lunedì 15 giugno 2015
Nessun patrocinio della Sapienza al convegno sulla “ideologia di genere”
Ecco le regole del cerimoniale: “Patrocinio e logo della Sapienza Università di Roma. Cosa sono e come richiederli. Il patrocinio della Sapienza è concesso a titolo gratuito per iniziative di rilievo culturale, sociale, scientifico, artistico e sportivo organizzate sul territorio nazionale o all’estero. Si escludono le richieste con scopi o finalità commerciali, anche indiretti. La concessione del logo della Sapienza è subordinata alla richiesta di patrocinio o alla preventiva stipula di accordi di partnership, di atti convenzionali con l’Istituzione o Ente richiedente”.
Vis Sapientia ha chiesto il logo e il patrocinio alla “Sapienza”? No. Non risulta nessuna richiesta ufficiale di patrocinio e nessuna concessione del proprio logo. Così mi rispondono dall’università “Sapienza”: all’ufficio che eroga i patrocini non risulta nulla, né per quest’anno né per l’anno passato. Sarà forse il caso di capire, da parte della “Sapienza”, come mai un’associazione abbia organizzato un convegno appoggiato da tali associazioni e l’abbia spacciato come patrocinato ufficialmente anche dall’ateneo romano.
Wired.
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sabato 2 marzo 2013
Università. Distruggere le aule
Cosa e come insegnare? Prima i filosofi e poi i pedagogisti hanno tentato di rispondere esaustivamente, con tutte le loro possibili declinazioni: si insegna in modo diverso a seconda delle età? È importante il luogo? Ci sono discipline migliori di altre? Socrate, Platone, Kant, Rousseau sono tra quelli che si sono cimentati teoricamente e a volte praticamente nell’insegnamento. Ad alcuni di loro sono legati ricordi indelebili: la maieutica socratica, per esempio, o l’Émile ou de l’éducation di Rousseau (1762). Tra i nomi della pedagogia moderna potremmo citare Durkheim, Emerson, Montessori, Dewey. Per quanto ci riguarda, siamo perlopiù abituati a collegare l’insegnamento alle ore e ore di prigionia scolastica in un contesto abbastanza astratto e avulso dal resto - nonché collocato nella prima parte della giornata secondo i precetti vittoriani. Ovviamente non è detto che questo sia il metodo migliore, è solo quello che ci è familiare.
[...]
Colin Ward, scrittore e anarchico britannico morto 3 anni fa, proponeva proprio l’eliminazione della scuola come la intendiamo: aule, orari fissi, muri. Nel 1987 in una conferenza al Massachussets Institute Of Technology (MIT) disse: “Nel diciannovesimo secolo Lev Tolstoj aveva deciso di fondare una scuola nel proprio villaggio e per questo visitò istituti in Germania, in Francia e in Inghilterra, arrivando a questa conclusione: ‘L’educazione è un tentativo di controllare ciò che è spontaneo nella cultura: è cultura sotto costrizione.’ A Marsiglia era stato in ogni scuola e aveva parlato con gli allievi e i genitori. Trovò spaventosi gli edifici scolastici: simili a prigioni, dove i bambini apprendevano meccanicamente solo quello che c’era scritto nei loro libri, senza essere capaci di aggiungere niente di più.” Ward conclude che se Tolstoj si fosse limitato a osservare questi reclusi avrebbe descritto la popolazione francese come rozza, ipocrita e ignorante. Ma poiché la strada e la storia dimostravano il contrario, dedusse che “la vera educazione veniva dall’ambiente”.
[...]
Da qualche tempo le domande pedagogiche possono essere riformulate in un campo giovane, quello dell’insegnamento online. Non è forse questo il modo in cui Ward immaginava di distruggere le aule e il muro dei Pink Floyd non è certo solo quello fatto di mattoni, ma potremmo vederla in parte anche così. Questo tipo di insegnamento mantiene alcuni degli interrogativi classici e ne aggiunge di nuovi, soprattutto rispetto alla metodologia e all’efficacia didattica. Per saperne di più mi sono iscritta a Coursera, iniziativa nata da una partnership tra molte università prestigiose - tra cui le statunitensi Columbia, Stanford, Princeton, Duke e John Hopkins - con l’intento di offrire corsi di alta qualità gratuitamente e online. Basta registrarsi su Coursera.org e poi scegliere cosa frequentare. Le categorie sono venti e si va dalla biologia alla medicina, dalla matematica alle arti e alle scienze sociali. In pratica, funziona così: ogni settimana una mail ti avvisa della messa online delle lezioni, disponibili da quel momento in avanti. Se sei un disastro totale nel gestire il tuo tempo potrebbe essere faticoso o impossibile evitare di accumularle tutte entro la scadenza prevista per l’esame. Dal tuo computer segui le lezioni - se non hai capito bene qualcosa perché il tuo inglese è mediocre c’è anche una sezione con i testi - e poi fai degli esercizi. Si tratta di test a risposta chiusa multipla che puoi ripetere finché vuoi, finché non le azzecchi tutte o il numero di quelle esatte ti sembra soddisfacente. La valutazione finale è affidata invece a dei quiz con trenta domande e un solo tentativo a disposizione.
Il Mucchio Selvaggio di marzo 2013.
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giovedì 25 ottobre 2012
domenica 21 ottobre 2012
Sesso, droga e chiesa: le pazze riviste ANVUR sempre più pazze (episodio 2 della trilogia)
Sesso, droga e chiesa: le pazze riviste ANVUR sempre più pazze (episodio 2 della trilogia), by Antonio Banfi and Giuseppe De Nicolao, Roars, 15 ottobre 2012.
mercoledì 28 marzo 2012
Università e altre catastrofi
Ricercatori a perdere e senza alcuna prospettiva di carriera accademica nell'università italiana, dove ormai il precariato "in ingresso" è diventato strutturale e la stabilizzazione per la maggior parte delle nuove leve della ricerca non arriverà mai. È questo il dato principale che emerge da un'attenta analisi dell'Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani) sulla situazione negli atenei a un anno dalla Riforma Gelmini: un presente precario e un futuro altrettanto incerto per dottorandi, assegnisti e ricercatori a tempo determinato. Figure oggi escluse da ogni tipo di tutela.Continua qui.
Ventimila precari sotto la cattedra. Facendo un'ampia ricognizione sulla consistenza effettiva dei precari della ricerca e della didattica - un numero che spesso sfugge alle statistiche ufficiali - l'Adi riporta un dato allarmante: nell'ultimo anno i ricercatori precari sono passati da 33.000 a 13.400, mentre quelli strutturati si sono ridotti solo di 400 unità (passando da 23.800 a 23.400). Che fine hanno fatto questi quasi ventimila precari che lavoravano con un contrattino annuale? Sono stati semplicemente "espulsi" dal sistema accademico: niente rinnovo, niente tutele, università addio. Un risultato dovuto principalmente alla costante riduzione dei finanziamenti ministeriali e al blocco del turn-over. L'Adi stima che l'85 percento degli assegnisti di ricerca odierni non potrà intraprendere la carriera universitaria.
Dottorandi, meno borse per tutti. Un altro dato preoccupante riguarda la diminuzione delle borse di dottorato e la percentuale di posti di dottorato "senza borsa" dopo l'abbattimento del tetto del 50 percento che ha portato a una sostanziale deregulation negli atenei. Analizzando i dati relativi a un campione di ventisei università statali, negli ultimi quattro anni il numero di borse bandite - come sottolinea l'Adi - è sceso da 5.701 nel 2009 a 4.229 nel 2012 (con una riduzione del 25,8 percento). Nell'ultimo anno la situazione varia moltissimo da un'università all'altra: se Trieste ha incrementato le borse del 17,4 percento (portandole da 109 a 128), Catania le ha invece drasticamente ridotte da 251 a 48 (con un taglio netto dell'80,9 percento). Complessivamente, però, il trend è negativo.
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martedì 7 febbraio 2012
L’affaire Michel Martone
Ricevo da Carlo Cosmelli e volentieri pubblico, invitandovi a fare lo stesso.
Michel Martone, professore ordinario a 29 anni? Cerchiamo di non essere prevenuti
Recentemente gran parte della stampa si è scagliata contro Michel Martone, l’attuale viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, ponendo dei dubbi sulla sua fulminea carriera: a 23 anni è stato dottorando, a 26 anni ricercatore universitario, a 27 professore associato e a 29 professore ordinario. Le accuse sono state, in primis, l’inusuale velocità della carriera, poi il fatto che Michel Martone fosse il figlio di un ben più importante Martone, molto vicino a persone di discutibili valori (accademici ça va sans dire): Craxi, Verdini, Brunetta e Berlusconi.
Le accuse sono state particolarmente violente nei riguardi del concorso con cui Michel Martone è divenuto professore ordinario.
Ma non si può essere prevenuti, vediamo i fatti. Al concorso vinto da Martone parteciparono 8 candidati. Ma prima dell’inizio delle valutazioni inviarono una lettera di rinuncia 6 degli 8 partecipanti. [Nota: nei concorsi universitari i “vincitori” sono due; quindi, se su otto candidati sei si ritirano, i due rimasti, a meno che non siano palesemente analfabeti, saranno automaticamente i “vincitori”, non essendoci problemi per la commissione nello stilare graduatorie di merito o nel giustificare l’esclusione di qualcuno].
Qualcuno si chiederà: ma forse gli altri candidati erano talmente scarsi che, una volta saputi i nomi degli altri concorrenti, hanno valutato che fosse inutile partecipare. Si può controllare facilmente, gli atti dei concorsi sono pubblici, così come le loro pubblicazioni, ecco la situazione: i 6 candidati che si sono ritirati presentavano: Giovanni Arrigo 100 lavori, Gabriella de Simone 70, Marco Marrazza 35, Rosario Santucci 18, Franco Scarpelli 30, Stefania Scarponi 50. E Michel Martone? 1 lavoro pubblicato (uno!). Ma, sempre per non essere prevenuti, qualcuno potrebbe supporre che i lavori dei 6 ritirati fossero di qualità così infima da essere considerati di valore pressoché nullo. Ebbene, sembra che non sia così. Dei 6 candidati che si sono ritirati, 5 sono diventati professori ordinari. Cioè altre 5 commissioni, composta ognuna da 5 commissari ciascuna, per un totale quindi di 25 commissari, hanno valutato i lavori dei 5 ritirati di notevole valore, tanto da promuoverli a professore ordinario. Ma allora, si potrebbe pensare, forse l’unico lavoro di Martone era di tale meravigliosa eccellenza da sopravvalutare qualunque altro concorrente.
Ma neanche questo sembra plausibile. Gli stessi commissari che lo hanno giudicato idoneo così hanno valutato la sua unica pubblicazione valida ai fini del concorso ed un’altra “in stampa” non valida ma su cui i commissari potevano in ogni caso dare un giudizio (fosse mai qualcosa di sensazionale!), cito dal verbale del concorso:
“una trattazione non sempre omogenea... i numerosi riferimenti a fatti ed a metodologie di analisi sono caratterizzati talvolta da passaggi argomentativi non del tutto esaustivi”
LEGGI: un guazzabuglio di affermazioni gettate a caso, spesso non giustificate.
“Lo stile scorrevole rende agevole la lettura, ma permane la difficoltà di individuare una chiara ipotesi di lavoro”.
LEGGI: Scrive benino, ma non si capisce dove voleva andare a parare.
“M. Martone dimostra di trattare con spigliatezza gli argomenti prescelti e di adoperare correttamente il linguaggio giuridico, ma di dovere ulteriormente affinare il ricorso al metodo storico ed interdisciplinare.”
LEGGI: Non scrive male, ma non conosce il metodo con cui si scrive qualcosa di professionalmente valido in ambito legale.
“…sarebbe stato ancora più apprezzabile un approfondimento più completo e una ponderazione più articolata “
LEGGI: se magari avesse letto quello che gli altri avevano scritto, e ci avesse pensato su, magari non avrebbe riempito il suo lavoro di ponderazioni poco articolate.
“Il quale (il lavoro), allo stato, non appare strutturato in modo sufficiente per poterlo valutare nell’insieme, né nelle ipotesi di partenza, né nella prospettiva”
LEGGI: è un guazzabuglio di cose messe insieme senza capo né coda; non si capiscono le ipotesi di partenza, né le conclusioni.
“deve constatarsi…troppa improvvisazione e affrettatezza, con approssimazioni nell’utilizzo del riscontro storico e comparativo, e con sovrapposizioni, se non confusioni, nell’amalgamare piani di discorso diversi”
LEGGI: Si vede che è un lavoro scritto in fretta, approssimativo, senza un legame fra le varie parti, senza un minimo di lavoro bibliografico.
“Mostra vistosi segni di una redazione eccessivamente frettolosa, che risulta inadeguata alla complessità ed alla delicatezza del tema trattato”
LEGGI: no comment, si spiega da sé.
Si tralascia qui il piccolo particolare di come si faccia a vincere un concorso da ordinario con 1 (un) lavoro, giudicato scadente anche dalla stessa Commissione, ma questo è un altro problema.
Riassumiamo. Gli altri candidati erano più che degni di vincere il concorso e l’unica pubblicazione di Martone era, a dir poco, molto ma molto discutibile. Uno qualunque di loro, se non si fosse ritirato, avrebbe vinto il concorso, escludendo Martone.
Perché quindi si sono ritirati?
Michel Martone ci risponde dal suo blog “tutti gli altri candidati si sono ritirati dal concorso in questione (con una sola eccezione), perché nel frattempo avevano vinto il concorso da ordinario in altre sedi da loro preferite”.
Ma questo non è vero. Tralasciando giochi e giochetti di date, per cui servirebbero i verbali integrali, due casi sono certi ed inequivocabili. Un candidato dei 6 rinunciatari non ha poi vinto un concorso da ordinario, ed un secondo candidato ha vinto un concorso il cui bando è stato pubblicato sulla G.U. 4 giorni dopo la chiusura del concorso “Martone”. Quindi, quando ha rinunciato, non solo non aveva vinto, ma non sapeva neppure se un altro eventuale concorso ci sarebbe stato, a meno che...
Già, a meno che... L’unica ipotesi sensata è che a quei 6 sia arrivato un “consiglio” cui non era il caso di disobbedire. Un'azione dal sapore clientelare di intimidazione perché si togliessero di torno. È l'equivalente del “consiglio” dato alle ditte serie di ritirarsi dalle gare d'appalto, o alla telefonata a quel candidato sindaco antimafia, con la figlia studentessa a Palermo, a cui fu ricordato quanto fosse pericoloso il traffico di Palermo, e che si ritirò dalla competizione elettorale.
Qui non si tratta di essere prevenuti, ma post-venuti. Michel Martone, in base ai fatti raccolti, sembra proprio che sia in cattedra grazie ad un consiglio cui “è meglio dare ascolto”.
Questo fatto non è accettabile, non dovrebbe essere accettato da nessuno, e, essendone venuto a conoscenza, non dovrebbe essere accettato neanche dal Presidente del Consiglio. Per questo chiedo al Prof. M. Monti che inviti Michel Martone a dimettersi da sottosegretario, e mi aspetterei che a lezione, se mai la farà, non si presentasse nessuno studente.
A meno ovviamente che ci sia una spiegazione chiara e lampante per tutti i fatti di cui sopra.
Roma, 6 febbraio 2012
Carlo Cosmelli
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sabato 17 dicembre 2011
giovedì 15 dicembre 2011
I maligni della rete
Avevamo già parlato della lettera aperta e della petizione riguardo a un concorso universitario dallo svolgimento dubbio.
Oggi ricostruiamo i dettagli della vicenda fin qui. Il titolo fa riferimento a Caso Rizzello: il Preside chiede la nomina di una commissione per fare chiarezza, Radio Gold di ieri.
I maligni della rete hanno ragione.
Link alla Lettera aperta al Rettore dell’Università del Piemonte Orientale sottoscritta da circa 1200 accademici italiani.
Link alla tabella comparativa della produzione dei candidati su riviste scientifiche con procedura di peer review.
Contiene anche i link ai cv di tutti i candidati. Petizione e tabella sono stati inviati il 12 dicembre al Rettore dell’Unipm, al Ministro Profumo e alla Società Italiana degli Economisti.
Oggi del concorso parlano di nuovo La Stampa e soprattutto il Fatto Quotidiano, dove Michele Boldrin ha scritto una lettera aperta al Ministro Profumo.
Link a Secs in the cities (Forum di discussione & scambio di idee per concorsisti dei vari settori economico-matematico-statistici).
Link al pezzo de La Stampa del 6 dicembre.
Link al pezzo de La Stampa del 7 dicembre.
Link alla lettera di Roberto Mazzola a La Stampa e risposta di Miriam Massone.
Pezzo de Linkiesta sulla Petizione.
Link alla lettera di "dissociazione" del commissario prof. Damiano Silipo a NFA (inviata con lo stesso testo anche a La Stampa e Alessandria News).
Link ai pezzi sulla stampa locale (a volte terribili; tra questi Radio Gold de I maligni della rete):
Pezzo di Alessandria Oggi del 7 dicembre (Rizzello e le sorelle Spada).
Pezzo di Alessandria News del 7 dicembre.
Lettera di Rizzello ad Alessandria Oggi del 10 dicembre (annuncia querele, ma non le ha mai fatte).
Pezzo di Alessandria Oggi del 12 dicembre.
Pezzo di Alessandria Oggi del 14 dicembre (Il Senato accademico nomina una commissione per "fare chiarezza").
Pezzo di Radio Gold di oggi.
sabato 10 dicembre 2011
Lettera aperta al rettore dell’Università del Piemonte Orientale e petizione
Oggetto: Procedura di valutazione comparativa per un posto di ricercatore nel settore scientifico-disciplinare SECS-P/01 (Economia Politica) presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale ‘Amedeo Avogadro’, con bando pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 97 del 7 dicembre 2010.La lettera prosegue qui.
Roma, 9 dicembre 2011
Ill.mo Prof. Garbarino,
Siamo un gruppo di ricercatori e professori, animati dalla convinzione che le attuali procedure pubbliche di selezione del personale accademico, nel nostro Paese, debbano rispettare i più rigorosi standard di trasparenza e qualità, evitando ogni potenziale conflitto di interesse tra valutato e valutatore.
Per tale ragione, desideriamo portare alla Sua conoscenza le forti perplessità che nutriamo rispetto alla vicenda concorsuale in oggetto, sulla base delle notizie di stampa fin qui circolate e delle informazioni disponibili in merito.
Alla fine della pagina si può sottoscrivere la petizione (richiesta di tutelare la trasparenza del concorso da ricercatore nel SSD SECS-P/01 presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale).
lunedì 26 settembre 2011
Nepotismo mon amour
Su Plos One esce un articolo di Stefano Allesina sul nepotismo accademico: è una desolante fotografia del sistema universitario italiano che fa arrabbiare molti baroni indigeni. Ci siamo fatti raccontare da Allesina, assistant professor all’Università di Chicago, come si misura il nepotismo e a che punto siamo arrivati
Non c’è dubbio che esistano famiglie talentuose. Lo stesso Allesina ne cita alcune all’inizio del suo articolo, Measuring Nepotism through Shared Last Names: The Case of Italian Academia, pubblicato lo scorso agosto sulla rivista scientifica open-access della Public Library of Science: i Bernoulli si sono passati il dono della matematica per tre generazioni e nella famiglia Curie il talento per la fisica e per la chimica era contagioso. Queste sono eccezioni però e se, entrando in un dipartimento, ci imbattiamo nello stesso cognome scritto su troppe porte, dovremmo sentire puzza di bruciato, ovvero di nepotismo.
Qual è l’origine del termine “nepotismo”? Nel medioevo i papi, non potendo ufficialmente avere figli, riservavano posti prestigiosi e favori ai nipoti. Poco importa se il nipote avesse qualità o no. Questa pratica invade come una metastasi l’università italiana, dove la parentela e il clientelismo hanno sostituito le competenze. Il barone è il protagonista di questa distopia reale: crea e distrugge carriere a suo piacimento.
“La situazione accademica italiana” racconta Allesina “è afflitta da vari problemi tra cui il nepotismo, sebbene non ci siano dati certi della sua diffusione. Davanti al database del Cineca (www.cineca.it) mi sono chiesto se fosse possibile pesare il nepotismo, andando oltre i casi isolati di denunce. Tutti quelli che conosco sanno di 1, 2 o 3 casi, ma quanti sono in totale? L’evidenza raccolta è fatta da aneddoti. Io volevo i numeri”. E i numeri disegnano un sistema profondamente basato su pratiche nepotistiche.
Ci sono oltre 61.000 professori divisi in discipline, circa un accademico ogni 1.000 persone. “Se fossero assunti in base al merito” prosegue Allesina “la distribuzione dei cognomi per ogni disciplina dovrebbe essere equivalente alla distribuzione nazionale dei cognomi. Ho contato i cognomi distinti e li ho confrontati con quanti dovrebbero essere. Cosa penseremmo se tirassimo un dado mille volte e uscissero solo 4 numeri?”.
Su Il Mucchio Selvaggio di ottobre.
Postato da Chiara Lalli alle 09:45 0 commenti
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martedì 23 agosto 2011
Il codice etico universitario serve?
«Distruggono l’Ateneo per trovare un posto ai loro figli» titolava la Repubblica di Bari il 5 marzo 2005. E nell’articolo si leggeva: «È diventata poco più di un liceo. Negli ultimi cinque anni l’Università di Bari è stata distrutta da una gestione protezionistica e inadatta ad affrontare il mercato dell’alta formazione». Sotto accusa la Facoltà di Economia per lo scandalo della parentopoli barese. Ci fu un grande dibattito anche all’esterno dell’Università, con il Comune di Bari che impose l’adozione di un Codice etico, per continuare a erogare il finanziamento ad alcune ricerche. E così, nel dicembre 2007 fu approvato “Il codice dei comportamenti”, uno dei primi in Italia. Qualche traccia di quel clima è rimasta nell’articolo qui riproposto di Bartolo Anglani (Corriere del Mezzogiorno, 23 dicembre 2005), la cui lettura ci riporta all’università di Siena, dove il Codice etico è stato adottato con quattro anni di ritardo e perché imposto dalla legge Gelmini. Ma un codice etico serve o no? «È una foglia di fico per i mali dell’università» come dice Anglani oppure è «uno strumento per redimere intrallazzatori e nepotisti», come scriveva Lucia Lazzerini, e per rifarsi la verginità? Utile, a questo proposito, la lettura del testo licenziato dalla Commissione sul Codice etico dell’ateneo senese, che, nella versione approvata dagli organi di governo, ha ricevuto corpose integrazioni, a seguito di aspre critiche della comunità accademica ed extra.
Il codice etico non serve. È una foglia di fico per i mali dell’università
Bartolo Anglani. A cosa serve un codice etico? Se rispecchia e amplifica le leggi vigenti, è pleonastico; se va oltre le leggi o le mette in mora, è illegittimo. Tertium non datur. Un codice etico può essere solo individuale, come quando un docente rinuncia a far parte di una commissione perché teme di essere sottoposto a pressioni di colleghi. Altro è quando i contenuti “etici” diventano norme erga omnes. Quale valore costrittivo possono avere per chi non ne riconosce la legittimità? Quando le leggi sono sbagliate, ci si batte perché esse vengano modificate o abrogate, ma bisogna rispettarle finché esse sono in vigore: anche obtorto collo. Così, mi pare, dovrebbe accadere in una società democratico-liberale.
domenica 9 gennaio 2011
L’università lo mobbizza. E lui ora chiede le scuse pubbliche
Sembra una storia dell’orrore quella di Ermanno Laureti Vignolo e invece è una storia ambientata tra le mura universitarie.
Manca solo la lupara.
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martedì 4 novembre 2008
Vendesi
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venerdì 24 ottobre 2008
23 ottobre 2008: Palazzo Madama non è accessibile (oppure sì, sono stato frainteso)
Postato da Chiara Lalli alle 09:41 1 commenti
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venerdì 3 ottobre 2008
Contro l’emendamento “Ammazza precari” (37 bis ddl 1441)

Manifestazione a Roma, 2 ottobre 2008 (da Palazzo Vidoni a Montecitorio).
Altre foto.
Postato da Chiara Lalli alle 08:28 1 commenti
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martedì 26 febbraio 2008
Campagna di protesta per il caroalloggio (Unef)
Campagna piuttosto interessante lanciata da Unef. E vincente:
1ère victoire des étudiants: 620 millions pour le logement étudiant !Proviamo a farla in Italia?
En réponse à la campagne lancée par l’UNEF, Valérie Pécresse a annoncé vendredi 15 février 2008 un plan de construction de logements étudiants ainsi que le déblocage de 620 millions d’euros. Ces annonces interviennent au moment où le député Jean-Paul Anciaux, missionné à la demande de l’UNEF pour vérifier la mise en place de ses préconisations de 2004, rend public son 2ème rapport qui dresse un constat sévère de la situation et révèle l’ampleur des retards de l’Etat en matière de construction et de réhabilitation de logements étudiants.
giovedì 21 febbraio 2008
Il PD a proposito di università
Ovvero il punto 8 del programma politico annunciato da Walter Veltroni:
Cento nuovi campus universitari e scolastici entro il 2010 «perché la società dovrà contare sul talento e sul merito dei ragazzi italiani».100 nuovi campus? Non basterebbe (cercare di) promuovere il merito?
Il guaio della moltiplicazione delle sedi universitarie è già in parte compiuto e non avrebbe senso esasperarlo.
Tanto per ricordare uno degli articoli al proposito (di Mario Pirani, Le mille università dalla facili cattedre, la Repubblica, 26 ottobre 2006):
Di questo passo si arriverà ad un ateneo o a una sua succursale per ogni provincia, vedi, ad esempio, la Sicilia dove troviamo ormai una sede universitaria, oltre che a Palermo, Catania e Messina, anche a Trapani, Modica, Taormina, Ragusa, Siracusa, Caltagirone e, da ultimo, Enna. O in Calabria, dove, a fronte di due milioni di abitanti, oltre a quella di Arcavacata che doveva essere l’unica, ne sono sorte due a Reggio (una pubblica e una privata per stranieri), una a Catanzaro e recentemente una a Villa San Giovanni, il cui fondatore, nominato rettore per acclamazione, l’ha intitolata al suo omonimo nonno, Francesco Ranieri, dotandola altresì di un albergo per ospitare (naturalmente a pagamento) professori e allievi. Infine si possono leggere recenti annunci pubblicitari della Università della Sibaritide a Rossano (Cosenza), che fa capo telematicamente alla S. Pio V di Roma (da non confondere con quella dei Legionari di Cristo), assieme alle altre succursali di Benevento, Foggia, Napoli, Agropoli, Catania, Brescia, cui si aggiungeranno presto Cosenza e Palmi. Tra le new entry merita una citazione l’università on-line Guglielmo Marconi il cui patron è l’ex sottosegretario alla Funzione pubblica, Learco Saporito (An), che ha ottenuto la cattedra di diritto pubblico a 68 anni, vantando presumibilmente, come “crediti” per la tardiva vocazione, la frequentazione del Transatlantico più che le aule della Sapienza.
Postato da Chiara Lalli alle 15:27 0 commenti
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domenica 20 gennaio 2008
Solidarietà ai docenti della Sapienza
Una petizione per esprimere «solidarietà ai docenti della Sapienza a difesa della laicità del sapere», indirizzata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al Rettore dell’Università «La Sapienza» di Roma Renato Guarini, può essere firmata qui.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 17:08 2 commenti
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(Fra) Claudio Magris (e le sirene al contrario)
La premessa sul significato di laicità è abbastanza condivisibile, ma poi Magris parte per la tangente (Il senso del laico, Il Corriere della Sera, 20 gennaio 2008):
È lecito a ciascuno criticare il senato accademico, dire che poteva fare anche scelte migliori: invitare ad esempio il Dalai Lama o Jamaica Kincaid, la grande scrittrice nera di Antigua, ma è al senato, eletto secondo le regole accademiche, che spettava decidere; si possono criticare le sue scelte, come io criticavo le scelte inqualificabili del governo Berlusconi, ma senza pretendere di impedirgliele, visto che purtroppo era stato eletto secondo le regole della democrazia.Se avesse perso poco del suo prezioso tempo si sarebbe reso conto che nessuno ha preteso di impedire un bel niente. Se dissentire (o sottolineare una scelta come inappropriata) viene giudicata come una imposizione, la sola alternativa è quella di subire in silenzio qualunque azione. Il senato accademico è forse Luigi XIV? Mi è sfuggito qualche passaggio fondamentale della riforma universitaria?
Ma questa doverosa battaglia per la laicità dello Stato non autorizza l’intolleranza in altra sede, come è accaduto alla Sapienza; se il mio vicino fa schiamazzi notturni, posso denunciarlo, ma non ammaccargli per rivalsa l’automobile.Ma quale sarebbe stata l’intolleranza? Suona ancora più strana la mancanza di una spiegazione approfondita di questo giudizio, anche alla luce della ammissione di Magris della frequente supina sudditanza da parte dello Stato e degli organi di informazione [rispetto alla ingerenza della Chiesa]. Anche Magris è organo di informazione e sarebbe stato apprezzabile una posizione almeno prona - se non altro per spezzare le abitudini.
La conclusione di Magris lascia davvero addosso un senso di sconfitta irrimediabile. Se la protesta contro B16 diventa un ennesimo spauracchio contro il ritorno di Berlusconi, se le uniche ragioni per arginare il malumore prendono la forma della minaccia che potrebbe andare peggio (signora mia), se insomma dobbiamo tapparci le orecchie perché la musica è molesta e insopportabile è ormai ascoltarla - nemmeno qualche minuto in più - se la genuflessione fa bene alla salute, allora smettiamo di sbraitare e porgiamo il collo verso il coltello sacrificale senza agitarci troppo. Tanto è inutile, e il taglio netto è meno doloroso.
Una cosa, in tutta questa vicenda balorda, è preoccupante per chi teme la regressione politica del Paese, i rigurgiti clericali e il possibile ritorno del devastante governo precedente. È preoccupante vedere come persone e forze che si dicono e certo si sentono sinceramente democratiche e dovrebbero dunque razionalmente operare tenendo presente la gravità della situazione politica e il pericolo di una regressione, sembrano colte da una febbre autodistruttiva, da un’allegra irresponsabilità, da una spensierata vocazione a una disastrosa sconfitta.Mi rimane soltanto un dubbio: chissà se Magris spera nella salvezza divina o in un pezzo di potere temporale. Chissà che non sia deluso in entrambi i casi. I potenti sono spesso molto avari. Meglio ricordarselo.
Postato da Chiara Lalli alle 11:17 2 commenti
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sabato 19 gennaio 2008
Il papa, Victoria Beckham e la libertà di parola
Nella vicenda della mancata visita del papa alla Sapienza, un giudizio sembra accomunare la quasi totalità dei commentatori: anche chi giudica inopportuno e sbagliato l’invito rivolto a Ratzinger dal rettore, ritiene tuttavia che il diritto del papa alla libera espressione non sia stato rispettato da coloro che per quell’invito hanno protestato. L’opinione sembra a ben vedere paradossale, e merita dunque un esame un poco approfondito. Se ne può approfittare per cercare di gettare un po’ di luce – con qualche ragionamento provvisorio ed esplorativo – sulla libertà di espressione, un concetto che è leggermente più complicato di quanto si può pensare se non lo si è mai esaminato con attenzione.
Su una cosa, penso, tutti saranno d’accordo: il diritto all’espressione delle proprie idee non consiste nell’obbligo, per gli altri, di fornirci i mezzi e le occasioni per esprimerle. Se io mando il manoscritto di duemila pagine della storia della mia vita a un editore, non ho nessun diritto incondizionato a vedermelo stampato, neppure se questa è la mia ultima chance di pubblicazione; se il papa decide di presentarsi per tenere un discorso di due ore al circolo del bridge più vicino al Vaticano, non ha nessun diritto incondizionato ad essere ascoltato, neppure se – ipoteticamente – i suoi discorsi fossero ignorati da tutti i mezzi di comunicazione. Al di là delle occasioni in cui ci esprimiamo senza intermediari (io posso per esempio distribuire agli angoli delle strade la mia autobiografia ciclostilata, o il papa può parlare affacciandosi dalla sua finestra su Piazza San Pietro), la libertà di espressione è condizionata dunque in generale dall’incontro di due libere volontà: la mia, e quella di chi mi deve ospitare (sulle colonne del proprio giornale, sulla propria piattaforma blog, all’interno della propria aula magna, etc.); il mio interesse ad essere pubblicato o ascoltato si concretizza attraverso (ed è limitato da) l’interesse – inteso ovviamente nel senso più ampio possibile, non solo economico – di un altro a pubblicarmi o a farmi ascoltare.
Qui vige veramente la libertà più totale, che non può essere limitata neppure da considerazioni sulla statura intellettuale di chi cerca un mezzo per esprimersi. Quasi tutti concordano sulle doti di J. K. Rowling, se non altro come scrittrice di genere; ma non per questo, per esempio, il direttore delle edizioni Adelphi potrebbe essere costretto a pubblicare un eventuale seguito di Harry Potter; la fedeltà a una linea editoriale ben definita e alle aspettative del proprio pubblico può essere legittimamente per lui superiore ai valori letterari generalmente riconosciuti (e persino ai propri gusti personali o alle immediate convenienze economiche della Adelphi).
Il diritto all’espressione delle proprie idee, in altre parole, non è un diritto positivo, che cioè obbliga gli altri a fare qualcosa, ma bensì un diritto negativo, che obbliga gli altri ad astenersi dal fare qualcosa. Il diritto di J. K. Rowling sarebbe stato coartato se, per esempio, qualcuno avesse minacciato il suo vero editore, Salani, perché rinunciasse a pubblicare la saga, esercitando pressioni politiche, o annunciando un boicotaggio di tutti i suoi prodotti editoriali, o addirittura bruciandone i magazzini, magari con la motivazione che i libri di Harry Potter sono anticristiani; imponendo insomma il proprio interesse (mascherato all’occorrenza come un vago «interesse collettivo») contro gli interessi legittimi della Rowling e del suo editore.
In alternativa, i nemici di Harry Potter si potrebbero anche astenere da qualsiasi azione concreta, e tuttavia dichiararsi contrari alla pubblicazione del libro. In questo caso nessun diritto sarebbe violato, e questa opinione sarebbe del tutto legale (per gli stessi principi di libertà che essa negherebbe), ma certo chi la esprimesse sarebbe degno della nostra riprovazione morale, in quanto nemico della libertà di espressione.
A questo punto qualcuno potrebbe ritenere di avere elementi sufficienti per convalidare la propria condanna dei professori della Sapienza che si sono opposti alla visita papale; ma il ragionamento non è ancora concluso.
La libertà di due o più persone (fisiche e/o giuridiche) di associarsi allo scopo di consentire la diffusione delle idee è, come abbiamo visto, assoluta. Questo vuol dire che è anche, di per sé, sempre ‘sacra’ e insindacabile? Naturalmente no – proprio perché è basata sugli interessi dei contraenti: a volte ci si sbaglia nel valutare i propri interessi (oppure li si antepone agli interessi dell’azienda o dell’istituzione che si rappresenta). Così, per esempio, la United Artists è andata praticamente fallita in seguito alla catastrofe commerciale e di critica di Heaven’s Gate di Michael Cimino. Oppure, per usare un esempio fittizio, possiamo immaginare cosa sarebbe successo se il rettore della Sapienza avesse invitato per l’inaugurazione dell’anno accademico non Benedetto XVI ma Victoria Beckham. Questo sarebbe certo stato giudicato da chiunque (o quasi) un errore catastrofico per l’immagine dell’ateneo: la signora Beckham è priva di qualsiasi credenziale accademica – non foss’altro perché, come sembra aver dichiarato lei stessa, non ha mai letto un libro in vita sua.
Naturalmente sarebbe stato o sarebbe qui fuori discussione, come nel caso che esaminavamo più sopra dei libri della Rowling, costringere il management della United Artists o rettore e senato accademico della Sapienza a tornare sui loro passi; la libertà è inviolabile, anche quella di sbagliare. Ma cosa dire di una critica o di un’esortazione a rivedere le proprie decisioni? Ci iscriverebbe anche questa nell’elenco dei nemici della libertà di espressione? In fondo, non intenderemmo con la nostra esortazione impedire a Cimino di esprimere le proprie idee, e ai suoi fan di vedere un film che qualcuno di loro avrà comunque apprezzato? E non staremmo riducendo la libertà di Victoria Beckham, per la quale, oltretutto, quella potrebbe quasi certamente essere l’unica occasione nella vita di pronunciare una lectio magistralis? Queste obiezioni, è vero, ci appaiono assurde, ma qual è esattamente la differenza rispetto a chi vorrebbe conculcare la libertà degli altri?
Io credo che la differenza sia evidente. Gli ipotetici nemici della Rowling, come si è già detto, anteporrebbero il proprio interesse a quello di autrice ed editore; nel caso in esame, staremmo invece parlando in nome degli interessi di chi deve diffondere l’altrui pensiero. Esprimere un consiglio o anche una critica nell’interesse di un altro è sempre ovviamente legittimo, a maggior ragione se proviene da chi (come un dipendente della United Artists o un membro della comunità accademica, che non consiste solo di rettore e senato accademico) ha tutto da perdere da una scelta sbagliata; allo stesso tempo non si infrange un diritto dell’altro contraente (il produttore del pensiero), perché come abbiamo visto il suo diritto non è un diritto positivo, ma deriva soltanto da una concordanza di interessi.
Così, in una recensione il giudizio «questo libro non avrebbe dovuto mai essere pubblicato» è legittimo – anche se certo grave e da pronunciare con prudenza – se intende dire che la casa editrice ha fatto in primo luogo un danno a se stessa; illegittimo – anche se talvolta espresso senza malizia – quando implica che il danno è stato fatto a qualcun altro, come per esempio il recensore stesso o la sua Chiesa o il suo partito o i suoi valori.
Attenzione, però: questo che abbiamo detto è il requisito necessario e sufficiente. Che la critica sia anche in ultima analisi corretta (o persino pronunciata in buona fede) non deve contare, visto che non abbiamo in generale i mezzi per giudicarlo a priori; la libertà di espressione non vale solamente per chi ha ragione.
Siamo alla fine del nostro ragionamento. I 67 professori della Sapienza hanno ravvisato nell’invito al papa – chiaramente inteso come atto di deferenza, non di confronto, e che non prevedeva dibattiti o contraddittori – un cedimento della propria istituzione all’idea che l’attività scientifica debba essere in qualche modo sottomessa, come pensa Benedetto XVI, ad autorità morali o religiose; a torto o a ragione, hanno pensato che questo comportasse un rischio per la credibilità dell’università e di chi ne fa parte. Non hanno mai sostenuto che il papa non dovrebbe prendere la parola nel corso delle udienze generali, o che le sue encicliche non dovrebbero venire pubblicate dalla Libreria Editrice Vaticana. Non hanno intrapreso, che si sappia, azioni tese ad impedire la partecipazione del papa; auspicare, come hanno fatto, «che l’incongruo evento possa ancora essere annullato», rientra in pieno in una critica legittima. La protesta degli studenti, nonostante qualche tono sopra le righe, sembra essere stata motivata da considerazioni analoghe. Non risulta chiaramente (se non da fonti non obiettive) che qualcuno di loro intendesse impedire con la forza la lezione del papa, né che cercasse lo scontro con le forze dell’ordine; se qualcuno ha avuto questa intenzione è da condannare, ma la condanna non può estendersi anche a tutti gli altri.
Certo, la protesta ha fornito un’arma preziosa ai nemici della laicità: mille ragionamenti articolati non valgono uno slogan menzognero ma semplice («Vogliono tappare la bocca al papa!»). Si sarebbe potuto forse fare di meglio; ma non tacere. La rassegnazione assai raramente ha portato a vincere le battaglie.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 09:43 82 commenti
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