La lettera che Cristiana Alicata ha scritto a Gianni Alemanno (ma che potrebbe essere inviata a tanti, tanti cittadini e politici) va letta tutta e riletta a voce alta.
Ho scelto, per il titolo, un invito che dovrebbe essere la condizione necessaria per parlare o giudicare (o come direbbe mia nonna: prima pensa, poi parla).
Grazie di cuore a Cristiana.
mercoledì 7 maggio 2008
Venga a vedere che cosa è il gay pride
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mercoledì 14 novembre 2007
Consultori familiari: meglio tacere
In un articolo di ieri (Consultori familiari. Urgente pronunciarsi, Avvenire) Giuseppe Della Torre ci illumina sui consultori familiari, e su molte altre questioni.
Agli inizi degli anni Settanta, quando la crisi della famiglia cominciava a manifestarsi in maniera preoccupante anche da noi e il divorzio, per la prima volta nella storia d’Italia, era entrato nell’ordinamento giuridico, il legislatore ritenne di dover intervenire con importanti provvedimenti. Si trattava in sostanza di attuare pienamente le disposizioni costituzionali su matrimonio e famiglia, sia nella prospettiva, più propriamente tuzioristica, di garantire la famiglia fondata sul matrimonio nei diritti inalienabili e naturali che sono suoi propri, sia nella prospettiva, più chiaramente promozionale, di favorire la costituzione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi. Videro così la luce nello stesso anno, il 1975, sia la legge di riforma del diritto di famiglia, che novellò il codice civile del 1942, sia la legge che istituiva i consultori familiari.A sentire lui, “famiglia” sarebbe un modello unico e universale (nonché assoluto e immodificabile), e sarebbe quello che dicono i cattolici (notoriamente rappresentanti di tutte le culture e di tutte i momenti storici). Da notare poi come l’accento sul divorzio sia messo per farci sentire in colpa, noi, dissolutori di famiglie!
Il nostro ha le idee confuse, o quantomeno molto parziali. I consultori non sono nati come cintura di sicurezza del matrimonio. Non parliamo della famiglia prima della riforma del diritto di famiglia: padre padrone cattolico, certo, ma padre padrone con donna, metà angelo del focolare, metà imbecille da cornificare – senza divorziare, si capisce. Perché la famiglia è sacra, ma il sesso è pur sempre una esigenza maschile da soddisfare, mica ci si può reprimere, che fa male sia all’umore che al fisico. L’idea più potente (e purtroppo tradita) dei consultori consiste nello spostamento dalla cura alla prevenzione della salute. I consultori nascono su basi molto complesse e aspiravano ad essere molto più di un certificatificio per andare ad abortire. Purtroppo tagli e disattenzioni politiche (e non solo) hanno contribuito a svuotarli del significato complesso iniziale, rendendoli inadatti e inefficaci nel rispondere (mettici spesso una carenza del personale, una riduzione delle ore, e così via).
L’idea che mosse questi interventi riformatori, in gran parte condivisa trasversalmente tra le varie forze politiche, fu di rafforzare l’istituzione familiare con una normativa più moderna, per rispondere alle nuove sfide poste dall’evoluzione sociale, nonché di sostenerla nei diversi momenti e nelle differenti vicissitudini che in concreto può incontrare. Insomma: riforma del diritto di famiglia e legge sui consultori familiari furono pensate insieme per stare insieme, in una visione che guardava al futuro. Due leggi non perfette, come spesso accade nelle cose umane, e tuttavia animate delle migliori intenzioni e con elementi certamente apprezzabili.Insieme chi? Ho un vago ricordo (me lo raccontava mia nonna, non vanto ricordi solidamente fondati) che ci fu qualche referendum in quegli anni, e se ben ricordo due posizioni si scontravano (mi sembra una per il “sì” e una per il “no”). Insieme? Per stare insieme?
Dopo una sdolcinata e falsa descrizione della famigliola nostrana, resistente a molte traversie, Giuseppe Della Torre si avvia verso la conclusione, vibrante di indignazione e carica di speranze:
In questo contesto, diciamolo francamente, le attese sollevate dalla legge del 1975 sui consultori familiari sono state sostanzialmente deluse. Se si tolgono le solite lodevoli eccezioni, e fra queste sono senz’altro i consultori di ispirazione cristiana, la funzione consultoriale si è banalizzata e ridotta ad una sanitarizzazione; i consultori si sono ridotti a luoghi per l’aborto e per la contraccezione, tra l’altro con le conseguenze in termini di squilibrio demografico che oggi vengono drammaticamente emergendo. La funzione di formazione dei giovani al matrimonio, la consulenza nelle difficoltà di coppia, l’opera di mediazione per la prevenzione di separazioni e divorzi, la salvaguardia della vita nascente, il sostegno ai nuclei familiari con persone in difficoltà, la consulenza psicologica e pedagogica: tutto ciò è in buona parte mancato. Non sarebbe ora di riaprire la discussione sul tema?Certo, i consultori cristiani. O quelli piantonati dal MPV. Quelli in cui ti dicono che abortire ti fa venire il cancro all’utero, o che prendere la pillola riduce drasticamente la fertilità. Un gran contributo, nell’ottica che ciò che non ti ammazza ti fortifica.
La situazione dei consultori familiari è penosa, ma di certo non per le ragioni invocate da Della Torre. E soprattutto, prima di invocare discussioni (con l’intento di modificare la legge, e chissà come mai ho il presentimento che la direzione non sia quella da me sperata) sarebbe opportuno invocare l’applicazione di una legge esistente, che è ancora una gran legge e che costituisce ancora oggi un solido riferimento per la libertà di cura e di scelta, che ha segnato un passo importante nella critica del paternalismo (morale e medico).
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venerdì 7 settembre 2007
E se fossi stato io?
Il drammatico errore dell’aborto al San Paolo di Milano ha spalancato le porte di un inferno tragicomico. Quello dei goffi e insensati paragoni con l’eugenetica: basta consultare un sussidiario per coglierne l’infondatezza. E quello di controfattuali esistenziali terrorizzanti: “e se avessero abortito me?”.
La prima e impietosa risposta consisterebbe nel rammentare che il malcapitato non starebbe qui a domandare. Più seriamente, bisognerebbe ricordare che le persone potenziali non godono ancora di quella caratteristica necessaria per interrogarsi ed interrogare: l’esistenza. La possibilità di interrompere una gravidanza riguarda proprio questo tipo di persone – ma le persone potenziali, appunto, non esistono ancora e la loro futura esistenza non basta a renderle persone attuali (qui ed ora). L’essenza delle persone potenziali è tanto fluttuante ed eterea da somigliare all’onirico.
“E se avessero abortito me?” non è una domanda sensata (nemmeno se al “me” segue una caratterizzazione emotivamente coinvolgente: “me disabile”, tanto per rimanere intorno al recente fatto di cronaca), dunque, e apre un percorso temporale a ritroso indefinito (perché le persone potenziali sono tali anche prima del concepimento). “E se il 3 settembre 1933 non avesse piovuto?” sarebbe una domanda equivalente – perché se non avesse piovuto una giovane donna (mia nonna) non si sarebbe riparata sotto a una tettoia ove un giovane uomo (mio nonno) aspettava il sereno, non avrebbero cominciato a parlare, non si sarebbero innamorati, non si sarebbero sposati, non sarebbe nata mia madre e così via.
Per concludere: abortire un feto affetto da una qualche patologia non implica non rispettare le persone disabili o attribuire loro meno valore. Essere per la libertà di scelta (compresa quella di abortire) non implica avere l’animo di Carl Clauberg o del suo più famoso compare, Joseph Mengele. Annientare queste differenze rende ogni discorso su quanto accaduto a Milano privo di senso.
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martedì 20 marzo 2007
L’età dell’oro della famiglia (di Eugenia Roccella) e il prezzo della irresponsabilità
Eugenia Roccella (I laici cattolici chiedono di poter parlare, Avvenire, 20 marzo 2007) ci delizia con le sue riflessioni sulla famiglia e sul nostro incauto non accorgerci del disastro che incombe sulle nostre teste.
Ormai è certo: il 12 maggio tutti in piazza San Giovanni, a Roma, a difendere la famiglia. La manifestazione, che avrà come slogan «Più famiglia», sarà la prima, vera risposta a un attacco che si è intensificato negli ultimi mesi ma che è all’opera da tempo, grazie alla diffusione di una cultura che porta alla disgregazione del tessuto sociale e del senso comune, senza proporre concrete alternative.Quale sarebbe questa indagine appena attenta? Quali sono le fonti? Strano fenomeno, poi, “la crescita delle madri sole” (sarà che la solitudine facilita la crescita??!). Questa visione ingenua e paternalistica sarebbe comica se non fosse che molti la prendono terribilmente sul serio. E peggio, pretendono di spacciarla per la verità cui ognuno di noi dovrebbe piegarsi.
Dove conduce, infatti, questa cultura? La risposta è che si tratta di conquiste di civiltà, e che l’Italia sarebbe l’unico Paese, in Europa, a non accogliere con entusiasmo norme che si limiterebbero a prendere atto di un mutamento già avvenuto. Ma a un’indagine appena attenta si scopre che nelle altre nazioni europee i danni sono tangibili e non facili da riparare: l’aumento delle unioni di fatto corrisponde regolarmente a un’alta percentuale di separazioni, a una crescita delle madri sole, all’eclissi o alla transitorietà della funzione paterna, all’impoverimento femminile, a un calo delle opportunità per i figli, e talvolta, come è stato messo in evidenza nel caso inglese, a un drammatico incremento della violenza e del disagio giovanile.
E ancora ci tocca leggere dell’assurda identificazione tra la scelta di una convivenza diversa dal matrimonio e il rifiuto dei doveri. Per favore, un po’ di pietà per le nostre orecchie. O forse soltanto un po’ di fantasia, inventatene una diversa, almeno per cambiare. Ho tanto l’impressione di ascoltare mia nonna, non ai tempi gloriosi però, ahimé, ma negli ultimi anni quando una malattia devastante quale l’Alzheimer l’aveva ridotta a ripetere frasi sconnesse ossessivamente e senza capirne il senso (perché di senso ce n’era ben poco).
Mentre il matrimonio è fortemente impostato sui doveri, per tutelare il più possibile i soggetti deboli, le nuove forme di convivenza sarebbero centrate sui diritti, e produrrebbero uno squilibrio oggettivo. Potendo scegliere tra una formula con poche responsabilità e una che ne comporta molte di più, quanti opterebbero per quella più impegnativa? E quali costi umani e sociali dovrebbe pagare, allora, l’intera società?
martedì 6 marzo 2007
L’interruttore della vita
Lo so benissimo e per dirla con le parole di mia nonna: “Te le cerchi!”.
Vero, è quasi irresistibile. Oggi trovo questa lettera di Eraldo Ciangherotti, Presidente Centro Aiuto Vita ingauno, Vicepresidente Movimento per la Vita Liguria, Il Centro Aiuto Vita ingauno risponde alle dichiarazioni del comitato “Usciamo dal silenzio”, Il Vostro Giornale, 5 marzo 2007.
Lascio a lui l’onere di raccontarcene il pretesto.
Leggiamo con stupore le “scontate” considerazioni che il neo comitato “Usciamo dal silenzio” di Albenga ha proposto in un articolo del periodico locale “Ponente”, in merito alla Tavola rotonda del 04/02/2007 organizzata dal Centro Aiuto Vita Ingauno dal titolo: “La legge n°194/78 sulla tutela della maternità e sull’aborto: storia, applicazioni e limiti” con ospite relatore il Senatore Rocco Bottiglione. Stupore non tanto per la sostanza delle dichiarazioni, peraltro già da quaranta anni trite e ritrite di un esasperato femminismo codificato nel DNA di un simile Comitato, quanto invece per i tempi ritardati con cui arriva la sua controrisposta.Per scivolare nel cuore del problema. È abbastanza evidente che la scelta lessicale di bambino non ancora nato rispecchi una posizione concettuale che identifica l’essere umano con la persona e che riecheggia una scelta analoga statunitense: unborn child, sostenuta (loro sono più avanzati di noi) da una legge federale che si chiama Unborn Victims of Violence Act (ove le unborn victims sono gli embrioni, non soltanto quelli aggrediti dalle interruzioni di gravidanza volontarie).
Noi del Centro di Aiuto alla Vita ingauno siamo decisamente “per la vita del bambino non ancora nato insieme alla madre” e non contro la madre e contestiamo la Legge 194/78, che ci auguriamo subisca presto una reale modifica, semplicemente perché, con l’apparente intenzione di eliminare la clandestinità onerosa degli aborti, ha istituito la legalità dell’interruzione volontaria della gravidanza con una troppo facile procedura che spesso si limita ad un certificato medico rilasciato alla madre dopo una settimana di possibile “ripensamento”, e tutto questo per garantire alla donna la libera scelta di essere madre a discapito però di un bimbo non ancora nato e soprattutto indifeso. A questo Comitato appena nato, che esce dal silenzio a scoppio ritardato, desideriamo ricordare che la biologia dimostra senza dubbi come la vita di un nuovo essere umano abbia inizio con la fusione dei gameti maschile e femminile, rispettivamente prodotti dal padre e dalla madre, e che dal momento del concepimento l’embrione umano si sviluppa mediante un processo di crescita coordinato, continuo e graduale. Il Comitato “Usciamo dal silenzio”, insieme ai Radicali italiani, all’Associazione Luca Coscione e a quanti sostengono l’aborto come un vero trionfo della donna, chiama “conquista civile” la triste soglia di aborti che annualmente procede al ritmo di 130.000 aborti procurati e che solo in Albenga ha raggiunto i circa 200 aborti solo nell’anno 2005.Noi desideriamo ricordare in risposta che il fatto che manipolare concetti quali la vita biologica richieda una qualche cautela, spesso coincidente con una elementare informazione. Parlare di inizio della vita è abbastanza insensato (non esiste, nella vita biologica, un inizio così evidente come invece nel caso della creazione). La fusione dei gameti, come ogni processo biologico, è graduale. Sfido io chiunque a indicarmi dove (l’esatto momento in cui) il giorno sfuma nella notte. Stesso problema per la fusione dei gameti: un processo, nessun interruttore (off: non vita, on: vita). Anche se si riuscisse ad aggirare questo ostacolo, ce ne troviamo davanti un altro: la differenza tra vita biologica e vita personale e l’impossibilità di affidarsi alla biologia per dirimere la questione (filosofica, ahimè).
Non mi piace parlare a nome di qualcun altro, ma suggerirei al Ciangherotti di non liquidare in blocco il giudizio sulla legge 194 come il trionfo della donna (che si diverte a abortire con tanto di coccarde e festicciole più o meno improvvisate). La conquista civile assumerebbe altri connotati se il Ciangherotti fosse informato sui numeri delle morti e delle complicazioni implicate dalla clandestinità (forse gli verrebbero i brividi nel sapere cosa succede nei Paesi in cui non esiste una 194). Coscione, poi, sarà lei, caro Ciangherotti. Perché Luca e l’omonimo Associazione volgono al plurale: Coscioni, con la “i” finale.
È possibile per noi anche arrivare a comprendere, come dichiara il Movimento “Usciamo dal silenzio”, che le donne negli anni settanta avessero l’onesta pretesa di mettere al centro della vita sociale la maternità e che non chiedessero morte del feto ma diritti per la donna. Altrettanto però ci sembra indiscutibile che questa loro battaglia, anziché aver procurato servizi sociali alla maternità realmente utili per la donna, abbia semplicemente mantenuto e segnato il traguardo di tanti aborti praticati. Per noi invece, e ci auguriamo anche per le quattromila famiglie che riceveranno in Albenga in questi giorni il nostro giornalino trimestrale “Il Chicco di Grano”, l’immagine di Amillia Sonya Taylor, la bimba nata prematura a 21 settimane di vita intrauterina e oggi, dopo 4 mesi di incubatrice, già in condizioni di vivere a casa con la famiglia, è la testimonianza più significativa e autentica che lo sviluppo del feto è lo sviluppo di un essere umano, di una persona che resta, unica e sola, indifesa di fronte alla scelta di una donna di interrompere la gravidanza per qualunque ragione, materiale o psicologica. E nella cultura della gente fortunatamente comincia a diffondersi questa verità, che l’embrione è già un essere umano fin dal concepimento, che l’aborto di conseguenza è l’omicidio volontario di un essere umano, innocente e indifeso e che all’aborto possono essere trovate valide alternative sul piano sociale. Ecco perché applaudiamo all’iniziativa della Regione Lombardia, che nella persona del Presidente Roberto Formigoni, ha compiuto il primo passo verso il riconoscimento dell’essere persona all’embrione, istituendo e regolamentando per il feto abortito la sepoltura obbligatoria nel cimitero e non lo smaltimento assieme con i rifiuti speciali degli ospedali.Tralascio l’avvio di questa terza parte della lettera del Ciangherotti limitandomi a ribadire che la “verità” che l’embrione è un essere umano nessuna persona ragionevole metterebbe in discussione. Ma l’omicidio riguarda le persone e non gli esseri umani. Basta ricordare al proposito che la definizione di morte celebrale permette di espiantare organi da esseri umani che non sono più persone, perché il loro sistema nervoso centrale è totalmente e irrimediabilmente distrutto. O sarebbe disposto il Ciangherotti a definire gli espianti come omicidi?
Gran bella conquista, poi, quella di attribuire personalità (giuridica e morale) all’embrione tramite la celebrazione del suo funerale! Conquista sia logica che umana.
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venerdì 9 febbraio 2007
La realtà democratica di Paola Binetti
Paola Binetti (lo sapete chi è) su i DiCo (io fatico anche solo a scriverlo “DiCo”) dice (perdonate il disguido linguistico) che sono:
il miglior risultato che si poteva trovare in questo momento storico e con questa maggioranza così variegata. Bisogna prendere atto che questa è la realtà democratica.Cara, cara, Binetti. La realtà democratica. A forza di studiare l’ave maria ha trascurato la filosofia politica, il diritto costituzionale e il buon senso.
La realtà democratica.
Forse che non esistono limiti alla realtà democratica?, avrebbe domandato mia nonna. Oppure si può contrattare e votare su tutto?
Una bella riunione di condominio sulla schiavitù: se i condomini a maggioranza votano “sì”, è fatta. Ristabiliamo la schiavitù! Ma sì. È la realtà democratica. La bellezza del voto popolare, il fascino civico. L’attrattiva del potere del voto.
Anche i fautori del pensiero liberale (quelli genuini, non gli usurpatori viventi) ponevano dei limiti solidi alle materie su cui non si poteva transigere: diritti. Parola desueta, e scomoda per Binetti travolta dalla passione per l’eternità e il perdono divino.
Benjamin Constant diceva che calpestare anche i diritti di un solo individuo è intollerabile. E che uno Stato che si macchia di un simile errore diventa illegittimo e dispotico.
Anche l’estetica non è il suo forte. Ha detto che avrebbe preferito:
si chiamassero ‘Didoco’, per evitare che si ponga l’accento più sui diritti che sui doveri delle coppie conviventi.Chi ha altre proposte? Io direi ‘PreCuCo’ (= Presa per il Culo dei Conviventi).
martedì 16 gennaio 2007
Pacs, ovvero dello snaturamento del senso profondo del matrimonio
Mia nonna mi diceva sempre: “non discutere con i cretini, non vale la pena, non ne caverai nulla. Ma soprattutto potresti rischiare di essere presa anche tu per cretina!”.
Io le rispondevo: “sì nonna” ma poi facevo di testa mia e quasi regolarmente mi torcevo le mani perché alla fine della discussione mi sentivo una cretina.
Non so perché questo ricordo mi sia venuto in mente leggendo un articolo di Giorgio Campanini sul numero 3 di Famiglia Cristiana, il cui titolo Pacs? No, la politica aiuti le famiglie “normali” mi ha sedotto.
Si parte più o meno da qui: il discorso del Papa dell’11 gennaio scorso sarebbe stato strumentalizzato, incompreso, forzato e chissà cos’altro ancora. Al punto da essere stato trasformato in una “sorta di “ennesimo” attacco a quei Patti civili di solidarietà (Pacs) che taluno vorrebbe introdurre nel nostro ordinamento giuridico”. Addirittura? È inaccettabile questa forzatura nell’interpretare le parole del Benedetto Papa. Inaccettabile.
E poi
nessuno più della Chiesa, erede di una lunga tradizione, sa che la salvezza non viene dalla legge (nemmeno la salvezza della famiglia) e che vi saranno sempre famiglie cristiane (come avvenne tanto nel mondo greco-romano del divorzio e del concubinato, quanto nell’Unione sovietica del “libero amore”) che hanno esemplarmente vissuto la loro vita familiare sino, alla lunga, a cambiare la società.Una sola parola: rivoluzione! Ecco cosa bisognerebbe fare di fronte al pericolo di snaturamento del senso profondo del matrimonio.
E, tuttavia, il ruolo della legge non è assolutamente marginale, né i credenti possono assistere senza reagire a tentativi di snaturamento del senso profondo del matrimonio.
Si è invece voluto isolare, nelle prese di posizione del Pontefice, una parte – anzi, una piccola parte – dal tutto, trasformando in una “priorità” della Chiesa (la questione dei Pacs) quella che in realtà è una falsa priorità di certa cultura radicale che ha larga udienza nel mondo dei mass media. Vi è da domandarsi, oltre tutto, se è giusto che alcune centinaia di migliaia di conviventi debbano dettare l’ordine del giorno della politica, lasciando in ombra le esigenze e le attese di circa 20 milioni di famiglie fondate sul matrimonio.Non è assolutamente chiaro in quale benedetto modo i Pacs implicherebbero il lasciare in ombra le esigenze delle famiglie (quelle vere, quelle con la F). L’estensore dovrebbe ricordare che garantire la possibilità di stringere un Pacs non costituisce una minaccia per chi vuole sposarsi. Chi vuole sposarsi si sposa, chi vuole un Pacs (se ci fosse) fa un Pacs. Ma è tanto tanto difficile da capire? È idiozia o malafede ripetere come un disco rotto insensate e pretestuose ragioni per condannare i Pacs?
Le priorità della famiglia italiana non sono certo la regolazione delle convivenze o i veri o presunti diritti degli omosessuali, ma i problemi, seri e talora drammatici, delle famiglie, e soprattutto delle giovani famiglie.I veri o presunti diritti degli omosessuali? Ha memoria, Campanini, che gli omosessuali sono anch’essi uomini (in contrapposizione a bestie e altre categorie) e cittadini? La sua retorica, oltre che poco convincente, è intrisa di razzismo e di pregiudizi fanatici e assurdi.
Oltre tutto, non le parole della Chiesa cattolica, ma le statistiche dell’Istat e degli analoghi istituti di ricerca di ogni parte del mondo attestano che le convivenze sono nello stesso tempo meno stabili e meno feconde delle unioni fondate sul matrimonio.
Si ricorda, Campanini, che anche il matrimonio si può sciogliere con il satanico rito del divorzio? E anche fosse vero che le convivenze sono meno stabili (feconde nel senso letterale di prolifiche?) non sarebbe questo un buon motivo per blaterare.
Ci si deve, dunque, domandare se sarebbe realmente consapevole dei suoi doveri verso il futuro del Paese una società che in qualche modo incoraggiasse instabilità e infecondità, piuttosto che fedeltà e apertura alla vita.Incoraggiare la fedeltà mi ricorda lo “Stai calma!” dai disastrosi effetti. Incoraggiare l’apertura alla vita? Alla riproduzione? Alla moltiplicazione?
È dunque venuto il tempo di rifiutare l’agenda delle priorità che la cultura radicale, con il sostegno di gran parte dei mass media, vorrebbe imporre al Paese. Al primo posto delle preoccupazioni di pubblici poteri coscienti delle loro responsabilità dovrebbero essere i problemi – i troppi irrisolti problemi, lucidamente richiamati da Benedetto XVI – delle famiglie “normali”.
È tempo che l’opinione pubblica se ne renda conto e che siano dissipate le cortine fumogene che ancora impediscono di dare ascolto alla voce della “famiglia reale”, che non è la falsa “famiglia massmediatica”.
È tempo di tacere Campanini. È facile: basta tenere la bocca chiusa.
domenica 17 dicembre 2006
Livia Turco: domande inevase
Domanda: È andata alla veglia dei radicali per Welby?(“Scelga il malato, non il medico”, la Stampa, 17 dicembre 2006. E chi ha mai ragionevolmente sostenuto che non dovrebbe essere il malato a scegliere?)
Risposta: «Sono stata molto vicina a Welby perché è una persona che mi ha molto coinvolta e che mi ha fatto riflettere. Spero di poterlo andare presto a trovare, so che non ci sono pregiudiziali da parte sua...»
Sì, d’accordo, ma alla veglia c’è andata o non c’è andata? Non è mica difficile rispondere, né capire la domanda.
Quando mia nonna mi chiedeva di qualcosa che non mi andava a genio, io cambiavo le carte in tavola.
Domanda (di mia nonna): Hai studiato oggi pomeriggio?
Risposta: Ho messo in ordine la stanza.
lunedì 11 dicembre 2006
Flavia Amabile non si arrende e continua a scrivere di Welby
A mia nonna (che è un po’ come la moglie del tenente Colombo) sarebbe bastato molto meno per provare vergogna e non osare riparlare di quanto quel sentimento le aveva suscitato. Per pudore, e per una forma di riconoscimento di un eventuale malinteso.
Ma i tempi sono cambiati, si sa. E le nuove generazioni sono più spudorate, audaci e dotate di memoria più corta. Unita ad una galoppante fantasia.
Flavia Amabile è tornata oggi a scrivere di Piergiorgio Welby, anzi del «caso Welby», con il meritevole intento di voler ridare umanità all’uomo divenuto, appunto, «caso» (“sbaglierebbe chi pensasse che dietro il «caso» non ci sia un uomo diverso da tutti quelli che in questo momento si trovano in una situazione più o meno analoga”).
E per scriverne con maggiore precisione e accuratezza, sembra che sia tornata a trovarlo, ormai è quasi di famiglia.
Per non approfittare del potere ipnotico che ogni scrivente ha su quanti leggono, faccio un passo indietro e domando: se leggeste le righe seguenti, che informazioni ne trarreste?
(Nella trincea disarmata di Welby, la Stampa, 11 dicembre 2006)
Periferia romanaA me le prime righe suggeriscono questa immagine: Flavia Amabile raggiunge il quartiere di Welby, citofona, entra e ha tutto il tempo per ammirare le pareti e quanto vi è appeso (però posso sbagliare, naturalmente). Il solito crocefisso (dall’articolo del 3 ottobre, Gli stacco io la spina: “L’appartamento è sempre lo stesso, nella stanzetta di Welby c’è sempre appeso un crocefisso, accanto a lui ci sono la moglie Mina e la figlia”), e poi qualche considerazione sulla vita e sulla morte, sulle richieste di Welby e così via.
Il suo quartier generale […] si trova in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina qualsiasi della periferia romana. Anzi, in una stanza dove il crocefisso regalato da una zia suora divide la parete con un calendario da cui ogni mese lo salutano corpi di donne come-Dio-le-ha-fatte.
Di sera accanto al letto di Welby appare un lettino, più piccolo, per la moglie Mina. Di giorno il lettino diventa un divano per gli ospiti.
Un computer acceso alcune ore al giorno per vagare dal sito dei Radicali a quello dell’associazione Luca Coscioni, la radio sempre sintonizzata sulla stazione di Marco Pannella e soci. Se Luca Volontè del’Udc lo invita a suicidarsi e di lasciar perdere la sua battaglia, lo viene a sapere più o meno in diretta, e risponde.
Lo fa anche se da quest’estate le sue condizioni sono via via peggiorate e ha dovuto lasciare la bacchettina di legno con cui toccava la tastiera e ridurre drasticamente il tempo trascorso davanti allo schermo luminoso. Ora usa il copia e incolla con il touchpad, si serve delle faccette per indicare se ha gradito o no una certa frase.
Di tanto in tanto arriva il nipote Simone a rimettere in funzione schermi e tastiere quando all’improvviso si bloccano. Mentre alla moglie Mina tocca l’intera parte assistenza. Infermiere? Nessuna. Medici? Quando serve il medico di famiglia o lo pneumologo.
La trasformazione di una semplice stanza in quartier generale del «caso Welby» risale a quattro anni fa. (Il corsivo è mio)
Ancora con la storia del crocefisso? Non basta. Aggiungiamo qualche altro dettaglio: un bel calendario, di quelli che si vedono spesso dai meccanici e dai carrozzieri. Due belle tette e un sorriso che ha l’intento di farti sentire l’unico uomo al mondo. I dettagli descrittivi, si sa, servono a dare corpo alla ricostruzione (per citare le parole di Flavia Amabile [usate nel rispondere a Alberto Licheri che le chiede chiarimenti circa il già citato articolo del 3 ottobre (in mildavereno): Lei è dunque andata nell’appartamento di una omonima famiglia che vive anch’essa nel quartiere “Don Bosco”, e che le ha allestito la messinscena di un finto malato che somiglia a Piergiorgio?
Se lei non chiarisce bene come sono andate le cose, non può stupirsi dell’altrui indignazione. I chiarimenti sono più importanti delle scuse. Meglio 1 scusa e 1 chiarimento esauriente che 1000 scuse accompagnate da spiegazioni oscure.]:
Scrivere <… non resta che andare a vedere che cosa accade nell’appartamento …> è un modo un po’ più scorrevole, anche più gradevole alla lettura che scrivere <… ed ora telefoniamo …>.
È una figura retorica*, spesso usata dai giornalisti ma non penso che questo significhi ingannare qualcuno: i pezzi in cui si va a casa di qualcuno sono costruiti in modo del tutto diverso, sono – quelle sì – interviste, oppure incontri con un personaggio in cui la descrizione del luogo assume un’importanza ben maggiore delle poche righe contenute nel mio pezzo.)
* Non mi risulta che le figure retoriche comprendano le menzogne, ma potrebbe essere che io faccia riferimento ad un vecchio dizionario di retorica. Se tu mi dici che c’è X sul tavolo, e X non c’è, come lo vogliamo chiamare questo equivoco?
“Dov’era lunedì pomeriggio?”.
“Ero sulla scena del crimine”.
“Ma io ho una prova inconfutabile che lei fosse al cinema”.
“Ho usato una figura retorica”.
“Una figura retorica? Mi ha mentito, piuttosto! Ha inventato di essere stato in un luogo che non ha mai visto”.
“Ma quando mai! Io non ho inventato nulla”.
“Insomma, è stato o non è stato sulla scena del delitto?”.
(Secondo Flavia Amabile una ulteriore ‘prova’ che non ha inventato nulla consiste nella percezione (sua ed altrui) che non c’era una sotterranea volontà di fare uno scoop.
Ancora da mildavereno: Non ho invece inventato un’intervista che – a mio parere – è qualcosa di molto ma molto più grave. Presuppone dolo, voglia di colpire qualcuno o, al massimo, di fare uno ‘scoop’. Ma mi spiegate dove era lo scoop se nessuno al giornale lo ha ritenuto tale: né io che non l’ho messo in testa all’articolo come avrei fatto se fosse stato uno ‘scoop’ né il giornale che non ha minimamente pensato di richiamarlo nei titoli?)
Insomma, licenza poetica e non invenzione (peraltro di pessimo gusto quella del calendario; non contribuisce a conferire verosimiglianza e veridicità al pezzo dell’Amabile, ma a rendere ancora più squallida una vicenda che ha del grottesco).
Peccato che Mina Welby avesse smentito le licenze poetiche dell’Amabile, pur avendo questioni molto più serie cui pensare. Amabile, non contenta, continua a scrivere di Welby nell’indifferenza assoluta verso una spudoratezza e un cattivo gusto di rara fattura.
Si era schermita: “Sono rimasta vittima di un trappolone da parte di una famiglia omonima, tutto qui”.
Tutto qui: e oggi si aggiunge un calendario a un crocefisso e a una figlia, parti di una fantasia maldestra.
Tutto qui? Anche il calendario è un trappolone? Che cosa è successo questa volta? Ha telefonato a un ennesimo Welby dell’elenco telefonico? Che le ha descritto il culo e lo sguardo voglioso di dicembre? Le altre 11 foto conservate con cura, e non strappate via come il calendario di Frate Indovino, che ogni tanto si ripassa l’anno. Ogni mese una figa diversa.
(Per aggiunere ulteriore veridicità, questa qui sotto è la figa del mese di dicembre 2006 del Calendario Pirelli. Si badi, Flavia Amabile non ha specificato quale calendario fosse appeso alle pareti di casa Welby accanto al crocefisso. Quindi è una mia interpretazione libera, tuttavia ho qualche percentuale di averci azzeccato, quanti saranno i calendari con corpi di donne come-Dio-le-ha-fatte?)
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venerdì 18 agosto 2006
Anestesia cerebrale infantile
Durante l’inverno sono in molti a lamentarsi per il freddo; e durante l’estate a dolersi per il caldo o l’umidità. O per non sapere come vestirsi. Luoghi comuni, splendide cristallizzazioni di idee più o meno condivise e più o meno radicate in verità a buon mercato. Rassicuranti slogan che hanno un potere quasi magico.
Ebbene, è proprio questa la sensazione che si ha leggendo i risultati di una ricerca condotta su 69 bambini tra i 7 e i 12 anni da un gruppo di ricercatori dell’Università di Siena (L’antidolorifico per i bimbi è la televisione, Il Tempo, 18 agosto 2006 e Kids’ TV helps distract youngsters from minor medical procedures, study shows, Health Day News). I bambini sono stati divisi in 3 gruppi e sottoposti ad un prelievo di sangue. Il primo gruppo ha subito il prelievo senza nessun conforto; il secondo con il sostegno dei cartoni animati e il terzo con quello della mamma.
I bambini spettatori hanno sofferto meno di tutti; anche meno di quanti erano assistiti dalla propria mamma (un gran brutto colpo per le genitrici indigene), probabilmente meno in grado della TV di offrire rassicurazione e tranquillità ai bambini perché troppo coinvolte nella sofferenza dei pargoli.
Certo, nessuno si permetterebbe di sostenere che la presenza della madre sia negativa, perché i bambini in futuro si ricorderanno che la loro mamma era lì (con una punta di cinismo, verrebbe da chiedere: e allora? Un po’ più seriamente: bisognerebbe forse proporre un argomento meno formale invece che questa insulsa banalità. Il fatto che “la mamma fosse lì” di per sé non è né positivo né negativo, andrebbe aggiunto qualche particolare).
Rassicuranti luoghi comuni, ammantati da una patina di scientificità e di dimostrazione. Mia nonna avrebbe detto: scusi, ma quanto avete speso per sapere quanto già sapeva mia zia (sebbene forse non esistesse allora la TV, ma la radio o i giochi c’erano)? Scusi, ma ce l’avevate in eccesso?
Mia nonna era piuttosto sbrigativa su alcune questioni; tuttavia in questo caso non mi sentirei di muoverle nessun appunto.
Ma vediamo le dichiarazioni di Carlo Bellieni, uno degli autori della ricerca e patriotticamente intervistato da Il Tempo.
Ma da cosa dipende l’azione anestetica della tv? Una probabile spiegazione, ipotizza Bellieni, sta nel potere distraente del programma preferito: i piccoli pensano al cartone che guardano e non al medico che hanno di fronte. Non è però escluso, sottolinea lo specialista, che il piacere provocato dalla vista dei propri beniamini stimoli nell’organismo del bambino la produzione di endorfine, ossia di ormoni anti-dolore naturali.Mmm. Strabiliante. Non avrei mai immaginato che la distrazione potesse offrire sollievo al dolore.
Nessun cenno al fatto che in assenza di un prelievo o di un dolore la televisione brucia ugualmente i neuroni dei bambini e senza nessun beneficio secondario?
mercoledì 17 maggio 2006
Comicità inintenzionale: Camillo Ruini e i diritti delle coppie omosessuali
Il Circolo Mario Mieli ha commentato l’intervento di Camillo Ruini a proposito della (scandalosa, direi; sì, davvero scandalosa) pretesa di parità tra le coppie eterosessuali (solo di quelle legate dal sacro vincolo?) e le coppie omosessuali. Andrea Berardicurti chiosa (Le direttive di Camillo, mariomieli.org, 16 maggio 2006):
Il Vaticano non cessa mai di stupirci. In un momento in cui anche i reality show hanno perso brillantezza ed effervescenza, l’unica magra consolazione che ci è rimasta sono le invettive dei vescovi italiani […].Ma insomma, mi domando e dico, cari ragazzi, va bene non essere insultati e picchiati, ma non esageriamo nel chiedere pari diritti di quanti vivono non nel peccato; di quanti accettano la responsabilità di una famiglia legittima e non vanno in giro a perdere tempo; di quanti, infine, ricevono la benedizione religiosa di buona condotta pur vivendo in uno Stato laico (?). E poi, quale ingerenza e ingerenza? Potrà pure esprimere il suo parere Camillo Benso Ruini, oppure volete tappargli la bocca? Il vecchierello ha solo detto come la pensa; mia nonna avrebbe detto, ‘è temperamento’ (giustificando, così, le più turpi azioni con il ricorso al carattere).
Il cardinale Ruini se la prende con il Parlamento Europeo, colpevole di voler equiparare i diritti delle coppie omosessuali a quelli delle ‘famiglie legittime’. Ruini – ha spiegato il Circolo Mario Mieli in un comunicato – farcisce questa sua affermazione con il buonismo e il pietismo ormai consueto, affermando che è legittimo respingere e combattere gli atteggiamenti discriminatori e violenti nei confronti delle persone con ‘tendenze’ omosessuali, ma altra cosa è chiedere ai Paesi membri, anche se in maniera non vincolante, la revisione delle proprie leggi nazionali che, secondo lui e tutto il vescovado, non rispettano nemmeno la cultura e le tradizioni proprie dei diversi Paesi membri. Surreale.
[Il circolo Mario Mieli si è lamentato di questa] ulteriore e pericolosa ingerenza vaticana in fatti di competenza esclusiva di Stati nazionali laici, che legiferano per tutti i cittadini e non solo per quelli che il Vaticano considera legittimi o che hanno a cuore le tradizioni e i valori del proprio paese’; [e] si è augurato infine di ‘non rimanere voce isolata di fronte alle esternazioni vaticane a difesa di una laicità dello Stato che garantisca a tutti eguali doveri ma anche diritti.
Ma mi incalza una domanda: perché non l’ha dichiarato a casa sua questo parere? O nel suo Stato? In fondo, Ruini e compari, ce l’hanno uno Stato, che lascino in pace il nostro!
ps
ad essere grave (non ci si stanca di ripeterlo) è lasciare la protesta una ‘voce isolata’ (da parte di chi dovrebbe difendere lo Stato laico), piuttosto che quanto e chi quella protesta hanno suscitato.
Postato da Chiara Lalli alle 18:25 1 commenti
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martedì 18 aprile 2006
Leon R. Kass e i pericoli delle biotecnologie
Per fortuna che Leon R. Kass ci mette in guardia verso i pericoli della moderna tecnologia biomedica. Come se servisse un’altra Cassandra, tra le tante cui la modernità ha regalato anche il dono di essere credute dalla massa (Leon R. Kass advierte del peligro de las modernas técnicas biomédicas, Aceprensa, 10 aprile 2006).
Il tono è quello adatto alle profezie infauste, e gli argomenti più o meno pure. La tecnologia biomedica ci sta disumanizzando: questo il cuore del monito kass(andr)iano. L’utilizzo delle cellule staminali embrionali produce due effetti secondo Kass: distrugge gli embrioni e corrompe la nostra natura.
Come contorno, Kass specifica che gli embrioni sono esseri umani. Ma dimentica che questo non è che una asserzione banale e descrittiva: gli embrioni appartengono alla specie homo sapiens, nessuna persona ragionevole si oppone a tale verità. Il problema è: e allora? Essere un essere umano cosa implica? Per rimanere nel discorso di Kass, non implica che sia anche una persona. Il passaggio (e il giochetto) cruciale si radica nella relazione tra essere umano e persona. Coincidenza? Diversità? È sufficiente appartenere alla specie umana per essere una persona? No.
Il consunto argomento sventolato da Kass è inservibile. “Anche io sono stato un embrione e se mi avessero usato per la sperimentazione non starei qui a sostenere questa conversazione”.
Che mi si passi il dubbio che in termini di somma totale della felicità umana forse non ci sarebbero state drammatiche conseguenze per una simile carenza. Ma, soprattutto, il ragionamento non dimostra che l’embrione-Kass era una persona. Ma soltanto che se non fosse qui ora a parlare, non sarebbe qui a parlare. E non ci sarebbe oggi la persona Kass. Quando Kass ha cominciato ad essere persona? Secondo Kass (e secondo molti altri) dal concepimento, però non fornisce alcuna ragione intelligibile.
Se mia nonna non avesse girato a destra sul corso del paese, non avrebbe incontrato mio nonno, e non sarebbe nata mia madre, e non io starei qui a parlare. Un po’ come Ritorno al Futuro, scomparirei risucchiata dalle innumerevoli altre possibilità (mia nonna girava a sinistra, mio nonno era omosessuale, mia madre partiva per il Canada, etc.). Tutto questo, però, non dimostra che io ero una persona nel fatidico momento dell’incontro tra i miei nonni, non più di quanto lo fossi al momento del mio concepimento, né qualche settimana più tardi, quando ero embrione.
venerdì 31 marzo 2006
Inutili preghiere (di intercessione)
Mi ricordo che mia nonna diceva a proposito degli sprechi di soldi (o di quelli che percepiva come tali): ma ce l’hanno in più?
È quello che si è tentati di chiedere al dottor Herbet Benson, cardiologo e direttore del Mind/Body Medical Institute vicino a Boston, e responsabile di uno studio quantomeno singolare (Long-Awaited Medical Study Questions the Power of Prayer, New York Times, 31 marzo 2006).
Le preghiere di altri aiutano i malati di cuore? No, non è una ricerca sugli effetti dell’LSD, ma proprio sugli effetti delle orazioni sui pazienti che affrontano un intervento cardiaco.
La risposta è no. Nessun beneficio. Anzi, i pazienti che sono a conoscenza che qualcuno sta pregando per loro soffrono maggiormente di complicazioni postoperatorie rispetto a quelli cui nessuno dedica una prece, torturando un rosario tra le dita. Forse, suggeriscono i ricercatori (beh, certo, non è l’unica ipotesi esplicativa possibile), a causa delle aspettative che le preghiere alimentano, una specie di ansia da prestazione (“a kind of performance anxiety”). Un effetto placebo al contrario, più o meno.
Secondo quanto riportato dal New York Times, questo è lo studio scientificamente più rigoroso condotto finora. È iniziato oltre dieci anni fa, e ha coinvolto 1800 pazienti. E quanti soldi? Duemilioniquattrocentomila dollari, la maggior parte proveniente dalla John Templeton Foundation. (Il governo ha speso una cifra simile per la ricerca sulle preghiere dal 2000 ad oggi.) E, a proposito, ce l’aveva in più la John Templeton Foundation? E il governo?
Secondo i fautori della (sensatezza della) ricerca la preghiera è la risposta migliore alla malattia (e qui non si possono invocare i metodi automatizzati come giustificazione, purtroppo). Gli scettici la considerano uno spreco di soldi e un ammiccare a presupposti soprannaturali.
Quelli che pregano per i pazienti dal cuore debole hanno la libertà di farlo nel modo che preferiscono, con l’unica condizione di inserire la frase: “For a successful surgery with a quick, healthy recovery and no complications!!”.
Perché, in caso di omissione, non funzionerebbe la preghiera? In effetti, senza formula magica la zucca non si trasforma in lussuoso cocchio. A voi la scelta: scettici o creduloni (e magari anche beneficiari delle preghiere altrui…).
Benson ci tiene a precisare che la ricerca non può costituire l’ultima parola sugli effetti delle cosiddette preghiere di intercessione. Tuttavia ha stimolato fondamentali domande riguardo alla modalità e alla opportunità di dire ai pazienti che sono oggetto di preghiere (ma saranno davvero benevoli queste preghiere?).
Secondo gli esperti, l’ostacolo principale consiste nell’ignorare il numero di preghiere che ciascuna persona riceve, preghiere di amici, di familiari o di sconosciuti che pregano per gli ammalati e i moribondi (se non fosse lampante, un simile ragionamento ammette tra le premesse indubitabili l’efficacia delle preghiere, il cui numero, ovviamente, incide sul loro effetto: ma non era quello che si voleva ‘ricercare’?).
Bob Barth, direttore spirituale del Silent Unity, ha dichiarato: “A person of faith would say that this study is interesting, but we’ve been praying a long time and we’ve seen prayer work, we know it works, and the research on prayer and spirituality is just getting starter”.
Mr. Marek, che lavora in un centro medico simile alla Mayo Clinic a Rochester, ha confermato: “You hear tons of stories about the power of prayer, and I don’t doubt them”.
Anche Mr. Marek è cappellano? Non che serva come giustificazione di ragionamenti inconcludenti, ma psicologicamente sarebbe più comprensibile.
(Man Ray, La Priére, 1930)
Postato da Chiara Lalli alle 19:17 1 commenti
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