mercoledì 24 febbraio 2010

Esperimento con l’embrione

Paolo De Gregorio, blogger e storico commentatore qui su Bioetica, propone un esperimento mentale a tutti i sostenitori della sacralità dell’embrione («Esperimento concettuale con l’embrione», 22 febbraio 2010). Riporto il passo centrale:

Immaginate di trovarvi in un futuro ipotetico. Avete un figlio, piccolo, amatissimo, malato. Voi siete il suo tutore, colui, l’unico, che può decidere in sua vece se e in che modo sia legittimo intervenire. Ma la malattia che lo affligge lo porterà inesorabilmente alla morte certa, a seguito di atroci sofferenze. Il medico dell’ospedale di Futurlandia vi comunica la sorte che toccherà al vostro amatissimo e altrimenti sanissimo figliolo, ma aggiunge una chiosa: “esiste altresì una nuova cura, ben testata, dall’esito praticamente certo, oggi legale, che prevede la creazione di un embrione sano, in provetta; questa cura salverà vostro figlio praticamente al 100%, eliminando totalmente la malattia e le sofferenze annesse; l’embrione della provetta verrà tuttavia perso con certezza”. Insomma, eccovi servito il dilemma: lasciar morire vostro figlio tra mille sofferenze, o farlo vivere sacrificando un embrione che vivrà e morrà in provetta per vostra scelta.
In questo dilemma non esiste più la giustificazione che quella cura in quell’oggi di un domani ipotetico già esisterebbe, perché quello che ora dovete fare è decidere voi se uccidere un embrione: sarete voi a diventare un potenziale “dottor morte”, se accetterete di generare e poi far morire un embrione, una persona, solo per garantire la vita a vostro figlio. O lasciar morire vostro figlio. Ma soprattutto, in quest’ultimo caso, decidere voi per lui, per vostro figlio, per la sua morte, per rispondere alla vostra convinzione morale, al vostro dogma etico che l’embrione è una “persona umana”, a prescindere da quello che il vostro bambino avrebbe potuto pensare una volta adulto se fosse cresciuto.
Cosa farete, applicherete all’embrione le vostre convinzioni e lascerete morire vostro figlio soffrendo, decidendo tutto ciò al posto suo? O cederete alla proposta del medico, nonostante ogni giorno vi e ci ripetete che un embrione è una persona esattamente come ognuno di noi?
Chi risponderà “sì, sarei disposto a sacrificare quell’embrione pur di salvare mio figlio” dovrebbe cessare per sempre di continuare ad affermare che l’embrione è un essere umano esattamente come ognuno di noi. Chi dirà di no, lo dica, e noi elaboreremo liberamente il nostro giudizio morale su quella persona e sul suo credo.
Si attendono risposte.

martedì 23 febbraio 2010

Questa sì che è una idea!

L'asilo comunale? Solo per i bambini che provengono da famiglie che accettano «l'ispirazione cristiana della vita». Il regolamento è stato approvato a maggioranza dal consiglio comunale di Goito fra le proteste di tutta l'opposizione. Un esposto è già stato presentato all'Associazione nazionale dei Comuni italiani.

Il regolamento, all'articolo 1, pone come condizione per iscrivere il figlio all'asilo l'accettazione di una sorta di preambolo religioso: la provenienza da una famiglia cattolica o cristiana, escludendo di fatto molte famiglie di immigrati di diverso orientamento religioso. Resta da stabilire se nell'ispirazione cristiana siano comprese le coppie divorziate o i non credenti.
All'asilo comunale si accettano solo bimbi di famiglie cristiane, Gazzetta di Mantova, 23 febbraio 2010.

domenica 21 febbraio 2010

Il Foglio avvista l’ultimo giapponese, ma sbaglia persona

Si fa dell’ironia, sul Foglio di ieri, a proposito dell’ultimo libro di Carlo Flamigni («Flamigni, ultimo giapponese», 20 febbraio 2010, p. 3):

Il professor Carlo Flamigni, star nazionale della fecondazione in vitro, ha deciso di candidarsi al premio “ultimo giapponese nella giungla delle staminali embrionali”. In un libro di cui è annunciata la prossima uscita (“La questione dell’embrione”, Baldini Castoldi Dalai), Flamigni dedica molti sforzi a sostenere che quel filone di ricerca, ormai in evidenti difficoltà in tutto il mondo – soprattutto dopo le scoperte sulla riprogrammazione cellulare delle staminali somatiche – sia in realtà irrinunciabile. Il professore ne è talmente convinto che prova a ridimensionare […] il lavoro di Shinya Yamanaka. Il quale, nel 2007, nel suo laboratorio di Kyoto ha scoperto il principio su cui si basa la riprogrammazione delle staminali epiteliali in staminali pluripotenti indotte. Non è vero che Yamanaka non ha mai usato cellule embrionali, sostiene Flamigni. Ma non dice che sono state usate cellule di topo, e non umane, per ottenere quel risultato così importante.
Purtroppo per Il Foglio, le cose stanno diversamente. Andiamoci a rileggere un articolo che avevamo già citato qui su Bioetica qualche anno fa (Martin Fackler, «Risk Taking Is in His Genes», The New York Times, 11 dicembre 2007; corsivo mio):
In fact, restrictions are so tight that he says he cannot use human embryos at his laboratories here. Instead, research using human embryos is done at U.C. San Francisco, where he maintains a small two-person laboratory. He said he had never handled actual embryonic cells himself, and the American lab uses them only to verify that the reprogrammed adult cells are behaving as true stem cells.
“There is no way now to get around some use of embryos,” he said. “But my goal is to avoid using them.”
Il testo è molto chiaro, e non risultano smentite (il New York Times le avrebbe aggiunte in calce: è un giornale serio, quello). Se ci deve essere per forza un ultimo giapponese, in questa vicenda, allora è Shinya Yamanaka, che ha anche la nazionalità giusta, non Carlo Flamigni...

Ma a parte le inesattezze di fatto – chiamiamole così – è la logica generale del Foglio ad essere sbagliata. Se gli embrioni fossero esseri umani in tutto e per tutto, allora le sperimentazioni su di essi andrebbero proibite sempre, e non solo perché esse si sono rivelate «inutili» (ma abbiamo visto che in realtà sono state e sono indispensabili). E se si ammette che la sperimentazione è possibile se utile, allora ogni limitazione basata sui campi di studio che oggi ci sembrano più promettenti è assurda: la ricerca deve essere libera, perché nessuno può ipotecare il futuro e decidere che ciò che oggi non serve non servirà mai più.

venerdì 19 febbraio 2010

Ragazza madre, lavoratrice precaria e senza casa

La parte finale di una lettera che, forse, potrebbero scrivere molte altre donne.

In questo Paese si predica la proliferazione. Vedo continuamente servizi sul come «nascono pochi bambini » o «le persone non fanno più figli» o «i giovani restano a casa dei genitori troppo a lungo»: ogni volta, mi viene un malore al solo pensiero. Perché mai, e sottolineo mai, ho sentito un servizio del genere che dicesse la verità sul perché succede. Mantenere un bambino, in Italia, è diventato davvero difficile. Non posso permettermi nemmeno di andare dal dottore se sto male perché per me significherebbe perdere un giorno di lavoro e rischiare il posto. Per questo motivo un anno fa sono finita in ospedale con la broncopolmonite. L’assistenza sociale ha detto che l’unico aiuto che potrà dare sarà a mia figlia e non a me perché non ci sono i soldi necessari per inserirmi in una qualche struttura se resto senza alloggio. Sto rischiando di perdere la mia bambina per colpa… del Paese? Dell’economia? Dei soldi? E questo significherebbe non solo rovinare una madre, ma soprattutto rovinare un bambino. Non mi drogo, non ho nessun tipo di dipendenza o problema psicologico. Mia figlia è una bambina serena e io sono una buona madre. Se ritenessi di non fare abbastanza, abbasserei la testa e accetterei. Ma io torno a casa distrutta la sera. Io do tutta me stessa tutti i giorni. Sempre. Sono una madre disperata con una figlia meravigliosa, ho costruito una piccola famiglia felice. Sono una ragazza coraggiosa che ha bisogno di aiuto. Non voglio perdere la mia bambina e a quanto pare non posso farcela da sola. E non ho nessun altro a cui chiedere se non allo Stato.

L’epidurale altro diritto non garantito

Sister's coming

Il controllo del dolore è una conquista abbastanza recente. Basti pensare a un intervento chirurgico o a una banale estrazione dentale senza anestesia per capirne la portata. Per quanto la percezione del dolore sia soggettiva, esistono varie scale di misurazione che, con una certa approssimazione, tracciano una gerarchia dei dolori. Il fenomeno fisiologico più doloroso è il parto. L’analgesia epidurale permette di ridurre di molto la sofferenza e al contempo di lasciare che il parto sia vissuto dalla donna. Ma l’epidurale non è un diritto garantito in Italia. Non esistono dati ufficiale nazionali, ma si può inferire la situazione da alcuni dettagli. Come la presenza dell’anestesista dalle 8 alle 20, o peggio fino alle 14, escluso il sabato e la domenica. L’assenza di personale esperto negli ospedali, e magari l’idea che le donne “hanno sempre partorito con dolore”, fanno sì che una altissima percentuale di donne non possa usufruire dell’epidurale. Chi vuole e può va in clinica. Per queste ragioni un gruppo di donne ha fondato l’Associazione Italiana Parto in Analgesia, www.aipa-italia.it, e promuove una petizione affinché l’epidurale possa essere davvero un diritto. È superfluo ribadire che quando si parla di diritto non si vuole imporre a nessuno una determinata scelta: chi vorrà partorire con dolore potrà sceglierlo. Ma sarebbe doveroso da parte di un Paese civile garantire alle donne che lo desiderano un parto in analgesia.

DNews, 19 febbraio 2010.

giovedì 18 febbraio 2010

A rene donato non si guarda in...

Nei mesi scorsi tre persone, due in Lombardia e una in Piemonte, si sono offerte di donare un rene a uno sconosciuto che ne avesse bisogno. A quanto affermano le agenzie di stampa, «il Centro nazionale trapianti ha riunito ieri i rappresentanti delle tre reti interregionali dei trapianti per verificare la possibilità legale di questa modalità utilizzata già in altri paesi ma ancora mai in Italia. La legge nazionale regola infatti la donazione da vivente fra consanguinei o persone con legame affettivo, oltre a vietare ogni forma di vendita» (Ansa, 17 febbraio 2010, 18:20). E oggi si annuncia che «il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, chiederà al Comitato nazionale di Bioetica (CNB) un parere urgente sull’offerta di donazione di organi da parte dei donatori cosiddetti samaritani» (Ansa, 18 febbraio, 12:14).

Tanta prudenza è sorprendente. La donazione di rene da vivente è regolata in Italia dalla legge 26 giugno 1967, n. 458 (G.U. 27 giugno 1967, n. 160), che all’art. 1 recita:

In deroga al divieto di cui all’articolo 5 del Codice civile, è ammesso disporre a titolo gratuito del rene al fine del trapianto tra persone viventi.
La deroga è consentita ai genitori, ai figli, ai fratelli germani o non germani del paziente che siano maggiorenni, purché siano rispettate le modalità previste dalla presente legge.
Solo nel caso che il paziente non abbia i consanguinei di cui al precedente comma o nessuno di essi sia idoneo o disponibile, la deroga può essere consentita anche per altri parenti e per donatori estranei [corsivo mio].
Questa possibilità è stata estesa dalla legge 16 dicembre 1999, n. 483, al trapianto parziale di fegato, con le stesse modalità della 458/67.
È vero che esistono delle «Linee guida per il trapianto renale da donatore vivente e da cadavere» (G.U. 21 giugno 2002, n. 144), frutto di un accordo fra il Ministro della Salute, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, che nella parte relativa alla donazione da vivente, all’art. 6, sembrano più restrittive:
Sul donatore viene effettuato anche un accertamento che verifichi le motivazioni della donazione, la conoscenza di potenziali fattori di rischio e delle reali possibilità del trapianto in termini di sopravvivenza dell’organo e del paziente, l’esistenza di un legame affettivo con il ricevente (in assenza di consanguineità o di legame di legge) e la reale disponibilità di un consenso libero ed informato.
Fatto abbastanza stupefacente, nella parte introduttiva del provvedimento la legge 458/67 non viene nominata; eppure essa è sicuramente ancora in vigore, tant’è vero che la si considera espressamente tale nel decreto Milleproroghe approvato dal Senato il 12 febbraio scorso! Come che sia, un provvedimento amministrativo, quale sono queste linee guida, non può modificare una norma di legge; la situazione legislativa è dunque chiara. Ne prendeva atto lo stesso CNB, seppure a malincuore, quando il 17 ottobre 1997 consegnava un parere sul «problema bioetico del trapianto di rene da vivente non consanguineo», in cui auspicava una revisione della normativa vigente, limitando il prelievo da vivente non consanguineo a chi si trovi a essere «“affettivamente vicino” al ricevente (ad esempio il coniuge, il convivente stabile o un amico)» (fortunatamente neppure i pareri del CNB possono modificare le leggi esistenti).

Le prese di posizione odierne non sono tuttavia molto incoraggianti. La stessa Roccella dichiara, con la solita esibizione di spietatezza (Enrico Negrotti, «Reni in dono, ma la legge non lo prevede», Avvenire, 18 febbraio, inserto «È vita», p. 3; dal titolo e dal testo si vede che il giornale della CEI ignora la legge vigente, ma nel suo caso l’ignoranza ha cessato da tempo di sorprenderci):
Siamo molto cauti, perché sono possibili strumentalizzazioni di tutti i tipi. La nostra idea in ogni caso è che il corpo non è un bene a disposizione, e quindi non può neanche essere un bene da regalare. Valuteremo questi casi specifici, ma la questione è complessa.
Il sottosegretario non rinuncia per l’occasione a una delle sue consuete uscite stralunate: come riporta la succitata agenzia Ansa di oggi, «Personalmente sono molto cauta – ha concluso Roccella – perché credo che il corpo sia la persona». Non chiedetemi cosa voglia dire (suppongo che la Roccella conservi religiosamente tutte le unghie che si taglia, parte integrante della propria persona...).
Fa eco alla Roccella, sempre dalle colonne di Avvenire, il professor Francesco D’Agostino, non a caso presidente del CNB all’epoca del parere sul trapianto da vivente:
«Poiché il trapianto di rene da vivente implica una grave lesione al corpo del donatore e poiché esiste il dovere etico di tutelare la salute di ogni vivente, sono contrario alla possibilità di donatori samaritani». Tale lesione è giustificata nella donazione a un parente stretto, ma «non in casi diversi».
Dopo aver teorizzato l’espropriazione brutale del corpo altrui, D’Agostino prosegue, secondo la tecnica argomentativa che gli è propria, con il dubbio gettato sulla libertà del volere dell’espropriato:
Occorre inoltre investigare le motivazioni di chi intende donare il proprio organo, che possono essere sbagliate: «Ad esempio da una sorta di narcisismo o autoesaltazione del soggetto, non dunque pienamente consapevole della scelta fatta».
Ricordiamo i termini della vicenda: quelle tre persone si sono dette pronte a donare i loro organi senza condizioni, senza conoscere nemmeno chi beneficerà del loro atto. Ipotizzare a priori «strumentalizzazioni» o forme di «narcisismo» è un insulto a sangue freddo che colpisce chi meno di tutti lo merita. L’arroganza dell’integralismo non arretra evidentemente di fronte a nulla, pur di non deflettere dal proprio principio supremo: che l’uomo non è padrone del proprio corpo. Che dei malati possano essere sottratti grazie a quei donatori a una esistenza di tormenti o addirittura a una morte dolorosa è evidentemente per Roccella e D’Agostino irrilevante: l’ideologia trionfa sulla vita.

È con una certa gratitudine che si trovano – ancora su Avvenire – parole diverse, e da una fonte che non ti aspetteresti. Afferma il vescovo Elio Sgreccia, presidente onorario della Pontificia Accademia per la vita: «Dal punto di vista bioetico, se è considerata lecita e meritoria la donazione di organi tra viventi quando si tratta di un fratello, un figlio o un coniuge, altrettanto si deve ritenere se la donazione avviene per una persona verso la quale non ci sono vincoli di parentela».
Ma la riconoscenza maggiore va naturalmente ai tre anonimi aspiranti donatori:
Voglio donare un rene, non voglio sapere a chi. Mi basta essere certa che si tratta di una persona che ne ha bisogno. Diceva così il fax ricevuto qualche tempo fa dal primario di un grande ospedale del nord-ovest. La mittente è una giovane donna che in cambio chiede solo l’anonimato e la cui identità è protetta dai sanitari che già sono in contatto con lei. «La solidarietà è un bene raro, lo voglio fare per questo», ha spiegato nel primo incontro con i medici, aggiungendo di non essere spinta a questo gesto da motivi religiosi ma solo umanitari e di solidarietà: «La vita è stata buona con me. Adesso voglio contribuire a fare del bene anche agli altri». Dello stesso tenore sarebbero le motivazioni degli altri due «samaritani» che hanno espresso simili intenzioni nell’arco di pochi mesi (Ansa, 17 febbraio, 20:52).

Anonimato

Il test per l’Hiv è anonimo nel nostro Paese solo in poco più di un caso su tre: nei restanti, viene richiesta la ricetta medica o un documento di identità. È il dato che emerge da un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità e della Consulta delle Associazioni per la Lotta all’AIDS sull’accesso ai test in Italia. Nei centri diagnostico-clinici pubblici intervistati è garantita la gratuità nel 76,2% dei casi, ma l’anonimato appena nel 37% e il colloquio di counselling pre e post Test, giudicato «prezioso» per l’approccio psicologico del paziente, nel 44,5% dei casi.
Test Aids: in Italia anonimato assicurato solo per un test su tre, Il Corriere della Sera, 17 febbraio 2010.

Questo non è un plagio

Deve andare di moda il vezzo alla René Magritte di Ceci n’est pas une pipe nella sessantesima edizione di Sanremo.
Sanremo sarà pur sempre Sanremo e farà parte del mondo e lo devi conoscere e così via (ma perché poi?), ma vederlo richiede davvero fegato e quest’anno non c’è nemmeno la Gialappa. Uno dei rarissimi aspetti positivi è il blog di Ernesto Assante e Gino Castaldo (che sta in piedi da solo senza costringerti a vedere la tv). Tra le chicche la libera ispirazione dello stacco di Sabiu a Hoppípolla su cui Antonella Clerici danza come avesse ingoiato R2-D2. Il confronto tra la Sabiu settima e Hoppípolla cancella ogni dubbio.
Sabiu lo dichiara (solo una volta preso nel sacco?), come scrivono Assante e Castaldo: Non è un plagio, ma è proprio ‘Hoppipolla’. Volevamo portare un po’ di musica diversa sul palco. (Rockol ha chiesto direttamente a Sabiu).
Magari dirlo sarebbe stato un gesto nobile. Non dico tanto, ma dirlo.

lunedì 15 febbraio 2010

Dieci volte sì agli OGM

Dario Bressanini dà dieci risposte a Carlo Petrini, che sull’Espresso aveva detto dieci volte no agli OGM:

«I prodotti Gm non hanno legami storici o culturali con un territorio. L’Italia basa buona parte della sua economia agroalimentare sull’identità e sulla varietà dei prodotti locali: introdurre prodotti senza storia indebolirebbe un sistema che ha anche un importante indotto turistico».

FATTO: se questi ragionamenti fossero stati fatti nei secoli scorsi in Italia non si sarebbe potuto importare pomodori, patate, mais, zucchine, melanzane, per non parlare del recente Kiwi, e così via. Il patrimonio agroalimentare italiano è ricco proprio perché è stato in grado di adattare al proprio territorio prodotti di altri paesi. Il già citato grano Senatore Cappelli è una varietà tunisina, senza “legami storici o culturali con un territorio”.

In più esistono molti ogm completamente italiani, sviluppati dalla ricerca pubblica italiana. Pomodoro, melanzana, melo... Lasciamo liberi gli agricoltori di scegliere.
Da leggere tutto.

Riassunto breve (di un orrore)

Sala riunioni
Il numero degli sfollati ancora in hotel, oltre 16.000, dopo dieci mesi, parla chiaramente. Coloro che restano vengono accolti nei campi tenda, preparati velocemente. Restano in città, ma chiusi nell'ovattata atmosfera creata da chi tende a non farli pensare. E li blinda davanti al televisore. E li distrae con spettacoli di clown ed animatori. Pochi restano liberi, nella città fantasma. Quelli che hanno percepito. Quelli che vogliono vedere. E capire. E che tentano di organizzare una forma di resistenza al sopruso che si sta perpetrando. Ma sono tenuti sotto controllo. E neutralizzati. Viene loro impedito di comunicare con i concittadini nelle tende. L'operazione di comando e controllo è efficacissima. Si ottiene che gli Aquilani, sulla costa e nei campi, ricevano la medesima informazione, falsata, che passa nell'Italia intera: a L'Aquila si sta lavorando, tutto procede al meglio.
E non è finita qua: Miss Kappa.

martedì 9 febbraio 2010

Buoni genitori a Pavia

Eluana, la vita non è solo respiro

Una rosa per Eluana Englaro
È passato un anno dalla morte di Eluana Englaro. Diciotto anni dall’incidente mortale. Due morti diverse, spesso coincidenti: quella della coscienza, la morte mentale o biografica; quella che ti fa smettere di pensare e capire e sentire. E quella del corpo, assoluta e totale. Due morti diverse se si accoglie la premessa che la vita biologica è una condizione necessaria ma non sufficiente per la vita personale. Due morti diverse: una fortuita e accidentale; l’altra voluta, rivendicata come libertà e diritto di scegliere. E il volere la morte è qualcosa che non si perdona. Perché la vita è sacra e sono tutti bravi a dirti che non te ne puoi liberare, salvo poi magari ripensarci qualora si sia direttamente coinvolti. Perché la vita è sacra e il tuo volere non conta nulla.

Continua su Giornalettismo, 9 febbraio 2010.

venerdì 5 febbraio 2010

La libertà d’opinione può far male


La libertà d’opinione è un diritto fondamentale. Cosa si può definire opinione e cosa invece solo pregiudizio o ridicola affermazione? È un diritto fondamentale anche dire idiozie, ma è bene soffermarsi sugli effetti e sugli anticorpi (perlopiù assenti nelle tante persone che le ascoltano come fossero un oracolo).
È una abitudine diffusa chiedere al primo che capita cosa ne pensa del nucleare o del buco nell’ozono. Intervistatore e intervistato sono quasi sempre a digiuno degli argomenti di cui blaterano, ma non è un buon motivo per tirarsi indietro!
Ai diritti GLBTQ va particolarmente male. Lorella Cuccarini, presunta icona gay, si dichiara contraria al matrimonio gay perché lei è cattolica – dimenticando che l’Italia è uno Stato laico e non il corpo della testa vaticana e che esiste il matrimonio civile che non dovrebbe discriminare nessun cittadino. Le proteste non sono abbastanza forti per contrastare l’effetto sui tanti che ne sanno ancor meno o che non se ne curano. Tanto più che il Circolo Mario Mieli la ospita giustificandone le posizioni.
Ma Lorella è in buona compagnia: Sabrina Ferilli è d’accordo nel condannare matrimonio e adozioni se non sei eterosessuale; e Lucetta Scaraffia afferma che è forse meglio nascere in seguito a uno stupro che da una coppia gay. Ovviamente senza alcuna spiegazione o argomentazione. È così perché loro pensano così. Poco importa che sia insensato, crudele e lesivo di diritti già zoppicanti.

(Dnews, 5 febbraio 2010)

Lucetta, di nuovo


Scrive Lucetta Scaraffia sul Riformista di ieri («Il no al matrimonio tra omosessuali non è omofobia», 4 febbraio 2010, p. 17):

Il matrimonio infatti non appartiene al novero dei diritti che devono essere garantiti a tutti, ma è una istituzione che prevede la creazione di una famiglia, e quindi nasce dal legame fra una donna e un uomo che possono procreare. Se proprio lo vogliamo considerare un diritto, si tratta di un diritto che come molti altri – per esempio il diritto di voto, per usufruire del quale bisogna avere compiuto diciotto anni – richiede delle condizioni per accedervi. E non potersi sposare fra persone dello stesso sesso non può certo essere considerata una discriminazione o una mancanza di rispetto: è solo la constatazione che mancano dei requisiti richiesti per il matrimonio. Anche se questo, in una società che nella propria cultura ha ormai separato sessualità e riproduzione, non è sempre facile da capire.
Devo ancora incontrare un omofobo – pardon: una persona contraria al matrimonio tra omosessuali – che mi sappia spiegare in modo semplice e logico perché, in base ad argomenti come quelli offerti qui dalla Scaraffia, non si debba essere anche contrari al matrimonio tra un uomo e una donna che abbia superato i cinquant’anni, e che sia dunque senza alcun dubbio non più capace di procreare. Forse bisognerebbe istituire un premio in denaro: 1000, 2000 euro a chi trova la soluzione... Magari può concorrere anche la professoressa Scaraffia, che nel gennaio del 2009, a 60 anni suonati, confidava a Panorama di voler sposare in chiesa Ernesto Galli della Loggia (e vabbè che questi era già civilmente suo marito). Non risulta che i due abbiano avuto figli assieme.

mercoledì 3 febbraio 2010

Ancora Lucetta

Figli di gay meglio di figli di una violenza? Non so se è meglio. Questa più o meno una delle affermazioni di Lucetta Scaraffia (qui).
Ci si sorprende ancora, nonostante ne abbia già dette tante di perfide idozie. Perfide idiozie in un involucro sciocco. Il paragone con uno stupro è ridicolo, oltre ad essere sbagliate le sue conclusioni.
Sottoscrivo Mark.

martedì 2 febbraio 2010

Concezione verginale da sesso orale?

Sta girando in questi giorni nella blogosfera di lingua inglese una storia apparentemente incredibile (il centro recente di questa diffusione sembra essere «True Story: How To Get Pregnant via Oral Sex», Standard Madness, 25 gennaio 2010; la storia ha preso le ali dopo essere stata riproposta il 1 febbraio da Discover, «NCBI ROFL: That’s one miraculous conception», che riporta gran parte della fonte originale, risalente in realtà al lontano 1988).
Una ragazza quindicenne del Lesotho viene ricoverata in ospedale dopo che il suo ex fidanzato ha accoltellato lei e il suo attuale boyfriend. La donna presenta due fori allo stomaco, che vengono prontamente medicati. Nove mesi dopo, la stessa ragazza torna in ospedale, questa volta per una gravidanza giunta ormai a termine. Il parto però, come scoprono presto i medici, si presenta complicato: la donna, infatti, è priva di vagina. Dopo il parto cesareo e la nascita di un bambino di 2,8 kilogrammi giunge inevitabilmente il momento di porre alcune domande. Con l’aiuto di un’infermiera e di un po’ di tatto la storia emerge gradualmente: la ragazza sapeva di essere priva di vagina e, dopo qualche tentativo assai insoddisfacente di portare a termine un rapporto di tipo tradizionale, aveva ripiegato sulla pratica del sesso orale. Ed è proprio nell’atto di compiere quest’ultimo che l’aveva colta il suo ex; ne era seguito l’accoltellamento. Una volta chiarita la dinamica dell’avventuroso concepimento, ha luogo il tradizionale scambio di bestiame e la donna va a vivere col padre del bambino. I medici intanto concludono che la fecondazione sarebbe stata causata dal seme dell’uomo, scivolato attraverso il foro dello stomaco fino a raggiungere gli organi riproduttivi.

Cosa pensare di questa storia? Diciamo subito che i fatti sono riportati in una comunicazione scientifica autentica, apparsa su una rivista peer-reviewed: Douwe A.A. Verkuyl, «Oral conception. Impregnation via the proximal gastrointestinal tract in a patient with an aplastic distal vagina. Case report», British Journal of Obstetrics and Gynaecology (ora BJOG: An International Journal of Obstetrics & Gynaecology) 95 (1988), pp. 933-34. L’articolo è accessibile solo agli abbonati, ma una copia è disponibile qui (o qui). Il tono generale dell’articolo, a parte alcuni passi comprensibilmente coloriti, è inappuntabilmente scientifico.
Questa però non è una prova conclusiva di autenticità. Non è chiaro se la rivista abbia effettuato dei controlli, resi peraltro difficili dalla lontananza geografica; si può supporre che abbiano contato le credenziali professionali di Verkuyl, all’epoca primario di ostetricia e ginecologia degli United Bulawayo Hospitals di Bulawayo, Zimbabwe, e autore di almeno altri due studi scientifici (da allora il curriculum dell’autore si è arricchito, e conta ora 38 titoli, molti dei quali in riviste di primo piano).
Dall’altro lato, però, ci viene chiesto di credere a una serie inaudita di improbabilità concatenate. Abbiamo a che fare, nell’ordine, con una malformazione di per sé rara; con spermatozoi che riescono a sopravvivere nell’ambiente acido dello stomaco per più di alcuni secondi (anche se l’autore propone alcuni possibili meccanismi per questa circostanza); con un accoltellamento che si verifica proprio attorno ai giorni dell’ovulazione; con una ferita che interessa con precisione lo stomaco. Come se non bastasse, l’autore ritiene, per certe ragioni, che l’evento si sia verificato proprio intorno alla prima ovulazione della ragazza!
In breve: su un piatto della bilancia abbiamo la probabilità abissalmente bassa di una concezione che possiamo ben definire miracolosa; sull’altro, la probabilità che un professionista metta a repentaglio la propria reputazione per ordire uno scherzo ai danni di una prestigiosa rivista. Il David Hume del saggio sui miracoli non avrebbe avuto molti dubbi nel giudicare... (Esistono anche due altre possibilità: 1) che Verkuyl non abbia riportato il caso di prima mano e che sia stato a sua volta vittima di un inganno; ma questo equivale di nuovo a mettere in questione la professionalità dell’autore, che andrebbe contro la prassi propria di un case study e che comunque non cita nessun altro nell’articolo; il fatto, a prima vista un po’ sospetto, che il Lesotho sia abbastanza distante dallo Zimbabwe può facilmente spiegarsi in altro modo; 2) che esista un’altra spiegazione per l’accaduto; ma questo – visto anche che la paziente era stata sottoposta in seguito a un tentativo di ricostruzione della vagina, descritto con dovizia di particolari nell’articolo, e che non ci si poteva dunque ingannare sul suo stato – sembra equivalere a un altro miracolo.)

Ma esiste forse un modo per risolvere il caso, senza ricorrere a principi generali. Nel 1989 la stessa rivista (vol. 96, p. 501) pubblicava una lettera del dottor D.A. Hicks, a proposito dell’articolo di Verkuyl. Il testo non mi è accessibile (e sarò grato a chiunque me lo vorrà inviare), ma da alcuni accenni trovati altrove appare che Hicks avesse fatto notare le somiglianze del caso con un altro avvenuto durante la guerra civile americana, narrato da un certo L.G. Capers («Notes from the Diary of a Field and Hospital Surgeon, C.S.A.», The American Medical Weekly 1, 1874, pp. 233-34). Ecco la storia.
Siamo nel 1863. Una brigata dell’esercito confederato sta sostenendo l’urto dell’esercito nordista presso un villaggio, non lontano da un’abitazione la cui padrona di casa, assieme alle due giovani figlie, serve da infermiera. Nel corso dello scontro un soldato del sud cade improvvisamente, colpito da una palla vagante; quasi nello stesso istante, si ode un grido provenire dalla direzione della casa. Il chirurgo, autore dell’articolo, soccorre subito il giovane ferito. Il proiettile ha colpito la tibia e, rimbalzando, ha trapassato lo scroto portando via con sé il testicolo sinistro. Il medico ha appena finito di medicare la ferita, quando ecco giunge la padrona di casa: pochi minuti prima una delle sue figlie è rimasta gravemente ferita, trapassata al ventre da una pallottola che è rimasta nella cavità addominale. Nonostante la gravità delle lesioni, la ragazza riesce a sopravvivere e a riprendersi.
Il chirurgo, ripassando dallo stesso villaggio otto mesi dopo l’accaduto, trova la giovane in ottime condizioni, salvo per un inspiegabile ingrossamento del ventre. Un mese dopo, con grande costernazione della famiglia, nasce un bel bambino. La giovane protesta la propria virtù, ma il chirurgo non le crede, nonostante il fatto che durante il travaglio le abbia trovato l’imene ancora intatto.
Passano tre settimane, e il chirurgo viene chiamato dalla nonna del bambino: c’è qualcosa che non va nei genitali del neonato. Nello scroto è presente un corpo estraneo; e grande è la meraviglia del medico quando, estrattolo, si rende conto che si tratta di una pallottola, deformata per aver urtato contro qualche materiale solido. Lentamente la verità si fa strada nella mente del medico: una stessa pallottola, passando per lo scroto del soldato, aveva trascinato con sé il seme, per depositarlo nell’utero della ragazza, che era rimasta in questo modo incinta. Si rintraccia il giovane che, inizialmente scettico, acconsente a rendere visita alla ragazza; dopo qualche tempo, convinto o meno che sia dell’accaduto, la sposa.

Questa storia è, ovviamente, una bufala, come è dimostrato sul sito Snopes.comSon of a Gun»). A parte la somma improbabilità degli eventi, il ritrovamento del proiettile nello scroto del neonato è una chiara impossibilità medica; inoltre, in una «Editor’s Note» apparsa poco tempo dopo sullo stesso volume dello stesso giornale (pp. 263-64), si prendono le distanze dal racconto. Nonostante ciò la storia ha continuato a circolare, venendo presentata talvolta come un resoconto di un caso realmente accaduto.
Le analogie generali con i fatti del Lesotho sono evidenti; ma esistono almeno due collegamenti più specifici. Il primo è l’insistenza che si fa in entrambi i racconti sulla somiglianza del bambino con il padre: «I may mention having received a letter during the past year, reporting a happy married state and three children, but neither resembling, to the same marked degree, as the first – our hero – Pater familias!» (1874); «the son looked very much like the legal father», «The fact that the son resembled the father excludes an even more miraculous conception» (1988). Si potrebbe sostenere che si tratta di un espediente – a dire il vero più retorico che scientifico – per assicurare il lettore della realtà di quella peculiare paternità, e che come tale sia suscettibile di sviluppi paralleli ma autonomi. Più interessante un’altra coincidenza sospetta (segnalata già da qualche commentatore). Quand’è che le due ragazze partoriscono? «Just two hundred and seventy-eight days from the date of the receipt of the wound» l’americana; l’africana «Precisely 278 days later», anche se il termine di riferimento sembra essere qui non l’incidente ma le prime dimissioni dall’ospedale, 10 giorni dopo la ferita.
Dobbiamo chiederci a questo punto cosa ci sia di particolare in questa cifra. Fin da Aristotele la durata media della gravidanza umana è ritenuta ammontare a 280 giorni. Nella seconda metà del XIX secolo si era diffusa per qualche tempo la media alternativa di 278 (cfr. James Matthews Duncan, Fecundity, fertility, sterility, and allied topics, Edinburgh, Black, 1866, p. 337), ma ai giorni nostri si è tornati alla vecchia media di 280 (278 giorni sembra essere la gravidanza media delle donne giapponesi; per le africane la durata sembra ancora inferiore, mentre per le primipare è leggermente superiore), che casomai dovrebbe essere riveduta all’insù. Ecco spiegata la notazione dell’autore del 1874 («Just 278 days»), che avrà usato per la sua finzione la media ritenuta esatta all’epoca. Ma come spiegare la coincidenza con il resoconto del 1988? La si potrebbe addebitare all’ennesimo caso: in fondo, si potrebbe dire, la durata media di una gravidanza è più o meno quella, giorno più giorno meno. È vero che in questo caso ai 278 giorni vanno sommati, come abbiamo visto, i 10 del primo ricovero; ma 288 giorni sono ancora una durata nella media. Qui, però, il proverbiale asino fa un capitombolo. Quando si dice che una gravidanza dura in media 280 giorni, si intende che il computo inizia dall’ultima mestruazione. La fecondazione vera e propria si verifica in realtà in media 14 giorni dopo, intorno al momento dell’ovulazione (la cosa era ancora relativamente oscura nel XIX secolo). Ma nel caso in esame la ferita corrisponderebbe proprio alla fecondazione; la gravidanza quindi sarebbe equivalente a una di 278 + 10 + 14 = 302 giorni, che non è impossibile ma è assai inusuale (e molto pericolosa per la madre). Anche ammettendo che lo sperma sia sopravvissuto per qualche tempo nel corpo della donna, il totale si può abbassare non più di 4-5 giorni. Avremmo insomma altre due ulteriori improbabilità da aggiungere alla nostra già cospicua lista: una gravidanza di durata anomala, e un autore che comunica una cifra «casualmente» analoga (e arbitraria: qui 278 giorni sono solo il periodo intercorso tra un ricovero e l’altro) a quella presente nell’unico resoconto analogo presente (abusivamente) nella storia della medicina.

Tutto, naturalmente, è possibile; ma la sensazione è che il dottor Verkuyl abbia voluto indirizzare ai suoi lettori una poderosa, ancorché in tralice, strizzata d’occhio.

Aggiornamento 3/2/2010: nei commenti un lettore propone un’affascinante ipotesi alternativa.

Il 2010 quaranta anni fa

Sono nuovamente ospite del blog Estropico, con un post sulle predizioni di un romanzo di fantascienza di quarantatré anni fa.

È l’arte più difficile; è, per dirla tutta, un’arte impossibile. Ma prevedere il futuro – di questo sto parlando – è anche un’arte indispensabile: non possiamo rinunciare del tutto ad anticipare, sia pure per vaghi accenni, in quale direzione stiamo andando, cosa ci aspetta dietro la prossima collina.
I metodi non mancano: modelli matematici, curve esponenziali e logistiche, scenari; ma nel migliore dei casi sono ovviamente solo delle euristiche, tecniche empiriche che possono farci avvicinare alla verità ma non possono dimostrarla rigorosamente. Fra i tanti, un sistema accessibile e non privo di efficacia è quello di esaminare le previsioni fatte in passato, cercando di imparare dai successi e – soprattutto – dagli errori di chi ci ha preceduto. Siamo nel 2010; nulla di meglio, allora, che esaminare un romanzo di fantascienza di qualche tempo fa ambientato in quest’anno. Non il ben noto 2010: Odyssey Two di Arthur C. Clarke, ma Stand on Zanzibar (Tutti a Zanzibar nell’edizione italiana della Nord, che è del 1977) dello scrittore britannico John Brunner (1934-1995), scritto nel 1967 e pubblicato nel 1968. Il libro si presta al nostro scopo: grazie a una tecnica narrativa particolare, che Brunner aveva preso in prestito dai romanzi di John Dos Passos, e che utilizza titoli di notiziari, spot pubblicitari, canzoni, slogan governativi, conversazioni casuali, citazioni di libri, nonché una folta schiera di personaggi e molteplici fili narrativi, ci ritroviamo in mano un affresco inusualmente dettagliato. Non ne riassumo la trama, che è secondaria rispetto ai nostri scopi, e passo direttamente all’esame delle predizioni. […]

(Continua su Estropico.)

lunedì 1 febbraio 2010

Ma perché facciamo guerra all’Islam?

Riccardo Chiaberge intervista l’islamista Olivier Roy sul divieto del velo integrale («Due estremismi in un burqa», Il Sole 24 Ore, 30 gennaio 2010, p. 15). Alcune delle riflessioni di Roy meritano di essere riportate:

«Il burqa è rifiutato dall’opinione pubblica, non c’è dubbio, ma su quale base giuridica lo si può vietare, se non per ragioni di sicurezza in luoghi specifici (poste, stazioni, eccetera)? Tanto più che le donne in burqa, spesso convertite di fresco, portano questo abito volontariamente, in modo ostentato, per provare la loro fede. Come si può considerare segno di schiavismo o di subordinazione un atto di fede, anche se ci appare esibizionistico? È il paradosso del burqa, che dà una maggiore visibilità proprio a ciò che vuole nascondere: la donna devota! Alla stessa stregua, come ai tempi della Rivoluzione francese, dovremmo proibire gli ordini contemplativi cattolici, dove uomini e donne credenti si rinchiudono per libera scelta in nome della fede?» […]
«Ma perché facciamo guerra all’Islam? – si domanda Roy, capovolgendo il luogo comune secondo cui è l’Islam radicale, semmai, a farci la guerra. – Per una parte della sinistra, l’Islam va combattuto in nome della laicità, dei diritti dell’uomo e della parità tra i sessi. Ma sempre di più lo si fa in nome dell’identità cristiana. Perfino intellettuali come Max Gallo, un ex-gauchiste che adesso va in chiesa, anche se non crede in Dio, al solo scopo di sostenere la civiltà europea, proprio come la vecchia Action française di Maurras (che peraltro la Chiesa condannò nel 1926). La sinistra è in un’impasse. Non ha saputo concepire un discorso di libertà sul problema religioso. Chiede solo di proibire il velo. E finisce così per allinearsi alla destra cristiana. Ma come conciliare il matrimonio gay e l’identità cristiana dell’Europa? C’è anche una sinistra terzomondista, specialmente in Inghilterra, che simpatizza con l’Islam in quanto strumento di riscatto degli oppressi, ma in tal modo giustifica i fondamentalisti». […]
Hanno ragione allora quelli che vorrebbero arginare “l’invasione” musulmana, vietando la costruzione di nuove moschee, vivaio di futuri terroristi? «Assurdo. L’immigrazione avverrà con o senza moschee. E la libertà religiosa è uno dei fondamenti della cultura politica europea. Si facciano dei minareti in stile svizzero, delle moschee all’occidentale, moderne. Ma non si chieda agli immigrati di convertirsi o di rinnegare la loro fede».

domenica 31 gennaio 2010

Crocifisso in salsa bavarese

Stefano Ceccanti, senatore del Partito Democratico, uno dei padri dei non compianti DiCo, ha firmato lo scorso dicembre assieme ad altri colleghi una proposta di legge in tre commi che regola l’esposizione nelle aule scolastiche del crocifisso:

1. In considerazione del valore della cultura religiosa, del patrimonio storico del popolo italiano e del contributo dato ai valori del costituzionalismo, come segno del valore e del limite delle costituzioni delle democrazie occidentali, in ogni aula scolastica, con decisione del dirigente scolastico, è affisso un crocifisso.
2. Se l’affissione del crocifisso è contestata per motivi religiosi o di coscienza dal soggetto che ha diritto all’istruzione, ovvero dai suoi genitori, il dirigente scolastico, sulla base del princìpio di autonomia scolastica, nel rispetto dei princìpi di tutela della privacy e di non discriminazione nonché tenendo conto delle caratteristiche della comunità scolastica, cerca un accordo in tempi brevi, anche attraverso l’esposizione di ulteriori simboli religiosi.
3. Qualora non venga raggiunto alcun accordo ai sensi del comma 2, nel rispetto dei princìpi di cui al medesimo comma 2, il dirigente scolastico adotta, previo parere del consiglio di circolo o di istituto, una soluzione che operi un giusto contemperamento delle convinzioni religiose e di coscienza di tutti gli alunni della classe coinvolti e che realizzi il più ampio consenso possibile.
La proposta si ispira dichiaratamente alla legge bavarese sull’educazione e l’istruzione pubblica, Bayerisches Gesetz über das Erziehungs- und Unterrichtswesen (BayEUG), approvata il 23 dicembre 1995 dal Parlamento del Land Baviera ed entrata in vigore il 1º gennaio 1996. A proposito di quest’ultima, ecco cosa scrive Susanna Mancini in un bell’articolo di prossima pubblicazione («La supervisione europea presa sul serio: la controversia sul crocifisso tra margine di apprezzamento e ruolo contro-maggioritario delle Corti», Giurisprudenza Costituzionale, n. 5, 2009, alla nota 95):
Nel 1995, la Corte Costituzionale tedesca stabilì l’incostituzionalità dell’articolo 13.13 della legge bavarese che obbligava all’esposizione della croce nelle aule della scuola dell’obbligo (1 BvR 1087/91, d.d. “Kruzifix-Urteil”). Con l’ovvio intento di aggirare il disposto di questa sentenza, il legislativo bavarese ha adottato un nuovo atto, il quale “in considerazione della connotazione storica e culturale della Baviera” obbliga ad esporre il crocifisso in tutte le aule. Se tuttavia qualcuno obietta “per ragioni serie e comprensibili inerenti alla fede o a una visione del mondo”, il preside della scuola deve condurre un procedimento di conciliazione. Se non si raggiunge nessuna soluzione, il preside deve ricercare una soluzione ad hoc che rispetti la libertà religiosa del dissenziente, realizzi un bilanciamento tra le convinzioni ideologiche e religiose di tutta la classe e, come se non bastasse, prenda anche in considerazione la volontà della maggioranza (Art. 7, Bayerische Gesetz über das Erziehungs und Unterrichtswesen, BayEUG). L’ambiguità di questa procedura è emersa chiaramente quando una scuola e, successivamente, la corte amministrativa della Baviera hanno rigettato le obiezioni dei genitori di uno scolaro, definendole “pretestuose e polemiche” ed affermando che l’ateismo della famiglia non costituisce un motivo serio per obiettare all’esposizione del crocifisso. In ultima istanza la Corte Suprema Amministrativa (Bundesverwaltungsgericht) ha accolto invece le argomentazioni dei genitori dissenzienti, affermando che la libertà di coscienza include anche quella di non credere (Bundesverwaltungsgericht, sentenza n. 21/1999, 21 aprile 1999).
Ma veniamo al disegno di legge di Ceccanti & Co. C’è subito da rilevare la conferma della tendenza recente a infarcire i preamboli dei testi di legge con roboanti dichiarazioni di principio, quasi che gli estensori ci vogliano far ingollare, oltre alla norma concreta, anche la loro personale (e spesso discutibilissima) visione del mondo; rimando per il resto alle caustiche osservazioni di Galatea sul comma 1 della proposta di legge.
In secondo luogo, va notata l’ambiguità del testo, da cui non si riesce a capire se sia possibile o meno che in una classe non venga esposto il crocifisso; solo da un accenno della relazione introduttiva («non per questo diventa immediatamente legittimo o, quanto meno, opportuno il suo contrario, ovvero l’obbligo di esposizione senza alcuna possibilità di eccezione») sembra di poter concludere che l’eccezione sia ammessa. La vaghezza della legge sarà senza dubbio foriera di futuri contenziosi, esattamente come nel caso del modello bavarese.
Ma il punto principale è che la proposta di legge è del tutto incompatibile con il principio di laicità. Essa individua ancora una confessione privilegiata, quella cattolica, il cui simbolo è esposto per default, mentre gli appartenenti ad altre religioni sono costretti all’iter di una apposita richiesta, il cui esito, per giunta, non sembra neppure scontato. Il richiamo alla privacy del disegno di legge assume qui tutti i caratteri dell’ipocrisia: il singolo, per vedere rispettata anche la propria confessione – magari poco popolare o controversa agli occhi della maggioranza – deve uscire allo scoperto, mentre ai cattolici è risparmiato ogni sforzo. Da notare come non si faccia neppure cenno, con insensibilità rivelatrice, ai costi degli altri simboli da esporre: saranno a carico delle famiglie o dell’istituzione scolastica? Questi rilievi farebbero pensare a una possibile incostituzionalità di una legge articolata su queste linee, per violazione dell’art. 3 Cost. prima ancora che dell’art. 8.
Sarebbe possibile una legge che ammetta la presenza dei simboli religiosi senza incorrere in questi rilievi? In teoria sì, almeno in parte: bisognerebbe abolire ogni obbligo e ogni ruolo attivo delle istituzioni, lasciando le pareti scolastiche a disposizione degli alunni, che – su richiesta – sarebbero liberi di appendere i loro simboli. Ma è chiaro che questa proposta non potrebbe essere fatta propria dalla maggior parte dei cattolici, compresi quelli «progressisti» (come dimostra la proposta Ceccanti), perché renderebbe concreta la possibilità che in alcune aule si debba procedere alla rimozione del crocifisso per mancata richiesta, e soprattutto perché farebbe venire meno l’esemplarità del simbolo, dissolvendo la sua «certificazione» statale. In ogni caso, anche questa proposta sarebbe imperfettamente laica, lasciando pregiudicata la posizione degli indifferenti al fatto religioso – non tanto gli atei quanto gli agnostici – per i quali sarebbe problematico concepire un simbolo apposito. E ci si potrebbe interrogare sulla sensatezza di concedere attivamente spazio a segni di divisione in un contesto, come quello scolastico, che dovrebbe promuovere per quanto è possibile l’integrazione dei cittadini in una comunità civile unita.

Aggiornamento: tutto da leggere il severo commento di Francesco Costa alla proposta di legge.

venerdì 29 gennaio 2010

Il giudice e la «confusione di ruoli»

Da Repubblica.it, edizione di Milano («Il giudice: “Figli di una coppia di lesbiche? Nessun disagio per loro dall’omosessualità”», 28 gennaio 2010):

Il tribunale dei minorenni di Milano ha riconosciuto che l’omosessualità non è causa di disagio per i figli voluti da una coppia di lesbiche che, prima della separazione, li ha cresciuti secondo «uno schema tipicamente familiare». È questo il senso di un provvedimento firmato dal giudice Emanuela Aliverti. La vicenda ha al centro la separazione di una coppia di donne, che hanno convissuto per nove anni (fino al 2003) e assieme hanno deciso, tramite l’inseminazione artificiale, di avere due figli, entrambi dati alla luce da una delle due.
Una delle due donne – quella che non è la madre biologica e che non ha alcun legame giuridicamente tutelato con i due bimbi, aveva presentato ricorso al Tribunale dei minori per l’affidamento condiviso e la regolarizzazione del diritto di visita – dopo che la mamma naturale dei bimbi le aveva imposto l’interruzione dei rapporti con i piccoli. Il ricorso venne dichiarato inammissibile per «difetto di legittimazione» e gli atti trasmessi al pm affinché valutasse l’apertura di un procedimento a tutela dei due ragazzini, un maschio e una femmina che ora hanno rispettivamente otto e dieci anni.
I giudici, rilevando l’indubbio legame affettivo tra la ex compagna della madre e i bimbi, avevano espresso preoccupazione per lo stato «psico-fisico» dei due a causa dell’interruzione dei rapporti con una figura che si era posta come genitore e per il loro «inserimento in un contesto caratterizzato da una potenziale confusione di ruoli». All’esito dell’istruttoria, a metà gennaio, il tribunale ha archiviato il caso avendo verificato l’adeguatezza della madre biologica, assistita dall’avvocato Marzia Simionato, a svolgere il proprio ruolo di genitore a prescindere dalla sua omosessualità, e l’assenza di pregiudizio per i due bimbi per l’interruzione dei rapporti con la ex compagna della mamma.
I bimbi, come è emerso, non hanno sofferto disagi per il contesto di vita in cui hanno vissuto e vivono: una madre che prima aveva una compagna e ora ne ha un’altra e un padre biologico che conoscono e che vive con un uomo.
Bene; ma c’era davvero bisogno che lo dicesse un giudice?

Aggiornamento 20/2: Panorama dà qualche dettaglio in più sulla vicenda e sulla sentenza (Maurizio Tortorella, «Se mamma si separa da mamma», 25 febbraio, p. 80).

giovedì 28 gennaio 2010

Io non ho capito però

«La mia non è una battaglia per la morte - afferma - ma per la vita». «Io farò tutto questo - aggiunge - e camminerò con la testa alta perché ho combattuto per la vita di mio fratello [Salvatore Crisafulli]. Lui non morirà di stenti, ma se ne andrà via dormendo».
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Un velo insopportabile?

Michele Ainis interviene sul tema della proibizione del velo integrale islamico – burqa o niqab – che sull’onda di quanto si appresterebbe a fare la Francia è tornato di attualità anche da noi («Se lo Stato laico invade le identità», La Stampa, 27 gennaio 2010, p. 1).

Proviamo allora a soppesare gli argomenti a favore o contro tale soluzione. E proviamo a farlo – giustappunto – laicamente, senza preconcetti ideologici né tanto meno religiosi.
Primo: la sicurezza. Se ti copri fino ai piedi con un vestito afghano, come potrò esser certo che non nascondi sotto il burqa qualche chilo di tritolo? E come farò a identificarti, se del tuo volto posso vedere solo gli occhi? Preoccupazione legittima, ma allora per simmetria dovremmo proibire anche il passamontagna, il casco dei motociclisti, la maschera di Paperino a Carnevale. Dovremmo impedire la circolazione ai signori troppo intabarrati, con questo freddo poi, come si fa. No, non è la sicurezza l’alibi di ferro per importare quel divieto, lo prova il fatto che esso non s’estende ad altri tipi di mascheramento. E del resto consentire il burqa non significa consentire d’incollarlo al corpo con il mastice, se un poliziotto ti chiede di sollevarlo per guardarti dritto in faccia, tu comunque hai l’obbligo di farlo.
Secondo: la tutela delle islamiche rispetto alla prepotenza del gruppo cui appartengono. Difatti il burqa evoca un atto di sottomissione, la condizione della donna come figlia di un dio minore. Vero, due volte vero; ma siamo certi che sia giusto proibirlo anche quando chi l’indossa abbia deciso spontaneamente di vestirsene? Non c’è forse l’ombra di un imperialismo culturale in tale atteggiamento? Non puzza un po’ di Stato etico, non è paternalistica l’idea che i pubblici poteri debbano liberare gli individui dai condizionamenti sociali o familiari? E perché allora non vietare pure il battesimo ai minori, la circoncisione dei bambini ebrei, la prima comunione? No, l’identità – di singolo e di gruppo – è sempre il frutto di una scelta, mai di un’imposizione; è questione culturale, che va aggredita quindi con strumenti culturali, non attraverso il bastone della legge. Sempre ammesso che sia desiderabile forgiare una società omogenea come un plotone militare. Ci aveva provato Mao Tse-tung, ordinando ai cinesi d’indossare tutti la medesima divisa. La nostra idea di laicità è l’opposto, muove dal diritto di vestirci un po’ come ci pare. Un Carnevale che dura tutto l’anno.
A parte una formula un po’ ambigua – in che senso l’identità di gruppo è sempre il frutto di una scelta? – non si può che concordare con quanto dice Ainis: proibire il burqa con la scusa della sicurezza è un alibi ipocrita, e bisogna ammettere che spesso l’adesione alle norme del gruppo è spontanea e sincera (nei limiti in cui lo è sempre il conformarsi a una norma culturale).
In teoria il velo integrale potrebbe essere bandito in nome di una terza esigenza, che Ainis non esamina: come il «comune senso del pudore» giustifica tuttora il divieto di andare in giro nudi negli spazi pubblici, così – all’estremo opposto – si potrebbe vietare il burqa in nome del turbamento che provoca nella maggioranza di noi. Ma se il burqa e il niqab sono indubbiamente orribili a vedersi, lo sono davvero di più di certe tenute che non ci sogneremmo mai di proibire, per quanto sconcertanti? Il nostro turbamento è davvero così istintivo, oppure è in realtà il frutto di un pregiudizio ideologico? E non rischiamo in questo caso di discriminare su base religiosa? In dubio pro libertate è forse la conclusione inevitabile.

sabato 23 gennaio 2010

Mater Morbi


Eugenia Roccella pare non avere niente di più importante da fare per mettersi a polemizzare pure con Dylan Dog... Giuda ballerino!
Tuttavia io sono d'accordo con Roberto Recchioni: se è servito per parlare di fumetto e di Dylan Dog va gran bene.
E poi ci saremmo persi questa chicca: Maccheccazzodigente. Già.

Contro l’Ru486 sono le donne le più agguerrite


Visto che la battaglia contro la commercializzazione della RU486 è stata persa, gli avversari dell'interruzione di gravidanza e della libera scelta cercano di correre ai ripari discutendo delle modalità di assunzione. Si invocano linee guida rigide e tempestive che, in sintesi, impongano il ricovero. Tutto questo, naturalmente, in difesa delle donne, che sono talmente sceme da non meritare la possibilità di scegliere né se abortire (soffriranno per sempre e il loro rimpianto non sarà mai estinto), né come abortire (l'aborto chirurgico o quello farmacologico, un eventuale ricovero e la sua durata, magari parlando con il proprio medico).
Tra i più agguerriti sostenitori del ricovero imposto svettano alcune donne: Bianconi, vice presidente dei senatori del PdL e membro della Commissione Igiene e Sanità, forse meglio ricordata per essere una “pianista” in Senato; e Dorina Bianchi, presidente dei senatori Udc. Entrambe paladine di un altro obbrobrio contrario alla salute delle donne e alla intelligenza delle persone: la legge 40. Tra le sostenitrici illustri del ricovero coatto c'è anche Renata Polverini, candidata alla Regione Lazio.
Bisognerebbe ricordare a queste signore, e a chi con loro si schiera, che il ricovero coatto è legittimo solo in caso di malattie infettive o di grave diagnosi psichiatrica.
Vogliamo forse ipotizzare il trattamento sanitario obbligatorio per una donna che decide di interrompere una gravidanza?

DNews, 22 gennaio 2010

mercoledì 20 gennaio 2010

I trucchetti della Roccella

Eugenia Roccella torna, per rispondere ad alcuni critici, sulla vicenda della sentenza del Tribunale di Salerno, che ha consentito la diagnosi di preimpianto a una coppia portatrice di una gravissima patologia genetica («I finiani mi accusano senza conoscere la realtà», Il Giornale, 19 gennaio 2010, p. 4); e così facendo ricorre al suo consueto arsenale di trucchi volgari. Vediamo quali.

L’eugenetica è sempre stata introdotta «a fin di bene», motivandola con la pietà e con la necessità di eliminare il dolore. È qui che si inserisce la nuova utopia scientista che, sostituendosi alle grandi utopie sociali del secolo scorso, promette ancora un uomo nuovo, e ci illude che la sofferenza, la malattia, l’imperfezione, l’ingiustizia del caso, si possano sconfiggere e abolire. […] Ha fatto bene Giorgio Israel, sul Giornale di sabato scorso, a sottolineare come sia antiscientifico attribuire alla medicina uno statuto di scienza indiscutibile, in grado di offrire certezze.
È la vecchia tecnica dell’uomo di paglia: attribuire ai propri avversari idee che quelli non hanno mai avuto, al solo scopo di confutarli meglio. La diagnosi genetica di preimpianto – come tutte le tecniche biomediche – non offre certezze ma solo probabilità; non si propone di abolire la sofferenza ma di diminuirla. E nulla vieta di rivendicare un diritto anche se il suo godimento è soltanto probabile: il fatto che potrebbe in teoria morire prima di raggiungere l’età pensionabile non priva affatto un lavoratore del diritto alla pensione. Quanto all’articolo di Giorgio Israel citato dalla Roccella, consiste in un sermone sui massimi sistemi che non cita mai una volta la concreta malattia del caso in esame (l’atrofia muscolare spinale di tipo 1): solo così l’autore può far credere che essa ricada nel novero delle patologie genetiche di cui le cause non sono ben note e la prevenzione risulta aleatoria.
Per avere conferma sul piano pratico delle acute osservazioni di Israel, basta considerare alcuni studi recenti, assai poco rassicuranti: il tasso di disabilità tra i bimbi selezionati geneticamente sembra essere uguale o addirittura maggiore di quello esistente tra i bambini non selezionati.
Qui l’inganno si fa atroce, perché la Roccella – per colpa o per dolo – dà informazioni fuorvianti su un tema attinente alla salute; cosa già grave di per sé, ma doppiamente grave per chi come lei riveste un ruolo istituzionale.
La diagnosi genetica di preimpianto si effettua prelevando e analizzando una delle cellule dell’embrione, quando questo ne conta ancora molto poche (in genere otto o poco più). L’operazione sembra priva di conseguenze: statisticamente, le anomalie congenite sviluppate da embrioni sottoposti a questa diagnosi non eccedono quelle degli altri embrioni concepiti in vitro (che poi questi ultimi abbiano a loro volta più anomalie degli embrioni normali è un argomento dibattuto – ricordiamo comunque che l’alternativa per questi bambini è di non esistere – ma qui ci interessa solo la diagnosi preimpianto). Alcuni studi hanno rivelato un leggero aumento di anomalie, ma è chiaro che in ogni caso il gioco vale la candela: nel caso dell’atrofia muscolare spinale di tipo 1 la probabilità di due portatori sani di avere un bambino affetto da una malattia che lo porterà a una morte certa entro il primo anno di vita è del 25%, ben superiore in media a qualsiasi danno (magari lieve) possa derivare dalla diagnosi genetica, ammesso che ne produca.
Questi sono i fatti; ora vediamo che versione ne dà la Roccella. Se leggiamo attentamente le sue parole, scopriamo con stupore che in realtà non sta dicendo niente di diverso: «il tasso di disabilità tra i bimbi selezionati geneticamente sembra essere uguale o addirittura maggiore di quello esistente tra i bambini non selezionati». Ma allora perché mai questi dati dovrebbero essere «assai poco rassicuranti»? Se il tasso di disabilità è uguale a quello dei bambini non «selezionati» vuol dire che la selezione non presenta controindicazioni! L’equivoco in cui la Roccella è caduta – o cerca di farci cadere – consiste con ogni probabilità nel termine di paragone: per lei, i bambini non «selezionati» sono quelli concepiti da genitori portatori della malattia; in questo caso la diagnosi genetica sarebbe effettivamente inutile o dannosa. Come è ovvio, invece, gli studi paragonano i bambini sottoposti alla diagnosi a tutti gli altri bambini, concepiti da genitori mediamente sani. Un fraintendimento davvero colossale.
La Roccella passa poi a prendersela con Sofia Ventura, rea di averla criticata su FfWebMagazine, il periodico online della fondazione finiana FareFuturo («Quanto non ci piace la “destra paternalista”», 18 gennaio):
La Ventura conviene che il diritto al figlio sano non può esistere, ma che deve valere la libertà di ricorrere alle tecniche secondo i propri criteri soggettivi. La libertà, però, va regolata, e se non ci fossero norme e divieti, sarebbe possibile fare un figlio a 70 anni, vendere e comprare ovociti ed embrioni, affittare uteri. Perché no? Se deve valere il mio criterio soggettivo, perché mettere limiti?
Se qualcuno «conviene» in qualcosa con Eugenia Roccella, si può essere ragionevolmente sicuri che stia sbagliando. Dire, come fa la Ventura, che esiste «la “libertà” di fare ricorso alle applicazioni della scienza» è solo un altro modo di affermare un diritto alla maternità e un diritto ad avere figli sani. Che queste cose non possano essere garantite con certezza non esclude affatto, come abbiamo già visto, che esse costituiscano dei diritti, e precisamente dei diritti negativi alla non interferenza: se esiste un medico disposto ad applicare quelle tecniche, nessuno deve interferire senza fondato motivo nel libero rapporto che si instaura fra quello e il paziente. La Roccella ricorre a questo punto all’ennesimo trucco argomentativo, quello della falsa dicotomia: o esiste una libertà sregolata e «soggettiva», o non esistono diritti esigibili. Ma dal punto di vista liberale il limite ai miei diritti esiste, anche se è uno solo, cioè quello del rispetto dei diritti altrui. Nel caso della diagnosi preimpianto questo significherebbe come minimo riconoscere all’embrione diritti pari a quelli degli altri soggetti implicati – ammesso, naturalmente, che risparmiare al concepito una morte per lento soffocamento all’età di sei mesi significhi rispettarne i diritti. Ma l’attribuzione di questi diritti non può essere data per scontata, e di fatto il nostro ordinamento giuridico non la riconosce. La Roccella abolisca la legge sull’aborto e modifichi l’art. 1 del Codice Civile, se ci riesce, e poi ne riparliamo.
E perché, soprattutto, questa distinzione tra diritto e libertà non vale per il fine vita? Ognuno di noi ha la libertà di morire, di mettere a rischio la propria vita e la propria salute. Ma tutto questo non può essere codificato in diritti esigibili. Esistono norme che impongono la cintura di sicurezza e il casco, e che vietano la vendita dei propri organi o il suicidio assistito. Insomma, sono libero di suicidarmi, ma non posso pretendere che il medico, o il Servizio sanitario nazionale, siano obbligati a garantirmi questa possibilità.
Qui emerge la consueta propensione dell’integralista alla neolingua. «Libertà», per la Roccella, non significa libertà giuridica ma mera possibilità fisica di compiere un atto: il malato terminale è libero di suicidarsi solo nel senso di avere la capacità di buttarsi dal terrazzo se nessuno è presente, ma non può chiedere a nessuno di aiutarlo a porre fine in modo più umano alle proprie sofferenze e non può nemmeno impedire che qualcuno lo blocchi e lo faccia ricoverare in manicomio. «Diritti» sono solo quelli che possiamo costringere qualcun altro ad erogarci; il libero accordo fra individui resta fuori dall’orizzonte mentale della Roccella – assieme del resto a molte, molte altre cose.

domenica 17 gennaio 2010

Ci è o ci fa?

Il privilegio di insegnare religione

SCATTI stipendiali per gli insegnanti, ma solo per quelli di religione. Lo ha stabilito il ministero dell'Economia lo scorso 28 dicembre. Mentre i sindacati della scuola sono alle prese con un complicato rinnovo del contratto in favore di tutti i docenti e gli Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari) della scuola, alla chetichella quelli di religione nella busta paga del mese di maggio troveranno una gradita sorpresa: il "recupero" degli scatti (del 2,5 per cento per ogni biennio, a partire dal 2003) sulla quota di retribuzione esclusa in questi anni dal computo. Supplenti compresi.

A spiegare la portata del provvedimento, che porterà nelle tasche degli interessati un bel gruzzoletto, è lo Snadir (il sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione). "Gli aumenti biennali per gli insegnanti di religione, che in precedenza venivano calcolati nella misura del 2,5 per cento del solo stipendio base, dovranno ormai ammontare al 2,5 per cento dello stipendio base comprensivo della Indennità integrativa speciale". Una cosetta di non poco conto visto che l’Indennità integrativa speciale rappresenta circa un quarto dell’intera retribuzione dell’insegnante e che gli anni da recuperare sono tanti, quasi quattro bienni.
Continua (e fa molto indispettire): Aumenti ai prof di religione. È la "sorpresa" di Tremonti, la Repubblica, 16 gennaio 2010.

venerdì 15 gennaio 2010

Amanti della vita immaginari

Il commento migliore alla sentenza del giudice Antonio Scarpa del Tribunale di Salerno, che ha autorizzato per la prima volta in Italia la diagnosi genetica di preimpianto per una coppia fertile portatrice di una gravissima malattia ereditaria, è forse quello di Giordano Bruno Guerri, apparso ieri sul GiornaleDico no a una norma feroce che finge d’amare la natura e non ama l’essere umano», 14 gennaio 2010, p. 15). Ne riporto la parte finale:

Il caso della famiglia lombarda di cui parliamo sembra fatto apposta non per aprire una discussione – come accadrà – ma per chiuderla. La povera madre (che abbraccio), ha avuto cinque gravidanze per ottenere un solo figlio sano. Un’altra figlia è nata, e morta a sette mesi, perché la coppia è portatrice di una tremenda malattia ereditaria. L’Atrofia Muscolare Spinale di tipo 1 causa la paralisi di tutta la muscolatura e porta a una dolorosissima morte per asfissia dopo una vitanonvita di agonia. È, secondo le statistiche, la più comune causa genetica di morte dei bambini nel primo anno di vita. Mia madre, che ha novant’anni, piange ancora (e non per modo di dire) una bambina che le morì a sette mesi – per polmonite – più di sessant’anni fa. Alzi la mano chi di voi è pronto a condannare quella donna e quell’uomo per avere deciso tre aborti che avrebbero portato bambini malati di quella crudeltà della natura. Se qualcuno l’ha alzata, si tratta di mani che non sono disposto a stringere, neanche appartenessero all’uomo più pio della terra. Il più buono non può esserlo di certo. Si alzeranno molte mani, piuttosto, per dire che allora quella coppia doveva rinunciare a fare altri figli, piuttosto che ricorrere alla diagnosi genetica preimpianto, ovvero a selezionare gli embrioni sani. Sono mani di amanti della vita immaginari, ai quali chiedo: è meglio nascere sani o malati? Chiedo: è meglio nascere o non nascere? Chiedo: quanti feti già sviluppati, di molte settimane, subiscono un aborto – chirurgico e legalissimo – dopo un’amniocentesi? Quel bambino «selezionato geneticamente» non è un esperimento hitleriano per produrre una razza di superuomini. Gli viene garantito soltanto che sarà in grado di vivere. Che altro si vuole da lui e per lui? Che altro dolore si vuole imporre a quei due genitori che desiderano soltanto averlo e amarlo senza sofferenza? Sia data lode – la mia ammirazione senz’altro – al giudice Antonio Scarpa, che ha autorizzato la diagnosi preimpianto, smentendo una legge assurda e feroce che – fingendo di amare la natura – non ama l’essere umano.
Da leggere, sempre sul Giornale, anche l’intervento del deputato del PdL Melania Rizzoli, «Caro sottosegretario Roccella, non è reato volere dei figli sani» (15 gennaio, p. 11).