La Chiesa oltre ad impegnarsi in prima persona nell’educazione stradale, attraverso cappelle lungo le autostrade, preti negli autogrill e nei luoghi di sosta, sacerdoti ai raduni automobilistici e motociclistici, invita le autorità dello Stato a fare di più per prevenire gli incidenti e le inciviltà della strada. Ricordando a chi guida il comandamento basilare del decalogo: “non uccidere”.
mercoledì 20 giugno 2007
Questa è la parte più bella!
Legge naturale e liberalismo / 2
Proseguiamo nell’analisi del post di Massimo Zambelli, che avevamo iniziato ieri:
Condivido che nella questione della normalizzazione dell’omosessualità c’è ben di più del far contenti una minoranza di persone. C’è una svolta antropologica decisiva, fondamentale. Si vuole sganciare l’essere umano da una natura normativa. Si vuole assimilarlo a un’idea di libertà disincarnata. Si chiamano a raccolta tutte le presunte prove della negazione di Dio, dal neodarwinismo alle ricerche della neurobiologia, per configurare l’uomo come pura pulsione senza limiti e desiderio senza vincoli. […]C’è qualcosa di triste nella criminalizzazione sistematica che integralisti e atei clericali praticano nei confronti del desiderio. A parte l’assurdità di imputare l’insofferenza dei limiti a chi sta chiedendo il matrimonio o una forma equivalente di unione civile (come se gli omosessuali potessero ignorare quali obblighi giuridici – spesso anche pesanti – comporta sposarsi), questo rifiuto dei valori vitali e creativi, che non negano i limiti, ovviamente, e richiedono sforzo e impegno per superarli, in pro di un raggrinzimento sull’ethos primordiale della vita che di generazione in generazione produce altra vita e che lì esaurisce il suo scopo primario, suona immancabilmente funereo. Il rifiuto, poi, come accade, è più esibito che agito, ma l’effetto non si cancella.
Tu non chiedi di aggiungere un qualche legittimo diritto. Tu vuoi sovvertire l’antropologia e la comprensione etica della nostra Costituzione. Ragionando così si potrebbe alzare uno che dice: “Voglio legalizzare la schiavitù. Come puoi tu, pericoloso reazionario, non essere d’accordo? Cosa te ne viene a te? Se tu non vuoi farlo, non farlo, ma non impedirlo a me”. L’eliminazione di un riferimento oggettivo all’etica naturale porta a quella conclusione. Non essendoci più un bene e un male oggettivi, derivabili dal diritto naturale, ogni richiesta è valida. Il “purché non si faccia male ad altri” è un’opzione tra le tante. Non più vera (non c’è verità), non più giusta (non c’è giustizia), non più buona di altre (non esiste il bene oggettivo), ma semplicemente più conveniente per quelli che la chiedono. Se non esiste riferimento naturale, valido per tutti, universale, c’è solo la convenienza, il desiderio, il volere. Sparendo il Logos, una ratio comune, resta l’arbitrio. Dietro al rifiuto di vedere come normale l’omosessualità c’è la salvaguardia dell’intero impianto di civiltà che arriva a noi anche grazie al cristianesimo.La scelta dell’esempio della schiavitù è piuttosto sfortunata, visto che quel principio di «non nuocere» che a Zambelli tanto sembra dispiacere non è certo compatibile con la riduzione in schiavitù di altri esseri umani. Per il resto, ci troviamo davanti l’abituale confusione tra relativismo (preferibilmente postmodernista) e liberalismo: se per il primo non ci sono che interpretazioni, tutte egualmente valide, per il secondo esistono invece sia la verità (a cui ci si approssima per mezzo della scienza, della logica e del semplice buon senso) sia la giustizia (a cui ci approssimiamo per mezzo dei principi dell’uguaglianza di fronte alla legge, del dominio del diritto, etc.). È vero che molti liberali negherebbero l’esistenza di beni oggettivi, ma questo non implica affatto che «tutto sia permesso». Il punto centrale è la giustificazione razionale del principio di non fare agli altri ciò che essi non vorrebbero fosse fatto loro, ovvero di rispettare i loro valori, anche se non sono assoluti: è possibile ottenerla?
Tutti gli uomini hanno fini e valori personali; ma per conseguirli devono ottenere, come minimo, la non interferenza dei loro simili. Anche il più potente e spietato dei dittatori ha bisogno della benevolenza di una cricca di accoliti. Ciascuno invoca implicitamente il rispetto dei propri interessi legittimi (e di quelli dei propri cari); invoca, in altre parole, il rispetto incondizionato dei propri diritti.
Ma se pretendo il rispetto dei miei diritti, non posso poi logicamente negare agli altri il rispetto dei loro. Le vecchie favole che una volta si raccontavano per giustificare le disparità sono morte: la mia razza, i miei quattro quarti di nobiltà, i miei valori benedetti da Dio non mi fanno speciale, non implicano logicamente che io possa passare davanti agli altri; non ho più argomenti, allora, per negare agli altri il diritto di essere liberi dalla mia interferenza.
Naturalmente nei fatti posso poi negare quel rispetto che a parole dico di voler praticare, ma questo è un problema che riguarda tutti i principi etici generali, e la cui soluzione è demandata al sistema giudiziario, ai condizionamenti dell’educazione infantile e all’empatia innata per i propri simili.
È inutile dire che una società basata su questo principio è molto diversa da un’anarchia violenta, dove domina il più forte. Le cose che non si possono fare in una società liberale sono molte – chi di noi non si è mai lamentato che a volte sembrano essere anzi un po’ troppe? Non puoi fumare in un locale pubblico; non puoi parlare ad alta voce con l’amico che ti ha accompagnato di notte sotto casa; non puoi spaccare la testa di chi sbeffeggia dalle colonne di qualche giornale tutto ciò che ami e rispetti.
Ma le cose possono anche andare peggio. Perché se hai qualche idiosincrasia nei confronti di quello che la gente fa per conto suo; se consideri un sacrilegio un libro che raccoglie le bestemmie più colorite, se rabbrividisci al pensiero di un sessantenne che va a letto con una quindicenne, o se ritieni il culmine della perdizione il fatto che due fratelli che non sapevano di essere figli degli stessi genitori si siano innamorati; in tutti questi casi dovrai sopportare il pensiero che tutte queste cose avvengano, senza poterci fare niente. L'illiberale protesta: «ma a me non piacciono!», e se gli rispondi «neanche a me, in effetti, o almeno non moltissimo», ti guarda come se ti stessi contraddicendo platealmente; perché questo è il canone del suo giudizio: il suo gusto personale. Poi viene il giorno in cui il fanatico di una fede diversa gli urla in faccia minaccioso il suo disgusto profondo per il concetto di transustanziazione o di Dio incarnato, e allora riscopre il valore del liberalismo...
I principi liberali non sono propri di qualche utopia (o distopia) futuristica: pur tra mille contraddizioni e imperfezioni guidano le società dell’Occidente avanzato, senza che ciò determini l’anomia e l’anarchia tanto temute; anzi al contrario la maggior parte di quelle società gode di tassi di criminalità storicamente al loro minimo o comunque contenuti. Come per esempio in Francia, dove non esiste il reato di blasfemia, dove l’età del consenso per i rapporti sessuali è di 15 anni, dove persino l’incesto tra adulti consenzienti non è reato – e dove, per inciso, il numero di figli per donna è il maggiore in Europa: probabilmente non a causa di quelle leggi, ma sicuramente non nonostante quelle leggi.
Se fosse per me darei la reversibilità al figlio che resta dopo la morte del padre o anche a due amici. Ma il bilancio non lo permette. E dovendo redigere una lista che rispetti un budget limitato troverei molto più giusto privilegiare un figlio orfano o un fratello che resta dopo la morte dell’altro che amici e conoscenti. Perché quella affettività primaria non viene riconosciuta? Se ci fossero i soldi li darei a tutti. Ma intanto è almeno giusto privilegiare chi ha una famiglia con figli perché da lì nasce il futuro della società.La ratio della pensione di reversibilità – istituto che non esaurisce certo le conseguenze del matrimonio, e che è oltretutto relativamente recente – non è di manifestare l’apprezzamento della società per un particolare tipo di affettività, ma di garantire la sopravvivenza al coniuge superstite che ha dedicato se stesso al partner, senza poter conseguire perciò un reddito autonomo. Naturalmente è già previsto che venga corrisposta, in assenza del coniuge, ai figli minori o ad altre persone a carico del defunto. Non si vede, stando così le cose, perché escluderne gli omosessuali che si trovino nelle medesime condizioni. E quando sono in gioco questioni di uguaglianza di fronte alla legge, i soldi si devono trovare.
La minaccia non è l’omosessuale, e neanche la tendenza omosessuale, ma la volontà di normalizzare tale tendenza. “Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro!” Lo dice Isaia (5,20), profeta dell’Antico Testamento.Zambelli, e chi la pensa come lui, vorrebbe fare degli omosessuali (o meglio, dei loro diritti) la vittima espiatoria da sacrificare sull’altare della perpetua stabilità dei mores. Come Abramo sul Moria, si dichiara personalmente dispiaciuto del sacrificio; ma ciò che è necessario è necessario... Ma la società non è certo messa in pericolo dalle unioni civili o dal matrimonio degli omosessuali, nei cui confronti ha invece un debito che difficilmente riuscirà mai ad estinguere. Citazione per citazione preferiamo dunque questa: «Gli uomini nascono e vivono liberi e uguali nei diritti». Non lo dice la Bibbia: lo dice la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, all'art. 1; ma a noi va bene lo stesso.
(2 – fine)
martedì 19 giugno 2007
Caro Ignazio (Marino), ti scrivo
Caro Ignazio Marino*,
tu continui ad ostinarti su questa storia del testamento biologico. Ma non capisci che non ce n’è bisogno? Anzi è peggio, perché non solo una legge è inutile, ma è pericolosa. Infatti non è che il primo gradino verso l’eutanasia. Io sono il primo a essere disponibile a dialogare, però alle mie condizioni che ti elenco in modo da evitare ambiguità e incomprensioni.
Primo: escludere la vincolatività per il medico (tanto poi il paziente nemmeno se ne accorge se non si rispettano le sue volontà – non è in grado di capire giusto?).
Secondo: coinvolgere nelle decisioni mediche i medici, i familiari, i vicini di letto e il cappellano della infanzia (se è morto, il primo prete che trovate).
Terzo: ricordare che tra le decisioni che si possono prendere non rientra la possibilità di staccare il ventilatore meccanico, né di sospendere la nutrizione e/o l’idratazione artificiali.
(Insomma, Ignazio, detto tra te e me, che la fai a fare una legge così?).
D’altra parte anche il CNB si era lavato le mani del testamento biologico**. Lascia perdere. E poi, nonostante il rispetto doveroso, io temo molto quelli che si dichiarano credenti perché, magari, tra poco attaccheranno la Chiesa.
(* liberamente ispirata a Casini: no a testamento biologico, Marino “credente” che temo, Vivere & Morire, 18 giugno 2007).
(** no, non direi proprio, chi volesse controllare, NdR).
Postato da Chiara Lalli alle 16:10 10 commenti
Etichette: Carlo Casini, Eutanasia, Ignazio Marino, Testamento biologico
Legge naturale e liberalismo
Gli argomenti (o i paralogismi) e la retorica del pensiero integralista compongono un tutto sostanzialmente coerente, anche se mutevole nel tempo (si pensi per esempio alle argomentazioni pro-embrione, considerato negli anni settanta per lo più essere umano in potenza, e oggi, con la moda della genetica, essere umano tout court). Un monolito, però, di cui è raro trovare illustrazioni comprensibili, al di fuori dei libri e dei discorsi dei protagonisti principali (il regnante pontefice, qualcuno dei suoi esegeti e pochi altri); il livello estremamente basso di molti dei protagonisti di quella parte della guerra culturale in corso genera più spesso parodie involontarie che argomentazioni intelleggibili.
Nella blogosfera un buon divulgatore di quelle posizioni è Massimo Zambelli, col suo blog Orarel: gli giovano, probabilmente, il mestiere di insegnante di religione da un lato (Orarel è in effetti un bell’esempio di blog concepito per continuare fuori dall’aula il dialogo con i propri studenti), e dall’altro l’essere stato a sua volta allievo di Giuseppe Betori, ora Segretario Generale della CEI, e di altri personaggi di spicco.
Zambelli è anche una persona a modo: qualche tempo fa ha usato espressioni cortesi nei confronti miei e di Chiara Lalli, pur con l’abisso che separa le nostre dalle sue opinioni. Certo, c’è qualche caduta di gusto (il link al sito del più lurido antisemita italiano è imperdonabile), ma insomma è possibile discutere con lui senza vedersi arrivare addosso una valanga di insulti violenti.
In un post pubblicato tre giorni fa, Zambelli cercava di situare la condanna delle unioni civili per gli omosessuali nel contesto del pensiero morale cattolico, prendendo lo spunto da un bell’articolo (bello non per lui, ovviamente) di Michele Serra sul Gay Pride di Roma («Orticolo di Michelle [sic] Serra», 16 giugno 2007). È un post rappresentativo di posizioni diffuse, come dicevo, e un suo esame critico avrà quindi – spero – un valore più vasto. Ne approfitterò anzi, a costo di una maggiore lunghezza (per questo il mio post è diviso in due: a domani la seconda parte), per articolare in positivo qualche argomento liberale.
Vogliono vivere insieme? Che lo facciano. Chi glielo vieta? Ma perché vuoi imporre a me di riconoscerli come sposi e genitori? Il pene è fatto per la vagina, l’uomo per la donna, il maschio per la femmina. Ogni società e Stato si sono aggregati a partire da lì, da quell’incrocio fecondo. Niente di ecclesiastico. Tutto molto darwiniano. Non c’è niente di più ingiusto che trattare in modo uguale cose diverse. […]Troviamo fin da subito il nucleo centrale del pensiero integralista: la derivazione naturalistica delle norme morali. Attenzione: qui la «natura» non è semplicemente il mondo naturale, come vuole l’interpretazione diffusa di questo principio (interpretazione che, benché errata, il magistero ecclesiastico non si cura quasi mai di correggere, per ragioni che mi riescono oscure), ma bensì un ordine razionale intrinseco al mondo naturale. Non si tratta di affermare, per esempio, che l’eterosessualità è naturale, mentre l’omosessualità sarebbe una creazione umana, ma invece di dedurre la finalità sottintesa dall’esistenza di due sessi anatomicamente diversi, e di dichiarare morale solo il comportamento che si accordi a quella finalità.
Questa derivazione sarebbe già dubbia se si concedesse l’esistenza di un creatore la cui razionalità fosse riflessa nella natura; ma crolla del tutto quando si pretende di farne un principio della razionalità autonoma. David Hume ha dimostrato che non è possibile passare da enunciati descrittivi a enunciati prescrittivi: dall’enunciato «il sesso maschile si adatta perfettamente a quello femminile» non deriva logicamente «è giusto che il sesso maschile si unisca solo al sesso femminile».
Zambelli è consapevole dell’obiezione: in un post precedente («Essere e dover essere», 9 maggio) scrive infatti
Si capisce che trovo dogmaticamente riduttiva la tesi di Hume per il quale dall’essere non si può dedurre alcun dover essere. Tesi sbrigativa e di comodo (capziosa). L’uomo parla e si esprime: ne derivano diritti e doveri culturali e sociali; mangia, beve e dorme con necessità vitale: ne derivano priorità politiche; prega e cammina: ne deriva la libertà di culto, di movimento e di autodeterminazione; si riproduce e ama...Purtroppo, dichiarare la tesi di Hume sbrigativa e capziosa non equivale a confutarla, ma soltanto a esorcizzarla a parole. L’argomento proposto da Zambelli non la riguarda: esso esprime soltanto la necessità che le nostre norme e i nostri valori abbiano a che fare col mondo reale. Nessuno perde tempo a interdire agli angeli l’atterraggio e il decollo dagli aeroporti principali, perché gli angeli non esistono (o comunque non pongono rischi alla navigazione aerea). Sarebbe bastato del resto aggiungere del tutto coerentemente alla lista «l’uomo ruba e uccide: ne deriva la legge penale» per rendersi conto dell’irrilevanza degli esempi addotti.
Le cose non cambiano invocando il darwinismo (sia pure ironicamente) o la nascita della società. L’evoluzione ci insegna – ma neppure da questo, ovviamente, possiamo trarre insegnamenti morali – che organi adibiti a certe funzioni possono essere riutilizzati per altre diversissime: le zampe del Pakiceto sono diventate le pinne della balena, le penne che servivano a isolare termicamente i dromeosauridi adesso aiutano gli uccelli a volare, etc.; né la selezione naturale ha eliminato nell’uomo e negli animali l’orientamento omosessuale (che pure mostra in modo abbastanza chiaro di essere determinato geneticamente). Quanto alle società e agli Stati delle origini – ammesso, e non dato, che ciò che è successo allora possa essere rilevante per i nostri problemi attuali – alla loro formazione hanno partecipato anche gli omosessuali, per esempio come sciamani (un ruolo fondamentale riservato in moltissime società ai transessuali), o come artisti, o come aedi, e naturalmente anche come comunissimi lavoratori e, perché no?, genitori.
Infine, la frase «Non c’è niente di più ingiusto che trattare in modo uguale cose diverse» suona come uno slogan vuoto, se non si specificano le differenze, e anche pericoloso: anche bianchi e neri sono diversi, o uomini e donne...
Chi vuole avere i privilegi (ma quali poi?) del matrimonio che si sposi, se è maschio e femmina. Matrimonio viene da madre. E tra due gay dov’è la madre, senza l’intervento obbligato di un esterno? Il paragone con chi è sterile non è valido perché qui l’impossibilità *matrimoniale* è congenita.Tralasciamo l’invito derisorio a sposarsi, e la successiva fallacia etimologica (con lo stesso ragionamento le donne non dovrebbero detenere proprietà, o comunque non potrebbero disporne in prima persona, visto che patrimonio viene da padre...), e veniamo all’argomento principale. Perché, esattamente, un’impossibilità costituzionale (mi permetto di interpretare in questo modo il «congenita» di Zambelli) dovrebbe contare di più di un’impossibiltà accidentale? La risposta che si dà di solito è che determinare la fertilità prima del matrimonio sarebbe, in questo secondo caso, un’azione invasiva; ma allora perché non permettere comunque di annullare le nozze, una volta certificata la sterilità? Il diritto canonico consente l’annullamento solo in caso di impotentia coeundi: questo non ci dice proprio nulla su quale sia veramente l’essenza del matrimonio religioso?
Ma soprattutto, perché è permesso il matrimonio tra coppie di ultracinquantenni, la cui unione si sa sterile con certezza già in anticipo? A questo si risponde quasi sempre che comunque le coppie eterosessuali di ultracinquantenni appartengono alla stessa categoria di quelle più giovani; senonché gli insiemi più ampi di cui fa parte l’insieme delle coppie di anziani eterosessuali sono virtualmente infiniti, e tra di essi c'è naturalmente l’insieme delle coppie sterili (che comprende anche le coppie omosessuali – pur con i necessari distinguo sulla presenza di figli esterni alla coppia). Ma se ciò che conta in un matrimonio è appunto la fertilità, allora – più che ovvio è tautologico! – sarà l’appartenenza all’insieme delle coppie sterili a essere davvero cogente. Chi sostiene il contrario rivela il pensiero occulto che a parole vorrebbe negare: che soltanto i rapporti eterosessuali – non importa se fertili o meno – hanno valore in sé.
Il senso primario del matrimonio civile, tra i molti che gli sono propri, è oggi in realtà quello di regolare la convivenza tra due persone legate da rapporti sessuali e affettivi, una delle quali sia economicamente dipendente dall’altra. Nulla di questa descrizione esclude che l’istituto si possa applicare anche agli omosessuali.
(1 – continua)
lunedì 18 giugno 2007
L’orgoglio e la viltà
Splendido articolo ieri di Massimo Adinolfi sul Gay Pride («Diritti e caricature», Il Mattino, 17 giugno 2007, pp. 1, 14):
Ancora oggi molte lesbiche e molti gay scelgono di vivere la propria condizione – nei luoghi di lavoro, nelle relazioni familiari, nella vita di relazione – in maniera invisibile. È un effetto della mera pressione sociale. Come se desse ancora scandalo il dichiarare la propria omosessualità. Come se vi fosse della disdicevole ostentazione semplicemente nell’essere omosessuali. In effetti, con il Gay Pride accade per singolare contrappasso proprio questo, che prende la scena l’ostentazione: le piume, i giubbotti, i travestimenti e le mascherate. Ora, è vero che l’ostentazione contiene sempre un che di osceno. Ma è vero anche che in questo modo viene spostato un po’ più in avanti il confine della visibilità. Nessun eterosessuale ha infatti il problema di ostentare o non ostentare la propria eterosessualità: il fatto che invece si chieda ancora all’omosessuale di trovare la giusta misura, è forse segno non che debba ostentarla buffonescamente, o fieramente rivendicarla, ma che non ha ancora guadagnato la piena e non contrastata visibilità. Ciò è tanto vero che è di solito una spia della salute civile di un paese che parate come il Gay Pride si tengano, e che somiglino a una festa. Lo dimostra, «a contrario», la dura repressione a cui analoga manifestazione è andata incontro nelle settimane scorse nella Russia di Putin. Il che consente infine di confermare un vecchio pensiero di Platone. Nel Simposio, il dialogo sull’amore, il filosofo scriveva infatti: «Dov’è considerato riprovevole essere coinvolti in una relazione omosessuale, ciò è dovuto al difetto dei legislatori, al dispotismo da parte dei governanti, a viltà da parte dei governati». Platone non è il più titolato a dare lezioni di democrazia e di diritti, ma forse aveva ragione: se c’è ancora un Gay Pride, e non viltà dunque ma una dose supplementare di orgoglio, vuol dire non che ci sia dispotismo da parte dei governanti – quello è casomai un problema di Putin – ma da qualche parte un difetto dei legislatori forse sì.Da leggere tutto.
domenica 17 giugno 2007
Il senso della vita
Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, interviene durante ad un convegno sul testamento biologico a Milano e dichiara (Testamento biologico: formigoni, rischio favorire eutanasia, Agi news on, 17 giugno 2007):
Ritengo non condivisibile il progetto di legge presentato in Parlamento che, invece di promuovere l’alleanza terapeutica tra medico e paziente, rende questo rapporto ancor più burocratico, correndo il rischio di favorire forme di eutanasia passiva.Oltre a evocare l’immagine di un bambino viziato che si intestardisce a dire “no” (“lo vuoi il gelato, a mamma?” “No!” “Allora un po’ di aranciata?” “No” “Un panino che non hai mangiato abbastanza a pranzo” “NO” “Un bel camion telecomandato” “No, no e no!!!”) senza capire nemmeno che cosa gli si stia domandando, Roberto Formigoni fa davvero esposizione di una confusione terminologica e concettuale di rara fattura.
No all’eutanasia […] che è sempre una forma di eliminazione di una vita umana, perché con questo sistema si elimina la vita umana, bene supremo di Dio.
No anche all’accanimento terapeutico, inutile e dannoso e soprattutto immorale, perché degrada la vita umana a livello di una macchina. Si alle cure palliative, perché è sempre doveroso lenire il dolore e diminuire inutili sofferenze, con forme di accompagnamento del morente rispettose della dignità della persona, permettendogli di interrogarsi sul senso della propria esistenza. Sì alla vicinanza umana da parte di familiari, amici, volontari ai malati e ai malati in fase terminale.
Quanto alla “eutanasia che è una forma eliminazione della vita umana bene supremo di Dio” verrebbe da dire che la prima parte è tautologica (eutanasia = buona morte, e pure se è buona è pur sempre morte!), la seconda parte molto discutibile. O meglio, è una sua opinione e non una assoluta verità da tirare fuori con disinvoltura come se dicesse “la terra gira intorno al sole” (forse non è il giusto esempio...).
Nel condannare l’accanimento terapeutico Formigoni probabilmente pensa che sia una specie di TSO (camicia di forza e iniezioni stordenti), dimenticando che – purtroppo per lui – ogni paziente può rifiutare qualsiasi cura, anche non così traumatica come un ricovero forzato. Inteso così, non sarebbe certo tanto critico verso l’accanimento terapeutico, perché spesso sarebbe un modo per preservare il dono di dio.
Infine, “permettere al morente di interrogarsi sul senso della propria esistenza” fa venire da ridere, e anche un po’ di rabbia. Perché non la smette Formigoni di trattare le persone come se fossero imbecilli e dovesse esserci lui al capezzale per ricordare loro di interrogarsi sul senso della vita?
Postato da Chiara Lalli alle 19:05 4 commenti
Etichette: Eutanasia, Roberto Formigoni, Testamento biologico
Atti osceni in luogo pubblico (ovvero, reati senza vittime)
A Delcambre si rischiano fino a sei mesi di galera e 500 dollari di multa se si indossano jeans a vita bassa che lasciano intravedere o mettono in bella mostra parti intime e indumenti da tenere ben nascosti (Indossi jeans a vita bassa? Sei mesi di cella, Il Corriere della Sera, 15 giugno 2007).
2.168 anime, Delcambre è una cittadina della Louisiana famosa per la pesca dei gamberetti. Tanto famosa, la pesca, da dedicare addirittura un concorso di bellezza (bellezza?) al roseo crostaceo: Miss Delcambre Shrimp Queen. Da non perdere anche Woodmen of the World Sausage Festival Queen II (alcune foto delle fanciulle sono davvero un oltraggio al gusto estetico... si potrebbe multare anche loro).
Una carrellata di Queens.
sabato 16 giugno 2007
Renato Laviola sulla futilità
Il Gip Renato Laviola si sente in dovere di specificare che il respiratore è un sostegno vitale e non una terapia (come se un sostegno vitale potesse essere imposto!) e che non si poteva trattare di accanimento terapeutico perché il respiratore non era futile (“se io stacco il respiratore il paziente muore”, ma anche se non somministro dei farmaci il paziente muore). Futile = utile alla sopravvivenza. Tutto questo per negare che si potesse trattare, per Piergiorgio Welby, di accanimento terapeutico. Non è condivisibile il criterio della futilità come condizione per riscontrare un accanimento terapeutico, in quanto è centrale la volontà del paziente al riguardo (ah, vana speranza di oggettività!). Se un paziente ha espresso volontà contraria, qualunque sia l’oggetto della sua volontà, qualora venga costretto siamo di fronte ad un caso di accanimento terapeutico.
Ma il problema non è nemmeno questo, quanto piuttosto: posso o non posso decidere riguardo alla mia cura? Posso o non posso rifiutare trattamenti medici (o assistenziali)? Che cosa diventa un atto di carità quando viene imposto?
Postato da Chiara Lalli alle 12:09 10 commenti
Etichette: Accanimento terapeutico, Piergiorgio Welby, Renato Laviola
Il Far West della fecondazione
Sull’ultimo numero dell’Espresso Chiara Valentini traccia un quadro dei risultati, sia pure non ufficiali, dei primi tre anni di applicazione della legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita: calo delle gravidanze, aumento dei parti gemellari e trigemini (con i rischi conseguenti per i concepiti e le gestanti), fuga all’estero dei pazienti («Fecondazione da Far West», 21 giugno 2007, pp. 74-77). Chi ha voluto e difeso quella legge può andarne ora legittimamente orgoglioso...
Il Gay Pride discrimina la famiglia (sic!)
Isabella Bertolini, Forza Italia afferma che “questa maggioranza discrimina la famiglia e chi tenta di difenderla”.
Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera commenta il numero annunciato dei partecipanti, sostenendo che i 200 mila preventivati dagli organizzatori sono solo una “ottima mossa comica”. E se la prende anche con il segretario del suo partito, Lorenzo Cesa, affermando che l’adesione che il governo dà al Gay Pride “è un atto di disprezzo verso le famiglie italiane” (Oggi il Gay Pride in piazza, impazza la polemica, ANSA, 16 giugno 2007).
Meglio leggere La bandiera della laicità di Michele Serra. Forse non basta a bilanciare l’insensatezza dei succitati, ma almeno ne attutisce l’effetto.
Roma Pride.
Postato da Chiara Lalli alle 09:51 6 commenti
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venerdì 15 giugno 2007
Agnoli, Gould, Pievani
Sul Foglio di ieri («Gould e Pievani», 14 giugno 2007, p. 2) Francesco Agnoli si esercita nel consueto attacco agli evoluzionisti, con i consueti risultati. Per prima cosa ci comunica che Stephen J. Gould è il padre della teoria degli «equilibri puntuali» – una traduzione di punctuated equilibria che può a buon diritto scalzare nella classifica della peggiore l’incredibile «equilibri punteggiati» (molto diffusa) e la goffissima «equilibri puntuati»; in attesa, naturalmente, degli «equilibri puntuti» o di quelli «puntinati» (l’espressione inglese significa in realtà, inutile dirlo, «equilibri intermittenti» o «equilibri discontinui»). Ancor più sconcertante è il fatto che Agnoli, di Stephen J. Gould, parli sempre immancabilmente al presente, per cui alla fine ci si chiede se sia al corrente che lo scienziato è morto già da cinque anni...
Ma il meglio deve ancora venire. E arriva, puntuale, con questo attacco al filosofo della scienza Telmo Pievani:
Nel suo “Creazione senza Dio”, Pievani, dimostrando palesemente l’afflato ideologico che lo anima, esordisce sostenendo che “il giorno in cui sarà possibile accettare davvero le origini completamente materiali del nostro corpo e della nostra mente cadranno i fondamenti non soltanto della fede, ma anche della morale e della convivenza umana”.Ora, a chi conosce i libri di Pievani, la citazione suona un po’ strana: non è il genere di cose che scrive; in effetti, quella riportata sembrerebbe a prima vista l’affermazione tipica di un creazionista. Inoltre, anche solo stando al seguito dell’articolo di Agnoli, dove l’insegnante trentino se la prende con Pievani perché propone un’«etica senza dio», la cosa appare anche contraddittoria: se l’evoluzione facesse cadere i fondamenti della morale e della convivenza umana, come sarebbe possibile fondare poi un’etica, sia pure solo laica? E tuttavia il brano del libro di Pievani è riportato tra virgolette...
L’arcano si spiega andando a consultare il volume, dove a p. 3 si trova in effetti il passo incriminato; ma con una piccola parte iniziale, che Agnoli ha ritenuto opportuno omettere:
Potremmo ignorarlo [Darwin] perché temiamo che il giorno in cui sarà possibile accettare davvero le origini completamente materiali del nostro corpo e della nostra mente cadranno i fondamenti non soltanto della fede, ma anche della morale e della convivenza umana.Pievani, come si vede, non sta facendo un’affermazione propria, ma sta attribuendo un timore a quelli che la pensano come Francesco Agnoli: la pagina (e il libro) si apre infatti con la frase «Potremmo ignorare Darwin per i motivi più diversi», e prosegue dando le ragioni solitamente avanzate da chi pretende di poter fare a meno della lezione darwiniana.
Come al solito, il dilemma è: falsificazione volontaria, o totale incapacità di comprendere un semplice testo scritto? Noi di Bioetica non siamo mai maligni, e sono quindi assolutamente sicuro che l’ipotesi vera sia la seconda...
Postato da Giuseppe Regalzi alle 12:21 14 commenti
Etichette: Evoluzionismo, Francesco Agnoli, Stephen J. Gould, Telmo Pievani
giovedì 14 giugno 2007
Ratzinger e le passioni tristi
Un notevolissimo articolo quello di Girolamo De Michele apparso su Liberazione due giorni fa («La sindrome del relativismo. Ratzinger venditore di apocalissi», 12 giugno 2007, p. 5), sintesi di un originale apparso su Carmilla on line il giorno prima («Si Deus est, unde Ratzinger? – I parte: i venditori di apocalissi», da cui si cita):
Uno dei tratti distintivi del pontificato di Joseph Ratzinger è l’impressionante riduzione della complessità intellettuale e concettuale operata in un breve arco di tempo: dopo papi di grande levatura intellettuale e/o spirituale, contornati da intellettuali e politici di pari levatura (a titolo di esempio basti pensare all’asse Montini-Maritain-Moro) siamo oggi in presenza di un modesto conoscitore di cose filosofiche, circondato da acritici ripetitori e insipienti politici. Davanti alla pochezza logica e argomentativa di vecchie tesi riproposte senza neanche lo sforzo di un aggiornamento concettuale bisogna però fare molta attenzione a non sottovalutarne l’effetto performativo prodotto.Da leggere tutto.
La riduzione della complessità (lo dimostra l’esperienza governativa dei talebani in Afghanistan) è un’efficace strategia di controllo e disciplinamento delle derive intellettuali e sociali, in grado di fornire un’immagine rassicurante e tranquillizzante della modernità – di solidificare, o quantomeno far apparire consistente, la liquidità sociale, per riferirci ad una pregnante categoria di Bauman. Banalizzazione e semplificazione, insomma, possono essere due categorie funzionali alla proposta di un potere pastorale che, in una società globale che non si lascia governare, e spesso neanche amministrare, piega a proprio vantaggio le passioni tristi offrendo just in time conforto e riparo preconfezionati come i fagioli Campbell.
Il dibattito sulla lex naturalis può esemplificare utilmente questa situazione: dibattito avviato da Ratzinger, pedissequamente ripetuto in primis dagli editorialisti dell’Avvenire, e rilanciato dagli atei devoti del Foglio e del Domenicale, e da una corte dei miracoli che va da Marcello Pera a una lunga schiera di politici che, come cartelli stradali, indicano in direzione di valori naturali e familiari dai quali si tengono a distanza, sino a coccolati ex-nichilisti – da Giovanni Lindo Ferretti a Valter Binaghi – beatificati da un’aura di pentimento ostentata come le stimmate di padre Pio (e come quelle dal vago sentore di acido fenico).
Aggiornamento: sempre su Carmilla è uscita la seconda parte dell’articolo («Si Deus est, unde Ratzinger? – II parte: la favola del diritto naturale», 15 giugno), più specialistica ma, forse per questo, ancora più originale e interessante.
E la pillola va giù
In margine a un’altra, ormai lunga, polemica (sulla quale non tornerò qui), Massimo Introvigne così descriveva questo blog:
Un certo Giuseppe Regalzi è animatore di un blog che un’amica mi ha segnalato – evidentemente esagerando, ma ogni paradosso indica sia pur da lontano una verità – come un luogo dove si consiglierebbe l’eutanasia anche a chi ha preso il raffreddore.Alle mie proteste – l’esagerazione travalicava di gran lunga il buon gusto, oltretutto riguardo a una questione che comunque la si pensi rimane tragica – risponde adesso così, in un’aggiunta allo stesso pezzo:
Aggiungo che Regalzi ha letto la frase precedente, e se l’è avuta a male. Tuttavia – nel definire l’accanimento terapeutico che non andrebbe praticato nei confronti dei malati – ha scritto che “l’accanimento terapeutico non è definibile oggettivamente, ma è condizionato dalla volontà (soggettiva) del paziente. Se mi infili una banale aspirina in gola, quello è accanimento terapeutico!”. Una frase che mi fa pensare che il paradosso della mia amica non fosse poi così assurdo.Tralasciamo pure il fatto che le parole citate non sono mie ma di Chiara Lalli, visto che comunque le sottoscrivo in pieno. Quello che sorprende – e sorprende non poco – è che per Introvigne sia del tutto lecito costringere qualcuno a inghiottire un’aspirina – un’aspirina, non un farmaco salvavita! – e che chi la pensa diversamente sia allo stesso livello morale di uno che raccomandi l’eutanasia anche per le piccole indisposizioni. Cosa rimanga dell’art. 32, c. 2, della Costituzione italiana (e del Codice di deontologia medica, art. 35, cc. 1 e 4), in tutto ciò, è un mistero che attende di essere chiarito:
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.A meno che in realtà l’oggetto dell’obiezione di Introvigne non fosse l’etichetta di «accanimento terapeutico»; che però risulta quasi eufemistica, visto che per il nostro codice penale (art. 610) afferrare qualcuno e cacciargli in gola a forza un’aspirina si definisce propriamente «violenza privata»...
Dio e le scimmie
Un editoriale da ricordare, quello sull’ultimo numero di Nature («Evolution and the brain», 447, 2007, p. 753), in cui si risponde ad alcune dichiarazioni del senatore americano creazionista Sam Brownback:
Gli esseri umani si sono evoluti, sia nella mente sia nel corpo, da antichi primati. Il modo in cui gli uomini pensano riflette questa eredità non meno del modo in cui le loro braccia e le loro gambe si articolano, il loro sistema immunitario attacca i virus e i coni delle loro retine elaborano i colori. E questo si applica non solo a come si attivano i nostri neuroni, ma anche a vari aspetti dei nostri giudizi morali […]
Ciò non confuta definitivamente l’idea che la mente umana sia, come vorrebbe il Senatore Brownback, un riflesso della mente di Dio. Ma l’ipotesi che un’entità capace di creare l’Universo abbia una mente fornita delle stesse strutture emotive e percettive di quella di una scimmia dalla stazione eretta, adattata alla vita intensamente sociale di piccoli gruppi non gerarchici nella savana africana, sembra a priori improbabile.
Il reato di Mario Riccio
Nell’ordinanza su Mario Riccio il Gip Renato Laviola ricorda che il diritto all’autodeterminazione di ogni cittadino è garantito dalla Costituzione italiana, affermato in convenzioni internazionali e sancito dal Codice di Deontologia Medica. Il paziente può rifiutare qualsiasi trattamento sanitario, il medico non può legarlo al letto e somministrarglielo per “il suo bene”. Il paziente ha dunque la piena libertà di decidere riguardo alla propria salute, anche qualora le decisioni prese implichino la sua morte. Fin qui nulla di sorprendente: è il cuore concettuale del consenso informato che ha sostituito il paternalismo medico.
A sorprendere invece è il richiamo di Laviola al diritto alla vita, sacra e indisponibile, come limite al diritto di autodeterminazione attuato tramite una omissione (distacco del respiratore o interruzione di una terapia avviata) e non una omissione (rifiuto di una terapia o di un macchinario). In altre parole: esisterebbe il diritto di rifiutare una cura sì, ma di interromperla no! Se il diritto alla vita è inviolabile, non dovrebbe avere questo andamento oscillatorio. Se la vita è sacra e indisponibile, come sostiene Laviola, sarebbe necessario ricorrere a qualsiasi mezzo per proteggerla: anche al costo di violare la volontà delle persone. Costringere Piergiorgio Welby a vivere, così si sarebbe rispettato quel diritto alla vita che somiglia pericolosamente a un dovere alla vita.
Mario Riccio, a differenza di molti, ha rispettato il volere di Welby e non si è nascosto dietro all’ipocrita e fallace differenza tra azione ed omissione. Questo è il suo reato.
(Su E Polis, La sentenza è «condannati» a sopravvivere)
Postato da Chiara Lalli alle 07:25 0 commenti
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mercoledì 13 giugno 2007
martedì 12 giugno 2007
Eugenia nel paese delle meraviglie
Il testamento biologico stimola molte riflessioni illuminanti (Eugenia Roccella, Testamento biologico: questioni sottili. In mezzo può scapparci l’omicidio, Avvenire, 12 giugno 2007). Negli angoli in cui il buio sarebbe preferibile.
È proprio il rapporto tra tecnica e intenzione che i giudici debbono approfondire, nell’indagine sul caso Welby: bisogna appurare se la sedazione somministrata dal dottor Riccio, quella notte di dicembre, è stata volutamente letale o no, cioè se è servita a lenire le sofferenze o a uccidere.C’è il risultato dell’autopsia. Ma forse è troppo faticoso leggerlo.
In una recente intervista, Marino racconta di aver «sospeso le terapie a malati per i quali non c’era più nulla da fare», quando operava negli Stati Uniti. Secondo il senatore, infatti, lì «prima di tutto viene il consenso informato, espresso direttamente al medico o con un atto notarile». Ma le due affermazioni confliggono tra loro: se per quei malati davvero non c’era più nulla da fare, probabilmente la decisione di non insistere con terapie inutili era una semplice scelta di buon senso contro l’accanimento terapeutico. Il medico, in questo caso, si prende la responsabilità professionale di valutare, insieme al paziente e ai suoi familiari, gli effettivi benefici di una cura, considerando le condizioni di quel particolare malato. Se invece si fa dipendere ogni scelta dal consenso informato, e dunque dalla sola volontà del paziente, che il medico esegue senza bilanciarla con il proprio giudizio e la propria esperienza, si scivola pericolosamente verso un abbandono terapeutico di tipo burocratico.Commenti sparsi: non è chiaro il conflitto che l’Eugenia riscontra. Il buon senso non basta, bisognerebbe saperlo, a garanzia di una buona pratica medica (spesso non basta a garanzia di alcunché). Almeno, non nel mondo reale. Meglio una cartuccella in cui siano tracciati alcuni limiti (qualcuno li chiamerebbe diritti). L’accanimento terapeutico non è definibile oggettivamente, ma è condizionato dalla volontà (soggettiva) del paziente. Se mi infili una banale aspirina in gola, quello è accanimento terapeutico! Ma l’Eugenia non si fida della “sola volontà del paziente” e chiama in causa il bilanciamento del medico (e perché non del vicino di letto o del cuoco?) e intravede il rischio di abbandono terapeutico di tipo burocratico. In altre parole, se io decido riguardo alle terapie che voglio o non voglio sarei abbandonata al mio destino burocratico?
Una successiva lettera di precisazioni del senatore Marino non è servita a dissipare i dubbi: l'eutanasia consisterebbe, secondo il professore, nella pratica di «iniettare un veleno nelle vene del paziente che esplicitamente lo richiede». Mentre sarebbe tutt'altra cosa la semplice sospensione delle terapie nella fase terminale di una malattia.Sulla distinzione non netta non possiamo che concordare: ma per ragioni molto diverse da quelle che Roccella abbozza. Quanto alla fine naturale, avrei davvero bisogno di chiarimenti.
Purtroppo la distinzione non è così netta. Sospendere le terapie non vuol dire «accettare la fine naturale della vita»; può voler dire provocarla, anche soltanto per il rifiuto di assumersi pienamente le proprie responsabilità di medico; cioè di qualcuno che deve battersi, al fianco del paziente, contro la malattia e la morte, e non limitarsi ad applicare il consenso informato.
E non posso che ripetere quanto Piergiorgio Welby scriveva: nessun malato vuole morire! Già, nessun malato vorrebbe morire.
Aggiornamento: qui la risposta a un commento di Massimo Introvigne su alcune frasi di questo post.
Postato da Chiara Lalli alle 23:59 0 commenti
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lunedì 11 giugno 2007
Eppur si muove – o no?
A un campione rappresentativo di americani è stato chiesto nel 2006 se è la terra a girare attorno al sole o viceversa. I risultati sono da poco disponibili:
La terra attorno al sole .......... 73,6%Pensate che poteva andare peggio? Aspettate a gioire. Ai seguaci di Copernico è stato chiesto di indicare quanto tempo ci mette il nostro pianeta a fare un giro completo attorno al sole. Risposte:
Il sole attorno alla terra .......... 18,3%
Non sa .......... 8,0%
Non risponde .......... 0,1%
Un giorno .......... 19,0%I soliti americani ignoranti? Purtroppo, un’analoga indagine condotta nel 2005 ha rivelato che gli europei (UE a 25) sono meno informati al riguardo degli americani, con solo il 66% di copernicani (in Italia siamo al livello degli Usa, con il 74% di risposte corrette). Per i dettagli vedi Special Eurobarometer 224: Europeans, Science and Technology, 2005.
Un mese .......... 1,1%
Un anno .......... 71,2%
Altro .......... 0,1%
Non sa .......... 8,5%
Non risponde .......... 0,1%
Vite degne di essere vissute e diagnosi di preimpianto
Su BioNews («PGD and the Human Tissue and Embryos (Draft) Bill», 11 giugno 2007) John Gillott avanza un argomento decisamente degno di nota a proposito della diagnosi genetica di preimpianto (preimplantation genetic diagnosis, PGD, in inglese). Rispondendo a un critico che paventa la possibilità che le vite dei disabili possano più facilmente essere ritenute non degne di essere vissute con la progressiva diffusione e l’ampliamento della PGD, scrive:
In reality prospective parents and society do not see selection as being about avoiding conditions ‘inconsistent with a worthwhile life’ – in many cases they see it as a choice between two worthwhile lives, one of which would also be free from a known genetic risk or condition. I would be very surprised if the father-to-be in the recent case, who has CFEM [congenital fibrosis of the extraocular muscles, una malattia che limita gravemente la visione] himself, saw his life as not being worthwhile.Molto ragionevole anche questo punto successivo:
The threat of ‘eugenics’ is often wheeled out, or the motives of prospective parents seeking PGD are sometimes labelled ‘perfectionist’ (and this is considered grounds on which to restrict choice). In reality, what parents want to achieve through PGD is a healthy child; not a perfect child but a child free from a known risk. Why should there be any restriction on the genetic risk factors that can be excluded? In practice, taking account of all that is involved, there are many disincentives to using PGD, meaning that parents themselves are inclined to try to use it only for what they and many others would agree are serious conditions. But looking to the future, if a woman were already undergoing IVF and perhaps also PGD and was to make a request for a broader genetic screen, then why not? Evidence suggests that embryo biopsy does no harm to the future child, and IVF involves the selection of embryos as a matter of course. There is no ‘slippery slope’, just the hope of a slippery, slimy and healthy newborn baby.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 18:08 0 commenti
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Il numero giusto era 3570, non 118
Il primo punto del programma politico di Gustavo Selva è:
per la difesa dei [suoi] diritti, sotto il profilo etico ed economico, della [sua] persona e della [sua] famiglia.
Poi non dite che non vi aveva avvertito!
domenica 10 giugno 2007
E Massimo Introvigne scoprì Bioetica
Segnalavo, in un aggiornamento al primo post della serie «Introvigne, il cardinale e il pedofilo», alcuni interessanti mutamenti subiti dall’articolo di Massimo Introvigne (che avevo lì commentato) subito dopo l’apparizione del mio pezzo; mutamenti che, pur con qualche contraddizione, potevano lasciar pensare a una conoscenza di quello che avevo scritto: per esempio, nel mio post avevo segnalato en passant come Introvigne scrivesse sempre «Mahoney» al posto di «Mahony», ed ecco che subito dopo nel suo articolo la forma corretta sostituiva ovunque quella errata. Adesso, dopo che è uscita la seconda parte del mio articolo, Introvigne modifica ulteriormente il suo pezzo, e questa volta afferma esplicitamente di avermi letto. Riporto qui di seguito, integralmente, il passo che mi riguarda, interrotto dai miei commenti (Introvigne, da parte sua, mi cita tra virgolette solo una volta, né offre link al mio post o a questo blog).
Un certo Giuseppe Regalzi, animatore di un blog che un’amica mi ha segnalato – evidentemente esagerando, ma ogni paradosso indica sia pur da lontano una verità – come un luogo dove si consiglierebbe l’eutanasia anche a chi ha preso il raffreddore,Qui il paradosso indica solo, temo, che Introvigne dovrebbe scegliere meglio da chi si fa consigliare, per non fare la figura di chi demonizza preventivamente l’avversario (cosa che voglio sperare lontana dalle sue intenzioni). Quando l’esagerazione travalica i limiti del buon gusto, come in questo caso, non indica più «sia pur da lontano» una verità, ma il suo esatto opposto.
si abbevera oltre che al Los Angeles Times anche a un’altra fonte piuttosto torbida: il sito americano bishopaccountability.org che, come ha almeno il buon gusto di dichiarare apertamente, ha “lo scopo di rendere più facile la chiamata in causa dei vescovi americani” accusati di favorire la pedofilia. Una vera miniera per gli studi legali che si arricchiscono chiedendo risarcimenti miliardari, molto spesso con cause a contingency, dove una percentuale non rivelata al pubblico ma in genere piuttosto importante del denaro recuperato a titolo di danno non va alle “vittime” ma rimane agli avvocati. Uno sguardo a bishopaccountability.org rivela l’uso sistematico di una vera e propria arte che può ingannare solo chi non conosca la procedura legale americana: sono pubblicati atti parziali di processi, spesso tra l’altro non distinguendo chiaramente fra le deposition, che nelle cause civili americane non sono rese davanti al giudice ma solo davanti agli avvocati, e le vere e proprie testimonianze in tribunale, che hanno un peso ben diverso. Anche un giurista alle prime armi comprende facilmente che la pubblicazione selettiva degli atti (voluminosissimi) di cause complesse permette di far dire alle famose “carte” di cui parlava anche Totò più o meno quello che si vuole.Io non mi abbevero al Los Angeles Times, di cui Introvigne ha raccontato le presunte malefatte nel paragrafo precedente, ma che non è mai citato nei miei post: ho seguito invece da vicino nella stesura del primo articolo della mia serie un articolo di Ron Russell, comparso sul New Times. Che è un altro giornale.
Quanto al sito bishopaccountability.org, la messa in guardia di Introvigne non riesce a nascondere il fatto che il sito riporta appunto documenti processuali. La deposizione di Mahony al processo del 2004, poi, non è affatto selettiva, ma integrale. Nel suo articolo Introvigne afferma di aver dato uno «sguardo ai documenti del processo civile di secondo grado», da cui verrebbe fuori la storia di Muñoz e Camacho: ma la storia di Muñoz e Camacho è venuta fuori proprio dalla deposizione che utilizzo io (anche se il processo a cui si riferisce non è, per l’esattezza, il processo civile di secondo grado). Perché Introvigne è libero di alludere alle stesse carte che io invece, secondo lui, avrei fatto male a citare? Se poi la trascrizione è infedele, Introvigne – che ha appunto dato uno «sguardo ai documenti del processo civile» – lo potrà provare con facilità.
Tuttavia perfino qui ci sono dei limiti. Il buon Regalzi, tra un appello e l’altro per l’eutanasia, vorrebbe far credere ai suoi lettori che l’allora vescovo Mahony non sospese i sacerdoti Munoz (che nei documenti processuali e in quelli diocesani è indicato, in effetti, come Munoz e non come Muñoz) e Camacho ma si limitò a trasferirli fuori della diocesi. Ma nella stessa deposition tratta da bishopaccountability.org (con tutte le riserve sulla fonte) Mahony dichiara che, con riferimento a questi due sacerdoti, “esercitai le mie prerogative di vescovo per porre fine alle loro facoltà e al loro incarico (terminate their faculties and their assignment)”. Il riferimento alle faculties (e non solo all’assignment, che è l’incarico o mandato per uno specifico ministero nella diocesi) è evidentemente alle facoltà sacerdotali in genere. Né risulta che Camacho e Munoz abbiano cercato di esercitarle in Messico o altrove.A quanto ne so, in spagnolo il cognome Munoz non esiste; esiste invece il cognome Muñoz, che gli americani, non disponendo nelle tastiere dei loro computer, macchine da scrivere etc. del tasto «ñ», scrivono sistematicamente come Munoz.
Massimo Introvigne (gli risparmio l’epiteto di «buon»: a ciascuno il suo stile) mi deve aver letto molto affrettatamente (o dipenderà ancora una volta dai resoconti della sua amica tendente all’esagerazione?). Così scrivevo nel mio secondo post:
Mahony agisce rapidamente: sospende Padre Muñoz dalla facoltà di amministrare i sacramenti a Stockton […]. L’«esclusione dal ministero sacerdotale» dei due messicani, poi, si riferisce soltanto alla diocesi di Stockton [corsivi aggiunti]È vero che non risulta che i due pedofili abbiano tentato di esercitare le loro facoltà sacerdotali in Messico; ma avrebbero potuto benissimo farlo. Mahony non aveva il potere di far loro perdere lo stato clericale: per questo avrebbe dovuto sollecitare un intervento della Sede Apostolica (cioè il Vaticano). Le facoltà che ha ritirato (ritengo – ma mi posso sbagliare – a norma di Cod. Iur. Can. 193 §3 – era 192 §3 nel vecchio codice) erano quelle e soltanto quelle che lui stesso aveva concesso (trascrizione, nn. 0021-0022):
Q. Okay. And did he have Your Eminence, so the jury will understand, what are faculties as it pertains to a priest?Muñoz e Camacho continuavano a essere a tutti gli effetti incardinati nelle – nel linguaggio ecclesiastico, cioè, a far parte delle – rispettive diocesi messicane, con tutti i diritti connessi (Cod. Iur. Can. 271 §2; cfr. trascrizione, n. 0021).
A. Faculties is a term used to cover certain authorizations whereby a priest can hear confessions, preach, and administer the sacraments.
Q. Okay. So he can function as a priest of the diocese; correct?
A. Yes.
Q. And you gave Father Camacho faculties; correct?
A. I think Father Camacho yes, I did.
Quando poi i documenti dicono esattamente il contrario di quanto sostiene Regalzi, allora evidentemente nei documenti ci devono essere degli “errori”. Così, a proposito del fatto che la polizia sia stata informata del caso Munoz, Regalzi parla dell’“errore di un avvocato”. Tuttavia, è l’avvocato che sta agendo contro la diocesi che pone la domanda se sia stata chiamata la polizia per Munoz, e il cardinale risponde con un monosillabo su cui non è facile equivocare: “Sì”. Quanto alla presunta contraddizione con un altro brano della deposition dove Mahony affermerebbe di avere informato la polizia prima del 1985 del solo caso Camacho (quindi, si sostiene, non del caso Munoz), le cose non stanno proprio così. La sequenza è: “Prima del 1985, ha denunciato un sacerdote alla polizia?” – “Sì” – “Chi?” – “Don Camacho”. Non si afferma esplicitamente che si sia trattato solo di Camacho (la retorica conoscendo l’elencazione esemplificativa e non solo quella tassativa), a prescindere dal fatto che il seguito della deposition dimostra che c’è una certa confusione fra denuncia sporta personalmente da Mahony alla polizia e denuncia sporta da altre persone della diocesi diverse da Mahony.A me pare che la situazione avrebbe consigliato fortemente al cardinal Mahony di procedere a un’elencazione tassativa; dallo svolgimento delle domande e delle risposte mi pare anche chiaro che l’avvocato si sia confuso (prima chiede chi sia il sacerdote denunciato – e la domanda per la precisione è «ha mai denunciato un sacerdote?» – e dopo qualche minuto fa il nome di Muñoz, di cui nel processo non s’era fino ad allora mai parlato in relazione alla polizia), mentre Mahony o non si è accorto dell’equivoco, o non ha ritenuto di far notare l’errore (non era, in quel contesto, un punto fondamentale). In ogni caso, anche ammesso che Mahony si fosse rivolto alla polizia, non sarebbe stato certo per indagini preliminari tese a stabilire la colpevolezza del sacerdote messicano, come invece vorrebbe Introvigne. Dalla deposizione:
Beh, nel caso di Padre Muñoz avevamo delle vittime specifiche, non una sola ma molte, che si presentarono con i loro genitori e confermarono tutti assieme cosa era loro successo a Tijuana. Così io non... non avevo davvero bisogno di nient’altro.Andiamo avanti:
Più importante di tutto questo è l’impressione che chi ci intrattiene dottamente su questi temi non abbia mai assistito a una deposition e la confonda con la testimonianza resa davanti al giudice di un processo italiano. Da noi il giudice “razionalizza” le parole del testimone in frasi coerenti, mentre una deposition (un atto giudiziale cui chi scrive assiste spesso negli Stati Uniti) è semplicemente registrata con mezzi elettronici (un tempo, magnetici) e sbobinata senza cambiare una sola parola. Chiunque tenga conferenze e si sia visto proporre la pubblicazione di una registrazione sbobinata avrà certamente fatto esperienza di quanto diversa sia la trascrizione del parlato da una sequenza di frasi scritte nate come tali… o ricostruite nelle cause italiane dalla mediazione di un giudice. In realtà nessuno “parla come un libro stampato”, e la trascrizione di uno scambio di battute (magari vivace e ostile come avviene tipicamente in una deposition) non ha mai la precisione della scrittura.Considerazioni interessanti: ma cosa hanno a che fare con il tema in esame? E dove mai avrei confuso la deposition di Mahony con «la testimonianza resa davanti al giudice di un processo italiano»?
Qualche volta, poi, Regalzi sega senza accorgersene il ramo stesso su cui è seduto. Per difendere il Los Angeles Times sostiene che non poteva conoscere in un articolo del 2002 i casi Camacho e Munoz perché sono emersi nel processo in cui è stato coinvolto il cardinale Mahony solo nel 2004. Ora, la controversia sull’attendibilità del Times nasce, come abbiamo visto, dal fatto che le sue inchieste sono presentate come frutto di indagini indipendenti, mentre l’Arcidiocesi di Los Angeles sostiene che fa semplicemente da megafono ai legai che cercano di spillare strabilianti risarcimenti alla Chiesa. Nel 2002 nel mondo delle carte bollate in cui si muovono questi avvocati i casi Camacho e Munoz non erano ancora entrati. Ma nel mondo reale esistevano fin dal 1984, e – dal momento che i vescovi che fanno sparire i preti di notte e di nascosto esistono solo nei romanzi gotici dell’Ottocento – dovevano avere lasciato qualche traccia, che un “giornalista investigativo” che si rispetti avrebbe dovuto essere capace di trovare. Conclusione: nel 2002 il Los Angeles Times conduceva le sue inchieste esplorando il mondo delle carte bollate gentilmente fornite dagli avvocati e non andando a indagare nel mondo reale: che è precisamente quello che sostiene l’Arcidiocesi.L’Arcidiocesi accusa il Los Angeles Times, mentre io – lo ripeto – mi rifacevo al New Times, il cui reporter Ron Russell ha ottenuto interviste originali da quasi tutti i testimoni principali (o almeno, da quelli che si sono lasciati trovare e intervistare). L’Arcidiocesi non ce l’aveva con lui.
Secondo esempio di autogol: si cita come scandaloso il fatto che “13 anni dopo aver lasciato la diocesi di Stockton” il cardinale Mahony non si ricordi più in una su testimonianza dei casi Camacho e Munoz (mentre se ne ricorderà in testimonianze successive, verosimilmente avendo fatto qualche ricerca nelle carte della sua vecchia diocesi). Ora, a parte il fatto che non si capisce bene perché il cardinale dovrebbe mentire su circostanze che avrebbero giocato a favore della Chiesa e non contro, è precisamente il contrario: non avendo passato tredici anni della sua vita a rimuginare sui casi Camacho e Munoz, è del tutto verosimile che dopo oltre un decennio Mahony non ricordi con precisione quei fatti. Se li avesse avuti, come si dice, sulla punta delle dita senz’altro il Times lo avrebbe accusato di ripetere una lezione ben preparata dagli avvocati dell’Arcidiocesi.Di nuovo, Introvigne mi deve aver letto con disattenzione: ho dedicato molte righe a rispondere alla domanda sul perché «il cardinale dovrebbe mentire su circostanze che avrebbero giocato a favore della Chiesa e non contro». Nessuno, poi, pretende che Mahony ricordasse con precisione; ma che ricordasse almeno vagamente, sì.
Infine, non è ben chiaro che cosa si voglia dimostrare, dal momento che non si nega l’essenziale, e cioè che nel caso O’Grady la diocesi si rivolse alla polizia e che il documentario Sex Crimes and the Vatican omette di riferire questo fatto essenziale, preferendo insistere sul comportamento imprudente della Chiesa (senza spiegare che questo coinvolgeva anche i terapisti consultati dal vescovo e la stessa polizia) durante e dopo i fatti del 1984.Anche di questo ho parlato ampiamente nel primo post, dove nego appunto il «fatto essenziale»: non è stata affatto la diocesi a rivolgersi alla polizia, ma lo psichiatra William Guttieri che ha raccolto la confessione di O’Grady e che per preciso obbligo di legge ha dovuto avvertire le autorità civili.
Aggiornamento: in un’agenzia della Associated Press del 24 ottobre 2006 trovo alcuni passi di due lettere scritte da Mahony ad Antonio Muñoz e al superiore di questi a Tijuana:
In a letter dated Sept. 18, 1981, Mahony wrote to Munoz at the Tijuana diocese informing the priest of his dismissal.Mi pare che se Mahony avesse avvisato la polizia per allertarla contro un possibile ritorno di Muñoz dal Messico (all’epoca della scoperta dei suoi misfatti il sacerdote si trovava a Tijuana), questo sarebbe stato espresso chiaramente, in particolare nella lettera a Pasadas Ocampo; a maggior ragione ciò sarebbe avvenuto se Mahony avesse sollecitato o fatto sollecitare le autorità messicane a procedere contro Muñoz.
«For the spiritual and pastoral good of the people of the Dioceses of Stockton, please remain over there in Mexico,» the letter said in Spanish. «If you, sir, would like to visit here for whatever reason, then I would have to inform police and immigration officials».
The letter ends with Mahony urging the priest to obtain «the professional and spiritual help you need».
Mahony also wrote a second letter dated the same day to Msgr. Juan Jesus Pasadas Ocampo of the Tijuana diocese about Munoz.
«It seems best to us that he doesn’t return here ever, because there are many parents disposed to inform police about his actions,» the letter said in Spanish. «I hope that Father Munoz is not able to serve in a parish where there is the possibility to find more youngsters. He is truly (a) psychopath, and in reality he needs a lot of professional help» [corsivi miei].
Aggiornamento 2: Introvigne ha modificato per l’ennesima volta la sua pagina (ormai ridotta a un palinsesto illeggibile), ma solo per affermare che anche se non ho usato come fonte il Los Angeles Times, in realtà l’ho usato lo stesso. Così sia.
Aggiornamento 3: incredibile, un altro inciso di Introvigne!
né vale sostenere che chi materialmente informò la polizia era lo psichiatra incaricato dalla diocesi di esaminare O’Grady, perché dal punto di vista legale in quel momento il dominus dello psichiatra Guttieri era la diocesi, e ogni comunicazione dello psichiatra con la polizia era a tutti gli effetti una comunicazione della diocesiI meriti vanno attribuiti agli uomini concreti, non agli enti astratti. Il vescovo e i suoi collaboratori non hanno avvertito la polizia; lo ha fatto uno psichiatra da loro incaricato, e solo per adempiere un obbligo di legge che lo riguardava personalmente. Poco tempo dopo il vescovo ha promosso il reo confesso. Tanto basta.
Aggiornamento 4: ulteriori sviluppi qui.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 21:07 1 commenti
Etichette: Massimo Introvigne, Pedofilia, Roger Michael Mahony
Perché Welby poteva chiedere legittimamente di staccare il ventilatore
Un paziente X è malato di cancro.
Gli si prospettano 2 alternative: a. cicli di chemioterapie con prospettiva di sopravvivenza e guarigione a.1; b. nessuna chemioterapia con prospettiva di sopravvivenza e guarigione b.1 (ove tanto nella prospettiva a.1 che b.1 compare la morte come possibile esito; in b.1 è verosimilmente anticipata rispetto a a.1).
Prima di proseguire: sono, a. e b., entrambe strade percorribili e legittime?
Se sì e se il paziente X scegliesse a., sarebbe poi libero di interrompere la chemioterapia (c.) qualora durante il trattamento cambiasse idea?
Difficile rispondere di no. E allora le scelte a., b. e c. dovrebbero essere tutte legittime. Soprattutto: la scelta a. è equivalente moralmente alla scelta c. (e dovrebbe esserlo anche legalmente).
Sostituiamo la chemioterapia con un ventilatore meccanico o con la nutrizione e alimentazione artificiale. Se il paziente Y (non ancora collegato ad un macchinario) rifiuta il ventilatore meccanico lo possiamo forse costringere? E se quello stesso paziente accetta di essere tenuto in vita da un macchinario e poi, dopo un certo periodo di tempo, decide che vuole essere scollegato? Che cosa c’è di diverso dal rifiuto assoluto di essere collegato? L’avere accettato lo priva forse della possibilità di cambiare idea? E di esercitare ora la sua originaria possibilità di rifiutarlo?
Che cosa ha chiesto Piergiorgio Welby? Che cosa ha fatto Mario Riccio?
(Per gli smemorati: l’autopsia ha stabilito che Welby è morto in seguito al distacco del ventilatore e non per la somministrazione di farmaci sedativi).
Sconti comunisti

Luca Volontè (Bush a Roma: Volontè, ‘sconti comunisti’ indegni paese civile, AGI, 8 giugno 2007):
Ciò che sta accadendo in molte stazioni delle F.S. è l’incredibile riprova della ideologia violenta che ispira i cosiddetti movimenti anti Bush. A Padova il blocco del treno con una persona malata, ostaggio nella trattativa sul prezzo del biglietto, a Milano il declassamento ‘popolarcomunista’ del treno per Roma. […] La società F.S. ne dovrà rispondere, come il reponsabile politico del ministero degli Interni e dei Trasporti. In Italia lo sconto del biglietto si pretende, si impone con le minacce. La legge e il prezzi sono suscettibili di ‘trattative’ e ’sconti comunisti’, indegni per un Paese civile e discriminanti per i cittadini comuni. Fin dal mattino, si sta scrivendo una pagina inquietante per il principio di uguaglianza nel nostro Paese. Amato ne è corresponsabile attivo quanto il suo collega dei Trasporti e il vertice delle F.S. I privilegi ai Centri sociali e i costi per gli atti di vandalismo sui treni, vengano decurtati dai compensi di politici e manager pubblici.Le Ferrovie dello Stato, che prendono ancora sul serio Luca Volontè come interlocutore, rispondono.
(Foto di Luis Moriones dal sito del Corriere della Sera).
La guerra giusta
La posizione di chiusura del presidente Usa su aborto e staminali rende più che tranquilla la Chiesa cattolica.(Benedetto XVI: pace in Medio Oriente, Libertà, 10 giugno 2007).
Per ammazzarli, loro, aspettano che crescano.
sabato 9 giugno 2007
Scienziato o uomo di fede?
Giuseppe Betori (Usa. Cellule staminali embrionali create da cellule adulte, Cellule Staminali, 8 giugno 2007):
I fatti stanno smentendo tante posizioni ideologiche, adesso la scienza va verso la direzione eticamente giusta, che risparmia gli embrioni umani.Cioè, metteranno fine alle sue posizioni?
La saggezza del popolo italiano ha saputo indicare la strada dei fatti e non delle ideologie e adesso i risultati della scienza gli danno ragione. La scienza sta producendo risultati che in futuro permetteranno di ottenere cellule staminali senza sacrificare gli embrioni e questo metterà fine a posizioni ideologiche di cui la scienza sta smentendo piano piano la fondatezza.
Sulla portata della ricerca cui Betori si riferisce abbiamo già detto. Dispiace che Cellule Staminali abbia seguito la corrente della stampa ignorando il lavoro di Kevin Eggan e concentrandosi sulle ricerche salvaembrioni (che non devono di certo essere messe da parte a priori, ma nemmeno osannate in nome di quella ideologia rappresentata da Giuseppe Betori).
Postato da Chiara Lalli alle 13:25 4 commenti
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Introvigne, il cardinale e il pedofilo / 2
Nella prima parte dell’articolo abbiamo ricostruito la storia dei rapporti intercorsi tra il 1980 e il 1985 tra l’allora vescovo di Stockton Roger Michael Mahony (oggi arcivescovo di Los Angeles e membro del Sacro Collegio cardinalizio) e il pedofilo Padre Oliver O’Grady, seguendo da vicino l’esposizione che Ron Russell del New Times di Los Angeles aveva fatto del caso. Nella ricostruzione del giornalista spicca però apparentemente un’assenza: che ne è dei due sacerdoti pedofili che negli stessi anni del caso O’Grady, stando a Massimo Introvigne, Mahony segnala alla polizia, e che vengono sospesi a divinis non appena i poliziotti confermano «che, dietro al fumo, c’è del fuoco»? Russell, in effetti, non ne fa parola – tanto che da qui in avanti dovremo proseguire da soli nella ricostruzione dei fatti. Siamo forse di fronte a un esempio di perfida censura laicista?
In realtà, Ron Russell non poteva sapere nulla del caso: il suo articolo è del 18 aprile 2002, mentre il cardinale Mahony rivela i fatti soltanto il 23 novembre 2004 – non durante il processo di secondo grado, come sostiene Introvigne, ma nel corso di un nuovo processo istruito grazie ad una legge statale del 2002, che aveva sollevato temporaneamente i termini della prescrizione sui casi di abusi sessuali a danno di minori (Don Lattin, «Cardinal Mahony accused of perjury in sex abuse case», San Francisco Chronicle, 11 dicembre 2004, p. B-3).
È istruttivo leggere un passo della deposizione di Mahony – condotta sotto giuramento – nel corso del processo contro O’Grady, il 12 giugno 1998:
D. Durante il periodo di tempo in cui è stato vescovo di Stockton, ci sono stati altri sacerdoti [oltre O’Grady] coinvolti in casi di abuso sessuale nei confronti di bambini?Da notare che chi fa le domande non è un crudele inquisitore, ma l’avvocato della diocesi, Mr Diepenbrock! Dunque 13 anni dopo aver lasciato la diocesi di Stockton il cardinal Mahony non riesce più a ricordare quello che nel corso del processo del 2004 indicherà come il suo primo caso di un sacerdote pedofilo; un caso, per giunta, di cui si era occupato in prima persona; e nessuno dei suoi collaboratori presenti al processo, come per esempio il vicario generale Cain, sente il bisogno di rinfrescargli la memoria in una delle pause. Alla richiesta di spiegazioni il cardinale così risponderà nel 2004:
[…]
R. Di nuovo: non ricordo alcun altro caso durante il mio periodo.
D. Beh, se ci fosse stato qualche altro caso quando lei era vescovo di Stockton l’avrebbe sicuramente saputo, non è vero?
R. Oh, certo. Ma non ricordo nessun altro caso.
D. Niente altri casi?
R. Non che io sappia.
D. Questo è stato l’unico?
R. Sì.
Avevamo avuto molti avvenimenti nell’Arcidiocesi di Los Angeles [durante il 1998], ed ero molto preoccupato. C’era stata la visita del Santo Padre. C’erano stati i terremoti. C’erano state le rivolte. C’era stato di tutto. E io molto semplicemente non ricordavo tutto ciò che era avvenuto a Stockton molti anni prima.Le ragioni addotte da Mahony ricordano irresistibilmente quelle che John Belushi offre alla ex fidanzata Carrie Fisher, da lui abbandonata tempo prima davanti all’altare, e che ora lo minaccia con un mitra, in una memorabile scena di The Blues Brothers:
Woman: You miserable slug! You think you can talk your way out of this? You betrayed me!Non stupisce davvero che diverse voci si siano levate ad accusare il cardinale di spergiuro...
Jake: No, I didn’t! Honest... I ran out of gas. I – I had a flat tire. I didn’t have enough money for cab fare. My tux didn’t come back from the cleaners. An old friend came in from out of town. Someone stole my car. There was an earthquake. A terrible flood! Locusts! IT WASN’T MY FAULT, I SWEAR TO GOD!
Ma, si obietterà, se le cose stanno come scrive Massimo Introvigne, perché mai Mahony avrebbe dovuto omettere di riportare due casi che mostravano come fosse capace all’occorrenza di fare ciò che andava fatto con i pedofili? Quelle circostanze non tornavano chiaramente a suo vantaggio? La risposta, temo, è ovvia: le cose non stanno come le descrive Introvigne...
Vediamo i fatti. Nel 1981 Antonio Muñoz, un prete messicano che si trova ospite da qualche tempo della diocesi di Stockton in qualità di associate pastor, viene accusato di aver condotto alcuni adolescenti in Messico per abusare di loro. Informato della cosa dal vicario ispanico Fernando Villalobos, Mahony agisce rapidamente: sospende Padre Muñoz dalla facoltà di amministrare i sacramenti a Stockton (trascrizione, nn. 0023-0024), e gli impedisce di tornare negli Usa (il sacerdote si trovava al momento a Tijuana). Nel corso della deposizione Mahony non dice mai di avere sollecitato un intervento della polizia, anzi lo nega, dapprima implicitamente:
Beh, nel caso di Padre Muñoz avevamo delle vittime specifiche, non una sola ma molte, che si presentarono con i loro genitori e confermarono tutti assieme cosa era loro successo a Tijuana. Così io non... non avevo davvero bisogno di nient’altro.Lo nega poi esplicitamente, quando afferma di aver denunciato per la prima volta in vita sua un pedofilo alla polizia in occasione del successivo caso Camacho (trascrizione, n. 0121; alla luce di questo la menzione di Muñoz più avanti – trascrizione, n. 0124 – è sicuramente il lapsus di un avvocato).
Nel settembre del 1983 Padre Antonio Camacho, un altro prete messicano ospite della diocesi, invita due quindicenni a pranzo. Nel pomeriggio li porta al rettorato della parrocchia di San Stanislao a Modesto; lungo la strada acquista una dozzina di birre. Chiuso nella sua stanza con i ragazzi beve a lungo; verso le 11 di sera propone ai due di rimanere per la notte (col permesso, che ottiene, di uno dei genitori). Una volta a letto tenta più volte di molestarli. La mattina dopo li riaccompagna a casa; in seguito propone loro più volte di rivedersi, naturalmente senza successo. Stavolta i due ragazzi e uno dei loro genitori si rivolgono direttamente al vescovo, il 15 febbraio dell’anno dopo. Gli raccontano che anche altri giovani della parrocchia hanno subito le medesime attenzioni da parte di Padre Camacho, e spiegano che prima di rivolgersi alla polizia hanno pensato fosse opportuno rivolgersi al vescovo. Mahony li assicura che sospenderà immediatamente Camacho; al che i suoi ospiti rispondono che non adiranno le vie legali se il prete ritornerà alla sua diocesi di origine, a San Juan de Los Lagos, in Messico.
Partiti i ragazzi Mahony convoca i vicari James Cain e Fernando Villalobos. Assieme decidono di costringere Camacho ad abbandonare immediatamente la diocesi di Stockton e gli Usa. Il prete pedofilo arriva in ufficio alle 11 della stessa mattina. Viene informato delle accuse che lo riguardano, e si lancia subito in un discorso incoerente (in cui accusa un prete della diocesi di Oakland di avergli causato un cancro alla gamba con un calcio...). Mahony gli porge una lettera di benservito, gli chiede di tornare alla sua diocesi per cercarvi aiuto spirituale, e gli comunica che l’accaduto sarà riportato al suo vescovo. Dopo che il prete se n’è andato parla al telefono con la diocesi di Oakland, per discutere – essì – del problema alla gamba di Camacho.
Il messicano si rivela però un osso duro. Comunica di non volersi recare in Messico ma bensì a Union City, in California (nella diocesi di Oakland). Fin qui abbiamo seguito un rapporto dello stesso Mahony, depositato negli archivi segreti della diocesi; il resto è ripreso dalla trascrizione del processo.
Un mese dopo, il 15 marzo, Mahony chiama il Capitano House del Dipartimento di Polizia di Modesto. Non sollecita indagini, di cui come s’è visto non ha mai sentito il bisogno, ma solo di ‘consigliare’ Camacho a tornare in patria. House parla nel proprio ufficio con Camacho e deve risultare convincente, perché il giorno dopo Mahony gli comunica con una lettera che il prete s’è deciso a partire. Manifesta la speranza che Camacho darà seguito alla decisione e che si sottoporrà alle terapie necessarie una volta in patria, e si impegna a scrivere una lettera a tutti i vescovi degli Stati occidentali degli Usa in cui consiglia di non conferire incarichi al messicano, dovesse presentarsi presso di loro. La speranza si rivela vana, perché Camacho non parte (non immediatamente, almeno; la conclusione della vicenda non è chiara). Mahony non avverte mai le vittime che Camacho si aggira ancora nella zona, né ci sono prove che abbia mai comunicato alla polizia di Union City che un molestatore si trova nella loro città (trascrizione, nn. 0085-0086).
Come si vede, la ricostruzione di Introvigne – il cui «sguardo ai documenti del processo» deve essere stato davvero rapidissimo – non trova alcun riscontro nei fatti. Non c’è nessuna «conferma» da parte della polizia che i sacerdoti accusati siano effettivamente colpevoli, né alcuna indagine o arresto da parte delle autorità civili: c’è solo l’aiuto prestato in una occasione da un detective per fare opera di ‘convinzione’ – peraltro fallita. L’«esclusione dal ministero sacerdotale» dei due messicani, poi, si riferisce soltanto alla diocesi di Stockton (tant’è vero che Mahony promette di sconsigliare agli altri vescovi di assumere Camacho); per quello che se ne sa, i due preti, una volta tornati in Messico, potrebbero benissimo aver proseguito la loro attività pastorale. Non c’è nessuna riduzione permanente allo stato laicale, e nessun processo canonico viene avviato o sollecitato.
Le differenze rispetto al caso O’Grady sono in effetti minime. Anche in quell’occasione la polizia ha un ruolo secondario, ed è essa a dipendere dalle iniziative del vescovo, non viceversa; anche nel caso di Muñoz e Camacho, inoltre, possiamo in un certo senso parlare di spostamento dei colpevoli in un’altra parrocchia, sia pure eseguito meno cerimoniosamente. E tuttavia una differenza esiste. Anche O’Grady è uno straniero, e inoltre non è – fino alla promozione del 1984 – un pastore della diocesi, ma solo un associato, non diversamente dai due messicani: per privarlo della possibilità di amministrare localmente i sacramenti non c’è bisogno di un processo canonico (come chiarisce lo stesso Mahony, trascrizione, n. 0236). Perché dunque non è stato invitato con le buone o con le cattive a tornarsene nella natia Irlanda?
È questo punto imbarazzante che, probabilmente, ha causato la «dimenticanza» di Mahony nella deposizione del 1998. Nel 2004, richiesto di spiegare la differenza di trattamento, invocherà l’incertezza sulla colpevolezza di O’Grady. Ma O’Grady – a differenza dei messicani – era reo confesso! Lo psichiatra William Guttieri, che raccoglie la confessione del sacerdote, avverte l’avvocato della diocesi, e dunque il vescovo ne doveva per forza essere a conoscenza. Nella deposizione del 2004 gli avvocati della parte lesa chiedono conto al cardinale di questo punto specifico, ma l’avvocato Woods, che assiste Mahony, si oppone recisamente all’ammissibilità della domanda (trascrizione, n. 0092).
La nostra curiosità sembra dunque destinata a rimanere insoddisfatta; ma è possibile avanzare una congettura. La differenza tra O’Grady e i messicani sembra essere tutta nel diverso comportamento delle rispettive vittime. Passivi gli Sloan, che non denunciano il molestatore di Nancy; passivi gli Howard, con una madre irretita sentimentalmente dal sacerdote e un figlio che non conferma le accuse di molestie; minaccioso invece il padre dei due ragazzi molestati da Camacho, che ventila una denuncia alla polizia, e la ritira solo di fronte all’assicurazione che il colpevole verrà deportato in Messico (nel caso di Muñoz abbiamo meno particolari, ma come abbiamo visto Mahony sottolinea che le vittime erano «molte» e che erano venute a protestare accompagnate dai genitori).
In tutti i casi, Mahony sembra attenersi al principio di minimo sforzo. Le vittime minacciano lo scandalo? Rimandiamo i molestatori al loro paese e alla loro diocesi. Le vittime sono remissive? Evitiamo le rogne di una deportazione (Camacho docet!) e limitiamoci a un trasferimento di parrocchia.
È una ricostruzione corretta? Per dirlo dovremo esaminare altri casi; perché i preti pedofili con cui ha avuto a che fare Roger Mahony non finiscono qui.
(2 - continua)
Aggiornamento: la mia replica alla risposta di Introvigne.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 12:30 3 commenti
Etichette: Massimo Introvigne, Pedofilia, Roger Michael Mahony
La sepoltura delle unghie
Entri in ospedale per abortire. Oltre al vissuto personale di ogni donna (dolore, fastidio, sicurezza, paura, indecisione, ripensamenti, ostinazione, determinazione, indifferenza o tutto questo insieme), ci sono gli aspetti organizzativi, quelli quasi burocratici. Firme per un consenso davvero informato. Che elenca anche i rischi di una interruzione di gravidanza: emorragie, infezioni, sterilità. Ma se entri al San Paolo di Milano (Modulo a chi abortisce «Seppellisce lei il feto?», Il Corriere della Sera, 9 giugno 2007), se sei una delle 700 donne che abortiscono ogni anno lì, ti verrà sottoposta un’altra domanda: “per la sepoltura del feto ci pensa lei o preferisce che lo faccia l’azienda sanitaria? Metta una croce e una firma qui”.
Una domanda in più, un modulo che si chiama Informativa per la richiesta di tumulazione dei feti e dei prodotti abortivi, e che è il prodotto di un regolamento regionale che obbliga alla sepoltura degli embrioni abortiti, per una questione di dignità del feto, come afferma il responsabile della creazione del regolamento Roberto Formigoni. E dove a stridere è l’obbligatorietà, più che l’oggetto del regolamento. Per carità, le polemiche sono comprensibili: chi in realtà vorrebbe vietare l’aborto saluta l’iniziativa come lodevole e la considera forse il primo passo nella giusta direzione; chi invece ha un buon olfatto sente odore di bruciato, proprio come nei paraggi dell’articolo 1 della legge 40. Ed è innegabile che la sepoltura dell’embrione degno possa apparire di pessimo gusto e terribilmente ipocrita. Ma se fosse una scelta delle donne non solleverebbe inquietudine. Disaccordo, forse, ma ognuno fa quello che gli pare. L’obbligo è un’altra storia. L’obbligo per affermare la dignità del feto è una mossa meschina e scorretta. E incoerente rispetto alla possibilità di abortire, a meno che non si voglia spiegare in che senso si parla di “dignità”, in che senso diverso da come usiamo “dignità” per le persone, e attribuiamo loro un diritto alla vita e alla tutela, e le persone non si uccidono e allora gli embrioni non dovrebbero essere abortiti. A meno che non si riesca a spiegare per quale ragione un embrione dovrebbe (obbligatoriamente) essere considerato diversamente da rifiuti speciali. E sarebbe incoerente, la mossa di Formigoni, con molte azioni banali e quotidiane: Formigoni dovrebbe ricordasi di dare degna sepoltura ai suoi capelli e alle sue unghie la prossima volta che ne farà scempio, è una questione di dignità dei capelli e delle unghie (che, proprio come un embrione, sono vivi, appartengono alla specie umana e hanno pur un diritto all’incolumità!). O della sua appendice, dio non voglia che si renda necessario togliergliela!
venerdì 8 giugno 2007
Omicidio del consenziente? Siamo tutti Mario Riccio
Un altro motivo di fierezza per essere italiani (il mio cuore è gonfio di orgoglio e patriottismo).
Vorremmo essere Mario Riccio anche noi.
Fondo di solidarietà per le spese processuali.













