mercoledì 2 luglio 2008

Appartenenze


Indubbiamente questo è il problema che soffoca la scuola italiana.

Assemblea de iMille 11-13 luglio


Superare il passato per liberare il futuro: la necessità di uccidere il padre.
Da venerdì 11 luglio, ore 11, via Sant’Andrea delle Fratte 16, Roma. Qui il programma completo.
Io parlerò di omogenitorialità. Prima di trasferirmi definitivamente a Moorea.

martedì 1 luglio 2008

Marina Corradi e il 5%

Avvenire interviene, per bocca di Marina Corradi, sul caso della bambina inglese che grazie alla diagnosi genetica di preimpianto (PGD) nascerà libera dal rischio di una forma ereditaria di cancro al seno («La genetica batte il cancro. Ma è solo un’illusione», 1 luglio 2008, p. 2). Uno degli argomenti usati dalla Corradi merita decisamente una chiosa:

Anche volendo tacere su quei sei embrioni prodotti ed eliminati, a noi questa storia pare sommamente non razionale. Intanto il gene di cui si parla aumenta fortemente il rischio della malattia, ma non necessariamente la induce. Per contro, i tumori di origine ereditaria sono, secondo i genetisti, appena il 5 per cento del totale; quanto al resto, incidono cause ambientali e altre, che ancora non si è riusciti a scoprire. In sostanza, tutta la complicata e spietata alchimia dell’operazione attuata a Londra – sei cancellati, quattro sospesi nel gelo in attesa di un ignoto destino, uno avviato a una gravidanza di esito purtroppo non così certo, visto che l’analisi preimpianto può produrre danni – potrà nel migliore dei casi evitare a quella bambina “quel” tipo di cancro. Rimarrà, come per ogni essere umano che nasce, aperta la infinita gamma di “altri” cancri e altre malattie.
È come, vivendo in un castello che abbia cento porte, arrovellarsi per sbarrarne una sola, sopprimendo, a questo scopo, anche delle vite umane. E le altre novantanove? L’aver sbarrato quell’una ci garantisce forse dai nemici appostati appena fuori dagli altro cento ingressi?
Quel «5 per cento» buttato lì sembra, seppur confusamente, voler corroborare la successiva valutazione dell’esiguità del vantaggio conseguito nel caso particolare. Supponiamo ottimisticamente di eliminare per intero – grazie alla PGD o anche ad altre tecniche – quel 5% di casi ereditari: rimarrebbe pur sempre il restante 95%. Questo, pare di capire, è quello che Marina Corradi sta tentando di comunicarci. Ma in questo modo stiamo valutando l’efficacia della tecnica in termini di politica sanitaria complessiva, da un punto di vista per il quale può risultare razionale allocare certe risorse in un certo modo piuttosto che in un altro, allo scopo di ottenere un migliore risultato globale; e perdiamo di vista quello che l’intervento significa per i singoli: per quella bambina e la sua famiglia. Senonché pare proprio che la Corradi si stia rivolgendo ai genitori della bambina, visto che nel seguito scrive cose come «avrà pensato quella madre a quante incognite minacciano la vita di ogni uomo che nasce?», «Sembrano avere, quei genitori, concentrato tutte le loro paure su un conosciuto nemico; senza osare andar oltre».
Qual è, allora, l’efficacia della PGD dal punto di vista individuale? In questo caso è stata valutata la presenza della forma mutante del gene BRCA1. Fra i portatori del gene malato il rischio di sviluppare il cancro al seno nel corso della vita è estremamente variabile, a seconda del particolare gruppo da cui provengono: le stime pubblicate vanno da un minimo del 46% a un massimo dell’87% di probabilità (rischio complessivo entro l’età di 70 anni). Il massimo delle probabilità (85-87%) si verifica fra portatori del gene mutato che provengono da famiglie con casi multipli di cancro al seno; la ragione risiede molto probabilmente nella presenza di altre mutazioni, ancora ignote, che agiscono di concerto con BRCA1 (per tutti i dati cfr. A. Antoniou et al., «Average Risks of Breast and Ovarian Cancer Associated with BRCA1 or BRCA2 Mutations Detected in Case Series Unselected for Family History: A Combined Analysis of 22 Studies», The American Journal of Human Genetics 72, 2003, pp. 1117-30). Ma la famiglia inglese di cui si parla è proprio una di quelle più a rischio, per cui dovremo prendere in considerazione la cifra massima. Il termine di paragone è costituito dalla probabilità di sviluppare la forma non ereditaria di cancro al seno nel corso della vita; anche qui il rischio è estremamente variabile, a seconda delle popolazioni umane in cui si riscontra. Adottiamo come approssimazione migliore il rischio globale nel Regno Unito, che è del 9,4% (fonte: P.D.P. Pharoah et al., «Polygenes, Risk Prediction, and Targeted Prevention of Breast Cancer», New England Journal of Medicine 358, 2008, pp. 2796-803). Il calcolo della riduzione del rischio rispetto al concepimento naturale è leggermente complicato (bisogna mettere in conto l’eterozigosità di uno dei genitori rispetto al gene mutante, la probabilità che una figlia senza mutazione sviluppi comunque il cancro, il tasso di errori della tecnica, etc.). La mia valutazione è una riduzione di cinque volte del rischio; sarebbe interessante sapere se per Marina Corradi è poca anche questa. E non stiamo prendendo in considerazione l’aumento del rischio di cancro alle ovaie che il mutante BRCA1 causa nelle donne e di cancro alla prostata negli uomini; l’aumento sproporzionato di cancro al seno in giovane età; l’angoscia di chi possiede una copia del gene mutante, anche se non svilupperà mai la malattia. Cosa ancora più importante, non stiamo considerando che con la PGD si riduce drasticamente il rischio anche per tutte le generazioni successive (salvo mutazioni insorte indipendentemente), in quanto il gene difettoso viene eliminato dalla linea di trasmissione, risparmiando analoghe future ordalie.

Sulle ulteriori argomentazioni della Corradi, che in sostanza sostiene che è inutile prevenire alcune malattie visto che non le possiamo prevenire tutte, lascio la risposta ad Azioneparallela (e a quella più colorita di Malvino, che si è occupato di dichiarazioni analoghe di Bruno Dallapiccola).

No Martini, no party!


Da Improvvisamente l’inverno scorso, di Gustav Hofer e Luca Ragazzi.
Il loro sito è qua.

lunedì 30 giugno 2008

I nodi della disciplina italiana. Intervista a Irene Martini

Il decreto Milleproroghe scadrà il 30 giugno (prorogato al 29 febbraio 2009) e con esso il divieto di istituire banche private per il cordone ombelicale. Quale sarebbe la soluzione migliore alla polemica sulla conservazione del sangue cordonale?

La soluzione migliore in questo momento? Sarebbe già tanto se ci fosse una soluzione. Quella americana è la via da seguire. Non per esterofilia ma per pragmatismo. Sono di ritorno da Los Angeles, da un convegno dove ero l’unica italiana presente su oltre 500 partecipanti da varie parti del mondo, in cui si è parlato di cordone ombelicale e di trapianti nelle malattie onco-ematologiche. I dati emersi parlano da soli. Fino al 2006 negli Stati Uniti i trapianti di staminali cordonali erano 8mila; nel 2007 ce ne sono stati 10mila con una percentuale di successo del 63% per uso intra-familiare e del 28% per uso eterologo. A questo bisogna aggiungere la capillarità dell’organizzazione della rete di banche di conservazione che, se nel 2006 vedevano 300mila campioni privati di sangue cordonale conservati in banche di staminali, oggi sono circa 700mila passando per i 450mila del 2006, e i 600mila del 2007. Un dato in crescita che si attesta a rappresentare ormai il 4% delle nascite calcolate in un anno negli USA. Ma queste cifre di un successo medico scientifico sono il frutto di scelte politico economiche intelligenti, improntate al liberalismo e al progresso, che hanno visto nascere un rapporto virtuoso e sinergico tra banking pubblico e privato, così come stabilito dalle linee guida della Food and Drug Administration. Per quanto riguarda le scelte italiane, si devono fare alcune precisazioni. La prima e più importante scelta d’indirizzo deve essere quella di creare un sistema di qualità del servizio. Come farlo? Attraverso l’abolizione dei divieti ad operare per le banche private e la creazione contemporaneamente di un’Authority indipendente di settore che garantisca il rispetto di protocolli internazionali e qualitativamente elevati. La seconda è abolire il divieto di conservazione autologa e lasciare la facoltà a chi conserva di optare per la donazione qualora ci sia un paziente che necessita del trapianto, inserendo i dati del campione in un registro internazionale. Terza: favorire una campagna di informazione medica e scientifica, ma anche sociale, sulla conservazione così come sulla donazione. Quarta: aprire il mercato delle biotecnologie a un settore che potrebbe produrre risultati economicamente importanti, favorendo investimenti economici privati a favore della qualità e della capillarità del servizio. Quinta: tutelare con sistemi di intervento pubblico attraverso anche associazioni di settore, il bancaggio autologo per quelle fasce economicamente più deboli. Infine sesta: creare la rete di banche pubbliche che potrebbero gestire prioritariamente il servizio di donazione. Mi sembra una scelta pragmatica ed efficace.

A cosa serve conservare il cordone ombelicale?

A star bene. È una forma di assicurazione sulla vita che utilizza come bene la ricerca scientifica. Sono circa 70 le malattie curabili oggi con le staminali cordonali. Sono soprattutto le malattie del sangue come la leucemia linfoide acuta, la leucemia mieloide, le immunodeficienze e le talassemie. Uno dei vantaggi più grandi del sangue cordonale è la ridotta capacità di dare origine ad alloreazioni. I protocolli sulle modalità di trapianto delle cellule staminali per endovena prevedono una dose minima equivalente a 30 milioni di cellule mononucleate/Kg corporeo e una istocompatibilità di almeno 4/6 loci. I nuovi studi sui trapianti hanno dimostrato che un trapianto per endovena con almeno due unità di sangue cordonale garantisce un miglior attecchimento perché la cellularità (ovvero la concentrazione di cellule trapiantate) è un fattore determinante nella riuscita del trapianto così come l’immediata reperibilità del campione e la sua sterilità (ovvero la non contaminazione delle cellule trapiantate da parte di agenti infettivi). Studi recenti nell’impiego delle staminali per iniezione intramidollare diretta dimostrano un recupero più rapido del numero di cellule mononucleate e delle piastrine con un numero ridotto di cellule trapiantate in situ. La conservazione del sangue cordonale offre inoltre la possibilità di sviluppare indagini diagnostiche retroattive su patologie a carattere ereditario e/o tumorale. Altri protocolli in via di definizione e validazione riguardano l’espansione delle cellule staminali in vitro, il trapianto dopo ridotta chemioterapia, l’infusione di cellule selezionate

(Continua su LibMagazine, 30 giugno 2008)

Irene Martini è direttore scientifico di SmartBank.

domenica 29 giugno 2008

Ciro Cascone non capisce

Dal Giornale di ieri (Enza Cusmai, «“Le impronte? Le prendiamo a 9 zingarelli su 10”», 28 giugno 2008, p. 5):

Impronte digitali ai piccoli rom? «Non capisco tutto questo chiasso intorno all’argomento. Per noi è doveroso e normale. Noi lo facciamo regolarmente da anni». Ciro Cascone, pubblico ministero del Tribunale dei minori di Milano, smorza le polemiche sulla proposta lanciata dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, esponendo la prassi milanese.
Davvero prendete le impronte agli zingarelli?
«Certo, lo prevede il codice di procedura penale. È una questione di identificazione di tutte i minori che commettono reati o che vengono denunciati. Questa procedura vale per i rom, per gli stranieri in genere e anche per gli italiani che non hanno documenti».
L’intervista, a questo punto, potrebbe prendere una piega interessante: perché rilevare le impronte di un minore può avere un senso se si tratta, appunto, di identificare l’autore di un reato, come Cascone ci spiega; ma il senso si perde – o diventa drammaticamente un altro – se le impronte vengono prese a chi reati non ne ha commessi, e per giunta in base all’unico criterio dell’appartenenza etnica. Una violazione dell’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana talmente monumentale, da risultare quasi grottesca.
Ma Ciro Cascone sembra ignorare totalmente la sostanza della proposta governativa; eppure da giorni l’ometto del Viminale va sbraitando che quello che vuole è un censimento generalizzato. Né Enza Cusmai, che intervista il pubblico ministero, glielo ricorda, perdendo una buona occasione per informare i propri lettori. Del resto, lavorando per il Giornale, non di giornalista si tratta, ma tutt’al più di Giornalista...

sabato 28 giugno 2008

L’amore omosessuale è contronatura (e se lo dice il poeta...)

Ho sempre stimato la sua arte: le sue poesie riempiono un vuoto necessario. Vitale, direi.

Il poeta Davide Rondoni ha improvvisato sotto le due torri una lettura pubblica di Dante per ricordare che l’amore omosessuale è contronatura e ribadire che tra le unioni tradizionali e quelle dello stesso sesso non deve esserci uguaglianza di diritto. Rondoni ha proposto allo sparuto pubblico (tra cui il parlamentare Udc Gian Luca Galletti) il quindicesimo canto dell’«Inferno», con l’incontro tra Dante e il suo maestro Brunetto Latini, condannato per sodomia. «Dante sa dividere il valore morale di una persona dalle sue tendenze sessuali, il Gay Pride, nella sua tendenza estremista, invece le fa coincidere» ha spiegato Rondoni dal suo leggio improvvisato, chiarendo «che la tendenza sessuale è solo una pratica che va contronatura, ma non per questo Brunetto Latini non ha valore come persona».

Grido di allarme: donne, basta dimagrire!

Un accorato invito (sic) dalle pagine di Elle e ripreso da Il Corriere della Sera.
E tu pensi che è un invito alle donne a non ostinarsi a denutrirsi; una di quelle campagne di sensibilizzazione su e contro i disordini alimentari; a non sacrificare la propria salute per un apparire (scheletrico) imposto dalla moda; un grido di allarme, insomma, contro i pericoli della anoressia e il rifiuto di una cultura del compiacimento (altrui).
Ma vai a leggere e non è nulla di tutto questo:

La campagna anti-dimagrimento di Elle prende le mosse da un sondaggio commissionato all’istituto Ifop, dal quale risulta che un uomo su due - si parla del 50% degli intervistati - afferma di preferire le donne che propongono «rotondità», senza scendere in ulteriori dettagli.
Ecco: meglio non scendere in ulteriori dettagli. Ci è bastato questo.

venerdì 27 giugno 2008

Quinto Trofeo Luca Volontè

Dispiace essere tanto incostanti. Ma valeva la pena di aspettare.
La magnifica attribuzione va ad Alfredo Mantovano sulla (eventuale) norma sulle impronte:

non è finalizzata a discriminare, ma a identificare se si perde un bambino chi sono i suoi genitori, ad avere alcuni dati di riferimento chiari.
Pur non sentendoci in dovere di motivare il Trofeo è difficile non rilevare il luogo comune in agguato: i rom non si curano dei loro figli, non si accorgono di smarrirli e per rimediare a tale distrazione serve prendere le impronte dei fanciulli.
Come non pensare a: Signora lei è una donna piuttosto distratta...

Impronte digitali per i bambini (rom)

Il parere di Simonetta Matone su questa ennesima oscenità ha del genio:

«GIÀ CI SONO» - Favorevole invece il capo di gabinetto del ministro per le Pari opportunità, Simonetta Matone, ex giudice minorile: «Troppo spesso il pregiudizio ideologico frena la tutela e la difesa dei bambini. Prendere le impronte digitali è una prassi consolidata da sempre negli uffici giudiziari minorili. In tribunale ci sono pacchi alti così di impronte digitali di piccoli rom».
Per fortuna Vincenzo Spadafora ha provocatoriamente commentato:
Verrebbe da proporre al ministro, per rispettare il diritto all’uguaglianza di tutti i bambini, di schedare allo stesso modo tutti i bambini italiani.

Se dire «figlio» è dire «danno»

La vicenda è comparsa brevemente sui giornali del 24 giugno. Così la sintesi di Repubblica («Aborto non riuscì e nacque bimbo. Gela, condannato l’ospedale», p. 19):

La sezione civile della corte d’appello di Caltanissetta ha condannato l’azienda ospedaliera «Vittorio Emanuele» di Gela a risarcire i danni, calcolati in 80 mila euro, a una donna che ha dato alla luce il suo terzo figlio, malgrado le fosse stato garantito che l’interruzione volontaria della gravidanza era avvenuta con successo. La vicenda risale al 1999 quando una donna di 40 anni, madre di due figli e in precarie condizioni di salute, si accorse di essere incinta. All’ospedale di Gela i medici della divisione di ostetricia erano tutti obiettori di coscienza. L’interruzione di gravidanza fu eseguita da un sanitario convenzionato esterno. Sulla cartella clinica fu riportata la riuscita dell’intervento. Nessun controllo sarebbe stato eseguito o prescritto alla paziente, che, alcune settimane dopo, accusando nuovamente i sintomi della gravidanza, si rivolse a un ginecologo privato. Eseguiti gli accertamenti, il medico si complimentò con la donna, annunciandole che era incinta di 5 mesi. Oggi quel bambino ha 9 anni.
Il Riformista, a differenza di Repubblica, sceglie di andare oltre il mero racconto di cronaca, e lo fa pubblicando un commento anonimo («Se il figlio è un danno da risarcire», p. 2), in cui fra l’altro si legge:
Sia chiaro, giuridicamente parlando è tutto legittimo. E il nostro sussulto etico non ha nulla a che fare con la scelta della donna di abortire o meno. Ma, laicamente, il fatto che la nascita di un bambino equivalga a un danno da quantificare in euro, ci sembra un’equazione assai discutibile. Senza voler fare i soloni sul valore della vita ci limitiamo a notare un fatto. Di casi di mala sanità su cui chiedere risarcimenti se ne vedono tutti i giorni. Ma, alla fine, non di questo si sta parlando, sia pure nell’ambito di un intervento non riuscito. È, semplicemente, nato un bambino: non ci sembra una sciagura su cui chiedere un risarcimento da 80 mila euro.
L’anonimo lascia nel non detto la questione di come sanzionare la colpa del medico in un modo diverso da un risarcimento; possiamo solo sperare che non ritenga che gli errori commessi nell’interruzione di gravidanza debbano andare esenti da pene. Ma a parte questo, un’obiezione ovvia viene alla mente, e la ritroviamo persino su Avvenire di ieri («Nasci e ti chiedono i danni», 26 giugno, inserto È Vita p. IV), ovviamente dal punto di vista ben noto del giornale dei vescovi italiani: se non ci fosse stata la possibilità di un danno non ci sarebbe stata nemmeno la possibilità di abortire, visto che la legge 194 stabilisce che la condizione per interrompere la gravidanza sia la presenza di «un serio pericolo per la salute fisica o psichica» della donna; e dall’entità del risarcimento sembra proprio che questo pericolo si sia materializzato in un danno attuale, che non si vede proprio perché non dovrebbe essere quantificabile in euro.
Possiamo immaginare quale sarebbe la probabile contro-obiezione dell’anonimo: certo, un danno c’è stato; ma esso è interamente compensato e superato dal beneficio incommensurabile di avere un figlio. Al netto c’è stato un guadagno. Come rispondere? Guardiamoci intorno: quante donne possiamo contare che hanno sfruttato a pieno il proprio potenziale riproduttivo? Una donna in buona salute può partorire anche una volta all’anno; una ventiduenne potrebbe, in teoria, arrivare anche a venti parti. Ma tutte le donne – con infime eccezioni, persino nel terzo mondo – si fermano molto prima. Possono essere atee, buddiste, musulmane, cattoliche: praticamente nessuna arriva fino in fondo. Naturalmente non tutte abortiscono; possono ricorrere alla contraccezione, alla sterilizzazione, all’astensione dai rapporti sessuali o al metodo Billings; ma questo è irrilevante. Ciò che conta è che tutte queste donne ritengono a un certo punto – un punto variabile per ciascuna – che un figlio in più porti il costo dell’essere madri a un totale che eccede ogni possibile beneficio. Il costo può essere economico o fisico (parti ripetuti finiscono per sfibrare anche il fisico più robusto), o anche psicologico; ma il limite viene quasi invariabilmente raggiunto. E se per errore lo si supera è molto difficile negare che la donna abbia subito un danno – un danno netto. Si potrebbe obiettare che il danno che si vuole evitare ricade in realtà il più delle volte sugli altri figli; e questo in parte è sicuramente vero. Ma quante donne, fra quelle che non si possono permettere economicamente un altro figlio, avvierebbero consapevolmente una gravidanza, con l’intento di cedere il bambino a una coppia senza figli, evitando così i costi per la propria famiglia ma conservando in qualche modo quegli ipotetici incommensurabili benefici – per esempio mantenendo i contatti con il bambino? Pochissime, forse quasi nessuna. Alla fine c’è sempre un punto in cui i costi superano i benefici, e la considerazione di un danno personale – qui, quello di consegnare una propria creatura ad altri – è sempre quella decisiva.
Ora, è possibile che tutte queste donne si sbaglino? È possibile che in realtà il commentatore del Riformista comprenda meglio di loro il loro interesse, e che avere un figlio non sia mai un danno? Che se solo sapessero, tutte le donne converrebbero con questa verità, elargita con modestia da qualcuno che premette di non voler fare il «Solone»? Mi permetto di dubitarne – di dubitarne fortemente.

L’amore per i figli è un sentimento umano, forse più il forte; ma come tutte le cose umane è finito, non infinito, e in quanto tale può essere superato da altre considerazioni. Ammettere questa verità non è sintomo di cinismo ma di maturità, e non inficia affatto la verità di quel sentimento. Può risultare (apparentemente) paradossale, ma sono certo che la signora di Gela non ama adesso meno suo figlio per il fatto di aver preferito una volta che non nascesse.

giovedì 26 giugno 2008

Istituzione del fondo regionale per la non autosufficienza cercasi

Gaetano Valentino ha la distrofia muscolare, una malattia invalidante e progressiva; ha 54 anni, un lavoro che ama e poco aiuto dalle istituzioni.
Gaetano vuole restare nella sua casa, a Minturno, con i suoi amici e i suoi affetti. Dall’insorgere della malattia è stato sempre assistito dai familiari: ma i genitori e uno dei fratelli sono morti. L’altro, dopo averlo assistito per alcuni mesi, è tornato a Lecco, dalla moglie e al suo lavoro.
Gaetano ha bisogno di personale specializzato che sia in grado di aiutarlo a compiere molti di quei gesti che sono banali per chi non è affetto da una malattia che costringe alla dipendenza: alzarsi, coricarsi.
Esiste una legge regionale (Istituzione del fondo regionale per la non autosufficienza, 20, 23 novembre 2006) le cui finalità sono di tutelare le “persone non autosufficienti e delle relative famiglie”. Ma Gaetano, per ora, è aiutato solo da “volenterosi”, come lui stesso li definisce.
Gaetano ha deciso di rivendicare i propri diritti pubblicamente, non tanto per risolvere il suo caso personale, ma per incoraggiare quanti versano in condizioni simili. Per cercare di rimediare l’ignoranza diffusa riguardo alla disabilità. Non è un atto di accusa, ma un “grido di allarme che vuole coinvolgere le istituzioni locali, regionali e statali”.
I disabili soffrono già di un disagio spesso irrimediabile, cui non dovrebbero aggiungersi, come commenta Gaetano, ulteriori difficoltà causate dalla mancata garanzia di una assistenza. Difficoltà che hanno il sapore della discriminazione e della indifferenza, nei fatti, verso le persone affette da malattie invalidanti.

(Il grido d’allarme di Gaetano malato di distrofia, DNews, 26 giugno 2008)

mercoledì 25 giugno 2008

Eluana Englaro

Oggi la prima udienza di appello (Palazzo di Giustizia di Milano) dopo la sentenza della Corte di Cassazione del 16 ottobre scorso, che aveva accolto il ricorso del padre di Eluana, Beppino.

martedì 24 giugno 2008

Legge 194. Intervista a Carlo Bastianelli

Carlo Bastianelli, ginecologo, ricercatore in Ostetricia e Ginecologia alla “Sapienza” di Roma.

La legge 194 è applicata presso il Policlinico Umberto I di Roma?

Nel nostro Dipartimento si effettuano cinque interruzioni volontarie di gravidanza tre volte alla settimana. Fino ad un anno fa erano venticinque interruzioni volontarie di gravidanza in media alla settimana. Il calo è dovuto alla riduzione del personale non sostituito dalla Direzione Generale. Visto che mediamente il tempo di attesa è di trenta giorni, le donne che hanno urgenza di effettuare l’intervento vengono dirottate in un altro ospedale.

Qual è la percentuale di obiettori (personale medico e non medico)?

Sono tutti obiettori a parole tranne tre o quattro medici e poco personale.

Perché in tanti scelgono l’obiezione di coscienza (chi sceglie di fare aborto – per il contesto – finisce quasi per fare solo quello, che magari non è la massima aspirazione per un medico)?

Il rischio di essere “ghettizzati” è forte anche se era più evidente anni fa, nei grossi centri è difficile emarginare il personale sanitario non obiettore, ma nei centri di provincia mi risulta vero, ancora c’è chi fa solo quello per contratto, togliendo uno scomodo lavoro ad altri. In certe Regioni il numero di medici non obiettori è bassissimo e bisogna convenzionarne da altre città.

(Continua su LibMagazine, 24 giugno 2008)

Buoni propositi


Non distinguo un supermercato da un altro e non ho idea di quanto costi un litro di latte o un chilo di pane. Tuttavia mi impegnerò, dopo una pubblicità tanto orrida, a non mettere mai piede in una Coop. E forse potrei anche trovare qualche ulteriore ragione più consistente, ma per ora la barriera estetica mi basta.

lunedì 23 giugno 2008

Sicurezza matematica (o della esuberanza)

Lo dico a tutto tondo, con sicurezza matematica, senza paura di essere smentito: Silvio Berlusconi è uomo di grande fede e profondità religiosa. [...] Lui ritiene la vita e l’educazione cristiana come cardine del fare. Un elemento irrinunciabile che però si deve confrontare con il moderno e tutte le sue sfaccettature.
[Alla domanda sul suo fare da piacione] È galanteria. Esuberanza. Non c’è nient’altro.
(Don Antonio Zuliani su Silvio Berlusconi, Il confessore di Silvio: soffrì, poi rinunciò alla Sacra Rota, Il Corriere della Sera, 23 giugno 2008, di Marco Cremonesi che domanda della galanteria e della presunta aggressività del cavaliere, ma si guarda bene dal fare vere domande. Amen).

domenica 22 giugno 2008

Ipse dixit/2


Pio XII ha salvato nel mondo più ebrei di chiunque altro nella storia
(da Agenzia Fides). Buona domenica.

sabato 21 giugno 2008

Diagnosi non invasiva per la Sindrome di Down

A risk-free blood test for Down’s syndrome in pregnancy, Times, june 21, 2008:

A test that can detect Down’s syndrome from the blood of pregnant women has raised the prospect of routine screening for the condition for every expectant mother who wants it.

Genetic markers that show whether a foetus has the chromosomal disorder can now be identified in the mother’s bloodstream, after research that promises the first reliable noninvasive prenatal test.

The experimental procedure, developed in Hong Kong, has been shown to diagnose 90 per cent of Down’s syndrome cases in a small trial, while also correctly identifying 97 per cent of foetuses that do not have the condition.

If its accuracy can be improved and it is validated in larger patient trials, which scientists believe should take three to five years, it would transform prenatal testing for Down’s.

Sock e Nicole Doepper a spasso

The Washington Post, june 20, 2008.

Sintomi

Della condizione di un Paese e di un quotidiano (non basta chi ne ha fatto un assoluto?). Il quotidiano uno smette di leggerlo; con il Paese come la mettiamo?

Comodità in volo


In business class it will be beds and blowjobs, parola (rimangiata in modo poco convincente...) di Michael O’Leary.
Sarà pure questione di slang, ma pure lui è fissato (qui altre immagini)!
Indizi, direte voi. Ma si sa, le malelingue si attaccano a tutto.

Cane da concorso

Poveretto.

venerdì 20 giugno 2008

Non perdetelo (lo avete già perso)

Il corso di aggiornamento estivo sulla bioetica. I relatori sembrano presi da un convento di clausura (è tutto un sacro, don, fra e mons.). Non perdete nemmeno i titoli degli interventi della nuova rivista Studia Bioethica (il mio preferito è La gratitudine per la nascita e la cura della vita nella “teologia del corpo” di Giovanni Paolo II, Carolina Carriero. Ho letto solo il titolo perché non ho ancora avuto il fegato di registrarmi).
Peccato che le iscrizioni siano ormai chiuse. Unica consolazione: abbiamo risparmiato 450,00 € (per sacerdoti, seminaristi e religiosi 300,00 €). Come si dimostra di essere religiosi in modo da avere lo sconto?

giovedì 19 giugno 2008

Alto compito educativo...

Non ci pensavo da qualche tempo, poi il pensiero del nostro ha fatto irruzione in questo pomeriggio estivo.
Cercandolo con google news scopro che proprio in questo momento è protagonista di una gloriosa iniziativa.
Ma ciò che supera ogni immaginabile stupore è il commento della signora (mi auguro che sia uno scherzo). Ammirazione addirittura?

ps
mi ero persa la palestra del bullismo.

Non chiamarmi zingaro

“Non chiamarmi zingaro” è un titolo azzeccatissimo. Perché riesce a insinuarsi nei luoghi comuni e a farli saltare, a cominciare da un nome diventato stupidamente sinonimo di ogni malefatta.
Pino Petruzzelli ha rimpiazzato quel nome angusto con una sinfonia di voci: quelle di Marcela, Mauso, Walter, Unica e di tanti altri.
Voci e storie diverse, impossibili da stritolare in una categoria tanto angusta come l’appartenenza etnica (da cui deriverebbero caratteristiche prefissate e valide per tutti). Il monolito degli zingari si frantuma in due principali gruppi, rom e sinti; e in migliaia di sottogruppi e famiglie. Oltre 10 milioni di persone in Europa, tutti con un Paese natale ma non una patria, come scrive nel prologo Predragr Matvejević; parte di un popolo ma non di una nazione.
Uno dopo l’altro i pregiudizi vengono smentiti. “Per voi, noi si nasce con il fagotto in mano e con due sole strade percorribili: il furto o il violino. Il fatto che ci possano essere rom onesti e rom stonati a voi non passa nemmeno per l’anticamera del cervello”, commenta sarcastico Bobby, fotografo rom.
Petruzzelli racconta le loro storie, di dolore e esclusione. Di felicità e amicizia. E racconta il rapporto con le proprie origini, portate con orgoglio o taciute, come nel caso di Anna, non per viltà, ma per non “svenderle” e non svilire la propria storia.
Nello sfondo l’olocausto – omaggio di Hitler al cittadino tedesco medio che investiva gli zingari di tutte le proprie disgrazie, con un meccanismo ancora troppo familiare. La giustizia comincia da un nome. “Non chiamarmi zingaro” (Chiarelettere) da oggi è in libreria.

(Tra le righe di un libro storie di nomadi onesti e pure stonati, DNews, 19 giugno 2008)

mercoledì 18 giugno 2008

E poi dici che ti incazzi


Che figura barbina che hanno fatto gli esperti del Ministero.
La traccia del tema che chiedeva qualcosa come mettere in prosa la seguente poesia (chi potrà mai dimenticare una simile scempiaggine? In questo caso la poesia era il quarto componimento della terza sezione di Ossi di seppia di Eugenio Montale) è pure gravata da un errore grossolano. Per usare le parole di Giorgio De Rienzo:

La traccia prevede, prima di tutto, che lo studente riassuma brevemente il «contenuto informativo della lirica in questione». Una poesia ha il valore di una notizia? Non lo sapevo. Lo studente, più saggio degli esperti del ministero, avrà proceduto a fare un semplice riassunto di ciò che i versi di Montale sanno evocare. La prima strofa mette in scena il ricordo di un «sorriso» che è come «un’acqua limpida», vista per caso, «tra le petraie d’un greto», una sorta di piccolo lago in cui si rispecchia l’edera e più in alto ancora «l’abbraccio d’un bianco cielo». Montale è qui chiarissimo: mette in primo piano un ricordo caro. Il Ministero complica tutto perché chiede di individuare la «visione della realtà» del poeta e quella del «ruolo salvifico e consolatorio della figura femminile». Siamo nei guai. Qui c’è un errore grossolano: la poesia è dedicata a Baris Kniaseff che donna non è, ma un vecchio amico ora «lontano». E allora cosa fare? Bisticciare con gli esperti o fare finta di niente? Dire che la ripetizione di tante «r» sta per una realtà ostile e «l’acqua limpida» per una donna che salva, sarà stata forse la scelta più accomodante.
[...]
Lo studente saggio avrà a questo punto mandato a quel paese i signori del ministero e nell’ultima strofa seguirà Montale che, al ricordo della «pensata effigie» dell’amico, sommerge i propri «crucci estrosi». Poi, se sarà stato in grado, avrà fatto la sua bella analisi stilistica del componimento e quindi parlato genericamente della poesia di Montale. Tranquilli ragazzi, niente paura. Con esperti ministeriali così poco competenti, il vostro tema meriterà comunque un punteggio pieno.
(Nella foto: Linda, da Ora di cena).

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martedì 17 giugno 2008

La moratoria sui cibridi

Le metafore dovrebbero servire a rendere alcuni concetti scientifici facilmente comprensibili: quando diventano uno strumento di terrore, quando sono connotate negativamente (solo e sempre negativamente) c’è davvero qualcosa che proprio non va.
Chimera era quel mostro un po’ capra un po’ leone un po’ serpente (l’iconografia è mutevole ma il risultato è sempre spaventoso), che vomitava fuoco e che non era mai un piacere incontrare.

(Progetto Galileo).

Dimmi che programma usi, ti dirò di che orientamento sessuale sei...

Al post Una pagliacciata che scongiura il rischio dell’oblio seguono alcuni commenti. Tra gli ultimi spicca quello di Robi:

Blogger Robi ha detto...

Cavoli quanti commenti!
Come ho notato anche later volte i commenti di questo blog sono spesso pieni di parole vuote... Qui trovo tanti che coi loro commenti dimostrano di avere gli occhi ben chiusi e dominati da pregiudizi nonostante affermino con forza di averli più aperti di altri (icredibile il commento di chi non capiva cosa ci fosse di dannoso nel comportamento del tizio che ha avuto un figlio e poi ha cambiato sesso). La questione secondo me è semplice: sei omossessuale? libero di esserlo e i pregiudizi nei tuoi confronti devono essere combattuti. Però poi molto probabilmente sentirai un senso di mancanza (ed è normale sentirla) per un figlio che col tuo partner non potrai mai avere. Ma questo non ti autorizza a imporre a un bambino una famiglia dove gli mancherà una figura genitoriale (avere due mamme è diverso da avere solo la mamma: in entrambi i casi manca il papà ma si tratta di situazioni ovviamente diverse). fine.

Vado a vedere il blog di Robi, così per curiosità (confesso che ho sperato per qualche minuto che il suo commento fosse ironico) e per cercare di capire come ragiona uno che scrive con apodittica certezza quanto sopra.
Non entro nel merito del commento (condivido quanto scritto subito dopo da Roberto). Mi colpisce una affermazione in un post del 7 maggio: Photoshop è da gay.
A parte il dubbio contenuto (che mi fa pensare che nella sua testa photoshop o programmi analoghi sarebbero come la manipolazione genetica o altre diavolerie sulla natura umana...) è il tono che mi sembra esageratamente serio. Nemmeno un punto esclamativo! No, Robi* crede serissimamente che photoshop sia da checche; gli uomini veri fotografano e non ritoccano i risultati dei loro sforzi. Gli uomini veri scelgono le inquadrature e se cannano qualche dettaglio se ne prendono le conseguenze. La color correction è da deviati; da rammolliti.
Vorrei chiedergli se vale anche per le donne (e se anche usando Aperture si dimostra un determinato orienamento sessuale). Non vorrei rimanere con un dubbio tanto atroce: sono etero, omo, bisex o cosa?

(* il post in questione non è stato scritto da Robi, aggiornamento al 18 giugno)

Gay Marriage

Dalle 5.01...