvere la questione aggrappandosi all’improbabilità di un simile scenario, all’idea che i medici sono persone e che le persone sono diverse e quindi sarebbe inverosimile che tutti i medici scegliessero di essere obiettori. È solo l’ennesimo tentativo di eludere queste domande. È solo un modo per non vedere che, in scala ridotta, succede già perché in alcuni ospedali tutti i medici sono obiettori.

Abolire la possibilità di fare per legge obiezione di coscienza sarebbe un gesto troppo brutale? Forse. Ma sarebbe ingiusto e illegittimo? Forse no, se il dominio su cui si vuole esercitarla è disegnato dalle nostre scelte e non è un dovere che vale per tutti.

Possiamo provare a rispondere prima a un’altra domanda: quali alternative abbiamo? Perché dovremmo almeno smettere di fare finta che non ci sia un conflitto desolante. «È sempre possibile svegliare uno che dorme, ma non c’è rumore che possa svegliare chi finge di dormire» scrive Jonathan Safran Foer. [1]
Quali alternative abbiamo per evitare che quanti si rivolgono a un medico non vengano schiacciati dalla sua visione del mondo? Per evitare che ciò che la legge concede a una persona venga corroso e annientato dalla coscienza altrui?

È senza dubbio ripugnante sgretolare le richieste che hanno a che fare con la nostra libertà di scegliere riguardo alla nostra esistenza, quando queste richieste non costituiscono una violazione di un diritto di qualcun altro in senso forte.
Il conflitto [2] tra la richiesta del paziente e quella del medico non sarà forse sanabile, ma per non rimanere sospeso in uno spazio senza significato, deve essere risolto attribuendo un peso a ciascuna richiesta. Il paternalismo sceglie di assegnare più peso alla scelta del medico. Quale peso vogliamo scegliere noi?

Ho raccontato solo alcune delle storie che si potrebbero raccontare sulla difficoltà di abortire o di esaudire una richiesta medica, che non è mai una richiesta solo medica, e temo di non essere stata esaustiva nemmeno sulla tipologia delle storie – ammesso che abbia senso parlare di una tipologia di storia. Queste storie meritano una risposta. Meritano la nostra veglia.

Conoscere quanto accade nei corridoi degli ospedali rende difficile continuare a pensare che si possa continuare a dormire. Certo, si può sempre fare finta.

NOTE

[1] Jonathan Safran Foer, Se niente importa, op.cit.
[2] Il conflitto è ben espresso da Sean Murphy: «Il tentativo di raggiungere un “equilibrio praticabile e rispettoso” tra gli interessi confliggenti di pazienti e operatori sanitari è lodevole, ma tralascia di considerare la natura del conflitto. Nei casi di obiezione di coscienza, i pazienti hanno interesse a ottenere un particolare prodotto o servizio, mentre gli operatori sanitari perseguono l’interesse di vivere e lavorare secondo le convinzioni della loro coscienza. Con sufficiente immaginazione e volontà politica, si potrebbe trovare il modo di conciliare gli interessi di entrambi. Ma i loro interessi non possono essere equilibrati, perché non sono misurabili; riguardano benefici radicalmente diversi». (Service or Servitude: Reflections on Freedom of Conscience for Health Care Workers). La soluzione auspicata da Murphy – dialogo, pianificazione, bilanciamento di interessi, immaginazione e volontà politica – potrebbe essere condivisibile; tuttavia la sua posizione sembra sbilanciata dalla parte degli operatori sanitari quando afferma che, in fondo, chi si vede rifiutare da un farmacista la contraccezione d’emergenza può sempre andare a cercare un’altra farmacia. O forse più che essere sbilanciata sembra non considerare un possibile scenario: che succede se anche il secondo, il terzo, il quarto farmacista rifiutano di vendere il farmaco? Che succede se tutti i farmacisti rifiutano?

Estratto pubblicato su Micromega, 3 dicembre 2011.

domenica 27 novembre 2011

Al posto delle mammane c’è il Cytotec. Cambiano i metodi, ma i rischi restano (aborti fai da te)

Come ogni fenomeno clandestino è difficile quantificarlo. Non ci sono numeri ufficiali, ma voci, sporadiche inchieste e qualche volta denunce. Denunce di medici che eseguono aborti nelle cliniche private o nel loro studio, o di persone che fanno aborti in condizioni sanitarie più o meno spaventose. Chi può va all’estero, come succedeva prima della legge 194/1978. Chi non può scivola nella clandestinità.
Negli ultimi anni abortire in Italia è diventato difficile, anche a causa dell’alto numero di obiettori di coscienza: la media nazionale supera il 70%, con punte regionali di oltre il 90.
Esiste un modo per abortire fai da te che sta riscuotendo sempre più successo: il Cytotec.
È un gastroprotettore. Il foglietto illustrativo avverte: “Come altre prostaglandine naturali e sintetiche, il misoprostol aumenta sia l’intensità che la frequenza delle contrazioni uterine. Il suo uso in gravidanza può comportare gravi danni per il feto, complicare la gravidanza o causarne l’interruzione. Pertanto il prodotto è controindicato durante la gravidanza accertata o presunta ed il suo impiego nelle donne in età feconda è consentito soltanto se vengono adottate contemporaneamente idonee misure contraccettive”.
Alcune donne prendono il Cytotec per ottenere proprio quell’effetto collaterale. Succede nei Paesi dove abortire è illegale, dove è l’unica alternativa a una gravidanza che non si può o vuole portare avanti e ai rischi degli aborti eseguiti con ferri da calza o altri mezzi rischiosi e non igienici.
Ma succede anche in Italia, dove esiste una legge che garantisce la possibilità di interrompere una gravidanza in modo sicuro. Almeno sulla carta.
Perché alcune donne invece di andare in ospedale prendono il Cytotec rischiando la salute e la vita? Il Cytotec non causa solo un possibile aborto, ma emorragie e complicazioni. A volte può farti morire. Sarà meno dannoso e più economico delle mammane, ma non è affatto sicuro. Lo sarebbe se fosse assunto in modo coretto e in un ospedale - lo stesso farmaco è infatti usato per indurre il travaglio e negli aborti tardivi.
Due anni fa una donna è arrivata in ospedale in condizioni critiche. È morta. Nel campo a Tor Sapienza dove viveva è stato trovato un blister bruciacchiato di Cytotec.
Sempre nel 2009 la Stampa denunciava lo spaccio del farmaco intorno alla stazione di Milano e nei sotterranei della metropolitana. Pochi euro per 5 pasticche, senza nemmeno procurarti la ricetta. Le prendi, aspetti e quando ti viene l’emorragia vai in ospedale simulando un aborto spontaneo.
Una possibile spia degli aborti clandestini potrebbe forse essere l’aumento di quelli spontanei. Secondo i dati Istat sono passati da circa 55.000 mila del 1988 agli oltre 77.000 del 2007.
È evidente che le vittime predestinate sono le donne più spaventate, con meno mezzi, magari senza cittadinanza italiana.
È impressionante che in Italia accada qualcosa di simile a quanto accade in quei Paesi in cui abortire è illegale. È ingiustificabile che l’accesso a un servizio pubblico sia tanto complicato e discriminatorio, perché a pagare il prezzo più alto saranno sempre le persone più fragili.

Calabria Ora, 24 novembre 2011.

martedì 12 gennaio 2010

Targhe alterne (ovvero obiettore nel pubblico, abortista in privato)

Si sa ma nessuno se ne è interessa più di tanto. Sono molte le donne che si sono sentite fare questa proposta nel percorso accidentato e tutto italiano per abortire, ma in quel momento magari hai altri pensieri che denunciare il farabutto. Oggi qualcuno è andato a curiosare (Inchiesta shock a Roma: medico obiettore all’ospedale san camillo pratica aborti in studio privato):

un medico obiettore di coscienza in ospedale [...] pratica gli aborti di sera in uno studio privato.
L’inchiesta parte dalle corsie del San Camillo, un ospedale dove – di norma – è difficilissimo abortire perché la maggior parte dei ginecologi dichiarano obiezione di coscienza. Così un giornalista si arma di telecamera nascosta e si finge fidanzato di una ragazza che vuole abortire, superare le difficoltà è facilissimo perché nella struttura sono tutti a conoscenza dei nomi dei medici che fanno il “doppio gioco”.
Il giornalista infatti sa come fare per volere un aborto affidandosi ai consigli della vigilanza “No, non nell’ospedale perché si rischia. Qualche clinica privata te lo può fare – è il primo suggerimento che arriva dalla guardia giurata – “questa è bravissima ma c’è un altro che fa tutto… sono quelli che lo fanno…questi qua sono medici che sono obiettori di coscienza…”. Al giornalista viene dato un pizzino con un numero di telefono per contattare il medico.
Scatta allora la telefonata della ragazza che chiede appuntamento allo specialista, pronto a riceverla e a parlare di aborto alla luce del sole, come se non fosse un obiettore. Anzi invita i pazienti a non perdere tempo “ragazzi bisogna che quagliate perché se le avete avute il 29 ottobre.. non è che la prendo e domani faccio l’intervento…”. Non ci sono quindi problemi di obiezione anzi ribadisce il medico “ ho bisogno di vederla, di fare un’ecografia e di un BHCG però non può fare i capricci questa ragazza…”. Alla domanda se questa cosa si potesse fare al San Camillo il dottore risponde categorico “ Ma al San Camillo passano due mesi, nasce il ragazzino, lo deve fare privatamente”. Insomma, obiettore sì, ma non davanti ai ricchi assegni di chi può permetterselo”.

lunedì 3 agosto 2009

Se esci dall’ospedale chiamo la polizia

Stavo leggendo l’articolo di Flavia Amabile sulla pillola abortiva comparso ieri sulla StampaTest psicologico per la Ru486», 2 agosto 2009, p. 9), quando mi sono imbattuto in un passo piuttosto allarmante:

L’unica strada da percorrere per il governo per rendere più forte l’obbligo a rimanere in ospedale potrebbe essere la minaccia di denunce penali per le donne che dovessero abortire fuori dagli ospedali dopo aver preso la Ru486 in quanto si tratterebbe di un’interruzione di gravidanza illegale, avvenuta senza rispettare l’articolo 8 della legge 194. «Ma in questo caso – replica Viale – significherebbe tornare indietro di quasi quarant’anni, l’aborto diventerebbe di nuovo una pratica illegale».
Purtroppo non si capisce dal testo se l’ipotesi cui si fa riferimento sia stata proposta da qualche esponente governativo, oppure se sia solo una congettura della stessa giornalista; non trovo riscontri altrove, ma è del tutto possibile che l’idea venga in mente prima o poi a qualcuno in grado di darle seguito, e vale quindi la pena di discuterne brevemente.
L’art. 19 della legge 194/1978 recita:
Chiunque cagiona l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle modalità indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a tre anni. La donna è punita con la multa fino a lire centomila.
L’art. 8, a sua volta, elenca in quali strutture sanitarie è consentito praticare l’interruzione della gravidanza a «un medico del servizio ostetrico-ginecologico». Come abbiamo già detto qui su Bioetica, nessuna persona dotata di un minimo di onestà mentale potrebbe ravvisare nell’espulsione dell’embrione avvenuta fuori dalle pareti ospedaliere a causa dell’assunzione della pillola abortiva una violazione dello spirito o finanche della lettera della 194; ma l’onestà mentale non è esattamente la dote in cambio della quale certi personaggi hanno assunto responsabilità di governo.
Cosa succederebbe dunque se prevalesse questa interpretazione? Le conseguenze sembrerebbero analoghe a quelle della prima versione del decreto sicurezza, che obbligava medici e infermieri a denunciare i clandestini che avessero fatto ricorso a cure mediche: il sanitario, in quanto pubblico ufficiale oppure incaricato di pubblico servizio, sarebbe verosimilmente obbligato a denunciare la donna all’autorità giudiziaria, a norma degli artt. 361 e 362 del Codice Penale (non parrebbe valere l’esimente del secondo commma dell’art. 365 C.P., che si applica ai delitti e non ai reati puniti solo con una contravvenzione). Suppongo che a loro volta le autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza dovrebbero accertarsi se il «reato» si sia già compiuto, e riaccompagnare in caso negativo la colpevole in ospedale, dove rimarrebbe piantonata fino al compimento del processo abortivo...
Questa mostruosità verrebbe perpetrata presumibilmente in nome della salute della donna (ufficialmente è questo il bene che secondo gli avversari della RU-486 sarebbe messo in pericolo dalla «violazione» dell’art. 8 della legge 194). Un magistrato coscienzioso non potrebbe non notare la flagrante contraddizione con l’art. 32 della Costituzione, e decreterebbe inevitabilmente che il fatto non costituisce reato. Da quel momento in poi, gli eventi acquisterebbero senza dubbio un inconfondibile aspetto di déjà vu...
In questioni del genere non possiamo certo sperare che vinca il buon senso; speriamo almeno, allora, che vinca il desiderio di evitarsi grane.

martedì 19 febbraio 2008

Aborto clandestino: effetti indesiderati

Grave una ventenne cinese dopo aborto clandestino, 19 febbraio 2008:

Una cinese di 20 anni è ricoverata in prognosi riservata in seguito sembra ad un aborto che potrebbe esserle stato procurato. Sul caso indaga la squadra mobile di Firenze, dopo l’intervento la notte scorsa delle volanti all’ospedale fiorentino di Careggi, dove la giovane si è presentata, sembra in compagnia di una parente, dopo aver accusato alcuni malori. E’ stato un medico di Careggi ad allertare la polizia. La ventenne è stata sottoposta a un intervento chirurgico: le sue condizioni sarebbero gravi. Indagini sono in corso per capire come e dove sia avvenuta l’interruzione di gravidanza. Per i sanitari l’aborto sarebbe stato procurato da terzi. La cinese, secondo quanto emerso al momento, avrebbe riferito alla zia di essersi provocata da sola l’interruzione di gravidanza utilizzando arnesi da cucina. Un sopralluogo nell’abitazione a Firenze della giovane è stato effettuato dalla polizia.

lunedì 4 febbraio 2008

Cure perinatali nelle età gestazionali estremamente basse (22-25 settimane)

Il documento sui prematuri redatto dai direttori delle cliniche ginecologiche delle facoltà di medicina delle università romane (Tor Vergata, La Sapienza, Cattolica e Campus Biomedico) ha scatenato l’ennesima polemica.
Il documento originale (ne ho fatto richiesta alla AGUI che cortesemente me lo ha inviato) è il seguente: La prematurità estrema: margini di gestione ostetrica e risvolti neonatologici. Convegno promosso dalle Facoltà di Medicina e Chirurgia delle Università Romane. Documento conclusivo: con il momento della nascita la legge attribuisce la pienezza del diritto alla vita e quindi all’assistenza sanitaria. Pertanto un neonato vitale va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio ed assistito adeguatamente. L’attività rianimatoria esercitata alla nascita dà quindi il tempo necessario per una migliore valutazione delle condizioni cliniche, della risposta alla terapia intensiva e della possibilità di sopravvivenza e permette di discutere il caso con il personale dell’Unità ed i genitori. Se ci si rendesse conto dell’inutilità degli sforzi terapeutici, bisogna evitare ad ogni costo che le cure intensive possano trasformarsi in accanimento terapeutico.

Di stranezze al riguardo ce ne sono molte. A cominciare dall’esistenza di un altro documento, Raccomandazioni per le Cure Perinatali nelle Età Gestazionali Estremamente Basse (22-25 settimane), redatto dal Consiglio superiore di sanità (Css) e dal Comitato Nazionale per la Bioetica (Cnb) e leggibile dal sito di Aprile on Line (qui la pagina del Ministero e la versione pdf).

Prima di discutere il suddetto documento è bene ricordare l’articolo 7 della 194: “Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell’articolo 6 (ovvero nel caso di grave pericolo per la vita della donna) e il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto”.
La domanda che viene voglia di porre è: chi ha letto davvero la legge sulla interruzione volontaria di gravidanza? Perché, ad essere in buona fede, un documento sui prematuri sembra inutile. Ad essere sospettosi si capisce che è un attacco politico e “strategico”. Ma torniamo al documento cui abbiamo linkato.
Poco più di un anno fa è stato presentato, come regolamento etico, la cosiddetta Carta di Firenze sui neonati prematuri: Cure perinatali nelle età gestazionali estremamente basse (22-25 settimane). Nel lavoro di redazione, durato un paio d’anni, emergono alcuni dati che è bene riportare: il 30-35% dei neonati prematuri, di 22, 23 o 24 settimane di gestazione, muore in sala parto, il 45% circa viene sottoposto a cure intensive e muore durante la terapia, la sopravvivenza è del 25%, ma il 95% dei sopravvissuti riporta gravi handicap cerebrali.
Facendo un usurante lavoro di collazione tra la Carta di Firenze e le Raccomandazioni per le Cure Perinatali nelle Età Gestazionali Estremamente Basse (che chiameremo il documento del 2008) se ne scoprono delle belle. Ciò che balza agli occhi inizialmente è il lavoro di copia-incolla di cui spesso vengono accusati gli studenti. Senza che la fonte sia citata (magari per distrazione, chissà). Peggio che copiare un tema da un temario, insomma.
Le differenze sono riassumibili in poche mosse, sostanzialmente riguardante l’età gestazionale in cui è consigliato (nel documento 2008 i toni cambiano però) intervenire e rianimare. Cambia anche l’indicazione per il trasferimento della partoriente in caso di parto imminente e a rischio (Cure ostetriche).

Firenze:

in caso di parto imminente, il trasferimento in utero presso un centro di cure per le gravidanze ad alto rischio non è indicato al di sotto delle 22 settimane, tra le 22 e le 24 settimane può essere appropriato;
2008:
in caso di minaccia di parto pretermine nelle età gestazionali estremamente basse deve essere sempre preso in considerazione il trasferimento della gravida (trasferimento in utero) presso un centro ostetrico-neonatologico di III livello;
E se Firenze afferma:
l’indagine più completa e globale, a cui si ritiene di poter far riferimento, è quella svolta in Gran Bretagna nel periodo da marzo a dicembre 1995, denominata Epicure Study, che ha valutato, in maniera prospettica, l’esito di tutte le gravidanze terminate tra le 20 e le 25 settimane, con un follow-up a 6 anni dei bambini sopravvissuti;
[specificando] in tale casistica l’elevata prevalenza di disabilità e di morte nel breve e medio periodo dopo la nascita, inducono riflessioni relativamente alle scelte assistenziali più appropriate;
il 2008 taglia corto:
i lavori scientifici non sono numerosi e non sempre metodologicamente robusti a causa delle diverse modalità di arruolamento delle popolazioni in studio e della lunghezza del follow-up dei nati. Inoltre il periodo di conduzione degli studi è distribuito in un arco di tempo molto ampio dal 1995 ad oggi.
Veniamo alle settimane di gestazione.
Firenze:
Età gestazionale: 22 settimane (da 154 – 160 giorni)

Le decisioni di trattamento devono basarsi sullo stato di salute della madre. Il taglio cesareo deve esser praticato unicamente per indicazione clinica materna, e le madri che lo richiedono per altri motivi, devono esser informate degli svantaggi e dissuase. Al neonato devono essere offerte solo le cure confortevoli.
2008:
Età gestazionale: 22+0 - 22+6 settimane
[...]
Le decisioni di trattamento devono basarsi sullo stato di salute della madre.
Il taglio cesareo deve esser praticato unicamente per indicazione clinica materna e le madri che lo richiedano per altri motivi, devono esser informate di svantaggi, rischi e complicanze, anche a lungo termine, e sconsigliate.
[...]
Al neonato devono essere offerte solo le cure compassionevoli, salvo in quei casi, del tutto eccezionali, che mostrassero capacità vitali.
Firenze:
Età gestazionale: 23 settimane (161-167 giorni)

Non si raccomanda il taglio cesareo su indicazione fetale.

L’inizio della rianimazione e le successive cure intensive neonatali non sono generalmente indicate.
2008:
Età gestazionale: 23+0 - 23+6 settimane
[...]
Le decisioni di trattamento devono basarsi sullo stato di salute della madre.

Il taglio cesareo deve esser praticato unicamente per indicazione clinica materna e le madri che lo richiedano per altri motivi, devono esser informate di svantaggi, rischi e complicanze, anche a lungo termine, e sconsigliate.
[...]
I parametri vitali del neonato devono essere accuratamente valutati. Quando sussistano condizioni di vitalità, il neonatologo, coinvolgendo i genitori nel processo decisionale, deve attuare adeguata assistenza, che sarà proseguita solo se efficace. Se l’assistenza si dimostra inefficace, al neonato saranno comunque somministrate cure compassionevoli.
Firenze:
Età gestazionale: 24 settimane (168 a 174 giorni)

Il taglio cesareo può eccezionalmente essere preso in considerazione per motivi fetali. Il trattamento intensivo del neonato è indicato sulla base di criteri clinici obiettivi durante e dopo le manovre rianimatorie, quali sforzi respiratori spontanei, frequenza cardiaca, ripresa del colorito cutaneo.
2008:
Età gestazionale: 24+0 - 24+6 settimane
[...]
Il taglio cesareo può eccezionalmente essere preso in considerazione per motivi fetali.
[...]
Il trattamento intensivo del neonato è sempre indicato e deve essere proseguito in relazione alla sua efficacia.
Dalla venticinquesima i documenti si allineano:
I neonati devono esser rianimati e sottoposti a cure intensive.
Aspettiamo di saperne di più (ammesso che ci sia qualcosa da sapere), limitandoci per ora a ribadire il carattere mostruoso della indicazione AGUI, pardon, l’opzione di garanzia.

Viene voglia di aggiungere che stabilire rigidamente il “significato” dell’età gestazionale ai fini della rianimazione è abbastanza insensato. Nei casi di grandi prematuri poco cambia tra 22 e 25 o 28 settimane, così come per gli anencefali (sarebbe onesto poi spiegarne le conseguenze). Dipende dalla patologia e dalle condizioni del neonato. Dipende dal caso specifico. Lo spazio lasciato dalla 194 è uno spazio sensato e funzionale. Ma per le battaglie ideologiche e per accaparrarsi voti, forse, non servono sensatezza e funzionalità. Vince chi urla più forte e azzecca slogan efficaci. Anche sulla pelle e sulla salute delle persone.

domenica 3 febbraio 2008

Il commento del signor Brambilla

Che sta diventando un nostro affezionato (siamo noi che gli vogliamo bene, lui non saprei quali sentimenti nutra). Oggi commenta così, in chiusura del suo pezzo, la questione dellaborto e della sua sospensione (Arrivano le elezioni, non scordate laborto, Il Giornale, 3 febbraio 2008):

Anche dal fronte pro-aborto, oggi, certe falsità non si ripetono più. Soprattutto, oggi nessuno mette più in discussione il fatto che l’aborto sia la soppressione di una vita umana. Si dice che una donna ha comunque il diritto di decidere anche per un altro: ma nessuno può più negare che esista già, appunto, un «altro».
È successo poi che molte – e molti – hanno preso coscienza di quanto dolore abbia prodotto, in loro stessi, l’esercizio di quel «diritto». Ferrara è uno di costoro. È vero, come si dice spesso, che la prima battaglia da fare non è legislativa ma «culturale»: nel senso di suscitare un clima che favorisca la scelta per la vita. Però anche le leggi fanno cultura. Anche la politica, insomma, deve fare la sua parte. Forza, futuri amministratori di un Paese in cui 130.000 bambini all’anno vengono rifiutati.

Nessuno può negare, signor Brambilla, che esista un altro? Tra virgolette, però. Perché Brambilla vuole lasciar intendere che sia talmente ovvio da non richiedere spiegazioni. Sarebbe una perdita di tempo. Quando una verità è talmente apodittica, è peccato sprecare tempo a dimostrarla. Invocare Ferrara come colui che ha preso coscienza e si è redento fa sorridere di rabbia.

lunedì 28 gennaio 2008

4 mesi 3 settimane e 2 giorni


Ho visto finalmente il film di Cristian Mungiu 4 luni, 3 saptamani si 2 zile, vincitore della Palma d’oro di Cannes.
Non entro nel merito del film (regia, fotografia, sceneggiatura e così via) ma mi soffermo unicamente sulla pubblica utilità che questo film potrebbe avere. Una specie di post-it di quasi due ore da attaccare al frigo di molti, a cominciare dal frigo di Giuliano Ferrara. Ma la lista sarebbe davvero molto lunga.
Basti pensare al governo prossimo venturo (di qualunque colore o appartenenza sarà), ai tanti che blaterano di stragi degli innocenti. Ai tanti che, al contrario di me, quegli anni in Italia li hanno vissuti, e magari hanno avuto la stessa paura di Otilia, hanno subito gli stessi schifosi ricatti. Oppure hanno aiutato un’amica nello scellerato piano (scellerato non per la decisione di abortire, ma per le condizioni nelle quali erano costrette a farlo).
Da riguardare ogni volta che si ha la tentazione di dire stronzate. Perché, si sa, le immagini sono molto più potenti dei racconti e dei ricordi, propri o altrui.