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mercoledì 5 marzo 2008

Binetti britannica

Dall’Inghilterra una vicenda che mostra sconcertanti somiglianze con i fatti di casa nostra (Karen Devine, «UK MPs threaten to walk-out over hybrid embryos», BioNews, 5 marzo 2008):

Questa settimana, tre ministri cattolici del Regno Unito hanno minacciato di dimettersi in seguito alla proposta governativa di permettere la creazione di embrioni ibridi – embrioni creati con ovociti animali i cui nuclei sono stati rimpiazzati con materiale genetico umano, per essere usati nella ricerca sulle cellule staminali. I parlamentari in questione sono il Segretario ai trasporti Ruth Kelly, il Segretario alla Difesa Des Browne e il Segretario agli Affari per il Galles Paul Murphy.
Il quotidiano Daily Mirror riferisce che la signora Kelly ha legami con l’Opus Dei, e che Murphy appartiene al gruppo interpartitico pro-life.
Anche altri politici di spicco avrebbero minacciato le dimissioni, mettendo in serie difficoltà il governo di Gordon Brown.
La compatibilità degli integralisti cattolici con la democrazia liberale appare sempre più incerta.

sabato 22 settembre 2007

Illusioni di una scienza smembraembrioni

Francesco Ognibene vuole dire la sua sulla scienza e sulla stampa (La stampa cane accucciato davanti all’uomo delle chimere, Avvenire, 22 settembre 2007).
Descrivendo Stephen Minger (quello delle chimere, se qualcuno fosse distratto) “dal look simile ai profeti della beat generation, l’attesa icona della scienza onnipotente e salvifica, religione dell’uomo ridotto alla sua biologia” non si rende conto di non avere capito quasi nulla degli argomenti di cui parla. Buffo, poi, che protesti contro la riduzione dell’uomo alla sua biologia (colpa di cui si sarebbe macchiata la scienza e forse anche Minger) quando è la sua cieca ostinazione a trasformare una vita biologica in una vita personale. Ma ecco il suo primo affondo:

Se la scienza di cui Minger si fa portavoce promette di venire a capo di malattie oggi inguaribili, come Alzheimer e Parkinson, perché farle tante domande? Lasciamola produrre umanoidi di madre bovina, senza interferire con questioni inopportune. A nessuno infatti sembra venire in mente di grattare sotto le promesse. La stampa, ipotetico cane da guardia di un cittadino spaesato davanti alla scienza, ha invece deciso di mettersi a cuccia, ammirata. E aspetta l’annuncio di applicazioni cliniche sempre imminenti ma che non arrivano mai.
Umanoidi di madre bovina? Ognibene potrebbe essere pronto a buttarsi capo e collo nella letteratura fantascientifica noir, oppure ad essere reclutato da una produzione di soap opera scadenti. Che la stampa sia (o debba essere) il cane da guardia del cittadino spaesato (leggi: imbecille) davanti alla scienza, la dice lunga sulla concezione di Ognibene della scienza (qualcosa di innocuo o di benefico o perfino di dubbio non ha bisogno di un cane da guardia; se non hai nulla da temere non piazzi un cane bavoso e ringhiante che non si sa mai). Il rottweiler si è accucciato: Ognibene ha bucato una ipotesi affascinante. Che il rottoweiler in questione sia un canide nato da qualche esperimento avveniristico, e così si inchina davanti alla sua progenitrice (la scienza avida e indifferente). Ognibene, poi, pensa che la ricerca sia un po’ come la caccia al tesoro delle sagre paesane. Se cerchi per un paio d’ore, alla fine delle due ore in questione dovrai trovarlo il tesoro (se non lo trovi vuol dire che nessuno ce l’ha nascosto, che ti hanno preso in giro: forse qualche esperienza personale?).
Che Ognibene non capisca nulla di scienza emerge anche dalle sue successive argomentazioni e dalle sue domande scandalizzate (come se non bastasse l’avvio).
le perplessità dettate dal senso comune (cellule tratte da un incrocio sono attendibili?) vengono liquidate come zavorra dei soliti cattolici.
Da quando in qua il senso comune ha una connotazione “scientifica”? Si raggiungono vette di pathos quando si cita il martire, il paladino della Verità. E la zampata finale merita di essere letta in tutto il suo vigore.
Chi osa denunciare l’inganno sembra farlo a rischio della propria carriera, perché lo show chiama sulla ribalta solo profeti ottimisti garantendo in cambio notorietà, prestigio e finanziamenti, mentre scienziati a un passo da risultati clamorosi con le staminali adulte – come Angelo Vescovi – devono bussare a mille porte col cappello in mano. È curioso che a cantare le magnifiche sorti degli ibridi siano gli stessi che contestano la legge 40 pesando la sua efficacia con il pallottoliere delle nascite in meno, ma per i quali non conta nulla lo zero nella colonna dei risultati ottenuti, dopo anni di sforzi, dallo smembramento degli embrioni. Ecco, questa è l’antiscienza che occorre smascherare, l’ideologia in camice bianco, il miracolismo illusorio. La realtà è sotto gli occhi di chi la vuol vedere. E le crescenti scoperte sulle cellule adulte non fanno crollare il «muro di Berlino» tra «laici e cattolici», tra «i paladini del progresso scientifico e i difensori dei valori», secondo la singolare tesi di Ignazio Marino: quel muro – tra fatti e favole – si ostinano a rimetterlo in piedi ogni giorno i fautori dell’antiscienza, non quanti portano a casa risultati veri senza toccare un solo embrione. Eppure, si magnifica chi mette le mani sull’uomo neppure sapendo se questo scempio servirà a qualcosa, illudendo tragicamente milioni di malati. La scienza, quella seria, alzi la voce per zittire gli apprendisti stregoni.
Come si fa a riconoscere l’antiscienza se non si ha la più pallida idea di cosa sia la scienza? Come si fa a dividere la ricerca scientifica come fosse un armadio? Di qua i gialli, nell’altro lato i blu. Però un dubbio mi rimane: se la ricerca smembraembrioni fosse utile, Ognibene dismetterebbe i suoi strali?

sabato 8 settembre 2007

D’Agostino e l’androgino

Questa volta a dire la sua sugli ibridi citoplasmatici (la cui creazione è stata approvata in linea di principio tre giorni fa dall’Autorità britannica che regola la fecondazione assistita) è il professor Francesco D’Agostino, ex presidente della Commissione Nazionale per la Bioetica («Perché distruggere un embrione “prevalentemente umano” se è utile?», Il Foglio, 7 settembre 2007, p. 2):

“Lo stesso fatto che gli organismi prodotti verranno distrutti dopo quattordici giorni indica che l’Hfea e gli stessi scienziati sono perfettamente consapevoli della mostruosità. Se non ci fosse ‘niente di male’, perché distruggerli?”.
A dire il vero, lo scopo della creazione degli embrioni ibridi è dichiaratamente la produzione di cellule staminali embrionali, che si estraggono dall’embrione quando questo raggiunge lo stadio della blastocisti (una sfera cava di cellule), a partire dal quinto giorno dopo la fecondazione. Com’è noto, l’estrazione delle staminali comporta la distruzione dell’embrione; e questo dovrebbe bastare a rispondere alla domanda del professor D’Agostino.
Ma ammettiamo pure che per qualche motivo uno degli embrioni ibridi si riveli inadatto allo scopo per cui è stato prodotto; perché – potrebbe ribattere D’Agostino – distruggerlo anche in questo caso, e non lasciarlo sviluppare fino al termine? Il problema è che non sappiamo di quali squilibri metabolici potrebbe soffrire un organismo i cui mitocondri (i corpuscoli che producono energia nella cellula) provengono da una specie non umana. Tutto lascia pensare che un embrione siffatto non riuscirebbe a svilupparsi oltre i primissimi stadi, e in ogni caso lo stato di salute di un individuo nato da questo processo rimarrebbe un’incognita. Sono dunque banali considerazioni etiche a proibire un esperimento di questo genere – si vogliono evitare inutili sofferenze future – e non la paura del «mostro».
Se poi in qualche modo si verificasse comunque una nascita, la persona generata in questo modo non avrebbe assolutamente di mostruoso – almeno, per chi non calcola l’umanità in base alle percentuali di Dna, ma in base a caratteristiche un poco più significative. Sono certo che verrebbe accolta senza problemi da tutti – compreso il professor D’Agostino – così come oggi nessuno ha nulla da dire su una persona a cui sia stata trapiantata una valvola cardiaca di suino (e che dopo un po’ si ritrova con cellule animali sparse dappertutto per il corpo).
Gli scienziati e i fautori delle “chimere” sostengono che si tratti solo di uno studio a scopo terapeutico. “Invece no. La terapia non c’entra. Qui siamo di fronte a una ricerca di tipo palesemente eugenetico: non curare, ma costruire una specie umana migliore. Dunque con un’identità diversa, modificata. Per ora, si dice, è solo sperimentazione. Ma una volta accettata la manipolabilità, il problema è la sua ricaduta nella pratica sociale. Che riguarderà tutti, perché metterà in gioco l’identità degli esseri umani anche in quanto ‘uguali’. Perché in futuro alcuni uomini, quelli che potranno permettersi questa tecno-scienza, potranno dire: ‘noi siamo geneticamente diversi dagli altri’. Ma questa è una prospettiva eugenetica, non certo terapeutica”.
Qui è difficile capire di che cosa D’Agostino stia parlando. A parte la contraddizione flagrante con quanto diceva poco prima (gli scienziati sono consapevoli che si tratta di mostri a cui non fare vedere la luce – anzi no, stanno progettando superuomini migliori di noi), non esiste assolutamente nessun indizio che possa far pensare a una ‘superiorità’ di qualsiasi tipo degli organismi che saranno prodotti in questo modo; casomai è vero il contrario, come abbiamo visto: squilibri metabolici anche gravi sarebbero molto probabili. Quella di D’Agostino è dunque un’illazione destituita di fondamento: si ha la nettisssima sensazione che il professore si sia trovato a corto di argomenti (o che il Foglio l’abbia contattato in un momento poco opportuno...), e che abbia riciclato un discorso pensato per tutt’altre circostanze, in particolare per la cosiddetta ingegneria genetica migliorativa.
Un ribaltamento grave, secondo D’Agostino, anche perché “questo è anche un caso conclamato del fatto che oggi viene difesa di più l’identità dell’animale che quella dell’uomo: nel 2009 nell’Ue entrerà in vigore una direttiva che vieta ogni sperimentazione sugli animali. Ma non esiste un divieto analogo per l’embrione umano”.
Proviamo a ripetere le ragioni di questa ‘scandalosa’ disparità (anche se il divieto del 2009 riguarda in realtà solo la sperimentazione dei cosmetici): gli animali – in particolare uccelli e mammiferi – sono esseri sensibili, che è intuitivamente sbagliato sottoporre al dolore per motivi che non siano assolutamente necessari. Un embrione, invece, non è certamente un essere sensibile, né tantomeno una persona dotata di coscienza; questo, almeno, di nuovo, per chi non attribuisce valore solo alle percentuali di Dna ma guarda a qualcosa di più sostanziale. Per chi la pensa a questo modo il dolore di una singola creatura innocente vale e varrà sempre molto di più di miliardi di embrioni di «purissima specie umana».
Inoltre, se si accetta non solo che l’embrione è materia manipolabile, ma che il genoma umano può essere modificato, allora in futuro si potrebbe scambiare il patrimonio genetico tra uomo e donna, ibridare un androgino. E sarebbe ancora il concetto di identità umana a essere violato.
Come già l’articolo che registrava le opinioni di Angelo Vescovi, anche questo si chiude su questa bizzarra evocazione, out of the blue, di una minaccia stravagante e ovviamente del tutto inventata: lì era il «buomo», l’ibrido vivente tra uomo e bue, qui l’androgino. Ti immagini il redattore del Foglio che sollecita l’intervistato: «ora, professore, per la chiusura, mi servirebbe qualcosa di impressionante. No, il minotauro l’abbiamo usato ieri...».
Si potrebbe rispondere a D’Agostino che siamo tutti ibridi, con un patrimonio genetico che è frutto dello scambio fra quello di un uomo e quello di una donna; ma immagino che il professore già lo sappia. Cosa avrà voluto dire? L’unica possibilità è che pensasse a esseri umani dotati di due cromosomi X e di un cromosoma Y... Ma questi esistono già: sono le persone affette dalla sindrome di Klinefelter, o sindrome XXY. Sono maschi (non androgini) con ridotta fertilità e, talvolta, altri sintomi. Nessun bisogno di riprodurre in laboratorio embrioni con questa sfortunata caratteristica, se non – forse – per studiare una cura. Ah, ma già, dimenticavo, questa sarebbe eugenetica, non si può fare...

venerdì 7 settembre 2007

Vescovi contro gli ibridi

Sul Foglio di ieri Angelo Vescovi spiega perché, secondo lui, gli embrioni ibridi la cui creazione è stata appena ritenuta ammissibile da un’autorità regolatrice britannica sarebbero completamente inutili («Che la chimera possa servire a curare malattie umane resta una chimera», 6 settembre 2007, p. 1):

“Dobbiamo considerare – premette Vescovi – che la ricerca sulla clonazione terapeutica ha bisogno di grandi quantità di cellule uovo […] si parla di migliaia di ovociti necessari. Impossibile immaginare di ottenerli se non ricorrendo a quelli animali, ed è già un’ammissione della paurosa inefficienza di questa tecnica”.
Ci troviamo, come si vede, di fronte al solito Comma 22 di tutti gli oppositori degli studi sulle staminali embrionali: senza ricerca i risultati sono scarsi; ma i risultati sono scarsi, quindi la ricerca non deve partire...
E ora, aggiunge Vescovi, “si dice che gli embrioni ibridi (ammesso che si riesca davvero a ottenerli) serviranno a studiare i meccanismi di alcune gravi malattie umane, ed è un immenso controsenso scientifico”. Perché? “Ma perché sappiamo che spesso è sufficiente una minima alterazione di un enzima di una cellula o del rapporto bioenergetico tra alcuni organuli intracellulari, per produrre uno stato patologico in un organismo, e stiamo parlando di una situazione fisiologica, ovvero di una cellula interamente umana”. Che cosa può avvenire, allora, in embrioni ottenuti mediante fusione di una cellula somatica umana con un ovocita animale privato del proprio nucleo, ovvero “quando si andrà ad accoppiare un nucleo di origine umana con il Dna mitocondiale di cellule bovine? Come minimo, il rapporto bioenergetico tra il nucleo e il Dna della cellula umana e quello bovino sarà decine di volte più alterato di quanto accada in una cellula che di per sé è patologica anche per una lieve e unica alterazione”.
Ecco il punto: “Come è possibile pensare che quello così ottenuto possa essere considerato un modello affidabile per lo studio di patologie umane, come il diabete o il Parkinson, nelle quali plausibilmente la morte delle cellule è data da piccoli squilibri? La cosa non è scientificamente sostenibile”.
Cerchiamo di tradurre in termini comprensibili. I mitocondri sono piccoli componenti isolati che si trovano nel citoplasma della cellula, al di fuori del nucleo. La loro funzione principale è di fornire energia al resto della cellula. Negli ibridi citoplasmatici, di cui stiamo parlando, il nucleo della cellula è umano, mentre gran parte del citoplasma – e con esso dei mitocondri – è di origine animale. Il dubbio espresso da Vescovi è legittimo: saranno in grado i mitocondri di vacca o di coniglio di fornire energia in modo adeguato a una cellula umana? Alcune malattie che si vorrebbero studiare con le cellule staminali derivate da questi embrioni (come i morbi di Parkinson e di Alzheimer) sembrano dipendere almeno in parte proprio da anomalie nel funzionamento dei mitocondri: che credibilità avrebbero, allora, degli studi effettuati con cellule con mitocondri non umani? E prima ancora di questo: la struttura di un mitocondrio è formata in gran parte da proteine costruite in base al Dna del nucleo. Non è affatto certo (ed esistono prove sperimentali che sembrerebbero escludere questa possibilità) che essa possa lavorare con il Dna mitocondriale, se questo appartiene a una specie animale molto distante da quella umana.
Esistono, come si vede, parecchie incertezze; ma è proprio per questo che servono gli esperimenti. Dai commenti di Vescovi e di altri emerge una strana idea della scienza empirica, in cui l’esperienza di laboratorio si avvia solo quando si ha già la verità scientifica in tasca, dopo averla conquistata in qualche modo non specificato.
La situazione, del resto, non è priva di speranze. Il nucleo umano che viene inserito nella cellula animale non arriva perfettamente pulito e isolato: è accompagnato da una frazione del citoplasma umano, con i suoi propri mitocondri. È perlomeno concepibile che questa percentuale di mitocondri umani possa essere aumentata, e che sfruttando proprio la temuta incapacità dei mitocondri animali di funzionare a dovere possa prendere il sopravvento sulla frazione animale (cfr. Inter-species embryos: A report by the Academy of Medical Sciences, 2007, pp. 25-26).
Quanto agli studi sul Parkinson e sull’Alzheimer, essi costituiscono solo una parte delle proposte di ricerca (che dovranno comunque ricevere individualmente l’approvazione delle autorità britanniche); in effetti, gli embrioni ibridi dovrebbero servire in primo luogo a studiare i meccanismi del trasferimento di nucleo, in modo da migliorarne l’efficienza. In particolare, si potrebbe chiarire il funzionamento della riprogrammazione che rende nuovamente indifferenziato il nucleo di una cellula specializzata; in questo modo, sarebbe forse possibile riprodurre il fenomeno anche senza passare attraverso il trasferimento nucleare. Per queste ricerche è perlomeno concepibile che un imperfetto funzionamento dei mitocondri si riveli irrilevante.
Perché, allora, tanta enfasi sull’importanza della creazione di ibridi? Secondo Angelo Vescovi, nella decisione inglese “vince una certa visione anglosassone della ricerca come opera magna che nulla può arrestare. Ma la percezione è che gli interessi più forti in gioco siano solo in piccola parte scientifici. Sappiamo che i riflettori dei media sono accesi in permanenza sul capitolo clonazione, che suscita speranze di brevetti e di grandi guadagni”.
La visione che della scienza anglosassone ha il professor Vescovi necessita forse di qualche correzione. Il baconiano «realizzare tutto ciò che è possibile» ha sempre avuto un seguito sottinteso: «e che serva a qualcosa». Le risorse sono limitate anche in Inghilterra, e a nessuno piace sprecare soldi e anni di carriera inseguendo – per usare la non originalissima battuta del Foglio – chimere. Questi esperimenti potranno concludersi benissimo in un nulla di fatto (come tutti gli esperimenti scientifici che vengono iniziati), ma la speranza che portino a risultati importanti c’è.
Quanto agli interessi economici in ballo, ecco un nuovo paradosso: se le cellule staminali sono un vicolo cieco, com’è possibile che qualcuno speri di ricavarne una montagna di soldi? I soldi si fanno essenzialmente vendendo cure efficaci, non certo elemosinando fondi per la ricerca; questo vuol dire, di nuovo, che esiste una speranza concreta di arrivare a risultati utili. Vale anche la pena di sottolineare che, a differenza di quanto uno potrebbe capire dagli articoli di Vescovi e di altri come lui, anche le staminali adulte sono state oggetto di brevetti: alcuni dei quali registrati – sorpresa! – dal professor Vescovi in persona. L’illustre scienziato si trova insomma nella stessa barca con i suoi colleghi delle staminali embrionali – anche se, in effetti, una differenza c’è: questi ultimi non hanno mai tentato di mettere fuorilegge le ricerche della ‘concorrenza’, mentre Angelo Vescovi ha dato un contributo non esiguo a far fallire il referendum sulla legge 40, che avrebbe potuto rendere di nuovo pienamente legali gli studi sulle staminali embrionali in Italia...
“Forse qualcuno sogna di costruire in laboratorio un ‘buomo’, metà bue e metà uomo. Allora, per favore, non chiamiamola scienza”.
E su questo, infine, siamo d’accordo: questa non è scienza, e anche chi evoca questi fantasmi non è – mentre lo fa – scienziato.

mercoledì 5 settembre 2007

Rule Britannia!

La Hfea, l’agenzia governativa del Regno Unito che regola il campo della fecondazione assistita, ha deciso oggi di garantire in linea di principio agli scienziati britannici il permesso di produrre i cosiddetti ibridi citoplasmatici, embrioni creati con l’inserimento del nucleo di una normale cellula umana nell’ovocita (privato dei propri cromosomi) di un animale, che diventeranno fonti di cellule staminali embrionali ovviando alla scarsità di ovociti umani. Le richieste dei gruppi di ricerca dovranno comunque venire approvate una per una. Una legge che regolerà ufficialmente il campo dovrebbe essere approvata in parlamento entro la fine dell’anno; essa non potrà che confermare l’orientamento liberale assunto dalla Hfea, dopo che l’anno scorso una proposta governativa di bandire questa e altre tecniche simili aveva causato una sollevazione nel mondo scientifico. Lunedì scorso un sondaggio aveva rivelato che una ampia maggioranza del pubblico, il 61%, è favorevole alla creazione di questo tipo di ibridi.

Una vittoria per i liberali di tutto il mondo e per la ricerca scientifica: il Regno Unito si conferma ancora una volta all’avanguardia. Una sconfitta per gli integralisti, strenui avversari – come scrivevamo tempo fa – di «tutto ciò che mette in pericolo l’ordine immutabile e ‘naturale’ del mondo, e con esso gerarchie e privilegi consolidati da tempo immemorabile». Britons never, never shall be slaves!

martedì 10 aprile 2007

BioNews

Da BioNews di oggi tre rapidi aggiornamenti su vicende che abbiamo seguito qui su Bioetica:

  1. Natallie Evans ha perso l’ultimo appello. La Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha infatti rigettato l’istanza della donna, che chiedeva di farsi impiantare gli embrioni congelati contro l’opposizione del padre genetico, l’ex compagno della Evans. Curioso il commento di Anna Smajdor, una bioeticista dell’Imperial College di Londra, in supporto della donna: la Gran Bretagna è ossessionata dall’idea che la trasmissione dei propri geni sia l’essenza della paternità, lamenta la Smajdor; dimenticando che si potrebbe dire la stessa cosa a proposito della maternità... (Jess Buxton, «UK woman loses final embryo appeal»).
  2. Un gruppo di ricercatori svedesi è riuscito nell’impresa di trapiantare l’utero ad alcune pecore: dei quattordici animali sottoposti all’operazione, quattro sono ora gravidi – e sette sono morti (Heidi Nicholl, «Successful womb transplants in sheep lead to pregnancy»).
  3. La Commissione Scienza e Tecnologia della Camera dei Comuni britannica ha contestato il divieto ventilato dal governo alla creazione di embrioni ibridi, creati da ovociti di vacche o conigli il cui nucleo verrebbe sostituito con un nucleo tratto da una cellula umana. Attendiamo impazienti di sapere in che modo questa volta Il Foglio traviserà la notizia... (Antony Blackburn-Starza, «Parliamentary committee backs ‘hybrid embryos’»).

venerdì 2 marzo 2007

I cugini del Lupo Mannaro

Lo ha annunciato trionfalmente il Times, quotidiano inglese che nei giorni scorsi ha dato voce a 45 scienziati pronti a modificare l’embrione umano innestando parti di Dna animale. In Inghilterra gli ibridi tra uomo e animale si faranno. È l’ultima frontiera per i seguaci della scienza “libera” ad ogni costo (tra i firmatari dell’appello troviamo politici, scienziati, bioeticisti e addirittura tre premi Nobel) che si adoperano affinché l’Inghilterra mantenga il suo ruolo di paese all’avanguardia nella ricerca selvaggia. E il Governo sembra essere concorde.
Così inizia un pezzo di Nero sul Piacenza Day (Trionfale il Times. Gli uomini-chimera si devono poter fare, 28 febbraio 2007) quotidiano di informazione gratuito aggiornato 24 ore su 24. Suggerirei l’uso di un dizionario della lingua italiana, lemma “informazione”.
Istruttivo anche consultare i contrari, soprattutto la seconda proposta. (Non vorremmo spingerci a suggerire di cambiare il nome alla testata.)

Quanto alla manipolazione di concetti quali “embrione”, “chimera”, “Dna” nonché “scienza”, suggerirei un approfondimento (o forse una prima lettura?) in qualsivoglia manualetto di biologia (andrebbe bene anche il sussidiario alla voce: “Scienza”).

Non pago del catastrofico annuncio, Nero aggiunge:
Dunque nei laboratori della Corona Unita sarà possibile nell’immediato futuro creare embrioni misti, a partire dall’ovulo di un cane o di uno scimpanzè, in cui potrà essere inserito il patrimonio genetico umano. Il famoso “Lupo Mannaro americano a Londra” avrà presto tanti cugini.
Se e quando ne incontriamo uno chi avvertiamo?

(L’uomo lupo è di Lele Corvi)

giovedì 1 marzo 2007

Nell’attesa che Il Foglio si chiarisca le idee

Il Governo britannico sembrerebbe orientato, secondo il Times (Mark Henderson, «Scientists triumph in battle over ban on hybrid embryos», 27 febbraio 2007), a non opporsi più alla creazione in laboratorio di embrioni umani a partire da ovociti di conigli o di mucche, con lo scopo di studiare la tecnica della clonazione terapeutica e di produrre cellule staminali senza dover ricorrere a donatrici umane.
I commenti indignati di integralisti e atei clericali non si sono naturalmente fatti attendere. Come si ricorderà, Il Foglio si era reso ridicolo qualche tempo fa, quando la questione era stata per la prima volta sollevata, equivocando grossolanamente la natura della tecnica: che per l’editorialista consisteva nella fecondazione con sperma umano di un ovocita animale, quando una conoscenza elementare (nel senso di «appresa alle scuole elementari») della biologia gli avrebbe impedito di uscirsene con un simile, grottesco sproposito. In realtà, la tecnica consiste nel privare l’ovocita animale del nucleo (con tutti i cromosomi), e di sostituirlo con il nucleo di una cellula normale umana (con 46 cromosomi): una variante della clonazione, insomma (ma l’embrione ottenuto non verrà fatto sviluppare oltre un certo termine). L’embrione erediterebbe dall’animale solo i mitocondri, organelli che si trovano al di fuori del nucleo, che regolano il metabolismo e che sono dotati di un loro patrimonio genetico, minuscolo se confrontato con quello contenuto nel nucleo.

Da un articolo pubblicato ieri («Al 99,9 per cento umani», 28 febbraio 2007, p. 3), sembrerebbe che al Foglio abbiano finalmente capito come stanno le cose (no, non hanno mai rettificato l’errore: come direbbero loro, per fortuna questa non è mica la Gran Bretagna!); ma solo per ricadere in altri buffi equivoci, come vedremo subito.

Se cadrà la restrizione sulla creazione di chimere, e sembra ormai cosa fatta, l’Inghilterra si confermerà come avanguardia orwelliana mondiale, oltre che europea. Quegli esseri a percentuale variabile di umanità, che per ora (ma è solo questione di tempo) nessuno pensa di far sviluppare fino alla nascita, avranno il Dna mitocondriale dell’animale da cui provengono. Gli scienziati che pretendono di trarne in futuro staminali da usare sui malati, sostengono che quell’aspetto è insignificante. Altri scienziati, però, fino a oggi ci hanno spiegato qualcosa di molto diverso. Ci hanno detto, cioè, che il Dna mitocondriale è un potente strumento per ricostruire le caratteristiche di una specie, perché passa indenne attraverso le generazioni. Do you remember Lucy, ovvero la cosiddetta “Eva mitocondriale”, quella che (sempre autorevoli scienziati) considerano la comune progenitrice dell’umanità? Nell’attesa che la scienza si chiarisca le idee, la tecnoscienza, comunque, non si ferma.
Tralasciamo pure l’uso dell’aggettivo «orwelliano» (al Foglio, immagino, pensano che George Orwell sia l’autore di Brave New World...), e concentriamoci sulla scienza. Il DNA mitocondriale non è «un potente strumento per ricostruire le caratteristiche di una specie», visto che di tutte le caratteristiche di una specie regola solo il metabolismo cellulare; è invece un utile strumento per ricostruire le origini e le migrazioni di una specie o di una popolazione. E lo è non perché «passa indenne attraverso le generazioni», ma per il motivo opposto: perché da una generazione all’altra varia in modo relativamente regolare (altrimenti non ci sarebbero più problemi: conigli bovini e umani lo avrebbero identico, visto che discendono da un antenato comune – ops, pardon, dimenticavo che al Foglio non credono alla common descent...).
Do you remember Lucy?, ci chiede l’editorialista. Noi sì, ce la ricordiamo; lui invece un po’ meno, visto che confonde Lucy, una femmina di Australopiteco vissuta circa tre milioni e duecentomila anni fa, verosimilmente imparentata in qualche modo con l’umanità attuale e del cui DNA non sappiamo nulla, non essendo mai stato analizzato, con la Eva mitocondriale, cioè con la femmina, probabilmente di Homo sapiens, vissuta circa 150.000 anni fa, che costituisce il più recente antenato comune per via materna dell’intera umanità (non la progenitrice comune, che sarebbe tale anche per via paterna).

Nessuno è tenuto a conoscere questi fatti, beninteso, anche se sono tutti facilmente accessibili; ma chi si vuole impancare a giudice della moralità altrui, farebbe bene a chiarirsi prima le idee. Foss’anche solo per non fare la figura del pagliaccio.

martedì 20 febbraio 2007

I mostri e il monsignore

Una delle più bizzarre obiezioni alla vendita di ovociti (che il governo britannico si appresterebbe a legalizzare, stando alle ultime notizie) è stata avanzata da monsignor Elio Sgreccia, in un’intervista apparsa ieri sulla Stampa (Daniela Daniele, «“Qual è il progetto? Così potrebbe nascere una stirpe di mostri”», 19 febbraio 2007):

Il commercio di ovuli fa pensare che ci sia un progetto di riproduzione. Che cosa vogliono fare? Il gamete, ovulo e spermatozoo, è cellula che si presta a qualsiasi tipo di fecondazione, anche tra specie diverse, ovulo umano con sperma di animale o viceversa. Parliamo di esperimenti che possono diventare incontrollabili. La curiosità degli scienziati non ha limiti. Potrebbe derivarne una stirpe di cui non si conosce la provenienza, così come un mostro, o si potrebbe dare il via a una serie di sperimentazioni selvagge. Quindi, la prima cosa che devono fare i ricercatori è agire con trasparenza e dirci che progetti hanno.
Come è noto, secondo una delle definizioni più diffuse, si dice che due specie animali sono differenti quando gli individui che appartengono ad esse incrociandosi non riescono a generare progenie fertile. Naturalmente non risulta sempre facile accertare questa circostanza: per esempio, se le due specie vivono separate geograficamente. Inoltre due specie possono essere incapaci di generare prole per molti motivi: per mancanza di attrazione sessuale reciproca (non molti esseri umani troverebbero attraente un gorilla del sesso opposto, e viceversa), per incompatibilità dei rispettivi apparati genitali, e simili (uno spermatozoo umano potrebbe trovarsi a mal partito nell’utero di un orango). In questo senso, è vero che gameti di specie diverse uniti in laboratorio potrebbero prestarsi a fecondazioni ardite; ma a questo punto entra in gioco la pura diversità genetica. Più l’antenato comune di due specie si situa indietro nel tempo, più sarà difficile che i suoi discendenti possano annullare la distanza che li separa. Ora, l’animale geneticamente più simile all’uomo, e cioè lo scimpanzè, si è separato dal ceppo comune circa sei o sette milioni di anni fa; che oggi uno spermatozoo umano possa fecondare un ovocita di scimpanzè è già quasi incredibile; che lo zigote così formatosi possa cominciare a dividersi sarebbe un evento del tutto inverosimile (basti pensare al fatto che gli esseri umani hanno un paio di cromosomi in meno); che in questo modo possa nascere una creatura ibrida è pura fantasia.
È possibile che Sgreccia sia caduto in un equivoco che ha già fatto altre vittime: in Gran Bretagna si è parlato di recente della possibilità di produrre chimere uomo-animale, e alcuni hanno creduto che ciò avvenisse tramite la fecondazione con sperma umano di ovociti animali. Ma se questo equivoco è ciò che ci si può attendere dal Foglio di Ferrara, autentico focolaio di ignoranza e di falsificazione, dal Presidente della Pontificia Accademia per la Vita ci si aspetterebbe uno standard almeno un poco più elevato.

Ciò che colpisce nella risposta di Sgreccia, a parte la labilità delle sue conoscenze scientifiche, è l’immagine della scienza e degli scienziati, che sembra ispirata più dalla lettura dell’Isola del dottor Moreau che dalla realtà attuale: ce lo vedete un comitato etico che dà il benestare a un esperimento di questo tipo? O uno scienziato che spende il suo tempo in ricerche che non potrà palesemente mai pubblicare? O ancora, riuscite a trovare credibile la fuga della creatura dal laboratorio (devo supporre che Sgreccia, quando parla di «stirpe di cui non si conosce la provenienza», si riferisca a un’eventualità di questo genere), a seminare il panico in città?
L’Italia paga già le conseguenze di un insufficiente sostegno alla ricerca; la demonizzazione gratuita degli scienziati non l’aiuta di certo a uscire da questa situazione.

mercoledì 8 novembre 2006

Il Foglio tocca il fondo

Sul Foglio di oggi, un editoriale – non firmato – dedicato alla richiesta di alcuni ricercatori britannici di essere autorizzati a creare chimere tra uomo e altri animali per lo studio delle tecniche del trasferimento nucleare (o clonazione terapeutica), comincia così («La chimera non è più una chimera», 8 novembre 2006, p. 3):

La Hfea, autorità inglese per la fecondazione umana e l’embriologia, ha da ieri tre mesi di tempo per decidere se rilasciare, a due diverse équipe di ricerca (una guidata da Stephen Minger, del King’s College di Londra, e l’altra da Lyle Armstrong, del North East England Stem Cell Institute di Newcastle), una licenza che autorizzi la creazione di ibridi con ovociti di vacche, conigli e capre inseminati con sperma umano. Scopo dichiarato degli esperimenti è quello di trarre cellule staminali dagli embrioni “allo 0,1 per cento animali e al 99,9 per cento umani” che ne risulterebbero.
E qui possiamo anche smettere di leggere. Perché l’anonimo autore non ha palesemente la benché minima idea di che cosa sta scrivendo. Non c’è da effettuare nessuna inseminazione di ovociti animali con sperma umano: che cosa pensa l’anonimo, che possa nascere un embrione vitale mettendo assieme gameti di specie così distanti? Crede davvero che se un toro si accoppiasse con una novella Pasifae ne verrebbe fuori il Minotauro? Che gli hanno insegnato a scuola, niente? E in questo caso perché si impanca a sentenziare tronfiamente su cose che non capisce?
La tecnica proposta consiste nell’inserire il nucleo di una cellula somatica umana – non quindi di uno spermatozoo, ma di una cellula della pelle, per esempio – in un ovocita animale dal quale sia stato estratto il nucleo, e che sia quindi privo del genoma animale – tranne per i piccoli tratti di DNA che si trovano nei mitocondri dell’ovulo, e che determinano solamente alcune caratteristiche del metabolismo dell’organismo risultante.

Alla fine del miserrimo articolo viene riportato il giudizio della fanatica anti-choice Josephine Quintavalle, che «ha definito “aberrante” l’idea di mescolare umano e animale nell’identità genetica. “È un sentimento umano primario – ha dichiarato al Telegraph – l’idea che animali e creature umane non debbano essere mescolati”». La signora confonde evidentemente le proprie idiosincrasie razziste con il «sentimento umano primario». L’unica idea aberrante, qui, è quella di chi fa dipendere l’umanità dalla costituzione genetica di un essere, e non dalla sua capacità di pensare e di provare sentimenti; che un ibrido al 99,9% umano, se fosse vitale, quasi certamente possiederebbe in misura maggiore della stessa Josephine Quintavalle – e di tutta quanta la redazione del Foglio, naturalmente.

Aggiornamento: un commento un po’ ribaldo di Maurizio Colucci sulla questione. Da leggere!

Aggiornamento 2: il titolo del post di Aioros sullo scivolone del Foglio vale già da solo una visita.

martedì 7 novembre 2006

Gran Bretagna: cellule umane e ovociti bovini

Scientists in Britain have applied for a licence to create hybrid embryos using human cells and animal eggs for stem cell research to develop new treatments for diseases such as Parkinson’s, stroke and Alzheimer’s.

The researchers from Kings College London and the North East England Stem Cell Institute (NESCI) submitted the application to the Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA), a regulatory body that oversees embryo research and fertility treatment.

If the application is approved, the hybrid embryo will be 99.9 percent human and 0.1 percent animal. By using animal eggs, the scientists hope to overcome the shortage of human eggs left over from IVF treatments, which have been used for stem cell research.

[…]

They will use nuclear transfer, the technique used to create Dolly the sheep, the world’s first cloned mammal. The nucleus of the animal egg will be removed and fused with the nucleus from a human cell. The egg will develop until it is a cluster of cells, or blastocyst.

After six days, the scientists will remove the stem cells, which can develop into any cell type or tissue. The early embryo will be destroyed before it is 14 days old in accordance with the licence.

Articolo completo: Approval sought for human/animal embryo research, Reuters UK, November 6, 2006.
Speriamo che la notizia non valichi i confini degli scienziati e dei ricercatori, altrimenti non ci sarà risparmiata la solfa sulle chimere o sui mostri creati in laboratorio...

domenica 15 ottobre 2006

Una fonte particolarmente immorale di staminali

Uno dei problemi principali che si frappongono all’uso terapeutico delle staminali estratte dagli embrioni umani è quello del rigetto. Le cellule, infatti, una volta trapiantate corrono il rischio di non essere riconosciute dall’organismo come proprie, e di scatenare quindi una risposta immunitaria. Alcuni tipi di cellule pongono meno problemi di questo tipo (qui un altro esempio), ma in generale è chiaro che ciò costituisce un serio ostacolo alle terapie; oltretutto, nel caso di patologie invalidanti ma che non mettono a rischio la vita, l’uso di farmaci antirigetto potrebbe non essere conveniente in termini di rapporto costi/benefici.
La soluzione principale (le alternative sono ancora molto aleatorie) proposta per risolvere il problema è costituita dal trasferimento nucleare, cioè dalla cosiddetta clonazione terapeutica (la prima denominazione viene adesso usata per evitare l’opposizione irrazionale dei poco informati, a cui è stato fatto credere che la clonazione costituisca il peccato supremo). La tecnica, com’è noto, consiste nell’inserimento del nucleo di una normale cellula del paziente in un ovocita che sia stato privato del proprio nucleo: la cellula, con gli stimoli adeguati, comincia a dividersi, e dà origine a un embrione geneticamente identico al paziente, che a questo punto può riceverne le staminali senza problemi di rigetto.
Purtroppo, i problemi non mancano neanche qui. La tecnica – sperimentata per la prima volta con successo con cellule umane da Miodrag Stojković dell’Università di Newscastle, nel 2005 – è estremamente poco efficiente, richiedendo decine di tentativi prima di ottenere un embrione vitale, e questo la rende poco pratica. Si spera che con la ricerca l’efficienza aumenti, ma ciò richiederebbe a sua volta innumerevoli esperimenti; e dato che, come abbiamo visto, la tecnica si basa sull’uso di ovociti, ciò si tradurrebbe nel consumo di un numero enorme di queste cellule. Ma il prelievo di ovociti da una donatrice è una procedura a rischio di complicanze (e, in casi rarissimi, di morte), e questo genera ovviamente una certa penuria di donazioni. Sono stati elaborati vari schemi di pagamento per chi cede le proprie uova, ma i problemi etici sono palesi; in ogni caso, il numero di cellule necessario per la ricerca (che si aggiunge a quello richiesto per la fecondazione eterologa e per la creazione di staminali embrionali usando l’usuale fecondazione in vitro) risulterebbe probabilmente eccessivo e non raggiungibile.

È in questo quadro che si inserisce l’annuncio, fatto da scienziati britannici di tre diversi centri di ricerca, di richiedere alla Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA) una licenza per la creazione di chimere umano-animali (Heidi Nicholl, «British stem cell scientists seek licence to create chimeras», BioNews, 9 ottobre 2006). Ovociti di conigli e di bovini saranno privati del nucleo, per ricevere quello di cellule somatiche umane: una variante del trasferimento nucleare, insomma. Le cellule staminali che si otterrebbero in questo modo sarebbero geneticamente umane al 99,9%, e animali per il restante 0,1%: ogni cellula contiene infatti fuori dal nucleo degli organelli, i mitocondri, che sono dotati di un proprio limitato codice genetico e che derivano sempre da quelli della cellula uovo. Naturalmente gli embrioni chimerici sarebbero usati solo per scopi di ricerca, e non sarebbe loro permesso di svilupparsi oltre il 14º giorno dalla fecondazione.

Difficile dire se gli integralisti condanneranno o meno la distruzione di un embrione umano al 99,9%. Opporsi significherebbe auspicare la nascita di quello che, in un certo senso, è un ibrido uomo-animale (oltre che un clone); non opporsi implicherebbe – per le peculiari idee di costoro – non opporsi in teoria neppure all’uccisione della corrispondente persona adulta, che però sarebbe di fatto indistinguibile da un normale essere umano. Bisognerà ricordarsi di porre loro la domanda, se e quando verrà il momento.
In ogni caso, si opporranno sicuramente all’esperimento, in nome di un disgusto viscerale, che è poi disgusto per l’attenuazione dei confini, per la messa in dubbio di essenze credute immutabili (è lo stesso motivo, al fondo, dell’opposizione alla teoria dell’evoluzione, che implica anch’essa una perdita di distinzione tra l’uomo e l’animale). Disgusto, e paura, per tutto ciò che mette in pericolo l’ordine immutabile e ‘naturale’ del mondo, e con esso gerarchie e privilegi consolidati da tempo immemorabile.