mercoledì 26 marzo 2014

Mario vuole la mamma

Le opinioni degli integralisti possono essere talvolta esilaranti. In una conversazione che ho avuto di recente con alcuni di loro mi sono sentito dichiarare, nell’ordine: che il matrimonio tra eterosessuali – no, non è un refuso, confermo: tra eterosessuali – non è un diritto umano; che il volere della maggioranza non deve essere coartato da un giudice costituzionale; che l’impossibilità di derivare le norme dai fatti dimostrata da Hume è «sputtanata» ormai da secoli; che la logica matematica è una scienza empirica (!); che nel corso della discussione io avrei esplicitamente approvato qualsiasi potere legiferante, compreso quello del governo nordcoreano. È chiaro che un dibattito con interlocutori di tal fatta risulterà decisamente surreale e, alla fine, non molto produttivo; ma regalerà anche momenti di sana ilarità.
Chi però, incoraggiato dal titolo promettente, si aspettasse di trovare qualche comica bizzarria nel libro appena uscito di Mario Adinolfi, Voglio la mamma (Tricase, Youcanprint Self-Publishing, 2014, pp. 122, € 13,00) rimarrebbe deluso. Le fallacie logiche, le informazioni false e i non sequitur abbondano, è vero; ma è tutto già sentito, consunto dall’uso ripetuto. Nella discussione sul matrimonio per gli omosessuali, ad esempio, l’autore spara a raffica, in rapidissima successione, la vecchia fallacia etimologica («non c’è matrimonio senza “mater”»), la fallacia del piano inclinato («Se un bambino riceve amore uguale a quello di una madre e di un padre da due papà, perché non […] dal papà che ama tanto il proprio cane e vuole che la sua famiglia sia composta dal papà, dal cane e dal bambino ottenuto da una madre surrogata?»; il matrimonio con i cani non manca mai, in questo genere di argomento), la tradizionale fantasia paranoica di ogni integralista che si rispetti sulla proibizione incombente o già in atto di usare le parole mamma e papà («Vogliono cancellare persino la parola mamma […]. Chi è di sinistra non priverebbe mai un soggetto debole, debolissimo come un bambino del suo diritto a chiamare mamma [sic]»), l’inane conta dei numeri («[In] Olanda, si è passati rapidamente dai 2.500 matrimoni tra gay o lesbiche celebrati nel 2001 ai 1.100 del 2005»: si sa, le minoranze troppo ristrette non dovrebbero avere diritti, che spettano veramente solo a quelle più sostanziose, e meglio ancora alle maggioranze), la gag dei registri comunali delle coppie di fatto («dove sono stati istituiti sono clamorosamente vuoti: nessuno si è iscritto»: forse perché non conferiscono nessun vero diritto?). Vecchie barzellette, che non fanno più ridere.
C’è un tentativo di umorismo originale, ma il risultato è alquanto fiacco:

Se il vincolo matrimoniale non è più quello tra un uomo e una donna, il diritto alla successione riguarderà prima di tutto il coniuge. Ho un amico ricco e anziano, che fin dai banchi del liceo ha come migliore amico un suo compagno sostanzialmente nullafacente che vive di espedienti. Gli ha dato rifugio in casa, una casa enorme e vivono sotto lo stesso tetto. Da più di cinque anni ormai. Mi racconta sempre il mio amico ricco che spera da tanto tempo la [sic] legge sul matrimonio omosessuale perché vuole lasciare l’eredità e soprattutto la sua pingue pensione all’amico, non a quella megera della ex moglie e alla di lei (e di lui) prole, da lui qualificata come avida e ingrata. Anche qui c’è un lato glamour, anche se il mio amico non è per niente gay, anzi. Io vedo però diritti negati e anche un’opportunità: alla dipartita del mio amico anziano, andrò io a convivere nell’enorme casa con il suo amico, che è più anziano di me di vent’anni e morirà presumibilmente prima di me, lasciandomi avendomi omosessualmente sposato il diritto alla pingue pensione reversibile. E così via.
Si può sorridere di fronte alla buffa pretesa di Adinolfi di decidere lui chi sia degno o meno di ricevere la pensione dell’amico, o di fronte alle sue informazioni non proprio esattissime (tutti o quasi sanno che chi si risposa perde il diritto alla pensione di reversibilità); e possiamo immaginare a quali goffi paralogismi ricorrerebbe se qualcuno gli obiettasse che la badante che riesce a farsi sposare dall’anziano rintronato non invalida l’istituzione del matrimonio eterosessuale. Ma appunto, di sorrisi si tratta, tutt’al più, non della sana risata liberatrice che ci coglie leggendo un articolo di Tempi o un post della Nuova bussola quotidiana.
Stessa storia nel resto del volume: dubbie informazioni («la morte che diventa “dolce” se a darla è lo Stato in una squallida clinica di una periferia svizzera»; ma l’associazione svizzera Dignitas è privata, lo Stato si limita a non interferire), bizzarre inferenze sui desideri altrui («Ho già raccontato la vicenda di Elton John e del suo compagno, desiderosi di essere papà e mamma»), equivoci linguistici («[I] cosiddetti “diritti civili”, che già solo nella definizione fa sorridere, come se esistessero diritti che sono incivili»), tentativi diretti di umorismo («Gli uomini sono uomini, le donne sono donne, la via per accertare la propria condizione di genere è nella stragrande maggioranza dei casi estremamente breve e intuitiva»), non riescono a imprimere il colpo d’ala che risolleverebbe il volume; come non ci riescono nemmeno gli ipse dixit, tanto pretenziosi quanto vistosamente non argomentati:
nessuna razionalità può segnare un momento in cui quella storia a [sic!] inizio che non sia l’istante del concepimento quando l’amore trasforma un uomo e una donna in una carne sola che si fa vita [per Adinolfi il concepimento si verifica nel momento del coito?]. Solo in quell’istante può essere rintracciato l’inizio della storia di ciascuno di noi, inventarsi la quattordicesima settimana o il novantesimo giorno per segnare un macabro confine tra morte possibile e vita inevitabile è semplicemente senza senso. O si ha un diritto di abortire sempre o non lo si ha mai. Io credo non lo si abbia mai.
o le ricostruzioni grottescamente tendenziose della realtà:
La cultura dominante ci propone invece versioni scintillanti del percorso della transessualità, […] imponendo un modello per cui l’individuo può tranquillamente scegliere a quale genere sessuale appartenere, prescindendo dalla condizione naturale in cui è nato. Farsi donna se si è nati uomo o viceversa è quasi unanimemente considerato un percorso positivo [nella bibliografia Adinolfi cita un libro sul disturbo dell’identità di genere, evidentemente senza averlo letto].
Tra i pochi momenti comici memorabili metterei soltanto un bellissimo malapropismo («Queste povere persone [i transessuali] sono costrette a comportamenti denigranti», corsivo mio), e alcune plateali contraddizioni: si confronti «nulla di quel che è contenuto qui ha a che fare con una dimensione religiosa» con
Perché devastare un istituto millenario come il matrimonio tra un uomo e una donna, desacralizzarlo negandone la radice di senso, per farlo utilizzare ad un pugno di gay per mere ragioni di bandiera ideologica? [corsivo mio]
o meglio ancora con
A Roma lo scandalo passato alle cronache con il titolo orrendo delle “baby squillo dei Parioli” […] avrebbe dovuto sconvolgere il tessuto sociale di una città che è anche, non lo dimentichiamo, il centro religioso più importante del mondo occidentale.
E si confronti anche
sono state costruite vere e proprie “fabbriche di bambini” con centinaia di donne trasformate in incubatrici viventi e umiliate a suon di dollari, euro e sterline nella loro dimensione più intimamente femminile, quella della maternità […] Le donne vengono cercate nei bassifondi della povertà estrema, pagate con il 10% dell’importo che viene lasciato dagli occidentali alla clinica, costrette [in che modo?] a portare avanti anche otto o nove gravidanze nell’arco di dieci anni.
con
c’è da capire se c’è più libertà e potenziale progresso in una giovane madre che si smezza [sic] dalla mattina alla sera la propria famiglia e la crescita dei propri figli, riuscendo a non perdere la mitezza del suo essere femminile o se dobbiamo preferire quella femmina androgina capace di vendersi i figli per bisogno.
Il problema del volume, in ogni caso, va ben al di là del fatto di fare poco ridere. Consideriamo affermazioni come queste:
Ma una mamma nell’intimo non può non sentire la voce della vita che ha in grembo, che le grida silenziosa: “Voglio te”. Voglio la mamma. Non la donna. Una donna può chiedere di avere il diritto di abortire. Una mamma non può neanche immaginarlo. […] Ma una donna abortisce, una mamma no.
Il politicamente corretto vuole che si usi l’espressione “le famiglie”, per far capire che l’istituzione familiare classica è ormai in disuso e che tutto è famiglia, anche una zitella con gatto.
Già qui, in questo ergersi a giudice degli altri, a dividere in umani e meno umani, in fattrici degne e nubili indegne, da ridere non c’è proprio più nulla. Come non c’è qui:
nelle graduatorie per gli asili nido i figli di genitori single scavalcano i figli di famiglia numerosa
in cui è implicito che ai più deboli, in quanto «irregolari», vadano negati diritti di cui hanno più bisogno degli altri (o Adinolfi crede magari che le famiglie con un solo genitore siano in media più ricche di quelle «normali»?). Ma c’è molto, molto di peggio:
[È] una delle più grandi vergogne della contemporaneità raccontata invece come un decisivo elemento di progresso: l’affitto dell’utero di donne bisognose di denaro per portare a compimento gravidanze che la natura rende impraticabili, strappando poi il bambino pochi minuti dopo il parto e dopo un primo contatto tranquillizzante con il corpo della madre, per consegnarlo di solito ad una coppia di omosessuali benestanti che giocheranno a fare i genitori. Finché ne avranno voglia.
Limitiamoci solo all’ultima frase: da quale abisso di odio – odio feroce, bestiale, spietato – può sgorgare una simile zaffata di pregiudizio, immotivato e indiscriminato? Adinolfi ci assicura, alla fine del libro, che in ciò che precede «Non c’è astio, non c’è faccia feroce»; excusatio non petita se mai ve ne fu una.
Ma il vertice (o il fondo), incredibilmente, non è ancora stato toccato.
In Olanda e tra poco anche in Belgio i bambini malformati che soffrano “livelli insopportabili di dolore” possono essere legalmente soppressi per decisioni assunte in ossequio alla nuova ideologia liberatoria di questo tempo: l’eutanasia infantile. Un avamposto di progresso, secondo molti. Io vedo molte mamme sobbarcarsi sacrifici immensi per proteggere bambini che soffrono molto, per proteggere il loro diritto alla vita, alla lezione immensa che quel dolore lascia in chiunque si avvicini, quando basta poi un accenno di sorriso di quel bambini per rischiarare la giornata più di cento raggi di sole.
Per questo gran figlio di mamma, insomma, il dolore tremendo e immedicabile dei bambini serve: serve a comunicare una lezione edificante, serve – se accompagnato da «un accenno di sorriso» – a rischiarare la giornata a chi gli sta attorno. Serve, e quindi si giustifica. Per Adinolfi, bontà sua, «le terapie del dolore fanno passi da gigante di anno in anno. Investiamo su quelle»; ma nell’attesa (che potrebbe rivelarsi molto lunga), sfruttiamo pure quell’utile dolore. E se qualcuno protesta in nome di quei bambini torturati, accusiamolo pure di essere «disturbato dalla loro esistenza».

Il cerone del pagliaccio è colato via, rivelando un’espressione torva. No, non c’è davvero proprio più nulla da ridere.

mercoledì 19 marzo 2014

Fine vita e testamento biologico, la situazione oggi in Italia

2006: “Raccolgo il suo messaggio di tragica sofferenza con sincera comprensione e solidarietà. Esso può rappresentare un’occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi, di particolare complessità sul piano etico, che richiedono un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più”.

2014: “Ritengo che il Parlamento non dovrebbe ignorare il problema delle scelte di fine vita ed eludere ‘un sereno e approfondito confronto di idee’ su questa materia. 
Richiamerò su tale esigenza, anche attraverso la diffusione di questa mia lettera, l’attenzione del Parlamento”.


A scrivere è sempre Giorgio Napolitano. Nel 2006 rispondendo alla lettera di Piergiorgio Welby, ieri alla richiesta dell’Associazione Luca Coscioni. In questi 8 anni il confronto non è stato sereno, né approfondito (sensibile è uno strano aggettivo per un confronto, ma prendendolo alla larga possiamo dire che no, non è stato nemmeno sensibile, soprattutto alla razionalità del confronto stesso).

Prima di “confrontarci” dobbiamo ricordare qual è il panorama normativo delineato dalla Costituzione e dalle leggi già esistenti. I cardini sono costituiti dalla nostra autonomia e dalla possibilità di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario. Il paternalismo medico (“ti obbligo per il tuo bene”) è stato sostituito – seppure non ancora del tutto e non ancora perfettamente – dall’autodeterminazione (“ti dico qual è il tuo quadro clinico e i possibili scenari, tu decidi cosa fare”). E non potrebbe essere altrimenti: chi altri dovrebbe decidere della mia esistenza?

Il nostro consenso è necessario e nessun medico può decidere al posto nostro. Ci sono alcune eccezioni, giustificabili nel caso di assenza o significativa riduzione della capacità di intendere e di volere oppure di pericolosità verso gli altri. Sono i casi previsti dal trattamento sanitario obbligatorio (TSO): non essere in grado di decidere o essere affetti da una malattia infettiva. Anche i casi di urgenza costituiscono un’eccezione: se arrivo incosciente al pronto soccorso, i medici mi soccorrono.

Eliminate le situazioni eccezionali, se sono cosciente e non costituisco un pericolo per gli altri, posso decidere se e come curarmi senza che vi sia la possibilità di impedirmelo.

Per illustrare il punto spesso si fa l’esempio del Testimone di Geova che ha più di 18 anni e che rifiuta le trasfusioni: molti di noi possono considerare questo rifiuto come dissennato ma il nostro parere – per fortuna – non è sufficiente per imporre a un adulto qualcosa che secondo noi è giusto (che poi non esiste, sarà al più giusto per noi). È una pessima abitudine trasformare il legittimo “io farei così” in “tutti devono fare così”.

Ci sono molti altri esempi: come quello della donna che non ha voluto farsi amputare pur sapendo che sarebbe morta. Lo stesso Welby non ha chiesto altro che interrompere un macchinario che lo teneva in vita. Un macchinario al cui uso liberamente aveva acconsentito e al quale, altrettanto liberamente, avrebbe dovuto poter rinunciare. Così come possiamo decidere di cominciare una chemioterapia e decidere di smettere – anche se non facendola moriremo con un’altissima probabilità.

venerdì 14 marzo 2014

Un evento pericoloso

Dal blog di Marco Piazza («Sindrome di Rett: gli animalisti bloccano la raccolta fondi», Su Piazza, 13 marzo 2014):

Una partita di serie A, un evento collaterale annullato per motivi di ordine pubblico. Roma-Lazio? Milan-Inter? No, Unendo Yamamay Busto Arsizio contro Robur Tiboni di Urbino, campionato di serie A di pallavolo femminile, in programma questo sabato a Busto Arsizio. E l’evento “pericoloso”, a margine del match di volley, era nientemeno che una lotteria benefica per l’associazione proRETT. I soldi raccolti sarebbero serviti alla ricerca scientifica su questa malattia genetica, che provoca un grave ritardo mentale e colpisce prevalentemente le bambine. Il motivo dell’annullamento? L’intervento degli animalisti, che hanno boicottato la raccolta fondi perché contrari alla sperimentazione animale praticata dagli scienziati che studiano la Rett (e dalla quasi totalità dei ricercatori in ambito biomedico). Prima con un comunicato della Lav (lega antivivisezione) locale, poi con un bombardamento di email alla società di volley, al suo sponsor e a chi gestisce il palazzetto dello sport, con tanto di foto di animali sventrati. A quel punto gli organizzatori devono essersi ricordati dei recenti blitz nei laboratori nelle università milanesi, o delle minacce di morte inviate via facebook a Caterina Simonsen, la ragazza malata che era intervenuta per difendere la ricerca, e per evitare guai simili hanno deciso, con rammarico, di annullare la lotteria.
Ogni commento sarebbe superfluo. Personalmente ho deciso, seguendo l’esempio di un’amica, di fare immediatamente una donazione all’associazione proRETT; a loro andrà anche la mia scelta del 5 per mille.

martedì 11 marzo 2014

Violare la legge

Stefano Magni, «Eppur non si muove: l’immutabile diritto naturale» (La Nuova Bussola Quotidiana, 11 marzo 2014), a proposito di un recente dibattito sul diritto naturale (il corsivo è mio):

l’unico relatore della serata convinto che il diritto sia naturale e sia immutabile era il nostro Marco Respinti. «Dio crea l’uomo dotandolo di una determinata natura ed è da quella natura che derivano delle regole precise quanto delle leggi fisiche. Se io violo una legge fisica, ad esempio butto a terra il mio computer, questo si rompe. Non è per cattiveria che si spacca, è una legge fisica, è un dato di natura».
Per Respinti, quindi (se quanto ha detto è stato riportato correttamente), buttare a terra qualcosa significa violare una legge fisica. Non sorprende, con apologeti di questo calibro, che l’etica della legge naturale sopravviva ormai – e pure a stento – soltanto tra i cattolici.

domenica 9 marzo 2014

L’obiezione di coscienza non può impedire la corretta applicazione della legge 194

Oggi, a seguito di un reclamo collettivo dell’associazione non governativa International Planned Parenthood Federation European Network (IPPF E N che dagli anni 50 si batte in 172 paesi per potenziare l’accesso ai programmi di salute delle fasce più vulnerabili) assistita dall’Avv. Prof. Marilisa D’Amico, Ordinario di Diritto costituzionale, Università degli Studi di Milano, e dall’Avv. Benedetta Liberali, il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d'Europa ha ufficialmente riconosciuto che l'Italia viola i diritti delle donne che - alle condizioni prescritte dalla legge 194/1978 - intendono interrompere la gravidanza, a causa dell'elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza. Il ricorso è stato presentato contro l’Italia al fine di accertare lo stato di disapplicazione della legge 194/1978 e il Comitato Europeo ha accolto tutti i profili di violazione prospettati. La legge 194/1978 prevede che, indipendentemente dalla dichiarazione di obiezione di coscienza dei medici, ogni singolo ospedale debba poter garantire sempre il diritto all’interruzione di gravidanza delle donne. Oggi purtroppo, a causa dell’elevato numero, sempre crescente come dimostrano i dati forniti da IPPF EN nell’ambito del giudizio davanti al Comitato Europeo (documentazione reperibile in www.coe.int/socialcharter), di medici obiettori, alcune strutture si trovano a non avere all’interno del proprio organico medici che possono garantire l’effettiva e corretta applicazione della legge. Questo riconoscimento di violazione può essere riconosciuto come una vittoria per le donne, e per l’Italia, e mira a garantire la piena applicazione di una legge dello Stato, la 194, che la Corte costituzionale ha definito irrinunciabile. “La vittoria di oggi è un successo importante perché l’obiezione di coscienza non è un problema solo in Italia ma in molti altri paesi europei. IPPF, che da più di 60 anni lotta nel mondo per garantire a tutte le donne i loro diritti e l’accesso alla salute sessuale e riproduttiva, vuol fare emergere la mancanza di misure adeguate da parte dello Stato italiano a garantire il diritto fondamentale alla salute e all’autodeterminazione delle donne. Siamo molto felici che il Comitato Europeo abbia stabilito che l’Italia debba risolvere una volta per tutte questo problema” - così dichiara Vicky Claeys, Regional Director di IPPF EN.
Qui i dettagli e qui il testo completo del reclamo.

sabato 8 marzo 2014

Aborto: l’obiezione di coscienza e il diritto negato


L’obiezione di coscienza ha avuto negli anni un profondo slittamento semantico: da scelta individuale e libertaria di chi rifiutava la leva militare, è diventata un’imposizione della propria visione morale prossima all’omissione di servizio pubblico, come nel caso dei medici obiettori che si rifiutano di praticare le interruzioni di gravidanza. I numeri ufficiali riportano un aumento costante del fenomeno, ma quelli reali sono ancora più allarmanti.

Chi sono gli obiettori di coscienza?

Oggi la risposta più frequente sarebbe: i ginecologi che non vogliono eseguire interruzioni di gravidanza (Ivg) per ragioni «di coscienza». Alcuni anni fa sarebbe stata diversa: l’incarnazione più genuina dell’obiettore di coscienza era il ragazzo che riceveva la cartolina precetto e rifiutava di fare il servizio di leva obbligatorio, finendo in carcere. A lungo questa scelta è stata oggetto di riprovazione morale, condannata dai tribunali e dalle gerarchie cattoliche in nome di una «difesa della patria» che non poteva che passare per le armi. Ci sono stati molti casi di persone processate e mandate in carcere per aver strappato la cartolina, e persone accusate di apologie di reato per aver difeso pubblicamente quella scelta (tra i casi più noti quelli di Pietro Pinna, Aldo Capitini, padre Ernesto Balducci, Giuseppe Gozzini, don Lorenzo Milani).
Che cosa è successo all’obiezione di coscienza?
Nel corso di alcuni anni c’è stato un profondo slittamento semantico che ha trasformato una scelta individuale e libertaria in un’imposizione della propria visione morale, a volte moralista e ipocrita, prossima all’omissione di servizio, e che ha spinto una pratica sanitaria in un terreno di scontro di coscienze.
Come possiamo chiamare nello stesso modo il ginecologo che non vuole eseguire aborti e chi rifiutava l’obbligo di leva armata?
Le differenze sono enormi e impediscono paragoni affrettati: la cartolina ti arrivava senza che tu avessi compiuto alcuna scelta, il prezzo da pagare era altissimo (condanna sociale, processi, galera). La tua scelta non ricadeva sulle spalle di nessun altro, non entrava in conflitto con i diritti di un altro individuo ma con un obbligo generale e astratto.
Il ginecologo obiettore ha deciso liberamente di fare il ginecologo e di esercitare la sua professione nel pubblico. Essere obiettore non è una scelta che comporta una qualche conseguenza, ma è anzi una scelta comoda. Si lavora anche di meno. La 194 non prevede nemmeno alcun servizio alternativo, com’era stato per l’obbligo di leva quando negli anni Settanta era stata riconosciuta la possibilità del servizio alternativo alla leva armata. La garanzia del servizio di Ivg sarebbe un obbliuno dei doveri professionali di chi ha scelto di lavorare nell’ambito della riproduzione umana – conseguente a una libera scelta professionale, e nulla ha a che fare con l’obbligo di leva.
Per alcuni, è anche una scelta ipocrita: molti obiettori continuano a suggerire e a eseguire diagnosi prenatali, tirandosi però poi indietro se la decisione della donna è di interrompere la gravidanza. Spesso senza nemmeno indicare loro un medico non obiettore – 7 come la legge impone e come la coscienza medica e personale dovrebbe suggerire – ma dicendo: «Sono obiettore, non posso intervenire». È bene sapere che le donne che chiedono o accettano di eseguire indagini prenatali sono in genere donne che vogliono poter scegliere. Quelle che invece sono convinte che non interromperebbero mai una gravidanza, anche in presenza di patologie fetali importanti, non vogliono sapere. Non vogliono eseguire diagnosi prenatali, non solo perché presentano un rischio di aborto, ma soprattutto perché quell’informazione non ha senso, e non la vogliono. «Sapremo al parto», dicono.
Se è indubitabile che l’obiezione di coscienza sia un diritto, è altrettanto indubitabile che la suddetta affermazione abbia un significato ambiguo, strettamente vincolato al contesto. Cosa intendiamo per obiezione di coscienza? Quella contra legem del militare, o quella intra legem del ginecologo? Quella che rivendicava una scelta individuale, o quella addomesticata e risucchiata dalla legge? E perché è stata usata la stessa espressione, perché non chiamare opzione o facoltà l’esonero concesso dalla 194, visto che non si oppone ad alcun obbligo, ma è anzi regolata dalla norma stessa?
Inoltre dobbiamo ricordare che nessun diritto è assoluto, ma dipende dagli altri diritti con cui può entrare in conflitto – in questo caso la garanzia del servizio di Ivg – e con i doveri professionali. La 194, pur prevedendo la possibilità di ricorrere all’obiezione, traccia confini abbastanza chiari e stabilisce la gerarchia da seguire: prima la richiesta della donna, poi la coscienza dell’operatore sanitario. Tuttavia, questi confini sono violati sempre più spesso e con un’inspiegabile strapotenza.
C’è infine un’altra conseguenza: isolare l’Ivg, allontanarla dal dominio della salute riproduttiva. Renderla un’eccezione, una questione più morale che medica, una questione di coscienza – come se solo i ginecologi ne avessero una.

[...]

Che fare?

Per arginare gli effetti attuali si potrebbe cominciare applicando l’articolo 9. La questione della legittimità dell’obiezione di coscienza oggi, a tanti anni di distanza dalla legge, impone invece una risposta diversa. Perché mantenere il privilegio di non eseguire un’interruzione di gravidanza per chi ha scelto liberamente di esercitare una certa professione? Come risolvere quella contraddi- zione interna della 194 che stabilisce un servizio e, allo stesso tempo, la possibilità di sottrarvisi? La soluzione meno contraddittoria sembra essere la fine della possibilità di ottenere l’esonero da alcune pratiche, cioè la fine della possibilità di invocare l’obiezione di coscienza per l’interruzione volontaria di gravidanza. Non solo hai scelto una professione medica, ma hai scelto di lavorare in una struttura pubblica: anche la garanzia dell’Ivg rientra nei tuoi compiti professionali (non è certo solo la professione medica a scontrarsi con questioni «di coscienza»: si pensi agli avvocati, ai giudici o a molti altri mestieri. Se non vuoi correre il rischio di difendere uno stupratore, eviti di fare l’avvocato d’ufficio). Non significa che sarebbe una strada facilmente percorribile, soprattutto se la discussione rimane impantanata in un conflitto di coscienze e non si sposta su quella dei doveri professionali e dei mezzi necessari per garantire alcuni servizi pubblici. Sarebbe però l’unico modo per evitare che la legittima richiesta della donna rischi di rimanere schiacciata dalla visione personale e paternalistica del medico.

Micromega, 9/2013 (pdf).

venerdì 7 marzo 2014

La Spagna e l’aborto


L'organizzazione chiede il ritiro della normativa che "allontana la Spagna dai paesi del contesto europeo, per situarla al livello di Lutuania, Macedonia e Turchia", per quando riguarda la difesa dei diritti umani. (ANSAmed).

mercoledì 5 marzo 2014

venerdì 28 febbraio 2014

Ma perché... un ministro all’ottavo mese?


Ogni volta che uno riceve una domanda mal posta può: riformularla, provare a rispondere comunque, farfugliare tra sé e sé senza decidersi. Da quando ho letto, pochi minuti fa, Ma perché... un ministro all’ottavo mese? di Corrado Formigli mi sono incartata nella terza opzione.
Ci sono così tante cose che non vanno che non riesco a fare un elenco esaustivo e ordinato. Colpisce soprattutto che Formigli la sappia così lunga: sa come Marianna Madia allatterà, cosa farà e se sarà lei e soltanto lei a sfamare la creatura. Sa, senza alcun dubbio, che non sarà in grado di fare altro per i prossimi mesi.

Dà per scontato che la sua esistenza non possa non essere travolta dalla maternità, anche «perché ogni italiano che fa la fila negli uffici e affronta la complessità kafkiana della burocrazia, sa bene che la riforma della pubblica amministrazione è la madre di tutte le battaglie. Una trincea molto scomoda per fasciatoi, biberon e pannolini.»

Poi si domanda retoricamente:
Quanto al valore simbolico di fare ministro una puerpera* all’ottavo mese, a me più che il segno di una raggiunta eguaglianza dei sessi pare il segno di un privilegio: quante altre donne otterrebbero un contratto di lavoro immediato e di grande responsabilità a un mese dal parto?
Quindi, siccome le altre donne non otterrebbero un contratto se, allora anche nel caso di Madia la si doveva scartare a priori in quanto prossima al parto.
La mia confusione aumenta quando cerco qualche commento al riguardo e scopro che «il congedo di maternità è obbligatorio ed è un diritto».


* püèrpera s. f. [dal lat. puerpĕra, comp. di puer «fanciullo» e tema di parĕre «partorire»]. – La donna che ha partorito di recente e che si trova nel periodo del puerperio.

giovedì 27 febbraio 2014

Genitore 1 e genitore 2





 
Coversazioni.

mercoledì 26 febbraio 2014

Save the children

Oggi è uscita quest’ANSA: «TRENTO, 26 FEB - “Ci scandalizza e ci indigna l’odg che chiede al sindaco di togliere i figli alle coppie omosessuali”. Ad affermarlo è Flavio Romani, presidente di Arcigay, contro un’interpellanza presentata a Trento dal consigliere comunale Claudio Cia (Lista Civica) assieme ad altri sette rappresentanti del centrodestra. “Un atto inaudito, che supera in violenza - prosegue Romani - i peggiori regimi totalitari. Una dichiarazione di ignoranza e inciviltà”.»

L’iniziativa è descritta da Claudio Cia lo scorso 5 giugno. Dopo alcune bizzarre premesse, tra cui le due selezionate,


Cia chiede:
- che i Servizi Sociali del Comune di Trento, individuati sul territorio casi di omogenitorialità singola o multipla, verifichino l’ambiente di crescita del bambino in considerazione dell’assenza di una figura materna o paterna, per deliberata scelta che sottende motivi di illegalità e la segnali immediatamente al Sindaco;
- che il Sindaco di Trento, ai sensi dell’art. 403 del codice civile «a mezzo degli organi di protezione dell’infanzia», disponga immediatamente la collocazione del bambino in un ambiente che favorisca il suo pieno sviluppo umano «sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione» riferendo nel contempo all’Autorità Giudiziaria;
- che il Comune non sponsorizzi, patrocini o promuova in nessun modo azioni culturali orientate a confondere e a sminuire il significato e il valore del matrimonio tra un uomo e una donna e della famiglia eterosessuale.

La vita secondo il ministro Madia (Pd): “La dà e la toglie Dio, noi non abbiamo diritto di farlo”

Era il 2008 quando Marianna Madia fu intervistata da Piero Vietti su aborto, eutanasia e famiglia. Madia era allora capolista PD e rilasciò alcune dichiarazioni che in questi giorni, com’era facilmente prevedibile, stanno tornando in superficie.

“L’aborto è il fallimento della politica […] un fallimento etico, economico, sociale e culturale”. Madia è per la libera scelta della donna, “ma sono certa che se si offrisse loro il giusto sostegno, le donne sceglierebbero tutte per la vita”. Dice che ogni vita umana che non nasce è un fallimento, per questo la politica deve fare in modo che la scelta per la vita sia sempre possibile.”

Un fallimento totale, dunque. In nome di tutte le donne al mondo che hanno abortito e che abortiranno. Deve essere un peso enorme essere portavoce di così tanti esseri umani con cui non ci si è mai intrattenuti e dei quali si ignora tutto. Si decide, nonostante questo, di metter loro addosso risoluzioni e scelte che sono le proprie. Questa è la radice più primitiva e genuina del paternalismo, quell’istinto primordiale che ci fa sentire non solo al centro dell’universo, ma unità di misura unica e assoluta. “Io farei così” diventa “tutti farebbero così”, e poi “tutti devono fare così”.

Inutile perdere tempo a elencare dati e ricerche sulle motivazioni – eterogenee e irriducibili alla visione compatta che emerge dalle parole di Madia e di molti che la pensano come lei (qui per esempio) – che spingono le donne a interrompere una gravidanza. Perché sprecare tempo quando si è certi di come stiano le cose? È un peccato ignorare perfino quell’ingenuità induttiva di cui dovremmo essere consapevoli più o meno dagli anni del liceo.
Un fallimento che sarebbe evitabile se le donne – meschine – fossero aiutate.

È troppo impopolare dire esplicitamente di essere contro la libera scelta e a favore della coercizione, ma ci sono molti modi per dirlo implicitamente. Uno di questi è ridurre la decisione di interrompere una gravidanza a “impedimenti” esterni. Ovvero, nessuna donna può scegliere di abortire. Nessuna donna abortisce se non per difficoltà economiche, lavorative, familiari. Nessuna donna può decidere che non vuole portare avanti la gravidanza, non vuole un figlio o non ne vuole un altro (lo si ricorda di rado, ma molte donne che abortiscono hanno già uno o più figli).

Continua.

martedì 25 febbraio 2014

What (surprisingly high) percentage of medical symptoms end up with no diganosis?

http://on.wsj.com/1plLuzg

«Alterazione di stato e maternità surrogata all'estero: una pronuncia assolutoria del Tribunale di Milano»

1. In un caso di fecondazione assistita di tipo eterologo e contestuale maternità surrogata (c.d. utero in affitto), il Tribunale di Milano, con la sentenza qui pubblicata, ha escluso che possa configurarsi il reato di alterazione di stato ex art. 567 co. 2 c.p. qualora il neonato venga dichiarato figlio della donna per conto della quale è stata portata avanti la gravidanza - invece che come figlio della partoriente o della donatrice dell'ovulo fecondato - se l'atto di nascita è stato formato validamente nel rispetto della legge del Paese ove il bambino è nato (nel caso di specie, l'Ucraina).

2. Questa, in sintesi, la ricostruzione dei fatti oggetto della sentenza.

Gli imputati, un uomo e una donna che non possono portare a termine una gravidanza tradizionale, decidono di rivolgersi ad una clinica privata di Kiev in Ucraina per ricorrere a una tecnica di procreazione medicalmente assistita - fecondazione eterologa e "utero in affitto" - che non può essere praticata in Italia. In particolare, la tecnica cui ricorrono i due imputati prevede la formazione di un embrione in vitro con metà del patrimonio genetico del padre e l'altra metà proveniente da una donna ovo-donatrice. L'embrione così generato viene poi impiantato nell'utero di una terza donna, maggiorenne e volontaria, che porta a termine la gravidanza.

Nel periodo della gestazione, l'imputata provvede ad indossare un cuscino addominale, in gommapiuma, per simulare di essere in stato interessante. La settimana prima della nascita del bambino la coppia si reca in Ucraina per assistere al parto. Dopo la nascita, la madre surrogata attesta in forma notarile l'inesistenza di qualsiasi relazione genetica con il bambino e presta il consenso all'indicazione degli imputati quali genitori.

Come previsto dalla legge ucraina, l'ufficiale di stato civile di Kiev forma l'atto di nascita indicando nella persona dei due imputati rispettivamente il padre e la madre del neonato. L'atto di nascita originale viene tradotto in lingua italiana e appostillato, cioè munito di un'annotazione che ne attesta sul piano internazionale l'autenticità. Così perfezionato l'atto è suscettibile di divenire efficace anche nell'ordinamento italiano. Al fine di sollecitarne la trascrizione in Italia, i coniugi compilano e presentano all'ambasciata i documenti necessari ai sensi di legge, indicando le qualità di padre e madre attestate dal certificato formato in Ucraina. In quella occasione, senza che fosse necessario ai fini della registrazione dell'atto, gli imputati decidono di simulare nei confronti delle autorità italiane una gravidanza naturale: rispondendo alle domande del funzionario consolare italiano che chiede loro come sia stato possibile effettuare il viaggio in aereo a Kiev al nono mese di gravidanza e solo una settimana prima del parto, la donna riferisce che lo stato interessante non era visibile.

I funzionari dell'ambasciata non vengono comunque tratti in inganno e comunicano alla Procura della Repubblica di Milano, alla Questura di Roma, al Ministro degli interni e all'ufficiale di stato civile di Milano quanto accaduto. Quest'ultimo decide di registrare ugualmente l'atto di nascita attribuendo alla donna la qualità di madre del neonato. La Procura della Repubblica di Milano, invece, dà seguito alla notizia di reato e chiede, e ottiene, il rinvio a giudizio degli imputati ipotizzando a loro carico il reato di alterazione di stato nella formazione dell'atto di nascita del bambino (art. 567 co. 2 c.p.).
Continua qui.

lunedì 24 febbraio 2014

«Sospendere l’obbligo vaccinale per l’età evolutiva, progetto di legge di M5S»

Il Gruppo consiliare Movimento 5 Stelle Lombardia ha depositato un progetto di legge regionale dal titolo “Obbligo vaccinale: sospensione  per l’età evolutiva” che propone di sospendere l’obbligo di vaccinazione per l’età evolutiva, considerate le già elevate coperture vaccinali raggiunte nel territorio lombardo. La proposta istituisce un osservatorio pubblico che valuta, semestralmente, l’andamento epidemiologico delle malattie per le quali è sospesa l’obbligatorietà e da facoltà al Presidente della Regione di ripristinare l’obbligo vaccinale in caso di pericolo per la salute pubblica.
Il progetto di legge è qui. Io rimando a questo, tanto più o meno bisognerebbe dire sempre le stesse cose.

sabato 15 febbraio 2014

Il Belgio approva l’eutanasia per i minori. Perché invocare lo spettro dell’eugenetica?

È stata approvata la legge belga che permetterà anche ai minori di 18 anni, in determinate circostanze, di chiedere l’eutanasia. Il parlamento ha votato a favore con 86 sì, 44 no, 12 astenuti. L’ultimo passo sarà la firma del re.

Le condizioni, in sintesi, sono le seguenti: la richiesta da parte del minore; l’accertamento della sua capacità di discernimento, valutato da uno psichiatra dell’infanzia o da uno psicologo; le condizioni di estrema sofferenza fisica impossibile da contenere; una prospettiva di sopravvivenza limitata; il consenso dei tutori legali.

Sulla legge e sulle questioni principali che l’estensione ai minori solleva avevo già scritto qui.

Può essere però utile leggere alcune delle proteste e degli pseudoargomenti offerti per condannare la decisione del Belgio. Il sito di Radio Vaticana ha giocato la carta della condanna apodittica. “Si sono espressi contrari un gruppo di pediatri definendola “inutile” per mancanza di richieste effettive. La Chiesa belga guidata dall’arcivescovo di Malines-Bruxelles mons. Leonard, è scesa in campo contro l’iniziativa denunciando il rischio di una banalizzazione dell’eutanasia. Esponenti delle tre religioni monoteiste, cristiani, ebrei e musulmani hanno lanciato un forte appello contro la legge”.

Se non ci saranno “richieste effettive”, la legge non potrà dunque essere dannosa, perché essere contrari? Sulla banalizzazione invece rimane un mistero: ci sono circostanze in cui l’eutanasia sarebbe considerata non banale? E perciò accettabile?

Avvenire commentava così poco prima dell’approvazione di ieri sera: “Salvo ripensamenti dell’ultima ora, oggi il Belgio compirà il drammatico passo di legalizzare l’eutanasia per i minori (nei Paesi Bassi la autorizza di fatto solo una sentenza del 2004)”. Quel “drammatico” sembra talmente evidente da non richiedere una giustificazione. Solo alcune righe più tardi si nomina la già citata inutilità, che però nulla spiega: “La settimana scorsa 39 pediatri hanno consegnato al presidente della Camera André Flahaut un appello in cui sono spiegati i motivi per cui un provvedimento del genere semplicemente «non è necessario»”.

Wired.it, 14 febbraio 2014.

PS
Poco fa leggo un commento di Giovanni Belardinelli. La conclusione merita di essere riportata per il totale non sequitur. Mi domando se abbia letto la legge.

lunedì 27 gennaio 2014

Aborto, un diritto sempre più a rischio

Sono passati 41 anni da Roe v. Wade, la decisione della Corte Suprema che ha depenalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza negli Stati Uniti. Mentre Barack Obama ribadisce l’importanza della possibilità di scegliere, a Washington marciano “per la vita”, con la benedizione di Bergoglio (“I join the March for Life in Washington with my prayers. May God help us respect all life, especially the most vulnerable”, ha twittato il 22 gennaio dal suo profilo internazionale).

“Per la vita” (prolife) vuol dire essere per l’eliminazione o per la forte restrizione dell’autodeterminazione. Opporsi all’autodeterminazione significa immaginare un mondo in cui se una donna rimane incinta – per errore, per distrazione o per qualsiasi altra ragione – deve portare avanti la gravidanza, anche se non l’ha mai voluta, anche se ha cambiato idea, anche se corre dei rischi. In altre parole, significa riportare l’interruzione di gravidanza nel dominio dei reati e supportare la gravidanza forzata. Non è chiaro come si farebbe ad applicare tale proposito: tramite un regime di controllo e contenzione delle donne incinte, previo monitoraggio per sapere chi è gravida e chi ha solo mangiato troppo?

Essere “per la vita”, forse, vuol dire anche costringere Marlise Munoz in morte cerebrale a restare attaccata ai macchinari che la tengono in vita contro la volontà espressa, violare il suo living will in nome di quella sacralità del feto che ossessiona i detrattori dell’interruzione volontaria di gravidanza. Un feto che s’è scoperto essere “abnormal” . Oppure affermare che un aborto non cancella uno stupro (“An abortion doesn’t un-rape a woman”; sull’eccezione dello stupro ho già scritto qui).

Negli ultimi 3 anni le restrizioni sull’aborto negli USA sono state più numerose dell’intero decennio precedente, e soprattutto in alcuni stati è difficile accedere al servizio di interruzione volontaria di gravidanza (qui una mappa). La violenza antiabortista è sempre più diffusa: picchetti davanti alle cliniche e alle abitazioni degli operatori sanitari, aggressioni, incendi, attentati, omicidi. L’ultimo ginecologo a essere ammazzato è, nel 2009, George Tiller.

In Italia lo scorso maggio la legge 194 ha compiuto 35 anni. Non se la passa molto bene, schiacciata tra un numero sempre più alto di obiettori di coscienza e una condanna morale sempre più invadente. Una delle prime dichiarazioni di Jeremy Hunt, ministro della salute inglese, riguardava l’intenzione di dimezzare il termine legale per abortire. In Spagna è in corso uno scontro feroce: Mariano Rajoy vorrebbe riformare l’accesso all’aborto, cioè restringerlo.

Wired.it, 24 gennaio 2014.

mercoledì 15 gennaio 2014

«Stamina non fa miracoli, offre solo una valida alternativa al nulla»

Lo scorso lunedì, Presa Diretta ha dedicato a Stamina l’intera puntata. Quasi due ore in cui la vicenda è raccontata e spiegata con tale pazienza che anche i più distratti avrebbero potuto capire cosa non va (diciamo anche inorridire, soprattutto davanti a 3 o 4 tappe della saga di Vannoni & Co.).
Ma, come prevedibile, già lì sotto ci sono alcuni commenti di indignati, complottisti, improbabili difensori di Stamina e del suo paladino. Gli pseudoargomenti sono i soliti: marchettaro!, ho visto i miglioramenti!, qui si parla di bambini e di vita! (Eccone solo due esempi).



Ma il commento più bello è quello di Davide Vannoni, comparso circa un’ora fa sul suo profilo Facebook - che già questo.
Lo riporto per intero perché è un perfetto esempio di una risposta a una domanda non capita (intenzionalmente) e di un gioco perverso in cui la totale irrazionalità si mischia a un profilo che sconfina nella psicopatologia (i corsivi sono miei), con aggiunte di complottismo e la pretesa che i dubbi e il rifiuto a Stamina siano solo una caparbia difesa pavloviana di un sistema che non può e non vuole essere minacciato dal novello eroe Vannoni e dalla sua cura miracolosa.


Cari amici, so che questo è un momento difficile per tutti. È difficile per me e per Marino che siamo sotto un attacco mediatico mai visto prima nel quale menzogne e falsificazioni si sommano, creando sempre più confusione. Lascio perdere le frasi riportate da alcuni giornalisti e che non fanno parte di intercettazioni, ma di dialoghi riportati o sentiti dire da persone con interessi diversi, personali o semplicemente da rabbia. Succede, Stamina non fa miracoli, offre solo una valida alternativa al nulla.
Vale quanto abbiamo sempre spiegato (persino alle Iene), nel periodo 2007/2009, quando Stamina non era operativa, una parte dei pazienti hanno pagato (cifre diverse da quanto hanno dichiarato e questo sinceramente mi fa sorgere molti dubbi sulle ragioni di tali denunce dell'ultima ora).
Con quei soldi si è costruito un laboratorio e si sono somministrate le terapie. Dei 70 pazienti coinvolti, 6 anni fa, meno di 10 hanno sporto denuncia, ma questo non è un mistero. Altri hanno inviato lettere di supplica per riprendere le cure, altri ancora si sono rassegnati, bloccati dopo aver fatto solamente una o due infusioni.
Oggi sono 'venduti' dai media come se fossero novità dell'ultima ora, farciti da dubbi e pregiudizi, calunnie ed insulti, ma la macchina del fango funziona così, tutto sembra essere successo oggi.
Ribadisco quanto sempre detto, nessuno dei pazienti in cura a Brescia e di quelli in lista di attesa ha pagato un centesimo o gli sono state chieste donazioni di alcun tipo.
Questo è avvenuto grazie a Stamina, ai soldi ricevuti inizialmente da Medestea e dalle donazioni ricevute dalla popolazione che ringrazio per il sostegno a Stamina.
Nessuna iniezione di straforo è mai stata fatta a Brescia perchè le provette sono catalogate su due databese informatici gestiti separatamente (uno dell'ospedale e uno di Stamina) e riportati anche su cartaceo in area ad accesso limitato con doppia firma degli operatori di Stamina e degli operatori dell'ospedale. Ogni povetta che viene preparata e scongelata passa attraverso molteplici controlli fatti da più soggetti.
Se si fossero potute prendere delle provette di straforo e iniettarle, forse non sarebbero morte 9 persone in lista di attesa (di cui tre bambini) che, pur avendo l'ordine di infusione di urgenza da mesi, non hanno potuto accedere alle terapie di Stamina.
Forse sì, in quei casi sarebbe valsa la pena infischiarsene degli aspetti burocratici e far valere un diritto ottenuto dai giudici, ma non lo abbiamo fatto proprio per evitare di compromettere le terapie per le persone che le avevano già iniziate.
Le vittime principali di questa campagna di disinformazione sono soprattutto le famiglie dei pazienti in cura e quelli in lista di attesa che stanno vivendo giorni di angoscia nella paura che Brescia venga bloccata.
A loro, alle loro speranze e alle loro paure va la mia più grande solidarietà.
Resta il fatto che oggi, le fortissime pressioni fatte per non far fare a Camillo Ricordi la valutazione delle linee cellulari a Miami, per validarne ulteriormente sicurezza ed efficacia, rappresenta una scelta oscurantista che è passata in sordina dietro lo scandalo delle dichiarazioni spesso smentite e contraddette dagli stessi accusatori (come ad esempio il video della piccola Nicole che è comparso in rete qualche giorno a fa ed alla quale, come si vede 'siamo riusciti ad estorcere' i primi passi, la scomparsa delle crisi epilettiche ed il miglioramento della deglutizione già con due sole infusioni nel 2008).
Difficile spiegare perchè a uno scienziato terzo, come Camillo Ricordi, si impedisca di fare una valutazione obiettiva di un prodotto infuso in Italia ai pazienti dentro un ospedale pubblico.
Difficile spiegare perchè ad uno scienziato di tale levatura, già nominato presidente di un istituto di ricerca italiano (Ri.med) su cui confluiscono 200 milioni di euro di finanziamenti, si dica ora di volergli togliere tale incarico.
Certo è anche difficile negare i miglioramenti ottenuti dai bambini e degli adulti che hanno documentato le Iene lo scorso anno e che sono stati anche confermati dagli esami medici raccolti dai genitori.
Tutto questo richiede un grande impegno ed allineamento dei mezzi di informazione.
Se abbiamo sbagliato nel 2008 a cercare di salvare delle persone che con la comprensibile insistenza ci chiedevano di accedere alle terapie, lasciamo che sia un processo a dirlo nel quale ci sia un contraddittorio, ci siano anche le prove che abbiamo a nostra discolpa e le testimonianze a nostro favore (compresa l'analisi dei costi sostenuti che dimostra che nessuno di noi ha mai percepito un centesimo da quella attività).
Mischiare il 2008, San Marino, l'ospedale di Trieste, dove Marino Andolina ci ha voluto portare, con la situazione di oggi a Brescia fa parte di un gioco sporco per impedire quello che di buono Stamina è riuscita a costruire.
La conferenza stampa del 28 dicembre nella quale i genitori, con tanto di analisi e valutazioni cliniche, si sono presentati è passata molto in sordina.
Nella stessa mattinata (un sabato), infatti il ministro lorenzin ha dichiarato la composizione del nuovo comitato scientifico (che non ha ancora nominato adesso). Mi pare quantomeno strano che un ministero dichiari quali siano i componenti di una commissione prima di nominarli ufficialmente. Forse aveva fretta di dare nuove notizie per oscurare le informazioni fornite dai pazienti?
Nonostante tutto, nonostante siano stati forniti, in quella conferenza, copie degli esami e delle valutazioni mediche ai giornalisti la notizia principale che è uscita è stata che un genitore di un bambino in cura ha dato degli 'assassini' ai giornalisti.
Direi che la scelta di quanto divulgare è stata quantomeno parziale.
Oggi in questo marasma generale Gioele, Smeralda, Sebastian, Ludovica, Sofia, Rita, Federico, Elena, Ginevra, Emilia, Luciano e gli altri bimbi e adulti in cura ed i loro miglioramenti, non esistono più.
Oggi le 150 persone in lista di attesa ed i morti che continuano a susseguirsi senza aver accesso alle terapie sono stati sepolti sotto chili di menzogne scritte e urlate in televisione dai più grandi opinionisti che direi essere quantomeno mal informati.
Riecheggia solo il ghigno della senatrice cattaneo che dice di essersi divertita molto a leggere il testo della domanda di brevetto, un bianco sedato che con molta calma consiglia di morire in sicurezza, nell'attesa che le sue 'utilissime' ricerche sulla caratterizzazione delle mesenchimali siano ulteriormente pubblicate.
Bene anche se questa marea di fango ci ha sporcato le scarpe, credo che chi ha seguito questa vicenda con un minimo di obiettività abbia iniziato ad aprire gli occhi e a capire a quale sistema affida la propria salute. Se Stamina scomparirà e con essa l'esperienza portata avanti in Italia, molte persone si stanno già organizzando per fare in modo che questa metodica non muoia o venga derubricata alla stregua di una pratica alchemica.
Vi allego i link dell'articolo in cui alcuni anni fa ho raccontato la storia di quella che continuo a considerare una grande battaglia, il video integrale della conferenza stampa dei genitori dei bimbi in cura e la diffida dell'AIFA per impedire che alcune provette da Brescia potessero intraprendere la via della ricerca a Miami.

http://www.bresciaoggi.it/stories/Cronaca/404961_vannoni_la_mia_verit_su_stamina_foundation/

http://movimentoprostamina.com/conferenza-stampa-dei-pazienti-stamina/



Tra i più ostinati difensori c’è Pietro Crisafulli, che così definisce Presa Diretta prima ancora di Vannoni.


(Qui un pezzo che avevo scritto lo scorso aprile).

sabato 28 dicembre 2013

Mini Miss


La storia è questa: il governo francese è contrario ai concorsi di bellezza destinati alle minorenni e il Parlamento sta discutendo un progetto di legge per vietare a chi ha meno di 16 anni di partecipare alle sfilate. Le principali motivazioni sono l’ipersessualizzazione e lo sfruttamento commerciale dei più piccoli.
Il divieto e le ragioni addotte a sostegno del divieto hanno attirato la mia attenzione. Perché in generale un divieto legale andrebbe giustificato con argomenti solidi. Una volta che abbiamo rifiutato un sistema politico teocratico (“è vietato perché un dio così vuole”) o paternalista (“è vietato per il tuo bene”), quello che dovrebbe rimanere è un sistema che deve motivare i divieti che impone, molto approssimativamente ispirandosi al principio del danno a terzi: un divieto è legittimo quando è sostenuto da un danno che noi infliggeremmo a qualcun altro (omicidio, aggressione e così via).
Le motivazioni che invochiamo a sostegno di un divieto, poi, non dovrebbero essere facilmente riutilizzabili per vietare mille altre cose. Possiamo pensare che i concorsi di bellezza - in generale o solo quelli per i minorenni - facciano schifo, che siano inopportuni, volgari, noiosi, ma stiamo parlando di un divieto e non di una preferenza. Non possiamo mica vietare per legge le cose stupide o di cattivo gusto. Non finiremmo mai.
Ci dovremmo quindi domandare se partecipare a un concorso di bellezza sia intrinsecamente dannoso o se lo sia in alcune circostanze, come quelle di avere meno di 18 anni e di esservi stati portati verosimilmente dai propri genitori (quando una ragazzina può davvero scegliere?). Partecipare a Miss Francia provoca un danno tale da autorizzare i legislatori a dire “vietato per legge”?
Passiamo all’invocazione dello sfruttamento commerciale delle piccole aspiranti miss da parte dei genitori: se valesse, dovremmo estenderlo a molti altri casi, affini e lontani. Attori e cantanti in miniatura, tanto per cominciare. Modelli per giocattoli, vestitini, magliettine, palloncini.
Ma poi anche quei genitori che decidono che il figlio debba diventare un grande campione: come non pensare ad Andre Agassi - che racconta in Open le torture inflittegli dal padre - o a Jennifer Capriati o a tanti altri le cui vite sono state profondamente indirizzate dal potere dei genitori. Potere che è inevitabilmente esteso, soprattutto nei primi anni. Potere che non è assoluto, ma i cui confini sono difficili da tracciare: far partecipare la propria figlia a un concorso di bellezza somiglia più a torturarla o a iscriverla a scuola?
Se accettiamo la bontà dell’argomento dello sfruttamento commerciale dovremmo dunque augurarci che le prossime leggi vieteranno un lungo elenco di attività decise dai genitori e destinate ai figli.
I due tennisti, Agassi e Capriati, non sono i soli esempi a disposizione, ovviamente. Mettendo insieme la giovane età, il travestimento e quel senso di fake che possiamo immaginare connessi a un concorso di Miss teen mi è venuta in mente la comunione. Rituale per me abbastanza estraneo, mi è capitato di osservarlo qualche mese fa perché la figlia di amici celebrava il sacramento.
Ora, provate a pensarci dismettendo la familiarità che avete accumulato in anni e anni: sono piccoli, vestiti in modo inusuale e sulla loro autonoma decisione si può avanzare qualche dubbio. Quanto allo sfruttamento commerciale, potremmo pensare ai regali, alle bomboniere, ai pranzi e a quello che sembra in tutto e per tutto un banchetto di nozze in miniatura. E se nei concorsi si rischierebbe l’ipersessualizzazione, durante il catechismo non si potrebbe rischiare l’obnubilamento? Sarebbero queste condizioni sufficienti per un divieto legale? ×

Il Mucchio di gennaio.

mercoledì 18 dicembre 2013

Di aborto, minorenni, diritti riproduttivi, astensioni e distrazioni

A proposito della relazione Sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi avevo già scritto lo scorso ottobre.
Nei giorni passati se n’è parlato di nuovo in occasione della bocciatura: «Con soli 7 voti di scarto è stata cancellata la risoluzione sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi, presentata dalla socialista portoghese Edite Estrela, in cui si chiedevano tra l’altro “servizi di qualità per l’aborto legali, sicuri e accessibili a tutti” e “regolamentazione e monitoraggio” della obiezione di coscienza, esprimendo preoccupazione perché i medici sono “costretti a praticarla nelle cliniche religiose. La relatrice, subito dopo il voto (334 sì, 327 no, 35 astenuti) che ha sostituito il suo testo con una versione - sostenuta dai popolari del Ppe e dai conservatori dello Ecr - di fatto senza alcun contenuto, ha “deplorato” la “ipocrisia e l’oscurantismo” dell’aula».

Il rituale dei commenti un po’ a caso si è ripetuto (vedi alla voce “Reazioni” nel primo link; qui il comunicato stampa del Center for Reproductive Rights; qui il processo verbale dello scorso 11 dicembre).

Ci sono state molte polemiche sia sul risultato finale sia sul comportamento del PD (i cui membri astenuti sono: Silvia Costa, Franco Frigo, Mario Pirillo, Vittorio Prodi, David Sassoli e Patrizia Toia). Alcuni di loro hanno spiegato le ragioni dell’astensione.

Silvia Costa si è giustificata dicendo (Rapporto Estrela. Costa (Pd): «Non l’ho votato perché faceva dell’aborto un totem. Ma è presto per cantare vittoria», 13 dicembre 2013, Tempi): «Innanzitutto perché la relazione Estrela non bilanciava l’aborto con il diritto del nascituro e perché il diritto alla vita veniva completamente ignorato. Inoltre perché eliminava l’obiezione di coscienza, promuoveva l’accesso diretto delle minorenni all’aborto senza il consenso dei genitori e la procreazione assistita per single omosessuali. La relazione inoltre non poneva alcuna attenzione sul diritto alla maternità e alla paternità, e accresceva la responsabilità delle donne, con il rischio di accentuarne la solitudine».

La questione “minorenni senza genitori” torna anche nella giustificazione di David Sassoli, capo delegazione PD.
Sassoli risponde così a Marco Zatterin (Sassoli: “Mozione Pse inaccettabile. L’aborto non è competenza Ue, 15 dicembre 2013, la Stampa): «Una cosa era positiva: l’invito rivolto a tutti gli Stati che non hanno una legge sull’aborto a darsene una. Ma altre erano inaccettabili per me. Come l’idea di concedere ai giovanissimi, sotto i 16 anni, l’opzione di interrompere la gravidanza senza consenso parentale. O considerare l’obiezione di coscienza come un ostacolo per il ricorso all’aborto».

L’argomento gli sta proprio a cuore e il dibattito prosegue su Twitter. Il 12 dicembre domanda:




Qualcuno gli suggerisce di leggere la legge 194 al riguardo. Mica tutta, basta legge l’articolo 12 che stabilisce: «La richiesta di interruzione della gravidanza secondo le procedure della presente legge è fatta personalmente dalla donna. 
Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l’interruzione della gravidanza è richiesto lo assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela. Tuttavia, nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza. 
Qualora il medico accerti l’urgenza dell’intervento a causa di un grave pericolo per la salute della minore di diciotto anni, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la potestà o la tutela e senza adire il giudice tutelare, certifica l’esistenza delle condizioni che giustificano l’interruzione della gravidanza. Tale certificazione costituisce titolo per ottenere in via d’urgenza l’intervento e, se necessario, il ricovero. Ai fini dell’interruzione della gravidanza dopo i primi novanta giorni, si applicano anche alla minore di diciotto anni le procedure di cui all’articolo 7, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la potestà o la tutela».

Il giorno dopo sottolinea che lui vuole difendere la 194 (nelle parti che si ricorda):


Qualcuno allora gli suggerisce che la famiglia non è mica sempre quell’aggregazione bucolica ove tutti si vogliono bene. Ma Sassoli insiste (è sempre il 13 dicembre e c’è un reply sbagliato a un tweet).











La discussione sembra essere finita qui, ma stamattina ecco Sassoli ribadire che la 194 dice quello che dice lui:



Non sarebbero dovuti essere i genitori a decidere? A essere resi consapevoli e informati?
In conclusione, suggerisco di leggere anche la Corte Costituzionale (ordinanza 196) dello scorso anno, soprattutto il seguente passaggio (i corsivi sono miei): «anche di recente, è stato ancora una volta riaffermato, nella ordinanza n. 126 del 2012, come, conformemente alla sopra identificata funzione del procedimento dinanzi al giudice tutelare, sia «attribuito a tale giudice – in tutti i casi in cui l’assenso dei genitori o degli esercenti la tutela non sia o non possa essere espresso – il compito di “autorizzazione a decidere”, un compito che (alla stregua della stessa espressione usata per indicarlo dall’art. 12, secondo comma, della legge n. 194 del 1978) non può configurarsi come potestà co-decisionale, la decisione essendo rimessa – alle condizioni ivi previste – soltanto alla responsabilità della donna» (ordinanza n. 76 del 1996); e che «il provvedimento del giudice tutelare risponde ad una funzione di verifica in ordine alla esistenza delle condizioni nelle quali la decisione della minore possa essere presa in piena libertà morale» (ordinanza n. 514 del 2002)».

Aggiornamento:
Sassoli continua a parlare da solo.



L’articolo 44 (al paragrafo Educazione sessuale completa e servizi su misura per gli adolescenti: «invita gli Stati membri a fornire servizi per la salute sessuale e riproduttiva adatti agli adolescenti e che tengano conto dell'età, della maturità e delle capacità che evolvono, che non siano discriminatori rispetto al genere, allo stato civile, alla disabilità, allorientamento/identità sessuale, e che siano accessibili senza il consenso dei genitori e dei tutori») è qui.

sabato 14 dicembre 2013

Eutanasia dei minori in Belgio: la proposta di legge

Il 12 dicembre scorso il Senato belga ha approvato il testo della proposta di legge che prevede l’estensione ai minori della legge sull’eutanasia (in vigore in quel paese dal 2002). La proposta di legge passa adesso alla Camera per l’approvazione definitiva; non è certo che l’iter possa concludersi in tempo prima dello scioglimento del Parlamento (le prossime elezioni si terranno il 25 maggio 2014).
In queste materie la tendenza a giudicare su notizie parziali o infondate è ben radicata, tanto più quando si parla di eventi accaduti all’estero; può così capitare di leggere su uno dei blog integralisti più seguiti queste parole (Daniela Bovolenta, «Il seme del futuro», Il blog di Costanza Miriano, 5 dicembre 2013):

La proposta di legge belga per l’estensione dell’eutanasia anche ai bambini piccolissimi, per richiedere la quale la “sofferenza dei genitori” sarà considerato un valido motivo, sembra essere un primo passo per forzare nello stesso senso anche altre legislazioni europee.
Qui la vera proposta di legge è stata sostituita da un’altra, frutto integrale – si direbbe – della fantasia sovreccitata dell’autrice (ma tutto il post reca i segni della stessa febbrile creatività).
Per fare dunque opera di informazione, propongo qui di seguito la mia traduzione del testo della proposta di legge belga. Per comodità del lettore riporto il testo della legge preesistente (Loi relative à l’euthanasie, 28 mai 2002) con le modifiche sostanziali approvate dal Senato in evidenza (limitatamente agli articoli 2 e 3).
In sintesi: l’eutanasia può essere effettuata solo su richiesta del paziente; il paziente minore dovrà dunque essere dotato della necessaria capacità di discernimento, verificata da uno psichiatra dell’infanzia o da uno psicologo. A differenza che per gli adulti, nel caso dei minori l’eutanasia potrà essere richiesta solo da pazienti terminali e soltanto in caso di sofferenze fisiche, e non anche psichiche. Sarà necessario infine il consenso dei tutori legali.


CAPO I. Disposizioni generali.

Art. 2. Ai fini dell’applicazione della presente legge, si intende per «eutanasia» l’atto, eseguito da un terzo, che mette intenzionalmente fine alla vita di una persona su richiesta di quest’ultima.

CAPO II. Dei requisiti e della procedura.

Art. 3.
§ 1. Il medico che pratica un’eutanasia non commette reato se si è assicurato che:
- il paziente è maggiore d’età o è un minore emancipato, capace, o è un minore dotato della capacità di discernimento, ed è cosciente al momento della richiesta;
- la richiesta è espressa in modo volontario, ponderato e ripetuto, e non è frutto di una pressione esterna;
- il paziente maggiore d’età o minore emancipato si trova in una situazione medica senza speranza ed è oggetto di una sofferenza fisica o psichica costante e insopportabile che non può essere mitigata e che è il risultato di un’affezione accidentale o patologica grave e incurabile;
- il paziente minore dotato della capacità di discernimento si trova in una situazione medica senza speranza che comporta il decesso a breve scadenza ed è oggetto di una sofferenza fisica costante e insopportabile che non può essere mitigata e che è il risultato di un’affezione accidentale o patologica grave e incurabile;
e di rispettare i requisiti e le procedure prescritti dalla presente legge.

§ 2. Il medico, senza pregiudizio delle condizioni supplementari che vorrà porre al suo intervento, deve, preliminarmente e in ogni caso:
1º informare il paziente del suo stato di salute e della sua speranza di vita, concertarsi con il paziente sulla sua richiesta di eutanasia e tratteggiargli le possibilità terapeutiche ancora disponibili nonché le possibilità offerte dalle cure palliative e le loro conseguenze. Egli deve giungere, assieme al paziente, alla convinzione che non rimanga nessun’altra soluzione ragionevole nella situazione data e che la richiesta del paziente sia completamente volontaria;
2º assicurarsi della persistenza della sofferenza fisica o psichica del paziente e della sua volontà reiterata. A questo scopo, effettua con il paziente numerosi colloqui, separati da intervalli di tempo ragionevoli in considerazione dell’evoluzione dello stato del paziente;
3º consultare un altro medico sul carattere grave e incurabile dell’affezione, precisando le ragioni del consulto. Il medico consultato prende conoscenza della cartella clinica, esamina il paziente e si assicura del carattere costante, insopportabile e non mitigabile della sua sofferenza fisica o psichica. Egli redige un rapporto sui propri accertamenti.
Il medico consultato deve essere indipendente, sia rispetto al paziente sia rispetto al medico che effettua il trattamento, e deve essere competente per quanto riguarda la patologia in oggetto. Il medico che effettua il trattamento informa il paziente dei risultati del consulto;
4º dialogare, se esiste un’équipe curante in contatto regolare con il paziente, sulla richiesta del paziente con l’équipe o con alcuni dei suoi membri;
5º dialogare, se questa è la volontà del paziente, sulla sua richiesta con i congiunti da lui indicati;
6º assicurarsi che il paziente abbia avuto l’opportunità di dialogare sulla sua richiesta con le persone che desiderava incontrare;
7º consultare inoltre, quando il paziente è un minore non emancipato, uno psichiatra dell’infanzia o uno psicologo, precisando le ragioni del consulto.
Lo specialista consultato prende conoscenza della cartella clinica, esamina il paziente, si assicura della capacità di discernimento del minore e la attesta per iscritto.
Il medico che effettua il trattamento informa il paziente e i suoi tutori legali del risultato di questi consulti.
Il medico che effettua il trattamento dialoga con i tutori legali del minore, fornendo loro tutte le informazioni previste al § 2, 1º, e si assicura che aggiungano per iscritto il loro consenso alla domanda del paziente minore.


§ 3. Se il medico è del parere che il decesso del paziente maggiore d’età o minore emancipato non si verificherà sicuramente a breve scadenza, deve inoltre:
1º consultare un secondo medico, psichiatra o specialista della patologia in oggetto, precisando le ragioni del consulto. Il medico consultato prende conoscenza della cartella clinica, esamina il paziente, si assicura del carattere costante, insopportabile e non mitigabile della sua sofferenza fisica o psichica e del carattere volontario, ponderato e ripetuto della richiesta. Egli redige un rapporto sui propri accertamenti. Il medico consultato deve essere indipendente, sia rispetto al paziente sia rispetto al medico che effettua il trattamento e al primo medico consultato. Il medico che effettua il trattamento informa il paziente dei risultati del consulto;
2° lasciar passare almeno un mese tra la domanda scritta del paziente e l’eutanasia.

§ 4. La richiesta del paziente così come il consenso dei tutori legali se il paziente è minore devono essere registrati in forma scritta. Il documento viene redatto, datato e firmato dal paziente stesso. Se egli non è in grado di farlo, la sua richiesta viene registrata in forma scritta da una persona maggiorenne di sua scelta che non deve avere nessun interesse materiale al decesso del paziente.
Questa persona menziona il fatto che il paziente non è in grado di formulare la propria richiesta per iscritto e ne indica i motivi. In questo caso, la richiesta viene registrata in forma scritta in presenza del medico, e la persona in questione indica il nome del medico nel documento. Questo documento deve essere allegato alla cartella clinica.
Il paziente può revocare la sua richiesta in ogni momento, nel qual caso il documento viene prelevato dalla cartella clinica e restituito al paziente.

§ 4/1. Dopo che la richiesta del paziente è stata esaudita dal medico, le persone interessate vengono informate della possibilità di ricevere un sostegno psicologico.

§ 5. L’insieme delle domande espresse dal paziente, così come gli atti del medico che effettua il trattamento e il loro risultato, compreso(/i) i(l) rapporto(/i) del(/i) medico(/i) consultato(/i), sono annotati regolarmente nella cartella clinica del paziente.