Tappandomi di tanto in tanto le orecchie (la coppia Eugenia Roccella e Marina Casini è inarrivabile) ascolto le precisazioni di Carlo Alberto Defanti e di Mario Riccio. Beppino Englaro ha una pazienza infinita - la stima nei suoi confronti non potrebbe essere più alta.
Il neurologo Gian Luigi Gigli è da evitare con cautela: entra a pieno titolo nella lista dei medici che non vorrei avere né mai incontrare. Per capirlo bastava leggere la famosa lettera della scorsa estate (la posto appena la ritrovo).
PS
Eugenia Roccella: la cultura laica? Cultura??
lunedì 27 ottobre 2008
Vito Mancuso è un rivoluzionario!
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giovedì 18 ottobre 2007
La sentenza del processo di Mario Riccio
Finalmente è uscita.
Mario Riccio ha dichiarato:
Con la pubblicazione della sentenza di oggi si chiude la mia vicenda processuale verso cui esprimo le piena soddisfazione, ma ancor di più ne esprimo dalla lettura dell’insieme delle motivazioni della sentenza Englaro e di quella odierna, con esse si è giunti ormai ad alcuni definitivi chiarimenti: La ventilazione artificiale così come la nutrizione artificiale sono terapie e come tali sono sempre rifiutabili laddove ci sia un chiaro e libero consenso informato del paziente, in tal caso il medico adempie al suo dovere nel sospenderle. Questa sentenza ha fatto chiarezza della necessità che il piano del diritto non deve essere confuso con i pur rispettabilissimi e personali convincimenti etici, deontologici, filosofici, religiosi di ciascuno.
Spero pertanto che le motivazioni delle sentenze Welby e Englaro convincano i “negazionisti dei diritti della persona” a rivedere le proprie posizioni.
Con oggi, nel solco di una vita umana e professionale che mi ha sempre visto partecipe anche con la Consulta di Bioetica, alla riflessione su queste tematiche sento di ribadire il mio sostegno a fianco di chi da sempre rivendica i diritti all’autodeterminazione e della laicità, iscrivendomi all’Associazione Luca Coscioni, con cui ho condiviso questi mesi di intensa passione civile.
lunedì 23 luglio 2007
Assolto Mario Riccio!
Una gran buona notizia.
Presto aggiornamenti e intervista a Mina Welby.
Agenzia.
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martedì 10 luglio 2007
La responsabilità dei neurologi (Manfredi, Bonito e Defanti invitano a cambiare mentalità e a redigere una legge giusta)
Dal numero 9 (luglio 2007, Anno 5, Numero 122) di DoctorNews riporto una nota della Società Italiana di Neurologia molto interessante.
Una legge per non ripetere il caso Riccio
Il controverso e discusso caso Welby ha smosso le coscienze di medici, politici e titolisti di giornali. Oggi se ne torna a parlare per la presa di posizione della Società Italiana di Neurologia (SIN) che auspica una rapida soluzione giudiziaria della vicenda ma anche il varo di una legge che chiarisca una volta per tutte responsabilità dei medici e competenze della magistratura
L’antefatto, è noto, risale alla decisione di Mario Riccio, anestesista all’Ospedale di Cremona, di accogliere la richiesta, lo scorso 20 dicembre, di Piergiorgio Welby di interrompere la ventilazione artificiale che lo teneva in vita. La decisione del medico passò al vaglio dell’Ordine dei medici di Cremona che decise all’unanimità di non aprire un procedimento disciplinare nei suoi confronti dal momento che la richiesta di distacco del respiratore artificiale, da parte di Welby, costituiva la negazione del consenso ad un trattamento terapeutico da parte di un paziente capace di intendere e di volere e pienamente consapevole delle conseguenze che l’interruzione del trattamento avrebbe determinato. Un parere analogo era stato espresso il 5 marzo dal Procuratore della repubblica di Roma che, visto l’esito dell’autopsia, aveva formulato la richiesta di archiviazione del caso, non ravvisando alcuna ipotesi di reato nei fatti che la sera del 20 dicembre avevano portato alla morte di Piergiorgio Welby. Il 7 giugno il GIP ha però valutato diversamente i fatti e ha rigettato la richiesta di archiviazione del PM disponendo che Riccio fosse rinviato a giudizio per “omicidio del consenziente.” Il GIP ha affermato che il diritto alla vita è inviolabile, e limita anche il diritto a rifiutare le cure sancito dall’articolo 32 della Costituzione e adottato dagli articoli 35 e 53 del Codice Deontologico dell’Ordine dei Medici.
Su quest’argomento è arrivato il commento della SIN: “Noi neurologi – si legge in una nota a firma di Mario Manfredi, Presidente della SIN, Virginio Bonito e Carlo Alberto Defanti del Gruppo di Studio per la Bioetica e le Cure Palliative della SIN – incontriamo quotidianamente persone con patologie neurodegenerative che possono portare a una disabilità talvolta gravissima paragonabile a quella di Piergiorgio Welby. La nostra responsabilità professionale nei loro confronti sta cambiando. In passato sembrava che il nostro compito potessi limitarsi alla diagnosi e alla ricerca sulla malattia: ora sappiamo che prendersi cura di queste persone richiede equipe multi-professionali capaci di operare con continuità sia a domicilio che in ospedale, capaci di comunicare con il paziente e i suoi familiari per aiutarlo a vivere meglio con una malattia che le cure non possono guarire. Questo approccio – dicono i neurologi – richiede un cambiamento di mentalità e una riorganizzazione dei servizi che consenta ai pazienti un’assistenza specialista da parte di un neurologo anche nei momenti terminali della malattia. È in queste fase, caratterizzata da gradi di disabilità che dipendono dalla qualità delle cure e degli ausili adottati, che può maturare la decisione in merito alla paralisi respiratoria irreversibile: alcuni sceglieranno di non sopravvivere alla paralisi; altri potranno decidere di vivere ancora diversi anni grazie alla ventilazione artificiale; alcuni la subiranno in condizioni di emergenza. Le decisioni in questo ambito delicato secondo moltissimi punti di vista, sono critiche e molti colleghi – continua la nota – non se la sentono di accogliere le richieste dei malati. Prevale la ripugnanza istintiva a compiere un atto che conduce alla morte, o il timore di essere denunciati per un atto di eutanasia”.
Va anche evitato di creare un meccanismo perverso in conseguenza del quale i pazienti non vogliano iniziare una ventilazione solo per il timore di non poterla più sospendere quando le circostanze dovessero renderla inaccettabile. “Se fosse definitivamente stabilito che anche la ventilazione può essere lecitamente sospesa, sarebbe più facile iniziarla. Per questo chiediamo che in parlamento si arrivi a una legge che ridia univocità alle interpretazioni dei magistrati, e auspichiamo che si arrivi in tempi brevi ad una sentenza sul caso Riccio. Speriamo – concludono – che al più presto la morte di Piergiorgio Welby possa essere raccontata come una testimonianza coraggiosa, per la vita e per la sua qualità”.
giovedì 14 giugno 2007
Il reato di Mario Riccio
Nell’ordinanza su Mario Riccio il Gip Renato Laviola ricorda che il diritto all’autodeterminazione di ogni cittadino è garantito dalla Costituzione italiana, affermato in convenzioni internazionali e sancito dal Codice di Deontologia Medica. Il paziente può rifiutare qualsiasi trattamento sanitario, il medico non può legarlo al letto e somministrarglielo per “il suo bene”. Il paziente ha dunque la piena libertà di decidere riguardo alla propria salute, anche qualora le decisioni prese implichino la sua morte. Fin qui nulla di sorprendente: è il cuore concettuale del consenso informato che ha sostituito il paternalismo medico.
A sorprendere invece è il richiamo di Laviola al diritto alla vita, sacra e indisponibile, come limite al diritto di autodeterminazione attuato tramite una omissione (distacco del respiratore o interruzione di una terapia avviata) e non una omissione (rifiuto di una terapia o di un macchinario). In altre parole: esisterebbe il diritto di rifiutare una cura sì, ma di interromperla no! Se il diritto alla vita è inviolabile, non dovrebbe avere questo andamento oscillatorio. Se la vita è sacra e indisponibile, come sostiene Laviola, sarebbe necessario ricorrere a qualsiasi mezzo per proteggerla: anche al costo di violare la volontà delle persone. Costringere Piergiorgio Welby a vivere, così si sarebbe rispettato quel diritto alla vita che somiglia pericolosamente a un dovere alla vita.
Mario Riccio, a differenza di molti, ha rispettato il volere di Welby e non si è nascosto dietro all’ipocrita e fallace differenza tra azione ed omissione. Questo è il suo reato.
(Su E Polis, La sentenza è «condannati» a sopravvivere)
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domenica 10 giugno 2007
Perché Welby poteva chiedere legittimamente di staccare il ventilatore
Un paziente X è malato di cancro.
Gli si prospettano 2 alternative: a. cicli di chemioterapie con prospettiva di sopravvivenza e guarigione a.1; b. nessuna chemioterapia con prospettiva di sopravvivenza e guarigione b.1 (ove tanto nella prospettiva a.1 che b.1 compare la morte come possibile esito; in b.1 è verosimilmente anticipata rispetto a a.1).
Prima di proseguire: sono, a. e b., entrambe strade percorribili e legittime?
Se sì e se il paziente X scegliesse a., sarebbe poi libero di interrompere la chemioterapia (c.) qualora durante il trattamento cambiasse idea?
Difficile rispondere di no. E allora le scelte a., b. e c. dovrebbero essere tutte legittime. Soprattutto: la scelta a. è equivalente moralmente alla scelta c. (e dovrebbe esserlo anche legalmente).
Sostituiamo la chemioterapia con un ventilatore meccanico o con la nutrizione e alimentazione artificiale. Se il paziente Y (non ancora collegato ad un macchinario) rifiuta il ventilatore meccanico lo possiamo forse costringere? E se quello stesso paziente accetta di essere tenuto in vita da un macchinario e poi, dopo un certo periodo di tempo, decide che vuole essere scollegato? Che cosa c’è di diverso dal rifiuto assoluto di essere collegato? L’avere accettato lo priva forse della possibilità di cambiare idea? E di esercitare ora la sua originaria possibilità di rifiutarlo?
Che cosa ha chiesto Piergiorgio Welby? Che cosa ha fatto Mario Riccio?
(Per gli smemorati: l’autopsia ha stabilito che Welby è morto in seguito al distacco del ventilatore e non per la somministrazione di farmaci sedativi).
venerdì 8 giugno 2007
Omicidio del consenziente? Siamo tutti Mario Riccio

Un altro motivo di fierezza per essere italiani (il mio cuore è gonfio di orgoglio e patriottismo).
Vorremmo essere Mario Riccio anche noi.
Fondo di solidarietà per le spese processuali.
giovedì 5 aprile 2007
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
La ragione che ha mosso il Gip Renato Laviola a respingere l’archiviazione proposta dalla Procura per Mario Riccio va oltre l’interpretazione tecnica delle norme giuridiche. È una scelta implicata da valori e da idee che propendono per una interpretazione restrittiva di un atto medico e umano irreprensibile: l’interruzione della ventilazione meccanica chiesta da Piergiorgio Welby, implorata da Piergiorgio Welby, e la sedazione per non imporgli la sofferenza di una morte per soffocamento.
Per il Gip ha più senso invocare l’articolo 575 del Codice Penale piuttosto che altri articoli normativi che sosterrebbero la richiesta di Welby e la scelta di Riccio. Per Laviola vi sono gli estremi per delineare l’ipotesi di omicidio del consenziente: da 6 a 15 anni la pena prevista.
Nonostante l’autopsia abbia confermato che la morte sia avvenuta per insufficienza respiratoria, nonostante la legittimità di rifiutare qualsiasi trattamento medico (anche se tale rifiuto comportasse la morte), nonostante esista un valore fondamentale che si chiama libertà individuale.
La questione non è chiedersi se noi avremmo fatto la stessa cosa (sia nei panni di Welby che in quelli di Riccio); la questione è se vogliamo vivere in un Paese in cui sia garantita la dignità e la libertà di scegliere delle persone. Welby e Riccio sono oggi i simboli di questo dilemma. L’Associazione Luca Coscioni ha scelto di stare dalla loro parte fin dall’inizio, dalla parte della libertà: non è mai tardi per unirsi ad una vera e propria battaglia di civiltà. Chiunque non voglia girarsi dall’altra parte può contribuire: www.lucacoscioni.it.
(Oggi su E Polis con il titolo Caso Riccio: una battaglia per la civiltà)
giovedì 1 febbraio 2007
Archiviato dall’Ordine dei Medici di Cremona il procedimento per Mario Riccio
Una buona notizia (Welby, nessuna misura contro il medico, Il Corriere della Sera, 1 febbraio 2007):
L’ordine dei medici di Cremona ha deciso l’archiviazione del procedimento disciplinare a carico di Mario Riccio, l’anestesista che il 20 dicembre scorso aiutò Piergiorgio Welby a morire staccandogli il respiratore che lo teneva in vita. Nella lunga riunione di mercoledì notte, i colleghi di Riccio hanno infatti stabilito che non c’è stata violazione del codice deontologico.
Il verdetto è stato raggiunto all’unanimità nella nottata dalla commissione disciplinare alla quale Riccio era stato rinviato lo scorso 27 dicembre dopo un primo lungo colloquio con il presidente dell’Ordine, il dottor Andrea Bianchi. In quel faccia a faccia Bianchi aveva potuto ascoltare la ricostruzione fornita dall’anestesista che per avallare le sue azioni aveva consegnato al presidente alcuni documenti e un diario (una sorta di cartella clinica di tre pagine) sul caso Welby. Al termine dell’incontro Bianchi però non si era sentito di prendere una decisione ‘in quanto il rinvio alla commissione su un caso delicato e complesso è un atto dovuto. La commissione si è riunita due volte: la prima il 26 gennaio, la seconda ieri alle 21. Attorno a mezzanotte i 15 membri dopo avere preso in cosiderazione diversi punti, tra cui la volontà del paziente, sono arrivati alla decisione unanime di archiviare il caso.
sabato 20 gennaio 2007
Manifesto «Per il coraggio di vivere e di far vivere»
Ve lo ricordate il Manifesto dell’embrione come paziente? Sempre su Avvenire, più o meno 5 anni fa (periodo fecondo, sembra).
Ecco, ora abbiamo il Manifesto all’estremo opposto della vita umana.
Ieri su Avvenire (Scienziati per la vita Manifesto di speranza) è stata lanciata questa encomiabile iniziativa.
Inizia così: “Un invito a guardare con speranza alla vita anche nelle condizioni di malattia e disabilità, un appello a dedicare risorse intellettuali ed economiche alla ricerca medica per le malattie tuttora senza cure, un monito per richiamare tutti alla responsabilità perché la società aiuti e non lasci nell’isolamento i malati e le loro famiglie”.
Direi che questa premessa è ancora condivisibile anche da chi è a favore della libertà di scegliere della propria vita (compresa la libertà di ricorrere all’eutanasia). Poi comincia il bello!
Tutto questo, accompagnato da un richiamo ai fondamenti della relazione tra medico e paziente, una alleanza terapeutica volta al bene dell’uomo: sono i principi che animano il Manifesto «Per il coraggio di vivere e di far vivere» (che pubblichiamo qui sotto) che un gruppo di medici e intellettuali con diversi profili professionali ha redatto e che invita a sottoscrivere e promuovere.Tra i compiti della professione medica c’è il rispetto della volontà del paziente. Tra i compiti della professione medica c’è anche la necessità di prendere atto di una condizione complessiva talmente compromessa da non lasciare speranze, tale da far preferire la morte. Tra i compiti della professione medica non dovrebbe esserci l’imposizione e la decisione al posto del paziente della sua esistenza e di come viverla e di quando, eventualmente, interromperla.
Undici le persone che hanno promosso il Manifesto: Felice Achilli (primario cardiologo presso l’ospedale di Lecco, e presidente dell’associazione «Medicina e Persona»), Marco Brayda-Bruno (direttore dell’Unità operativa di Chirurgia vertebrale III presso l’Irccs ortopedico «Galeazzi» di Milano), Dario Caldiroli (direttore dell’Unità operativa di Neuroanestesia e rianimazione presso l’Irccs neurologico «Besta» di Milano), Bruno Dallapiccola (genetista, direttore scientifico dell’Irccs «Casa sollievo della sofferenza» e presidente dell’associazione «Scienza&Vita»), Maria Luisa Di Pietro (medico e bioeticista presso l’Università Cattolica di Roma e presidente dell’associazione «Scienza&Vita»), Giovanni Battista Guizzetti (geriatra e direttore dell’Unità operativa Stati vegetativi presso il Centro «Don Orione» di Bergamo), Vladimir Kosic (delegato Oms per l’Italia del Gruppo di riferimento sul funzionamento e la disabilità e presidente della Consulta dei disabili del Friuli-Venezia Giulia), Matilde Leonardi (medico, delegato Oms per l’Italia del Gruppo di riferimento sul funzionamento e la disabilità e vicepresidente della Federazione italiana associazioni neurologiche), Mario Melazzini (medico, direttore del Day Hospital oncologico dell’Irccs «Ma ugeri» di Pavia e presidente dell’Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica), Adriano Pessina (filosofo, direttore del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica), Valeria Zacchi (medico, direttore sanitario dell’Irccs «Fatebenefratelli» di Brescia).
Il Manifesto vuole far uscire il dibattito attuale da una spirale che, in nome dell’autonomia dell’individuo e del paziente, sembra interessarsi solo alla possibilità di far morire. Fino al punto da «tentare di far rientrare l’eutanasia tra i compiti della professione medica».
I promotori del Manifesto «per la garanzia di una presa in carico globale; di trattamento, cura e sostegno e contro l’abbandono, l’accanimento e l’eutanasia nel nostro Paese» invitano a riconoscere «il valore unico e irripetibile di ogni essere umano» respingendo l’idea che «alcune condizioni di salute rendano indegna la vita o trasformino il malato o la persona con disabilità in un peso sociale». Con la conseguenza di «aumentare la solitudine dei malati e delle loro famiglie» e «favorire decisioni rinunciatarie». Senza «negare il valore dell’autonomia e della libertà della persona» ma ricordando che «solo la vita è il fondamento dei diritti umani e della loro tutela».Ed eccoci all’argomento del “senza abbandono nessuno chiede l’eutanasia”.
Un bel modo di avere rispetto delle persone. Sono davvero convinti i firmatari che chi considera l’eutanasia (e tutte le decisioni di fine vita e tutte le decisioni che non danneggino terzi) non riconosca il “valore unico e irripetibile di ogni essere umano”? Ancora una volta: a stabilire se una esistenza è degna oppure no (espressione sgradevole, ma ormai accolta e comprensibile) deve essere unicamente il detentore di quella vita (ammesso che i firmatari siano disposti a riconoscerlo. Oppure, più verosimilmente, sostengono che la vita sia indisponibile?).
“Senza «negare il valore dell’autonomia e della libertà della persona» ma ricordando che «solo la vita è il fondamento dei diritti umani e della loro tutela»” somiglia a quando per sostenere un divieto difficilmente sostenibile razionalmente, i nostri genitori dicevano qualcosa come: “certo che puoi uscire, sei libero di andare dove vuoi, ma non tornare dopo le 11, non uscire con il gruppo di Mario e i suoi loschi amici, e non andare in quella via...” (a me è sempre suonato come un presa per il culo). Ammettere x e poi elencare tante e tali eccezione da stravolgere x.
Viceversa a puntare sull’autonomia assoluta del paziente fino a coinvolgere un medico per procurargli la morte è il convegno, a senso unico, promosso ieri a Milano dalla Consulta di Bioetica per «liberare Eluana Englaro dalle terapie nutrizionali», il che significa farla morire come Terri Schiavo. Il caso della giovane lecchese, che si trova in stato vegetativo in seguito a un incidente avvenuto nel 1992 all’età di 19 anni, è stato paragonato a quello di Piergiorgio Welby per ribadire il diritto a rifiutare terapie non volute (la famiglia assicura che Eluana aveva espresso il rifiuto di una sopravvivenza in tali condizioni). Non a caso a tratteggiare somiglianze e differenze tra le due vicende è intervenuto Mario Riccio, l’anestesista recatosi da Cremona a Roma a in staurare una velocissima relazione tra medico e paziente per rendere possibile a Welby «la sospensione della terapia», come ora si vuole equivocamente definire quello che Welby stesso invece invocava chiaramente: l’eutanasia. Un comportamento che il nuovo Codice deontologico dei medici (articolo 17) vieta espressamente: «Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti finalizzati a provocarne la morte».La conclusione è davvero vomitevole. Io continuo a domandarmi (ma temo che sia meglio non trovare la risposta) se sia mala fede o idiozia.
Postato da Chiara Lalli alle 12:21 2 commenti
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martedì 9 gennaio 2007
Anno nuovo, vita nuova per Francesco Cossiga
Era il 21 dicembre (Eutanasia: Cossiga, morte Welby non avrà seguito penale, le news di articolo 21):
“La morte di Welby per eutanasia pone un sigillo drammatico alla tragedia di una vita dolorosissima. È certo un caso di eutanasia che, però, non credo avrà un seguito penale”. Lo dice il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, commentando la morte di Piergiorgio Welby. Per il senatore a vita, dopo aver espresso in sede civile la possibilità di rifiutare le cure, sarebbe ora “comportamento di incoerenza e contraddittorietà grave” se la Procura di Roma “procedesse contro il medico che ha staccato la spina”. Quindi, sottolinea Cossiga, “con la necessaria non promozione dell’azione penale, la magistratura avrà con così larga maggioranza, introdotto nell’ordinamento italiano l’istituto dell’eutanasia, non servirà che i fautori dei ‘nuovi diritti’ presentino una apposito disegno di legge”. “Sarebbe certo un comportamento di incoerenza e di contradditorietà grave – spiega Cossiga – se la Procura della Repubblica di Roma procedesse contro il medico che ha staccato la spina su richiesta del malato che da tempo aveva chiesto la ‘morte dolce’. Un pubblico ministero infatti aveva in sede civile espresso parere favorevole acché il giudice autorizzasse il medico a praticare l’eutanasia e poi, quando il giudice respinse il ricorso di Welby, anche se con una ordinanza o pilatesca o frutto di colossale ignoranza sul rapporto tra legge e diritto soggettivo nel nostro ordinamento, interpose appello”.Oggi (Welby: Cossiga presenta denuncia contro medico Riccio, Il Corriere della Sera, 9 gennaio 2007):
Il portavoce del senatore Francesco Cossiga ha fatto sapere che l’ex Capo dello Stato, come aveva preannunciato ieri, ha presentato denuncia contro il medico Michele Riccio, il chirurgo che staccò il respiratore artificiale a Piergiorgio Welby, dopo averlo addormentato. La motivazione è “per il delitto di omicidio del consenziente previsto dall’articolo 579 del codice penale”. Nel comunicato viene anche riportato: “Con il che si dichiarerebbe che c’è spazio nell’ordinamento giuridico italiano per la liceità dell’eutanasia senza il bisogno di nuove leggi se non per meglio disciplinarla in alcuni casi, come ad esempio per i minori, per le persone prive di coscienza, per i malati di mente, per i disabili e forse anche per i “rom”, nella linea della politica eugenetica messa a punto a suo tempo con rara perizia tecnico-giuridica dal Terzo Reich e per la quale fu prima rapito dal Mossad in Argentina e poi condannato a morte da una corte di giustizia e impiccato in Israele uno dei campioni germanici dell’eutanasia, il colonnello delle SS dott. Adolf Eichmann”.(I corsivi sono miei. E pure il disprezzo.)
Postato da Chiara Lalli alle 12:37 3 commenti
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mercoledì 27 dicembre 2006
Un appello e una riflessione
Riceviamo e volentieri pubblichiamo un appello del Comitato Cremonese per la Libertà di Cura e di Ricerca Scientifica a sostegno del Dott. Mario Riccio.
Rispondendo con generosità e coscienza alle insistenti richieste di Piergiorgio Welby di sospendere le terapie divenute per lui ormai insostenibili, il dottor Mario Riccio ha messo a disposizione le proprie competenze professionali affinché Welby potesse esercitare questo suo diritto.Unita all’appello si trova questa bella e utile riflessione del professor Maurizio Mori:
Il gesto del dottor Riccio, pur approvato dalla maggioranza dei cittadini, ha suscitato reazioni scomposte da parte di sedicenti fautori della sacralità della vita che strumentalmente chiedono sanzioni severe nei suoi confronti.
Noi sottoscritti riteniamo che il dottor Riccio abbia agito sulla scorta di un alta coscienza morale, nel pieno della legalità e della deontologia professionale.
Siamo orgogliosi che in Italia ci siano cittadini attenti e medici coscienziosi come il dottor Riccio, al quale manifestiamo la nostra piena solidarietà.
Confidiamo che i procedimenti giuridici minacciati contro di lui vengano al più presto archiviati, ribadendo così il diritto individuale di rifiutare le terapie ritenute inappropriate, diritto garantito dalla Costituzione.
Ringraziamo Mario Riccio per aver mostrato come in medicina possa esserci spazio per la compassione e per il rispetto dei diritti civili fondamentali.
Ci sono almeno tre aspetti del caso Welby e della sua morte che lasciano stupefatti (e amareggiati). Il primo riguarda l’inatteso rigurgito del vitalismo medico, cosicché si dice che il medico dovrebbe sempre fare di tutto per prolungare la vita e procrastinare la morte. Il vitalismo sembra saldarsi con la sacralità della vita asserendo che è la “vita in sé” ad avere valore, portando così a procedere con gli interventi terapeutici indipendentemente dalla volontà degli interessati e dalla qualità della loro esistenza pur di prolungare la vita. C’è d’avere paura del vitalismo, che informa una medicina disumana e irrispettosa del consenso informato dei pazienti. Ciò che vale è la “vita buona”, ossia ricca di contenuti e di quel “sugo” che ciascuno vuole e sa porre nella propria esistenza, fin che può.
L’altro aspetto che stupisce è la continua evasione del problema posto da Welby. Dopo anni di malattia e di riflessione, Welby è giunto a formulare una precisa volontà: voleva rifiutare le terapie che ormai erano diventate insopportabili. Invece di rispettare questa decisione meditata, i vitalisti hanno detto che qualcosa era andato storto e che i suoi desideri non erano autentici, perché altrimenti avrebbe dovuto scegliere diversamente. Insomma, invece di stare sul problema in esame, svicolano su altro – sull’ambiente familiare, quasi insinuando che non fosse all’altezza; o sul contesto culturale edonista. Questo modo di ragionare mostra che il vitalismo non ha alcun rispetto per la persona e per le esigenze della persona: ai vitalisti interessa solo l’astratta salvaguardia della sacralità della vita. Dobbiamo ringraziare il dottor Riccio che, invece, ha preso sul serio e rispettato la richiesta di Welby, mostrando di trattarlo come persona matura e di esercitare una medicina umana che sa sospendere le terapie (come prescritto dal diritto).
L’ultimo aspetto che stupisce riguarda l’accusa di strumentalizzazione: ora che la vicenda Welby ha commosso l’opinione pubblica raccogliendo forti e diffuse simpatie, i cattolici accusano i laici di aver creato troppo clamore su un caso che avrebbe dovuto restare nel silenzio. Eppure, poco più di un anno fa l’agonia di papa Giovanni Paolo II è stata seguita in diretta per giorni con un’attenzione mediatica senza precedenti. Qui i cattolici usano due pesi e due misure: allora quel clamore era buono e benedetto perché il papa accettava la volontà di Dio, mentre ora il clamore sarebbe frutto di una congiura mediatica perché Welby chiedeva di potere sospendere le terapie per non continuare a soffrire e vedere rispettato il proprio piano di vita. Solo il vittimismo di chi si sente ormai accerchiato e non ha più argomenti può portare a simili lamentele.
La realtà è il caso Welby ha commosso l’Italia perché migliaia di persone si trovano in situazione analoga. Benvenuto è il caso Welby, che turba l’opinione pubblica e dà una poderosa picconata al vitalismo sottolineando la centralità della volontà delle persone nelle terapie. Più che di leggi nuove (quelle in vigore sono già abbastanza chiare!) abbiamo bisogno di un nuovo atteggiamento culturale che ci porti ad abbandonare le sopravvivenze culturali derivanti dalla sacralità della vita.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 12:48 0 commenti
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