Gli esseri umani devono avere una qualche passione per l’orrido – lo scriveva Lucano nella sua Pharsalia e la televisione italiana lo conferma ora dopo ora.
Gli esseri umani, poi, hanno anche una spiccata tendenza alla negazione delle banali verità e barattano spesso l’attrazione per ciò che è ripugnante con il dovere di informarsi.
Dopo questa premessa necessaria passiamo all’argomento del giorno.
Due o tre cose che nessuno dice sui trapianti titola su Il Giornale un ignoto (a me) titolista per la riflessione di Ida Magli sui trapianti e sulla morte cerebrale (8 settembre 2008). E siccome la curiosità è un altro umano vizio è difficile resistere dal leggere per intero la rivelazione delle suddette due o tre cose.
L’incipit è degno di un thriller complottista in cui un piccolo gruppo paranoico e con deliri di onnipotenza cela alla ingenua (per non dire tonta) massa verità atroci, scempi inenarrabili. Tutto a discapito della massa ignara, spinta nell’angolo della privazione di cervello – non solo in senso metaforico.
“Nella questione dei trapianti i punti controversi sono talmente gravi e numerosi che non si finirebbe più di parlarne anche se la discussione fosse ammessa; in realtà, invece, esiste un ordine segreto ma inderogabile (sic) che vieta qualsiasi informazione sull’argomento, salvo qualche compiaciuta notizia che viene data su casi straordinari tesi a meravigliare l’opinione pubblica e a incitarla a mettere a disposizione senza remore tutti i corpi, quello proprio e quello dei familiari”.
Viene il dubbio che questa sia la prima cosa da sapere e che nessuno dice, e infatti subito dopo Magli scrive: “Questo è il primo dato sul quale bisogna riflettere: perché le istituzioni vogliono a tutti i costi incrementare la pratica dei trapianti e hanno impostato fin dall’inizio una campagna pubblicitaria indirizzata a convincere i sudditi in modo che non li sfiori neanche il minimo indizio negativo?”. L’inferenza scivola via, ma è piuttosto grave se le si dedica qualche minuto.
Ammesso anche che le istituzioni tramino nell’ombra – come in qualsiasi complotto che si rispetti – per estirpare i nostri organi da un corpo che lo Stato espropria (e perché non specificare “quando è ancora caldo e pulsante di vita” per aggiungere quel tratto pulp che non sta mai male); ammesso che si servano di una campagna pubblicitaria (dopo la spedizione del famoso cartellino donatore/non donatore e a parte qualche iniziativa a favore della donazione degli organi, le campagne pubblicitarie martellanti e ossessive sono ben altre); ammesso che ci sia un interesse economico (e un po’ pornografico nell’impadronirsi dei nostri involucri); insomma ammesso tutto questo panorama da Arlington Road la considerazione che dimostra di avere Magli verso i suoi compaesani è sconfortante. Sudditi, li chiama sudditi. Ci chiama sudditi. Non è solo un moto di orgoglio che ci fa inorridire, ma le conseguenze di tale definizione. Conseguenze che, come spesso accade nelle moderne Cassandre, non vengono messe sul piatto, ma scansate come un fastidioso ronzio logico.
Se siamo sudditi, se davvero lo siamo, allora il complotto dei trapianti ci dovrebbe far sorridere rispetto agli scenari politici che si dovrebbero delineare. O descrivere, perché se siamo sudditi è tutto già successo. Risparmiamo i soldi per le elezioni, per le discussioni, per la scuola pubblica (che abbiano già cominciato?). I sudditi non meritano tanta attenzione. Date loro un sovrano, e questo farà di loro schiavi felici. In fondo non è detto che l’insanabile contraddizione tra libertà e felicità debba essere risolta a favore della prima. No, non è proprio detto.
Il passo successivo dimostra – se ce ne fosse bisogno – che la logica è un orpello superfluo per Ida Magli: “continuano a non fare scalpore neanche oggi le notizie che pure si susseguono ogni giorno sul crimine più infame che l’umanità abbia mai compiuto: bambini, bambine, ragazze, rapiti e uccisi per rifornire di organi palpitanti il mercato dei trapianti. Per non parlare degli adulti, povere donne soprattutto, che in India vendono un rene per pochi dollari (condannandosi così a una morte precoce per l’impossibilità di sopravvivere con un solo rene alle gravidanze). Come mai nessuno inorridisce?”.
Cosa c’entra? Che cosa diavolo c’entra (sarebbe come criticare gli amori perché esistono i traditori; o meglio: come criticare la luce elettrica perché mia zia è morta di polmonite)? Dovremmo entrare nel merito della regolamentazione degli organi, ma abbiamo già abbastanza guai senza aggiungerne altri. Tra questi l’assurda affermazione che non si possa portare avanti una gravidanza con un solo rene: sarebbe bastato chiedere al proprio ginecologo. Ce l’avrà una ginecologo Ida Magli?
Qui basti sottolineare che rapire e uccidere (qualunque sia la ragione) sono azioni moralmente riprovevoli; ma che non sono una conseguenza necessaria del permettere il prelievo di organi da un essere umano morto cerebralmente e che vi abbia acconsentito.
Ed eccoci arrivati al cuore dello scandalo e all’apice del complotto – che coinvolge addirittura Karol Wojtila (perché, poi, sia lui ad essere nominato e non i medici è un mistero): la morte cerebrale.
“Perché la Chiesa, perché Karol Wojtyla ha dato il massimo impulso alla pratica dei trapianti presiedendo il Convegno organizzato appositamente al Gemelli? È stato in quella occasione che Wojtyla ha messo la parola fine a ogni discussione”.
La domanda è questa per Ida Magli: perché Wojtyla ha acconsentito (la ragione è molto prosaica, ma non è la risposta ad essere interessante; bensì la domanda di Magli). E si capisce, perché subito dopo si scopre l’effetto più grave, che poco ha a che fare con i poveri sudditi deprivati anche dei loro organi.
“Togliendo qualsiasi significato trascendente alla morte, la Chiesa ha compiuto un errore gravissimo, forse irreparabile. È sulla «morte» che sono state create le religioni, sull’al di là della morte che si fonda l’idea di Dio. Il trapianto di organi, nella sua brutale concretezza, ha tolto qualsiasi sacralità alla morte; e ha cancellato la trascendenza presente, con il suo immenso mistero, nel corpo del defunto. Ci si lamenta del «materialismo» del nostro tempo: l’utilizzazione come pezzi di ricambio dei corpi degli altri ne è la massima prova. Nessun materialismo può andare più in là di così. Né lo si camuffi con la terminologia del «dono»: il soggetto agente è quello che «ti pensa» come pezzo di ricambio, che «ti vede» come pezzo di ricambio, che ti utilizza come pezzo di ricambio”.
Su una questione non si può darle torto. Al mistero della resurrezione, già di per sé insondabile, si aggiunge un dettaglio: come potremo risorgere senza cuore? Come ce ne andremo in giro senza cornee e senza reni e senza fegato? Peccato che il cervello non si possa trapiantare.
martedì 9 settembre 2008
Ida Magli e l’ordine segreto ma inderogabile sui trapianti
lunedì 8 settembre 2008
Contro i trapianti /2
Dopo aver cercato di individuare nel primo post di questa serie il vero significato delle idee esposte da Lucetta Scaraffia nel tristemente famoso articolo per l’Osservatore Romano, tentiamo adesso di delineare le possibili conseguenze degli atteggiamenti in materia di trapianti che si stanno diffondendo in alcuni ambienti cattolici.
La posta in gioco
Anche se sono in pochi ad averlo notato, non è solo la pratica dei trapianti ad essere messa in pericolo dalle ubbie di cui si è fatta portavoce la Scaraffia. Se si diffondesse l’opinione che una persona in stato di morte cerebrale è comunque ancora ‘viva’, e che sospendere i trattamenti cui è sottoposta significherebbe ‘ucciderla’, assisteremmo a un drammatico intasamento delle corsie dei reparti di rianimazione. Mentre ora infatti si staccano le macchine subito dopo la diagnosi di morte cerebrale (indipendentemente dal fatto che si proceda o meno al prelievo di organi), se il respiratore artificiale non venisse spento basterebbero i pochi giorni o settimane di sopravvivenza media di questi malati a tenere occupati letti e macchinari e a determinare di fatto la fine della medicina di urgenza in questo paese, con le vittime di incidenti d’auto o di infortuni domestici lasciate morire nei pronto soccorsi. Una strage di viventi per non togliere il posto ai morti.
Fortunatamente questo scenario è abbastanza improbabile, non foss’altro che per le ovvie conseguenze di ordine pubblico (e di impopolarità della Chiesa e dei suoi servitori politici). La giustificazione per staccare la spina non manca, persino se si cancella il concetto di morte cerebrale: si tratterebbe comunque di malati terminali, e le invadenti pratiche di rianimazione sarebbero etichettabili come accanimento terapeutico anche secondo gli angusti criteri della dottrina cattolica.
Nuove giustificazioni per i trapianti?
Molto più difficile giustificare, nella nuova prospettiva, la pratica dei trapianti. Ci ha provato nei giorni scorsi Lorenzo d’Avack, del Comitato Nazionale per la Bioetica («Il confine della vita e la difesa della donazione di organi», Il Messaggero, 5 settembre 2008, p. 21):
Forse è sbagliato continuare a giustificare la legittimità dei trapianti attraverso una pretesa scientifica della morte. Forse è necessario domandarsi se sia più conforme a dignità concepire l’aggressione al corpo morente come legittima aggressione al corpo di un uomo per suo consenso. Forse si potrebbe e si dovrebbe dire che la consapevole decisione di donare i propri organi dopo la morte cerebrale totale vada ritenuta valida in forza di un grande gesto di solidarietà sociale.Si tratta però di argomenti abbastanza deboli: dopo tanto ossessivo insistere sul primato della vita sulla libertà, il magistero ecclesiastico potrebbe mai concedere quello che si potrebbe interpretare – nella sua stessa ottica – come un suicidio, sia pure a beneficio di altri?
Ma una soluzione va trovata. Qui la Chiesa ha interessi contrastanti: da un lato l’impopolarità che la colpirebbe nel caso imponesse il proprio veto alla pratica dei trapianti (impopolarità che potrebbe risultare massima soprattutto fra i settori della comunità cattolica in cui hanno ancora corso gli ideali della solidarietà con i deboli, del dono di sé, che i trapianti irresistibilmente richiamano); dall’altro, la coerenza del proprio apparato ideologico, che si pretende conforme alla «ragione», e dalla cui saldezza dipendono non solo il no all’eutanasia e al rifiuto delle cure, ma anche quello – per la Chiesa irrinunciabile e strategico – all’aborto.
Vedremo nei mesi prossimi se la creatività di teologi e filosofi cattolici riuscirà a venire a capo del dilemma; ma certo sarebbe stato meglio se la questione fosse rimasta avvolta in un prudente silenzio, o confinata tutt’al più sulle pagine delle riviste accademiche. In effetti, contro quella che era stata anche la mia prima impressione, c’è da chiedersi se l’articolo della Scaraffia non sia stato un motivo di disagio e una sgradita sorpresa anche per le gerarchie ecclesiastiche. Si noti il tono vagamente stizzito e le giustificazioni balbettanti che Francesco D’Agostino – sicuramente più organico a certi ambienti della Scaraffia – propone nel commentare l’articolo («“Se il cervello è fermo il corpo non è più vivo”», Il Mattino, 4 settembre, p. 4):
«[Q]uelli che contestano il criterio della morte cerebrale non dicono con quali strumenti migliori si potrebbe accertare un decesso».Ma allora di quali ambienti si è fatta veramente portavoce la Scaraffia?
Eppure, esistono scienziati che la pensano diversamente da lei.
«E io ritengo naturale che nel mondo scientifico si discuta anche perché conosciamo ancora poco della funzionalità del cervello. Ma si tratta di un dibattito che si deve svolgere in ambito scientifico e non riguarda affatto la bioetica. Medici e giuristi sono tenuti dal punto di vista etico a rispettare la posizione che è largamente dominante nel mondo scientifico. E solo dal mondo scientifico ci possono arrivare indicazioni diverse, anche non maggioritarie ma almeno scientificamente fondate: cosa che per ora non è».
Alcuni studiosi citano casi di persone morte cerebralmente con il cuore che batteva ancora e di donne in coma irreversibile che hanno portato a termine una gravidanza...
«Sono casi singoli che non fanno statistica. Potremmo anche pensare che il medico che ha decretato la morte cerebrale si sia sbagliato. E per quanto riguarda quelle gravidanze, sono state possibili grazie alle macchine che hanno sostituito alcuni organi, così come capita quando si mette un neonato in una incubatrice».
Il golem diventa autonomo
Man mano che la Chiesa è andata spostando il punto focale del proprio messaggio sui temi della bioetica, riguadagnando allo stesso tempo il centro dell’attenzione politica e mediatica, ha sentito la necessità di cooptare numeri sempre maggiori di comunicatori, per lo più al di fuori dei ranghi dei teologi e dei sacerdoti, e con un accento privilegiato sulla presenza femminile. Là dove prima bastava un’intervista al vecchio Monsignor Sgreccia, ecco adesso che la scena è dominata dalle Roccella, dalle Morresi, dalla stessa Scaraffia, dalla figlia d’arte Marina Casini, tanto per citare solo alcuni nomi. Ma la moltiplicazione dei volti, unita alla necessità di fornire un messaggio comprensibile ai più, ha determinato un inevitabile abbassamento della qualità. I nuovi campioni dell’integralismo sono spesso incapaci di maneggiare i difficili concetti di sostanza individuale o di essenza razionale (e del resto, bisogna ammetterlo, non è che quei concetti abbiano mai avuto un significato chiaro e preciso); difficile immaginare la Roccella a suo agio con Severino Boezio...
Si è andata così formando col tempo una versione vulgata della complessa filosofia che esaminavamo nel post precedente, versione che si può trovare esposta in mille posti, dalle pagine del Foglio agli articoli di Avvenire, a certi commenti ai post di questo stesso blog; una versione per alcuni versi simile all’originale, ma anche sottilmente differente.
Per chi la sostiene l’uomo non è degno di rispetto in quanto creatura essenzialmente razionale, ma bensì solo in quanto biologicamente uomo. Se logicamente la posizione è indifendibile (perché allora garantirgli statuto morale? E perché solo alla specie umana, e non anche alla famiglia – gli ominidi – o all’ordine – i primati? O al contrario perché non soltanto all’etnia, o alla tribù, o alla famiglia?), essa consente a chi non ha familiarità con le essenze dei filosofi di continuare a sostenere l’illiceità dell’aborto (l’embrione non è razionale ma il suo Dna è umano). Questo crudo riduzionismo biologistico viene giustificato con l’appello a evitare ogni discriminazione, ricorrendo ecletticamente a un argomento che era stato una volta tipicamente progressista. Ma proprio la fobia per ogni richiamo nel discorso morale alle dimensioni della coscienza, dell’autocoscienza e della razionalità porta inevitabilmente a riconsiderare i criteri della morte: i cerebralmente morti sono sicuramente uomini, e sicuramente vivi; con che coerenza, allora, li usiamo per i trapianti? Anche una pseudo-dottrina priva di ogni dignità intellettuale può inseguire l’ideale della coerenza logica; ed è questa dinamica ad aver forse prodotto l’intervento di Lucetta Scaraffia.
L’integralista e il paranoico
Le gerarchie ecclesiastiche hanno naturalmente un certo controllo su questo ambiente; ma non totale. Il timore che le cose sfuggano loro di mano è quindi perlomeno sensato. Se non si giungerà alla fine dei trapianti per decreto legislativo – cosa per cui sarebbe necessario l’impulso della Chiesa – il pericolo è però che si crei un sentire diffuso ostile a questa pratica medica, operando una saldatura con i gruppuscoli paranoici che da tempo denunciano la cosiddetta «predazione di organi». Identico, del resto, è l’humus in cui sono radicati questi complottisti e gli integralisti: una piccola borghesia che si sente compressa sia dall’alto che dal basso (nel linguaggio integralista, rispettivamente dalle «lobby massoniche» e soprattutto dalla «tecnoscienza», e dalle «masse scristianizzate» ed «edoniste»), e che reagisce tipicamente con il ricorso alle teorie del complotto e con il vittimismo aggressivo. Al di là dei facili sociologismi, del resto, il cristianesimo integralista questo è: l’ideologia di una parte della piccola borghesia.
Già i prodromi del linguaggio complottista cominciano ad apparire: Stefano Lorenzetto si vanta sul Giornale di aver dato l’imbeccata alla Scaraffia («Quel dubbio etico censurato da 40 anni», 4 settembre, pp. 6-7), e conclude: «La verità è che una potentissima lobby da 40 anni ha tolto a queste frange minoritarie persino il diritto di parola». E la stessa Scaraffia, in un’intervista al Riformista («“Niente dogmi sulla morte cerebrale. In Vaticano molti la pensano come me”», 4 settembre, p. 2), commenta a proposito delle reazioni suscitate dal suo primo articolo:
mi sembra anche che la questione tocchi interessi meno pietosi. La cosa evidentemente dà fastidio a diverse persone che sono interessate a che le cose non cambino. […] Sono troppi gli interessi che stanno dietro ai trapianti. Sembra che debbano essere sempre legittimi, si parla sempre delle vite che salvano, delle storie pietose, ma si è molto meno propensi a fornire dati sul numero dei trapianti riusciti, sulla sopravvivenza, e sulla qualità della vita dei trapiantati...Del tutto interno alla logica complottista è invece il ripugnante articolo di Ida Magli pubblicato oggi dal Giornale («Due o tre cose che nessuno dice sui trapianti», 8 settembre, p. 1; un assaggio: «esiste un ordine segreto ma inderogabile che vieta qualsiasi informazione sull’argomento». Vedi anche le indignate considerazioni di Inyqua), che significativamente se la prende con la Chiesa stessa.
Questa retorica, nel migliore dei casi sospettosa e meschina (e demente nel peggiore), farà danni limitati finché rimarrà limitata a poche conventicole di fanatici. Ma in tempi di crisi sociale ed economica basta poco perché faccia prendere fuoco agli animi dei creduli e degli ignoranti. Gli aspiranti incendiari, come si vede, non mancano.
(2 - fine)
Postato da Giuseppe Regalzi alle 16:24 22 commenti
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giovedì 4 settembre 2008
Contro i trapianti /1
Era nell’aria da tempo. Prima i vaniloqui della bassa forza integralista; poi, improvvisamente, il salto di qualità, con un convegno di ‘studiosi’, segnalato con neutralità già di per sé preoccupante da agenzie di area, e con ancor più allarmante compiacimento da qualche nota ultrà:
in un interessante convegno del CNR sulla morte cerebrale gli scienziati hanno affermato che la morte cerebrale non può essere decisiva per l’espianto degli organi. Non è detto che una persona morta da un punto di vista cerebrale sia veramente morta. Lo dicevo, io...Infine, come ormai tutti sappiamo, l’attacco al concetto di morte cerebrale e quindi a gran parte della pratica dei trapianti è approdato all’ufficialità dell’Osservatore Romano, con il famigerato articolo di Lucetta Scaraffia («I segni della morte», 3 settembre 2008, p. 1). Di fronte alle reazioni veementi il magistero ecclesiastico ha creduto opportuno di dissociarsi dalle idee espresse su quello che rimane comunque l’organo di stampa (semi-)ufficiale della Santa Sede; ma è chiaro che gli umori di parte del mondo cattolico volgono ormai in una direzione precisa. Cerchiamo di capire allora quali nuove minacce ci prepara il fanatismo integralista; prima ancora, però, dobbiamo comprendere quale sia esattamente il significato dell’articolo.
A causa di una certa confusione concettuale che pervade le parole della Scaraffia, dei suoi limiti espressivi e del fatto palese che riporti concetti non suoi e male assimilati, mi sembra che molti commentatori – anche fra i più autorevoli – abbiano sostanzialmente equivocato il significato del testo, pensando che vi si sostenga che un ritorno alla vita sia possibile per chi è in stato di morte cerebrale. Questa sarebbe un’obiezione fattuale al criterio della morte cerebrale; ma a me sembra che l’attacco della Scaraffia (e degli ambienti che rappresenta) sia piuttosto definitorio, e quindi filosofico: la morte cerebrale può anche essere definitiva, ma non è comunque vera morte. Vediamo perché.
La persona per il senso comune
Che cos’è una persona? Cosa indichiamo, esattamente, quando diciamo «io»? «Io ricordo una mattina di tanto tempo fa», «io sto vedendo una mela rossa», «io conosco bene i miei limiti di cuoco», sono tutte proposizioni perfettamente comprensibili e adeguate. L’Io è dunque qualcosa che ha un’attività mentale autocosciente – qualcosa che ricorda, vede, conosce? Io sono identico, per dirla più sinteticamente, alla mia mente? Un’obiezione che si può sollevare è che ci sembra altrettanto corretto dire «io ho i capelli biondi», «io zoppico», «io ho le orecchie a sventola»; ma a ben vedere qui stiamo usando la parola in senso lato, e queste frasi sono perifrasi meno precise di «il mio corpo ha i capelli biondi», «il mio corpo zoppica», etc. Se perdo tutta la mia mente sono morto, o almeno in una condizione (dal mio punto di vista) indistinguibile dalla morte: non ci sono più. Al contrario, la maggior parte di noi non ha nessuna difficoltà a identificare per esempio il protagonista di un racconto di fantascienza dopo che è stato sottoposto a un trapianto di corpo: è il personaggio nel cui corpo è finito il cervello dell’eroe. Se l’Io comprende almeno una parte di corpo, questa parte è dunque il cervello, e nessun’altra (non esamino qui il problema se anche il cervello sia in realtà fungibile, e la persona sia completamente identica alla propria mente).
Quand’è dunque, in questa prospettiva, che l’io nasce e muore? In prima approssimazione, diremo che questi momenti coincidono rispettivamente con l’inizio del funzionamento del cervello (in particolare delle aree delegate alla coscienza) e con la fine irreversibile della sua attività. Ecco perché possiamo dire che una persona in stato vegetativo persistente è già morta: perché la sua coscienza non c’è più, e non ci sarà verosimilmente mai più. Ed ecco perché la morte cerebrale (cosa distinta dallo stato vegetativo) è un ottimo criterio medico e giuridico per segnare la morte della persona: perché indica con precisione e al di là di ogni dubbio la fine irreversibile del cervello e quindi della mente (nello stato vegetativo non conosciamo invece ancora sicuramente il momento in cui l’irreversibilità si instaura, e inoltre i nostri mezzi diagnostici sono ancora imperfetti – il che non toglie che in casi come quelli di Eluana Englaro siamo in grado di fare delle prognosi sicure).
La persona per il pensiero cattolico
Radicalmente diversa, inutile dirlo, è la prospettiva dominante fra i cattolici. Per essa la persona è individua substantia rationalis naturae, sostanza individuale dalla natura razionale (la definizione risale a Severino Boezio). Cosa vuol dire? Qui persona non è più chi è autocosciente o razionale, ma bensì colui nella cui essenza è inscritta l’autocoscienza o la razionalità. Un esempio chiarirà le cose ulteriormente. Per noi è naturale dire che un essere umano è bipede se ha due gambe; invece in questa prospettiva un essere umano è bipede in quanto tutti gli esseri umani sono per loro natura bipedi; anche un embrione di due giorni – che di gambe non ha nemmeno l’abbozzo – è bipede, perché nel suo Dna (la versione moderna delle essenze) c’è ‘scritto’ che ha due gambe; e una persona che ha perduto una gamba è bipede anch’essa, anzi è bipede pure se ha perduto entrambe le gambe, perché questa è una condizione accidentale, mentre la sua natura profonda di bipede è invariabile. Un embrione è una persona perché se nessuno lo tocca ha la capacità ‘autonoma’ di diventare prima o poi un essere razionale; un individuo in stato vegetativo è una persona perché se non gli fosse capitato l’incidente che lo ha ridotto in quello stato sarebbe stato necessariamente ancora autocosciente.
Qui l’evento dirimente per la nascita e la morte della persona non è più, allora, il sorgere o il definitivo tramontare della coscienza, ma qualcosa d’altro. La definizione di Boezio parla di «sostanza individuale»; quindi la persona nasce quando dai due gameti si forma un solo essere. Meno chiara è la situazione all’altro estremo della vita: come mai la maggior parte dei filosofi e teologi cattolici ha accettato la definizione della morte come morte cerebrale? Non abbiamo anche lì un individuo umano privo di coscienza per un evento accidentale? Lo scoglio è stato superato in maniera ingegnosa. Nessun richiamo alla definitiva interruzione della coscienza, naturalmente; quello che si sostiene è che l’organismo umano conserva la sua unità grazie al tronco cerebrale. Morto questo (come avviene appunto nella morte cerebrale) rimane solo l’apparenza di un organismo; quello che si ha è in realtà una collezione di organi che non formano più un sistema coerente – com’è provato dal fatto che di lì a poco, inesorabilmente, subentra anche la morte classica: il cuore cessa di battere e i polmoni di respirare. Il morto cerebrale non è più vivo di una sacca di pelle in cui siano stati cuciti all’interno degli organi ancora palpitanti.
La crisi
È proprio quest’ultima credenza che è entrata in crisi. Col tempo ci si è resi conto che in alcuni casi, se le macchine rimangono attaccate, l’organismo non va affatto incontro a una rapida morte: il cuore continua a battere, i polmoni a sollevarsi, le cellule a suddividersi. Questo normalmente non si vede, perché le macchine che tengono in vita il paziente vengono spente subito dopo la diagnosi di morte cerebrale (del tutto indipendentemente dall’eventuale prelievo di organi per il trapianto: quei letti servono, e urgentemente, per pazienti che hanno una speranza di vita). Un’eccezione è quella di cui parla la Scaraffia: donne gravide, cerebralmente morte. Per salvare il feto si prolunga in questi casi l’agonia; e ci si rende conto allora che il paragone con una sacca di organi palpitanti non regge, perché può capitare che dopo un po’ di tempo nasca un bambino. Diventa allora un po’ difficile sostenere che quello che l’ha generato non era un organismo individuale, sia pure tenuto assieme dalle macchine...
È significativo che questi casi siano stati raccolti e divulgati per la prima volta da un medico cattolico, Alan D. Shewmon («Chronic “brain death”: Meta-analysis and conceptual consequences», Neurology 51, 1998, pp. 1538-45); ma chi li ha fatti conoscere al grande pubblico è – come ricorda la Scaraffia – Peter Singer, in un saggio («Morte cerebrale ed etica della sacralità della vita», Bioetica 8, 2000, pp. 31-49) che aveva proprio lo scopo di mostrare le inconsistenze della visione cristiana. Con quali conseguenze, lo vedremo nella prossima puntata.
(1 - continua)
Postato da Giuseppe Regalzi alle 17:01 8 commenti
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mercoledì 3 settembre 2008
martedì 6 novembre 2007
Soglie di Carlo Alberto Defanti
“Il fatto che una persona possa essere dichiarata viva in uno Stato e morta in un altro è certamente un paradosso, una sfida al senso comune”. E proprio una sfida al senso comune può essere definito il nuovo libro di Carlo Alberto Defanti, primario neurologo emerito all’ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano. Soglie. Medicina e fine della vita (Bollati Boringhieri, nelle librerie da giovedì), i complessi problemi riguardanti la fine della vita e la definizione stessa di morte sono stati al centro di una tavola rotonda nell’ambito di “La bioetica tra etica pratica e saperi scientifici. La prospettiva delle professioni sanitarie”, un convegno organizzato dal Master in Etica pratica e bioetica, Università «Sapienza» di Roma, il 5 e 6 novembre scorsi.
Le soglie discusse da Defanti offrono una preziosa occasione per riflettere sulla morte e sul suo cambiamento; e uno strumento formidabile contro semplificazioni e banalizzazioni. Una premessa importante riguarda il modo di affrontare la discussione su questi argomenti. Come lo stesso Defanti sostiene, “non si può prescindere dalle intuizioni morali. Però, siccome possono corrispondere a modelli del passato, devono essere sottoposte ad un vaglio razionale. Ed eventualmente modificate. Questo non significa che siano necessariamente sbagliate, soltanto che non vanno prese per verità immutabili. È un lavoro faticoso, far cambiare idea alle persone è difficile e complesso”. Anche cambiare idea è spesso difficile: Defanti lo ha fatto circa la possibilità di considerare la morte cerebrale come la morte stessa. E nel suo libro racconta questo suo percorso, oltre a soffermarsi su molte questioni di notevole rilevanza e su questioni di metodo.
Spesso un argomento usato per contestare la libertà di interrompere un trattamento sanitario o la libertà di “anticipare” la propria morte consiste nell’affermare – come unica possibilità – la morte naturale. Ove non c’è nulla di “naturale” nel mantenere in vita qualcuno con dei macchinari. È bene ricordare che in molti casi è l’avanzamento della tecnica medica che permette di prolungare la sopravvivenza di quanti fino a pochi anni fa sarebbero morti. La stessa Eluana Englaro, ha ricordato il neurologo, qualche tempo fa non sarebbe mai sopravvissuta: “La morte naturale può capitare in seguito a un incidente in un luogo sperduto; ma tutto il resto è morte culturale”.
Defanti non è ottimista sulla capacità della politica di rispondere ai problemi di bioetica, nemmeno riguardo alle direttive anticipate: “Realisticamente una legge sulle direttive anticipate, se sarà mai approvata, sarà una legge castrata. Ed allora meglio sarebbe nessuna legge”. Perché si rischierebbe di peggiorare la situazione rispetto ad oggi; una normativa sbagliata potrebbe addirittura restringere lo spazio di decisione personale, invece che garantire e rafforzare – come vorrebbe una legge sulle direttive anticipate – il principio che l’individuo può scegliere riguardo ai trattamenti sanitari cui sottoporsi. Sia oggi, in condizioni di coscienza e consapevolezza; sia per domani, qualora non sia più in grado di farlo: in entrambi i casi si tratterebbe di un legittimo esercizio della propria libertà individuale. “Non dovrebbero esserci limiti alla libertà individuale, se non in presenza di danni agli altri”.
Se non possiamo fare a meno delle definizioni (convenzionali e discrete, rispetto all’incessante fluire dei processi biologici, ogni soglia che si cerca di imporre al continuum dell’esistenza sarà imperfetta), non possiamo però sacrificare loro la complessità della realtà. Anche la morte è un processo e in quanto tale difficile da relegare in un momento t preciso e puntuale (sono molto affascinanti, a questo proposito, i capitoli “I segni della morte certa” e la “La paura della morte apparente”).
La concezione di morte cerebrale fa violenza alla gente, che non riesce a crederci. Osservando una persona che è morta cerebralmente non si è capaci di distinguerla da chi non lo è. Il motivo di questo stravolgimento del senso comune sta nel voler aggirare il problema ‘eutanasia’. Conoscendo i retroscena del Comitato di Harvard, dice Defanti, questa esigenza emerge chiaramente”. Il Comitato della Harvard Medical School nel 1968 stabilì un nuovo criterio di morte: il coma irreversibile (irreversibile coma). Le ragioni secondo il rapporto, erano due: evitare di mantenere in vita un individuo con il cuore che ancora batte ma il cervello irreversibilmente danneggiato; rinnovare i criteri di morte per l’espianto di organi. Ma non è un caso che il Comitato sia stato istituito dopo il primo trapianto di cuore effettuato da Christian Barnard a Città del Capo, con lo scopo di evitare contenziosi giudiziari in interventi simili. “Si sarebbe corso il rischio – espiantando da persone in coma – di essere accusati di omicidio. Il medico che eseguiva un trapianto non poteva rischiare di essere accusato di un reato tanto infamante”. Non è nemmeno un caso che la nuova definizione di morte sia stata appoggiata anche dalla Chiesa per non aprire le porte all’eutanasia: “è la scienza che stabilisce la morte (come morte cerebrale), e una volta accertata è lecito eseguire l’espianto. Se l’espianto dovesse seguire una decisione di accelerare la morte del potenziale donatore, sarebbe l’inizio della fine”. Nonostante l’avversione verso la scienza, in questo caso la Chiesa, osserva il neurologo, sembra averla usata per i suoi intenti: “i discorsi di Pio XII sembrano anticipare il concetto di morte cerebrale”.
Le soglie discusse da Defanti offrono una preziosa occasione per riflettere sulla morte e sul suo cambiamento; e uno strumento formidabile contro semplificazioni e banalizzazioni. Ridiscutere i criteri di morte, si badi, nulla ha a che vedere con l’opportunità di usare il criterio di morte cerebrale. “Non voglio attaccare i trapianti – conclude Defanti – ma riflettere e dare conto della complessità. La morte cerebrale può essere considerata come un criterio infallibile di morte a venire (spesso nel giro di poco tempo; qualche volta dopo molto). Questi criteri sono etici, oltre ad essere scientifici”. Chiarire i concetti, insomma, non implica assolutamente sabotare le terapie.
(Pensieri al limite, Galileo, 6 novembre 2007).
Postato da Chiara Lalli alle 19:26 0 commenti
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domenica 18 marzo 2007
Vita, coscienza, diritti
Ismael ha replicato qualche giorno fa («Life to lifeless», 14 marzo 2007) alla risposta che avevo dato a un suo post precedente. In genere, quando si giunge così avanti in una discussione, le cose si impantanano rapidamente in una serie di «io in realtà intendevo dire...» e di altre precisazioni noiose per tutti, tranne (forse) che per i protagonisti dello scambio; ma in questo caso mi sembra che l’ultimo post del mio avversario dialettico mi permetta di approfondire e chiarire i punti del mio post precedente, troppo affrettato forse per risultare del tutto perspicuo. Vale quindi la pena, direi, di indugiare ancora un po’ in questa partita.
Afferma Ismael:
la scienza medica non ha mai certezze assolute, ma “solo” un livello di confidenza – auspicabilmente il più elevato possibile – con l’avverarsi di una previsione. Io non me ne intendo, ma presumo che la letteratura specialistica pulluli di clamorosi affronti all’asserto medico. Oltre ai casi puntualmente riportati da Giuseppe, c’è per esempio la storia di un signore di 84 anni, risvegliatosi in sala mortuaria mentre era addirittura sprovvisto di qualsiasi sostentamento elettromeccanico. Oppure l’incredibile vicenda di Woody, il bambino “miracolato” di cui pochi giorni fa ha scritto anche Bioetiche.I casi clinici cui alludevo nel mio post non volevano affatto costituire un elenco di errori diagnostici, né tantomeno indurre allo scetticismo sul sapere scientifico: in nessuno di quei casi, infatti, la diagnosi di morte cerebrale si era rivelata errata. Perché parlarne, dunque? Com’è noto, la Chiesa cattolica e più in generale il mondo conservatore che ne segue le direttive morali hanno da tempo dato il loro placet etico alla pratica dei trapianti, e quindi all’identificazione della morte cerebrale come criterio valido per determinare il decesso di un individuo. Ma la ragione che la Chiesa adduce non consiste nel fatto che la morte del cervello coincide con quella della persona, perché in questo caso sarebbe costretta ad ammettere che quando il cervello ancora non esiste (e nelle prime fasi della vita dell’embrione il cervello non c’è), non esiste neppure ancora la persona. Invece, i teologi cattolici insistono sulla circostanza che la morte cerebrale sarebbe seguita quasi immediatamente e immancabilmente dalla morte dell’intero l’organismo, che cessa di funzionare come un tutto ordinato: morte del cervello e morte del resto dell’organismo verrebbero quindi in pratica a coincidere. Ma questa giustificazione – già di per sé non del tutto soddisfacente – viene confutata proprio dai casi di individui che rimangono in morte cerebrale per mesi ed anni: ci troviamo, per così dire, di fronte a una condizione cronica di morte cerebrale, in cui l’organismo continua a vivere talvolta a oltranza, riuscendo addirittura in certi casi a sostenere a lungo una gravidanza. E naturalmente non giova dire che comunque la morte è inevitabile e viene rimandata solo dall’applicazione di misure artificiali di sostegno: anche altre condizioni patologiche, come per esempio la sclerosi laterale amiotrofica (tristemente alla ribalta nei casi di Piergiorgio Welby ed altri malati), comportano una prognosi sicuramente infausta a breve/medio termine, e lasciano a un certo punto il malato a dipendere crucialmente dal ventilatore meccanico; ma nessuno definirebbe «morte» queste persone.
Quanto illustrato, casomai, rende difficoltoso attribuire al sapere scientifico il crisma di pensiero “forte”, ma non può e non deve incoraggiare atteggiamenti improntati allo scetticismo o all’attendismo a priori. […] nella stragrande maggioranza dei casi (ciò che, sotto un profilo operativo inferenziale, vale a dire sempre), la morte cerebrale deve considerarsi il prodromo di un decesso sicuro benché artificialmente dilazionato. L’ampliamento dello scarto cronologico tra le cause e i pieni effetti della morte – comunque presente in natura: nei casi di morte per decapitazione, il muscolo cardiaco pulsa ancora per un po’ – è dovuto all’evoluzione delle tecniche di trapianto chirurgico, che richiedono il prelievo degli organi a cuore battente.
Naturalmente su quei casi peculiari di morte cerebrale (ma sono relativamente pochi solo perché la legge autorizza a staccare la spina, né ci sarebbe alcuno scopo ad insistere con le misure di sostegno vitale) c’è una quasi generale consegna al silenzio: la Chiesa non vorrebbe essere costretta a rimangiarsi le posizioni già assunte e ad imbarcarsi, come coerenza vorrebbe, in una crociata impopolare (nonostante le perplessità dei più intransigenti); la scienza laica, da parte sua, preferisce risparmiare ai malati le conseguenze terribili di un’eventuale imposizione clericale di un bando ai trapianti.
La sorte di un embrione, entro un certo periodo di tempo dal congelamento, può avere esiti differenti dalla morte – per esempio tramite l’adozione – pur restando nell’ambito delle evidenze biomediche ordinarie. Perciò distruggerlo non è sempre l’unica alternativa praticabile, né un’opzione conoscitivamente analoga alla dichiarazione di morte cerebrale. Sposando integralmente la tesi dell’indeterminazione del decesso, peraltro, si potrebbe indulgere all’idea – poco sensata – secondo cui è meglio lasciare gli embrioni sovrannumerari in freezer ad libitum, anziché prendere atto su base probabilistica del loro deperimento per raggiunti limiti di “età” e destinarli alla ricerca. Oppure, mutatis mutandis, si potrebbe concludere che occorre vietare del tutto l’espianto di organi.Qui il mio interlocutore cerca di confutare una tesi che non è tuttavia la mia. L’argomento cui Ismael obietta è noto: gli embrioni congelati perdono dopo un certo lasso di tempo la capacità di venire impiantati nell’utero; ma alcune delle cellule che li compongono rimangono vitali, e possono essere estratte e usate come fonti di cellule staminali, in un procedimento che – dal punto di vista etico – ricorda appunto l’espianto di organi, e che dunque dovrebbe risultare ammissibile anche al pensiero morale cattolico. Ma il mio paragone tra statuto dell’individuo cerebralmente morto e statuto dell’embrione non ha nulla a che fare con questo argomento.
[…]
La situazione dell’embrione crioconservato impiantabile è diversa: oltre a non essersi ovviamente potuto esprimere sul “dopo”, hic et nunc esso non è affatto “a fine vita”. Né in senso lato (lo stadio embrionale si situa a inizio vita), né in senso stretto (deve ancora sopraggiungere l’inutilizzabilità dell’embrione a fini riproduttivi). Per di più, i suoi “tutori” possono scegliere di metterlo al mondo o di permettere che altri tentino di farlo al posto loro, non solo di invocarne l’intangibilità. Per tutti questi motivi, la fase vitale in cui si trova l’embrione si distingue ontologicamente da quella in cui versa un morto cerebrale.
Nella condizione di morte cerebrale noi non esistiamo più; ciò che continua a vivere è il nostro organismo, ma noi non siamo identici al nostro organismo: noi siamo persone, menti incarnate. All’altro estremo della vita, un embrione – non solo un embrione crioconservato, ma qualsiasi embrione, anche il più vitale e guizzante nel più caldo dei ventri materni – è allo stesso modo un organismo vivo, che non contiene però ancora alcuna persona (la mente cosciente essendo collegata, in modo sicuro anche se ancora poco chiaro, a una corteccia cerebrale funzionante), il cui statuto morale non si discosta significativamente da quello dell’ovocita o dello spermatozoo, e che quindi non è di per sé soggetto di diritti o interessi, così come non ne è soggetto l’individuo cerebralmente morto (se non per quelli che lo riguardavano da vivo, espressi tramite le sue disposizioni testamentarie), cui si può per esempio staccare il respiratore meccanico senza autorizzazioni particolari.
C’è un’amara ironia nello scandalo che i cattolici integralisti ostentano di fronte a questa concezione, e anzi nella incapacità di molti di loro a capire il senso di discorsi come questo: perché questa, in fondo, non è che la versione scientificamente aggiornata della antica concezione, cristiana e popolare, dell’anima che scende a un certo punto nel corpo, e che a un altro punto lo abbandona; anima che è inoltre dotata della proprietà dell’autocoscienza, a differenza del corpo. C’era una dignità in questa concezione, nonostante il dualismo ingenuo che l’animava, che non si trova più nell’osceno riduzionismo biologico che impera oggi sulle menti dei cristiani, per i quali la persona sembra identificarsi ormai con il codice genetico, in una negazione dei valori umanistici che non mancherà di esercitare un influsso nefasto sulla società (si pensi a chi, come per esempio Antonio Socci, già oggi mostruosamente paragona i genocidi del secolo scorso, con tutto il loro immane carico di sofferenze e di vite concrete spezzate, alla pratica dell’aborto, dove in gioco sono soltanto vite biologiche).
Il caso della morte cerebrale mette insomma in rilievo, se ce ne fosse bisogno, la mancanza di identità tra organismo e persona, a cui si può comunque arrivare anche in altri modi. Supponiamo che il nostro Ismael abbia un amico, che chiameremo Acab; e che uno scienziato folle – anzi, un tecnoscienziato, per usare la dicitura derogatoria oramai invalsa nell’uso di autorevoli cenacoli di cultura come Il Foglio – decida domani di trapiantare a forza il cervello del primo nel corpo del secondo, e viceversa (l’operazione è stata effettivamente eseguita su una scimmia, alcuni anni fa, anche se il povero animale non è sopravvissuto molto a lungo). Ad operazione compiuta, chi si affretterà a rispondere a questo mio post: la persona che si troverà ad animare il corpo di Acab o quella alloggiata nel corpo di Ismael? E chi sarà ritenuto responsabile dei debiti che Acab (un noto scialacquatore) aveva accumulato nei mesi scorsi? Poniamo poi che durante l’operazione il tecnoscienziato si sia lasciato sfuggire dalle mani il cervello di Acab, spiaccicatosi sul pavimento, e che di conseguenza anche il corpo di Ismael, rimasto privo di cervello, sia morto dopo un po’: chi piangerà la scomparsa del suo congiunto quando la cosa si risaprà, i parenti di Acab o quelli di Ismael? Credo che la risposta a queste domande sia univoca; come scriveva anche John Locke, sia pure nei termini e con i concetti del suo tempo (An Essay Concerning Human Understanding, II, 27,15):
se l’anima di un principe, recando con sé la coscienza della vita passata dello stesso, dovesse entrare a informare di sé il corpo di un calzolaio, non appena questo fosse abbandonato dalla sua anima, chiunque vede che questi diverrebbe la stessa persona del principe, responsabile solamente delle azioni del principe.Nell’originale:
should the soul of a prince, carrying with it the consciousness of the prince’s past life, enter and inform the body of a cobbler, as soon as deserted by his own soul, every one sees he would be the same person with the prince, accountable only for the prince’s actions.Quanto proprio a Locke, Ismael mi rimprovera che il suo concetto di persona non era inteso come un «requisito minimo per disporre del diritto alla vita». Ma il richiamo al filosofo inglese nel mio primo post voleva solo fornire un controesempio all’affermazione di Ismael, che riconduceva al pensiero socialista il concetto di persona impiegato da chi coltiva una visione liberale dell’etica; mentre invece nella riflessione filosofica più significativa di oggi si parte sempre proprio dalla persona come la definiva Locke (cfr. il grande classico di Derek Parfit, Reason and Persons, Oxford, Clarendon Press, 1984, pp. 205-8, o la riflessione recente e stimolante di Jeff McMahan, The Ethics of Killing: Problems at the Margins of Life, Oxford - New York, Oxford University Press, 2002, p. 6). Ismael obietta che gli esiti di questa riflessione sono tuttavia ascrivibili al pensiero collettivista:
Ma se non vi fosse un’interdipendenza costruttiva tra diritti oggettivi e soggettivi – magari con i primi subordinati alla presunzione eteronoma della “personalità dialettica” lockiana, a sua volta necessaria al riconoscimento dei secondi – si tornerebbe a privilegiare la concezione relazionale della persona cara ai collettivismi, larvati o meno che siano.Non riconosco però la dicotomia operata da Ismael: i diritti soggettivi, per me, sono interessi del soggetto legittimati e garantiti dal diritto oggettivo, cioè dall’ordinamento giuridico; che cosa sarebbero, invece, i diritti oggettivi? E cosa c’è mai di eteronomo nel voler limitare i diritti soggettivi a soggetti dotati di coscienza (che non esistono se non in quanto esseri coscienti), e quindi portatori di interessi che sono autonomi e non attribuiti loro capricciosamente per le ubbie di qualche lobby religiosa?
Infine:
Bisognerebbe inoltre mettersi d’accordo sul concetto di “soluzione di continuità” che, a quanto mi risulta, delinea la cesura netta tra una fase di un processo e l’inizio della successiva (oppure il termine del processo medesimo). Soprattutto, esso deve permettere di affermare un nesso oggettivo tra il verificarsi di un “salto” in una serie discretizzata di eventi e lo scadere di un lasso temporale prefissato. Invece dobbiamo fare i conti con “il dubbio se ci troviamo di fronte a un’increspatura del muscolo o a una contrazione vera e propria”. Trovo che non sia un dubbio di poco conto, come tutti quelli analoghi a esso.Per «soluzione di continuità» intendevo, vocabolario alla mano, semplicemente l’interruzione di un processo continuo; se nettissima o meno, non mi pare importante. Nello sviluppo fetale non abbiamo quasi mai a che fare con processi che si evolvano secondo una serie di ampiezze p del tipo:
0,1 0,2 0,3 0,4 0,5 0,6...ma piuttosto secondo la serie:
0 0 0 0 0 0,3 1 1 1 1 1 1...(l’esempio del battito cardiaco che facevo rientra a pieno titolo in questa seconda). Basterà pertanto specificare la condizione p>0 per ottenere le garanzie di sicurezza desiderate (le casistiche in nostro possesso consentiranno allo stesso modo di fissare una griglia temporale per i fenomeni che ci interessano, con tanto di earliest observed occurrence). Non credo che ci serva altro.
venerdì 9 marzo 2007
Dall’embrione alla morte cerebrale
Sul tema dello statuto dell’embrione – e più in particolare dello «statuto giuridico dell’embrione umano artificialmente formato all’esterno dell’utero materno» – è intervenuto ieri Ismael («Di embrioni ed espiantati», 8 marzo 2007):
Una tesi molto in voga presso i socialisti è quella secondo cui il diritto alla vita riguarderebbe la persona, non il semplice “individuo di specie umana”. Di solito tale linea assertiva prosegue rammentando che, una volta accertata la morte cerebrale di un paziente, è possibile espiantarne gli organi senza che ad alcuno passi per la mente di gridare all’omicidio.Lasciamo perdere l’accenno incongruo ai «socialisti» (vedremo comunque più avanti quanto sia fondato in questo caso), e passiamo a esaminare le tre obiezioni.
Regge? Mica tanto. Il paragone è incongruo, giacché mette in predicato due termini disomogenei su almeno tre possibili piani di confronto. Quello gnoseologico: prendere atto di un avvenuto decesso – la medicina, a tal proposito, insegna che la morte cerebrale decreta la fine della vita – non equivale certo a procurare deliberatamente il trapasso di qualcuno, come l’etica conservativa ritiene avvenga con la distruzione di embrioni a scopo di ricerca.
In che senso «la morte cerebrale decreta la fine della vita»? La stranezza del predicato («decreta») è una chiara spia di forzatura e di commistione dei piani: casomai è la legge a decretare la fine della vita facendo ricorso alla morte cerebrale (in Italia la legge 578/1994, art. 1: «La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo»). Compiendo comunque uno sforzo interpretativo, se prendiamo «decreta la fine della vita» nel senso di «annuncia la fine vicina e ineluttabile della vita», ci troviamo di fronte al paradosso di dichiarare morto uno che ancora non lo è, ma che lo sarà solo tra «poco»; un «poco» che il progresso tecnico tende oltretutto a dilatare sempre di più: siamo arrivati di recente a una donna in stato di gravidanza dichiarata in morte cerebrale e tenuta in vita artificialmente per ben 25 giorni (João P. Souza et al., «The prolongation of somatic support in a pregnant woman with brain-death: a case report», Reproductive Health 3, 2006; un caso del tutto analogo si è verificato in Italia l’anno scorso), e si trovano in letteratura casi di sopravvivenza protratta per molti mesi (Alan D. Shewmon, «Chronic “brain death”: meta-analysis and conceptual consequences», Neurology 51, 1998, pp. 1538-45); addirittura, sarebbe stato osservato un paziente clinicamente in morte cerebrale sopravvissuto per anni col solo ausilio di un respiratore (ibidem)!
Se invece interpretiamo più liberamente la frase «decreta la fine della vita» nel senso di «segna la fine della vita», dovremmo chiedere a Ismael perché proprio nella morte del cervello si debba identificare la morte dell’individuo, e non nella morte di un qualsiasi altro organo; e la risposta, credo, non potrebbe che essere «perché il cervello è la sede della personalità», è cioè il supporto materiale diretto della mente: che è appunto la posizione di chi – come gli autori di Bioetica – si rifiuta di ridurre la vita personale al bruto fatto biologico.
Ismael prosegue poi con l’analisi di un altro «piano di confronto»:
Quello ontologico: per congruità di confronto, un embrione vitale andrebbe casomai paragonato a un soggetto sano, mentre è l’embrione sicuramente “defunto” per raggiunti limiti temporali di crioconservazione a corrispondere al morto cerebrale – e, quindi, a mettere a disposizione le sue masse cellulari interne similmente a organi da espiantare.La congruità di confronto non è certo un assoluto, ma dipende in realtà da cosa si vuole dimostrare. Qual è l’argomento di chi invoca il parallelo tra morte cerebrale e vita embrionale? Un individuo morto cerebralmente è indubbiamente un essere umano, nel senso di appartenente alla specie Homo sapiens; quali che siano le convenzioni giuridiche, è altrettanto chiaramente biologicamente vivo: la stragrande maggioranza delle sue cellule è viva, il suo cuore pulsa (per quanto aiutato da una macchina), il sangue scorre, i prodotti del metabolismo si accumulano, etc. Allo stesso tempo, non è più una persona: il cervello è distrutto, e non può più sostenere la coscienza. Questo individuo si trova insomma nella medesima condizione di un embrione: un essere umano biologicamente vivo, ma privo della dimensione personale; che nel primo caso si tratti di una condizione patologica e nel secondo no è del tutto irrilevante ai nostri fini.
Si dimostra in questo modo che è del tutto concepibile una separazione tra il concetto di persona e quello di essere umano (separazione che comporta anche un diverso trattamento giuridico), e che chi sostiene il contrario ma continua ad ammettere l’espianto di organi da un essere umano clinicamente morto incorre in una gravissima contraddizione. Sostenere invece che il paragone corretto è con l’embrione defunto significa presupporre che l’embrione sano è una persona: ma questo è ciò che dobbiamo dimostrare, e non possiamo usarlo come premessa, se non vogliamo incorrere in una petizione di principio.
Quello immanente: l’individualità non arreca coercizione a una persona sana, tutt’altro, mentre per un embrione isolato in laboratorio terzietà significa automaticamente cattività.Qui purtroppo, indubbiamente per miei limiti personali, non riesco a capire assolutamente cosa voglia dire Ismael; non posso quindi rispondere – anche se tenderei ad escludere di aver mai pensato che «l’individualità arrechi coercizione a una persona sana» (qualunque cosa significhino queste parole).
L’equivoco retorico appena descritto si gioca tutto sulla distinzione tra l’individuo e un animale mitico: la persona, vale a dire il soggetto di una rete relazionale più o meno complessa (se solo sapeste chi sto citando!). E i sistemi ideologici basati sulla persona – meglio: che subordinano l’attribuzione dei diritti essenziali alla sussistenza di relazioni a vario titolo comunitarie –, più che “liberalismi taroccati”, sono autentici socialismi.Qui purtroppo il nostro autore sembra credere che esista una sola definizione di «persona»; ma non è così, e non è certo quella citata da Ismael la definizione prevalente tra chi ritiene che i diritti vadano assegnati alle persone e non agli esseri viventi dotati di DNA umano. Si consideri questa definizione:
Per determinare in che cosa consista l’identità personale, dobbiamo considerare cosa significhi «persona»; che è, a mio parere, un essere intelligente e pensante, dotato di ragione e riflessione, e capace di considerare se stesso come sé, la stessa cosa che pensa, in tempi e luoghi differenti.Nell’originale:
to find wherein personal identity consists, we must consider what person stands for; – which, I think, is a thinking intelligent being, that has reason and reflection, and can consider itself as itself, the same thinking thing, in different times and places [An Essay Concerning Human Understanding II,27,9].Se solo sapesse Ismael chi sto citando! Di certo – come si vede – non uno che sottoscriveva la concezione relazionale della persona, e neppure un socialista (anche se di questi tempi ci sono alcuni – non sto alludendo al nostro amico blogger, sia chiaro – che sembrano convinti che chiunque sia vissuto prima di Murray Rothbard o di Ayn Rand sia per ciò stesso un pericoloso comunista, e che forse, al nome dell’autore della citazione che ho riportato, reagirebbero con uno sguardo perplesso, esclamando: «ma chi, il personaggio di Lost?»).
Posto che la demarcazione tra individuo e persona rimane scientificamente indeterminata, è proprio l’assenza di una frattura netta nella sequenza continua di trasformazioni che prende il via dall’unione dei gameti in avanti a suggerire un riconoscimento conservativo del diritto alla vita. La certezza dell’oggetto – l’essere umano – genera un nucleo di diritto minimo che il progressivo sviluppo del soggetto – la “persona” nelle sue molteplici accezioni di significato – accresce mediante l’attribuzione di ulteriori dispositivi giuridici.Sulla consistenza logica dell’argomento dell’assenza di fratture nette ha già detto quello che c’era da dire Chiara Lalli ieri; per parte mia vorrei considerare la questione dal punto di vista empirico, e cioè: siamo proprio sicuri che lo sviluppo embrionale e fetale di un essere umano sia un processo privo di soluzione di continuità? Eppure sono tante le fasi ben distinte di questo processo, tanti gli eventi unici e ben delimitati: non è forse vero che il cuore comincia a battere in un dato istante? Ci può essere il dubbio se ci troviamo di fronte a un’increspatura del muscolo o a una contrazione vera e propria, ma certo non ci troviamo di fronte a un processo continuo... Con la coscienza la situazione non è differente: la formazione di sinapsi e l’inizio dell’attività neuronale (segnalata dall’elettroencefalogramma) iniziano verso la 24ª settimana di gestazione; che l’emersione della coscienza sia collegata a questi eventi è un’interpretazione estremamente prudenziale dell’evidenza scientifica. La visione dello sviluppo embrionale come un processo privo di sbalzi e omogeneo sembra debitrice più all’antica visione dell’homunculus, il bambino completo ma minuscolo contenuto nello sperma paterno che nell’utero materno non faceva altro che crescere di dimensioni, che ai risultati della moderna indagine scientifica.
In etica, ma anche nella tecnica, l’approccio conservativo permette di maneggiare l’indeterminazione nel modo più ragionevole: dopotutto, se non si conosce con esattezza la resistenza limite di un materiale da costruzione, il calcolo di una struttura che ne preveda l’utilizzo viene condotto adottando valori ammissibili cautelativi, no?
venerdì 22 dicembre 2006
Già che ci siamo, proibiamo anche i trapianti
L’Agenzia cattolica Zenit ha riportato qualche giorno fa alcune dichiarazioni di scienziati e filosofi di area cattolica, partecipanti a un convegno, che sembrano indicare l’intenzione di riaprire il dossier della concezione legale di morte («Scienziati riuniti a Roma: la morte cerebrale non può essere decisiva per l’espianto degli organi», 14 dicembre 2006). Com’è noto, la Chiesa aveva a suo tempo accettato abbastanza pacificamente la ridefinizione del concetto, da cessazione definitiva delle funzioni cardio-respiratorie a cessazione definitiva delle funzioni del tronco e della corteccia cerebrali; ridefinizione che permette tra l’altro l’espianto di organi per i trapianti. Ma il progresso delle tecniche di sostegno vitale sembra porre in dubbio la nozione che alla perdita delle funzioni cerebrali segua immediatamente anche la fine delle restanti funzioni biologiche; da qui le perplessità raccolte da Zenit:
[Il] professor Roberto De Mattei, Vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha chiesto che “venga messa in discussione questa nozione di morte celebrale” che “risponde più ad un approccio utilitarista determinato dalla pressione di coloro che praticano trapianti piuttosto che un atteggiamento precauzionistico”.Suscita un certo sgomento (ma purtroppo non molta sorpresa) che un vicepresidente del CNR possa parlare di «separazione dell’anima dal corpo»; la vera preoccupazione, però, è che ci si ritrovi da qui a pochi anni a dover sostenere una lotta estenuante per difendere i trapianti d’organo. Ma forse c’è un limite anche alla hybris della Chiesa...
“Nessuno può dimostrare che la morte cerebrale determini la separazione dell’anima dal corpo e dunque la morte reale dell’individuo – ha continuato de Mattei –. C’è un alta probabilità che quel corpo cerebralmente leso conservi ancora un’anima, così come quasi certamente ha un anima l’embrione nella prima fase dello sviluppo”.
“In entrambi i casi – ha concluso il Vicepresidente del CNR – si deve affermare in ‘dubio pro vita’ e cioè nel dubbio bisogna presumere di trovarsi di fronte ad un individuo vivo ed astenersi dal compiere un omicidio. È questo l’insegnamento della Chiesa, che anche il non credente ha sempre condiviso, nel corso dei secoli, come il più idoneo a tutelare e garantire i diritti della persona umana”.
Aggiornamento: Massimo Adinolfi porta alle logiche conseguenze il ‘ragionamento’ di De Mattei, di cui fornisce en passant un ricordo – o meglio, un non-ricordo – personale («In dubio pro vita», Azioneparallela, 22 dicembre 2006).
lunedì 25 settembre 2006
Rino Cammilleri perde un’ottima occasione per tacere
L’ultrà clericale Rino Cammilleri sembra aver cominciato una sua piccola crociata personale contro il trapianto di organi. Dopo aver inciampato qualche giorno fa su una questione tecnica (come messo in rilievo da Vinoemirra, clericale anche lui ma prima di tutto anestesista), ci prova di nuovo, e questa volta fa le cose in grande («Ma una persona non può essere soltanto un corpo», Il Giornale, 25 settembre 2006):
Sul numero dell’8 settembre 2006 della rivista Science alcuni ricercatori delle università di Cambridge e Liegi coordinati dal neurologo Adrian Owen hanno rese note le esperienze scientifiche condotte su di una paziente in stato di morte cerebrale. La donna, una ventitreenne inglese ridottasi in coma per un incidente stradale e poi rimasta in stato vegetativo permanente, grazie a un sofisticato sistema di scanner Mri (immagini per risonanza magnetica), ha mostrato di rispondere a stimoli verbali: «Nonostante la diagnosi di stato vegetativo, la paziente conservava la capacità di comprendere ordini parlati e di rispondere attraverso la sua attività cerebrale».Il dotto Cammilleri, insomma, vorrebbe guidare i suoi stessi pastori; tanta ambizione, però, dovrà essere purtroppo rimandata ad altra occasione. La morte cerebrale – la condizione di chi può essere soggetto all’espianto degli organi – e lo stato vegetativo persistente (o permanente) – la condizione della donna dell’esperimento riportato da Science – sono infatti due cose completamente differenti. Nella morte cerebrale l’intero cervello è morto, e ogni sua attività è per definizione assente; il paziente è tenuto in vita tramite un respiratore. La probabilità che una persona in questo stato riprenda le normali funzioni del cervello è pari a quella che a un amputato ricresca l’arto che ha perso. Nello stato vegetativo persistente il cervello ha ricevuto un danno di estensione variabile, ma alcune aree – in primo luogo il tronco cerebrale, che regola le principali funzioni vegetative – sono vive e funzionanti. I pazienti non rispondono alla maggior parte degli stimoli (e devono trovarsi in questa condizione da almeno un anno, prima che la diagnosi sia possibile), ma respirano autonomamente e non si trovano in coma. Ovviamente la legge proibisce di espiantarne gli organi.
Insomma, l’attività cerebrale di questa donna era uguale a quella di una persona normalmente cosciente. … Così hanno commentato i ricercatori: «Inoltre, la sua decisione di collaborare con gli autori immaginando compiti concreti quando le chiedevano di farlo rappresenta un chiaro atto intenzionale, che conferma al di là di ogni dubbio che era consapevole di se stessa e di ciò che la circondava».
Il fatto apre scenari nuovi, perché una persona «consapevole di se stessa e di ciò che la circonda» non è morta ma viva. … Se la cosiddetta «morte cerebrale» non è affatto morte e nemmeno cerebrale, come si può continuare a espiantare soggetti che, a quanto pare, sono vivissimi anche se non sembra? Nella polemica tra sostenitori dell’eutanasia e obiettori, chi pretendeva l’ultima parola era la medicina. Come nel caso di Terry Schiavo. Ma adesso pare proprio che la medicina abbia cambiato parere, e allora non solo l’eutanasia ma anche l’espianto di organi dovrà essere ripensato. E pure la Chiesa dovrà rivedere qualcuna delle sue certezze, visto che raccomandava la donazione di organi. Altro che «testamento biologico».
Questa distinzione è stata ripetuta fino alla nausea in innumerevoli articoli, libri e trasmissioni televisive a carattere divulgativo; è stranota a chiunque si sia occupato anche solo superficialmente della questione dei trapianti – ma a quanto pare, non a Rino Cammilleri né ai redattori del Giornale, né a qualcuno – il primo di una lunga serie, c’è da temere – che si è bevuto l’articolo di Cammilleri in una sola sorsata, senza batter ciglio e con palese soddisfazione.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 12:40 6 commenti
Etichette: Morte cerebrale, Rino Cammilleri, Trapianti











