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lunedì 3 agosto 2009

Se esci dall’ospedale chiamo la polizia

Stavo leggendo l’articolo di Flavia Amabile sulla pillola abortiva comparso ieri sulla Stampa («Test psicologico per la Ru486», 2 agosto 2009, p. 9), quando mi sono imbattuto in un passo piuttosto allarmante:

L’unica strada da percorrere per il governo per rendere più forte l’obbligo a rimanere in ospedale potrebbe essere la minaccia di denunce penali per le donne che dovessero abortire fuori dagli ospedali dopo aver preso la Ru486 in quanto si tratterebbe di un’interruzione di gravidanza illegale, avvenuta senza rispettare l’articolo 8 della legge 194. «Ma in questo caso – replica Viale – significherebbe tornare indietro di quasi quarant’anni, l’aborto diventerebbe di nuovo una pratica illegale».
Purtroppo non si capisce dal testo se l’ipotesi cui si fa riferimento sia stata proposta da qualche esponente governativo, oppure se sia solo una congettura della stessa giornalista; non trovo riscontri altrove, ma è del tutto possibile che l’idea venga in mente prima o poi a qualcuno in grado di darle seguito, e vale quindi la pena di discuterne brevemente.
L’art. 19 della legge 194/1978 recita:
Chiunque cagiona l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle modalità indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a tre anni. La donna è punita con la multa fino a lire centomila.
L’art. 8, a sua volta, elenca in quali strutture sanitarie è consentito praticare l’interruzione della gravidanza a «un medico del servizio ostetrico-ginecologico». Come abbiamo già detto qui su Bioetica, nessuna persona dotata di un minimo di onestà mentale potrebbe ravvisare nell’espulsione dell’embrione avvenuta fuori dalle pareti ospedaliere a causa dell’assunzione della pillola abortiva una violazione dello spirito o finanche della lettera della 194; ma l’onestà mentale non è esattamente la dote in cambio della quale certi personaggi hanno assunto responsabilità di governo.
Cosa succederebbe dunque se prevalesse questa interpretazione? Le conseguenze sembrerebbero analoghe a quelle della prima versione del decreto sicurezza, che obbligava medici e infermieri a denunciare i clandestini che avessero fatto ricorso a cure mediche: il sanitario, in quanto pubblico ufficiale oppure incaricato di pubblico servizio, sarebbe verosimilmente obbligato a denunciare la donna all’autorità giudiziaria, a norma degli artt. 361 e 362 del Codice Penale (non parrebbe valere l’esimente del secondo commma dell’art. 365 C.P., che si applica ai delitti e non ai reati puniti solo con una contravvenzione). Suppongo che a loro volta le autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza dovrebbero accertarsi se il «reato» si sia già compiuto, e riaccompagnare in caso negativo la colpevole in ospedale, dove rimarrebbe piantonata fino al compimento del processo abortivo...
Questa mostruosità verrebbe perpetrata presumibilmente in nome della salute della donna (ufficialmente è questo il bene che secondo gli avversari della RU-486 sarebbe messo in pericolo dalla «violazione» dell’art. 8 della legge 194). Un magistrato coscienzioso non potrebbe non notare la flagrante contraddizione con l’art. 32 della Costituzione, e decreterebbe inevitabilmente che il fatto non costituisce reato. Da quel momento in poi, gli eventi acquisterebbero senza dubbio un inconfondibile aspetto di déjà vu...
In questioni del genere non possiamo certo sperare che vinca il buon senso; speriamo almeno, allora, che vinca il desiderio di evitarsi grane.

lunedì 26 febbraio 2007

Una scelta ardua

Gay si nasce o si diventa? (nella versione blog), “Ero gay: i preti mi hanno guarito” (nella versione seria). Questa la scelta ardua: scegliere il titolo più bello. (Il testo non cambia, gli effetti collaterali e diretti sono gli stessi, e la parola che meglio li descriverebbe è un insulto e lo taccio per buon gusto.)
Non stateci troppo tempo; sapete la fine che ha fatto davvero l’asino di Buridano nevvero?

lunedì 11 dicembre 2006

Flavia Amabile non si arrende e continua a scrivere di Welby

A mia nonna (che è un po’ come la moglie del tenente Colombo) sarebbe bastato molto meno per provare vergogna e non osare riparlare di quanto quel sentimento le aveva suscitato. Per pudore, e per una forma di riconoscimento di un eventuale malinteso.
Ma i tempi sono cambiati, si sa. E le nuove generazioni sono più spudorate, audaci e dotate di memoria più corta. Unita ad una galoppante fantasia.

Flavia Amabile è tornata oggi a scrivere di Piergiorgio Welby, anzi del «caso Welby», con il meritevole intento di voler ridare umanità all’uomo divenuto, appunto, «caso» (“sbaglierebbe chi pensasse che dietro il «caso» non ci sia un uomo diverso da tutti quelli che in questo momento si trovano in una situazione più o meno analoga”).
E per scriverne con maggiore precisione e accuratezza, sembra che sia tornata a trovarlo, ormai è quasi di famiglia.

Per non approfittare del potere ipnotico che ogni scrivente ha su quanti leggono, faccio un passo indietro e domando: se leggeste le righe seguenti, che informazioni ne trarreste?

(Nella trincea disarmata di Welby, la Stampa, 11 dicembre 2006)

Periferia romana
Il suo quartier generale […] si trova in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina qualsiasi della periferia romana. Anzi, in una stanza dove il crocefisso regalato da una zia suora divide la parete con un calendario da cui ogni mese lo salutano corpi di donne come-Dio-le-ha-fatte.
Di sera accanto al letto di Welby appare un lettino, più piccolo, per la moglie Mina. Di giorno il lettino diventa un divano per gli ospiti.
Un computer acceso alcune ore al giorno per vagare dal sito dei Radicali a quello dell’associazione Luca Coscioni, la radio sempre sintonizzata sulla stazione di Marco Pannella e soci. Se Luca Volontè del’Udc lo invita a suicidarsi e di lasciar perdere la sua battaglia, lo viene a sapere più o meno in diretta, e risponde.
Lo fa anche se da quest’estate le sue condizioni sono via via peggiorate e ha dovuto lasciare la bacchettina di legno con cui toccava la tastiera e ridurre drasticamente il tempo trascorso davanti allo schermo luminoso. Ora usa il copia e incolla con il touchpad, si serve delle faccette per indicare se ha gradito o no una certa frase.
Di tanto in tanto arriva il nipote Simone a rimettere in funzione schermi e tastiere quando all’improvviso si bloccano. Mentre alla moglie Mina tocca l’intera parte assistenza. Infermiere? Nessuna. Medici? Quando serve il medico di famiglia o lo pneumologo.
La trasformazione di una semplice stanza in quartier generale del «caso Welby» risale a quattro anni fa. (Il corsivo è mio)
A me le prime righe suggeriscono questa immagine: Flavia Amabile raggiunge il quartiere di Welby, citofona, entra e ha tutto il tempo per ammirare le pareti e quanto vi è appeso (però posso sbagliare, naturalmente). Il solito crocefisso (dall’articolo del 3 ottobre, Gli stacco io la spina: “L’appartamento è sempre lo stesso, nella stanzetta di Welby c’è sempre appeso un crocefisso, accanto a lui ci sono la moglie Mina e la figlia”), e poi qualche considerazione sulla vita e sulla morte, sulle richieste di Welby e così via.
Ancora con la storia del crocefisso? Non basta. Aggiungiamo qualche altro dettaglio: un bel calendario, di quelli che si vedono spesso dai meccanici e dai carrozzieri. Due belle tette e un sorriso che ha l’intento di farti sentire l’unico uomo al mondo. I dettagli descrittivi, si sa, servono a dare corpo alla ricostruzione (per citare le parole di Flavia Amabile [usate nel rispondere a Alberto Licheri che le chiede chiarimenti circa il già citato articolo del 3 ottobre (in mildavereno): Lei è dunque andata nell’appartamento di una omonima famiglia che vive anch’essa nel quartiere “Don Bosco”, e che le ha allestito la messinscena di un finto malato che somiglia a Piergiorgio?
Se lei non chiarisce bene come sono andate le cose, non può stupirsi dell’altrui indignazione. I chiarimenti sono più importanti delle scuse. Meglio 1 scusa e 1 chiarimento esauriente che 1000 scuse accompagnate da spiegazioni oscure.]:
Scrivere <… non resta che andare a vedere che cosa accade nell’appartamento …> è un modo un po’ più scorrevole, anche più gradevole alla lettura che scrivere <… ed ora telefoniamo …>.
È una figura retorica*, spesso usata dai giornalisti ma non penso che questo significhi ingannare qualcuno: i pezzi in cui si va a casa di qualcuno sono costruiti in modo del tutto diverso, sono – quelle sì – interviste, oppure incontri con un personaggio in cui la descrizione del luogo assume un’importanza ben maggiore delle poche righe contenute nel mio pezzo.)
* Non mi risulta che le figure retoriche comprendano le menzogne, ma potrebbe essere che io faccia riferimento ad un vecchio dizionario di retorica. Se tu mi dici che c’è X sul tavolo, e X non c’è, come lo vogliamo chiamare questo equivoco?

“Dov’era lunedì pomeriggio?”.
“Ero sulla scena del crimine”.
“Ma io ho una prova inconfutabile che lei fosse al cinema”.
“Ho usato una figura retorica”.
“Una figura retorica? Mi ha mentito, piuttosto! Ha inventato di essere stato in un luogo che non ha mai visto”.
“Ma quando mai! Io non ho inventato nulla”.
“Insomma, è stato o non è stato sulla scena del delitto?”.

(Secondo Flavia Amabile una ulteriore ‘prova’ che non ha inventato nulla consiste nella percezione (sua ed altrui) che non c’era una sotterranea volontà di fare uno scoop.
Ancora da mildavereno: Non ho invece inventato un’intervista che – a mio parere – è qualcosa di molto ma molto più grave. Presuppone dolo, voglia di colpire qualcuno o, al massimo, di fare uno ‘scoop’. Ma mi spiegate dove era lo scoop se nessuno al giornale lo ha ritenuto tale: né io che non l’ho messo in testa all’articolo come avrei fatto se fosse stato uno ‘scoop’ né il giornale che non ha minimamente pensato di richiamarlo nei titoli?)

Insomma, licenza poetica e non invenzione (peraltro di pessimo gusto quella del calendario; non contribuisce a conferire verosimiglianza e veridicità al pezzo dell’Amabile, ma a rendere ancora più squallida una vicenda che ha del grottesco).
Peccato che Mina Welby avesse smentito le licenze poetiche dell’Amabile, pur avendo questioni molto più serie cui pensare. Amabile, non contenta, continua a scrivere di Welby nell’indifferenza assoluta verso una spudoratezza e un cattivo gusto di rara fattura.
Si era schermita: “Sono rimasta vittima di un trappolone da parte di una famiglia omonima, tutto qui”.
Tutto qui: e oggi si aggiunge un calendario a un crocefisso e a una figlia, parti di una fantasia maldestra.
Tutto qui? Anche il calendario è un trappolone? Che cosa è successo questa volta? Ha telefonato a un ennesimo Welby dell’elenco telefonico? Che le ha descritto il culo e lo sguardo voglioso di dicembre? Le altre 11 foto conservate con cura, e non strappate via come il calendario di Frate Indovino, che ogni tanto si ripassa l’anno. Ogni mese una figa diversa.

(Per aggiunere ulteriore veridicità, questa qui sotto è la figa del mese di dicembre 2006 del Calendario Pirelli. Si badi, Flavia Amabile non ha specificato quale calendario fosse appeso alle pareti di casa Welby accanto al crocefisso. Quindi è una mia interpretazione libera, tuttavia ho qualche percentuale di averci azzeccato, quanti saranno i calendari con corpi di donne come-Dio-le-ha-fatte?)

mercoledì 29 novembre 2006

Stupidario eutanasia 1

Abbiamo preso una grande decisione. Avviare una preziosa raccolta a futura memoria delle dichiarazioni più memorabili sulla eutanasia.
Abbiamo l’onore di inaugurare il bestiario con le parole di Paola Binetti riportate da Flavia Amabile (Welby scrive ai medici «Adesso basta, staccatemi la spina»*, la Stampa, 28 novembre).

Welby non troverà nessuno che si voglia far carico della sua vita. Nemme­no la moglie avrà questo co­raggio. Nemmeno i radicali, ora a loro Piergiorgio serve vi­vo: hanno fatto di lui un altro Luca Coscioni e, quando sarà morto, ne troveranno un al­tro. Prego il Signore che vo­glia prenderlo con sé per ri­spetto nei suoi confronti.
*Con un brivido, vista l’approssimazione dell’autrice...

venerdì 6 ottobre 2006

La risposta di Flavia Amabile

Da il Calibano leggo (attonita) e riporto:

Sono anni che scrivo su La Stampa, anni che mi occupo anche di Emma Bonino, Marco Pannella, delle loro campagne. Ho ammesso l’errore, mi spiace che sia rimasta coinvolta una famiglia già così provata dalla vita, vado in giro con il capo cosparso di cenere ma – ripeto, e lo farò fino alla noia – non ho inventato nulla. Non ho mai inventato nulla nella mia vita e meno che mai questa volta. Sono rimasta vittima di un trappolone da parte di una famiglia omonima, tutto qui. Banale, stupido, ridicolo, ma è tutto qui.

Sono disponibile in qualsiasi momento a scrivere la vera storia di Piero Welby.

Cordiali saluti

Flavia Amabile
Il trappolone è stato tanto ben architettato da averle addirittura fatto vedere un crocifisso appeso alle pareti?
Non sarebbe il caso di parlare di miracolo? Gli ingredienti sembrano esserci tutti: e il crocifisso potrebbe essere la migliore risposta alle questioni spinose che riguardano la vita e la morte, la sofferenza e la gioia. Tutto lì, racchiuso in due pezzi di legno e in una statuetta atteggiata al sacrificio in nome di tutta l’umanità, Welby compreso.

PS
Suggerirei a Flavia Amabile di inviare un curriculum al Weekly World News: pagano bene e apprezzano le invenzioni.

giovedì 5 ottobre 2006

Per rinfrescare la memoria

E per essere orgogliosi del nostro Bel Paese la storia del giornalista inventore Jayson Blair.
Mai pensato di darsi alla letteratura fantastica?

Il rischio delle omonimie

Si sa che intervistare persone famose è difficile, a volte impossibile. E si sa anche che è possibile imparare dalla strategie altrui, osservando chi ci precede e soprattutto chi ottiene con successo lo scopo prefissato, proprio come in una regata si spiano le mosse degli avversari.
Bene. Chiunque avesse voglia di intervistare o solo di ricevere un parere o un consiglio da Umberto Veronesi, potrebbe consultare il sito www.paginebianche.it, che alla voce Veronesi + Milano offre ben 14 recapiti telefonici, compreso un negozio di dischi. Il gioco è fatto. Telefono, e se ho la fortuna di incappare in qualcuno che magari ha già ricevuto strambe richieste sul diritto a morire o sul recente protocollo oncologico e mi risponde: “Non ne posso più, mi sono stufato delle domande sul cancro o sui protocolli di cura”, potrei dar vita a un articolo strepitoso: Veronesi è stanco di occuparsi di oncologia! La voce inconfondibile del famoso medico è la stessa, soltanto incrinata da una vena di impazienza. Stufo di essere a contatto con la sofferenza umana e le malattie incurabili, cambia lavoro e vende cofanetti musicali...

Flavia Amabile e l’intervista alla donna che non c’è

La lettera aperta di Piergiorgio Welby ha superato gli angusti argini del dibattito tra fautori della libera scelta e avversari irriducibili dell’eutanasia sollevando una questione apparentemente non pertinente: esiste una deontologia per i giornalisti? Esistono delle regole elementari da rispettare?
Una risposta semplice e verosimilmente condivisa è raccontare la verità dopo averne accertato le fonti.
Due giorni fa su “La Stampa” è stato pubblicato un pezzo a firma di Flavia Amabile. Indignata per la dichiarazione di Marco Pannella “Gli stacco io la spina”, che è anche il titolo del suo articolo, Amabile costruisce la sua disapprovazione sulle menzogne.
Arriva addirittura a descrivere una stanza che non ha mai visto, suggerendo una familiarità inesistente (“l’appartamento è sempre lo stesso”), si spinge fino a riportare il parere di una figlia che non è mai nata e che affermerebbe di non conoscere Pannella e implorerebbe: “non ne possiamo più, lasciateci in pace”.
Sforzo di fantasia a parte, in un Paese civile la spudoratezza di questa invenzione avrebbe suscitato indignazione e forse la sospensione dall’Ordine dei Giornalisti.
In Italia quasi l’unica risposta è il silenzio e forse uno scappellotto per averla fatta davvero grossa! Con l’unica eccezione delle parole, fin troppo composte, di Mina Welby che non lasciano alcuno spazio al dubbio: “La famiglia Welby non ha concesso interviste a La Stampa, né alla suddetta giornalista, né ad altri. È totalmente infondata la notizia secondo la quale vi sia una figlia, e quindi che la stessa possa parlare a nome mio e di Piergiorgio”. E verrebbe da aggiungere: “Lasciateci in pace”.

La spiegazione proposta dalla stessa Amabile non fa che peggiorare la situazione: “chiedo scusa a tutti, ma non di intervista inventata si è trattato, ma di uno spiacevole equivoco”. Equivoco?

Tomaso Marcolla, WC, 1994, penna, cm 21x30.

martedì 3 ottobre 2006

Il giornalismo italiano è pronto per l’eutanasia

Flavia Amabile sulla Stampa di oggi («“Gli stacco io la spina”», 3 ottobre 2006, p. 15):

Visto che da Marco Pannella ci si può aspettare di tutto, non resta che andare a vedere che cosa accade nel quartiere Don Bosco di Roma, nel piccolo appartamento da dove Welby due settimane fa registrò l’appello per il presidente della Repubblica facendo accendere i riflettori sulla sua condizione (distrofia muscolare in fase terminale) e sul problema dell’eutanasia. L’appartamento è sempre lo stesso, nella stanzetta di Welby c’è sempre appeso un crocefisso, accanto a lui ci sono la moglie Mina e la figlia, lui è ancora il co-presidente dell’associazione Luca Coscioni, ma l’atmosfera è diversa. «Pannella? Mai visto, non lo conosciamo» risponde la figlia. E se venisse a staccare la spina, che ne direbbe sua madre? «Mia madre è già abbastanza addolorata per tutta questa vicenda. È una donna anziana, non ne possiamo più, lasciateci in pace».
Difficile dire se il «lasciateci in pace» sia rivolto solo ai giornalisti o anche a Pannella e dintorni, di certo la provocazione del leader radicale non sembra aver suscitato grande entusiasmo tra i familiari di Welby e, se anche il gran Maestro dei referendum volesse sfidare ancora una volta le leggi, non è detto che chi si trova nell’appartamento del quartiere Don Bosco glielo permetterà.
Comunicato stampa di Mina Welby, la moglie di Piergiorgio:
Sull’edizione di martedì 3 ottobre 2006 de La Stampa è apparso un articolo a pag 15 a firma di Flavia Amabile nel quale si riporta una intervista totalmente inventata.
La famiglia Welby non ha concesso interviste a La Stampa, né alla suddetta giornalista, né ad altri. È totalmente infondata la notizia secondo la quale vi sia una figlia, e quindi che la stessa possa parlare a nome mio e di Piergiorgio. L’infondatezza è facilmente rilevabile quando si dice che Pannella «non lo abbiamo mai visto, né lo conosciamo».
Da notare come la giornalista lasci intendere di essersi recata personalmente a casa dei Welby (un’interpretazione benevola dell’incidente è che la Amabile abbia invece composto un numero di telefono sbagliato).