martedì 17 luglio 2007

Quali cittadini? Quale gente?

E aggiunge:

«Assumo su di me la responsabilità politica di ritirare le dimissioni. Lo faccio per rispetto vostro, perché se mi assolvete potrebbe sembrare la casta che si autodifende», ha detto il senatore di Alleanza nazionale. «Nella storia di questa città, 64 anni fa, un’altra ambulanza fece storia. Mi auguro di non fare la fine dell’ospite di quell’ambulanza di allora», ha detto Selva riferendosi all’arresto di Benito Mussolini, dopo il voto del Gran consiglio del fascismo del 25 luglio 1943. «Un voto in meno del centrodestra al Senato è un giorno in più per il governo Prodi», ha aggiunto Selva.
Ma vaffanculo (proprio oggi che si può usare, lo uso!).
@ Scrivi a Gustavo Selva per spiegarli a cosa servono le ambulanze o altro.

domenica 15 luglio 2007

660 milioni di dollari: il prezzo dei preti pedofili

Per più di 500 vittime degli abusi dagli anni quaranta. Questo è il prezzo che pagherà la chiesa di Los Angeles.

sabato 14 luglio 2007

La richiesta di Giovanni Nuvoli non è eutanasia!

Affiancare la parola “eutanasia” alla richiesta di Giovanni Nuvoli è del tutto fuori luogo. Sebbene nelle decisioni di fine vita, così come in molte altri domini, non ci siano steccati rigidi e i confini siano sfumati, in questo caso la richiesta di Nuvoli è chiara e legittima: ed è la richiesta di interrompere una terapia. Una richiesta altrettanto legittima di quella di non avviare un trattamento sanitario: se un paziente rifiuta un farmaco, un macchinario che lo terrebbe in vita o anche l’alimentazione naturale, nessuno potrebbe obbligarlo senza macchiarsi del reato di violenza privata. Se un paziente desidera smettere di prendere un farmaco, scollegare un macchinario che lo tiene in vita o smettere di alimentarsi, nessuno potrebbe obbligarlo senza macchiarsi del reato di violenza privata. Sostenere il contrario cancellerebbe i fondamenti dello stesso consenso informato e restringerebbe così tanto la libertà individuale da renderla irriconoscibile.
La possibilità di rifiutare o di interrompere una terapia è garantita dalla Costituzione italiana, dal Codice di Deontologia Medica e da convenzioni internazionali e non può essere definitiva eutanasia.
In un dibattito tanto accidentato, confuso e spesso isterico è assolutamente necessario usare i termini giusti. Sono già troppe le voci che usano il fantasma dell’eutanasia per restringere lo spazio di autodeterminazione dei pazienti, dei cittadini italiani. Non offriamo loro un altro ghiotto pretesto.
Se Massimiliano lo si chiama Ugo, Massimiliano non si volta.

La vita naturale di Giovanni Nuvoli

“Un ponte con Alghero per Giovanni Nuvoli”, Alghero Notizie, 22 giugno 2007 (ma oggi è più attuale che mai):

Giovanni Nuvoli, come già Pier Giorgio Welby, chiede di morire. Dunque una dedica speciale a lui come a tutti gli altri ammalati, ribadendo il principio della difesa, della promozione e del sostegno della vita naturale dal concepimento fino al naturale tramonto, cioè alla morte naturale. Da Albenga sarà creato nella serata un “ponte” ideale di collegamento con Alghero e alla fine dello spettacolo il dvd contenente i momenti più belli della serata sarà inviato all’abitazione privata di Giovanni Nuvoli, perché lui sappia che Albenga conosce la sua sofferenza, è attento alla sua faticosa e dolorosa situazione di disagio, gli è in qualche modo vicino con la sua voce e condivide con lui la triste esperienza della malattia, mentre lo incoraggia a prediligere sempre la vita umana e a rimuovere ogni tipo di richiesta inerente l’eutanasia.
Va benissimo la vicinanza, il ponte e qualunque forma di manifestazione di solidarietà. Tuttavia le ragioni di questa solidarietà sono, ancora una volta, fuori tema. Sostenere la vita naturale dal concepimento fino al naturale tramonto, cioè alla morte naturale? Che cosa c’è di naturale nella esistenza di Giovanni Nuvoli, tenuto in vita da macchinari senza i quali la sua vita naturale sarebbe finita da anni? E ancora, per l’ennesima volta: la richiesta di Giovanni Nuvoli è una legittima richiesta di interruzione di un trattamento, l’eutanasia non c’entra. La richiesta di Giovanni Nuvoli equivale a quella di chi rifiuta un farmaco o un macchinario. Vorrebbero obbligare le persone a subire farmaci o terapie i nostri amici di Albenga e chi la pensa come loro?
Bisognerebbe fare almeno lo sforzo di trovare ragioni non tanto fragili e contraddittorie. Oppure evitare di chiamarne in causa di così inconsistenti e dire: Nuvoli, vogliamo che tu viva! (Discutibile, condivisibile oppure no, ma senza pretesa di giustificazione razionale… Non che vada tanto meglio).

venerdì 13 luglio 2007

Venire al mondo 1 (ovvero, più che Lucetta, Buietta)

È uscito il terzo quaderno di Scienza&Vita (qui ci eravamo barcamenati sul primo, Né accanimento né eutanasia, con tanto di accenti sbagliati: Nè accanimento, nè eutanasia, ma insomma è il contenuto che conta no?)
Anche stavolta è una pregevole antologia di scritti. E anche stavolta saranno affrontati i singoli interventi (forse non tutti, forse nemmeno un altro dopo questo), se e quando le forze ci sosterranno.
Si comincia proprio dall’inizio, dall’introduzione di Lucetta Scaraffia che in cotanto modo avvia (introduce, letteralmente) il quaderno:

Venire al mondo oggi non è un evento scontato, il cui buon esito dipende solo dalla salute della madre e del bambino. Il mondo in cui il piccolo nato deve entrare, oggi, lo può infatti rifiutare: perché è stato concepito nel momento “sbagliato”, o in una situazione “sbagliata”, oppure perché non “è venuto bene” ed è un “prodotto difettoso”.
Colpisce questa nostalgica rievocazione di una età dell’oro (anche qui, se non sbaglio era usata anche in materia di morte), magari mai esistita, questa ingenua idea che un tempo i bambini fossero accolti in un modo e in un mondo migliori, dimenticando che fino a pochi decenni or sono l’infanzia non aveva poi molta importanza, almeno nei suoi singoli costituenti. E invece per Scaraffia il male si concentra nei giorni attuali, ove la maternità è sottratta alla società per diventare esperienza personale (lo dice poche righe più giù: “un fatto squisitamente privato” – e che cosa ci sarebbe di male in questo?). Dove la scelta di interrompere una gravidanza di un feto malato è interpretata solo come egoismo, rifiuto della invisibile e sciocca imperfezione estetica. Non ci si sofferma nemmeno per due parole a pensare dal punto di vista del nascituro e della sua esistenza. Liquidando il discorso sul migliore interesse del nascituro come un pretesto per liberarsi di un sasso nella scarpa.
Quindi è la madre che, su informazione e consiglio dei medici, decide se accogliere il nuovo nato o rifiutarlo.
E che cosa bisognerebbe fare, una votazione nella pubblica piazza?
In altri tempi chi decideva (sebbene con minore o quasi nessuna consapevolezza)? Viene da rispondere: sempre la madre. Perché è lei a portare avanti una gravidanza, e da lei ne dipende l’esito.
Colpisce poi la connessione logica. La decisione della madre (premessa), la medicalizzazione della gravidanza (conclusione). Qui non si sta difendendo la medicalizzazione, ma contestando il fatto che sia un risultato del protagonismo decisionale della madre. Anche perché se fosse la donna a decidere consapevolmente di medicalizzare la propria gravidanza, non potremmo che rispettare la sua scelta. Il guaio è che spesso ciò avvenga non per sua scelta, e spesso per ragioni economiche. E questa è un’altra storia.
Proprio per questo la gravidanza e il parto hanno assunto una dimensione di medicalizzazione esasperata, in cui l’attesa non è rivolta a un figlio, ma al “figlio desiderato”, che quindi non solo deve nascere al momento voluto, ma anche corrispondere alle aspettative di chi l’ha voluto.
Da qui si avvia un ragionamento squassato dai non sequitur e dalle affermazioni quantomeno bizzarre. Per far esistere il “figlio desiderato” bisogna creare il “figlio rifiutato” (la citazione di Marcel Gauchet è usata come una clava, come principio di autorità; per questo la ignoro).
L’aborto, più ancora della contraccezione, garantisce la possibilità che nascano solo “figli desiderati” nel momento desiderato, mentre la diagnosi prenatale serve anche a eliminare i bambini malati, imperfetti, quelli che non corrispondono al desiderio.
Ancora nemmeno una parola sulle esistenze di questi figli imperfetti, che hanno malattie gravissime di cui forse Scaraffia non conosce nemmeno il nome. Altrimenti non parlerebbe di bambini imperfetti, ma di bambini disgraziati. E poi, soprattutto, non parlerebbe di bambini: la diagnosi prenatale si compie sugli embrioni e sui feti (quella di preimpianto su organismi di poche cellule, ma è roba da nazisti!). I bambini si portano dal pediatra, non si sottopongono a diagnosi prenatali.
il nostro venire al mondo e il nostro essere riconosciuti come esseri umani sono diventati dubbi e la nostra stessa appartenenza al genere umano è discussa.
Non capisce o fa finta? La nostra appartenenza al genere umano non è messa in dubbio. No. La nostra titolarità di diritti fondamentali viene discussa. La distinzione tra essere umano e persona, che è quella che permette l’espianto di organi (chi direbbe che colui da cui si espiantano gli organi non sia più un essere umano? Solo uno scriteriato. Forse Luca Volontè).
il diritto per ogni essere umano di venire al mondo.
Se tale diritto fosse sancito, le conseguenze sarebbero molto gravi. E si chiamerebbero criminalizzazione della gravidanza (ogni gesto, ogni comportamento di una donna incinta è potenzialmente lesivo del “diritto di ogni essere umano di venire al mondo”). Non parliamo della possibilità legale di interrompere una gravidanza. Ma poi anche di ricorrere alla contraccezione o di non passare tutto il giorno a praticare attività riproduttive. Se ogni essere umano ha il diritto di venire al mondo, ce l’ha anche l’essere umano non ancora concepito. Quello potenziale. Quello omesso da un mancato rapporto sessuale o da una pillola contraccettiva.
E ci pongono di fronte a un problema morale cruciale: è giusto impedire la venuta al mondo di neonati malati, di esseri umani dei quali si può fondatamente ipotizzare una cattiva “qualità della vita” futura? Naturalmente, noi rispondiamo che non esiste vita “indegna di essere vissuta”, e che a questo si dovrebbero ispirare i medici che devono intervenire nelle situazioni controverse. Ma senza cadere nell’errore opposto, quello che possiamo chiamare “accanimento terapeutico”.
La diagnosi prenatale, da strumento prezioso per prevenire e guarire malattie, si può trasformare in elemento disumanizzante della gravidanza (Duden) o in strumento di selezione (Romano, Di Pietro e Serebovska, Noia).
Naturalmente. Se non esistesse una vita indegna di essere vissuta, l’accanimento terapeutico non esisterebbe. Forse bisognerebbe prendere una decisione, e poi cercare di essere coerenti. Aspettiamo con ansia le trattazioni specifiche così come preannunciato da Scaraffia.

Conferenza stampa su Giovanni Nuvoli

Questa mattina alle undici:

Giovanni Nuvoli è in sciopero della fame e delle sete per ottenere il distacco del ventilatore.
Gli ultimi eventi.

La legge 40 va ristretta (è troppo uccisiva)!

(ANSA) – ROMA, 12 LUG – Arrivare ad una graduale proibizione di tutte le tecniche di fecondazione extracorporea: è questo l’obiettivo cui vorrebbe arrivare il Comitato ‘Verità e Vita’, che ha presentato oggi alla Camera le sue proposte di modifica alle linee guida della legge 40.
“Si tratta di una legge profondamente ingiusta – ha commentato Mario Palmaro, presidente del Comitato – perché consente il traffico di esseri umani innocenti. Basti pensare che in questi primi tre anni di applicazione dei 71mila embrioni prodotti, 65mila sono andati incontro alla morte”.
Il Comitato, per ridurre l’impatto negativo delle tecniche di procreazione assistita, che hanno un alto tasso di uccisività, propongono di restringere ulteriormente l’applicazione della legge. “Chiediamo che siano escluse le coppie subfertili – ha proseguito – cioè quelle colpite da patologie curabili, e l’esclusione delle donne sopra i 40 anni dalla pma, visto l’alto tasso di insuccesso nel loro caso”.
Tra le altre modifiche, già presentate al ministro Turco, il Comitato indica la riduzione del numero di embrioni producibili per ogni ciclo, l’obbligo di produzione del liquido seminale all’interno del centro di procreazione, il divieto di uso della tecnica Icsi, che presenta un tasso del 23% di aborti spontanei. “Ora aspettiamo di vedere – ha aggiunto Luca Volontè (Udc) – se il Consiglio superiore di sanità verificherà l’effettiva presenza delle condizioni per la modifica delle linee guida della legge 40”.
È forse necessario commentare questo lancio per evidenziarne la follia? Sarebbe comico se non fosse tragicamente serio, drammaticamente serio. Il traffico di esseri umani innocenti? Non è nemmeno chiaro in cosa consista questo traffico (forse nello spostare gli embrioni dalla provetta all’utero della donna?). I numeri non è possibile sapere da dove provengano. L’uccisività è una bella espressione. Restringere ulteriormente la legge 40 non sembra davvero possibile, a meno che non si proibisca del tutto il ricorso alle tecniche (e sarebbe l’unica strada coerente, ancorché delirante – ma almeno coerente). Luca Volontè è come spesso accade un protagonista di questa pantomima assurda. Dovrebbe essere lui oggetto di traffico (sebbene è difficile considerarlo innocente).

Giovanni Nuvoli: comunicato 1

Maria Isabella Puggioni e Paolo Ruggiu (per l’Associazione Coscioni) hanno rilasciato oggi un comunicato sulle condizioni di Giovanni Nuvoli, Sassari 12 luglio:

Da martedì 10 Luglio 2007 Giovanni Nuvoli rifiuta sia il cibo che l’acqua.
La quantità di orine è passata da 2000 cc in 24 ore a 400 centimetri cubici.

giovedì 12 luglio 2007

Non più DiCo ma CUS

Sembra la sigla per il riciclaggio dei rifiuti (Dico: nuovo testo al Senato, ora si chiamano ‘Cus’, Il Corriere della Sera, 12 luglio 2007). Invece sta per Contratti di Unione Solidale.
Cesare Salvi, presidente della commissione Giustizia del Senato, ha presentato questa mattina il testo base sulle unioni civili al comitato ristretto della commissione. Sarà discusso nelle prossime settimane. Stiamo a vedere.

La morte inutile degli embrioni crioconservati

Il dibattito sugli embrioni umani è tra i più accesi di questi ultimi anni. Investe molte questioni, dall’aborto alla procreazione assistita. E, ovviamente, la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Per i difensori degli embrioni (ma non solo per loro) creare appositamente un embrione per destinarlo alla ricerca sarebbe degno dei più bui incubi fantatecnologici. Ma se la ricerca fosse condotta su quegli embrioni creati per una fecondazione artificiale, crioconservati e destinati alla distruzione? Il panorama muta, anche se non mancano le voci di chi preferisce comunque una morte naturale piuttosto che acconsentire alla ricerca.
Ma che cosa ne pensano i “genitori”? Science* ha pubblicato un’indagine di Anne Drapkin Lyerly e Ruth R. Faden circa le indicazioni dei pazienti sterili sul destino dei propri embrioni sovrannumerari. Il questionario è stato sottoposto a oltre 2.000 pazienti provenienti da 9 centri di procreazione artificiale. Tra quanti hanno risposto in modo valido (1.020) il 49% ha indicato come soluzione preferita la destinazione degli embrioni alla ricerca scientifica (donazione a terzi o distruzione si spartiscono la restante percentuale). Anche se dalla preferenza alla donazione effettiva la percentuale si riducesse di molto, ci sarebbero migliaia di embrioni donati alla ricerca. Negli Stati Uniti ci sono circa 400.000 embrioni crioconservati: se anche il 15-20% fosse donato ci sarebbe la possibilità di derivare molte linee cellulari. In Italia la questione non si pone, perché la legge 40 ha imposto come unica soluzione la morte inutile degli embrioni crioconservati.

(E Polis, Quei non sense della legge sulle staminali).

* Willingness to Donate Frozen Embryos for Stem Cell Research, 6 July 2007.
Supporting Online Material (Methods, Results, Tables S1 to S3, References).

mercoledì 11 luglio 2007

Ironia di un Paese morente

(Flash dal corriere.it).

Emergenza tossicodipendenza


Dalla Ultim’ora del corriere.it Droga: un italiano su tre ha fumato uno spinello. Un popolo di drogati...

Sequestrato (preventivamente) Luca Volontè

Solo il sito, non lui in carne ed ossa.
Per tutelarlo da eventuale diffamazione il sito www.lucavolonte.eu è stato oscurato ed è possibile soltanto leggere il numero del decreto (n. 49751/07) e il colpevole (Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni “Roma”. Sezione Polizia Postale di Frosinone).
La rivisitazione del sito originale (www.luca-volonte.it) in chiave satirica non è stata gradita (esiste un poveraccio omonimo che fa il sassofonista e se fossi in lui avrei cambiato nome...) e il sequestro preventivo è intervenuto e permarrà fino a quando la sussistenza del reato verrà appurata o smentita (Italia, sequestri in corso e in arrivo, Punto informatico, 10 luglio 2007).
Tutto questo per proteggere il soggetto potenzialmente diffamato (e che dovrebbe essere protetto da se stesso, soprattutto: sequestro preventivo?).
E Volontè (il nostro, non il sassofonista) avverte premuroso e preoccupato:

Cari amici, è stata utilizzata la mia home page e il mio nome per un’azione di pirateria informatica, che pubblicizza il gioco on-line “Operazione pretofilia”, oscurato lo scorso fine settimana dalla Polizia Postale. Questo che vedete è il solo mio sito internet “ufficiale”.
Capito? Il solo. E chi glielo dice a chi credeva che fosse .eu il suo sito ufficiale? E ci ha creduto davvero? Che delusione...

Aggiornamento:
Su indicazione del mio compare vengo a sapere che gli ammiratori del nostro beniamino sono infiniti come infinita è la misericordia divina: http://www.luca-volonte.com/.
Non so se anche Bioetica sarà oggetto di sequestro preventivo per potenziale diffamazione nei confronti di Volontè. In tal caso valuteremo il da farsi.
(Per sicurezza metto solo un pezzo di foto del sito .com, almeno siamo colpevoli a metà).

Ma in Svezia si abortisce ancora?

La strategia degli anti-abortisti ha conosciuto negli ultimi anni un’importante evoluzione. Dalla colpevolizzazione delle donne (assassine di bambini, capricciose che abortiscono per il solo gusto di farlo) si è passato progressivamente alla loro vittimizzazione: se le donne abortiscono è solo perché non sono sostenute dalla società, che le costringe a questa tragica scelta; stanziando fondi statali a sufficienza in favore delle famiglie, le donne – salvo una minoranza di incorreggibili snaturate – sarebbero felicissime di mettere al mondo tutti i bambini possibili, compresi quelli più gravemente disabili.
Si tratta di una strategia astuta, perché cerca di evitare di inimicarsi coloro da cui, alla fine, dipende la sorte di ogni legge sull’aborto, e perché strizza l’occhio alla sinistra politica, mutuandone linguaggi e parole d’ordine, pur mantenendo fermamente la barra del timone a destra. All’ideologia di sinistra, infatti, che non a caso è l’ideologia elettiva degli operatori sociali (insegnanti, assistenti sociali, etc.), viene naturale pensare i cittadini come in stato di minorità; la stessa legge 194/1978 non sancisce la totale libertà di abortire, ma la fa sottostare come minimo a condizioni di disagio economico, sociale o familiare (art. 4). Anche il femminismo della differenza (la donna è per essenza madre; l’ideale dell’emancipazione è un complotto borghese), sospetto, è la reazione delle élite femministe di sinistra al successo della propria predicazione, che ha prodotto donne più libere e non più interessate, dopo un po’, a sottostare alle direttive di leader spesso autoritarie.

Esiste un ovvio corollario di questo discorso: nei paesi in cui il welfare è più sviluppato l’aborto dovrebbe essere un fenomeno grandemente ridotto. E infatti, sul Foglio del 3 aprile di quest’anno («Quelle illetterate donne del sud», p. 3) si consiglia al professor Carlo Marcelletti e alla giornalista Concita De Gregorio (colpevoli, a opinione dell’anonimo editorialista, di addebitare il tasso minore di aborti terapeutici nel meridione d’Italia alla cultura cattolica ivi imperante) di

indagare, viste le spiccate attitudini sociologiche, sul perché le svedesi, donne notoriamente non colte, cattoliche e sudiste, decidono sempre più di far nascere i loro bambini Down.
Tralasciamo la logica decisamente zoppa del Foglio, e concentriamoci sul nudo dato di fatto che presenta: in Svezia si ricorre sempre meno all’aborto terapeutico nel caso di feti affetti da trisomia 21 (la malattia che dopo la nascita genera la sindrome di Down). La stessa notizia la ritroviamo in un pezzo di Eugenia Roccella, la femminista rinnegata che ha coronato la propria carriera facendo da portavoce con Savino Pezzotta al raduno omofobico del Family Day («Una sistematica violazione della legge 194», Avvenire, 9 marzo, p. 1):
In Francia i bambini Down sono praticamente scomparsi, grazie alla diagnosi prenatale e all’aborto; al contrario le donne svedesi scelgono in genere di tenersi i figli affetti da trisomia 21. La differenza tra i due Paesi è nella cultura, nel modo in cui è strutturato il sistema sanitario e il welfare.
Questa non è un opinione, ma un dato di fatto ben preciso; andiamo a vedere cosa c’è di vero.

Se davvero «le donne svedesi scelgono in genere di tenersi i figli affetti da trisomia 21», devono essere in primo luogo messe in condizione di effettuare una scelta: in altre parole, devono conoscere in anticipo di portare in grembo un feto affetto dalla malattia. In Svezia, al dicembre 2004, non veniva ancora offerto uno screening precoce ed esteso a tutte le donne basato sui marker sierici (il cosiddetto Tritest) e sulla traslucenza nucale, anche se la procedura era in fase di valutazione (Eurocat, Special Report: Prenatal Screening Policies in Europe, ed. by Patricia Boyd, Catherine de Vigan and Ester Garne, Newtownabbey, University of Ulster, 2005, p. 21); invece, per le donne con più di 35 anni (quelle a maggior rischio di dare alla luce un bambino Down), era disponibile gratuitamente la tradizionale amniocentesi (o il prelievo dei villi coriali). Non risulta che queste donne siano più propense delle altre ad abortire un feto malformato: anzi, per loro quella gravidanza potrebbe essere l’ultima possibile. Siamo quindi autorizzati a restringere la nostra analisi alle donne svedesi maggiori di 35 anni.
Il Socialstyrelsen, un’agenzia governativa che dipende dal Ministero della Sanità e degli Affari Sociali svedese, pubblica i Missbildningsregistrering, statistiche aggiornate sulle malformazioni congenite. I rapporti disponibili vanno dal 1999 al 2005 (l’ultimo è uscito nel dicembre 2006), e riportano fra l’altro i dati relativi ai casi di trisomia 21 e di Sindrome Down individuati nell’anno di riferimento. Ecco in particolare i dati relativi alle interruzioni di gravidanza e al totale di aborti e nati vivi (una fonte minuscola di incertezza potrebbe essere rappresentata dai nati morti, che non sembrano essere stati computati), per le donne la cui età era maggiore o uguale a 35 anni:

ANNO ABORTI TOTALE PERCENT.

1999: 63 110 57,3%
2000: 70 104 67,3%
2001: 72 130 55,4%
2002: 89 127 70,1%
2003: 88 155 56,8%
2004: 101 154 65,6%
2005: 115 165 69,7%

Siamo come si vede, ben lontani dal poter dire che «le donne svedesi scelgono in genere di tenersi i figli affetti da trisomia 21»; anzi, si deve considerare che queste cifre rappresentano solo le percentuali minime delle donne che scelgono di non tenersi i figli affetti da trisomia 21, visto che non comprendono i falsi negativi dell’amniocentesi e i casi in cui le donne non hanno fatto ricorso all’esame solo per timore di subire un aborto spontaneo (che, come si sa, è un esito raro ma possibile dell’amniocentesi). Sarebbe davvero interessante sapere a quale fonte si è rifatta Eugenia Roccella...

Si potrebbe obiettare che stiamo restringendo indebitamente il campo d’indagine, e che Il Foglio e la Roccella usano le parole «decidere» e «scegliere» in senso sfumato (qualcuno direbbe: improprio). Vediamo allora le cifre relative a tutte le classi di età:

ANNO ABORTI TOTALE PERCENT.

1999: 75 199 37,7%
2000: 92 192 47,9%
2001: 96 230 41,7%
2002: 108 236 45,8%
2003: 117 271 43,2%
2004: 138 245 56,3%
2005: 153 282 54,3%

Almeno per quello che riguarda i due anni più recenti, continua ad essere falsa l’affermazione che «le donne svedesi scelgono in genere di tenersi i figli affetti da trisomia 21»; non solo, ma sembra possibile evidenziare in questi dati una tendenza (che non sembrava presente in quelli relativi solo alle donne più anziane, costanti pur se con continue oscillazioni in su e giù) a un aumento della propensione ad abortire, con buona pace di quanti vorrebbero farci credere che le svedesi «decidono sempre più di far nascere i loro bambini Down».

Eugenia Roccella effettuava anche un paragone con la situazione francese. Per la Francia purtroppo non è disponibile un registro nazionale unico delle malformazioni congenite come quello svedese; esistono invece tre registri regionali, che coprono circa il 21% del totale delle nascite in Francia. I dati dal 1995 al 2001 relativi alla percentuale di aborti di feti affetti da trisomia 21 sul totale dei casi accertati (per tutte le classi di età) si possono trovare in J. Goujard, «La mesure de la clarté nucale et le dosage des marqueurs sériques commencent-ils à modifier l’incidence de la trisomie 21 en France?» (Gynécologie Obstétrique & Fertilité 32, 2004, pp. 496-501, tab. 2 a p. 499):

Centre-est Paris Bas-Rhin totale
-----------------------------------------------------
1990-1994: - - - 44,9%
1995-1996: 53,1% 73,6% 59,6% 60,5%
1997-1999: 65,2% 78,8% 77,5% 71,2%
2000-2001: 73,2% 78,8% 63,3% 74,6%

I dati sono difficilmente sovrapponibili a quelli svedesi, come si vede; ma non si può comunque fare a meno di notare che fino al 1990-1994 la situazione era assolutamente comparabile a quella svedese, di poco posteriore, del 2000. Subito dopo, i tassi di abortività francesi cominciano ad aumentare marcatamente, pur con grandi differenze regionali. Cosa è successo?
Il fatto è che, a partire dal 1996, in Francia – caso quasi unico in Europa – è stato introdotto lo screening di massa della trisomia 21, gratuito e senza limiti di età, basato sulla traslucenza nucale, a cui dal gennaio 1997 si è aggiunto il test sui marker sierici; per le donne che risultano positive è gratuita anche la successiva amniocentesi (Goujard, cit., p. 497; Eurocat, cit., p. 9). Fino al 1995, invece, la situazione era simile a quella svedese: il servizio sanitario nazionale offriva solo l’amniocentesi alle donne maggiori di 38 anni o appartenenti ad altri gruppi a rischio.

Non si vogliono sottovalutare gli effetti sui tassi di abortività delle differenze culturali e socioeconomiche: basti considerare la varietà regionale francese (per un panorama esteso ad altre nazioni – ma solo dal 2001 al 2003 – si vedano i rapporti dell’International Clearinghouse for Birth Defects); ma il fattore di maggiore impatto non riguarda né la cultura né il welfare. Si diano alle donne mezzi diagnostici sicuri e poco costosi, ed esse decideranno nella maggior parte dei casi, sia pure con dolore, di non far nascere i loro bambini Down. È un fatto, checché ne dicano certi (poco) autorevoli opinionisti.

martedì 10 luglio 2007

La responsabilità dei neurologi (Manfredi, Bonito e Defanti invitano a cambiare mentalità e a redigere una legge giusta)

Dal numero 9 (luglio 2007, Anno 5, Numero 122) di DoctorNews riporto una nota della Società Italiana di Neurologia molto interessante.

Una legge per non ripetere il caso Riccio
Il controverso e discusso caso Welby ha smosso le coscienze di medici, politici e titolisti di giornali. Oggi se ne torna a parlare per la presa di posizione della Società Italiana di Neurologia (SIN) che auspica una rapida soluzione giudiziaria della vicenda ma anche il varo di una legge che chiarisca una volta per tutte responsabilità dei medici e competenze della magistratura
L’antefatto, è noto, risale alla decisione di Mario Riccio, anestesista all’Ospedale di Cremona, di accogliere la richiesta, lo scorso 20 dicembre, di Piergiorgio Welby di interrompere la ventilazione artificiale che lo teneva in vita. La decisione del medico passò al vaglio dell’Ordine dei medici di Cremona che decise all’unanimità di non aprire un procedimento disciplinare nei suoi confronti dal momento che la richiesta di distacco del respiratore artificiale, da parte di Welby, costituiva la negazione del consenso ad un trattamento terapeutico da parte di un paziente capace di intendere e di volere e pienamente consapevole delle conseguenze che l’interruzione del trattamento avrebbe determinato. Un parere analogo era stato espresso il 5 marzo dal Procuratore della repubblica di Roma che, visto l’esito dell’autopsia, aveva formulato la richiesta di archiviazione del caso, non ravvisando alcuna ipotesi di reato nei fatti che la sera del 20 dicembre avevano portato alla morte di Piergiorgio Welby. Il 7 giugno il GIP ha però valutato diversamente i fatti e ha rigettato la richiesta di archiviazione del PM disponendo che Riccio fosse rinviato a giudizio per “omicidio del consenziente.” Il GIP ha affermato che il diritto alla vita è inviolabile, e limita anche il diritto a rifiutare le cure sancito dall’articolo 32 della Costituzione e adottato dagli articoli 35 e 53 del Codice Deontologico dell’Ordine dei Medici.

Su quest’argomento è arrivato il commento della SIN: “Noi neurologi – si legge in una nota a firma di Mario Manfredi, Presidente della SIN, Virginio Bonito e Carlo Alberto Defanti del Gruppo di Studio per la Bioetica e le Cure Palliative della SIN – incontriamo quotidianamente persone con patologie neurodegenerative che possono portare a una disabilità talvolta gravissima paragonabile a quella di Piergiorgio Welby. La nostra responsabilità professionale nei loro confronti sta cambiando. In passato sembrava che il nostro compito potessi limitarsi alla diagnosi e alla ricerca sulla malattia: ora sappiamo che prendersi cura di queste persone richiede equipe multi-professionali capaci di operare con continuità sia a domicilio che in ospedale, capaci di comunicare con il paziente e i suoi familiari per aiutarlo a vivere meglio con una malattia che le cure non possono guarire. Questo approccio – dicono i neurologi – richiede un cambiamento di mentalità e una riorganizzazione dei servizi che consenta ai pazienti un’assistenza specialista da parte di un neurologo anche nei momenti terminali della malattia. È in queste fase, caratterizzata da gradi di disabilità che dipendono dalla qualità delle cure e degli ausili adottati, che può maturare la decisione in merito alla paralisi respiratoria irreversibile: alcuni sceglieranno di non sopravvivere alla paralisi; altri potranno decidere di vivere ancora diversi anni grazie alla ventilazione artificiale; alcuni la subiranno in condizioni di emergenza. Le decisioni in questo ambito delicato secondo moltissimi punti di vista, sono critiche e molti colleghi – continua la nota – non se la sentono di accogliere le richieste dei malati. Prevale la ripugnanza istintiva a compiere un atto che conduce alla morte, o il timore di essere denunciati per un atto di eutanasia”.

Va anche evitato di creare un meccanismo perverso in conseguenza del quale i pazienti non vogliano iniziare una ventilazione solo per il timore di non poterla più sospendere quando le circostanze dovessero renderla inaccettabile. “Se fosse definitivamente stabilito che anche la ventilazione può essere lecitamente sospesa, sarebbe più facile iniziarla. Per questo chiediamo che in parlamento si arrivi a una legge che ridia univocità alle interpretazioni dei magistrati, e auspichiamo che si arrivi in tempi brevi ad una sentenza sul caso Riccio. Speriamo – concludono – che al più presto la morte di Piergiorgio Welby possa essere raccontata come una testimonianza coraggiosa, per la vita e per la sua qualità”.

La verità sull’uso e l’utilità dei preservativi (istigatori di costumi sessuali osceni e di diffusione dell’AIDS)

Patrizia Pelosi ha un curriculum invidiabile. Prima di rivolgerle alcune domande, infatti, viene presentata come “Dirigente Fisico Medico dell’Unità Operativa di Radioterapia dell’Azienda ospedaliera G. Rummo di Benevento. Specializzata in Bioetica e Scienze Ambientali, ha studiato Missiologia, e ha partecipato in qualità di relatrice alla seconda Assemblea dell’Associazione Internazionale dei Missiologi cattolici a Cochabamba (Bolivia) nel 2004” (Intervista a Patrizia Pelosi, coautrice di un manuale missionario, Zenit, 9 luglio 2007).

Poi possiamo alle domande e alle risposte di Pelosi che, tra le altre scempiaggini, a domanda “In che modo le Missioni possono contrastare i programmi di riduzione delle nascite, le sterilizzazioni, la diffusione di aborti e pillole abortive?” risponde:

La propaganda dell’ideologia contraccettiva è divenuta un fenomeno incontenibile, soprattutto in Asia e Africa, in particolare per l’incidenza del contagio dell’AIDS. I giovani ritengono l’unico principio che il contraccettivo li rende liberi e protetti. In particolare il confronto, soprattutto delle ragazze, con le giovani che lasciano la scuola per matrimoni precoci o per maternità inattese, situazione più che frequente in Asia e Africa, spinge l’opinione pubblica a considerare il contraccettivo come la soluzione rapida che consente di sfuggire ad una vita di basso stato sociale aprendosi all’opportunità di un futuro promettente.

I Paesi in Via di Sviluppo sono il bersaglio di elezione per la diffusione dei contraccettivi, usando come pista d’ingresso la nota teoria del sovraffollamento. Inoltre in ampie regioni dell’Africa e dell’Asia la piaga della propagazione dell’AIDS ha reso quasi obbligatoria l’introduzione del condom, accusando tutti coloro che si oppongono a questa strategia di ledere la salute dell’intera società.

Il fallimento di questa scelta è prevedibile. La mentalità contraccettiva porta in sé un disvalore che è contro la vita e non potrebbe essere risolutiva per una problematica così complessa. Anzi l’uso diffuso e consigliato di contraccettivi accentua un disordine sociale che ben si presta ad una maggiore diffusione dell’AIDS. Non si tratta di fare una politica della privazione ma della coerenza: di orientare le scelte sociali per il bene di tutti attraverso il bene del singolo. La scelta dell’astinenza prematrimoniale e della fedeltà fanno da battistrada per restituire alla società una ricchezza di valori e riferimenti ormai smarriti nella ricerca della insaziabile soddisfazione sessuale personale.

(I corsivi sono miei).

Organismi geneticamente modificati, filosofia da agriturismo e fantasmi transgenici

Domani a Bologna ci sarà la manifestazione organizzata dalla Coldiretti per difendere l’agricoltura libera da OGM. Per protestare in stile patriottico e con ragioni sufficientemente irrazionali.

Il Presidente Sergio Marini ha affermato (Domani, “Giù le mani dalla qualità italiana”, News Italia Press, 10 luglio 2007): “La nostra è una scelta economica a difesa delle imprese messe a rischio dalle decisioni del Ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro che per la responsabilità che gli compete dovrebbe ben conoscere la scelta irrinunciabile dell’autonomia dai partiti fatta dalla Coldiretti. Proprio per questo abbiamo programmato incontri con tutti i segretari di partito e vertici istituzionali per spiegare i motivi della nostra manifestazione”.
E la Coldiretti aggiunge: “Nella capitale dell’agroalimentare italiano gli agricoltori insieme a cittadini, mamme, giovani e studenti manifesteranno contro il tentativo di standardizzare e omologare verso il basso la qualità dell’agricoltura italiana per asservirla ad un modello di sviluppo produttivistico, contrario all’interesse delle imprese, dell’ambiente e dei consumatori”.

Ci si sono messi pure due chef con la battaglia del parmigiano reggiano OGM free (Grandi chef in prima fila a sostegno del parmigiano OGM free, Greenplanet.net, 10 luglio 2007).

Anna Meldolesi offre interessanti spunti per riflettere sulla questione prima di mettersi ad urlare come un cane pavloviano: “Via gli OGM! Via gli OGM dalla nostra Italia!” (La Coldiretti attacca gli Ogm ma trascura il nostro mais, Il Riformista, 7 luglio 2007):

«Ministro, giù le mani dalla qualità italiana». Con questo slogan l’11 luglio la Coldiretti marcerà a Bologna, accusando Paolo De Castro di alto tradimento nei confronti del tipico italiano. Gli organizzatori cercano una prova di forza, per affermarsi come interlocutori privilegiati del dicastero dell’Agricoltura, ma alla fine della fiera potrebbero anche restare delusi. In difesa di De Castro è scesa in campo la comunità scientifica, mentre il fronte degli alleati tradizionali di Coldiretti mostra qualche crepa. Dagli ambientalisti di Verdi e Margherita sono arrivati inviti alla moderazione, e anche nel comparto agricolo e alimentare in pochi sembrano disposti a seguire Coldiretti imbracciando ortaggi biologici come fossero baionette. Il principale capo d’imputazione è la disponibilità mostrata da De Castro a riavviare le sperimentazioni pubbliche con Ogm bloccate da anni a causa delle politiche ostruzioniste del tandem Pecoraro-Alemanno. Ma l’accusa mossa da Coldiretti sembra strumentale. «Questi studi vengono condotti ovunque in Europa, non pongono problemi di biosicurezza e sono stati approvati dalla commissione interministeriale competente», spiega Roberto Defez. Il ricercatore del Cnr di Napoli oggi è tra i promotori di un documento che raccoglie firme nei laboratori per sostenere De Castro e nel 2001 ha animato le prime manifestazioni pro Ogm dei camici bianchi. «Esistono regole chiare a livello europeo e nazionale, l’attuale ministro dell’Agricoltura si sta limitando ad applicarle», sostiene Defez. Parallelamente l’associazione Galileo 2001 ha scritto una lettera a Napolitano per chiedere che anche per gli Ogm siano rispettati gli articoli 9 e 10 della Costituzione, sulla tutela della libertà di ricerca e sul rispetto del diritto internazionale. La stessa organizzazione ha già sollecitato un intervento della Commissione europea affinché l’Italia applichi finalmente le regole comunitarie sulla sperimentazione con piante transgeniche. Mentre l’associazione di agricoltori probiotech Futuragra ha chiesto a Bruxelles di avviare una procedura d’infrazione contro il nostro paese con l’obiettivo di garantire anche ai coltivatori italiani la libertà di scegliere quali sementi piantare, come già accade in Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Repubblica Ceca. Coldiretti si vanta di essere il più grande sindacato del settore in Europa, ma c’è da dubitare che i suoi iscritti siano tutti agricoltori attivi. I critici, anzi, rilevano che rappresenta la parte meno imprenditoriale dell’agricoltura italiana, dominata dagli over 50, caratterizzata in media da ettaraggi ridotti e intrappolata nella vecchia logica dei sussidi. Questa filosofia da agriturismo finora ha trovato sponde nel mondo politico e sui media, ma può bastare per garantire un futuro all’agricoltura italiana? La risposta diventa un secco no se questa domanda viene rivolta ai maiscoltori, sulla cui testa pende la spada di Damocle delle nuove soglie europee per la contaminazione con micotossine. «La Piana del Po ha una tradizione gloriosa, il Friuli detiene addirittura il record mondiale di resa per ettaro», spiega Norberto Pogna dell’Istituto di cerealicoltura. Ma per ragioni climatiche la nostra corn belt è anche il paradiso della piralide e dei funghi che producono le fumonisine. «Già a basse dosi queste micotossine danneggiano il fegato, mentre gli esperimenti su cavie e i dati epidemiologici indicano che a concentrazioni maggiori possono avere effetti cancerogeni e teratogeni», aggiunge Amedeo Pietri dell’Università Cattolica di Piacenza. Il regolamento europeo 1881, che entrerà in vigore in ottobre, fissa un tetto di 2 mila microgrammi di fumonisine per chilo di mais non lavorato, ma in seguito alle pressioni dell’Italia il limite potrebbe essere raddoppiato. «Il voto a Bruxelles sarà il 20 luglio, ma anche così metà della produzione italiana sarebbe fuorilegge per il consumo umano», avverte Enrico Costa dell’Associazione raccoglitori, essiccatori e stoccatori. Già adesso alcuni mulini hanno iniziato a importare mais estero per non mettere a rischio l’esportazione nel centro e del nord Europa. Il nostro contenuto medio di fumonisine è tra i 5 mila e i 10 mila microgrammi per chilo a seconda delle annate, perciò il presidente dell’Associazione maiscoltori Marco Aurelio Pasti teme che ci troveremo presto in difficoltà anche per i mangimi. Se nei prossimi anni diventeranno vincolanti anche le indicazioni europee per uso zootecnico, parte del nostro mais potrebbe non andare bene neppure per i maiali. E lo diciamo con tutto il rispetto possibile, visto che proprio da questi animali derivano alcuni dei nostri prodotti alimentari di bandiera. Insomma, mentre Greenpeace si preoccupa delle mucche del Parmigiano Reggiano che, come tutti i bovini europei mangiano soia Ogm, le fumonisine si rivelano la vera minaccia per il nostro export e per la nostra salute. Per ironia della sorte il mais Ogm potrebbe aiutarci a risolvere il problema. La piralide ogni anno causa danni per 170 milioni di euro a livello nazionale ma le varietà Bt sono resistenti all’attacco di questo insetto. Consentono di ridurre l’uso di prodotti chimici e contengono da 3 a 9 volte meno fumonisine del mais tradizionale. Non è un caso che il mais Bt stia conquistando superfici crescenti persino nella roccaforte dello sciovinismo alimentare, la Francia. Una domanda, insomma, sorge spontanea: perché oltre a pensare ai prodotti di nicchia, Coldiretti non si preoccupa di dare un futuro di qualità al milione e trecentomila ettari coltivati a mais in Italia?

sabato 7 luglio 2007

Figli della legge 40?

Com’era ampiamente prevedibile, nei giorni successivi all’uscita della relazione del Ministro della Salute sui risultati della legge 40, integralisti e atei clericali hanno fatto a gara a fornire le interpretazioni più stralunate dei dati in essa riportati. Un elemento che ha colpito le fantasie più eccitabili è l’aumento in termini assoluti delle pazienti che si sottopongono alla procreazione medicalmente assistita, dei centri che la praticano e delle gravidanze ottenute. Così un editoriale del Foglio del 3 luglio («Legge 40. Eppur funziona», p. 3) vanta i mirabolanti risultati della legge:

i profeti di sventura hanno avuto torto marcio. Niente crollo delle nascite e chiusura dei centri, nessun esodo di massa all’estero. Dal 2003 al 2005 i centri sono semmai aumentati (da 120 a 169), così come le gravidanze, da 4.807 a 6.235, e come le pazienti trattate, da 17.125 a 27.254.
Lo stesso giorno su Avvenire Eugenia Roccella proclama trionfalmente («Numeri da spiegare. Senza filtri ideologici», p. 2):
La relazione del ministero della Salute sullo stato della procreazione assistita nel nostro Paese mette in evidenza un primo, clamoroso risultato: il sensibile aumento di donne che hanno fatto ricorso alla Procreazione medicalmente assistita (Pma). Da 17.125 nel 2003 siamo passati a 27.254 nel 2005 (più 10.000), e da 4807 gravidanze a 6235. Anche i centri che effettuano la Pma sono aumentati, diffondendosi sul territorio. Mettere ordine nella situazione priva di regole che si era creata prima della legge 40, è servito a promuovere le pratiche di fecondazione assistita, incoraggiando le donne a farvi ricorso e facendo nascere più bambini.
In effetti, qui qualcuno ha torto marcio, per usare la gentile espressione dell’editorialista del Foglio; ma non sono i «profeti di sventura».

I 169 centri che praticano la fecondazione in vitro di cui parla la relazione del Ministero, non corrispondono in realtà al totale di quelli esistenti: leggendo il documento (un’azione idealmente preliminare a quella di parlarne) si scopre che i centri italiani iscritti nell’apposito Registro nazionale erano in totale 194 nel 2005 (p. 60); di questi, 177 hanno inviato i propri dati all’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che ne ha scartati 8, perché inattivi o comunque privi di pazienti durante quello stesso anno (ibid. e p. 62).
Neppure i 120 centri del 2003 corrispondono al totale dei centri esistenti in quell’anno. I dati del 2003 provengono dalla penultima relazione del Ministero, che li esponeva proprio in previsione del confronto fra la situazione anteriore e quella posteriore all’approvazione della legge 40/2004; in essa leggiamo che 120 sono i centri che hanno inviato i propri dati all’ISS (p. 37; da notare che in questo numero dovrebbero essere compresi anche i centri inattivi o senza pazienti, cfr. tabella a p. 42, alla riga «Molise»). Purtroppo, però, manca il numero totale dei centri italiani (il Registro Nazionale non era stato all’epoca ancora stato istituito).
Ci soccorre un’indagine, sempre dell’ISS, relativa a due anni prima (Angela Spinelli et al., Indagine sull’attività di procreazione medicalmente assistita in Italia, Rapporti ISTISAN 03/14, 2003): nel 2001 i centri italiani in cui si praticava la fecondazione in vitro erano 198 (p. 8). Ora, se nel 2001 i centri erano 198 e nel 2005 194, non ci vogliono grandi doti di estrapolatore per capire che nel 2003 il numero non si doveva discostare moltissimo da queste due cifre. Nessun aumento del loro numero dal 2003 al 2005, dunque, e anzi una sia pur piccola diminuzione dal 2001 al 2005.
Ma come mai da 120 centri che comunicavano i propri dati si è passati a 177? La risposta è semplice: il decreto ministeriale 7 ottobre 2005 (art. 2 c. 4 e art. 5) prevede l’obbligo di legge della comunicazione dei dati (e con tutto ciò 17 centri non hanno inviato i propri); invece la raccolta dati del 2003 era avvenuta ancora su base volontaria (p. 31 della penultima relazione).

Ovviamente anche l’aumento di gravidanze in termini assoluti di cui gioiscono Il Foglio e la Roccella è un falso, determinato semplicemente dal fatto che sono aumentati i centri presi in considerazione. Una tabella nell’ultimo rapporto (p. 101) opera un confronto fra i 96 centri che hanno inviato i propri dati sia nel 2003 che nel 2005, dunque su base omogenea: la produttività dei centri, per quel che riguarda le gravidanze ottenute, è calata sia in termini assoluti (da 4257 a 3626) sia in termini relativi, come gravidanze ogni 100 cicli iniziati (da 22,6 a 20,1). Questa tendenza è quasi certamente rappresentativa del complesso dei centri; ma allora, dato che come abbiamo visto il numero dei centri è rimasto sostanzialmente invariato, il numero totale delle gravidanze deve essere sceso, non salito.

Ho la sensazione che qualche amico capace di leggere e far di conto abbia avvisato nottetempo teocon e theoconettes della topica commessa: in effetti, in due articoli apparsi nei giorni seguenti (Eugenia Roccella, «Le bugie della Turco e i catastrofisti battuti», Il Giornale, 4 luglio, p. 1; anonimo, «I numeri della legge 40 e una relazione che dà un po’ i numeri», Il Foglio, 6 luglio, p. 3) dell’aumento dei centri e delle gravidanze non si parla improvvisamente più, e ci si concentra solo su quello delle pazienti «che hanno deciso di fidarsi della legge 40 e di centri italiani», aumentate di ben 10.125 unità.
Naturalmente, l’aumento dei centri che hanno inviato le loro cifre all’ISS avrebbe determinato anche un aumento fittizio di pazienti, oltre che di gravidanze; perché allora Il Foglio e la Roccella si concentrano adesso sul primo fenomeno? Il fatto è che, quando si va a vedere il numero di pazienti trattate per centro (con le cd. tecniche a fresco, cioè senza il ricorso a embrioni od ovuli congelati), anche questo sembra aumentato: 143 per ogni centro nel 2003 (17.125/120), 154 nel 2005 (27.254/177); allora, sempre a parità di centri, ci dovrebbe essere stato un aumento reale del numero totale di pazienti – anche se ovviamente non di 10.000 unità ma di circa 2000 (beh, non si può pretendere che certi organi di stampa dedichino troppo spazio a finezze come queste, no?).
Ma anche quest’ultima cifra non è probabilmente che un artefatto statistico. I 96 centri presenti in ambedue le rilevazioni rappresentano quasi la metà esatta dei centri, e avrebbero dovuto quindi attirare una parte significativa dell’incremento di 2000 coppie. Disgraziatamente la tabella a p. 101 dell’ultima relazione, che abbiamo usato sopra, non riporta il numero delle pazienti; ma ci dà almeno il numero di cicli per trattamento a fresco iniziati nel 2003 e nel 2005. Ora, non ci aspettiamo certo che la legge 40 abbia diminuito i cicli per paziente in un anno; semmai, vista la minore produttività dei trattamenti post-legge (ammessa, sia pure a denti stretti, anche dagli opinionisti del Foglio e di Avvenire), li potrebbe aver incrementati; in ogni caso, è ovvio che avremmo come minimo un ciclo avviato in più per ogni nuova paziente trattata. E tuttavia, dal 2003 al 2005 i cicli avviati nei 96 centri non solo non hanno conosciuto un incremento nell’ordine del migliaio, ma anzi sono diminuiti da 18.867 a 18.036! Da questi dati – su base omogenea, e quindi più affidabili – appare in effetti probabile che il numero totale delle coppie che ha fatto ricorso alle tecniche di procreazione assistita sia in realtà calato, non aumentato.
Cos’è successo, allora? I 120 centri della rilevazione relativa al 2003 non costituivano un campione statisticamente selezionato, ma erano solo quelli che avevano aderito volontariamente alla raccolta dati dell’ISS; è del tutto possibile che sottorappresentassero la grandezza del totale (di poco meno di 200 centri, come abbiamo visto), e quindi il numero medio di pazienti per centro.

Un’ultima annotazione. Negli articoli che abbiamo citato integralisti e atei clericali hanno tentato di screditare l’affidabilità dei dati offerti dal Ministro della Salute in base al numero elevato di gravidanze perse al follow-up: il 41,3% nel 2005, come si ricava peraltro dalla stessa relazione ministeriale (p. 78). Ma questo dato riguarda unicamente gli esiti delle gravidanze (aborti, nascite di bambini morti/vivi, etc.), non le fasi precedenti. Su quelle, le cifre offerte dal Ministro – pur con qualche limite – sono del tutto credibili, e raccontano una storia diversa da quella che vorrebbero propinarci certi rozzi propagandisti.

venerdì 6 luglio 2007

Samek Lodovici, ma che dici?

Su Avvenire di ieri Giacomo Samek Lodovici ci delizia con due bellissimi non sequitur sulla legge 40 («Queste regole tutelano l’uomo», 5 luglio 2007, p. 3):

Vietando infine la diagnosi preimpianto, che a volte produce malformazioni, diminuisce il rischio di aborti causato da questo motivo.
Ma la diagnosi preimpianto (che comunque – è notizia recentenon produce più malformazioni della normale fecondazione in vitro) serve proprio a rivelare la presenza di anomalie genetiche. Anche avendo a che fare con un gene recessivo, come nella fibrosi cistica, significa che in un caso su quattro si dovrà poi ricorrere all’aborto terapeutico. Il rischio di aborto aumenta, non diminuisce.
la legge 40 vietando l’eterologa tutela anche chi è già nato e dunque è da tutti considerato un uomo. Infatti l’eterologa sceglie di rendere un uomo orfano dalla nascita del padre o della madre biologici.
Nell’universo abitato da Giacomo Samek Lodovici, vietando l’eterologa il bambino che sarebbe nato ‘orfano’ si trasforma magicamente in un bambino, «già nato», dotato dei due regolamentari genitori biologici. Nell’universo abitato dal resto del genere umano, invece, vietando l’eterologa non c’è più nessun bambino, dato che evidentemente almeno uno dei potenziali genitori è affetto da una forma di sterilità non curabile.
Adesso capisco perché la rubrica di Samek Lodovici su Avvenire si chiama «Contromano»...

giovedì 5 luglio 2007

Capezzone e la laicità dimenticata

E così alla fine Decidere.net è online: uno dei progetti politici più attesi dell’anno, il network, la rete di Daniele Capezzone, espone il proprio programma. Tredici punti, che ripropongono temi classici del liberalismo (alcuni risalgono alle Prediche inutili di Luigi Einaudi, o anche oltre), tutti o quasi tutti degni di approvazione; ma nessuno – nessuno – che riguardi la laicità e i diritti civili. Niente sul testamento biologico, niente sui Pacs, niente sulla legge 40. Si parla solo ed esclusivamente (a parte il punto 3, sul presidenzialismo) di temi economici. Aveva detto di più Veltroni nel discorso al Lingotto, qualche giorno fa.
L’assenza non poteva passare inosservata: e infatti sono già in tanti ad averla notata e deplorata. Ci si aspettava qualcosa di diverso; molte adesioni al progetto che sarebbero state possibili sono già perdute.

Luigi Castaldi tenta una difesa generosa («Per piacere», Malvino, 4 luglio 2007): la storia personale di Capezzone e dei suoi, dice, fa garanzia del fatto che su quei temi non siano possibili strizzatine d’occhio a Ruini o ai teocon. Senonché dal programma di un movimento politico non ci si aspetta una dichiarazione di identità: altrimenti si sarebbero potuti omettere molti, forse tutti di quei tredici punti. Chi dubita, per esempio, che Capezzone e i suoi siano a favore delle privatizzazioni di Rai, Ferrovie, Alitalia, Poste, servizi pubblici locali? Eppure quel proposito figura nella lista, al punto 5. Il programma di un movimento politico indica piuttosto delle priorità; e non si può non registrare il fatto che la difesa della laicità dello Stato non rientra tra le priorità di Decidere.net.

Che ragione ci può essere, dietro questo vistosissimo atto mancato? Perché Capezzone ha scelto di far nascere un movimento semplicemente liberista e non più compiutamente liberale, in un momento in cui l’emergenza laicità supera persino quella delle libertà economiche? La risposta, credo, può essere una sola: Capezzone ha ritenuto che trascendere i tradizionali schieramenti politici in favore di un liberalismo senza aggettivi (che, come ci insegna lo stesso Castaldi, non è né di destra né di sinistra né di centro) fosse obiettivo troppo ambizioso; e ha scelto di fare apostolato fra la destra, notoriamente assai più sensibile ai temi delle libertà economiche che a quelli delle libertà civili. Personalmente sospetto che il calcolo politico non sia necessariamente il più giusto: conosco bene elettori di destra ed elettori di sinistra, e sono i secondi ad essermi sempre sembrati i più ricettivi alle ragioni delle libertà tout court; ma tant’è: il messaggio è stato inteso e raccolto. Fra i commenti apparsi sul sito qualcuno – sotto la cui buccia sottilissima di libertario puoi distinguere chiaramente la polpa nauseante del clericale – gongola malignamente: «Finalmente niente farloccate sui diritti civili o robe simili. Si bada al sodo!». E non è un caso isolato. Neppure una voce si è levata a dire «mi dispiace, avete capito male».

Castaldi conclude la sua arringa per Capezzone con un appello (da cui – ma forse vedo male – mi sembra trasparire un barlume della mia stessa delusione): «se volete dare forza a ragioni che pensate possano essere trascurate da questa frenesia liberista dei capezzoniani, aderite a Decidere: mettetecela voi, l’anima libertaria che pensate manchi a questo inizio». Mi rivengono in mente le voci di altri amici: «per rendere laico il Partito Democratico devi lottare al suo interno!»; «entra nell’aggregatore tal-dei-tali, per dare più peso alle ragioni dei laici!». Ci fosse una volta, accidenti, che uno si potesse identificare con un programma politico così, senza la prospettiva di dover lottare per aggiungere, emendare, cassare! Ma poi mi dico che questo significa volere la pappa pronta; e torno a rileggere il programma dei capezzoniani. «Chiediamo a tutti […] di aderire da subito […], eventualmente anche selezionando il tema o i temi preferiti». Dice proprio così: selezionando. Non proponendo. I giochi, ho paura, sono fatti.

Tantissimi auguri – sinceri: il paese ha bisogno di iniziative come la sua – a Daniele Capezzone e ai suoi compagni di avventura.

mercoledì 4 luglio 2007

Scimmie africane, discendenti di un pesce

Richard Dawkins fa a pezzi sul New York Times il nuovo libro di Michael Behe, uno dei principali sostenitori del Disegno Intelligente («Inferior Design», 1 luglio 2007). Un brano particolarmente memorabile:

Behe divide correttamente la teoria darwiniana in tre parti: discendenza da un antenato comune, selezione naturale e mutazione. La discendenza da un antenato comune non gli causa problemi, e lo stesso vale per la selezione naturale. Il primo è un concetto «scontato», il secondo «di modesta portata». I sostenitori creazionisti di Behe sanno che il loro beniamino accetta come «scontato» il fatto che siamo scimmie africane, cugine di tutte le altre scimmie, discendenti di un pesce?
Da segnalare anche il passo in cui si mostra come un Jack Russell terrier possa mettere in crisi le argomentazioni dei creazionisti.

martedì 3 luglio 2007

Duncan for President!

Dog owner shows own trick at the polls, Los Angeles Times, 1 luglio 2007.

Bioetica a 100.000

Alla fine di gennaio, festeggiando il primo compleanno di Bioetica, ci rallegravamo per le 43.000 visite fin lì ricevute. Cinque mesi dopo, le visite sono arrivate a quota 100.000 (le pagine viste sono quasi il doppio). Grazie dunque a tutti coloro che ci seguono; e un ringraziamento particolare alla senatrice Paola Binetti, che con il clamore suscitato dal suo cilicio (e il conseguente incremento di ricerche tramite Google) ha contribuito ad anticipare di qualche settimana il raggiungimento di questo piccolo traguardo...

Intanto all’estero

Prelevato. Maturato in laboratorio. Vetrificato. Scongelato. Fecondato. Impiantato nell’utero di una donna. E capace di dar luogo a una nuova vita. Per la prima volta al mondo un bambino è nato sano da un ovulo così manipolato in laboratorio: la nuova frontiera della fecondazione in vitro è stata raggiunta da ricercatori canadesi dell’Università di Montreal e potrà rappresentare una soluzione per le donne con tumore che desiderano conservare la capacità di procreare. Per ora, come hanno raccontato gli specialisti canadesi a Lione, dove è in corso il 23mo meeting annuale dell’European Society of Human Reproduction la procedura è stata usata su quattro donne affette da sindrome dell’ovaio policistico: una ha già partorito, altre tre hanno in corso la gravidanza.
Continua (Nasce da un ovulo maturato in vitro, Il Corriere della Sera, 2 luglio 2007).

lunedì 2 luglio 2007

Il senatore snumerato

Le dichiarazioni del senatore Alfredo Mantovano (AN) a proposito della Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 40/2004, presentata oggi dal Ministro della Salute Livia Turco, meritano qualche commento.

I rappresentanti del Governo in carica hanno uno strano modo di illustrare i dati: invece di leggere i numeri danno i numeri. Il ministro della Salute informa che nel 2005 risultano 6235 gravidanze a seguito di fecondazione artificiale contro le 4807 del 2003: in termini assoluti, la legge 40, così combattuta e dileggiata, non solo non ha comportato alcun decremento, ma anzi ha fatto aumentare i “bimbi in braccio”.
Se il sen. Mantovano avesse avuto la pazienza di leggere direttamente la Relazione, liberamente disponibile sul sito del Ministero, si sarebbe risparmiato quello che benevolmente si potrebbe definire uno sfondone imbarazzante. Si legge infatti a p. 6 del documento:
il numero totale delle gravidanze non è un dato confrontabile, in quanto nel 2003 operavano solo 120 centri e invece nel 2005 169 centri e in quanto anche le pazienti erano 17.125 nel 2003, mentre nel 2005 erano 27.254.
Se nel 2005 si sono avute più gravidanze del 2003, insomma, è perché è cresciuto il numero delle pazienti che risultano aver fatto ricorso alla procreazione assistita, non perché è stata approvata la legge 40. (Aggiornamento: sulla questione ho scritto un secondo post, più dettagliato.)
E invece la sen. Turco segnala un calo in percentuale, perché spiega che nel 2005 sono stati censiti 169 centri che praticano la PMA, contro i 120 del 2003, sicché si avrebbe una “perdita ipotetica”. Da un ministro sulle cifre ci si attende certezze, non ipotesi. Faccia un raffronto fra i dati dei 120 centri censiti nel 2003 e gli esiti degli stessi 120 centri nel 2005: solo così i termini di confronto saranno omogenei. Diversamente sarà l’ennesima strumentale occasione per non darsi ragione della sconfitta referendaria di due anni fa.
Di nuovo, Mantovano avrebbe dovuto leggere la relazione, prima di aprire bocca. A p. 8, infatti, viene presentato proprio il confronto limitato ai 96 centri (non 120: alcuni nel frattempo sono stati chiusi, o non hanno comunicato questa volta i propri dati) che sono stati censiti sia nel 2003 che nel 2005; una comoda tabella riassume i risultati a p. 101:

Anno 2003 2005

Cicli iniziati 18.867 18.036
Prelievi 16.764 15.947
Trasferimenti 14.946 13.895
Gravidanze 4.257 3.626

Si vede quasi subito che il numero di gravidanze per ciclo iniziato è minore nel 2005 rispetto al 2003, e non di poco: del 10,9%. Questo sembra indicare un calo nell’efficienza delle tecniche impiegate; ma se è così, la colpa è della legge 40?
Per scoprirlo proviamo a fare qualche conto. Calcoliamo in particolare la differenza percentuale, tra i due anni, del numero di prelievi per ciclo, del numero di trasferimenti per prelievo, e di quello di gravidanze per trasferimento. I risultati sono questi:

Prelievi per ciclo: -0,5%
Trasferimenti per prelievo: -2,3%
Gravidanze per trasferimento: -8,4%

La legge 40 ha poco o nulla da dire su ciò che succede tra l’avvio del ciclo di trattamento e il prelievo degli ovociti; e dal 2003 al 2005 il numero di prelievi per ciclo è rimasto praticamente invariato. La legge 40 consente di fecondare un massimo di tre ovociti alla volta, diminuendo quindi la probabilità di ottenere anche un solo embrione adatto al trasferimento; e dal 2003 al 2005 il numero di trasferimenti per prelievo è diminuito in modo contenuto ma significativo. La legge 40, soprattutto, impedisce qualsiasi selezione degli embrioni: se prima si potevano trasferire solo i più vitali, aumentando le possibilità di gravidanza, adesso ci si affida solo alla sorte; e dal 2003 al 2005 il numero di gravidanze per trasferimento è vistosamente diminuito.
Basta questo a dimostrare l’identità del colpevole? Un’obiezione intelligente – e infatti non è del sen. Mantovano – è che le gravidanze diminuirebbero anche se fosse aumentata per qualche motivo l’età media delle donne che si sottopongono alle procedure. La Relazione, per un’assurda clausola della normativa sulla privacy, dà in generale solo dati aggregati; ma a p. 68 una tabella mette in rilievo la forte dipendenza del numero di prelievi per ciclo dall’età delle pazienti – numero che, come abbiamo appena visto, è l’unico ad essere rimasto invariato, suggerendo che sia rimasta invariata anche l’età media. Questo non risolve la questione, ma è un indizio importante, in attesa degli studi ulteriori che la Relazione promette a breve scadenza.

L’unica cosa certa, al momento, è che da domani gli argomenti del sen. Mantovano, o altri di uguale valore, ingombreranno le colonne del Giornale, di Avvenire e del Foglio. Se quello che dice questa gente non toccasse in modo tanto drammatico le vite di così tante coppie, ci sarebbe da divertirsi.

Le agenzie sulla relazione sullo stato di attuazione della legge 40 presentata da Livia Turco al Parlamento

PROCREAZIONE: TURCO, DOPO LEGGE CALO GRAVIDANZE 3,6% (ANSA) - ROMA, 2 LUG - Calano le gravidanze ottenute con la fecondazione artificiale dopo la legge 40. ‘‘La percentuale di gravidanze ottenute sui prelievi passano dal 24,8% del 2003 al 21,2% del 2005 con una riduzione di 3,6 punti percentuali’’. è quanto sottolinea il ministro della Salute Livia Turco presentando al parlamento per la prima volta i dati ufficiali del registro nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità relativi all’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma) effettuate nel 2005 in Italia. (ANSA). KRT 02-LUG-07 12:12 NNNN


PROCREAZIONE:TURCO,CONTINUARE A RIFLETTERE SU ESITI LEGGE 40 (V. ‘PROCREAZIONE: TURCO, DOPO LEGGE CALO...’ DELLE 12,12) (ANSA) - ROMA, 2 LUG - ‘‘Auspico che a tre anni dall’applicazione della legge si continui a riflettere, con grande rigore e sobrietà, sulla legge medesima, a partire dagli esiti dell’applicazione delle tecniche’’. È questo l’invito che arriva dal ministro della Salute, Livia Turco, nella sua presentazione al Parlamento della relazione sullo stato di attuazione della legge 40 sulla procreazione assistita. Continuare a riflettere, prosegue il ministro, ‘‘al fine di garantire alle donne e alle coppie la migliore efficacia e sicurezza delle tecniche, e al fine di garantire al meglio proprio i principi ispiratori dichiarati dalla legge, che sono la tutela della salute delle donne e la tutela degli embrioni’’. (ANSA). YN8-GU 02-LUG-07 12:30 NNNN


PROCREAZIONE: LEGGE 40;RAPPORTO ISS,1.041 GRAVIDANZE IN MENO (V. ‘PROCREAZIONE: TURCO, DOPO LEGGE....’ DELLE 12.12) (ANSA) - ROMA, 2 LUG - Sono oltre mille le gravidanze perse tra il 2003 e 2005 secondo il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità sull’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita. È quanto si apprende dalla relazione del ministro della salute Livia Turco al Parlamento sui primi dati ufficiali del registro nazionale dell’Iss dopo l’approvazione della legge 40 del 2004. ‘‘Applicando la percentuale di gravidanze ottenute sui prelievi nel 2003 a quelli eseguiti nel 2005 - si legge nella relazione del ministro - si evince una perdita ipotetica di 1.041 gravidanze’’. In particolare ‘‘complessivamente sono stati censiti 169 centri contro i 120 del 2003 dai quali risultano 6.235 gravidanze contro le 4.807 del 2003 con una media di gravidanza per centro del 36,9% a fronte del 40,1% del 2003’’. Le pazienti trattate sono state 27.254 nel 2005 contro le 17.125 del 2003. (ANSA). KRT 02-LUG-07 12:34 NNNN


FECONDAZIONE: MINISTERO SALUTE, -3,6% GRAVIDANZE DOPO LEGGE 40
RELAZIONE A PARLAMENTO Roma, 2 lug. (Adnkronos/Adnkronos Salute) - La legge 40 del 2004 ha ‘tagliato’ del 3,6% le percentuali di gravidanze nei centri di fecondazione assistita e, dunque, dei bimbi nati con queste tecniche. È questo il dato più evidente che emerge dalla relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita (Pma), inoltrata oggi dal ministro della Salute Livia Turco ai presidenti del Senato Franco Marini e della Camera Fausto Bertinotti. Il dato, spiega il documento, si tradurrebbe in una "perdita ipotetica di 1.041 gravidanze”. La relazione è frutto del censimento effettuato in 169 centri (contro i 120 del 2003), dai quali risultano 6.235 gravidanze nel 2005 contro le 4.807 del 2003, con una media per centro del 36,9% a fronte del 40,1% del 2003. Sotto la lente di ingrandimento le tecniche Fivet e Icsi negli anni 2003 e 2005, cioè prima e dopo l’entrata in vigore della legge, e i risultati ottenuti. Ancora, le pazienti trattate sono state 27.254 nel 2005 contro le 17.125 del 2003, le percentuali di gravidanze sono passate dal 24,8% del 2003 al 21,2% del 2005, “con una riduzione di 3,6 punti percentuali”, spiega la relazione. (segue) (Sal/Col/Adnkronos) 02-LUG-07 12:36 NNNN


FECONDAZIONE: MINISTERO SALUTE, -3,6% GRAVIDANZE DOPO LEGGE 40 (2)
AUMENTANO PARTI PLURIMI E CALA SUCCESSO TECNICHE (Adnkronos/Adnkronos Salute) – “Il numero di trasferimenti effettuati con un solo embrione è passato dal 13,7% del 2003 al 18,7% del 2005, mentre più del 50% dei trasferimenti viene effettuato con tre embrioni contro il 44% del 2003. è aumentata, dal 22,7% del 2003 al 24,3% del 2005, la percentuale di parti plurimi (gemellari, trigemini e multipli) - sottolinea la relazione - e sono aumentati dal 23,4% nel 2003 al 26,4% nel 2005 gli esiti negativi delle gravidanze, per aborti spontanei, morti intrauterine, gravidanze ectopiche correlate all’obbligo di impianto di tutti gli embrioni previsto dalla legge 40/2004”. Il testo evidenzia inoltre ‘‘una più elevata percentuale di trattamenti che non giungono alla fase del trasferimento o con bassa possibilità di successo (trasferimento di un embrione non elettivo)’’. Dunque, una minore efficacia delle tecniche di fecondazione assistita. (segue) (Sal/Col/Adnkronos) 02-LUG-07 12:40 NNNN


PROCREAZIONE: I CONTENUTI DELLA LEGGE 40 / SCHEDA (V. ‘PROCREAZIONE: TURCO, DOPO LEGGE...’ DELLE 12,12) (ANSA) - ROMA, 2 LUG - Divieto della fecondazione artificiale eterologa, cioè al di fuori della coppia, e della sperimentazione e clonazione degli embrioni; le tecniche di fecondazione assistita, inoltre, sono consentite solo per risolvere problemi di sterilità o infertilità e se non ci sono altri metodi terapeutici efficaci. Sono alcuni punti della legge sulla procreazione medicalmente assistita, entrata in vigore il 10 marzo 2004. Queste, in sintesi, le norme previste dalla legge, approvata definitivamente dalla Camera il 10 febbraio dello stesso anno: - ACCESSO ALLE TECNICHE DI PROCREAZIONE ASSISTITA: è consentita per risolvere problemi di sterilità o infertilità e solo se non ci sono altri metodi terapeutici efficaci; sterilità e infertilità devono essere documentate e certificate dal medico. - NO ALL’ETEROLOGA: il testo vieta il ricorso alla fecondazione eterologa, cioè con seme di persona estranea alla coppia. - CHI POTRÀ RICORRERE ALLE TECNICHE DI PROCREAZIONE: saranno le coppie formate da persone maggiorenni di sesso diverso, sposate o conviventi, in età potenzialmente fertile ed entrambe viventi. No, insomma, ai single, alle mamme-nonne e alla fecondazione post mortem. - TUTELA DEL NATO E DEL NASCITURO: la legge assicura il diritto a nascere del concepito. I bambini che nascono dall’applicazione di queste tecniche sono figli legittimi della coppia o acquisiscono lo status di figli riconosciuti della madre o della coppia stessa. - CONSENSO INFORMATO: la coppia deve essere accuratamente e costantemente informata sulle tecniche e sulle varie fasi della loro applicazione. Una volta che l’ovulo è fecondato deve essere impiantato entro sette giorni e non è possibile alcun ripensamento. - EMBRIONI E SPERIMENTAZIONE: sono vietate la sperimentazione sugli embrioni e la clonazione umana. Ricerca clinica e sperimentazione sull’ embrione sono ammesse solo se finalizzate alla tutela della sua salute e del suo sviluppo. È vietata anche qualsiasi tecnica che possa predeterminare o alterare il patrimonio genetico dell’embrione. - PRODUZIONE EMBRIONI: è possibile produrre non più di tre embrioni per volta, ovvero il numero necessario ad un unico e contemporaneo impianto. – ADOTTABILITÀ DEGLI EMBRIONI: è prevista l’ adattabilità degli embrioni congelati di cui non si conoscano i genitori biologici o dei quali non sia stato chiesto l’ impianto da almeno tre anni. - CRIOCONSERVAZIONE: è consentita solo quando il trasferimento nell’ utero degli embrioni non risulti possibile per gravi e documentati problemi di salute della donna che non erano prevedibili. Gli embrioni possono rimanere congelati fino alla data del trasferimento, da realizzare non appena possibile. (ANSA). I12-GU 02-LUG-07 12:49 NNNN


FECONDAZIONE: LINEE GUIDA, CSS PROPORRÀ MODIFICA PER AIDS

(AGI) - Roma, 2 lug.- Considerare le coppie con soggetti portatori di virus hiv come affette da “infertilità funzionale” e come tali possono rientrare nelle categorie previste dalla legge 40. È la proposta principale che la commissione istituita dal ministro Turco all’interno del consiglio superiore di sanità presenterà all’assemblea del Consiglio superiore per la modifica delle linee guida sulla fecondazione assistita. La legge 40 infatti prevede il ricorso alle tecniche di fecondazione assistita esclusivamente per le coppie sterili, per cui i soggetti portatori di virus dell’hiv, pur avendo la possibilità di individuarlo all’interno delle cellule e quindi di scegliere quelle libere, non potevano fin ad oggi accedere alla tecnica di fecondazione non essendo infertili. L’inserimento nelle linee guida di questa forma di “sterilità funzionale” consentirà alle coppie di poter avere figli sani. (AGI) Vip 021320 LUG 07 NNNN


FECONDAZIONE: FLAMIGNI, RELAZIONE SU LEGGE 40 È DICHIARAZIONE DI FALLIMENTO
TURCO PRENDA CORAGGIO E ASSUMA POSIZIONE DECISA Milano, 2 lug. (Adnkronos/Adnkronos Salute) - ‘‘Una dichiarazione di fallimento’’. Ecco come interpreta Carlo Flamigni, componente del Comitato nazionale di bioetica, i dati emersi dalla relazione del ministero della Salute sullo stato di attuazione della legge 40/2004, che disciplina la procreazione medicalmente assistita (Pma). Il documento, trasmesso oggi ai presidenti del Senato Franco Marini e della Camera Fausto Bertinotti, è segno che ‘‘la legge 40 è sostanzialmente fallita’’, spiega il professore all’ADNKRONOS SALUTE. ‘‘Basta guardare - prosegue - alla perdita di oltre mille gravidanze segnalata dall’Istituto superiore di sanità (Iss), che mostra un aumento dei fallimenti e, di conseguenza, un calo di successo delle tecniche. Per non parlare dei parti plurimi. Troppi. Sono tutti segnali che con queste norme ottenere risultati positivi è difficile’’. Si tratta di ‘‘dati cattivi’’, secondo Flamigni, soprattutto perché ‘‘la casistica dei centri italiani è selezionata. Le donne in condizioni più difficili e quelle in età piu’ avanzata infatti si rivolgono ancora ai centri di fecondazione esteri’’. E quanto alla prospettiva che qualcosa cambi dopo la relazione l’esperto si dice scettico: ‘‘Resterà l’ennesimo strillo inascoltato’’. Flamigni lamenta ‘l’immobilismo’ del ministro della Salute Livia Turco. ‘‘Prenda coraggio - ribadisce - e assuma una posizione decisa. Le sue dichiarazioni somigliano a quello che direbbe la mia bisnonna. Cosa vuol dire ‘riflettere con grande rigore e sobrietà’? Il ministro deve già sapere cosa fare. Il tempo delle riflessioni è finito’’. È Livia Turco, secondo Flamigni, che deve ‘‘dare con forza garanzie di salute. Ma al momento le si può fare un plauso al rigore, non al coraggio’’. Auspicabile sarebbe un intervento tempestivo e risolutorio, aggiunge l’esperto. ‘‘Altrimenti non ci resta che pregare affinché i politici di oggi vengano colti da Alzheimer e sostituiti da una nuova generazione. L’unica via per salvare le coppie sterili, ed evitare che i più abbienti continuino ad andare all’estero e i poveracci restino in Italia senza alternative’’. (Sal/Col/Adnkronos) 02-LUG-07 14:26 NNNN


FECONDAZIONE/ TURCO: OLTRE 1000 GRAVIDANZE ‘PERSE’ DOPO LEGGE 40 Trasmessa al Parlamento la relazione del ministro della Salute Roma, 2 lug. (Apcom) - Sono oltre mille (oltre il 3%) le gravidanze perse tra il 2003 e 2005 secondo il rapporto dell’Istituto superiore di sanità sull’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita. È quanto si apprende dalla relazione che il ministro della Salute, Livia Turco, ha trasmesso al Parlamento sui primi dati ufficiali del registro nazionale dell’Iss dopo l’approvazione della legge 40 del 2004. “Applicando la percentuale di gravidanze ottenute sui prelievi nel 2003 a quelli eseguiti nel 2005 - si legge nella relazione del ministro - si evince una perdita ipotetica di 1.041 gravidanze”. Entrando nel dettaglio, “complessivamente sono stati censiti 169 centri contro i 120 del 2003 dai quali risultano 6.235 gravidanze contro le 4.807 del 2003 con una media di gravidanza per centro del 36,9% a fronte del 40,1% del 2003”. Red/Gnr 02-LUG-07 13:21 NNNN


FECONDAZIONE/ TURCO: NECESSARIO RIFLETTERE SU LEGGE 40 Per garantire alle donne maggiore sicurezza Roma, 2 lug. (Apcom) – “Auspico che a tre anni dall’applicazione della legge si continui a riflettere, con grande rigore e sobrietà, sulla legge medesima, a partire dagli esiti dell’applicazione delle tecniche”. È questo l’invito che arriva dal ministro della Salute, Livia Turco, nella sua presentazione al Parlamento della relazione sullo stato di attuazione della legge 40 sulla procreazione assistita. Occorre continuare a riflettere, prosegue il ministro, per “garantire alle donne e alle coppie la migliore efficacia e sicurezza delle tecniche”, e per “garantire al meglio proprio i principi ispiratori dichiarati dalla legge, che sono la tutela della salute delle donne e la tutela degli embrioni”. Gnr 02-LU


FECONDAZIONE: MANTOVANO, TURCO DÀ I NUMERI
(AGI) - Roma, 2 lug. – “I rappresentanti del Governo in carica hanno uno strano modo di illustrare i dati: invece di leggere i numeri danno i numeri. Il ministro della Salute informa che nel 2005 risultano 6235 gravidanze a seguito di fecondazione artificiale contro le 4807 del 2003: in termini assoluti, la legge 40, così combattuta e dileggiata, non solo non ha comportato alcun decremento, ma anzi ha fatto aumentare i “bimbi in braccio”. E invece la sen. Turco segnala un calo in percentuale, perché spiega che nel 2005 sono stati censiti 169 centri che praticano la PMA, contro i 120 del 2003, sicché si avrebbe una “perdita ipotetica”. Da un ministro sulle cifre ci si attende certezze, non ipotesi. Faccia un raffronto fra i dati dei 120 centri censiti nel 2003 e gli esiti degli stessi 120 centri nel 2005: solo così i termini di confronto saranno omogenei. Diversamente sarà l’ennesima strumentale occasione per non darsi ragione della sconfitta referendaria di due anni fa”. Lo dice il senatore di AN, Alfredo Mantovano. (AGI) Els 021353 LUG 07 NNNN


PROCREAZIONE: MANTOVANO (AN), DA TURCO NUMERI STRUMENTALI (ANSA) - ROMA, 2 LUG - Solo ‘‘ipotetici numeri strumentali’’ dal ministro della Salute, Livia Turco, sulla legge sulla procreazione assistita. Lo sostiene il senatore Alfredo Mantovano (An). ‘‘I rappresentanti del Governo in carica - secondo Mantovano - hanno uno strano modo di illustrare i dati: invece di leggere i numeri, danno i numeri. Il ministro della Salute informa che nel 2005 risultano 6.235 gravidanze a seguito di fecondazione artificiale contro le 4.807 del 2003: in termini assoluti, la legge 40, così combattuta e dileggiata, non solo non ha comportato alcun decremento, ma anzi ha fatto aumentare i ‘bimbi in braccio’’’. E invece, prosegue Mantovano, ‘‘la sen. Turco segnala un calo in percentuale, perché spiega che nel 2005 sono stati censiti 169 centri che praticano la Pma, contro i 120 del 2003, così che si avrebbe una ‘perdita ipotetica’. Da un ministro sulle cifre ci si attende certezze, non ipotesi’’. Il senatore invita dunque il ministro a fare ‘‘un raffronto fra i dati dei 120 centri censiti nel 2003 e gli esiti degli stessi 120 centri nel 2005: solo così i termini di confronto saranno omogenei. Diversamente sarà l’ennesima strumentale occasione per non darsi ragione della sconfitta referendaria di due anni fa’’. (ANSA). NE 02-LUG-07 13:53 NNNN
02/07/07 14:48

Legge 40: gravidanze in calo

Ma che sorpresa!
E chi lo avrebbe mai detto?
(A proposito della relazione sullo stato di attuazione della legge trasmessa oggi ai presidenti di Senato e Camera).
La relazione può essere scaricata dal sito del Ministero della Salute.

Avvenire attacca Wiesel

Ancora un bell’articolo di Girolamo De Michele su CarmillaL’Avvenire contro Élie Wiesel», 1 luglio 2007):

Che alcuni uomini di chiesa – tra i quali Joseph Ratzinger – si scaglino contro Harry Potter e la negativa influenza che il maghetto avrebbe sulla gioventù (dopo tutto è vero: educa a pensare con la propria testa) può far sorridere. Che l’Avvenire, quotidiano della CEI, mandi a dire alla maggiore filosofa italiana, alla vigilia della pubblicazione del suo ultimo libro, che i suoi dubbi e le sue perplessità sull’ideologia religiosa non doveva stamparli, ma circoscriverli ai privati carteggi, inquieta già di più: sa di monito censoreo, di messa all’indice (e pazienza per il mediocre recensore che cerca con questi mezzucci il suo quarto d’ora di notorietà). Ma se ad essere attaccato dall’Avvenire è il premio Nobel per la pace Élie Wiesel – beh, c’è da preoccuparsi seriamente.
L’occasione è stato il discorso letto da Wiesel alla Milanesiana il 27 giugno, del quale il Corriere della Sera ha pubblicato un estratto dal titolo: «Le religioni e l’ombra del male» [qui]. Immediata la risposta dell’Avvenire [qui], che si guarda bene dar riportare il testo criticato: che infatti viene distorto in modo vergognoso.
Da leggere.

domenica 1 luglio 2007

L’origine dei circuiti

Supponiamo che vogliate ottenere un chip elettronico capace di distinguere tra due suoni di tonalità differente. Cosa fate? La risposta sembra univoca: vi sedete davanti a un tavolo da disegno, e progettate uno schema di circuiti che risolva il problema. Ma c’è anche un altro modo, anche se assai più indiretto.
Prendete alcuni field-programmable gate array, cioè dei chip i cui circuiti interni non siano fissi ma modificabili a volontà, e imponete loro una configurazione casuale. Ovviamente i chip così configurati non saranno capaci di distinguere praticamente alcunché; selezionate comunque le configurazioni che hanno un leggerissimo vantaggio sulle altre, e accoppiatele a due a due, mescolandole fra di loro; imponete poi dei cambiamenti casuali alla loro ‘progenie’, e sottoponetela nuovamente alla prova. Ripetete la procedura per qualche centinaio di generazioni: alla 1400ª il chip migliore sarà capace nel 50% dei casi di distinguere con successo tra due toni a 1 e 10kHz; alla 4000ª li distinguerà sempre.
L’esperimento è stato condotto da Adrian Thompson del Department of Informatics della University of Sussex (Alan Bellows, «On the Origin of Circuits», Damn Interesting, 27 giugno 2007). Oltre a sfruttare l’equivalente quasi perfetto di mutazione, selezione del più adatto e riproduzione sessuale, l’esperimento ha emulato anche un ulteriore aspetto dell’evoluzione biologica: la creazione di novità. Quando Thompson ha aperto il chip finale vi ha trovato dentro uno schema di circuiti che nessun ingegnere umano avrebbe mai costruito, e il cui funzionamento si è rivelato particolarmente difficile da comprendere.

La prossima volta che incontrate un integralista che straparla dell’evoluzione, ditegli del dr. Thompson e dei suoi chip: non lo convincerete – si sa, è una specie assai poco adattabile – ma sarà divertente assistere ai suoi spasmodici tentativi di negare anche questa realtà.