giovedì 5 ottobre 2006

Flavia Amabile e l’intervista alla donna che non c’è

La lettera aperta di Piergiorgio Welby ha superato gli angusti argini del dibattito tra fautori della libera scelta e avversari irriducibili dell’eutanasia sollevando una questione apparentemente non pertinente: esiste una deontologia per i giornalisti? Esistono delle regole elementari da rispettare?
Una risposta semplice e verosimilmente condivisa è raccontare la verità dopo averne accertato le fonti.
Due giorni fa su “La Stampa” è stato pubblicato un pezzo a firma di Flavia Amabile. Indignata per la dichiarazione di Marco Pannella “Gli stacco io la spina”, che è anche il titolo del suo articolo, Amabile costruisce la sua disapprovazione sulle menzogne.
Arriva addirittura a descrivere una stanza che non ha mai visto, suggerendo una familiarità inesistente (“l’appartamento è sempre lo stesso”), si spinge fino a riportare il parere di una figlia che non è mai nata e che affermerebbe di non conoscere Pannella e implorerebbe: “non ne possiamo più, lasciateci in pace”.
Sforzo di fantasia a parte, in un Paese civile la spudoratezza di questa invenzione avrebbe suscitato indignazione e forse la sospensione dall’Ordine dei Giornalisti.
In Italia quasi l’unica risposta è il silenzio e forse uno scappellotto per averla fatta davvero grossa! Con l’unica eccezione delle parole, fin troppo composte, di Mina Welby che non lasciano alcuno spazio al dubbio: “La famiglia Welby non ha concesso interviste a La Stampa, né alla suddetta giornalista, né ad altri. È totalmente infondata la notizia secondo la quale vi sia una figlia, e quindi che la stessa possa parlare a nome mio e di Piergiorgio”. E verrebbe da aggiungere: “Lasciateci in pace”.

La spiegazione proposta dalla stessa Amabile non fa che peggiorare la situazione: “chiedo scusa a tutti, ma non di intervista inventata si è trattato, ma di uno spiacevole equivoco”. Equivoco?

Tomaso Marcolla, WC, 1994, penna, cm 21x30.

4 commenti:

Angelita ha detto...

Ricordo che il direttore del NYT (che pure non è una perla di giornale) si dimise dopo che si scoprì n. 1 (uno) giornalista che scriveva di essere stato in posti dove non era stato.

Angelita ha detto...

Magari il direttore della Stampa capita qui e ha bisogno di rammentare i dettagli.

Chiara Lalli ha detto...

E come non pensare al NYT?
Ahimè, anche in questo l'Italia si distingue...

Giuseppe Regalzi ha detto...

Se la montagna non viene da Maometto, Maometto andrà da giulio.anselmi@lastampa.it.