La Corte Costituzionale ha dichiarato non fondato il ricorso sollevato da un giudice del tribunale del lavoro di Taranto. Il decreto Balduzzi (articolo 2 del decreto legge del 25 marzo 2013, n. 24, convertito, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge del 23 maggio 2013,
n. 57) non è incostituzionale, non è contrario ai principi di
uguaglianza e solidarietà, non confligge con il diritto alla salute
limitando l’accesso al cosiddetto metodo Stamina.
Nella lunga e disgraziata vicenda
Stamina un ruolo centrale ce l’hanno avuto indubbiamente i giudici e i
tribunali. Il contenzioso che ha visto gli Spedali Civili di Brescia
come il luogo principale della “sperimentazione” vanta numeri
spaventosi. Durante l’audizione dello scorso 2 aprile, il commissario
straordinario Ezio Belleri ha detto: “Prima della data del
decreto-legge erano stati proposti 37 ricorsi; dopo il decreto-legge i
ricorsi sono aumentati in modo esponenziale, fino a raggiungere ad oggi
il numero di 519 [respinti 160]. I giudici, nell’accogliere i ricorsi,
hanno ritenuto che il legislatore, legittimando i trattamenti solo in
alcuni casi, individuati secondo il criterio meramente cronologico
riferito alla data di avvio (o dell’ordine) degli stessi, avrebbe
operato un’ingiusta discriminazione fra i pazienti, violando il diritto
alla salute e il diritto di uguaglianza, costituzionalmente garantiti”.
È forse utile ricordare anche i costi (o una stima approssimativa, sempre secondo Belleri): 57.000
euro per il materiale di laboratorio necessario alla gestione di tutte
le cellule (costo variabile aggiuntivo), 249.000 euro per il personale
di laboratorio, 201.000 euro per l’attività d’infusione, 44.000 euro per
l’attività di carotaggio. Altri costi non sono facili da quantificare –
si pensi alla direzione, al servizio affari generali e legali e alle
relazioni con il pubblico. Per la costituzione in giudizio, i costi
complessivi per le spese legali sono pari a 929.828 euro.
Wired, 9 dicembre 2014.
martedì 9 dicembre 2014
Caso Stamina, i tribunali ostaggi della pseudo scienza
martedì 21 ottobre 2014
Così report condanna gli OGM
Domenica scorsa è andato in onda Report. Domenica scorsa Report ha di nuovo parlato di OGM. Per chi non ha visto la puntata può andare qui oppure leggersi il pdf.
La prima mossa nota e scorretta è quella di mischiare gli OGM a qualcosa di pauroso e dannoso. Comincia Jeff Moyer, «ex direttore del National Organic Standards Board». E già «Organic» è una spia della strategia naturista, ovvero uso parola che ha un’aura positivo: biologico, naturale, organico sono spacciati come sinonimi di genuino, sano, incontaminato. Il problema è che «Organic is a production term – it does not address the quality, safety or nutritional value of a product» (sull’idea di «natura» si legga anche questo).
Dice Moyer: «Ai consumatori americani non è mai stato chiesto se li volevano. Se qui negli Stati Uniti fermi qualcuno per strada e gli chiedi se sarebbe disposto a mangiare alimenti geneticamente modificati, probabilmente non sa neppure di cosa stai parlando. Se lo sapesse, ti risponderebbe di no. Ma la realtà è che già lo fa perché questi prodotti sono parte della sua dieta e delle sue abitudini alimentari. Se gli chiedessi: “Vorresti più antibiotici nella carne?”, ti risponderebbe di no, senza sapere che ce li mettono già. Non abbiamo la stessa libertà di scelta di cui finora hanno potuto godere gli europei. Forse, le future politiche commerciali non lasceranno libertà di scelta nemmeno a voi. Chi sa?». Che è come chiedere: vuoi questo sano e bello oppure quest’altro che fa male e fa ingrassare (che sia vero non è rilevante)?
Next, 21 ottobre 2014.
venerdì 18 luglio 2014
Se questa è scienza
Una premessa che si fa fatica a leggere, una intervista che ti fa venire il mal di testa.
E poi la conclusione.
La parola etica accanto alla parola comitato è un inganno?Per fortuna l’altroieri avevo letto questo e posso limitarmi a linkare.
«In parte sì. Un comitato etico approva una terapia quando, a livello generale, risulta efficace sulla maggior parte delle persone. Guarda al massimo livello di probabilità. Se qualcuno resta fuori, pazienza».
domenica 27 aprile 2014
It’s the ‘worst’ science paper ever
I have just written the world’s worst science research paper: More than incompetent, it’s a mess of plagiarism and meaningless garble.It’s the ‘worst’ science paper ever — filled with plagiarism and garble — and journals are clamouring to publish it.
Now science publishers around the world are clamouring to publish it.
They will distribute it globally and pretend it is real research, for a fee.
It’s untrue? And parts are plagiarized? They’re fine with that.
Welcome to the world of science scams, a fast-growing business that sucks money out of research, undermines genuine scientific knowledge, and provides fake credentials for the desperate.
And even veteran scientists and universities are unaware of how deep the problem runs.
martedì 8 gennaio 2013
Più avanzo negli anni e più sottovaluto le qualità che portano al successo e alla supremazia
«Più avanzo negli anni e più sottovaluto le qualità che portano al successo e alla supremazia. Le mie simpatie vanno a quelli dotati di una profonda e acuta sensibilità, a quelli che sanno dimenticarsi completamente nella contemplazione dell’universo e/o dedizione agli altri e a quelli non "senza incrinature", ma che fanno errori e sono vulnerabili». Rita Levi Montalcini non praticava questi valori, ma nondimeno li suggeriva al nipote Emanuele in una lettera del 6 giugno 1963.Rita, l’Italia non ti merita, Gilberto Corbellini, Il Sole 24Ore, domenica 6 gennaio 2013.
[...]
È singolare che nei ricordi di questi giorni quasi nessuno abbia detto che il successo scientifico e accademico ottenuti da Rita Levi Montalcini negli Stati Uniti è una delle innumerevoli testimonianze del fallimento culturale e politico dell’Italia. Che appunto non ha investito in lei - come in Luria, Dulbecco e tanti altri, quando erano scienziati creativi - accogliendola e celebrandola solo quando la sua carriera scientifica era di fatto al capolinea.
[...]
Il modo migliore di ricordarla, al di là dei facili e ipocriti ovvero stucchevoli altarini, sarebbe di smetterla di asfissiare economicamente ricerca e istruzione, e dimostrare un vero salto di qualità nella percezione della cultura scientifica da parte del mondo intellettuale e politico italiano.
Postato da Chiara Lalli alle 10:45 0 commenti
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giovedì 22 novembre 2012
#DibattitoScienza
lunedì 25 giugno 2012
Chi sono "scienza" e "tecnologia"?
Chi sono "scienza" e "tecnologia"? Certo non aiuta i giovani che hanno intrapreso con fiducia un percorso di apprendimento dell'unico sapere che ha migliorato quantitativamente e qualitativamente la condizione umana, cioè il sapere scientifico, farli riflettere in modo fuorviante sulle dimensioni morali e politiche della ricerca scientifica e tecnologica. Perché chi ha concepito il titolo della traccia ha un'idea singolare del problema morale della "responsabilità".
La scienza e la tecnologia non possono essere responsabili di alcunché, perché sono attività umane.
Termini convenzionali per indicare dei metodi di produzione di sapere, teorico o/o pratico. Ergo, la traccia avrebbe dovuto intitolarsi "il problema della responsabilità NELLA scienza e nella tecnologia". Se vogliamo insegnare ai nostri giovani a pensare in modo coerente e utile, noi docenti dovremmo in primo luogo dare l'esempio, esprimendoci in modo semanticamente corretto.
Gilberto Corbellini, Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2012.
sabato 25 febbraio 2012
L’autismo dei lacaniani
Ignorando persino i pronunciamenti dell’Organizzazione mondiale della sanità, gli psicoanalisti francesi si ostinano a parlare di una psicosi causata da un’eccessiva freddezza della madre nei confronti del bambino, già in utero e/o dopo la nascita. Con quali prove sostengono questa ridicola tesi? Nessuna. Solo il dogma inventato negli anni Sessanta da discutibili personaggi: si tratti di Lacan, che spiegava l’autismo con il concetto di «madre coccodrillo», invadente e castrante, o di Bettelheim con l’allucinatoria immagine della «fortezza vuota», per definire i bambini autistici, e della «madre frigorifero», per spiegare la malattia riconducendola a un disturbo del rapporto emotivo madre/bambino, all’origine del quale vi sarebbe appunto la «frigidità» materna.
È evidente come, praticando la psichiatria con queste idee, si possono far solo danni. Ognuno può pensarla come vuole. Ma nell’età della medicina basata sulle prove di efficacia, un medico deve essere in grado di dimostrare empiricamente che le sue cure funzionano. Altrimenti è un ciarlatano. E va contro il vincolo deontologicodi non far del male ai pazienti e fornire i migliori trattamenti esistenti.Da leggere tutto. Gilberto Corbellini, 12 febbraio 20120, Il Sole 24 Ore.
Le Mur, di Sophie Robert.
Support The Wall - Autism.
Aggiornamento
Il pezzo di Corbellini ha suscitato varie reazioni (per esempio qui e qui). Oggi David Vagni lo ha intervistato (qui).
Postato da Chiara Lalli alle 17:13 5 commenti
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venerdì 3 giugno 2011
An Italian nightmare
Science under politics. An Italian nightmare (Elena Cattaneo & Gilberto Corbellini, EMBO reports (2011) 12, 19 - 22) è stato pubblicatao qualche mese fa. Ma non è di certo invecchiato.
Queste le conclusioni.
One could ask whether the situation in Italy is simply a local consequence of a deteriorating relationship between science and society, or between scientists and politicians. In other words, is Italy an exception, or simply a vision of things to come in other countries? Regardless, the predicament of Italian science and scientists should stand as a warning of what happens when the rules of transparency are overridden, the scientific community remains largely silent, scientific facts have marginal political influence and science communication is helpless against ideologically driven propaganda that manipulates facts on a large scale (Corbellini, 2010). The experience of scientists in the USA during the Bush administration shows that for other countries this possibility is not too far-fetched and that, to paraphrase the British statesman Edmund Burke (1729–1797): bad science flourishes when good scientists do nothing.
Postato da Chiara Lalli alle 17:25 0 commenti
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mercoledì 27 aprile 2011
Uomini e topi
Nel dicembre 2010, su queste pagine, Umore Maligno fa una battuta sulla sperimentazione animale. I protagonisti sono un cagnolino sottratto alla ricerca medica e un bambino che sta morendo di leucemia. Nelle settimane seguenti alla redazione del Mucchio arrivano molte mail di protesta. I temi più comuni e ricorrenti sono l’inopportunità di fare dell’ironia su un argomento tanto spinoso e l’inutilità della sperimentazione animale. In tutte le lettere si condanna la vivisezione. La scelta del termine è significativa. Riguardo alla critica che scherzarci su non sarebbe ammesso o gradito, ognuno sceglierà se concordare o sollevare dubbi al riguardo. L’ironia è un’indubitabile manifestazione di cinismo indifferente? I controesempi, dai giullari a Train de vie, sarebbero tanto numerosi da portarci su un altro piano e su un altro pezzo. Lasciamo da parte il come si parla e si scrive e arriviamo ai contenuti: l’aspetto che più colpisce del dibattito sulla sperimentazione animale è il disaccordo sulla utilità scientifica del ricorso agli animali.
(A CHE) SERVE LA SPERIMENTAZIONE ANIMALE?
Decido di saperne di più sulla storia e sui risultati medici ottenuti passando attraverso la sperimentazione animale e di parlarne con Gilberto Corbellini, professore ordinario di Storia della medicina alla Sapienza di Roma.
Quando è cominciata la sperimentazione animale e che cosa oggi dobbiamo alle ricerche passate? Come sarebbe la nostra esistenza senza? Corbellini ci riporta al 300 a.C. e alla scuola medica di Alessandria: la filosofia naturalistica antica cerca di capire come funzionano gli organismi viventi. Comincia la sperimentazione sugli animali umani e non umani. “Galeno, circa quattro secoli più tardi, ha costruito la sua dottrina fisiologica sulla sperimentazione animale. C’erano molte ingenuità, perché trasferiva agli uomini le osservazioni fatte sulle scimmie, sugli ungulati e sui cani, senza rendersi conto che non era possibile trasferire per analogia all’uomo queste osservazioni. Pensava che l’utero umano fosse a forma di corno, perché così era quello di cane”.
[...]
LA COSCIENZA DEGLI ANIMALI
Il manifesto dell’iniziativa nata esattamente un anno fa e voluta da Maria Vittoria Brambilla per promuovere il rispetto per “i nostri amici a quattro zampe” solleva perplessità fin dal titolo. Gli animali non umani avrebbero “un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti”.
Quando si passa alla gerarchia di importanza, allora si perde davvero la pazienza.
- È necessario porre un freno al massacro degli animali nella stagione venatoria, fino alla totale abolizione della caccia.A parte la vaghezza dell’elenco e la mancanza di ipotesi per realizzare i punti indicati, a parte l’uso del termine “vivisezione”, a parte l’invito a regolamentare pratiche già regolamentate o a vietarne altre che già costituiscono reati (giustamente!, come l’abbandono o i maltrattamenti), a parte la perplessità di trovare Umberto Veronesi tra i firmatari del manifesto (sostiene il divieto della sperimentazione lui che incarna contemporaneamente la lotta ai tumori?), la promozione della sensibilizzazione contro l’uccisione di animali per farne pellicce lascia davvero sgomenti.
- Va eliminata la inumana detenzione di animali nei circhi e negli zoo.
- Va drasticamente vietata l’importazione di animali esotici da altri Paesi e continenti.
- Va regolamentato il barbaro trasporto di animali da macello in condizioni vergognose, senza cibo e acqua per giorni, ammassati in spazi invivibili. Anche agli animali presenti negli allevamenti occorre garantire un ambiente sano e che consenta libertà di movimento.
- Deve essere sempre vietato il feroce sgozzamento degli animali da macello senza stordimento e la conseguente agonia per dissanguamento.
- Va vietata e penalizzata la vivisezione, che è priva di reale validità scientifica.
- Va inoltre punito l’abbandono degli animali domestici e la loro detenzione in condizioni degradanti e va promossa un’azione di sensibilizzazione contro l’uccisione di animali per ricavarne capi di abbigliamento, come le pellicce.
Si vuole vietare l’importazione di animali esotici e solo sensibilizzare sulle pellicce? Allevare e scuoiare ermellini e volpi è moralmente preferibile alla detenzione in uno zoo? E secondo quale gerarchia? Quella delle prime alla Scala di Milano?
Su Il Mucchio Selvaggio di maggio.
Postato da Chiara Lalli alle 17:35 40 commenti
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domenica 13 marzo 2011
Pensieri
When I started writing about science, it was extremely commonplace to meet people, in journalism and in television, who would proudly tell you that they know nothing about science, and then explain that this meant they were in a better position to communicate science to a lay audience, because they could better identify with the mindset people who didn’t understand it. “If I can understand my article, then the public can too”.Ben Goldacre, Do specialist journalists need to know anything about their subject? after @timharford.
venerdì 4 febbraio 2011
20 milioni di euro

Senza dubbio l’innovazione ha un legame forte con la ricerca scientifica. E qui arriviamo a un nodo doloroso. Perché negli ultimi anni, sempre più brutalmente, abbiamo assistito a tagli impietosi dei fondi destinati alla ricerca. Abbiamo assistito agli appelli più accorati, sguaiatamente ipocriti, e alle giustificazioni più strappalacrime: questo sacrificio sarebbe necessario per il bene del Paese, un po’ come quando si chiedeva di consegnare le fedi d’oro in tempo di guerra.
Ed ecco che 20 milioni di euro, più il medievale Castello dei Monteroni riportato a nuovo, vengono promessi a un progetto che di scientifico ha solo l’apparenza per quanti sono in grado di vedere.
È difficile dire se a impressionare di più siano i 20 milioni di euro stanziati o le immagini della conferenza stampa durante la quale la Fondazione dei diritti genetici annuncia la neonata avventura. Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Nichi Vendola, governatore della Regione Puglia, Vincenzo Tassinari, presidente di Coop Italia, Enzo Paliotta, sindaco di Ladispoli. Nel programma era atteso anche Gianni Alemanno, sindaco di Roma.
O i sostenitori istituzionali della iniziativa: “Per la realizzazione del progetto è stato firmato un protocollo d’intesa tra la Fondazione diritti genetici, i ministeri per i Beni Culturali, Istruzione, Università e Ricerca, Ambiente, Politiche Agricole, Sviluppo Economico, Affari Esteri, Politiche europee, la presidenza del Consiglio del Consiglio dei ministri, le Regioni Lazio e Puglia e il Comune di Roma”.
I presenti sono entusiasti ma forse hanno saltato tutte le lezioni di biologia e non hanno mai avuto la curiosità né il senso del dovere di informarsi.
E non sono intervenuti come singoli cittadini, ma come rappresentanti istituzionali, e si sono accordati per stanziare venti milioni di euro a beneficio della fondazione dei diritti genetici. Tutti d’accordo in una bucolica armonia in cui le appartenenze non contano più, ma prevale il pregiudizio. Tutti d’accordo nel ricoprire d’oro qualche cortigiano mentre gli altri consegnano le fedi.
Continua su iMille, 4 febbraio 2011.
Postato da Chiara Lalli alle 18:37 0 commenti
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sabato 31 ottobre 2009
Se i senza-giudizio sognano i senza-genitori
La notizia, pubblicata il 28 ottobre scorso su Nature, che da cellule staminali embrionali sarebbero state derivate cellule germinali, progenitrici di spermatozoi e ovociti, ha generato il prevedibile sciame di commenti, oscillanti fra l’allarmismo infondato e l’indignazione compiaciuta. Colpisce in particolare la sconfortante uniformità con cui nei giornali italiani di ieri si è cercato di far passare il concetto che la scoperta aprirebbe la strada alla nascita di bambini privi di genitori: anche trascurando le volgarità di Libero («Che disastro, non ci saranno più i figli “di buona donna”», p. 23), in cui si cerca come d’abitudine di titillare le sordide paranoie e l’infondato senso di superiorità della canaille microborghese che costituisce il pubblico naturale di quel giornale, l’idea trova ospitalità sulle colonne della Stampa («bambini concepibili […] senza mamma e papà»; il titolo – indegno – è «Il papà di Dolly e i dubbi sul seme di Frankenstein», p. 13) e del Corriere («procreare, estremizzando, senza padre o senza madre»; la sfumatura di prudenza si perde nel titolo: «Le nascite senza genitori. La vita dalle staminali», p. 29). Paradossalmente è più prudente Avvenire, che almeno pone i propri terrori in prospettiva («Un’altra possibile deriva verso la vita “artificiale”», p. 6), mentre col Giornale ritorniamo all’ossessione dominante («Generazione X: così i bimbi nasceranno senza genitori», pp. 16-17), aggravata dalle curiose concezioni dell’articolista («Spermatozoi artificiali […] e ovuli artificiali […] accoppiati in una provetta potrebbero arrivare a fare tutto da soli: creare un embrione, un futuro essere vivente senza l’intervento di mamma e papà»: perché, spermatozoi e ovuli naturali accoppiati in una provetta o anche in una tuba di Falloppio cosa fanno? Hanno bisogno di essere accompagnati per mano?) e da qualche metafora infelice («scienziati che masticano cellule staminali da una vita»). Ci vuole Carlo Flamigni, intervistato dalla Stampa per un soprassalto di sanità mentale («“Passo fondamentale per battere la sterilità”», p. 13), per far notare ciò che dovrebbe essere ovvio a chiunque sia in possesso della dotazione minima di buon senso (e di un diploma di scuola superiore):
Allora professore, ci saranno bambini concepiti già «orfani»?E naturalmente anche la prospettiva di generare bambini con gameti tratti da staminali è abbastanza remota; per adesso l’unica possibile applicazione della scoperta è lo studio dei fattori che influiscono su sperma e ovociti per determinare sterilità e infertilità.
«Assolutamente no, mi sono stupito quando ho sentito questa sciocchezza. I genitori ci sono eccome e sono le persone dalle quali sono state estratte le cellule staminali. I cromosomi sono i loro. La creazione di bambini senza genitori presuppone la creazione di materiale genetico e siamo mille miglia lontano. È fantascienza».
La cosa più grave, però, non sono le reazioni semi-pavloviane di cronisti fuori dal loro elemento, che cercano nel titolo ad effetto la maniera più spiccia per sbrigarsi e tornare a casa per la cena, ma bensì i commenti in teoria più meditati. In essi il legame con la realtà fattuale dell’annuncio degli scienziati di Stanford, già particolarmente esiguo nelle cronache passate in rassegna più sopra, viene del tutto abbandonato in favore di una sorta di associazione libera di parole e concetti, in cui a uno stimolo meramente verbale («bambini senza genitori») si risponde con ciò che per primo passa per la mente, in modo da far affiorare alla coscienza incubi e nevrosi personali. Così, sempre sul Giornale («Se la scienza ruba emozioni e incontri a uomini e donne», p. 17), per Annamaria Bernardini De Pace, celebre avvocato matrimonialista, la scoperta odierna «toglie definitivamente valore alla coppia»; inoltre, «qualche mamma sarà persino felice di non deformare il suo corpo; di non “partorire con dolore”, ma non potrà mai apprezzare la carezza dell’uomo amato al suo pancione e il primo strillo del bambino che si stacca da lei». Qui il lettore si ferma smarrito: cosa c’entra mai questo scenario da fantascienza con la produzione di gameti a partire da cellule staminali? Il fatto è che l’autrice s’è immaginata – Dio solo sa perché – che a Stanford abbiano tratto dalle cellule staminali, «per una sorta di autogerminazione, sperma e ovuli, tanto che non esisterebbero più né l’altro genitore biologico né, forse, l’utero formativo»; una sorta di partenogenesi combinata con utero artificiale, di cui non c’è ovviamente nessuna traccia nel lavoro degli scienziati (unire a caso gameti derivati da un solo individuo servirebbe oltretutto solo a ottenere embrioni affetti da malformazioni gravissime).
Ancora sul Giornale («Quei figli di nessuno condannati alla follia dal delirio dei medici», p. 17), Claudio Risé associa «la costruzione di figli di nessuno, di essere [sic] umani fabbricati in laboratorio […] senza nessun contributo né di un padre né di una madre» alla sua annosa personale battaglia in favore del ritorno alla figura del padre autoritario:
Quando la mamma non c’è, non guarda e non tocca il suo cucciolo, quello che gli psicologi chiamano Io non si costituisce […]. Quando il papà non è presente, e non aiuta i figli a uscire dalla fusione che si instaura con la madre nelle prime settimane di gravidanza e continua per anni, il soggetto umano non si forma […] Negli ultimi trent’anni, in cui i padri assenti, o espulsi dal matrimonio sono diventati fenomeno di massa, le statistiche hanno mostrato che questi figli senza padre rappresentano in ogni paese il gruppo di testa dei principali disagi psichici, dalle tossicomanie agli atti di violenza, dai disturbi alimentari alle depressioni.Di nuovo: cosa c’entra questo con la scoperta di cui parla Nature? L’unica possibilità di dare un senso a queste righe è che Risé abbia indebitamente generalizzato la notizia (già in partenza fasulla), interpretandola in maniera estensiva e passando quindi dal piano biologico a quello sociale: i bambini non sarebbero solo concepiti in laboratorio, ma – sembra di capire – vi verrebbero anche cresciuti.
La famiglia è spesso un problema, ma non averla per niente è peggio.
Risé, ad essere sinceri, conclude l’articolo con un appello condivisibile: «Tuttavia di fronte al sinistro circo Barnum tecnoscienza & mercato dei bambini, preoccupiamoci pure, ma non cadiamo nell’isteria»; ma l’esempio che subito dopo ci fornisce di reazione non isterica è questo:
È proprio ciò che gli scienziati pazzi vorrebbero, per poter dire che gli amanti della natura sono poveri matti retrogradi, e loro i sani. Per contrastare i loro scenari avidi, occorre lucidità e sangue freddo. In fondo, non sono passati neppure due secoli da quando, nel 1916 [sic], Mary Shelley, spinta da Lord Byron a scrivere un racconto gotico, vide in un incubo uno studente, Victor Frankenstein, che si inginocchiava di fianco ad una creatura che aveva costruito; e questa, grazie a qualche forza ancora sconosciuta, mostrava segni di vita. Era l’annuncio della tecnoscienza, ed il primo grido di allarme per i suoi futuri deliri. Non serve scandalizzarsi per le visioni umane, vanno però messe sotto controllo. O sono guai.Scienziati pazzi, «scenari avidi», il mostro di Frankestein e i deliri della tecnoscienza: non c’è che dire, una risposta proprio compassata...
Queste risposte, fra l’isterico e lo stralunato, a una scoperta che si sarebbe dovuta accogliere invece con interesse e apertura, ci mostrano ancora una volta come il sentimento antiscientifico dominante sia un segnale di grave pericolo per il progresso del nostro paese; progresso non solo civile ma anche materiale, non tanto perché la scienza costituisce il motore ultimo della crescita economica, ma perché là dove si reagisce con terrore inarticolato a ogni minima opportunità e a ogni minimo rischio, lo spirito di intraprendenza non può essere che morto da un pezzo.
Aggiornamento 1/11: da leggere la riflessione di Michele Serra (nell’«Amaca» di ieri) su come è stata data la notizia.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 17:14 5 commenti
Etichette: Annamaria Bernardini De Pace, Cellule staminali, Claudio Risé, Libero, Scienza
martedì 5 febbraio 2008
Intervista
Di Davide Varì a me (Lalli: «La scienza sia laica e libera dai condizionamenti religiosi», Liberazione, 5 febbraio 2008).
mercoledì 15 agosto 2007
Se rallentiamo ancora, andiamo a marcia indietro
È solo il finale di un discorsetto che fa sorridere per l’ingenuità, ma forse è perché si mirava alla divulgazione ampia e la semplificazione ha preso la mano a Gianni Vattimo (Il progresso scientifico? Facciamolo rallentare, la Stampa, 14 agosto 2007, sottotitolo: L’etica della responsabilità strumento contro i fanatici della “verità a tutti i costi”). Oppure gli atroci dubbi sul pensiero debole non erano solo critiche maligne.
Clonare o non clonare esseri umani? Per adesso la domanda non è così urgente, ma potrebbe diventarlo in un futuro non tanto remoto. Sarebbe bello che in questioni come queste si potesse decidere solo in riferimento alla natura, come vorrebbe soprattutto la Chiesa. Ma la natura non ha una voce così univoca, e del resto l'uomo è naturalmente sopravvissuto fino ad oggi perché non l’ha rispettata nella sua mitica intoccabilità. Il «principio di precauzione» che giustamente si invoca è solo un esempio di etica della responsabilità che anche e soprattutto gli scienziati non ignorano, e che vale anzitutto contro ogni fanatismo della «verità a tutti i costi». Ma, di nuovo, il problema diventa allora di riconoscere dei limiti che sono bensì nella cosa stessa - per esempio nel caso degli OGM - e però anche sempre nella «compatibilità» sociale di quel che si fa. Così, nel caso della clonazione, oggi la coscienza collettiva è forse preparata ad accettarla in termini parziali (clonare fegati e budella varie, se possibile) ma non se si tratta di individui interi come noi. Oltre tutto non ce n’è bisogno, dunque sarebbe una cosa da pazzi. Ma il «progresso della scienza»? Può rallentare un po’. Tutti preferiamo vivere in una società più umana, e dunque anche più consueta e familiare, piuttosto che in un mondo magari «migliore», ma in cui non ci riconosceremmo più.Menomale che almeno Vattimo abbia sollevato qualche dubbio sull’efficacia e la sensatezza del criterio “riferimento alla natura”. Tuttavia l’inutilità e l’ambiguità del riferimento alla natura permane in tutta la sua violenza e in tutta la sua sciocchezza (tralascio il rinforzo “come vorrebbe soprattutto la Chiesa”, immancabile presenza). Ne è una prova il richiamo al principio di precauzione e alla sua presunta efficacia, oltre che al suo indubitabile profilo morale (il principio di precauzione è uno strumento fallace e illusorio, spesso dannoso).
Sul significato dei “limiti che sono bensì nella cosa stessa” non saprei bene come orientarmi. Sembra essere una specie di limitazione intrinseca parmenidea dell’essere che autolimita se stesso (sono andata bene?), ma non saprei come usare questo principio di autolimitazione. Cosa farmene, insomma, e come riconoscerlo: è la cosa stessa che mi informa dei propri autolimiti? La verifica della compatibilità sociale non aiuta a chiarire di molto come e perché limitare una “cosa”. Come si giudica se un prodotto o una ricerca sono socialmente compatibili?
Sulla clonazione c’è il gran finale.
1. È prematuro domandare perché ancora tecnicamente azzardato (concordo solo sulla seconda metà dell’affermazione; sulla prima ho molte perplessità: discutere “in anticipo” offre molti vantaggi, per esempio avere il tempo di conoscere gli estremi di quanto si sta discutendo senza attaccarsi alle scuse dell’emergenza. La mia perplessità coinvolge anche l’inferenza).
2. Non c’è bisogno della clonazione quindi è una cosa da pazzi (discutibile che non ce ne sia bisogno e ambiguo l’uso del termine “bisogno”; in alcuni scenari potrebbe essere l’unico modo per procreare e in assenza di danni non sembra legittimo vietarlo o scandalizzarsi – o meglio, chi vuole si scandalizzi pure ma non rompa a chi avesse bisogno di fare ricorso a questa tecnica. L’inferenza è del tutto strampalata: sia perché la premessa è discutibile, sia perché il fatto che di qualcosa non ci sia bisogno non significa che quel qualcosa sia “da pazzi”. Del pensiero debole c’è forse bisogno? Difficile sostenerlo qualora si intenda “bisogno” nel senso che non ci sono alternative, tuttavia non è questa la ragione per cui il pensiero debole potrebbe essere giudicato “una cosa da pazzi”).
3. Clonare fegati e budella varie (non un solo tipo di budella, ma varie. Non siamo andati troppo nel trash?).
Infine, l’implicita identificazione tra un mondo ove la scienza sia tenuta a freno e un mondo consueto, familiare, più umano (una versione filosofica della famigliola Barilla) è davvero patetica, erronea, pericolosa e ridicola. E sarebbe consigliabile che Vattimo non parlasse a nome di tutti: se lui non si riconoscerebbe in un mondo scientifico, non è detto che tutti gli altri proverebbero la stessa tenera attrazione per una allucinazione di Arcadia.


















