venerdì 16 marzo 2012
A proposito di cimiteri per embrioni e feti
La proposta ha sollevato molte perlessità, critiche feroci, polemiche trite e ben note.
La vicenda mi colpisce per varie ragioni. La prima la sua ridondanza giuridica: è sempre stato possibile richiedere la sepoltura del materiale abortivo (in base al D.P.R. 10/09/1990 n. 285, in particolare articolo 7): Comma 2. Per la sepoltura dei prodotti abortivi di presunta età di gestazione dalle 20 alle 28 settimane complete e dei feti che abbiano presumibilmente compiuto 28 settimane di età intrauterina e che all’ufficiale di stato civile non siano stati dichiarati come nati morti, i permessi di trasporto e di seppellimento sono rilasciati dall’unità sanitaria locale.
Comma 3. A richiesta dei genitori, nel cimitero possono essere raccolti con la stessa procedura anche prodotti del concepimento di presunta età inferiore alle 20 settimane.
Comma 4. Nei casi previsti dai commi 2 e 3, i parenti o chi per essi sono tenuti a presentare, entro 24 ore dall’espulsione od estrazione del feto, domanda di seppellimento alla unità sanitaria locale accompagnata da certificato medico che indichi la presunta età di gestazione ed il peso del feto.
Poi per la scelta linguistica: bambini mai nati invece di embrioni e feti - e questa è una ben nota strategia antichoice (negli Stati Uniti è unborn children). Si vogliono trascinare tutte le caratteristiche dei bambini verso embrioni e feti: sono tutti bambini, questi ultimi non ancora nati, ma caratterizzati dallo stesso statuto. La mossa fa leva sulla pancia e sugli umori, e basterebbe poco per spazzarla via. Basti pensare che a nessuno viene in mente di fare il passo successivo (coerente e obbligato se seguiamo la suddetta logica): siamo tutti individui non ancora morti, tanto vale trattarci come tali?
Infine per il cattivo gusto - ma questo è un parere come un altro, non è che una espressione personale, un gusto estetico e che non ha alcuna pretesa di ostacolare la suddetta possibilità - già esistente, lo ribadisco.
E qui passiamo alle due considerazioni finali: che necessità poteva esserci di ribadire qualcosa che è già permesso? Che scopo si persegue nel mascherare qualcosa che si può già fare come una lotta di civiltà e umanità? Verso chi si inscena questo inchino metaforico?
Ultima: le proteste che si sono scatenate in nome delle donne e del sapore punitivo della proposta non rischiano di essere fuori fuoco?
Ciò che voglio dire è che la possibilità di fare un funerale a un embrione dovrebbe essere garantita - diversa è la situazione in Lombardia, dove la delibera regionale obbliga. Dovrebbero però essere garantite anche scelte diverse: non solo quella di non farlo, ma soprattutto quella di interrompere una gravidanza senza tutte le difficoltà che oggi quasi sempre una donna deve superare, in una gimkana assurda fatta di scuse e di abuso di obiezione di coscienza. Un abuso che ha ormai le fattezze della normalità. Basta entrare in un reparto di IVG per rendersene conto.
Domenica scorsa su la Repubblica di Firenze, una inchiesta di Michele Bocci raccontava un ennesimo scenario da invasione di obiettori. Una invasione che inizia nei consultori, luoghi in cui non si eseguono le interruzioni di gravidanza e per cui la possibilità di fare obiezione mi sembra illegittima.
Nei consultori è ormai difficile trovare un medico anche solo per fare un certificato. Cioè per attestare lo stato di gravidanza.
A questo proposito la vicenda della Puglia di due anni fa è illuminante. Dopo una delibera regionale per assumere alcuni non obiettori nei consultori, l’ordine dei medici pugliesi fa ricorso al TAR, che accusa la delibera di “scelta discriminatoria”.
I passaggi della sentenza più interessanti sottolineano ciò che dovrebbe essere scontato, ma che spesso è trascurato o ignorato. Il collegio ritiene “che la presenza o meno di medici obiettori ex art. 9 legge n. 194/1978 nei Consultori istituiti ai sensi della legge n. 405/1975 sia assolutamente irrilevante, posto che all’interno dei suddetti Consultori non si pratica materialmente l’interruzione volontaria della gravidanza per la quale unicamente opera l’obiezione ai sensi dell’art. 9”, comma 3 (l’I.V.G. può, infatti, avvenire esclusivamente nelle strutture a ciò autorizzate di cui all’art. 8 legge n. 194/1978 laddove la donna, convinta di procedere con l’I.V.G., decide di presentarsi), bensì soltanto attività di assistenza psicologica e di informazione/consulenza della gestante (cfr. artt. 2 e 5 legge n. 194/1978) ovvero vengono svolte funzioni di ginecologo (i.e. accertamenti e visite mediche di cui all’art. 5 legge n. 194/1978) che esulano dall’iter abortivo, per le quali non opera l’esonero ex art. 9, e quindi attività e funzioni che qualsiasi medico (obiettore e non) è in grado di svolgere ed è altresì tenuto ad espletare senza che possa invocare l’esonero di cui alla disposizione citata”.Il Tar sottolinea una ovvietà: non è nei consultori che si effettuano le interruzioni di gravidanza, perciò quella tra la Regione e gli oppositori sembrerebbe una conversazione tra sordi. E poi qualsiasi medico è tenuto a spiegare alle donne tutte le alternative, tra le quali l’interruzione di gravidanza, e a offrire informazioni corrette.
La corretta applicazione della 194 andrebbe senza dubbio nella direzione della corretta e completa informazione: “anche il medico obiettore legittimamente inserito nella struttura del Consultorio è comunque tenuto all’espletamento di quelle attività istruttorie e consultive (come ad esempio il rilascio del documento attestante lo stato di gravidanza di cui all’art. 5 legge n. 194/1978); per cui la presenza teorica di soli obiettori all’interno del Consultorio - ancora una volta - appare irrilevante ai fini di una corretta doverosa applicazione della legge n. 194/1978” (i corsivi sono miei).
Postato da Chiara Lalli alle 08:54 8 commenti
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mercoledì 14 marzo 2012
I veri pro-life
Vera Schiavazzi, «Quei duemila bambini in provetta nati grazie alla Corte costituzionale», La Repubblica, 13 marzo 2012, p. 21:
Almeno duemila bambini in più nascono ogni anno nell’Italia del calo demografico, grazie a una sentenza della Corte Costituzionale, quella che nel 2009 ha scardinato i paletti della legge 40. Sono questi i dati che il ministro della Salute Renato Balduzzi ha sul suo tavolo da fine febbraio, quando l’Istituto Superiore di Sanità glieli ha consegnati. Il governo voleva sapere che cosa era accaduto nel 2010 e nel 2011, gli anni nei quali i centri di procreazione assistita hanno potuto lavorare di più e meglio, aumentando del 20% i propri successi. E le risposte dei centri specializzati non si sono fatte attendere. «Otteniamo una gravidanza in più ogni 5-6 trattamenti – spiega Filippo Maria Ubaldi, direttore del Centro di medicina della riproduzione Genera, a Roma – È una percentuale enorme, che aumenta se si considerano le pazienti al di sotto dei 39 anni: non si può generalizzare, per questo è impossibile calcolare se le nascite in più siano duemila, o se il numero sia assai più grande. Nel caso delle giovani la percentuale di gravidanze a termine rispetto al numero di ovociti che otteniamo con le normali stimolazioni sale fino al 17 per cento in più rispetto agli anni nei quali la legge 40 era applicata nella sua versione originale».
Postato da Giuseppe Regalzi alle 14:11 2 commenti
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martedì 13 marzo 2012
Avvenire e il telefono senza fili
PERVERTIMENTI Secondo la bioeticista Chiara Lalli (La Sapienza, Roma) «c'è chi dice no» all'obiezione di coscienza, cioè a un «pervertimento semantico», perché l'aborto, da quando la legge lo ha legalizzato, è diventato un diritto mentre – sostiene su Il Sole 24 Ore (domenica 4) – l'obiezione ha cessato di esserlo. Di qui una serie di deduzioni che a un distratto possono sembrare logiche (la Lalli insegna anche Logica), ma non lo sono, perché è sbagliata la premessa. Infatti il legislatore ha riconosciuto il diritto all'obiezione, proprio perché l'aborto non lo è e quindi non può corrispondergli alcun obbligo. Infatti: 1) il concepito/feto è un essere umano e dunque ha diritto alla vita; 2) l'aborto resta un reato quando è clandestino, anche se è in tutto uguale a quello legale; 3) Il giorno in cui, al Senato, si stava per votare definitivamente la legge 194, il ministro della Giustizia, Francesco Bonifacio, dichiarò di prendere atto che gli stessi promotori della legge avevano «seccamente smentito la tesi, aberrante sul piano costituzionale, civile e morale, secondo la quale l'aborto costituirebbe contenuto e oggetto di un diritto di libertà». È agli atti del Parlamento.(Risposte scientificamente antiscientifiche, Avvenire, 11 marzo 2012).
Vengo a sapere da Pier Giorgio Liverani che cosa ho davvero scritto in C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza.
Di questo lo ringrazio, non avrei mai saputo inventare una sintesi tanto efficace delle mie ipotesi a proposito dello slittamento semantico della obiezione di coscienza.
È evidente che Liverani non solo non ha letto il mio libro (forse ha letto solo il titolo), ma nemmeno la legge 194, in particolare l’articolo 9 dove c’è scritto che il “servizio” (cioè l’interruzione di gravidanza) va garantito.
La premessa che mi attribuisce è fantasiosa, non è nemmeno una riduzione affrettata ma proprio uno stravolgimento di quanto ho scritto.
Sul resto è inutile soffermarsi, è inutile rispondere a chi non legge e non ascolta, sembrerebbe di parlare da soli (domenica 4 non ho sostenuto nulla su Il Sole 24 Ore, forse Liverani si riferisce alla intervista di Manuela Perrone uscita sull’inserto Sanità il martedì successivo). È inutile anche rispondere sulle inferenze molto disinvolte compiute al punto 1 e 2. Per non parlare del 3, argomento d’autorità per l’allora ministro della giustizia. Cioè se l’ha detto il ministro della giustizia è vero e incontestabile!
Più che pervertimenti, perversioni.
Postato da Chiara Lalli alle 08:53 10 commenti
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domenica 11 marzo 2012
Matrimonio e discriminazione
Per le unioni gay «non userei mai la parola matrimonio», vista anche la natura giuridica che ha nel nostro Paese. Rosi Bindi, presidente dell'assemblea nazionale del Pd, intervistata da Maria Latella per Sky Tg 24, commenta l'intervento di sabato di Angelino Alfano dopo che il segretario del Pdl aveva detto che il matrimonio gay sarà la priorità del Pd qualora vincesse le elezioni nel 2013 . «La famiglia fondata sul matrimonio ha la priorità, lo dice la costituzione», afferma Rosi Bindi. «Ma il Pd non ignorerà i diritti di tutti. Il matrimonio però è solo eterosessuale, è un punto molto fermo».Ecco il parere di Rosy Bindi, supportato da zampette così incerte da crollare al primo respiro. La dichiarazione di Bindi è moralmente ripugnante e discriminatoria. Non solo: si fonda su una interpretazione a dir poco disinvolta della Costituzione italiana, in particolare dell'articolo 29 che per comodità incollo di seguito. Dove c'è scritto eterosessuale? Cosa toglierebbe a Bindi (e agli altri isterici difensori del "Matrimonio tra vagine e peni") il riconoscimento della uguaglianza tra persone? Perché continuare a difendere una visione tanto angusta e ingiusta del matrimonio?
Articolo 29: La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.
Postato da Chiara Lalli alle 20:46 55 commenti
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venerdì 9 marzo 2012
Senate approves bill on ‘wrongful births’
The Arizona Senate has approved a bill that would shield doctors and others from so-called “wrongful birth” lawsuits.The Associated Press del 6 marzo (il corsivo è mio).
Those are lawsuits that can arise if physicians don’t inform pregnant women of prenatal problems that could lead to the decision to have an abortion.
The Senate’s 20-9 vote Tuesday sends the bill to the state House. The bill’s sponsor is Republican Nancy Barto of Phoenix. She says allowing the medical malpractice lawsuits endorses the idea that if a child is born with a disability, someone is to blame.
Barto said the bill will still allow “true malpractice suits” to proceed. If the bill becomes law, Arizona would join nine states barring both “wrongful life” and “wrongful birth” lawsuits. Opponents of the bill say it’s unnecessary and would infringe on reproductive rights.
Postato da Chiara Lalli alle 12:29 3 commenti
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domenica 4 marzo 2012
Se l’integralista ti vuol spedire a Riad
Gli integralisti sembrano in preda a una strana compulsione: quasi ogni volta che sui loro mezzi di comunicazione danno conto di un’iniziativa di laici o non credenti che sia in qualche modo critica della loro religione, non possono fare a meno di aggiungere una chiosa risentita, sempre essenzialmente la stessa, che suona più o meno così: «Vorremmo vederli, questi laici, a criticare allo stesso modo la religione islamica: verrebbero fatti immediatamente a pezzi! Ma naturalmente se ne astengono scrupolosamente...». I laici insomma, sembra di capire, sono per questa gente dei vigliacchi che se la prendono con il più debole. Così, per fare un esempio, sulla Bussola quotidiana del 28 febbraio scorso (Marco Respinti, «Dio non c’è, o forse sì. Dawkins ha dei dubbi»), si poteva leggere a proposito dell’Atheist Bus Campaign (un’iniziativa degli atei inglesi in cui un autobus ha girato per le strade di Londra con la scritta «Dio probabilmente non esiste. Adesso smettila di preoccuparti e goditi la vita») la seguente osservazione: «molti si sono chiesti cosa sarebbe successo se il bus avesse fatto scala [sic] a Teheran o a Riad...».
Chi ha scritto queste parole sembra beatamente ignaro del fatto che gli si potrebbero facilmente ritorcere contro: cosa succederebbe se un certo «quotidiano cattolico di opinione online» se la prendesse non con gli innocui atei inglesi ma con i wahhabiti arabi, e per giunta durante una trasferta a Riad? Penso che pochi scommetterebbero a favore dell’eventualità che Marco Respinti (o qualsiasi altro autore della Bussola) sia disposto a trasformarsi in questo modo in martire della fede...
L’errore degli integralisti, però, non sta tanto in questa incoerenza nell’adeguarsi allo standard che pretendono dagli altri, quanto proprio nel coltivare uno standard così assurdamente elevato. Proviamo infatti ad applicarlo ad altre situazioni: sei un piccolo cronista di nera di un quotidiano locale? Bel coraggio: vorrei vederti invece a volare a Mosca e scrivere contro la mafia cecena! Sei un volontario che opera in delicate situazioni sociali nella periferia romana? Ti disprezzo, visto che non sei disposto a fare le stesse cose nei sobborghi di Kabul. E l’ambito si potrebbe allargare, col pubblico che fischia il vincitore di una gara podistica perché non ha mai provato a correre la maratona di New York, o la fidanzata che lascia il suo ragazzo perché alla domanda «ma tu mi avresti amato anche se fossi stata brutta come una rana e affetta da gravi turbe psichiche?» quello ha esitato un momento di troppo...
La verità è che la maggior parte di noi ha dei limiti di coraggio o di abnegazione oltre i quali, per quanto si sforzi, non è capace di spingersi; ma proprio per questo ciò che compiamo entro questi limiti non è affatto privo di valore. Del resto, all’infuori di particolari circostanze l’eroismo non è un dovere (nel linguaggio della filosofia morale si direbbe che è un atto supererogatorio); anzi, talvolta non è neppure sensato e si trasforma in irresponsabile avventatezza, qualora il rapporto costi/benefici – che non è una misura necessariamente egoistica – ecceda la soglia della ragionevolezza. Non è facile vedere, nel caso in esame, che senso avrebbe andare a rischiare vanamente la propria testa in paesi lontani, fra popolazioni in maggioranza ancora scarsamente ricettive, mentre la laicità delle istituzioni è messa in pericolo ogni giorno a casa nostra – e non certo per opera dei salafiti.
Naturalmente, esistono dei casi in cui il consueto rimbrotto integralista avrebbe una qualche giustificazione. Prendiamo un commento apparso sull’edizione online del Corriere della Sera a firma di «Bertoldo41», al tempo della prima sentenza sul crocifisso della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo:
Gli atei italiani fanno gli eroi, i Leonida: vorrei vederli professare il loro ateismo in Afghanistan o in Arabia Saudita o in Iran. Se la farebbero sotto anche a pensare!Se davvero gli atei italiani si fossero atteggiati in quell’occasione a eroi sprezzanti della morte – cosa che naturalmente non hanno fatto – si potrebbe convenire con questo signore, almeno nell’accusarli di una certa vanagloria. Oppure, se in un futuro immaginario gli islamici fossero maggioranza in Italia e cercassero di imporre la sharia con la violenza, i laici tradirebbero il proprio compito se rivolgessero ogni critica soltanto agli integralisti cattolici; così come sarebbe intellettualmente incoerente chiunque oggi giudicasse lecito criticare anche in modo aspro i cristiani, e si opponesse contemporaneamente per principio a fare lo stesso nei confronti dei credenti di altre religioni. Ma, come si vede, si tratta di circostanze perlopiù ipotetiche.
È possibile che gli integralisti che ripetono come un mantra la loro assurda obiezione non abbiano mai pensato a nessuno dei possibili controargomenti? Non credo che siano così stupidi; e penso quindi che il ricorso a un’obiezione tanto platealmente fallace riveli un presupposto tacito. Riflettiamoci un attimo: quand’è che il rimprovero «vorrei vederti a fare lo stesso con qualcuno più forte» è effettivamente giustificato? La risposta è immediata: quando viene indirizzato a qualcuno che sta facendo un torto a qualcun altro, come il bullo della classe che tormenta il ragazzo mingherlino. Per gli integralisti, in realtà, gli atei e i laici che criticano la Chiesa o esprimono in qualsiasi altro modo la loro opinione non esercitano un diritto, ma compiono un’aggressione blasfema contro i campioni della Verità e contro ciò che essi hanno di più caro. In questo gli integralisti cattolici non sono tanto diversi dagli islamici che così spesso tirano in ballo (con una punta di invidia?), anche se oggi non arrivano più agli stessi eccessi. Tre secoli di Illuminismo hanno limato gli artigli e le zanne della Bestia; ma l’istinto ferino è ancora lì.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 10:00 26 commenti
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venerdì 2 marzo 2012
An open letter from Giubilini and Minerva
When we decided to write this article about after-birth abortion we had no idea that our paper would raise such a heated debate.
“Why not? You should have known!” people keep on repeating everywhere on the web. The answer is very simple: the article was supposed to be read by other fellow bioethicists who were already familiar with this topic and our arguments. Indeed, as Professor Savulescu explains in his editorial, this debate has been going on for 40 years.
We started from the definition of person introduced by Michael Tooley in 1975 and we tried to draw the logical conclusions deriving from this premise. It was meant to be a pure exercise of logic: if X, then Y. We expected that other bioethicists would challenge either the premise or the logical pattern we followed, because this is what happens in academic debates. And we believed we were going to read interesting responses to the argument, as we already read a few on this topic in religious websites.
However, we never meant to suggest that after-birth abortion should become legal. This was not made clear enough in the paper. Laws are not just about rational ethical arguments, because there are many practical, emotional, social aspects that are relevant in policy making (such as respecting the plurality of ethical views, people’s emotional reactions etc). But we are not policy makers, we are philosophers, and we deal with concepts, not with legal policy.
Moreover, we did not suggest that after birth abortion should be permissible for months or years as the media erroneously reported.
If we wanted to suggest something about policy, we would have written, for example, a comment related the Groningen Protocol (in the Netherlands), which is a guideline that permits killing newborns under certain circumstances (e.g. when the newborn is affected by serious diseases). But we do not discuss guidelines in the paper. Rather we acknowledged the fact that such a protocol exists and this is a good reason to discuss the topic (and probably also for publishing papers on this topic).
However, the content of (the abstract of) the paper started to be picked up by newspapers, radio and on the web. What people understood was that we were in favour of killing people. This, of course, is not what we suggested. This is easier to see when our thesis is read in the context of the history of the debate.
We are really sorry that many people, who do not share the background of the intended audience for this article, felt offended, outraged, or even threatened. We apologise to them, but we could not control how the message was promulgated across the internet and then conveyed by the media. In fact, we personally do not agree with much of what the media suggest we think. Because of these misleading messages pumped by certain groups on the internet and picked up for a controversy-hungry media, we started to receive many emails from very angry people (most of whom claimed to be Pro-Life and very religious) who threatened to kill us or which were extremely abusive. Prof Savulescu said these responses were out of place, and he himself was attacked because, after all, “we deserve it.”
We do not think anyone should be abused for writing an academic paper on a controversial topic.
However, we also received many emails from people thanking us for raising this debate which is stimulating in an academic sense. These people understood there was no legal implication in the paper. We did not recommend or suggest anything in the paper about what people should do (or about what policies should allow).
We apologise for offence caused by our paper, and we hope this letter helps people to understand the essential distinction between academic language and the misleading media presentation, and between what could be discussed in an academic paper and what could be legally permissible.
BMJ Blogs di oggi.
Postato da Chiara Lalli alle 17:17 16 commenti
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giovedì 1 marzo 2012
Un nuovo articolo per la 194/1978?
Tommaso Scandroglio sull’inserto È vita di Avvenire di oggi (Radicali senza freni: «Stop alle farmacie che obiettano») così commenta:
«La pillola in questione non è un farmaco abortivo, come la Ru486, ma una terapia contraccettiva d’urgenza che va somministrata il prima possibile». È quanto ha dichiarato in merito alla pillola del giorno dopo l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’Associazione radicale Luca Coscioni, alla recente presentazione romana del libro di Chiara Lalli «C’è chi dice no». Dalla leva all’aborto come cambia l’obiezione di coscienza». La Gallo ha affermato che «il farmacista non può fare alcuna obiezione di coscienza, deve limitarsi a somministrare un farmaco che viene peraltro richiesto con regolare prescrizione medica. Non hanno quindi alcun fondamento legale tali dinieghi e nessuna norma li supporta, mentre la mancata somministrazione dei farmaci è un reato civile e penale. È ora di dire basta. Abbiamo così deciso di aiutare le donne a risolvere immediatamente il problema denunciando il fenomeno e mettendo nel nostro sito un modulo di esposto ai farmacisti che negano questo tipo di terapia». Esplicita Emma Bonino: «Per i farmacisti che si rifiutano di somministrare la pillola del giorno dopo, farmaco regolarmente autorizzato dal Servizio sanitario nazionale - ha detto la leader radicale nella stessa occasione - non ci può che essere il ritiro della licenza». I radicali, che promettono «completa assistenza legale», forse ignorano che esiste abbondante letteratura scientifica la quale prova che la pillola del giorno dopo oltre ad avere effetti contraccettivi può esplicare anche una funzione abortiva. La somministrazione rientra dunque nella disciplina della legge 194 sull’aborto, quindi i farmacisti possono avvalersi del previsto istituto dell’obiezione di coscienza (il corsivo è mio).Sarei curiosa di sapere a quale letteratura scientifica fa riferimento Scandroglio, perché le ultime pubblicazioni da parte delle associazioni mediche sostengono il contrario.
Soprattutto sarei curiosa di sapere dove ha letto nella 194 che anche i farmacisti possono fare obiezione di coscienza. Qual è l’articolo?, perché deve essermi sfuggito.
Postato da Chiara Lalli alle 15:47 13 commenti
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mercoledì 29 febbraio 2012
Da stranieri a nemici morali
Gian Luigi Gigli non offre argomentazioni, ma solo espressioni di disgusto e di indignazione, nel commentare («Invasioni barbariche», Avvenire, 28 febbraio, p. 1) l’articolo di Alberto Giubilini e Francesca Minerva sullo after-birth abortion. Disgusto, indignazione, e qualche singolare tesi, come quando scrive:
Sconvolge semmai che i due autori, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, siano entrambi italiani. […] Studiosi italiani, dunque, cittadini di un Paese in cui la giustificazione per motivi utilitaristici delle azioni umane non è considerata un’attenuante, né moralmente né giuridicamente, ma semmai un’aggravante.A parte che Giubilini e Minerva non ricorrono in modo particolare ad argomentazioni utilitaristiche, c’è il fatto che l’utilitarismo è una corrente filosofica legittima, e praticata anche in Italia; andrebbe forse proibita e considerata come philosophia illicita, là dove il genius loci propenda altrimenti?
Ma è probabilmente un bene che Gigli non abbia tentato una confutazione razionale, visto che la sua comprensione del testo non appare molto salda: non si capisce come la «logica» di Giubilini e Minerva possa implicare per Gigli la conclusione che «l’“interesse” della società prevale inevitabilmente su quello di ciascun essere umano». Qualche difficoltà di comprensione Gigli la dimostra anche nei confronti di H. Tristram Engelhardt Jr. (non «Tristam H. Engelhardt»: Avvenire non corregge più le bozze?), fondatore della rivista su cui è apparso l’articolo di Giubilini e Minerva: con l’espressione «stranieri morali» Engelhardt non indica affatto «tutti quegli esseri umani (non nati, gravi ritardati mentali, dementi, comatosi, stati vegetativi, etc.) che non avrebbero titolo a essere considerati persone umane perché privi della capacità di esprimere biasimo o lode e quindi, appunto, estranei alla comunità sociale», ma bensì:
Moral strangers are persons who do not share sufficient moral premises or rules of evidence and inference to resolve moral controversies by sound rational argument, or who do not have a common commitment to individuals or institutions in authority to resolve moral controversies [H.T.E., The Foundations of Bioethics, 2nd ed., New York, Oxford University Press, 1996, p. 7].Stranieri morali, per intenderci, siamo reciprocamente io e Gigli...
Tutto questo, com’è ovvio, non significa necessariamente che le tesi di Giubilini e Minerva vadano immuni da critiche (per gli addetti ai lavori: gli autori basano il loro argomento sul concetto della morte come danno di Michael Tooley, senza accennare alle tesi più recenti e raffinate di Jeff McMahan). Ma le loro tesi sono espresse in forma razionale, e con argomenti razionali vanno quindi criticate, non con scomuniche o con grida isteriche. Altrimenti da stranieri morali si passa ad essere nemici morali – e questo non conviene decisamente a nessuno.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 15:21 5 commenti
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Un dibattito mai nato
Non è certo il primo caso di dibattito fasullo, ovvero un dibattito fatto da commenti da parte di chi non ha letto un pezzo eppure lo demolisce e lo accusa di essere così e così. E poi i commenti (inferociti) proseguono sulla base di quel commento affrettato, a volte sulla base del titolo o delle prime due righe di quel commento.
Se poi l’argomento è scottante come l’aborto, i commenti inferociti assumono anche il volto degli insulti e delle minacce.
Ecco quanto sta accadendo a un articolo pubblicato sul Journal of Medical Ethics: After-birth abortion: why should the baby live?, Alberto Giubilini e Francesca Minerva (è disponibile integralmente). Lo riporto integralmente nella speranza che qualcuno legga la fonte. Un commento interessante si può leggere qui e qui.
Abstract
Abortion is largely accepted even for reasons that do not have anything to do with the fetus' health. By showing that (1) both fetuses and newborns do not have the same moral status as actual persons, (2) the fact that both are potential persons is morally irrelevant and (3) adoption is not always in the best interest of actual people, the authors argue that what we call ‘after-birth abortion’ (killing a newborn) should be permissible in all the cases where abortion is, including cases where the newborn is not disabled.
Introduction
Severe abnormalities of the fetus and risks for the physical and/or psychological health of the woman are often cited as valid reasons for abortion. Sometimes the two reasons are connected, such as when a woman claims that a disabled child would represent a risk to her mental health. However, having a child can itself be an unbearable burden for the psychological health of the woman or for her already existing children,1 regardless of the condition of the fetus. This could happen in the case of a woman who loses her partner after she finds out that she is pregnant and therefore feels she will not be able to take care of the possible child by herself.
A serious philosophical problem arises when the same conditions that would have justified abortion become known after birth. In such cases, we need to assess facts in order to decide whether the same arguments that apply to killing a human fetus can also be consistently applied to killing a newborn human.
Such an issue arises, for example, when an abnormality has not been detected during pregnancy or occurs during delivery. Perinatal asphyxia, for instance, may cause severe brain damage and result in severe mental and/or physical impairments comparable with those for which a woman could request an abortion. Moreover, abnormalities are not always, or cannot always be, diagnosed through prenatal screening even if they have a genetic origin. This is more likely to happen when the disease is not hereditary but is the result of genetic mutations occurring in the gametes of a healthy parent. One example is the case of Treacher-Collins syndrome (TCS), a condition that affects 1 in every 10 000 births causing facial deformity and related physiological failures, in particular potentially life-threatening respiratory problems. Usually those affected by TCS are not mentally impaired and they are therefore fully aware of their condition, of being different from other people and of all the problems their pathology entails. Many parents would choose to have an abortion if they find out, through genetic prenatal testing, that their fetus is affected by TCS. However, genetic prenatal tests for TCS are usually taken only if there is a family history of the disease. Sometimes, though, the disease is caused by a gene mutation that intervenes in the gametes of a healthy member of the couple. Moreover, tests for TCS are quite expensive and it takes several weeks to get the result. Considering that it is a very rare pathology, we can understand why women are not usually tested for this disorder.
However, such rare and severe pathologies are not the only ones that are likely to remain undetected until delivery; even more common congenital diseases that women are usually tested for could fail to be detected. An examination of 18 European registries reveals that between 2005 and 2009 only the 64% of Down's syndrome cases were diagnosed through prenatal testing.2 This percentage indicates that, considering only the European areas under examination, about 1700 infants were born with Down's syndrome without parents being aware of it before birth. Once these children are born, there is no choice for the parents but to keep the child, which sometimes is exactly what they would not have done if the disease had been diagnosed before birth.
Abortion and after-birth abortion
Euthanasia in infants has been proposed by philosophers3 for children with severe abnormalities whose lives can be expected to be not worth living and who are experiencing unbearable suffering.
Also medical professionals have recognised the need for guidelines about cases in which death seems to be in the best interest of the child. In The Netherlands, for instance, the Groningen Protocol (2002) allows to actively terminate the life of ‘infants with a hopeless prognosis who experience what parents and medical experts deem to be unbearable suffering’.4
Although it is reasonable to predict that living with a very severe condition is against the best interest of the newborn, it is hard to find definitive arguments to the effect that life with certain pathologies is not worth living, even when those pathologies would constitute acceptable reasons for abortion. It might be maintained that ‘even allowing for the more optimistic assessments of the potential of Down's syndrome children, this potential cannot be said to be equal to that of a normal child’.3 But, in fact, people with Down's syndrome, as well as people affected by many other severe disabilities, are often reported to be happy.5
Nonetheless, to bring up such children might be an unbearable burden on the family and on society as a whole, when the state economically provides for their care. On these grounds, the fact that a fetus has the potential to become a person who will have an (at least) acceptable life is no reason for prohibiting abortion. Therefore, we argue that, when circumstances occur after birth such that they would have justified abortion, what we call after-birth abortion should be permissible.
In spite of the oxymoron in the expression, we propose to call this practice ‘after-birth abortion’, rather than ‘infanticide’, to emphasise that the moral status of the individual killed is comparable with that of a fetus (on which ‘abortions’ in the traditional sense are performed) rather than to that of a child. Therefore, we claim that killing a newborn could be ethically permissible in all the circumstances where abortion would be. Such circumstances include cases where the newborn has the potential to have an (at least) acceptable life, but the well-being of the family is at risk. Accordingly, a second terminological specification is that we call such a practice ‘after-birth abortion’ rather than ‘euthanasia’ because the best interest of the one who dies is not necessarily the primary criterion for the choice, contrary to what happens in the case of euthanasia.
Failing to bring a new person into existence cannot be compared with the wrong caused by procuring the death of an existing person. The reason is that, unlike the case of death of an existing person, failing to bring a new person into existence does not prevent anyone from accomplishing any of her future aims. However, this consideration entails a much stronger idea than the one according to which severely handicapped children should be euthanised. If the death of a newborn is not wrongful to her on the grounds that she cannot have formed any aim that she is prevented from accomplishing, then it should also be permissible to practise an after-birth abortion on a healthy newborn too, given that she has not formed any aim yet.
There are two reasons which, taken together, justify this claim:
The moral status of an infant is equivalent to that of a fetus, that is, neither can be considered a ‘person’ in a morally relevant sense.
It is not possible to damage a newborn by preventing her from developing the potentiality to become a person in the morally relevant sense.
We are going to justify these two points in the following two sections.
The newborn and the fetus are morally equivalent
The moral status of an infant is equivalent to that of a fetus in the sense that both lack those properties that justify the attribution of a right to life to an individual.
Both a fetus and a newborn certainly are human beings and potential persons, but neither is a ‘person’ in the sense of ‘subject of a moral right to life’. We take ‘person’ to mean an individual who is capable of attributing to her own existence some (at least) basic value such that being deprived of this existence represents a loss to her. This means that many non-human animals and mentally retarded human individuals are persons, but that all the individuals who are not in the condition of attributing any value to their own existence are not persons. Merely being human is not in itself a reason for ascribing someone a right to life. Indeed, many humans are not considered subjects of a right to life: spare embryos where research on embryo stem cells is permitted, fetuses where abortion is permitted, criminals where capital punishment is legal.
Our point here is that, although it is hard to exactly determine when a subject starts or ceases to be a ‘person’, a necessary condition for a subject to have a right to X is that she is harmed by a decision to deprive her of X. There are many ways in which an individual can be harmed, and not all of them require that she values or is even aware of what she is deprived of. A person might be ‘harmed’ when someone steals from her the winning lottery ticket even if she will never find out that her ticket was the winning one. Or a person might be ‘harmed’ if something were done to her at the stage of fetus which affects for the worse her quality of life as a person (eg, her mother took drugs during pregnancy), even if she is not aware of it. However, in such cases we are talking about a person who is at least in the condition to value the different situation she would have found herself in if she had not been harmed. And such a condition depends on the level of her mental development,6 which in turn determines whether or not she is a ‘person’.
Those who are only capable of experiencing pain and pleasure (like perhaps fetuses and certainly newborns) have a right not to be inflicted pain. If, in addition to experiencing pain and pleasure, an individual is capable of making any aims (like actual human and non-human persons), she is harmed if she is prevented from accomplishing her aims by being killed. Now, hardly can a newborn be said to have aims, as the future we imagine for it is merely a projection of our minds on its potential lives. It might start having expectations and develop a minimum level of self-awareness at a very early stage, but not in the first days or few weeks after birth. On the other hand, not only aims but also well-developed plans are concepts that certainly apply to those people (parents, siblings, society) who could be negatively or positively affected by the birth of that child. Therefore, the rights and interests of the actual people involved should represent the prevailing consideration in a decision about abortion and after-birth abortion.
It is true that a particular moral status can be attached to a non-person by virtue of the value an actual person (eg, the mother) attributes to it. However, this ‘subjective’ account of the moral status of a newborn does not debunk our previous argument. Let us imagine that a woman is pregnant with two identical twins who are affected by genetic disorders. In order to cure one of the embryos the woman is given the option to use the other twin to develop a therapy. If she agrees, she attributes to the first embryo the status of ‘future child’ and to the other one the status of a mere means to cure the ‘future child’. However, the different moral status does not spring from the fact that the first one is a ‘person’ and the other is not, which would be nonsense, given that they are identical. Rather, the different moral statuses only depends on the particular value the woman projects on them. However, such a projection is exactly what does not occur when a newborn becomes a burden to its family.
The fetus and the newborn are potential persons
Although fetuses and newborns are not persons, they are potential persons because they can develop, thanks to their own biological mechanisms, those properties which will make them ‘persons’ in the sense of ‘subjects of a moral right to life’: that is, the point at which they will be able to make aims and appreciate their own life.
It might be claimed that someone is harmed because she is prevented from becoming a person capable of appreciating her own being alive. Thus, for example, one might say that we would have been harmed if our mothers had chosen to have an abortion while they were pregnant with us7 or if they had killed us as soon as we were born. However, whereas you can benefit someone by bringing her into existence (if her life is worth living), it makes no sense to say that someone is harmed by being prevented from becoming an actual person. The reason is that, by virtue of our definition of the concept of ‘harm’ in the previous section, in order for a harm to occur, it is necessary that someone is in the condition of experiencing that harm.
If a potential person, like a fetus and a newborn, does not become an actual person, like you and us, then there is neither an actual nor a future person who can be harmed, which means that there is no harm at all. So, if you ask one of us if we would have been harmed, had our parents decided to kill us when we were fetuses or newborns, our answer is ‘no’, because they would have harmed someone who does not exist (the ‘us’ whom you are asking the question), which means no one. And if no one is harmed, then no harm occurred.
A consequence of this position is that the interests of actual people over-ride the interest of merely potential people to become actual ones. This does not mean that the interests of actual people always over-ride any right of future generations, as we should certainly consider the well-being of people who will inhabit the planet in the future. Our focus is on the right to become a particular person, and not on the right to have a good life once someone will have started to be a person. In other words, we are talking about particular individuals who might or might not become particular persons depending on our choice, and not about those who will certainly exist in the future but whose identity does not depend on what we choose now.
The alleged right of individuals (such as fetuses and newborns) to develop their potentiality, which someone defends,8 is over-ridden by the interests of actual people (parents, family, society) to pursue their own well-being because, as we have just argued, merely potential people cannot be harmed by not being brought into existence. Actual people's well-being could be threatened by the new (even if healthy) child requiring energy, money and care which the family might happen to be in short supply of. Sometimes this situation can be prevented through an abortion, but in some other cases this is not possible. In these cases, since non-persons have no moral rights to life, there are no reasons for banning after-birth abortions. We might still have moral duties towards future generations in spite of these future people not existing yet. But because we take it for granted that such people will exist (whoever they will be), we must treat them as actual persons of the future. This argument, however, does not apply to this particular newborn or infant, because we are not justified in taking it for granted that she will exist as a person in the future. Whether she will exist is exactly what our choice is about.
Adoption as an alternative to after-birth abortion?
A possible objection to our argument is that after-birth abortion should be practised just on potential people who could never have a life worth living.9 Accordingly, healthy and potentially happy people should be given up for adoption if the family cannot raise them up. Why should we kill a healthy newborn when giving it up for adoption would not breach anyone's right but possibly increase the happiness of people involved (adopters and adoptee)?
Our reply is the following. We have previously discussed the argument from potentiality, showing that it is not strong enough to outweigh the consideration of the interests of actual people. Indeed, however weak the interests of actual people can be, they will always trump the alleged interest of potential people to become actual ones, because this latter interest amounts to zero. On this perspective, the interests of the actual people involved matter, and among these interests, we also need to consider the interests of the mother who might suffer psychological distress from giving her child up for adoption. Birthmothers are often reported to experience serious psychological problems due to the inability to elaborate their loss and to cope with their grief.10 It is true that grief and sense of loss may accompany both abortion and after-birth abortion as well as adoption, but we cannot assume that for the birthmother the latter is the least traumatic. For example, ‘those who grieve a death must accept the irreversibility of the loss, but natural mothers often dream that their child will return to them. This makes it difficult to accept the reality of the loss because they can never be quite sure whether or not it is irreversible’.11
We are not suggesting that these are definitive reasons against adoption as a valid alternative to after-birth abortion. Much depends on circumstances and psychological reactions. What we are suggesting is that, if interests of actual people should prevail, then after-birth abortion should be considered a permissible option for women who would be damaged by giving up their newborns for adoption.
Conclusions
If criteria such as the costs (social, psychological, economic) for the potential parents are good enough reasons for having an abortion even when the fetus is healthy, if the moral status of the newborn is the same as that of the infant and if neither has any moral value by virtue of being a potential person, then the same reasons which justify abortion should also justify the killing of the potential person when it is at the stage of a newborn.
Two considerations need to be added.
First, we do not put forward any claim about the moment at which after-birth abortion would no longer be permissible, and we do not think that in fact more than a few days would be necessary for doctors to detect any abnormality in the child. In cases where the after-birth abortion were requested for non-medical reasons, we do not suggest any threshold, as it depends on the neurological development of newborns, which is something neurologists and psychologists would be able to assess.
Second, we do not claim that after-birth abortions are good alternatives to abortion. Abortions at an early stage are the best option, for both psychological and physical reasons. However, if a disease has not been detected during the pregnancy, if something went wrong during the delivery, or if economical, social or psychological circumstances change such that taking care of the offspring becomes an unbearable burden on someone, then people should be given the chance of not being forced to do something they cannot afford.
Acknowledgments
We would like to thank Professor Sergio Bartolommei, University of Pisa, who read an early draft of this paper and gave us very helpful comments. The responsibility for the content remains with the authors.
Footnotes
Competing interests None.
Provenance and peer review Not commissioned; externally peer reviewed.
References
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↵ European Surveillance of Congenital Anomalies. EUROCAT Database. http://www.eurocat-network.eu/PRENATALSCREENINGAndDIAGNOSIS/PrenatalDetectionRates (accessed 11 Nov 2011). (data uploaded 27/10/2011).
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↵ Hare RM Hare RM. Abortion and the golden rule. In: Hare RM, ed. Essays on Bioethics. New York: Oxford University Press, 1993:147–67.
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↵ Hare RM Hare RM. The abnormal child. Moral dilemmas of doctors and parents. In: Hare RM, ed. Essays on Bioethics. New York: Oxford University Press, 1993:185–91.
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↵ Robinson E. Grief associated with the loss of children to adoption. In: Separation, reunion, reconciliation: Proceedings from The Sixth Australian Conference on Adoption. Stones Corner, Brisbane: Benson J, for Committee of the Conference, 1997:268–93, 278.
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martedì 28 febbraio 2012
sabato 25 febbraio 2012
L’autismo dei lacaniani
Ignorando persino i pronunciamenti dell’Organizzazione mondiale della sanità, gli psicoanalisti francesi si ostinano a parlare di una psicosi causata da un’eccessiva freddezza della madre nei confronti del bambino, già in utero e/o dopo la nascita. Con quali prove sostengono questa ridicola tesi? Nessuna. Solo il dogma inventato negli anni Sessanta da discutibili personaggi: si tratti di Lacan, che spiegava l’autismo con il concetto di «madre coccodrillo», invadente e castrante, o di Bettelheim con l’allucinatoria immagine della «fortezza vuota», per definire i bambini autistici, e della «madre frigorifero», per spiegare la malattia riconducendola a un disturbo del rapporto emotivo madre/bambino, all’origine del quale vi sarebbe appunto la «frigidità» materna.
È evidente come, praticando la psichiatria con queste idee, si possono far solo danni. Ognuno può pensarla come vuole. Ma nell’età della medicina basata sulle prove di efficacia, un medico deve essere in grado di dimostrare empiricamente che le sue cure funzionano. Altrimenti è un ciarlatano. E va contro il vincolo deontologicodi non far del male ai pazienti e fornire i migliori trattamenti esistenti.Da leggere tutto. Gilberto Corbellini, 12 febbraio 20120, Il Sole 24 Ore.
Le Mur, di Sophie Robert.
Support The Wall - Autism.
Aggiornamento
Il pezzo di Corbellini ha suscitato varie reazioni (per esempio qui e qui). Oggi David Vagni lo ha intervistato (qui).
Postato da Chiara Lalli alle 17:13 5 commenti
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giovedì 23 febbraio 2012
L’obiezione di coscienza e l’applicazione della 194
Postato da Chiara Lalli alle 18:52 0 commenti
Etichette: Abortion, Aborto, Conscientious objection, Interruzione volontaria di gravidanza, Legge 194/1978, Obiezione di coscienza
Non lasciate aspettare i bambini
Chiara Saraceno, «Un ritardo che fa male», La Repubblica, 22 febbraio 2012, p. 1:
Oltre quarant’anni di applicazione della legge sul divorzio dimostrano che […] qualsiasi sia il motivo per cui ci si separa, non si torna mai indietro. Anche se non tutte le separazioni si trasformano in divorzi, pressoché nessuna viene ritrattata. La cosiddetta pausa di riflessione costringe invece ad un lungo limbo in cui non si è più di fatto coniugi, ma legalmente lo si è ancora, mantenendo aperto un contenzioso affettivo ed economico che invece dovrebbe essere aiutato a trovare una soluzione. È un limbo in cui sono costrette anche le eventuali nuove relazioni affettive iniziate dagli ex coniugi, ed i figli che da queste eventualmente nascono.
La proposta di legge in discussione […] riduce il tempo di attesa per le coppie separate senza figli o con figli maggiorenni. È un passo avanti nella concezione dei cittadini come soggetti capaci di decisioni ragionevoli e meditate. […] Ciò che mi lascia perplessa […] è l’idea che invece quando ci sono figli minori un tempo d’attesa lungo per la ridefinizione, non dei ruoli genitoriali, ma di quelli coniugali, sia un bene. In realtà, mentre tutti i consulenti familiari suggeriscono ai genitori separati di aspettare un po’ prima di imporre ai figli un nuovo compagno/a, concordano anche che l’incertezza nello statuto del rapporto tra i genitori, unito ai contenziosi che ne scaturiscono, rende più difficile ai figli l’elaborazione della separazione e la ridefinizione delle relazioni. Tempi di attesa troppo lunghi possono fare male soprattutto ai figli minori.
lunedì 20 febbraio 2012
Segreti e bugie del cervello
Il Corriere della Sera di oggi.
venerdì 17 febbraio 2012
Una città laica, perciò plurale
Venerdì 17 Febbraio 2012, ore 20.30
Sala Alessi di Palazzo Marino, Piazza della Scala 2
Laicità, democrazia, diritti di cittadinanza, libertà di scelta e di coscienza individuale sui temi “eticamente sensibili”, pluralismo: sono questioni ancora aperte nel nostro paese.
L’iniziativa di quest’anno, giunta alla quarta edizione, si propone di sostenere quei diritti di cittadinanza per i quali le amministrazioni locali, in particolare i Comuni, possono fare molto per riconoscerli: i diritti delle coppie di fatto, la libertà di scelta personale sulle questioni di fine vita, il diritto per ogni comunità di fede di avere un luogo dignitoso di incontro.
Con la promozione di spazi di libertà e democrazia, le istituzioni devono contrstare ogni abuso che fa prevalere nel proprio ambito una sola opinione: pensiamo a ciò che avviene per l’obiezione di coscienza in campo sanitario o per l’esposizione di simboli religiosi negli spazi pubblici.
SALUTO ISTITUZIONALE
Basilio Rizzo, presidente del Consiglio Comunale di Milano
INTRODUZIONE
Samuele Bernardini, della Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni
INTERVENTI
Le ragioni di una “giornata della libertà di coscienza, di religione e di pensiero”
Valdo Spini, consigliere comunale di Firenze, già deputato
Libertà di coscienza e obiezione di coscienza: usi e abusi
Chiara Lalli, bioeticista, autrice del volume “C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza”
Diritti di cittadinanza e amministrazione della città
Maria Grazia Guida, vice-sindaco di Milano
POLITICHE ED ESPERIENZE INNOVATIVE DI ALCUNI COMUNI LOMBARDI: TESTIMONIANZE
Il registro comunale per il testamento biologico
Paolo Strina, sindaco di Osnago
Famiglie anagrafiche e di fatto
Ermes Severgnini, consigliere comunale di Cernusco S/N
La delibera per il testamento biologico
Andrea Ronchi, consigliere comunale di Cinisello Balsamo
Nel corso della serata saranno eseguiti brani musicali della tradizione ebraica, Rom e popolare a cura della Orchestrina Katerinke.
mercoledì 15 febbraio 2012
Doggy Style (o della pecorina universitaria)
'Dalla pecora al pecorino' tracciabilità e rintracciabilità di filiera nel settore lattiero caseario toscano.Ovvero:
'From sheep to Doggy Style' traceability of milk chain in Tuscany.
Le magie della traduzione! Come un bando in zootecnia può diventare un bando in pornografia: dalla pecora alla pecorina.
lunedì 13 febbraio 2012
7 marzo 2012
Postato da Chiara Lalli alle 11:17 0 commenti
Etichette: Abortion, Aborto, C'è chi dice no, Interruzione volontaria di gravidanza, Legge 194/1978, Loredana Lipperini, Natalia Marino, Obiezione di coscienza
sabato 11 febbraio 2012
How the Church and Susan Komen Place Themselves Before Health
Il commento si riferisce a Susan Komen e Planned Parenthood, ma va ben oltre e potrebbe essere riadattato a molte vicende nostrane (di Ford Vox, su The Atlantic).
A 20-year-old cancer foundation and a 2,000-year-old church have taken issue with twin cornerstones of women's health in this country. It's time both organizations take a lesson from the way medical professionals put our own personal views aside to deliver care. Health care is not a venue in which to exert your desire to shape the content of people's lives. Health is the default condition we need to make those choices. Life choices must be made freely, all major religions, and all legitimate political ideologies agree.
As a physician I must serve my patients' health only. I cannot attempt to direct my patients' lives. I cannot artificially constrict their choices.When Susan G. Komen for the Cure announced it would disqualify Planned Parenthood's breast cancer screening programs from future grants, its decision was driven by Komen leaders who couldn't abide family planning. Though the Komen foundation's millions derive from the importance and popularity of its primary mission to end breast cancer, the organization compromised this mission in subservience to a baser mission: fulfilling the ideology of a few, even if it meant loss of health for many.
When the Roman Catholic Church, employer of many non-Catholics, learned that the nation's new health care law meant its hospitals, universities, and other civic institutions must provide complete health insurance coverage, outrage spewed forth, our second national conflagration over health and values in as many weeks. Mind you, many otherwise solid American Catholics use contraception despite what their church says on the issue. Still, the thought that Catholic hospitals and universities would end up facilitating family planning in their health plans seems a step too far for Catholic leaders and the political demagogues playing to them.
Really, who do they think they are?
As a physician I must serve my patients' health only; I cannot attempt to direct my patients' lives; I cannot artificially constrict their choices. Every day we treat similar patients different ways, taking our cues from diverse values. In my case, I work in brain injury medicine. Some families I counsel will choose to let a severely brain injured child or parent pass away from a pneumonia that could be easily treated. I obey, I facilitate. Other families will desire every possible treatment, elevating life regardless of current physical condition. I obey, I facilitate. I respect both choices.
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venerdì 10 febbraio 2012
Per un pugno di olio
1. Il blogger si impegna a pubblicare sul proprio blog il logo di Olio X (vedi allegato), preoccupandosi di posizionarlo in primo piano e di collegarlo al link www.olioX.com;Quello che non mi è chiaro è cosa ci sia di diverso da una “vetrina promozionale” in questa proposta. Né quale vantaggio ne potremmo trarre noi - se è un accordo deve avere vantaggi per entrambi, giusto? È difficile interpretare il dono di “una confezione” (cioè 1 litro?) come un vantaggio, considerando che siamo pure in due e che quindi avremmo diritto a 0,5 litri di olio pro capite? Se è vero che ognuno di noi ha un prezzo, è abbastanza desolante sapere che l’offerta di acquisto nei nostri confronti è così misera! Miodio, valgo un paio di bicchieri d’olio?!
2. Il blogger si impegna ad informare gli utenti in merito a novità e caratteristiche dei nostri prodotti, che saranno comunicate direttamente dall’Ufficio Stampa degli Oleifici Y – Olio X.
La collaborazione prevede l’invio in omaggio di una confezione di Olio X e ha durata di un anno, a partire dalla data di pubblicazione del nostro logo (in allegato) sul suo blog.
martedì 7 febbraio 2012
L’affaire Michel Martone
Ricevo da Carlo Cosmelli e volentieri pubblico, invitandovi a fare lo stesso.
Michel Martone, professore ordinario a 29 anni? Cerchiamo di non essere prevenuti
Recentemente gran parte della stampa si è scagliata contro Michel Martone, l’attuale viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, ponendo dei dubbi sulla sua fulminea carriera: a 23 anni è stato dottorando, a 26 anni ricercatore universitario, a 27 professore associato e a 29 professore ordinario. Le accuse sono state, in primis, l’inusuale velocità della carriera, poi il fatto che Michel Martone fosse il figlio di un ben più importante Martone, molto vicino a persone di discutibili valori (accademici ça va sans dire): Craxi, Verdini, Brunetta e Berlusconi.
Le accuse sono state particolarmente violente nei riguardi del concorso con cui Michel Martone è divenuto professore ordinario.
Ma non si può essere prevenuti, vediamo i fatti. Al concorso vinto da Martone parteciparono 8 candidati. Ma prima dell’inizio delle valutazioni inviarono una lettera di rinuncia 6 degli 8 partecipanti. [Nota: nei concorsi universitari i “vincitori” sono due; quindi, se su otto candidati sei si ritirano, i due rimasti, a meno che non siano palesemente analfabeti, saranno automaticamente i “vincitori”, non essendoci problemi per la commissione nello stilare graduatorie di merito o nel giustificare l’esclusione di qualcuno].
Qualcuno si chiederà: ma forse gli altri candidati erano talmente scarsi che, una volta saputi i nomi degli altri concorrenti, hanno valutato che fosse inutile partecipare. Si può controllare facilmente, gli atti dei concorsi sono pubblici, così come le loro pubblicazioni, ecco la situazione: i 6 candidati che si sono ritirati presentavano: Giovanni Arrigo 100 lavori, Gabriella de Simone 70, Marco Marrazza 35, Rosario Santucci 18, Franco Scarpelli 30, Stefania Scarponi 50. E Michel Martone? 1 lavoro pubblicato (uno!). Ma, sempre per non essere prevenuti, qualcuno potrebbe supporre che i lavori dei 6 ritirati fossero di qualità così infima da essere considerati di valore pressoché nullo. Ebbene, sembra che non sia così. Dei 6 candidati che si sono ritirati, 5 sono diventati professori ordinari. Cioè altre 5 commissioni, composta ognuna da 5 commissari ciascuna, per un totale quindi di 25 commissari, hanno valutato i lavori dei 5 ritirati di notevole valore, tanto da promuoverli a professore ordinario. Ma allora, si potrebbe pensare, forse l’unico lavoro di Martone era di tale meravigliosa eccellenza da sopravvalutare qualunque altro concorrente.
Ma neanche questo sembra plausibile. Gli stessi commissari che lo hanno giudicato idoneo così hanno valutato la sua unica pubblicazione valida ai fini del concorso ed un’altra “in stampa” non valida ma su cui i commissari potevano in ogni caso dare un giudizio (fosse mai qualcosa di sensazionale!), cito dal verbale del concorso:
“una trattazione non sempre omogenea... i numerosi riferimenti a fatti ed a metodologie di analisi sono caratterizzati talvolta da passaggi argomentativi non del tutto esaustivi”
LEGGI: un guazzabuglio di affermazioni gettate a caso, spesso non giustificate.
“Lo stile scorrevole rende agevole la lettura, ma permane la difficoltà di individuare una chiara ipotesi di lavoro”.
LEGGI: Scrive benino, ma non si capisce dove voleva andare a parare.
“M. Martone dimostra di trattare con spigliatezza gli argomenti prescelti e di adoperare correttamente il linguaggio giuridico, ma di dovere ulteriormente affinare il ricorso al metodo storico ed interdisciplinare.”
LEGGI: Non scrive male, ma non conosce il metodo con cui si scrive qualcosa di professionalmente valido in ambito legale.
“…sarebbe stato ancora più apprezzabile un approfondimento più completo e una ponderazione più articolata “
LEGGI: se magari avesse letto quello che gli altri avevano scritto, e ci avesse pensato su, magari non avrebbe riempito il suo lavoro di ponderazioni poco articolate.
“Il quale (il lavoro), allo stato, non appare strutturato in modo sufficiente per poterlo valutare nell’insieme, né nelle ipotesi di partenza, né nella prospettiva”
LEGGI: è un guazzabuglio di cose messe insieme senza capo né coda; non si capiscono le ipotesi di partenza, né le conclusioni.
“deve constatarsi…troppa improvvisazione e affrettatezza, con approssimazioni nell’utilizzo del riscontro storico e comparativo, e con sovrapposizioni, se non confusioni, nell’amalgamare piani di discorso diversi”
LEGGI: Si vede che è un lavoro scritto in fretta, approssimativo, senza un legame fra le varie parti, senza un minimo di lavoro bibliografico.
“Mostra vistosi segni di una redazione eccessivamente frettolosa, che risulta inadeguata alla complessità ed alla delicatezza del tema trattato”
LEGGI: no comment, si spiega da sé.
Si tralascia qui il piccolo particolare di come si faccia a vincere un concorso da ordinario con 1 (un) lavoro, giudicato scadente anche dalla stessa Commissione, ma questo è un altro problema.
Riassumiamo. Gli altri candidati erano più che degni di vincere il concorso e l’unica pubblicazione di Martone era, a dir poco, molto ma molto discutibile. Uno qualunque di loro, se non si fosse ritirato, avrebbe vinto il concorso, escludendo Martone.
Perché quindi si sono ritirati?
Michel Martone ci risponde dal suo blog “tutti gli altri candidati si sono ritirati dal concorso in questione (con una sola eccezione), perché nel frattempo avevano vinto il concorso da ordinario in altre sedi da loro preferite”.
Ma questo non è vero. Tralasciando giochi e giochetti di date, per cui servirebbero i verbali integrali, due casi sono certi ed inequivocabili. Un candidato dei 6 rinunciatari non ha poi vinto un concorso da ordinario, ed un secondo candidato ha vinto un concorso il cui bando è stato pubblicato sulla G.U. 4 giorni dopo la chiusura del concorso “Martone”. Quindi, quando ha rinunciato, non solo non aveva vinto, ma non sapeva neppure se un altro eventuale concorso ci sarebbe stato, a meno che...
Già, a meno che... L’unica ipotesi sensata è che a quei 6 sia arrivato un “consiglio” cui non era il caso di disobbedire. Un'azione dal sapore clientelare di intimidazione perché si togliessero di torno. È l'equivalente del “consiglio” dato alle ditte serie di ritirarsi dalle gare d'appalto, o alla telefonata a quel candidato sindaco antimafia, con la figlia studentessa a Palermo, a cui fu ricordato quanto fosse pericoloso il traffico di Palermo, e che si ritirò dalla competizione elettorale.
Qui non si tratta di essere prevenuti, ma post-venuti. Michel Martone, in base ai fatti raccolti, sembra proprio che sia in cattedra grazie ad un consiglio cui “è meglio dare ascolto”.
Questo fatto non è accettabile, non dovrebbe essere accettato da nessuno, e, essendone venuto a conoscenza, non dovrebbe essere accettato neanche dal Presidente del Consiglio. Per questo chiedo al Prof. M. Monti che inviti Michel Martone a dimettersi da sottosegretario, e mi aspetterei che a lezione, se mai la farà, non si presentasse nessuno studente.
A meno ovviamente che ci sia una spiegazione chiara e lampante per tutti i fatti di cui sopra.
Roma, 6 febbraio 2012
Carlo Cosmelli
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lunedì 6 febbraio 2012
Obiezione di coscienza e diritti negati
Postato da Chiara Lalli alle 11:50 2 commenti
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Aborto e obiezione di coscienza negli ospedali lombardi
Alcuni giorni fa Sinistra Ecologia Libertà ha presentato i dati relativi all’obiezione di coscienza in Lombardia per il biennio 2009/2010: sono obiettori il 64% dei ginecologi-ostetrici, il 42 degli anestesisti e il 43 del personale sanitario. Chiara Cremonesi, consigliere regionale, li riporta nei dettagli e così commenta: “Questi numeri mettono innanzitutto in discussione la libertà delle donne e la loro salute, rendendo inesigibile un diritto garantito dalla legge, in un percorso che è già di per sé psicologicamente complicato. Ma non andrebbero trascurate nemmeno le ricadute negative sui pochi medici non obiettori che spesso si ritrovano relegati a occuparsi soltanto di interruzioni di gravidanza, senza alcuna possibilità di carriera. Anche perché è legittimo credere che un’adesione così alta all’obiezione non possa essere giustificata da convinzioni personali, ma in molti casi determinata da scelte di convenienza professionale.” Le considerazioni riguardanti la Lombardia potrebbero valere per tutta Italia: secondo l’ultima relazione sull’applicazione della 194 la media nazionale è di circa il 70% (parliamo dei ginecologi), con punte che superano il 90%. L’effetto di queste percentuali dipende da alcune variabili. Dalla città in cui vivi e dalla facilità con cui puoi scegliere una struttura invece che un’altra: Milano ha 10 ospedali; al Mangiagalli ci sono 62 ginecologi (dei quali 25 obiettori), al Sacco 20 (dei quali 8 obiettori) e al Niguarda 24 (di cui 20 obiettori) - tutti i dati su Milano e sulla Lombardia sono qui. A Sondrio c’è soltanto una struttura, l’AO Valtellina, e 16 ginecologi su 19 sono obiettori di coscienza. Oppure a Como: all’AO Sant’Anna, unica in città, 23 ginecologi su 26 sono obiettori. Da quanto sei a conoscenza dei tuoi diritti e degli effetti della obiezione sulla reale garanzia del servizio: l’obiezione di coscienza sulla contraccezione d’emergenza, per esempio, è illegale; l’assistenza ti è dovuta e in ogni ospedale l’interruzione di gravidanza dovrebbe essere garantita. Da quanti soldi hai: se te lo puoi permettere potresti scegliere di andare a Londra, come si faceva prima che in Italia esistesse la legge 194. All’estremo opposto ci sono alcuni casi di donne che hanno preso il Cytotec, un farmaco destinato alle ulcere ma tra i cui effetti collaterali è presente l’interruzione di gravidanza (il misoprostol, principio attivo del Cytotec, è usato per interrompere le gravidanze, ma usarlo come rimedio fai da te può comportare dei rischi, dovuti al luogo in cui lo assumi e alla posologia sbagliata). Da quante e quali persone conosci: se il tuo ginecologo non è obiettore è più facile che possa aiutarti a districarti tra le percentuali di obiettori. È indubbio comunque che qualsiasi servizio sarebbe verosimilmente minacciato da simili percentuali.
[...] Il nodo principale non è tanto lo statuto morale dell’aborto, ma il profilo dei doveri professionali. In un contesto in cui fare il militare è una scelta non avrebbe senso prevedere l’obiezione di coscienza per l’uso delle armi. In cosa sarebbe diversa la scelta di svolgere una professione che include le interruzioni di gravidanza? Per quale ragione si dovrebbe prevedere una clausola che ti esonera?
Su iMille, 5 febbraio 2012.
Postato da Chiara Lalli alle 11:03 4 commenti
Etichette: Abortion, Diritti individuali, iMille, Interruzione volontaria di gravidanza, Legge 194/1978, Obiezione di coscienza
venerdì 3 febbraio 2012
Perdersi per ritrovarsi
Il dolore è la nostra guida, senza di esso non riusciremmo ad ascoltare il nostro corpo ed il nostro bambino. Non è facile, occorre abbandonarsi, fidarsi di sé e delle capacità del futuro neonato; significa perdersi, toccare i limiti, per poi ritrovarsi, crescere ed accogliere un altro ruolo che è quello di “madre”.
Si dice che il miglior massaggio che si possa ricevere nella vita sia durante il passaggio nel canale da parto materno.
Sono solo due chicche di un documento del Servizio sanitario regionale della Emilia Romagna (Corso di preparazione al parto). Paola Banovaz ne scrive qui.
Eluana Englaro. Tra volontà e libertà
Il 14 febbraio 2012 si svolgerà la conferenza Il caso Eluana Englaro: tra volontà e libertà, dalle 16 alle 19, presso la Sala Principi D’Acaja del Rettorato dell’Università di Torino in Via Po 17 (piano terra). Interverranno Beppino Englaro, Maurizio Mori, Cinzia Gori, Amato De Monte, Eleonora Artesio, modera Elena Nave.
Postato da Chiara Lalli alle 10:52 0 commenti
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giovedì 2 febbraio 2012
Obiezione di coscienza in Lombardia
In Lombardia, dove sono stati praticati 19700 aborti nel 2009 e 18959 nel 2010, il 64% dei medici ostetrici-ginecologi negli ospedali pubblici (565 su 888) è obiettore di coscienza, insieme al 42% degli anestesisti (602 su 1459) e al 43% degli infermieri (1221 su 2832).Chiara Cremonesi, Legge 194: la corsa a ostacoli delle donne (nel post ci sono altri dati e tabelle).
I dati completi dell’ultima rilevazione ufficiale dell’assessorato alla sanità, relativa al biennio 2009/2010 per le ivg e risalente al 30 giugno dello scorso anno per l’obiezione, sono stati presentati questa mattina dal Gruppo di Sinistra Ecologia Libertà in Consiglio regionale.
Ci troviamo di fronte a numeri allarmanti che ancora una volta dimostrano come l’accesso all’interruzione di gravidanza comporti quasi sempre una vera e propria corsa a ostacoli”. Incrociando le quantità di aborti effettuati nelle strutture ospedaliere pubbliche delle Asl con le richieste per residenza e la presenza di personale obiettore appare evidente che molte donne si ritrovano costrette a spostarsi fuori dal proprio ambito territoriale per sottoporsi all’intervento.
Alcuni dati esemplificativi in tal senso. Negli ospedali di Como 23 ginecologi su 26 fanno obiezione; nel 2010 le ivg richieste da quel territorio sono state 791, di cui però soltanto 578 effettuate in loco. Stesso discorso per Legnano: 20 obiettori su 29, 1422 ivg richieste e appena 847 praticate lì. E a compensare la situazione c’è Milano, che ha complessivamente tassi di obiezione più bassi con l’eccezione del Niguarda (20 su 24): 4112 gli aborti richiesti da residenti, 6452 quelli effettuati. Questi numeri mettono innanzitutto in discussione la libertà delle donne e la loro salute, rendendo inesigibile un diritto garantito dalla legge, in un percorso che è già di per sé psicologicamente complicato.
Ma non andrebbero trascurate nemmeno le ricadute negative sui pochi medici non obiettori che spesso si ritrovano relegati a occuparsi soltanto di interruzioni di gravidanza, senza alcuna possibilità di carriera. Anche perché è legittimo credere che un’adesione così alta all’obiezione non possa essere giustificata da convinzioni personali, ma in molti casi determinata da scelte di convenienza professionale. Per questo ci sentiamo di condividere la proposta, recentemente avanzata da Stefano Rodotà, di abolire la possibilità dell’obiezione di coscienza sulla 194. Perché a trent’anni dalla sua entrata in vigore, oggi un medico sa che l’aborto è un diritto sancito per legge e un obbligo professionale. La clausola per sottrarvisi non ha più senso e gli ospedali pubblici dovrebbero assumere con bandi soltanto medici non obiettori, in modo da poter effettuare con efficacia e puntualità un servizio che devono necessariamente assicurare.
Postato da Chiara Lalli alle 12:30 3 commenti
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