Il servizio del TG2 delle 20.00 dedicato ad Eluana comincia con l’introduzione del conduttore “la ragazza è in coma”. Prosegue con l’unica testimonianza della suora che assiste Eluana. Suor Albina afferma che la ragazza reagisce e riconosce le voci. “La vita di Eluana è un mistero” dice. E poi chiede al padre di “lasciargliela”. Scorrono le foto e i corridoi e le strade di Lecco. Poi ricomincia suor Albina.
Segue un caso umano che non vede non parla e sembra non capire (pare sia in coma). La madre dice che è difficile ed è doloroso, ma che è il destino.
Almeno viene specificato che non è la stessa condizione in cui si trova Eluana. Una informazione può bastare.
Qual era la notizia annunciata? Ah: che il senato ha avviato una procedura per...
mercoledì 16 luglio 2008
Il tiggì su Eluana
Il dubbio su Adriano Celentano
E se leggesse un testo di neurologia, anche divulgativo, un bignami, un riassuntino?
A meno che per lui serenità non significhi qualcosa di misterioso. Più misterioso ancora del “trionfale ingresso nella vita celeste”?
O forse la serenità, per lui, è assenza di reazione?
Il miracolo, in questo caso, sarebbe il silenzio. Il silenzio invece di questi sproloqui deliranti.
Eluana era così
Dal decreto della Corte d’Appello di Milano, Prima Sezione Civile, n. 88/2008, p. 39:
«Alla sera della domenica ho appreso che Filippo era morto in un sinistro stradale. Ho visto Eluana il lunedì mattina che era venuta a casa mia prima di andare a scuola per commentare la vicenda di Filippo. Era scossa. Ricordo in particolare una sua frase che mi aveva lasciata scossa: e cioè che era meglio che fosse morto piuttosto che rimanere immobile in un ospedale in balia di altri attaccato a un tubo – per cui era meglio morire. […] Io quel lunedì avevo cercato di dirle che per me la vita era importante, ma lei era ferma nella sua opinione. Eluana era così. Non c’era verso di farle cambiare idea – era molto determinata nelle sue convinzioni».
martedì 15 luglio 2008
Povero Zingarelli
Quando Francesco Rutelli parla di coraggio, verrebbe da tirargli in testa almeno le ultime edizioni...
Parla per te
Scienza & Vita emette un altro comunicato su Eluana Englaro.
“No alla prima esecuzione capitale della storia Repubblicana italiana. No alla sentenza di morte pronunciata da alcuni giudici italiani contro Eluana Englaro”.Le affermazioni insensate sono quelle di sempre, ormai sono familiari (morte naturale, condanna a morte). Ma i toni si alzano, diventano più violenti e hanno la pretesa di essere condivisi.
In queste ore si può consumare un terribile dramma che potrebbe restare come una macchia indelebile sulla coscienza di tutto un popolo, quello italiano, che in tante occasioni ha invece manifestato un amore senza confini per la vita umana in ogni sua fase, dal concepimento e fino alla morte naturale. Fermare la mano di chi si appresta a togliere la vita dando attuazione alla sentenza di un tribunale – peraltro sostenuta da alcuni settori minoritari dell’opinione pubblica e della medicina – è a questo punto un dovere insopprimibile per tutte le coscienze libere di questo Paese. E lo pretende il rispetto delle stesse leggi italiane che non ammettono l’eutanasia, tale essendo ciò che si sta per commettere.
Per questo ci rivolgiamo a tutta l’opinione pubblica, ai mondi della cultura e della scienza, del diritto e dell’economia, dell’informazione e del sociale perché con noi, e accanto a noi, sappiano pronunciare un grande “Sì” alla vita e un “No” insuperabile alla condanna a morte di Eluana.
Troppe volte abbiamo commentato quanto scritto da S&V e sarebbe noioso farlo per l’ennesima volta.
Però ci tengo a non essere inclusa in questa ipocrita indignazione (e dubito che tutto il popolo italiano la pensi in questo modo). Tuttavia sono sicura su quanto penso io: vorrà dire che sarò in uno di quei settori minoritari. Pazienza. Come si dice? Meglio soli che male accompagnati.
La cultura della morte
Giuseppe Marinello, deputato del PDL dichiara:
L’eutanasia di Eluana Englaro, ratificata con una sentenza inaccettabile è nel nostro paese un reato punito dalla legge. Le fughe in avanti e l’esaltazione della cultura di morte sono derive pericolose che non possono né essere tollerate né essere negoziate con i valori della vita umana. Il Parlamento ha il dovere di legiferare al più presto per evitare il ripetersi di tali aberrazioni giuridiche.Nella prima parte si diceva in accordo con Bagnasco.
Se alleggerire i piatti è troppo impegnativo
La lettura del decalogo del Wellness Gourmet suscita varie emozioni: la prima è una reazione pavloviana di ipersalivazione, soprattutto se è passato del tempo dall’ultima volta che si è consumato un pasto come si deve.
La seconda è la considerazione che nutrirsi rischia di diventare un appuntamento molto impegnativo, cui dedicare l’intera giornata per controllare la genuinità degli alimenti, la portata calorica, la qualità, la cottura giusta. A meno che non si sia dotati di cuoco personale… Per non parlare dell’opportunità di conoscere la storia e la cultura dietro ad ogni cibo per meglio assaporare i nostri pasti: “Mangiare solo con la pancia è limitativo perché è limitata la quantità di cibo che possiamo assumere”.
Chissà quanti impallidiscono, consapevoli dello sconsiderato modo di alimentarsi “mordi e fuggi”, in piedi tra una riunione e una telefonata, oppure ricorrendo a quei terribili cibi precotti e quasi predigeriti di cui ignorano perfino la composizione.
Ci sono poi spunti interessanti di riflessione più generale. Il primo principio della filosofia del Wellness, “la salute”, suggerisce la differenza tra amore e dipendenza: “chi rinuncia alla salute per amore del cibo diventa schiavo del suo oggetto d’amore” – consiglio che potrebbe essere applicato anche ad altri oggetti d’amore. I principi dal 2 al 5, “la qualità dei cibi”, si esprimono su uno dei tormentoni del momento: la presunta identificazione tra ciò che è biologico e ciò che è sano, il cui sintomo è l’invasione del suffisso bio- a garanzia di qualità e salubrità (addirittura giudicano positiva l’innovazione tecnologica applicata agli alimenti e “miope e ingiustificato” il suo rifiuto). E le cui varianti sono tradizionalità e naturalità: come se il veleno dell’Amanita virosa non fosse del tutto naturale!
(DNews, 15 luglio 2007)
lunedì 14 luglio 2008
Si sveglia dopo 18 anni – o no?
Su Avvenire del 12 luglio Paolo Lambruschi intervista Giuliano Dolce, «80 anni, direttore scientifico della clinica Sant’Anna di Crotone, scienziato di fama internazionale, uno dei luminari italiani nella cura degli stati vegetativi» («L’agonia di Eluana sarà lunga e dolorosa», pp. 4-5). A un certo punto il professor Dolce fa una rivelazione ai lettori del quotidiano della Cei:
Eluana Englaro è in stato vegetativo da 16 anni. C’è un limite temporale oltre il quale non ci si risveglia?Si tratterebbe naturalmente di un caso eccezionale e probabilmente unico; le conseguenze sul caso Englaro potrebbero essere forse meno scontate di quanto sembra implicare Dolce – che peso dare ad eventi che hanno probabilità quasi nulle di verificarsi? – ma certo andrebbero prese in seria considerazione.
«Non si può dirlo con cognizione scientifica. All’ultimo convegno mondiale sui danni cerebrali di Lisbona, in aprile, è stato citato il caso di un paziente statunitense che si è risvegliato dopo 18 anni».
È strano però, a pensarci bene, che la notizia non abbia avuto grande risonanza mediatica; ma questo può capitare. Mi sono messo dunque a cercare il convegno mondiale sui danni cerebrali di Lisbona. Trovarlo non è stato difficile: si tratta del Seventh World Congress on Brain Injury, organizzato dalla International Brain Injury Association. Ciò che invece si è rivelato veramente arduo da rintracciare è la comunicazione relativa al paziente risvegliatosi dopo 18 anni. Ho scaricato il programma (pdf) del convegno, e ho dato una scorsa al nutritissimo calendario degli interventi. Nessuna traccia del caso in questione; ma i papers presentati sono veramente tanti, e mi potrebbe essere sfuggito. Ho cercato allora nel testo un po’ di termini chiave: «recovery», «PVS», «vegetative», «18 years», svariate combinazioni con la radice «wake». Niente. L’unica cosa che assomiglia a quanto dice Dolce è una comunicazione letta l’11 aprile 2008 da Joseph Giacino, e intitolata «The Man Who Slept 19 Years: Lessons Learned from Terry Wallis». Sembrerebbe quello che stiamo cercando: il paziente – di cui si è parlato abbondantemente su tutti i media mondiali – è statunitense, e si è risvegliato dopo circa 18 anni; ma non da uno stato vegetativo persistente. Terry Wallis è stato per tutti questi anni in uno stato di minima coscienza (Minimally conscious state), una condizione ben diversa da quella di Eluana Englaro. Naturalmente non posso pensare neppure per un attimo che un «luminare» come il professor Dolce abbia mal compreso o addirittura intenzionalmente alterato i fatti; può darsi che Avvenire ne abbia riportato male il pensiero, oppure che ci troviamo di fronte a una coincidenza e che la comunicazione fosse un’altra, contenuta in un intervento il cui titolo non era abbastanza perspicuo – almeno non per me.
Il punto chiave, qui, è che chi dà queste notizie all’opinione pubblica (e chi le ospita) ha il dovere di renderle verificabili. Non ci vuole molto: è sufficiente aggiungere il nome di chi ha fatto la comunicazione al convegno. In gioco non c’è la mezz’ora che ho perso cercando di venire a capo della notizia, ma le speranze (o le illusioni) che così si inducono in chi ha un familiare in stato vegetativo. Teniamone conto.
Aggiornamento: in questi giorni viene richiamata spesso in rete da personaggi senza scrupoli anche la storia di Jan Grzebski, un polacco che si sarebbe risvegliato pure lui dopo 19 anni (passando direttamente dal comunismo alla Nato e alla Ue). Dalle descrizioni del caso, tutte abbastanza confuse (si parla sempre impropriamente di «coma»), si capisce comunque facilmente che questa persona non si trovava affatto in uno stato vegetativo persistente, ma probabilmente in qualche forma di sindrome locked-in.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 11:24 45 commenti
Etichette: Avvenire, Eluana Englaro, Giuliano Dolce, Jan Grzebski, Stato di minima coscienza, Stato vegetativo persistente, Terry Wallis
domenica 13 luglio 2008
Cara Eugenia Roccella ti scrivo
(In risposta alla lettera di oggi e anche se, temo, non servirà a niente).
Se cominciassimo a dismettere alcune espressioni e a chiarire i termini e i concetti usati avremmo fatto qualche passo nella direzione giusta.
“Temi eticamente sensibili” è un pessimo ma comune modo, ormai, di riferirsi alle questioni di bioetica e ai diritti civili. I temi non sono sensibili: possono essere sensati, sciocchi, male argomentati (molto spesso) ma non provano alcuna sensazione. Sono le persone ad essere sensibili e a soffrire per lo scarso coraggio istituzionale e politico: si pensi al mancato riconoscimento per le famiglie non coronate dal matrimonio (molte famiglie, quelle omosessuali, non possono sposarsi e non possono trascrivere un matrimonio celebrato all’estero perché sarebbe “contrario all’ordine pubblico”! – secondo la circolare Amato) o alla interminabile discussione sulle direttive anticipate.
Attribuire il fallimento politico di un partito o di una parte politica alla temerarietà sui “nuovi diritti individuali” (così li chiama Eugenia Roccella) fa sorridere. Soprattutto se si alza lo sguardo dalla propria pancia e si osserva che cosa comporta la legislazione italiana: discriminazione. Discriminazione per i cittadini italiani in materia di salute (un solo esempio: la legge 40), libertà e famiglia. Si invoca l’Europa solo quando fa comodo, mai per sottolineare che l’Italia si distingue per l’arretratezza e l’indolente apatia.
Che sia necessario arrivare a una posizione condivisa non è così scontato come sembra: in primo luogo perché ci sono alcune questioni (i diritti civili, appunto) su cui non dovrebbe valere la regola della maggioranza come in una riunione di condominio: non accetteremmo che si reintroducesse la schiavitù, nemmeno se vi fosse una schiacciante maggioranza a votare per il sì. In secondo luogo: come si fa a discutere con quanti affermano che esistono valori non negoziabili? Come si fa a trattare con chi afferma che su alcune questioni non c’è nulla da discutere?
Su Eluana Englaro vorrei accogliere l’invito del padre Beppino: lasciare che torni una questione privata, dopo una battaglia dolorosa, lunga ed estenuante per affermare la volontà della ragazza.
Ma non posso non ricordare che la domanda centrale sulle questioni di fine vita è: siamo disposti a riconoscere alle persone la possibilità e la libertà di decidere della propria esistenza?
Questa è la domanda cui bisogna rispondere. La mia risposta è sì, non solo è giusto ma doveroso.
Non possiamo avere la certezza assoluta e attuale perché Eluana non può esprimere il suo parere (ma tanto venivano scritte analoghe parole quando Piergiorgio Welby chiedeva di essere lasciato morire in pace), ma abbiamo ragione di credere che Eluana non avrebbe desiderato sopravvivere in questo modo. Il volere di una persona che non può più esprimerlo può essere ricostruito dalla sua vita e dalle testimonianze di chi le voleva bene.
Per concludere: farebbe sorridere, se non fosse drammatico, che molti di quelli che condannano la decisione dei giudici di Milano fino a ieri si sgolavano per il rispetto della morte “naturale”. Negli ultimi 16 anni la vita di Eluana è stata artificiale; senza l’intervento dell’artificio sarebbe morta poco dopo l’incidente. L’umanità che invoca Roccella è il rispetto dei desideri altrui, anche o soprattutto se diversi dai nostri, e non l’imposizione di una Verità che maschera la prepotenza e la presunzione.
Cosa non è il caso di Eluana Englaro
Non è un caso di eutanasia. La parola «eutanasia» è usata quasi sempre per indicare la cosiddetta eutanasia attiva, cioè un’azione (che in genere consiste nella somministrazione di un farmaco adatto) volta a causare la morte il più possibile indolore di un’altra persona. Nel caso di Eluana Englaro, invece, quello che è stato chiesto e che la corte ha concesso è il permesso di sospendere un’azione, in particolare la somministrazione di nutrimento per mezzo di un sondino; un permesso dunque non di fare ma di smettere di fare.
Si può obiettare che in realtà non c’è alcuna differenza: che si tratti di un’azione o di un’omissione, in ogni caso si sta provocando la morte di un essere umano. E indubbiamente dal punto di vista morale è così – anzi in questo caso la somministrazione attiva di un farmaco potrebbe apparire addirittura più accettabile ed umana della sospensione del nutrimento. Ma dal punto di vista giuridico le cose cambiano: tra fare ed omettere c’è una grande differenza. Supponiamo che io mi rechi in un paese africano e ne irrori le coltivazioni con diserbanti, e faccia saltare in aria i magazzini di generi alimentari e le vie di comunicazione. Della carestia e delle morti per fame che ne seguiranno sarò penalmente responsabile (e sarò fortunato se me la caverò con un ergastolo). Ma se la carestia è già in corso e io, pur avendone i mezzi, non invio un contributo in denaro capace di limitare i danni a quelle popolazioni, e causo con questa omissione delle morti che altrimenti non ci sarebbero state, sarò moralmente responsabile – forse addirittura quanto nell’altro caso; ma è difficile immaginare che io possa essere anche responsabile penalmente.
Parlando in generale, la legge non ci obbliga ad agire a beneficio di altre persone, neanche quando in gioco c’è la loro vita. Ci sono delle eccezioni, naturalmente, che riguardano per esempio i tutori della legge, o i genitori di un minore (che implicitamente, riconoscendolo alla nascita, assumono l’obbligo di averne cura), o tutti noi nel caso che l’azione che ci viene richiesta non sia onerosa (è il caso che riguarda l’omissione di soccorso). Ma il principio generale non cambia; e sicuramente non si può aggiungere alle eccezioni quella di obbligare qualcuno a ‘beneficiare’ persone, come Eluana, che hanno espresso la chiara volontà di non ricevere quel tipo di benefici.
Viceversa, la legge in generale ci obbliga a non causare intenzionalmente con una nostra azione la morte di altre persone. Anche qui ci sono eccezioni: legittima difesa e stato di guerra sono quelle che vengono subito alla mente. Nell’ordinamento giuridico italiano non c’è fra le eccezioni l’omicidio del consenziente, neppure nella forma particolare dell’eutanasia volontaria. Ci sono molte ed ottime ragioni per ritenere che l’eutanasia dovrebbe venire ammessa fra quelle eccezioni; ma al momento non lo è, e praticarla legalmente sarebbe impossibile.
Non è un caso di accanimento terapeutico. Il concetto di accanimento terapeutico, come ci ricorda Anna Meldolesi in un intervento di questi giorni, è praticamente un’esclusiva del dibattito bioetico italiano, mentre altrove è ignoto. Comunemente viene inteso come l’applicazione a malati terminali di trattamenti medici pesanti e incapaci di apportare benefici di nessun tipo ai pazienti; in pratica, condannando l’accanimento terapeutico si condannano le cure inutili – cosa che dovrebbe essere scontata, e che non è molto utile ribadire. Nel caso di Eluana Englaro non siamo ovviamente di fronte a questa accezione di accanimento terapeutico: la paziente non è terminale, e la nutrizione artificiale è essenziale per tenerla in vita. La cosa tuttavia è irrilevante: per il principio del consenso informato tutti i trattamenti medici, anche quelli indispensabili a tenere in vita una persona, anche quelli sopportabilissimi e niente affatto pesanti, possono essere praticati soltanto se chi li subisce li ha accettati. È questo che è in gioco nel caso Englaro e in tutti i casi analoghi (anche se la sentenza della Cassazione, sulla quale si fonda quella di questi giorni della Corte d’Appello, su questo punto non è completamente coerente). E si può anche andare oltre: il dibattito interminabile sulla natura dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali – si tratta di trattamenti medici o no? – è del tutto inutile (anche se effettivamente essi sono trattamenti medici). Il principio generalissimo che vale è questo: nessuno può mettere le mani sul mio corpo contro la mia volontà, per nessun motivo. Il corpo è la mia proprietà più intima e inalienabile, di cui io solo posso decidere.
Non è un caso di discriminazione. Contrariamente a quanto alcuni insinuano, nel caso di Eluana Englaro non è stato stabilito che la vita di ogni paziente in Stato Vegetativo Persistente è priva di valore. Quello che in realtà è stato provato è che vivere in queste condizioni era privo di valore per Eluana. Molti di noi sono portati a commentare, a proposito di casi come questo, «è vero, una vita come quella non è degna di essere vissuta». Ma questa affermazione può avere un senso solo in quanto costituisce in realtà una forma abbreviata del giudizio «una vita come quella non la riterrei degna neppure per me di essere vissuta». Non si tratta soltanto di concedere a chi riduce la vita umana al brutale dato biologico di vivere e morire in accordo con le proprie credenze; anche chi non la pensa come costoro può ritrovarsi a preferire di non essere lasciato morire. Per esempio, uno può ritenere che la sua vita personale si arresti con la perdita definitiva della coscienza, e che tutto ciò che accade in seguito al suo corpo non lo riguardi più; e di conseguenza può disporre che il sostegno vitale non venga interrotto se ciò può risultare di beneficio ai suoi familiari, che magari trarrebbero conforto da quel simulacro di presenza continua del loro caro. Ogni vita è degna di essere vissuta, se è degna per chi la vive.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 13:13 10 commenti
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venerdì 11 luglio 2008
Sempre il solito
Sul testamento biologico:
L’autodeterminazione della persona non può prevedere i due fatti naturali dela [sic] vita e della morteSu Eluana Englaro:
Chi può dire che Eluana la pensasse proprio così,chi può dire che dopo questi 6000 giorni di vita la pensa ancora così?Sullo Stato Vegetativo Persistente:
Il coma è una forma di vita, più pacifica e affannata di altreNon c’è bisogno, penso, di rivelare il nome dell’autore di questi profondi pensieri...
Postato da Giuseppe Regalzi alle 20:13 8 commenti
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giovedì 10 luglio 2008
I vantaggi di una appartenenza religiosa
Cassazione: marijuana, per i rastafariani è strumento di meditazione, vanno capiti, Il Corriere della Sera, 10 luglio 2008.
La Cassazione, con una sentenza degna di nota, ha dichiarato che i fedeli di tale credo, se trovati in possesso di «erba» devono incontrare la comprensione e la tolleranza dei giudici, «nella credenza che l’erba sacra sia cresciuta sulla tomba di re Salomone». La Consulta ha accolto così il ricorso di un uomo contro la condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione e 4 mila euro di multa per illecita detenzione a fine di spaccio inflittagli dalla Corte di appello di Perugia nel 2004. I carabinieri lo avevano trovato con circa un etto di marijuana. In Cassazione l’uomo ha detto di essere un rastafariano e di fumare erba in base ai precetti della sua religione, che ne consentono l’uso fino a 10 grammi al giorno.Se sei ateo o indeciso o miscredente finisci in galera, o ti succede di molto peggio (come ad Aldo Bianzino).
Intendiamoci: io sono a favore della legalizzazione ma preferirei che valesse per tutti e senza tirare in ballo la fede o la religione. Né ipocrite o paternalistiche motivazioni per mantenere l’illegalità.
Senza pudore
Sebbene sia difficile scegliere la dichiarazione peggiore della giornata, quella di Renato Farina le si avvicina (e con lei chi ha deciso di riportare il suo illustre parere):
Renato Farina, deputato e giornalista, chiede l’intervento di Napolitano contro una «crudele condanna a morte».Notevole, ma non per niente è il nostro eroe, anche il commento di Luca Volontè, secondo il quale sarebbe una
ingerenza su temi, come la vita e la morte di una persona.
Postato da Chiara Lalli alle 09:46 2 commenti
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Eluana adesso può morire in pace

“Eluana è morta il 18 gennaio 1992” afferma da tempo il papà Beppino. In seguito a un grave incidente automobilistico Eluana si trova da allora in uno stato vegetativo persistente. La decisione dei giudici della Corte d’Appello civile di Milano di ieri autorizza a interrompere la nutrizione e l’idratazione artificiali che la tengono in vita. Una vita meramente organica: Eluana non reagisce agli stimoli ambientali. La sua condizione è irreversibile. Il danno cerebrale è tale da permettere di inferire l’assenza di coscienza e di percezione: la sua condizione è simile a quella di chi si trova in una profonda narcosi da cui non è possibile tornare indietro.
La decisione della Corte è l’ennesima di una lunga e complessa battaglia legale intrapresa dal padre per garantire il rispetto della volontà della ragazza: poco prima del suo incidente un amico aveva subito lo stesso drammatico destino di Eluana. “Non vorrei mai essere mantenuta in vita se dovessi trovarmi in condizioni simili”, aveva detto Eluana.
Chi è in grado di esprimere un consenso non può essere obbligato a subire alcun trattamento sanitario, anche se il rifiuto significa una morte probabile o certa. Eluana non è più in grado, da quel 18 gennaio, di manifestare la propria volontà. Ma lo aveva fatto prima di scivolare in questo limbo creato dall’avanzamento tecnologico. Eluana sarebbe morta da tempo senza gli artifici della medicina, che hanno il potere di salvare molte vite, ma qualche volta creano situazioni drammatiche e insopportabili. Buffo che quanti si sgolano ad invocare la morte “naturale” per opporsi alla libertà di scelta delle persone si affrettino ora a rimangiarsi tutto. In questo caso ad essere naturale sarebbe proprio la morte di Eluana, e non la sua sopravvivenza. Ma la questione principale non è poi nemmeno l’ambiguo e trito richiamo alla natura, ma la volontà personale e il suo doveroso rispetto.
Il cuore di tutte le discussioni di fine vita è se esiste davvero la libertà di scelta in ambito sanitario.
I giudici di Milano hanno ricostruito il volere della ragazza e hanno deciso di rispettarlo, dopo avere verificato l’assenza di qualunque speranza di un cambiamento delle sue condizioni. Hanno fatto anche qualcosa in più, acconsentendo a spostarla in un hospice o in un altro luogo di ricovero in cui Eluana potrà essere assistita in modo adeguato. La vita di Eluana non terminerà infatti con la sospensione dei trattamenti: durante tale periodo è opportuno somministrarle qualsiasi provvedimento (come inumidire le mucose, cambiare la posizione del corpo e lavarla) per garantire un dignitoso accompagnamento alla morte. I giudici infine raccomandano la possibilità della presenza e dell’assistenza da parte dei suoi familiari.
Benché la Cassazione possa fare ricorso, la decisione dei giudici di Milano permetterebbe a Beppino di rimuovere fin da oggi il sondino nasogastrico. E rappresenta un segno importante per il rispetto di quel “purosangue della libertà” – come Beppino ricorda la figlia – e per quanti hanno a cuore la possibilità di scegliere della propria esistenza.
(DNews, 10 luglio 2008)
Postato da Chiara Lalli alle 09:34 1 commenti
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mercoledì 9 luglio 2008
Scienza e Vita ha le idee piuttosto confuse (o fa il gioco delle tre carte)
E sembra essere un eufemismo.
Come prevedibile la decisione dei giudici di Milano ha scatenato reazioni di ogni tipo. Finora la più interessante è quella contenuta in un comunicato di Scienza e Vita (già dal titolo: La società dei sani ha condannato Eluana).
Ci sarebbe molto da commentare, ma riporto un passaggio che rasenta la genialità. Secondo S&V la decisione si basa su motivazioni errate, e la più errata è
l’idea che una persona in stato vegetativo sia soltanto una vita biologica, dimenticando che fino a quando c’è vita biologica, quella è sempre e comunque una vita personale, espressione di una dignità che interpella in modo forte le coscienze e la responsabilità di tutti.Sarebbe interessante chiedere loro cosa ne pensano del prelievo di organi. Prima di svelare il pericolo in agguato.
Eluana Englaro
Stop alla nutrizione artificiale: finalmente è rispettata la sua volontà.
In attesa dei dettagli.
martedì 8 luglio 2008
Altri cibridi
La Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA), l’ente britannico che si occupa della procreazione medicalmente assistita e della ricerca sugli embrioni umani, ha assegnato una nuova licenza per la creazione di cibridi, ossia di embrioni derivati da un ovocita animale il cui nucleo è stato sostituito con quello di una cellula somatica umana. La licenza, della durata di 12 mesi, è andata al Clinical Sciences Research Institute dell’Università di Warwick, che userà ovociti di maiale e cellule di individui affetti da cardiomiopatia per ottenere cellule staminali e studiare su di esse i meccanismi genetici della malattia. Si tratta della terza licenza assegnata dalla HFEA: le prime due erano state ottenute dal Kings College di Londra e dall’Università di Newcastle. Questa volta ci dovrebbe essere una novità scientifica: il gruppo di Warwick prevede di usare sostanze chimiche per eliminare ogni traccia dei mitocondri suini dalle cellule staminali, sostituendoli con mitocondri umani, in modo da ottenere cellule il cui corredo genetico sia al 100% umano. In questo modo, oltre ad eliminare alcuni degli argomenti ‘etici’ spesso avanzati contro questo tipo di ricerche, si potrebbero in prospettiva aprire nuove possibilità per l’uso terapeutico dei cibridi.
(Fonte: Rebecca Robey, «‘Egg sharing’ and ‘hybrid embryos’ offer hope for stem cell research», BioNews, 7 luglio 2008.)
lunedì 7 luglio 2008
Boicotta anche tu McDonald!
Boicottare McDonald: e subito uno pensa perché si vuole sostenere la vita vegetariana, o per combattere la sofferenza degli animali o le condizioni di allevamento. Perché magari pensi che trattano male i lavoratori oppure che non rispettino le regole di sicurezza.
Niente di tutto questo.
L’American Family Association (AFA) propone di boicottare il colosso dei panini perché non discrimina gli omosessuali. Già.
Lo scrivono chiaramente nelle motivazioni del boicottaggio:
It is about McDonald’s, as a corporation, refusing to remain neutral in the culture wars. McDonald’s has chosen not to remain neutral but to give the full weight of their corporation to promoting the homosexual agenda, including homosexual marriage.Addirittura a favore del matrimonio gay! Che vergogna.
McDonald è anche colpevole di aver sponsorizzato il Gay Pride di San Francisco (1997).
La tollerante e cristiana associazione AFA ha una spiccata tendenza verso il boicottaggio (soprattutto verso quanti si avvicinano alla comunità LGBT).
Bill Whitman, portavoce americano ha commentato (Gay-Marriage Opponents to Boycott McDonald’s, Whashington Post, july 4, 2008):
Hatred has no place in our culture. That includes McDonald’s, and we stand by and support our people to live and work in a society free of discrimination and harassment.
Postato da Chiara Lalli alle 12:26 10 commenti
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domenica 6 luglio 2008
Settant’anni fa, un altro «censimento»
Gad Lerner, «Quel censimento etnico di settanta anni fa» (La Repubblica, 5 luglio 2008, p. 1):
Cominciò con un inaspettato censimento etnico, nel mezzo dell’estate di settant’anni fa, la vergognosa storia delle leggi razziali italiane. Alle prefetture fu diramata una circolare, in data 11 agosto 1938, disponendo una «esatta rilevazione degli ebrei residenti nelle provincie del regno», da compiersi «con celerità, precisione e massimo riserbo». La schedatura fu completata in una decina di giorni. […] Naturalmente, di fronte alle proteste dei malcapitati cittadini fatti oggetto di quella schedatura etnica fu risposto che essa non aveva carattere persecutorio, anzi, sarebbe servita a proteggerli. […] Quando i figli degli italiani poveri venivano venduti per fare i mendicanti nelle strade di Londra, l’esule Giuseppe Mazzini si dedicò alla loro istruzione, non a raccogliere le loro impronte digitali. L’ipocrisia di schedarli “per il loro bene” serve solo a rivendicare come prassi sistematica, e non eccezionale, la revoca della patria potestà. Dopo le impronte, è la prossima tappa simbolica della “linea dura”. Siccome i rom non sono come noi, l’unico modo di salvare i loro figli è portarglieli via: così si ragiona nel paese che liquida l’“integrazione” come utopia buonista.Da leggere tutto.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 13:59 0 commenti
Etichette: Discriminazione, Impronte Digitali, Rom
venerdì 4 luglio 2008
Aiutiamo le autorità
(Grazie a Ghostwriters On Demand.)
Postato da Giuseppe Regalzi alle 12:57 3 commenti
Etichette: Discriminazione, Impronte Digitali, Roberto Maroni, Rom
Fiocco rosa
Thomas Beatie ha dato alla luce una bambina presso il St. Charles Medical Center di Bent, Oregon (Abc News, july 3, 2008). La bimba sta bene.
giovedì 3 luglio 2008
La vita e la morte passando per la natura
Tutela della vita dal concepimento alla morte: dichiarazione del Sottosegretario Roccella (del 29 giugno passato):
“Le sollecitazioni dell’associazione “Scienza e Vita” sulle priorità di una politica che tuteli la vita dal concepimento alla morte naturale, sono in linea con gli indirizzi programmatici del Governo. L’impegno dell’esecutivo è quello indicato dallo stesso primo ministro nel discorso d’insediamento alla Camera dei deputati: varare un grande piano nazionale per la vita. Su molti dei punti critici individuati da “Scienza e Vita” abbiamo trovato una situazione già fortemente compromessa dal precedente Governo: è ormai impossibile, per esempio, riattivare la minoranza europea di blocco che impediva il finanziamento alla ricerca sugli embrioni, dopo che nel 2006 il ministro Mussi ha ritirato la firma dell’Italia. Sugli altri temi, come le linee guida per la legge sulla procreazione assistita e le politiche di prevenzione dell’aborto, siamo già al lavoro. In entrambi i casi, si tratta di interpretare e applicare la legge con coerenza e rispetto.Non è solo il richiamo ad una associazione clericale; e non è nemmeno la assoluta insensatezza di espressioni quali “morte naturale” o “per la vita” (dubito che Eugenia Roccella intenda proteggere i lombrichi o le formiche che impietosamente schiaccia durante le sue passeggiate). E nemmeno la nostalgia per la ridicola minoranza di blocco contro il finanziamento alla ricerca sulle staminali embrionali (tanto per ricordare: i cosiddetti embrioni sovrannumerari creati prima della legge 40 sono destinati alla loro naturale estinzione). Né, ancora, l’ostinazione nel dividere la ricerca in cassetti (staminali adulte sì, staminali embrionali no) o il richiamo alla eugenetica che va tanto di moda (il richiamo, intendo).
Accogliamo pienamente anche l’invito a promuovere la ricerca sulle cellule staminali adulte, che ha già dato buoni frutti e in cui il nostro Paese è all’avanguardia, e la raccomandazione a maggiore cautela e informazione sui test genetici, affinché il loro uso non apra le porte a forme “morbide” di eugenetica. Le tematiche proposte da “Scienza e Vita” sono al centro della nostra attenzione, e siamo certi che con l’associazione il dialogo sarà continuo e proficuo.”
Ma la mediocrità insopportabile di queste dichiarazioni.
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Obiezione di coscienza
Secondo l’edizione napoletana (riporta Aduc di oggi) de la Repubblica la Regione Campania avrebbe pronta una delibera per affrontare la elevata percentuale di obiettori di coscienza: l’83% di ginecologi dichiara che l’aborto è contrario alla propria coscienza.
Sono convinta che l’unica soluzione sarebbe quella di abolire la possibilità di sottrarsi (per i medici ginecologi pubblici) ad un dovere che deriva da varie libere scelte: fare il medico, fare il ginecologo, fare il ginecologo in un servizio pubblico.
Nel numero di giugno di Sapere ho scritto un pezzo al proposito in cui argomento meno sinteticamente la suddetta posizione (oltre a criticare lo stesso uso dell’espressione obiezione di coscienza in questo caso, perché terminologicamente improprio e concettualmente ambiguo).
Non volersi macchiare del peccato di abortire o di complicità in un aborto è una ragione sufficiente per venir meno ai doveri che derivano da una professione liberamente scelta? E, soprattutto, nel caso di servizi di pubblica utilità dovremmo prevedere l’obiezione di coscienza?Una sola aggiunta: invocare l’obiezione di coscienza sulla vendita di alcuni farmaci (si pensi soprattutto alla pillola del giorno dopo) è un vero e proprio sabotaggio, in quanto è un richiamo a non rispettare precisi doveri dei farmacisti in quanto funzionari pubblici. Infatti il regolamento per il servizio farmaceutico (D.R. del 30 settembre 1938 n. 1706) non lascia margini interpretativi.
Se un Testimone di Geova diventa medico, come dovremmo comportarci? Lui, secondo la propria coscienza, non effettuerebbe trasfusioni. E se lavorasse in un pronto soccorso? Chi sarebbe disposto ad assumerlo e a garantirgli il rispetto della sua coscienza?
[...]
Sono molti ad avere invocato la violazione della libertà qualora si elimini la possibilità di obiettare dalla 194 o nel caso dei farmacisti che rifiutassero di vendere il Norlevo.
Esiste una legge che autorizza l’interruzione di gravidanza; esiste una categoria di medici (i ginecologi) che possono praticarla. Prevedere la possibilità di “obiettare” può essere comprensibile e giusto per un breve periodo (nei primi anni di entrata in vigore della legge, quando la scelta di fare il ginecologo non comprendeva le interruzioni di gravidanza). Trascorso un certo tempo, la scelta di fare il ginecologo non può ignorare l’esistenza della 194. Il ginecologo che obietta rischia di somigliare al chirurgo che non vuole (per coscienza) fare determinati interventi chirurgici. Mettiamo che non voglia mai e in nessun caso asportare l’appendice, perché ritiene che sia inviolabile e sacra. Gli fareste fare il chirurgo? Potrebbe scegliere tra molte specializzazioni mediche (a patto di rispettarne i doveri derivanti). Non sembra ammissibile pretendere di fare il chirurgo a condizione di rifiutarsi, e di essere protetto in questo suo rifiuto, di togliere una appendice.
Se l’analogia appare assurda, basta citare qualche recente caso di cronaca per conferirle verosimiglianza.
Nel marzo 2008 (Fecondazione, obiettori tra i medici di base, Il Corriere della Sera, 15 marzo 2008) alcuni medici di base rifiutano di prescrivere dei farmaci necessari alla riproduzione artificiale o le analisi richieste dai centri prima di cominciare i cicli.
A Chiari (Brescia) una giovane donna va dal medico di famiglia per farsi prescrivere i farmaci necessari per avviare un ciclo di riproduzione in vitro. Ha la prescrizione specialistica, ma il medico di base, la dottoressa Pasini, le risponde: “va contro la mia morale. Io ho firmato e depositato l’obiezione di coscienza”.
I farmacisti non possono rifiutarsi di vendere le specialità medicinali di cui siano provvisti e di spedire ricette firmate da un medico per medicinali esistenti nella farmacia. I farmacisti richiesti di specialità medicinali nazionali, di cui non siano provvisti, sono tenuti a procurarle nel più breve tempo possibile, purché il richiedente anticipi l’ammontare delle spese di porto.
mercoledì 2 luglio 2008
Presto, un appiglio legale!
L’Ordinanza del presidente del consiglio dei ministri n. 3676 del 30 maggio 2008, con cui il governo ha avviato la schedatura dei nomadi del comune di Roma (le ordinanze gemelle 3677 e 3678 riguardano Milano e Napoli), è abbastanza asciutta nel punto cruciale, cioè all’art. 1 c. 2:
Il Commissario delegato, nell’ambito territoriale di competenza, […] provvede all’espletamento delle seguenti iniziative:L’ordinanza è anche, in questo punto, palesemente incostituzionale, contravvenendo al principio della pari dignità sociale e dell’uguaglianza davanti alla legge, in quanto assoggetta dei cittadini a un trattamento (già di per sé abbastanza invasivo e portatore di stigma) per nessun altro motivo che la loro appartenenza a una comunità etnica: si noti come nel linguaggio dell’ordinanza non si accenni minimamente a comportamenti soggettivi come premessa necessaria alla schedatura.
[…]
c) identificazione e censimento delle persone, anche minori di età, e dei nuclei familiari presenti nei luoghi di cui al punto b), attraverso rilievi segnaletici.
La circostanza dev’essere nota persino ai responsabili politici e a chi ne esegue o appoggia l’operato, perché da giorni costoro si affannano ad illustrare possibili predecenti legali che richiamino e giustifichino in qualche modo quest’obbrobrio. Sforzo probabilmente superfluo, viste certe recenti sentenze aberranti in materia di discriminazione razziale, e visto l’apparente disinteresse dell’Unione Europea, che ha rimandato ogni presa di posizione ufficiale all’adozione di provvedimenti concreti da parte del Governo italiano, ignorando (o fingendo di ignorare) che i provvedimenti sono stati adottati un mese fa e che la schedatura è già adesso in corso; ma vale la pena comunque di esaminare alcuni di questi tentativi.
Come abbiamo visto qualche giorno fa, per il pubblico ministero del Tribunale dei minori di Milano, Ciro Cascone, prendere le impronte agli «zingarelli» sarebbe giustificato dal codice di procedura penale. Peccato che, come del resto appare chiaro dalle parole dello stesso Cascone, il codice (all’art. 349) preveda questa misura solo per il minore (e più in generale per ogni persona) che abbia commesso un reato o sul quale si indaghi:
1. La polizia giudiziaria procede alla identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini e delle persone in grado di riferire su circostanze rilevanti per la ricostruzione dei fatti.Il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, commissario straordinario per l’emergenza rom, si produce in un tentativo più originale («Rom: prefetto milano, misure già previste da legge 1941», Agi News On, 27 giugno 2008):
2. Alla identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini può procedersi anche eseguendo, ove occorra, rilievi dattiloscopici, fotografici e antropometrici nonché altri accertamenti.
le norme in vigore, oggi già consentono il foto segnalamento. Esistono da 40 anni: chi non riesce a dimostrare la propria identità può essere foto segnalato. Lo prevede la normativa italiana e anche quella europea. C’è una legge del ’41, il “Testo unico della legge di pubblica sicurezza”. Parliamo di cose che esistono da anni. È tutto perfettamente legale.Il richiamo a una legge del periodo fascista potrebbe forse essere considerato un po’ infelice, vista la situazione a cui si vorrebbe applicarla, ma si tratta in fondo di norme perfettamente valide e legittime. Sorvoliamo anche sul fatto che la legge in questione è del 1931 e non del 1941: un lapsus può capitare anche a un prefetto. Il vero problema viene fuori se andiamo a vedere l’articolo pertinente (il n. 4) della legge:
L’autorità di pubblica sicurezza ha facoltà di ordinare che le persone pericolose o sospette e coloro che non siano in grado o si rifiutano di provare la loro identità siano sottoposti a rilievi segnaletici.Notiamo prima di tutto che, in generale, si danno qui condizioni da soddisfare prima di procedere ai rilievi segnaletici (su adulti o bambini), condizioni del tutto ignorate dalla lettera dell’ordinanza, che riesce dunque nel difficile compito di essere più illiberale di una legge fascista: chi entra in un campo nomadi dovrebbe procedere ai rilievi segnaletici anche di persone con documenti perfettamente in regola! È sperabile che nell’applicazione pratica le cose vadano diversamente, ma già questa circostanza dà la misura del valore di questa mostruosità giuridica e di chi l’ha scritta.
Per quanto riguarda in particolare i bambini, le cose diventano poi vagamente surreali. In base alla legge chi non è in grado di provare la propria identità può essere sottoposto a rilievi segnaletici; nella prassi la propria identità si prova con un documento di riconoscimento valido – nella maggior parte dei casi, con la carta d’identità. Ma la carta d’identità può essere rilasciata solo a partire dai 15 anni di età: lo stabilisce lo stesso Testo unico della legge di pubblica sicurezza, un articolo più su (il n. 3). Questo però non sembra doversi interpretare come un’autorizzazione data alla polizia di prendere le impronte digitali di qualsiasi minore di anni 15 incontrato da solo per la strada! Non si capisce pertanto da dove tragga il prefetto la sua convinzione che il Testo unico autorizzi la raccolta indiscriminata delle impronte dei minori rom.
Forse in base a considerazioni analoghe a queste, sembra che a Napoli ci si stia limitando a prendere le impronte solo ai maggiori di anni 14 (ma perché 14 e non 15 non mi è chiaro), mentre il presidente dell’Opera Nazionale Nomadi, Massimo Converso, chiede che la rilevazione ai minori di anni 14 venga spostata al 2009, visto che a quella data dovrebbe diventare obbligatorio per tutti i cittadini italiani l’inserimento dei dati biometrici – compresa l’impronta digitale – nella nuova Carta d’Identità Elettronica, o CIE (Guido Ruotolo, «Maroni: basta con le ipocrisie sui rom», La Stampa, 30 giugno, p. 12). Confesso che mi sfugge però la logica dell’argomento: a quanto ne so anche la CIE (prevista dall’art. 7-vicies ter c. 2 della legge 31 marzo 2005 n. 43) sarà rilasciata solo ai maggiori di anni 15, e non si vede dunque come possa rendere più digeribile la rilevazione delle impronte ad alcuni minori di anni 14. Fatto ancor più rilevante, le impronte raccolte per la CIE non andranno in nessun archivio esterno: saranno contenute unicamente nella carta stessa (A. Che., «Carte d’identità elettroniche con decreto finale», Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2007, p. 32). Temo proprio che le impronte raccolte nei campi nomadi non saranno conservate unicamente in qualche documento da consegnare agli stessi Rom...
Infine il capintesta in persona, l’autore di questa civilissima iniziativa, il Ministro dell’Interno, ha ravvisato una sua personale pezza d’appoggio legale. Si tratterebbe del Regolamento del Consiglio dell’Unione Europea n. 380/2008, che va a modificare il precedente n. 1030/2002, e che imporrebbe all’art. 4-ter la raccolta delle impronte digitali anche ai bambini maggiori di 6 anni. Ce lo chiede l’Europa: di cosa vi lamentate, dunque? Senonché, come hanno fatto notare molti commentatori, il Regolamento in questione riguarda unicamente i cittadini extracomunitari, e non può essere invocato per quelli che sono, invece, in maggioranza, cittadini italiani o comunque comunitari. Ma anche riguardo ai Rom extracomunitari, il Regolamento stabilisce nella premessa, c. 7:
Il presente regolamento ha il solo obiettivo di stabilire gli elementi di sicurezza e gli identificatori biometrici che gli Stati membri devono utilizzare in un modello uniforme per i permessi di soggiorno rilasciati a cittadini di paesi terzi.Forse il Ministro Maroni vuole dotare tutti i Rom extracomunitari di permesso di soggiorno? Perché solo a questo scopo potrebbe invocare il regolamento in questione...
Postato da Giuseppe Regalzi alle 20:27 1 commenti
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Assemblea de iMille 11-13 luglio

Superare il passato per liberare il futuro: la necessità di uccidere il padre.
Da venerdì 11 luglio, ore 11, via Sant’Andrea delle Fratte 16, Roma. Qui il programma completo.
Io parlerò di omogenitorialità. Prima di trasferirmi definitivamente a Moorea.
martedì 1 luglio 2008
Marina Corradi e il 5%
Avvenire interviene, per bocca di Marina Corradi, sul caso della bambina inglese che grazie alla diagnosi genetica di preimpianto (PGD) nascerà libera dal rischio di una forma ereditaria di cancro al seno («La genetica batte il cancro. Ma è solo un’illusione», 1 luglio 2008, p. 2). Uno degli argomenti usati dalla Corradi merita decisamente una chiosa:
Anche volendo tacere su quei sei embrioni prodotti ed eliminati, a noi questa storia pare sommamente non razionale. Intanto il gene di cui si parla aumenta fortemente il rischio della malattia, ma non necessariamente la induce. Per contro, i tumori di origine ereditaria sono, secondo i genetisti, appena il 5 per cento del totale; quanto al resto, incidono cause ambientali e altre, che ancora non si è riusciti a scoprire. In sostanza, tutta la complicata e spietata alchimia dell’operazione attuata a Londra – sei cancellati, quattro sospesi nel gelo in attesa di un ignoto destino, uno avviato a una gravidanza di esito purtroppo non così certo, visto che l’analisi preimpianto può produrre danni – potrà nel migliore dei casi evitare a quella bambina “quel” tipo di cancro. Rimarrà, come per ogni essere umano che nasce, aperta la infinita gamma di “altri” cancri e altre malattie.Quel «5 per cento» buttato lì sembra, seppur confusamente, voler corroborare la successiva valutazione dell’esiguità del vantaggio conseguito nel caso particolare. Supponiamo ottimisticamente di eliminare per intero – grazie alla PGD o anche ad altre tecniche – quel 5% di casi ereditari: rimarrebbe pur sempre il restante 95%. Questo, pare di capire, è quello che Marina Corradi sta tentando di comunicarci. Ma in questo modo stiamo valutando l’efficacia della tecnica in termini di politica sanitaria complessiva, da un punto di vista per il quale può risultare razionale allocare certe risorse in un certo modo piuttosto che in un altro, allo scopo di ottenere un migliore risultato globale; e perdiamo di vista quello che l’intervento significa per i singoli: per quella bambina e la sua famiglia. Senonché pare proprio che la Corradi si stia rivolgendo ai genitori della bambina, visto che nel seguito scrive cose come «avrà pensato quella madre a quante incognite minacciano la vita di ogni uomo che nasce?», «Sembrano avere, quei genitori, concentrato tutte le loro paure su un conosciuto nemico; senza osare andar oltre».
È come, vivendo in un castello che abbia cento porte, arrovellarsi per sbarrarne una sola, sopprimendo, a questo scopo, anche delle vite umane. E le altre novantanove? L’aver sbarrato quell’una ci garantisce forse dai nemici appostati appena fuori dagli altro cento ingressi?
Qual è, allora, l’efficacia della PGD dal punto di vista individuale? In questo caso è stata valutata la presenza della forma mutante del gene BRCA1. Fra i portatori del gene malato il rischio di sviluppare il cancro al seno nel corso della vita è estremamente variabile, a seconda del particolare gruppo da cui provengono: le stime pubblicate vanno da un minimo del 46% a un massimo dell’87% di probabilità (rischio complessivo entro l’età di 70 anni). Il massimo delle probabilità (85-87%) si verifica fra portatori del gene mutato che provengono da famiglie con casi multipli di cancro al seno; la ragione risiede molto probabilmente nella presenza di altre mutazioni, ancora ignote, che agiscono di concerto con BRCA1 (per tutti i dati cfr. A. Antoniou et al., «Average Risks of Breast and Ovarian Cancer Associated with BRCA1 or BRCA2 Mutations Detected in Case Series Unselected for Family History: A Combined Analysis of 22 Studies», The American Journal of Human Genetics 72, 2003, pp. 1117-30). Ma la famiglia inglese di cui si parla è proprio una di quelle più a rischio, per cui dovremo prendere in considerazione la cifra massima. Il termine di paragone è costituito dalla probabilità di sviluppare la forma non ereditaria di cancro al seno nel corso della vita; anche qui il rischio è estremamente variabile, a seconda delle popolazioni umane in cui si riscontra. Adottiamo come approssimazione migliore il rischio globale nel Regno Unito, che è del 9,4% (fonte: P.D.P. Pharoah et al., «Polygenes, Risk Prediction, and Targeted Prevention of Breast Cancer», New England Journal of Medicine 358, 2008, pp. 2796-803). Il calcolo della riduzione del rischio rispetto al concepimento naturale è leggermente complicato (bisogna mettere in conto l’eterozigosità di uno dei genitori rispetto al gene mutante, la probabilità che una figlia senza mutazione sviluppi comunque il cancro, il tasso di errori della tecnica, etc.). La mia valutazione è una riduzione di cinque volte del rischio; sarebbe interessante sapere se per Marina Corradi è poca anche questa. E non stiamo prendendo in considerazione l’aumento del rischio di cancro alle ovaie che il mutante BRCA1 causa nelle donne e di cancro alla prostata negli uomini; l’aumento sproporzionato di cancro al seno in giovane età; l’angoscia di chi possiede una copia del gene mutante, anche se non svilupperà mai la malattia. Cosa ancora più importante, non stiamo considerando che con la PGD si riduce drasticamente il rischio anche per tutte le generazioni successive (salvo mutazioni insorte indipendentemente), in quanto il gene difettoso viene eliminato dalla linea di trasmissione, risparmiando analoghe future ordalie.
Sulle ulteriori argomentazioni della Corradi, che in sostanza sostiene che è inutile prevenire alcune malattie visto che non le possiamo prevenire tutte, lascio la risposta ad Azioneparallela (e a quella più colorita di Malvino, che si è occupato di dichiarazioni analoghe di Bruno Dallapiccola).
Postato da Giuseppe Regalzi alle 17:45 0 commenti
Etichette: Diagnosi genetica di preimpianto, Marina Corradi
No Martini, no party!

Da Improvvisamente l’inverno scorso, di Gustav Hofer e Luca Ragazzi.
Il loro sito è qua.
Postato da Chiara Lalli alle 14:49 2 commenti
Etichette: Gustav Hofer, Luca Ragazzi, Rocco Buttiglione













