sabato 19 maggio 2007

3 obiezioni sul testamento biologico

Padre Giorgio Carbone, professore di bioetica alla facoltà teologica di Bologna, si esprime sulla abissale differenza che ci sarebbe (secondo lui) tra il consenso informato e il testamento biologico (Sul testamento biologico incombe il disco rosso della Chiesa, Il Riformista, 19 maggio 2007).

Con il consenso informato (prassi consueta e secondo la Chiesa legittima) qualsiasi persona che sia già ammalata può chiedere, d’accordo col suo medico, che non gli vengano in futuro riservate terapie invasive o gravose o qualsiasi tipo di accanimento terapeutico. Ma il medico che lo ha in cura ha comunque il diritto-dovere di interpretare i desideri del paziente in quanto durante la terapie egli può giudicare che per il bene del paziente è opportuno agire in altro modo». Mentre «con il testamento biologico le cose cambiano. Infatti, si prevede che qualsiasi persona oggi sana possa scegliere di rifiutare qualsiasi tipo di cura nel caso che in un futuro prossimo o remoto si trovi a dover affrontare una malattia grave che non le permetta più di esprimere la propria volontà. Cosa dire in merito? Innanzitutto la prudenza che nasce dall’esperienza della vita concreta può fare tre obiezioni.
Primo: nessuna persona sana e nel pieno possesso delle facoltà mentali può sapere cosa si prova quando si è colpiti da una malattia incurabile e si è entrati nella fase avanzata. Chi scrive le dichiarazioni è estraneo al vissuto della malattia. Perciò, invocare il principio del consenso informato per giustificare le dichiarazioni anticipate di trattamento rischia di essere fuorviante. Secondo: nessuno può prevedere con certezza quali saranno i progressi scientifici e medici nella diagnosi e nella cura di una particolare malattia. Terapie oggi penose per il malato, domani grazie ai progressi della tecnica potrebbero essere praticate con minori oneri. Perciò, le dichiarazioni rese oggi per un futuro prossimo o remoto potrebbero diventare imprecise o fuori luogo. Terzo: non è detto che le volontà che io oggi esprimo corrispondano esattamente a ciò che io desidererò quando sarò colpito da una malattia grave. Potrei aver cambiato idea e non aver avuto il tempo di manifestarlo».
Primo: l’obiezione che richiama un problema filosofico di identità personale potrebbe essere brandita contro ogni tipo di testamento ma anche contro ogni tipo di contratto che prevede una validità futura e che travalica temporalmente il momento della firma (il testamento patrimoniale o il preliminare per l’accordo di una casa: si è estranei, al momento in cui si stipula il contratto o si sigilla il testamento, al vissuto del momento che quegli accordi includono: la propria morte o il possesso di una nuova casa). In conclusione, l’estraneità alla malattia futura non è una ragione sufficiente per invalidare la possibilità di dichiarare oggi quali trattamenti desidero per domani in cui forse non sarò in grado di farlo.
Secondo: sembra azzardato immaginare progressi tanto rilevanti da trasformare significativamente lo scenario decisionali. Tuttavia, pur ammettendo la possibilità di un progresso medico tanto repentino, questo tipo di argomento varrebbe anche per le persone che non ricorrono al testamento biologico perché sono in grado di esprimere la propria volontà. Anche in questo caso si potrebbe rispondere loro che il progresso medico potrebbe avanzare a tal punto che la loro eventuale decisione (oggi per oggi) di rifiutare un trattamento o un farmaco è imprecisa e fuori luogo. Questa obiezione, tra l’altro, inficerebbe anche il consenso informato sul quale Carbone, con il conforto della Chiesa, aveva manifestato accordo.
(Buffo che ci si giochi la carta del progresso medico e scientifico per demolire il testamento biologico no?)
Terzo: è un po’ una ripetizione del primo argomento. Si dimentica però di indicare le alternative: se è vero che io posso cambiare idea. È pur vero che le mie idee future e “cambiate” saranno più vicine alle mie idee precedenti di quanto non potrebbero essere le idee di altri individui – medico, parenti, amici. Pertanto, pur nella imperfetta coincidenza, sembra preferibile dare maggiore peso alle idee del soggetto direttamente coinvolto, anche se ha espresso le proprie volontà rispetto ad una condizione di malattia quando era sano (il non avere avuto il tempo di manifestarlo mi sembra ai limiti del ridicolo e del pretestuoso).

3 commenti:

Yupa ha detto...

E' quello che ho pensato anch'io, con termini più semplici e meno filosofici, leggendo il pezzo.
Se io, che sono sano, non posso sapere cosa vorrò quando sarò malato, come fa un medico, che oltre a essere sano è un'altra pesona, a sapere cosa sia meglio per me?...

PS. Colgo l'occasione per lanciare i miei complimenti a Chiara Lalli, i cui fondi leggo sempre con piacere sui quotidiani del circuito 'E polis. :-)

Chiara Lalli ha detto...

Grazie Yupa.

Anonimo ha detto...

Non c'è nessun bisogno di una legge. Come al solito esagerate qualcosa che non esiste. Basta il rapporto tra il medico e il paziente.

Marco