domenica 19 ottobre 2008

XXXIX Congresso Società Italiana di Neurologia


Napoli (18 - 22 ottobre 2008)
Mostra d’Oltremare

21 ottobre dalle 13.00 alle 19.00

CORSO DI BASE SULL’ETICA DEL MALATO NEUROLOGICO ALLA FINE DELLA VITA
A cura di AGC onlus (Associazione Gilberto Cominetta per le cure palliative in neurologia)

Chiara Lalli, Ignazio Renzo Causarano, Carlo Alberto Defanti

Programma completo e altre informazioni qui.

giovedì 16 ottobre 2008

Good, Clean, Fair

Così deve essere il cibo secondo il Salone del Gusto.
Ma chi l’ha detto che gli Ogm non possono essere buoni, puliti e giusti?
SAgRi e il Riformista mettono a confronto la Scienza e la Politica a Roma, 21 ottobre 2008, Sala degli Atti parlamentari (presso la Biblioteca del Senato, ingresso da piazza della Minerva).

Programma

h 14.30 La parola alla Scienza
Saluti di: Luigi Frusciante (Società Italiana di Genetica Agraria)
Giorgio Cantelli Forti (Società Italiana di Tossicologia)

Introduce: Gilberto Corbellini (Università La Sapienza)
Intervengono:
Christian Fatokun (International Institute of Tropical Agriculture, Nigeria)
Klaus Ammann (Delft University of Technology, Olanda)
Roberto Defez (Consiglio Nazionale delle Ricerche)
Antonio Pascale (scrittore)

h 17.00 La parola alla Politica
Modera: Chicco Testa (il Riformista)
Intervengono:
Luigi Pelaggi (Capo della Segreteria Tecnica del Ministro dell'Ambiente)
Adolfo Urso (Sottosegretario allo sviluppo economico)
Maurizio Ronconi (Membro della direzione nazionale UDC)
Emma Bonino (Vicepresidente del Senato)
Giorgio Tonini (Senatore del Partito Democratico)
Miriam Mafai (Giornalista)

Locandina e programma qui.

mercoledì 15 ottobre 2008

Per una volta siamo in accordo con Luca Volontè


Se questa e' la serieta' con cui si vuol discutere delle cure e della morte,beh c'e' da sperare di morir per un colpaccio, da rimanere stecchiti ognuno alla sua ora.
Ovviamente non lo siamo con le sue premesse, perciò non vale. Il nostro non sembra migliorare nemmeno con la lingua. Ovviamente lui ha delle idee al proposito: chi volesse trova delucidazioni sul suo sito.

lunedì 13 ottobre 2008

Non ditelo ad un superstizioso

Intervista a Vanity Fair (2007):

«Ero un alcolizzato. E visto che nella mia famiglia il vizio del bere lo si tramanda da generazioni, ho preferito interrompere la tradizione. Ci sono troppe persone che sognano per me un destino da poeta maledetto, come Rimbaud, morto a 37 anni. Ho un paio d'anni scarsi a disposizione, preferisco arrivarci in buono stato».
Oggi: Morto a 37 anni il figlio di Depardieu, la Stampa, 13 ottobre 2008.

Noia mortale

Il modo con cui i giornali hanno raccontato la faccenda, e le dichiarazioni rilasciate hanno dell’incredibile. Per esempio Carlo Alberto Defanti, il neurologo di Eluana, da sempre favorevole a staccarle il sondino: “Per il momento non è più a rischio di vita immediato. L’importante è che l’emorragia non ricominci”. Ma come, all’improvviso parliamo di “rischio di vita”? Non avete detto fino a cinque minuti fa che era un vegetale, una pressoché morta? E poi: perché adesso è diventato improvvisamente importante che l’emorragia non ricominci, per il medico che vuole farla morire di fame e di sete?
(Eluana Englaro è più viva che mai. Ma i giornali se ne sono accorti?, stranocristiano).
Concordo con Assuntina Morresi sulla approssimazione dei giornali (solo pochi esempi: Eluana sarebbe in coma; Eluana soffrirebbe di fame e di sete; Eluana ha reagito e così via). Ma il nostro accordo è solo formale, perché appena si entra nei contenuti l’incanto si spezza e quanto afferma (sarcasticamente o aspirando ad esserlo) la nostra è ambiguo – sembra volutamente ambiguo per approfittare della confusione.
Un vegetale è vivo, ma Assuntina è talmente distratta dalla sua reazione di scandalo da dimenticarlo. E dimentica anche di considerare la differenza tra vita biologica e vita personale (ultimamente mi sembro un disco rotto: non so se sia più impressionate leggere sempre le stesse cose o ritrovarsi a rispondere sempre le stesse cose...).
Tutto il resto è secondario, ed è lasciato alle opinione personali.
Ma se la premessa consiste nella confusione tra due livelli che devono essere distinti (il piano biologico e quello personale) è inutile proseguire nella discussione.
Siamo felici che anche Eugenia Roccella concordi, non ci avremmo dormito stanotte.

domenica 12 ottobre 2008

Coma vegetativo

La bionda telegiornalista annuncia il servizio su Eluana Englaro (Tg2 serale), “la ragazza in coma vegetativo”. (Non vedo mai il Tg2, ma accedendo per vedere un film inciampo nel servizio su Eluana).
Ma santa donna!, ancora con il coma? Ma è tanto difficile azzeccarci – per una volta, per sbaglio?
Me poi ci consoliamo.
“Non il vescovo ma il medico deve decidere in queste circostanze” ha detto Dionigi Tettamanzi! Evviva. Miglioriamo: se arriviamo a ricordare che ci sono pure le volontà del paziente brindiamo. Promesso.

sabato 11 ottobre 2008

Eluana Englaro in fin di vita

«Eluana: emorragia interna, si aggravano le condizioni», Ansa, 11 ottobre 2008, 18:10:

«Eluana si è aggravata come spesso accade ai pazienti costretti a letto per lunghi periodi di tempo. In questo momento Eluana ha una emorragia grave che ha fatto scendere i globuli rossi al di sotto della soglia minima». Lo afferma il senatore e professor Ignazio Marino, che ha parlato con Beppino Englaro, con il quale è in contatto da anni. «Ad Eluana – prosegue Marino – sta diminuendo progressivamente anche la pressione arteriosa e in queste condizioni senza interventi terapeutici è molto probabile che Eluana si possa spegnere in un tempo breve». «Ho parlato con Beppino e Suor Rosangela, che accudisce la giovane da molti anni: entrambi sono sereni nell’accettare la fine della lunga agonia di Eluana», ha aggiunto Marino.
Marino ha inoltre riferito che eventuali interventi esterni «evidentemente potrebbero essere utili a fermare l’emorragia ma non a restituire l’integrità intellettuale a Eluana». «Penso sia importante sottolineare – ha aggiunto il senatore – l’alleanza terapeutica fra la famiglia e gli operatori sanitari e il rispetto della dignità della persona, che vuole dire anche volersi fermare di fronte a terapie che comunque non possono modificare lo stato delle cose». «La decisione – ha concluso – va lasciata ai familiari e ai sanitari».
Speriamo che così avvenga, e che Eluana sia lasciata finalmente libera.

Aggiornamento Ansa delle 18:55:
L’emorragia interna che ha colpito Eluana Englaro la notte scorsa si è arrestata. Lo ha spiegato il medico neurologo Carlo Alberto Defanti all’uscita dalla clinica in cui giovane in coma da 16 anni è ricoverata. «Qualora l’emorragia si arrestasse, come sembra essere accaduto nel pomeriggio, potrebbe riprendersi», ha spiegato Defanti il quale ha detto che «per la prima volta c’é stato un accordo tra la famiglia, me stesso e la clinica a non adottare misure salvavita». «Misure che potevano essere utile in una condizione normale, ma non in questa».

venerdì 10 ottobre 2008

Non solo so’ froci: portano pure le malattie!

Gay Pride Roma (7 giugno 2008)
Chiara Atzori è infettivologa presso l’Ospedale Sacco di Milano ed è una fanatica sostenitrice della terapia riparativa (l’omosessualità è una patologia e va curata o, meglio, riparata). Ma siccome non basta più definire gli omosessuali come malati, da riparare, da redimere, si è dedicata al “dagli all’untore”. Gaynews ha trascritto l’intervista che l’infettivologa ha rilasciato a Radio Maria (se non doveste farcela ad ascoltarla, potreste leggerla a puntate). L’unico dubbio che ho nello scrivere su questa incresciosa vicenda è quella di contribuire a dare spazio a qualcuno che non merita nemmeno una risposta, ma solo uno schifato silenzio. Una paura che potrebbe somigliare a quella di un derattizzatore se usasse una gabbia per leoni. Qualcosa del genere.

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Come essere famosi in soli tre passaggi

Vortici
Sono tanti gli aggettivi e i sostantivi che usiamo migliaia di volte senza farci troppe domande, anzi senza pensarci nemmeno, e di cui siamo certi di conoscere il significato e le sfumature. Capita spesso, però, che se dobbiamo definirli non è così semplice come avremmo creduto.
La definizione, lasciata dormiente per la maggior parte del tempo, diventa urgente nei casi di incomprensione oppure quando dobbiamo spiegare a qualcuno che ignora la nostra lingua. Il rischio di fare scena muta e di balbettare qualche insoddisfacente risposta è piuttosto alto.
Un esempio di rompicapo? “Famoso”. Come potremmo definirlo? Sembra essere un concetto relativo (famoso per chi? E per aver fatto cosa?) e scivoloso (quali sono i criteri per rilevare se qualcuno è davvero famoso oppure no?).
E poi le lingue, se non sono morte, evolvono e mutano. Insieme a loro le parole. L’illusione della possibilità di una definizione imperitura sfugge dalla mente come le ombre si dissolvono al tramonto.
Questo dilemma emerge, quasi per caso, venendo a conoscenza della recente entrata di Rossano Rubicondi ne L’Isola dei Famosi. Tra i vip, ovviamente – e il dubbio di aver capito male viene prontamente fugato: Rossano è naufrago proprio perché è famoso. E perché lo sarebbe?
Il dubbio di inadeguatezza e di scarsa conoscenza della propria lingua madre si fa bruciante.
Digitando “famoso” su google il primo url è L’Isola dei Famosi. Un corto circuito quasi escheriano: inutile forzarlo, meglio cambiare strategia.
Il secondo tentativo non offre risultati molto più soddisfacenti: cercando “Rossano Rubicondi” oltre al riferimento a L’Isola e poco altro che non soddisfa la domanda, ci ritroviamo linkati alla moglie: Ivana Trump. Dopo sei anni di fidanzamento si sono sposati a Miami; si dicono felici e i pettegoli sottolineano la differenza d’età: 35 lui, 59 lei. Ma parte la conferma del naufragio e la scoperta della consorte, il mistero della fama non è ancora svelato e la ricerca deve continuare. Perché sarebbe famosa Ivana Trump? E già si insinua il dubbio di fama indiretta: se Ivana è famosa, allora Rossano lo è di luce riflessa? Ivana, oltre ai riferimenti speculari e già detti e alla sua eredità, sembra essere nota a causa del suo ex marito (fonte principale, peraltro, della suddetta eredità): e siamo al terzo giro.
La stella di Ivana non è certo la sua carriera olimpica – che a stento qualcuno ricorda – ma Donald Trump: hanno vissuto come marito e moglie per tredici anni, hanno avuto tre figli e poi hanno divorziato – ma Ivana ancora sfoggia il cognome Trump come fosse un cervo impagliato sopra al caminetto.
Donald, miliardario e poliedrico uomo d’affari, ha avviato questa catena di celebrità che è sbarcata da poche ore in Honduras. A testimonianza della gerarchia ci si mette anche lo stesso strumento che ci ha condotto fin qui: se Ivana e Rossano non arrivano, insieme, nemmeno a 500.000 occorrenze, Donald – solo soletto – supera i 5 milioni di risultati!
Altro che sei gradi di separazione – sei “amici di amici” che collegano il più illustre sconosciuto all’uomo più potente del mondo – per essere considerati famosi ne bastano tre (e un paio di matrimoni azzeccati)!
“Godetevi il successo,/godete finché dura/ché il pubblico è ammaestrato/e non vi fa paura” canta Francesco Guccini nei panni di Cyrano e rivolto, strano a dirsi, all’amata omonima – ma irraggiungibile – del nostro: Rossana.

DNews, 10 ottobre 2008

Come Socrate, Gesù e lo scimpanzé

Scrive Francesco Agnoli sul Foglio di ieri («Ciao ciao Darwin», 9 ottobre 2008, p. 2):

Il Corriere parla di un uomo di 56 anni che si è gettato in mare per salvare due bambini, morendo. Per il credente il gesto di Romeo Priotto è la dimostrazione dell’originalità dell’uomo: a differenza delle scimmie, egli può vincere il proprio istinto egoistico, può addirittura sconfiggere l’istinto di sopravvivenza, morendo per un valore superiore, intangibile, eterno. Come hanno fatto Socrate, Gesù Cristo e quanti danno la vita per il prossimo, anche sconosciuto.
Su Darwin di un anno fa («Un piccolo aiuto da un amico», n. 21, settembre-ottobre 2007, p. 62), Frans B.M. de Waal, celebre primatologo, cita Jane Goodall:
«In alcuni zoo, gli scimpanzé sono tenuti sopra isole artificiali, circondate da fossati riempiti d’acqua. Questi animali non sanno nuotare e, se non si corre in loro soccorso, affogano quando cadono in acque profonde. Nonostante questo, alcuni individui a volte hanno compiuti atti eroici per salvare compagni che stavano annegando e in qualche caso ci sono anche riusciti. Un maschio adulto ha perso la sua compagna mentre cercava di salvare un piccolo che era finito in acqua per colpa di una madre poco attenta».
Chiosa de Waal (p. 63):
È assai […] probabile […] che questi tentativi di salvataggio siano guidati dalle emozioni, perché la paura dell’acqua può essere superata solo da una motivazione irresistibile.

giovedì 9 ottobre 2008

Testamento biologico: intervista col vampiro

Quando e come farlo, cosa fare nei casi “controversi”. Staccare la spina secondo Soro, rappresentante di una delle due fazioni che attualmente si battono all’interno del PD.

Antonello Soro, medico, cattolico (viene precisato) e presidente dei deputati del PD, si lascia intervistare da Stefano Brusadelli (Panorama, 3 ottobre 2008) in tema di testamento biologico. Ai più distratti ricordiamo di che si tratta: “Il testamento biologico (detto anche: testamento di vita, dichiarazione anticipata di trattamento) è l’espressione della volontà da parte di una persona (testatore), fornita in condizioni di lucidità mentale, in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.” Su Panorama si parla della validità, ma anche delle dispute all’interno del PD sulla questione che vedono contrapposto fronte cattolico e fronte “laico”. Soro risponde in modo preoccupante e insoddisfacente, ma Brusadelli perde diverse occasioni di porre le domande giuste. Magari poteva evitarne di inutili, come “A che punto è il dibattito dentro il Pd?” superata però dalla risposta, “Abbiamo costituito un comitato ristretto che deve varare un testo unificato da presentare poi agli altri gruppi. Ne fanno parte Umberto Veronesi, Ignazio Marino, Livia Turco, Paola Binetti, Daniele Bosone e Maria Antonietta Farina Coscioni. Come vede, ci sono sensibilità e culture diverse.”. Un inutile spreco di inchiostro al posto del quale avrebbe tranquillamente potuto campeggiare la parola “malissimo”.


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Le parole della Consulta

Dall’Ordinanza n. 334/2008 della Corte Costituzionale sul ricorso presentato da Camera dei Deputati e Senato della Repubblica contro la sentenza della Corte di Cassazione e il decreto della Corte d’Appello di Milano riguardo il caso Englaro:

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE


[…] ha pronunciato la seguente

ORDINANZA


nei giudizi per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorti a seguito della sentenza della Corte di cassazione, n. 21748 del 16 ottobre 2007 e del decreto della Corte di appello di Milano del 25 giugno 2008, promossi con ricorsi della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica depositati in cancelleria il 17 settembre 2008 ed iscritti ai nn. 16 e 17 del registro conflitti tra poteri dello Stato 2008, fase di ammissibilità.
Udito nella camera di consiglio dell’8 ottobre 2008 il Giudice relatore Ugo De Siervo.
Ritenuto […] che la medesima giurisprudenza [di questa Corte] afferma che un conflitto di attribuzione nei confronti di un atto giurisdizionale non può ridursi alla prospettazione di un percorso logico-giuridico alternativo rispetto a quello censurato, giacché il conflitto di attribuzione «non può essere trasformato in un atipico mezzo di gravame avverso le pronunce dei giudici» (ordinanza n. 359 del 1999; si veda altresì la sentenza n. 290 del 2007);
che, peraltro, questa Corte non rileva la sussistenza nella specie di indici atti a dimostrare che i giudici abbiano utilizzato i provvedimenti censurati – aventi tutte le caratteristiche di atti giurisdizionali loro proprie e, pertanto, spieganti efficacia solo per il caso di specie – come meri schermi formali per esercitare, invece, funzioni di produzione normativa o per menomare l’esercizio del potere legislativo da parte del Parlamento, che ne è sempre e comunque il titolare;
che entrambe le parti ricorrenti, pur escludendo di voler sindacare errores in iudicando, in realtà avanzano molteplici critiche al modo in cui la Cassazione ha selezionato ed utilizzato il materiale normativo rilevante per la decisione o a come lo ha interpretato;
che la vicenda processuale che ha originato il presente giudizio non appare ancora esaurita, e che, d’altra parte, il Parlamento può in qualsiasi momento adottare una specifica normativa della materia, fondata su adeguati punti di equilibrio fra i fondamentali beni costituzionali coinvolti;
che, pertanto, non sussiste il requisito oggettivo per l’instaurazione dei conflitti sollevati.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE


riuniti i ricorsi,
dichiara inammissibili, ai sensi dei commi terzo e quarto dell’art. 37 della legge 11 marzo 1953, n. 87, i ricorsi per conflitto di attribuzione sollevati dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica nei confronti della Corte di cassazione e della Corte di appello di Milano, di cui in epigrafe.
La Corte, in sostanza, nota come la sentenza della Cassazione non invada in nessun modo le prerogative del Parlamento, visto che non ha ovviamente forza di legge ma è valida unicamente nel caso specifico. Inoltre mette in rilievo come i due ricorsi entrino nel merito della sentenza della Cassazione, pretendendo di dimostrare che sia sbagliata – cosa che non spetta alle Camere, che non costituiscono un grado di giudizio superiore alla Corte Suprema. Sono insomma le Camere ad aver invaso il campo del potere giudiziario, e non viceversa.

Una conoscenza elementare del diritto avrebbe risparmiato a deputati e senatori questa umiliante figura. Ma le poche voci che invitavano a ragionare sono state soverchiate dai sudditi devoti di un Potere profondamente estraneo alla cultura costituzionale, e dai cinici membri di un’élite politica che da tempo coglie tutte le occasioni per cercare di umiliare e sottomettere l’unico potere ancora in grado di controllarne l’operato.

Persone normali

Ditelo a Chiara Atzori e a quelli come lei.

mercoledì 8 ottobre 2008

Flash

Festival della Filosofia della Scienza


Lezioni magistrali Venerdì 17 ottobre 2008 ore 16

Conduce e coordina Armando Massarenti
Corrado Augias
Giulio Giorello
Furio Honsell
Piergiorgio Odifreddi
Paolo Rossi

Lezioni magistrali sabato 18 ottobre 2008 ore 10

Conduce e coordina Paolo Rossi
Francesco D’Agostino
Chiara Lalli
Armando Massarenti
Stefano Moriggi

Al dibattito conclusivo parteciperà anche Piergiorgio Odifreddi.

Programma completo e altri informazioni qui.

Segnalazione

Riceviamo da razionalismo e volentieri postiamo (in attesa di scrivere un commento alla dottoressa (??) in questione).

Il mio misero canale YouTube (che contiene pure video su Darwin, evoluzione, il libro di Rosa Giannetta Alberoni e le farneticazioni di RadioMaria) è stato segnalato allo zelante staff di YouTube per via di un video in cui si sentono le opinioni deliranti della dottoressa Atzori, immunologa presso l'ospedale Sacco di Milano, riguardo al virus HIV e la sua ulteriore diffusione nel caso venissero approvati i DICO, CUS, DiDoRe, chiamateli come volete...

Ecco il video incriminato:
http://www.dailymotion.com/razionalismo/video/x6zhy5

Il video è stato prontamente rimosso e il canale è a minaccia di chiusura se chi ha segnalato il video innocente ne segnalasse anche solo un altro entro 6 mesi (e di sicuro avverrà!)

Scusate lo sfogo, ma intendevo rendere pubblica questa offensiva integralista in rete.

lunedì 6 ottobre 2008

Tor Bella Monaca, c’era un cinese a Roma

Santa Maria del Redentore 3
Di Alessandro D’Amato su Giornalettismo.
Altre foto.

Disonestà

Il nostro è un no chiaro all’eutanasia e un recente articolo del dottor Mario Riccio (l’anestesista che ha seguito la morte di Piergiorgio Welby ) il quale ha spiegato e descritto gli eventi i cui è morto Welby, presenti due medici, per applicare l’eutanasia mi fa paura.
Paola Binetti accetta la sfida a braccio di ferro, ma alza continuamente il gomito strepitando che non è vero, non lo ha alzato, siete ciechi?, volete forse tagliarmi il braccio?
No, Binetti, vorremmo soltanto che tu fossi meno disonesta, che non barassi in modo tanto eclatante giurando che non stai barando. Dire che Piero Welby è morto perché Mario Riccio avrebbe applicato l’eutanasia è uno sfondone di rara ingombranza.
Vorrei ricordare che anche lo spergiuro è un peccattuccio e che non siamo tutti imbecilli incapaci di capire che ci stai prendendo per il culo.

domenica 5 ottobre 2008

Rosa come un romanzo di poca cosa

Mandrillo (o culo)
L’annoso e insensato dibattito tra evoluzionisti e creazionisti si arricchisce continuamente: Rosa Alberoni sembra avere le idee molto chiare sulla questione, ma probabilmente è più confusa di quel che pensa.

Se è sufficiente nominare Charles Darwin per scaldare gli animi, aggiungere all’agone Rosa Giannetta Alberoni, professore universitario di Sociologia Generale e moglie del celebre luminare Francesco Alberoni, ti porta per mano e ad occhi chiusi in una sauna scioglibudella. Antonio Gaspari ci offre una telecronaca del tutto (Quando la darwinolatria diventa intollerante. Per Rosa Alberoni la bellezza artistica conduce al Creatore, Zenit, 30 settembre 2008), anzi intervista perfino l’autrice di “Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin”. Libro “sul tema”, lo definisce Gaspari, proprio come “sul tema” era “Creazione ed Evoluzione” di B16 (in cui avrebbe “spiegato le sue argomentazioni”). Alle elementari ti mettevano 4 se andavi fuori tema: se dovevi scrivere “una domenica pomeriggio in casa” non c’era verso di fare passare una riflessione su Capitan Harlock – anche se lo avessi visto domenica pomeriggio. Se ti chiedevano la cronaca non potevi cavartela con la fiction – alle elementari no. Comunque Gaspari intervista Rosa “per cercare di comprendere quali siano i veri termini del dibattito”. Avrebbe dovuto immaginare che si sarebbe assestato sulla ricerca, affannosa e mal indirizzata. Della conoscenza nemmeno la traccia. Ma che ti aspetti da Rosa?

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Ragionamenti inutili (o peggio)

Abbiamo ragionato sul rapporto tra coscienza religiosa e impegno politico, come sul testamento biologico.
Ha sbagliato verbo? Poi ti accorgi che è molto peggio di così.
È il modo di lavorare giusto, quello che cerca la sintesi.
La sintesi tra uno che vuole la schiavitù e uno che la rigetta non è un uomo libero e non è nemmeno preferibile alla schiavitù. La sintesi tra una posizione liberale ed una autoritaria e paternalistica (per non divagare troppo che le analogie affaticano) è solo un vomitevole accordo con il carceriere travestito da cuoco. Non è una sintesi!
Se, però, non te ne accorgi, o sei idiota o sei un bastardo. Sia benedetto Aristotele.

venerdì 3 ottobre 2008

Il Papa: altolà sulla contraccezione

Sottotitolo: Affondo di Benedetto XVI: «Nega il fine del matrimonio, ma molti cattolici non seguono i nostri insegnamenti».
Domanda (retorica?) di B16:

Possiamo chiederci: come mai oggi il mondo, ed anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale?
A parte la banalità della risposta al chissà come mai, e a parte il dubbio sulla osservanza da parte dei fedeli e del mondo di ieri, è geniale come anche qui la natura intervenga a favore del Papa.
Puoi avere rapporti sessuali solo se sei sposato, solo a fini procreativi (perché tutto questo è naturale). Però devi contenere i tuoi desideri, questi sì verrebbe da dire naturali, perché bisogna avere
il senso della sessualità umana e la necessità di una padronanza responsabile, perchè il suo esercizio possa diventare espressione di amore personale.
Ovviamente.

Contro l’emendamento “Ammazza precari” (37 bis ddl 1441)

12
Manifestazione a Roma, 2 ottobre 2008 (da Palazzo Vidoni a Montecitorio).
Altre foto.

giovedì 2 ottobre 2008

Chi è il padrone del tuo corpo?

Fra gli argomenti speciosi, le contorsioni logiche e i veri e propri non sequitur che costellano i discorsi degli oppositori del testamento biologico, un posto di riguardo spetta a quello che così esprime ieri sul Foglio Benedetto Ippolito («Di quale libertà stiamo parlando quando decidiamo se vivere oppure morire», 1 ottobre 2008, p. 2):

Se […] posso fare tutto di me, perché non ammettere che io possa decidere anche sul mio essere, sulla mia vita e sulla mia morte? Se è legittimo scegliere tutto di se stessi, della propria vita e di quella altrui, perché non pensare di rendere assoluta questa libertà fino a decidere su tutto quanto riguarda l’esistenza umana? […] Ma su quale base posso pretendere di essere così tanto libero, se non ho deciso io di venire al mondo ma mi ci sono trovato, e se non sono io l’autore della mia vita e della mia morte ma tutto questo mi è accaduto?
La mia libertà potrebbe essere tale da stabilire un arbitrio completo su quello che sono, cioè una decisione di vita e di morte sulla mia persona, se io fossi autore di me stesso e della mia esistenza. Ma non è così. Ed è esattamente questa l’assurdità del testamento biologico rispetto ad ogni altro testamento legale e ad ogni altra libera scelta. Esso pretende di far valere decisioni ultime su cose di cui la persona non dispone, non essendo nessuno creatore di se stesso.
Che io non abbia il potere di dare a me stesso la vita, e che non sia l’autore della mia esistenza, è una verità tautologica, riaffermando la quale non direi nulla di importante. Ma come può, da questo, seguire che non ho nemmeno il potere di darmi la morte? La logica dell’argomento è decisamente oscura.
Forse che godo di un titolo legittimo di proprietà soltanto sulle cose di cui sono l’autore? Evidentemente no: posseggo infatti del tutto legittimamente anche cose che ho acquistato, ereditato, trovato in stato di abbandono, ricevuto in dono. La mia vita può anche non rientrare in nessuna di queste categorie (ma si noti che spesso chi la pensa come Ippolito sostiene che la vita è un dono), ma la lista non è logicamente chiusa, e non si vede perché non debba far posto al possesso più intimo ed evidente, essenziale alla felicità personale, addirittura pre-legale: quello del proprio corpo e della propria mente, self-ownership.
È probabile che l’argomento di Ippolito sia così zoppicante a causa della sua derivazione dalla credenza religiosa secondo la quale la nostra vita è in realtà proprietà di Dio, che ce la dà – per così dire – in concessione, e ce la toglie a suo piacimento. Poiché è richiesta una parvenza di razionalità nel discorso pubblico, l’argomento viene privato di ogni riferimento teologico, ma in questo modo cessa anche di essere coerente.
Va notato che l’autore dell’articolo sembra essersi accorto dell’inconsistenza di quanto dice: nella frase «non sono io l’autore della mia vita e della mia morte ma tutto questo mi è accaduto», cerca in qualche modo di estendere alla morte l’evidenza tautologica della mancanza di potere sulla nascita. Ma ovviamente io posso essere l’autore della mia morte: l’aggiunta surrettizia non salva l’argomento dalla sua illogicità, e riesce solo a renderlo ancora più assurdo.

mercoledì 1 ottobre 2008

A due passi dalla presidenza

Katie Couric intervista la candidata repubblicana alla vicepresidenza, Sarah Palin, per le CBS Evening News:

COURIC: E quando si tratta di formare la sua visione del mondo, vorrei sapere, che giornali e riviste leggeva regolarmente prima di essere scelta per questa cosa – per rimanere informata e per capire come va il mondo?
PALIN: Ne ho letto la maggior parte, di nuovo con grande apprezzamento per la stampa, per i media...
COURIC: Ma quali in particolare? Sono curiosa.
PALIN: Uhm, tutti, tutti quelli che mi sono ritrovata, uhm, davanti in tutti questi anni.
COURIC: Me ne può nominare qualcuno?
PALIN: Ho un’ampia varietà di fonti dalle quali apprendiamo le notizie.

Giuda ballerino


Ma il fanciullo è vivo, anche se non si direbbe.

lunedì 29 settembre 2008

O mio dio!

Non è persecutorio? Nemmeno la spesa in pace si potrà più fare (e a volte è una gran rottura di palle fare la spesa, ci mancava questo). Già ti citofonano quelli che ti vogliono redimere, vogliono benedire la casa, portarti la salvezza anche se tu non la vuoi, ti lasciano pubblicità clericali nella cassetta della posta, che ogni scusa è buona natale pasqua e ferragosto.
Pure al supermercato?
Apprezzerei molto un dio silenzioso. Che se vuoi arriva, ma non può essere così invadente. Ma forse il guaio non è dio, quello tutto sommato tace.

domenica 28 settembre 2008

Ma sicurezza non vuol dire privacy

Astigmatismo
Il dibattito sui dati genetici è vivace quando si parla di un’eventuale discriminazione da parte dei datori di lavoro e delle assicurazioni sanitarie. Sull’uso a scopo investigativo e sulla creazione di una banca dati nazionale del DNA, invece, c’è silenzio. E già questo potrebbe essere preoccupante. Come è preoccupante che il Big Brother Award Italia 2008, sezione “Tecnologia più invasiva”, sia stato assegnato proprio alla banca (abusiva) del DNA del R.I.S. di Parma. La creazione di una banca dei profili del DNA pone non solo la questione dell’informazione genetica e del suo possibile abuso; ma quella delle modalità e delle ragioni per cui si preleva un campione di DNA. Invocare l’annientamento del crimine è pretestuoso – comunque non sufficiente a sgretolare la tutela della riservatezza di ogni cittadino.
Sebbene l’informazione dei profili del DNA di per sé potrebbe non costituire un danno, la prima domanda è se ci si può rifiutare di farsi prelevare un campione di DNA. Tanto più che le informazioni genetiche trascendono il singolo, coinvolgendo tutto il suo gruppo familiare: tutte le persone legate ad un “sospetto” sarebbero esposte ad una intollerabile intrusione.
Per quali ragioni si potrebbe giustificare la violazione di un domicilio tanto privato quale il nostro profilo del DNA?
Come potrebbero essere usate queste informazioni? Le garanzie contro i possibili abusi, offerte dal disegno di legge sulla Banca dati nazionale del DNA, sembrano poco rassicuranti. Come si può giustificare la violazione di un diritto tanto fondamentale quale la tutela dei propri dati personali?
Quale “sicurezza” può spingere a violare l’intimità e la privacy? La sicurezza non può essere ridotta ad un ideale astratto cui sacrificare la vita privata di alcuni cittadini in carne ed ossa. È paradossale invocare un principio per giustificarne la violazione. È una pessima e diffusa abitudine invocare la sicurezza per annientare la libertà e la giustizia.
Le domande sono troppe, e le risposte elusive o assenti.
Colpisce, poi, come l’antiscientismo diffuso in questo caso prenda le sembianze del suo alter ego: la fiducia cieca e smisurata per la dimostrazione assoluta di colpevolezza (la “certezza” della prova) tramite il DNA, ottenuta quasi magicamente – neanche si trattasse di un episodio di CSI, celebre telefilm americano che ha reso famosa la polizia scientifica (e in cui i colpevoli sono sempre incastrati dal DNA!).

l’Unità, 27 settembre 2008

venerdì 26 settembre 2008

Discutendo con Buttiglione

Il più delle volte gli integralisti non fanno che ripetere slogan stantii e spesso mal compresi o addirittura alterati nel passaggio da una bocca all’altra; ma qualche volta propongono anche argomenti. Magari non tutti originalissimi e non tutti particolarmente meditati, ma pur sempre argomenti. È quanto fa Rocco Buttiglione sul Tempo di due giorni fa («Legge ok, ma patti chiari. Testamento biologico non significa eutanasia», 24 settembre 2008, p. 17), e noi proveremo a rispondere punto per punto.

1. Un primo principio che non deve mai essere perso di vista mi pare che sia il seguente: nessuno può trasferire ad altri diritti che non possiede egli stesso. Il testamento biologico serve a dare indicazioni a chi ci ha in cura sui trattamenti che vorremmo o non vorremmo ricevere. Non possiamo però, attraverso il testamento biologico, dare l’ordine di essere uccisi. Non possiamo dare questo ordine quando siamo coscienti, non possiamo darlo quando siamo incoscienti attraverso il testamento biologico. C’è qui da dissipare un equivoco. Alcuni dicono: la vita è mia e ne faccio quello che mi pare. Il principio è discutibile (si potrebbe sostenere che la mia vita appartiene contemporaneamente alle persone che amo e che mi amano e chi dice “la mia vita appartiene solo a me” deve essere una persona molto sola e molto infelice), tuttavia esso non giustifica l’eutanasia. Al massimo può giustificare il suicidio.
Quanto dice Buttiglione è sostanzialmente corretto, nell’attuale quadro giuridico. La norma che impedisce l’omicidio del consenziente sarebbe chiaramente in contrasto con la previsione dell’eutanasia attiva (cioè della somministrazione di un farmaco che causi direttamente il decesso del paziente), sia che questa venga eseguita quando il paziente è cosciente sia che venga prevista nelle direttive anticipate. Ma nessuno chiede oggi che il testamento biologico possa contemplare l’eutanasia attiva. Il massimo che viene richiesto è la possibilità di sospendere nutrizione e idratazione artificiali; e questo è un diritto che già possediamo, un ordine che già possiamo impartire ai medici mentre siamo coscienti, e che quelli sono obbligati a rispettare (art. 53 del Codice di deontologia medica), come ammette – lo vedremo fra poco – persino lo stesso Buttiglione.
Con l’eutanasia io non dispongo della mia vita. Dispongo contemporaneamente della vita di un altro, al quale dò l’ordine di uccidermi. E dispongo di tutta la comunità umana da cui pretendo che imponga a qualcuno di eseguire il mio ordine e che non consideri quel [sic] atto come punibile. È evidente che esiste una differenza fra il suicidio e l’omicidio del consenziente.
Con l’eutanasia – che, ripeto, è cosa diversa dal testamento biologico come oggi viene concepito e richiesto – nessuno dà l’ordine o impone a un altro di uccidere. Non si afferra un passante mettendogli in mano una siringa di Pentothal e non gli si intima «vai e uccidi!»; non è così che funziona. A praticare l’iniezione letale, nei paesi dove la legge ne consente la possibilità, è un medico che ha liberamente sottoscritto un contratto che prevede questo impegno; e se per qualche motivo la cosa disgusta alla sua coscienza è altrettanto libero di dedicarsi a un’altra specialità o a un’altra professione. In questi paesi, poi, l’eutanasia è stata approvata con leggi democratiche, non certo «imponendo» alla comunità di non considerare l’atto come punibile.
2. Il trattamento terapeutico è un atto in cui conviene la libertà e la responsabilità di due persone: il medico ed il paziente. Ambedue devono partecipare al medesimo atto con scienza e coscienza. Non è possibile ridurre il medico al livello di un esecutore di ordini che vadano contro la sua coscienza. Medico e paziente sono uniti dal perseguimento di un bene oggettivo che è la salute del paziente. Le indicazioni del paziente nel suo testamento biologico vanno certamente tenute da conto da parte del medico, ma non possono essergli imposte in modo vincolante quando esse contrastino con le regole tecniche e deontologiche della professione medica.
Come mai secondo Buttiglione non è possibile ridurre il medico a esecutore di ordini che vadano contro la sua coscienza, ma allo stesso tempo è possibile ridurre il paziente a oggetto passivo di ordini che vadano contro la sua coscienza? Io non posso obbligare il medico a fare alcunché (almeno in assenza di un impegno contrattuale), ma nemmeno lui può impormi di subire ciò che vuole. Quanto alla salute, può essere anche un bene oggettivo, ma chi decide che è il massimo bene possibile, da anteporre a tutti gli altri? Da uno che proviene da una tradizione culturale in cui un tempo si esortava così: «Non abbiate paura di chi può uccidere il vostro corpo; temete piuttosto chi ha il potere di uccidere la vostra anima», ci si aspetterebbe una diversa scala di valori... In ogni caso, il medico è il più qualificato a stabilire cosa è bene per la mia salute, ma non a stabilire cosa è bene per me. C’è una grande differenza.
3. Nessun trattamento può essere imposto al paziente contro la sua volontà. In altre parole non è lecito imporre un trattamento sanitario con la forza. Ciò comporterebbe una inaccettabile violazione della dignità umana del paziente. Qui però dobbiamo domandarci in cosa consista la volontà vera del paziente. Quanto più l’espressione di volontà del paziente appare strana e contrario al suo interesse bene inteso, quale lo intenderebbe in genere un tutore legale, tanto più è necessario avere delle espressioni di volontà inequivocabili. E anche quando vi fossero, sarebbero sempre valide?
Immaginiamo, per esempio, che le disposizioni siano dettate in una fase di malattia e di depressione. Siamo sicuri che in quel contesto il soggetto conservi pienamente le sue facoltà di intendere e di volere? Molta gente in una fase di depressione e di disperazione arriva a tentare il suicidio. Dovremo proibire di dare assistenza sanitaria all’aspirante suicida, visto che egli ha mostrato in modo inequivocabile di voler morire e di rifiutare di conseguenza qualunque trattamento medico? In realtà noi agiamo in modo esattamente opposto e l’aspirante suicida in genere è grato a chi gli ha salvato la vita. Noi riteniamo che si possa presumere che l’aspirante suicida non sia pienamente in grado di intendere e di volere. Non possiamo impedirgli di tentare il suicidio, ma possiamo salvargli la vita dopo che ha tentato, e questo è esattamente quello che facciamo.
Cosa faremo con chi rifiuta un trattamento sanitario che può salvargli la vita? Non lo somministreremo se egli attivamente lo rifiuta. E se è incosciente ed ha lasciato scritto di volerlo rifiutare non riterremo che ricorra qui una analogia con il tentato suicidio? Il testamento biologico non può avere l’ultima parola su tutto. Quanto più esso si allontanasse dalla ragionevolezza tanto più il medico avrebbe il diritto ed il dovere di disattenderlo.
Questo è un argomento degno di considerazione. Chi decide tuttavia la misura della «ragionevolezza»? A molti pare assolutamente ragionevole rifiutare le cure nel caso si sia ridotti in uno stato vegetativo permanente; il caso Englaro ha dimostrato che è proprio chi ama di più la vita, senz’ombra di depressione, a rifiutare con più decisione la prospettiva di trascorrere la vita a letto ridotto come un vegetale. Ci si limiti dunque a rendere obbligatorio un colloquio previo con il medico o comunque un qualche documento giustificativo solo per chi rifiuta nelle proprie direttive anticipate ciò che pare del tutto accettabile al senso comune e alla stragrande maggioranza delle persone, p.es. le pratiche ordinarie di rianimazione in presenza di prognosi favorevole (è il caso dei Testimoni di Geova, che rifiutano le trasfusioni).
[Ometto il punto 4 sull’accanimento terapeutico, che non dice nulla di particolarmente rimarchevole.]
5. Quando si sospendono le terapie non si può però fare venire a mancare al paziente un elementare sostegno e l’assistenza. Si continuerà a nutrirlo, a dissetarlo, a tenerlo pulito, ad avere cura per quanto possibile del suo benessere. Queste non sono terapie straordinarie, ma atti di semplice assistenza comunque dovuti ad un essere umano che soffre. Privare un essere umano di questa assistenza e cura significa ucciderlo. In modo particolare, privarlo dell’acqua e del cibo significa farlo morire di fame. Alcuni vorrebbero trattare l’alimentazione artificiale come un mezzo straordinario di cura e quindi interromperla in modo da provocare la morte del paziente. In realtà l’alimentazione artificiale consiste in una piccola operazione che permette di inserire nell’esofago una cannula attraverso la quale passano le sostanze nutrienti. Una volta fatta, alla nutrizione può provvedere personale non specializzato.
Certo, se il paziente è conscio non è possibile imporgli l’alimentazione artificiale. Sarebbe una violazione della sua intimità personale. Ma quando l’operazione sia già stata fatta ed il paziente sia incosciente, è irragionevole sospendere l’alimentazione.
È già un progresso che qualcuno si renda conto che già oggi è vietato imporre l’alimentazione artificiale a un paziente cosciente. Ma perché sarebbe irragionevole estendere il divieto al paziente incosciente? Buttiglione non lo spiega. Il maniaco che brancica la paziente in coma non ne sta forse violando l’intimità?
La natura non straordinaria della nutrizione artificiale è poi del tutto irrilevante. Nel nostro ordinamento giuridico è possibile rifiutare trattamenti medici del tutto usuali ed essenziali alla vita del paziente, come la somministrazione di antibiotici; non si vede dunque perché la somministrazione enterale o parenterale di alimenti dovrebbe fare eccezione (e la questione sulla sua natura di trattamento medico non ci deve interessare minimamente; non mi posso mettere a tatuare senza autorizzazione pazienti colpiti da demenza con la scusa che un tatuaggio non è una terapia e che lo faccio per il loro bene, per farli riconoscere nel caso si perdessero: si tratta di un’intrusione nella sfera corporea di un altro, e tanto basta).
É inoltre evidente che il trattamento, una volta iniziato, non può essere sospeso su semplice indicazione del paziente. Sarebbe come dire che chi è stato salvato da un tentativo di suicidio per annegamento ha il diritto, se cambia idea, di farsi ributtare in mare da chi lo ha salvato.
A me non pare affatto evidente. Sarebbe come dire che una donna che ha iniziato un rapporto sessuale non può più ritirare il proprio consenso, e che non ci troviamo di fronte a uno stupro se il suo compagno la forza a continuare. Il paragone con il suicidio ignora ancora una volta l’analogia fra l’azione che si impone di compiere e l’azione che si impone di subire: certo che il suicida non può costringermi a ributtarlo in mare; ma neanche io ho il diritto di incatenarlo a un palo perché non ci riprovi.
Su questi principi non è difficile fare una buona legge sulle disposizioni di fine vita.
No, in effetti non è difficile. È impossibile, direi.

Attenti, arriva il cognonismo femmineo!

Il beniamino di Bioetica, l’onorevole Luca Volontè, non poteva certo lasciarsi sfuggire il recente pronunciamento della Cassazione in favore dell’adozione del cognome materno accanto a quello paterno; eccolo dunque prodursi in un intervento sul tema, per la gioia dei suoi fan («Col cognome materno gli alberi genealogici diverranno cespugli», Libero, 25 settembre 2008, p. 23), da cui riportiamo un significativo excerptum:

Oltre ad essere un ossequioso cedimento della paternità all’assolutismo della maternità, il “cognonismo femmineo” consente di distruggere definitivamente, ben più che divorzi, separazioni e “scambismo di fatto”. Il pronipote non conoscerà più il nonno, si perderà ogni albero genealogico e le più grandi querce familiari si ridurranno a piccolissimi cespugli.
Confesso di non essere riuscito a capire bene in che modo dare dignità al cognome materno dovrebbe portare all’oblio dei propri nonni: io sono in grado di recitare i nomi di tutti e quattro i miei nonni, anche se solo uno aveva il mio stesso cognome (e lo stesso vale, con qualche sforzo aggiuntivo di memoria, per i miei otto bisnonni); e comunque, nell’ipotesi, portare un doppio cognome dovrebbe portare in realtà a un raddoppio della memoria. Mah. Però «cognonismo femmineo» rimane – si converrà – una definizione geniale, e Luca Volontè si candida ad essere il rappresentante più illustre di quello che potremmo chiamare «cognonismo virile» – o di qualcosa che suona quasi identico a questo.

giovedì 25 settembre 2008

Salviamo il San Giacomo

12
Cosa può un concerto contro una decisione già presa secondo logiche inintelliggibili per i più? Ove non hanno potuto le proteste dei pazienti, le obiezioni dei medici e di tutto il personale sanitario. E nemmeno le questioni più “oggettive”: i milioni di euro spesi per la ristrutturazione dei reparti che andranno sprecati (sia i milioni di euro, sia i reparti); una farmacia avveniristica che sarà smantellata; una sala di rianimazione all’avanguardia che sarà rimpiazzata da non si sa bene cosa e perché. Tutto in nome di un “necessario” taglio della spesa sanitaria? Sarà interessante farsi questa domanda tra qualche mese, quando non sarà più un mistero la destinazione di una struttura gigantesca nel cuore di Roma. Cuore pulsante per speculatori e costruttori; spreco per quei malati che potranno certo fare qualche chilometro in più senza morire!
Una decisione che potrebbe essere la prima di una grande cambiamento delle strutture ospedaliere romane – chiuse o ridimensionate per questioni di bilancio. E, si sa, non necessariamente i grandi cambiamenti sono salutari e benefici; e non necessariamente si riesce a contenere le spese tagliando (serve ben altro).
Non servirà, dunque, un concerto a porre rimedio ad un destino già scritto. Ma almeno serve a testimoniare della protesta di tutti quei cittadini che subiscono l’ennesima decisione dall’alto. E non vogliono farlo passivamente.
Il 24 settembre sera il maestro Uto Ughi e il maestro Stelvio Cipriani hanno tenuto un concerto nella Chiesa di Santa Maria del Popolo a sostegno di quanti protestano.

Mercoledì 24 settembre, a Piazza del Popolo, ore 17: controlli sanitari gratuiti; ore 20: presso la Chiesa di Santa Maria del Popolo, Porta del Popolo (Roma) il concerto.
Giovedì 25 settembre, ore 14.30: manifestazione presso l’Ara Pacis.
In queste occasioni vengono raccolte le firme contro la destinazione d’uso dell’ospedale. Si può firmare in qualsiasi momento presso il cortile del San Giacomo (via Canova).

Agoravox Italia, 25 settembre 2008; altre foto qui.