domenica 12 maggio 2013
Chi ci marcia sulla Marcia per la Vita
Postato da Chiara Lalli alle 07:53 0 commenti
Etichette: Aborto, Embrione, Feto, Interruzione volontaria di gravidanza, Legge 194/1978, Marcia per la via
venerdì 3 maggio 2013
Festa delle Famiglie 2013
Domenica 5 maggio si svolgerà a Ferrara, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Roma, Torino e Venezia la V edizione della Festa delle Famiglie, organizzata da Famiglie Arcobaleno, l’associazione dei genitori omosessuali, in partnership con altre associazioni.
Questo è il comunicato stampa di Famiglie Arcobaleno:
Sembra una favola. Una piccola associazione viene fondata nel 2005 da un pugno di genitori omosessuali. Otto anni dopo, la ritroviamo a organizzare insieme alle maggiori organizzazioni progressiste italiane un evento di portata mondiale.Per i dettagli degli eventi locali, si può consultare il sito di Famiglie Arcobaleno.
Giunta alla sua V edizione, la Festa delle Famiglie si conferma come un’eccezionale occasione di aggregazione tra le realtà più diverse, unite nel condividere una visione aperta, rispettosa e progressiva della famiglia, dell’educazione, dell’ambiente, della società. In luoghi pubblici e accoglienti, dove tutti possono incontrarsi, chiacchierare, condividere ore liete.
L’appuntamento è domenica 5 maggio nei parchi e nelle piazze di nove città italiane: Ferrara, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Roma, Torino, Venezia. Un’occasione per giocare, costruire, dipingere; per godersi laboratori, concerti, spettacoli teatrali; per scoprire la natura e la biodiversità, apprendere la democrazia dei diritti, e soprattutto incontrare famiglie di ogni tipo e toccare con mano che si somigliano tutte. E che stanno bene insieme.
Già l’anno scorso la grande festa di Famiglie Arcobaleno, l’associazione dei genitori omosessuali, si era svolta in partnership con Legambiente (con il nome Tutti Uguali Tutti Diversi). Quest’anno l’alleanza si rinnova. La Festa sarà abbinata alla XX edizione di 100 Strade per Giocare, manifestazione che mira a rendere le nostre città più libere e sicure per ragazzi e bambini. Anche i bambini arcobaleno hanno un bisogno vitale di riappropriarsi di un Paese che ancora non li riconosce. Ci sono cento strade per giocare, e mille modi per amare.
Ma da quest’anno alla Festa delle Famiglie partecipano anche due nuovi amici. Amnesty International, la grande organizzazione per i diritti civili, è da tempo attenta ai nostri temi. Un esempio recente: il convegno “Io non discrimino. Orientamenti sessuali ed identità di genere nella scuola italiana”, tenuto a Palazzo Valentini (Roma) poche settimane fa. Il 5 maggio Amnesty sarà di nuovo al nostro fianco con materiali, iniziative, idee per i più giovani. E con noi ci sarà anche, con banchetti e letture, il Coordinamento Genitori Democratici, l’unica associazione laica italiana dei genitori che opera sul territorio nazionale da quasi quarant’anni, da quando cioè Gianni Rodari e Marisa Musu la fondarono. Perché tutte queste realtà sono interessate a diffondere una stessa cultura del rispetto e dell’uguaglianza.
Una cultura simile può nascere solo da uno sforzo congiunto a livello internazionale. Per la prima volta la Festa è inserita nelle celebrazioni dell’IFED, la Giornata Internazionale per l’Uguaglianza tra le Famiglie. Dunque il 5 maggio non si festeggerà solo nel Parco Rignon di Torino o nel Giardino Inglese di Palermo; ma anche disegnando gli elefanti nello Zoo di Monaco di Baviera, correndo tra le aiuole dell’Accademia Platonica a Atene, incontrandosi nella Cairn Christian Church di Boulder (Colorado), schizzandosi nei parchi acquatici della Florida, ridendo con i pagliacci a Helsinki, gustando la paella a Valencia, ballando la capoeira nei giardini Yehoshua di Tel Aviv...
Come a dire: se qualcosa può cambiare, lo cambieremo tutti noi. Insieme. In festa.
giovedì 21 marzo 2013
Atrofia muscolare (Sma)
Pubblichiamo integralmente una lettera aperta di 60 famiglie e pazienti affetti da atrofia muscolare (sma) che chiedono una corretta informazione sulla malattia e un maggiore rispetto per i pazienti stessi.Continua qui.
Le campagne mediatiche stravolgono i fatti e rendono ancora più difficili le nostre esistenze. Ecco alcune verità che i giornalisti non sanno (o non dicono).
Siamo genitori che vivono e lottano per i propri figli. Siamo ragazzi e ragazze che vivono la malattia sulla loro pelle, che costruiscono il loro futuro mattoncino su mattoncino, modificando il progetto in corsa con le novità che la malattia porta. Siamo madri e padri che hanno perso il loro figlio, il loro bene più profondo, la loro stella, un pezzo di cuore, di anima, di vita: il dolore più grande che un genitore possa affrontare.
Siamo la voce, flebile, che nessuno sta ascoltando. Noi viviamo con una malattia, la SMA (atrofia muscolare spinale), resa nota dai casi mediatici relativi alle cellule staminali con il metodo del dottor Vannoni. Non è nostro interesse o compito entrare nel merito del suddetto “metodo”, per questo c’è il ministro e c’è il mondo scientifico nazionale ed internazionale.
Postato da Chiara Lalli alle 19:05 1 commenti
Etichette: Atrofia Muscolare Spinale, Informazione, SMA
mercoledì 20 marzo 2013
Comunicazione di servizio
Nelle prossime settimane si potranno verificare ritardi nell’approvazione dei commenti. Ce ne scusiamo con i lettori.
Di aborto e 194
Ci sono molti post su Bioetica che parlano di aborto e di 194 e qui aggiungerò solo alcune brevi considerazioni. Da qualche giorno è uscito il mio nuovo libro A. (qui altre notizie al riguardo).
Nel frattempo i numeri della obiezione di coscienza continuano a salire e le soluzioni sembrano essere oppresse dallo stesso strato di silenzio e vergogna che opprime ogni conversazione sull’aborto.
Sulla 27esima Ora è stata pubblicata la recensione uscita sul Corriere lunedì scorso e come prevedibile alcuni dei commenti hanno ricalcato le regole della non discussione (due tra i più surreali li trovate qui). Nel frattempo Usciamo dal Silenzo ha preparato questo appello per l’applicazione della 194. Anche CulturaCattolica.it ha scritto di A. e l’inizio è la parte più bella. Cosa sia una regina as-soluta non l’ho ancora capito.
Postato da Chiara Lalli alle 13:26 4 commenti
Etichette: #Save194, A., Abortion, Aborto, Aborto clandestino, Aborto medico, Corriere della Sera, Diritti civili, Interruzione volontaria di gravidanza, Legge 194/1978
giovedì 7 marzo 2013
Poche idee, ma confuse
Lucia Bellaspiga fa outing e lo scambia per un argomento (Avvenire di oggi). Come non amarli?
E a proposito di argomenti cito ancora una volta Lesbian & Gay Parenting (APA).
Postato da Chiara Lalli alle 11:55 0 commenti
Etichette: Argomentazioni, Argomenti, Avvenire, Genitori, Genitorialità, Noia, Nonsense, Outing
mercoledì 6 marzo 2013
No, you’re not entitled to your opinion
“I’m sure you’ve heard the expression ‘everyone is entitled to their opinion.’ Perhaps you’ve even said it yourself, maybe to head off an argument or bring one to a close. Well, as soon as you walk into this room, it’s no longer true. You are not entitled to your opinion. You are only entitled to what you can argue for.”Patrick Stokes, No, you’re not entitled to your opinion, 5 October 2012.
A bit harsh? Perhaps, but philosophy teachers owe it to our students to teach them how to construct and defend an argument – and to recognize when a belief has become indefensible. The problem with “I’m entitled to my opinion” is that, all too often, it’s used to shelter beliefs that should have been abandoned. It becomes shorthand for “I can say or think whatever I like” – and by extension, continuing to argue is somehow disrespectful. And this attitude feeds, I suggest, into the false equivalence between experts and non-experts that is an increasingly pernicious feature of our public discourse.
Firstly, what’s an opinion?
Postato da Chiara Lalli alle 08:19 0 commenti
Etichette: Argomentazioni, Argomenti, Filosofia, Opinion, Philosophy
martedì 5 marzo 2013
A. La verità, vi prego, sull’aborto
A. La verità, vi prego, sull’aborto, Fandango, esce il prossimo 8 marzo.
Sarà presentato a Roma il 13 marzo alle ore 18,30, Fandango Incontro con Antonio Pascale.
sabato 2 marzo 2013
Università. Distruggere le aule
Cosa e come insegnare? Prima i filosofi e poi i pedagogisti hanno tentato di rispondere esaustivamente, con tutte le loro possibili declinazioni: si insegna in modo diverso a seconda delle età? È importante il luogo? Ci sono discipline migliori di altre? Socrate, Platone, Kant, Rousseau sono tra quelli che si sono cimentati teoricamente e a volte praticamente nell’insegnamento. Ad alcuni di loro sono legati ricordi indelebili: la maieutica socratica, per esempio, o l’Émile ou de l’éducation di Rousseau (1762). Tra i nomi della pedagogia moderna potremmo citare Durkheim, Emerson, Montessori, Dewey. Per quanto ci riguarda, siamo perlopiù abituati a collegare l’insegnamento alle ore e ore di prigionia scolastica in un contesto abbastanza astratto e avulso dal resto - nonché collocato nella prima parte della giornata secondo i precetti vittoriani. Ovviamente non è detto che questo sia il metodo migliore, è solo quello che ci è familiare.
[...]
Colin Ward, scrittore e anarchico britannico morto 3 anni fa, proponeva proprio l’eliminazione della scuola come la intendiamo: aule, orari fissi, muri. Nel 1987 in una conferenza al Massachussets Institute Of Technology (MIT) disse: “Nel diciannovesimo secolo Lev Tolstoj aveva deciso di fondare una scuola nel proprio villaggio e per questo visitò istituti in Germania, in Francia e in Inghilterra, arrivando a questa conclusione: ‘L’educazione è un tentativo di controllare ciò che è spontaneo nella cultura: è cultura sotto costrizione.’ A Marsiglia era stato in ogni scuola e aveva parlato con gli allievi e i genitori. Trovò spaventosi gli edifici scolastici: simili a prigioni, dove i bambini apprendevano meccanicamente solo quello che c’era scritto nei loro libri, senza essere capaci di aggiungere niente di più.” Ward conclude che se Tolstoj si fosse limitato a osservare questi reclusi avrebbe descritto la popolazione francese come rozza, ipocrita e ignorante. Ma poiché la strada e la storia dimostravano il contrario, dedusse che “la vera educazione veniva dall’ambiente”.
[...]
Da qualche tempo le domande pedagogiche possono essere riformulate in un campo giovane, quello dell’insegnamento online. Non è forse questo il modo in cui Ward immaginava di distruggere le aule e il muro dei Pink Floyd non è certo solo quello fatto di mattoni, ma potremmo vederla in parte anche così. Questo tipo di insegnamento mantiene alcuni degli interrogativi classici e ne aggiunge di nuovi, soprattutto rispetto alla metodologia e all’efficacia didattica. Per saperne di più mi sono iscritta a Coursera, iniziativa nata da una partnership tra molte università prestigiose - tra cui le statunitensi Columbia, Stanford, Princeton, Duke e John Hopkins - con l’intento di offrire corsi di alta qualità gratuitamente e online. Basta registrarsi su Coursera.org e poi scegliere cosa frequentare. Le categorie sono venti e si va dalla biologia alla medicina, dalla matematica alle arti e alle scienze sociali. In pratica, funziona così: ogni settimana una mail ti avvisa della messa online delle lezioni, disponibili da quel momento in avanti. Se sei un disastro totale nel gestire il tuo tempo potrebbe essere faticoso o impossibile evitare di accumularle tutte entro la scadenza prevista per l’esame. Dal tuo computer segui le lezioni - se non hai capito bene qualcosa perché il tuo inglese è mediocre c’è anche una sezione con i testi - e poi fai degli esercizi. Si tratta di test a risposta chiusa multipla che puoi ripetere finché vuoi, finché non le azzecchi tutte o il numero di quelle esatte ti sembra soddisfacente. La valutazione finale è affidata invece a dei quiz con trenta domande e un solo tentativo a disposizione.
Il Mucchio Selvaggio di marzo 2013.
Postato da Chiara Lalli alle 08:52 0 commenti
Etichette: Colin Ward, Coursera, Il Mucchio Selvaggio, Università
lunedì 18 febbraio 2013
Privacy, persecuzione politica e sms
Credo che sia una esperienza comune a molti quella di essere perseguitati da volantini elettorali: li trovi sul parabrezza del motorino, sotto al tergicristallo della macchina, nella cassetta delle lettere dove non entra più la posta ordinaria, perfino sul tappetino davanti alla porta di casa. E poi ci sono anche i manifesti abusivi e, soprattutto, le evoluzioni tecnologiche dello stalking politico: le email e gli sms.
Inutile scervellarsi per ricordare quando e dove hai dato l’autorizzazione a farti invitare all’Hotel x o alla cena y, all’incontro imperdibile z o alla raccolta di firme per m. Decidi che non importa e ti concentri sul rimedio. Ma il rimedio sembra sfuggirti di mano: quando ricevi una email, scrivi al mittente pregandolo di toglierti dalla mailing list (non sempre funziona e spesso il mittente si innervosisce e si offende, forse perché non abbiamo capito l’importanza delle email suddette). Il suggerimento di ficcarli tutti nella cartella spam ha molte controindicazioni - lo capite da soli, spero.
Quando si tratta di sms la faccenda si complica. Prima di tutto a volte non è nemmeno chiaro da chi arrivino, e tocca cercare dove e per chi sia candidato il tizio che ti invita alla cena n. Quasi sempre sono numeri sordi e ciechi - inutile provare a rispondere con sms furiosi o a telefonare.
Un caso recente è particolarmente ostinato, e proviene dal Pd - se nazionale o regionale non mi è chiaro.
Dopo un ennesimo sms (22 gennaio 2013) e dopo vari tentativi miseramente falliti ho cercato su google i recapiti del Pd nazionale e ho telefonato ai numeri trovati sul sito. Dopo qualche telefonata mi ha finalmente risposto un tipo che mi ha consigliato di mandare una email all’indirizzo dedicato alla privacy: privacy@partitodemocratico.it.
Scrivo chiedendo di essere cancellata da tutti i presenti e futuri elenchi, e il giorno dopo ricevo la risposta: dall’elenco degli invii sms del Pd nazionale sono stata cancellata (quando mai mi ero iscritta?), ma da quelli regionali?
Evidentemente no, perché sabato scorso (16 febbraio 2013) mi arriva l’ennesimo sms.
Immagino che una buona soluzione sia cambiare numero di telefono, dopo avere magari compilato una segnalazione al Garante della Privacy.
Se qualcuno di voi ha suggerimenti migliori mandatemi un sms.
ps
Cercando nella mia posta ho trovato una mia richiesta inviata a privacy@partitodemocratico.it risalente al 2010 (ottobre e novembre).
Postato da Chiara Lalli alle 09:48 5 commenti
Etichette: Campagne elettoriali, Elezioni, Garante della Privacy, PD, Privacy, Sms, Stalking
giovedì 31 gennaio 2013
Aiuto, il mio bambino è un filosofo
“Perché devo fare quello che mi dici tu?”, “perché tu sei la mia mamma?”, “perché piove?”, “dov’ero prima di nascere?”. Chiunque abbia un figlio, o chiunque abbia familiarità con i bambini, conosce bene queste domande e tante altre simili. Sa anche quanto i bambini possano essere implacabili nel pretendere risposte convincenti e non approssimative, e quanto siano propensi a rilanciare un nuovo “perché?” alla nostra risposta. Di recente due filosofi hanno inaugurato un forum, “Help! My child is a philosopher” (http://www.mychildisaphilosopher.com/index.htm), destinato a genitori, nonni e insegnanti interessati a coltivare l’animo filosofico e le capacità analitiche dei bambini fin dalla più giovane età. Katarzyna de Lazari-Radek insegna etica e filosofia all’università polacca di Lodz e ha due figli. Peter Singer insegna bioetica a Princeton, ha tre figlie e tre nipoti. Insieme hanno dato vita a questo spazio virtuale filosofico, con lo scopo di scambiare racconti e di imparare dalle esperienze altrui, di confrontare i dilemmi sollevati dai più piccoli e, soprattutto, di incentivare la loro sterminata curiosità.
Il Corriere della Sera, la Lettura di domenica 27 gennaio 2013.
Postato da Chiara Lalli alle 08:53 2 commenti
Etichette: Bambini, Filosofia, Il Corriere della Sera, Katarzyna de Lazari-Radek, la Lettura, Peter Singer
giovedì 24 gennaio 2013
Non è mai troppo tardi per imparare a suonare
Quanti di noi vorrebbero saper suonare uno strumento ma sono scoraggiati perché ormai adulti? Quanti sono convinti di non avere talento musicale e non ci provano nemmeno? Gary Marcus, cognitivista e direttore del New York University Center for Language and Music, ha scritto un libro per sfatare questi luoghi comuni, Guitar Zero (Oneworld). O meglio ha scritto un libro sulla sua smodata passione per la musica e su come questo amore l’abbia spinto a sottoporsi a un intenso allenamento musicale e a diventare un topo di laboratorio: da una parte studiava musica, dall’altra studiava se stesso studiare musica. “Se qualcuno stonato come me poteva fare progressi, forse c’era una speranza per chiunque”. Marcus, attraverso il racconto della sua esperienza di allievo tardivo e ostinato, ci conduce nei meccanismi dell’apprendimento in generale, e ci svela i segreti per cui anche un adulto - magari nemmeno portato per la musica - può imparare a suonare e può arrivare a un buon livello di competenza.
Il Corriere della Sera, la Lettura #60, domenica 6 gennaio 2013.
Postato da Chiara Lalli alle 08:55 0 commenti
Etichette: Apprendimento, Gary Marcus, Guitar Zero, Il Corriere della Sera, la Lettura, Musica
domenica 13 gennaio 2013
Come nascono le notizie di Avvenire? Un esercizio di critica delle fonti
La sentenza con cui la Prima sezione civile della Corte di Cassazione ha confermato l’affidamento esclusivo di un bambino alla madre omosessuale sta generando in questi giorni una lunga catena di reazioni. In particolare, ha fatto discutere l’osservazione della Corte che alla base del ricorso del padre del bambino non fossero «poste certezze scientifiche o dati di esperienza, bensì il mero pregiudizio che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale».
La stampa integralista ha subito sentito il bisogno di richiamare le presunte prove scientifiche che dimostrerebbero, al contrario, che solo nell’ambito di una famiglia eterosessuale tradizionale sia possibile un armonioso sviluppo del bambino. In particolare, è stata ripreso uno studio del sociologo Mark Regnerus, uscito l’anno scorso; ecco come ieri si esprimeva in proposito Avvenire in un articolo non firmato («Ricerca Usa sui figli degli omosex. “Più a rischio suicidio e malattie”», 12 gennaio 2013, p. 5):
Il 12 per cento dei figli delle coppie omossessuali pensa al suicidio (contro il 5% delle coppie normali), il 40% è più propenso al tradimento (13% tra gli eterosessuali), più frequentemente sono disoccupati (28% contro l’8%), ricorrono più spesso alla psicoterapia (19% contro l’8%), contraggono con più facilità patologie trasmissibili sessualmente (40% contro l’8%). Non si tratta di un saggio di natura omofobica ma di quella che viene considerata la ricerca scientifica più ampia e più dettagliata a livello internazionale sui figli delle coppie omosessuali. L’ha realizzata e pubblicata sulla rivista “Social Science Reserach [sic]”, il sociologo dell’Università del Texas, Mark Regnerus. […] Negli Usa la ricerca è stata ferocemente contestata dalla lobby omosessuale. Sono stati firmati appelli perché l’Università mettesse alla porta il docente e sono state sollecitate inchieste per verificare la scientificità dello studio. Nell’agosto scorso l’Università del Texas, portate a termine le verifiche del caso, ha concluso ufficialmente che nessuna accusa di faziosità possa essere attribuita al ricercatore e ha chiuso ufficialmente la questione con una nota sul sito dell’ateneo. Anche il New York Times, che non può essere certo accusato di tendenze omofobiche, ha valutato positivamente la ricerca, definendola «rigorosa», e ha dato spazio alle valutazioni di 18 esperti e docenti universitari che ne hanno riconosciuta l’attendibilità.La notizia che il New York Times avrebbe così autorevolmente avallato lo studio di Regnerus avrà comunicato un brivido di eccitazione ai lettori abituali di Avvenire; e anche, penso, ai lettori abituali di Bioetica – anche se in questo caso potremmo parlare più correttamente di un brivido di aspettativa, conoscendo certi precedenti...
Com’è suo costume, il giornale dei vescovi italiani si guarda bene dall’indicare le fonti; una breve ricerca nell’archivio del New York Times ci fa trovare l’unico articolo che corrisponde alla descrizione di Avvenire. Si tratta di «Debate on a Study Examining Gay Parents», di Benedict Carey, pubblicato online l’11 giugno 2012. Ma la corrispondenza è solo parziale. Scrive infatti Carey:
Gli esperti neutrali, nel complesso, riconoscono che la ricerca è rigorosa, fornendo alcuni dei dati ad oggi migliori sul confronto tra la riuscita dei bambini che hanno avuto un genitore gay e quella dei bambini che hanno avuto genitori eterosessuali. Ma sostengono al tempo stesso che i risultati non sono particolarmente rilevanti al dibattito in corso sul matrimonio omosessuale o sull’omoparentalità [corsivo mio].Nell’originale:
[O]utside experts, by and large, said the research was rigorous, providing some of the best data yet comparing outcomes for adult children with a gay parent with those with heterosexual parents. But they also said the findings were not particularly relevant to the current debate over gay marriage or gay parenting.La sintesi di Avvenire è insomma, per usare un eufemismo, decisamente parziale. La cosa più inquietante è che l’articolo del Times non dà affatto spazio, come vorrebbe invece Avvenire, «alle valutazioni di 18 esperti e docenti universitari» che avrebbero riconosciuto l’attendibilità dello studio di Regnerus. L’articolo di Carey ospita le opinioni di tre studiosi, che si esprimono così:
Paul Amato, un sociologo della Penn State University […] sostiene che molti studiosi sospettavano che alcuni bambini con un genitore gay potessero avere più problemi del bambino medio, in particolare nei decenni scorsi, quando lo stigma sociale era maggiore. “Sappiamo, per esempio, che molte persone con un genitore gay sono state sostanzialmente allevate in una famiglia adottiva e hanno vissuto il divorzo dei genitori, circostanze associate con svantaggi modesti ma reali”.Vengono riportate poi anche le parole dello stesso Regnerus; e siamo così a 4 studiosi, non 18, tre quarti dei quali non sembrano particolarmente propensi a «riconoscere l’attendibilità» dello studio. Un ultimo controllo nell’archivio della Grey Lady conferma che da nessuna parte si parla dei fantomatici 18 studiosi.
Altri sostengono che lo studio abbia un’utilità limitata. “Ciò di cui abbiamo davvero bisogno in questo campo è che ricercatori fortemente scettici studino genitori gay dallo stile di vita stabile e li confrontino direttamente con gruppi analoghi di genitori eterosessuali dallo stile di vita stabile”, afferma Judith Stacey, sociologa della New York University. […]
“Quando guardo i suoi [di Regnerus] dati, quello che ne ricavo è soprattutto che il divorzio e il passaggio da una famiglia all’altra non sono benèfici per i bambini”, sostiene Gary Gates, demografo della University of California, Los Angeles.
Da dove arriva questo bizzarro supplemento? E da dove la sintesi stravolgitrice del senso dell’articolo del New York Times? Impossibile pensare a un falso architettato a freddo: il numero «18» è troppo preciso. Deve essere successa qualche altra cosa; l’ipotesi che si presenta immediatamente è che il giornalista di Avvenire abbia visto due notizie accostate, e le abbia fuse in una sola. La cosa può sembrare improbabile, a prima vista; ma una rapida ricerca in Rete ci porta a una conferma inaspettata.
Marco Tosatti è il vaticanista della Stampa. Suoi articoli compaiono fra l’altro anche sul sito Vatican Insider, «un progetto del quotidiano “La Stampa”, dedicato all’informazione globale sul Vaticano, l’attività del Papa e della Santa Sede, la presenza internazionale della Chiesa cattolica e i temi religiosi». Il giorno prima che uscisse l’articolo di Avvenire, Tosatti pubblica su Vatican Insider «“Ecco quali saranno i problemi dei figli di coppie gay”» (11 gennaio 2013), un pezzo dedicato allo studio di Mark Regnerus che corrisponde quasi alla lettera a quello del quotidiano della Cei. Ecco come si chiude:
La ricerca di Regnerus è stata approvata anche da [sic] New York Times, certo non sospetto di simpatia verso posizioni tradizionali. Il quotidiano ha scritto che «gli esperti esterni, in generale, hanno detto che la ricerca è stata rigorosa, fornendo alcuni dei migliori dati sul tema», da un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari tramite un comunicato sul sito della “Baylor University” e da diversi psicologi e psichiatri che hanno scelto di prendere posizione, riconoscendo l’attendibilità degli scomodi risultati.La citazione dal New York Times è un po’ più lunga, ma è troncata anche qui al punto giusto. Ma si noti soprattutto il sintagma «da un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari»: da cosa dipende? Nel contesto della frase in cui si trova è chiaramente sgrammaticato; solo andando più indietro ci rendiamo conto che in realtà dipende da «La ricerca di Regnerus è stata approvata anche da»; cioè la ricerca di Regnerus è stata approvata dal New York Times, da un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari (che non c’entrano nulla con il quotidiano newyorkese) e da diversi psicologi e psichiatri. Capiamo adesso cosa è successo: il giornalista di Avvenire è stato tratto in inganno dalla frase a-grammaticale di Tosatti, e ha capito che i 18 fossero identici agli «esperti esterni» citati dal Times; allo stesso tempo, fidandosi di Tosatti, ha dato per acquisito che questi ultimi avessero soltanto elogi per Regnerus.
Qui però si pone un altro problema: come diavolo avrà fatto Tosatti a scrivere una frase così atrocemente sbilenca? E perché neppure lui cita l’articolo di Carey per intero? Ci assale un dubbio atroce: vuoi vedere che anche lui dipende da una fonte antecedente? La ricerca stavolta è più rapida: ci aiuta lo stesso Tosatti, che nel suo blog sul sito della Stampa («Coppie gay e figli: una ricerca USA», San Pietro e dintorni, 11 gennaio 2013) riassume le conclusioni dell’articolo su Vatican Insider, lasciando cadere una frase un po’ sibillina: «I dati della ricerca sono stati pubblicati, oltre che su questo blog, anche dal sito UCCR, Unione Cristiani Cattolici Razionali». Ed è proprio su questo sito che troviamo l’articolo che ha dato origine a questa piccola commedia degli equivoci («Chiusa l’indagine su Regnerus: “è valido lo studio sui problemi di chi ha genitori gay”», 6 settembre 2012), e che si conclude così:
lo studio di Regnerus in cui si dimostra il disagio psicofisico per i figli cresciuti da genitori omosessuali, è stato approvato dal “New York Times”, dove si ricorda che «gli esperti esterni, in generale, hanno detto che la ricerca è stata rigorosa, fornendo alcuni dei migliori dati sul tema», da un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari tramite un comunicato sul sito della “Baylor University” e da diversi psicologi e psichiatri che hanno scelto di prendere posizione, riconoscendo l’attendibilità degli scomodi risultati.Lascio al lettore il compito di confrontare la lettera di questo articolo con quella dell’articolo di Tosatti, e di trarne le necessarie conclusioni.
Abbiamo insomma un giornalista di Avvenire che si rifà a un articolo di un altro giornalista italiano, senza capirne il senso e senza prendersi i cinque minuti necessari a controllare l’originale; abbiamo uno stimato vaticanista che non si prende neppure lui quei cinque minuti, e preferisce rifarsi – oltretutto convertendolo in un italiano impossibile – a un articolo di un gruppo di integralisti con gli occhi fuori dalla testa; che però sono quelli che ci fanno a conti fatti la figura migliore: l’alterazione di partenza del senso dell’articolo del Times è opera loro, ma il link all’originale almeno l’hanno messo (e in un articolo precedente ne davano una sintesi più onesta). No, decisamente la stampa italiana non è il New York Times...
Postato da Giuseppe Regalzi alle 19:26 10 commenti
Etichette: Avvenire, Marco Tosatti, Mark Regnerus, Matrimonio omosessuale, UCCR
martedì 8 gennaio 2013
Più avanzo negli anni e più sottovaluto le qualità che portano al successo e alla supremazia
«Più avanzo negli anni e più sottovaluto le qualità che portano al successo e alla supremazia. Le mie simpatie vanno a quelli dotati di una profonda e acuta sensibilità, a quelli che sanno dimenticarsi completamente nella contemplazione dell’universo e/o dedizione agli altri e a quelli non "senza incrinature", ma che fanno errori e sono vulnerabili». Rita Levi Montalcini non praticava questi valori, ma nondimeno li suggeriva al nipote Emanuele in una lettera del 6 giugno 1963.Rita, l’Italia non ti merita, Gilberto Corbellini, Il Sole 24Ore, domenica 6 gennaio 2013.
[...]
È singolare che nei ricordi di questi giorni quasi nessuno abbia detto che il successo scientifico e accademico ottenuti da Rita Levi Montalcini negli Stati Uniti è una delle innumerevoli testimonianze del fallimento culturale e politico dell’Italia. Che appunto non ha investito in lei - come in Luria, Dulbecco e tanti altri, quando erano scienziati creativi - accogliendola e celebrandola solo quando la sua carriera scientifica era di fatto al capolinea.
[...]
Il modo migliore di ricordarla, al di là dei facili e ipocriti ovvero stucchevoli altarini, sarebbe di smetterla di asfissiare economicamente ricerca e istruzione, e dimostrare un vero salto di qualità nella percezione della cultura scientifica da parte del mondo intellettuale e politico italiano.
Postato da Chiara Lalli alle 10:45 0 commenti
Etichette: Gilberto Corbellini, Il Sole 24 Ore, Rita Levi Montalcini, Scienza
Il papa e l’uccellino
Se non sarà lui in carne e ossa a digitare, lo farà qualcun altro autorizzato da Ratzinger a esprimere pensieri papali in 140 caratteri al massimo. Il 12 dicembre il primo twit: “Cari amici, sono lieto di stare in contatto con voi tramite Twitter. Grazie per la vostra generosa risposta. Vi benedico dal mio cuore”.
Anche prima che ci fosse il primo twit i followers erano centinaia di migliaia - in effetti pochi pensando a quanti nella realtà riconoscono al papa un’autorità religiosa, e soprattutto tenendo a mente che Justin Bieber ne ha quasi 31 milioni e mezzo e Lady Gaga oltre 32 milioni. I followers aumentano di giorno in giorno e si frammentano nei vari profili: it, eu, es, uk - ognuno dei quali segue solo gli altri @Pontifex in un circolo autoreferenziale. Oggi il profilo principale - Pontifex senza estensioni di nazionalità - ne ha poco più di un milione. Gli altri qualche centinaia di migliaia tutti insieme. Ma a parte i numeri, comunque provvisori, l’arrivo di Ratzinger nel mondo virtuale di Twitter qualcosa dà da riflettere. Secondo Whitney Mallet (Follow The Leader, The New Inquiry) è sorprendente che un sistema religioso tanto fondato sul materialismo, un sistema la cui fede si basa sulla credenza che l’ostia sia fisicamente - e non simbolicamente - il corpo di Cristo, sia interessato al virtuale. E potrebbe essere rischioso combinare la santità all’astrazione. Il passato rapporto della Chiesa con la tecnologia e i nuovi media suggerisce che il Web sarà terra di conquista. Non è certo una novità: il Vaticano ha già un sito multilingue - molto old fashioned e con meno traduzioni di Scientology (che il potere lo si veda dal numero delle lingue?), un’applicazione per la confessione - che però vale più come allenamento che come mezzo per l’assoluzione che reresta prerogativa umana - e una indubbia familiarità con la radio, la tv e vari altri mezzi di informazione/evangelizzazione. Il web sembra essere ancora un terreno quasi vergine, o almeno meno usato degli altri media, e un luogo ideale da conquistare. Soprattutto se si tiene conto che l’espansione cattolica è più vitale in Paesi come l’Asia e l’America meridionale, e nelle popolazioni più povere - mentre in Europa è in arresto o in declino. Tablet e pc a basso costo potrebbero essere buoni alleati della diffusione del Verbo. Non è detto però che la gerarchia, su cui il sistema cattolico si regge, non possa esserne scossa profondamente, colpita dal boomerang twitterante in modo imprevisto. Le strade della nemesi virtuale sono infinite. Per ora sembra essere la cautela l’ispirazione del neonato profilo. Nel corso dello stesso 14 dicembre, mentre su Twitter si legge una domanda mite e compatibile con varie credenze religiose (“Qualche suggerimento su quale sia il modo più proficuo per pregare mentre siamo così occupati con il lavoro, la famiglia e il mondo?”), l’Agi riporta una tipica manifestazione di aggressività ratzingeriana (“Unioni gay minacciano la pace. Eutanasia e aborto un pericolo”). In occasione della giornata mondiale della pace il messaggio papale torna su alcuni dei cavalli di battaglia tipicamente cattolici, o addirittura clericali, seppure mascherati da principi razionali e appartenenti alla “natura umana”. Un mistero della fede, probabilmente. Troppo lungo da twittare e troppo importante per essere spezzettato. Appena Pontifex scoprirà google shortener o altri modi analoghi per accorciare i link, il baratro sarà probabilmente colmato. Nel frattempo il Vaticano accoglie Rebecca Kadaga, presidente del parlamento ugandese e fan della legge antigay. ×
I miei oscar 2012: Moonrise Kingdom di Wes Anderson, No di Pablo Larrein, Episodes 2.
Lamette, Il Mucchio di gennaio 2013.
Postato da Chiara Lalli alle 10:34 0 commenti
Etichette: Aborto, Eutanasia, Il Mucchio Selvaggio, Joseph Ratzinger, Lamette, Omofobia, Omosessualità, Twitter
Il problema di vivere più a lungo
Negli ultimi 40 anni l’aspettativa di vita delle donne è aumentata di 12 anni, quella degli uomini di 11, ma il prezzo da pagare sembra essere alto: aumentano infatti le patologie mentali e fisiche. È solo uno dei particolari della fotografia che ci offre uno studio pubblicato da pochi giorni sulla rivista «Lancet», il Global Burden of Desease 2010. Un’indagine ciclopica, durata alcuni anni, che ha coinvolto quasi 500 ricercatori e 50 Paesi: il più ambizioso sforzo mai realizzato finora di descrivere le condizioni sanitarie globali. A partire dagli anni Settanta sono di molto diminuiti i decessi causati dalle malattie infettive, così come sono scese la mortalità materna e la malnutrizione. Muoiono molti meno bambini rispetto ad alcuni anni fa. Oggi le maggior parte delle morti nel mondo sono causate da infarto e da patologie cardiache, responsabili di quasi 13 milioni di decessi nel 2010. I principali fattori di rischio sono poi il fumo e l’alcol, particolarmente diffuso nell’Europa occidentale e nell’America latina. A seguire la scarsa attività fisica e l’alimentazione scorretta, correlate a circa 12 milioni e mezzo di morti. Le morti legate all’Aids sono passate dalle 300.000 del 1990 al milione e mezzo del 2010, e malattie per noi ormai quasi sconosciute - come la malaria e la tubercolosi - continuano a uccidere milioni di persone in Paesi lontani dal nostro. Al di là delle medie mondiali, ci sono infatti differenze profonde tra le nazioni più ricche e quelle più povere, tra quelle più avanzate tecnologicamente e quelle più arretrate.
La Lettura #58, domenica 23 dicembre 2012.
Postato da Chiara Lalli alle 10:33 0 commenti
Etichette: Aspettativa di vita, Il Corriere della Sera, la Lettura, Lancet, Mortalità, Sopravvivenza
Non è mai troppo tardi per imparare a suonare
Quanti di noi vorrebbero saper suonare uno strumento ma sono scoraggiati perché ormai adulti? Quanti sono convinti di non avere talento musicale e non ci provano nemmeno? Gary Marcus, cognitivista e direttore del New York University Center for Language and Music, ha scritto un libro per sfatare questi luoghi comuni, Guitar Zero (Oneworld). O meglio ha scritto un libro sulla sua smodata passione per la musica e su come questo amore l’abbia spinto a sottoporsi a un intenso allenamento musicale e a diventare un topo di laboratorio: da una parte studiava musica, dall’altra studiava se stesso studiare musica. “Se qualcuno stonato come me poteva fare progressi, forse c’era una speranza per chiunque”. Marcus, attraverso il racconto della sua esperienza di allievo tardivo e ostinato, ci conduce nei meccanismi dell’apprendimento in generale, e ci svela i segreti per cui anche un adulto - magari nemmeno portato per la musica - può imparare a suonare e può arrivare a un buon livello di competenza.
Il Corriere della Sera, la Lettura #60, domenica 6 gennaio 2013.
Postato da Chiara Lalli alle 10:32 0 commenti
Etichette: Apprendimento, Gary Marcus, Guitar Zero, Il Corriere della Sera, la Lettura, Musica
lunedì 31 dicembre 2012
Roberto Volpi e le nozze civili
Ha destato una certa sensazione, qualche giorno fa, la notizia che, secondo gli ultimi dati Istat, le nozze civili avrebbero per la prima volta superato nell’Italia del Nord quelle religiose; molti commentatori hanno salutato l’evento come un segno della progressiva secolarizzazione della società italiana. Di diverso avviso è invece il demografo Roberto Volpi, che sul Foglio ha così commentato («L’Italia che non si sposa più dal parroco (ma nemmeno in municipio)», 28 dicembre 2012):
Nei giorni scorsi, l’Istat ha annunciato che i matrimoni civili, al nord, hanno superato quelli religiosi nella proporzione di 51,7 contro 48,3 ogni cento matrimoni. Ne sposa più il sindaco che il parroco, è stato detto. Risultato che allinea l’Italia agli altri paesi dell’Europa continentale e del nord, è stato aggiunto. E giù considerazioni sulle magnifiche sorti e progressive del matrimonio in municipio invece che in chiesa. Naturalmente la notizia è vera: l’Istat l’ha diffusa in occasione dell’uscita dell’edizione 2012 dell’“Annuario statistico italiano”. Ma è, al tempo stesso, ingannevole come poche altre, e sarebbe bastato consultare l’“Annuario” stesso, senza fermarsi alla nota diramata dal nostro Istituto di statistica, per capire in che senso.Il lettore non può non notare un dato curioso: se nel Nord Italia i matrimoni civili hanno superato per la prima volta quelli religiosi e se allo stesso tempo, come dice Volpi, complessivamente in Italia i primi sono calati molto più dei secondi, sembra doversene dedurre che nel Centro e nel Sud le nozze civili abbiano subito un vero e proprio tracollo, per compensare la performance relativamente positiva del Nord. A cosa si dovrà questa disparità regionale? La prima cosa da fare è andare a controllare l’Annuario Statistico Italiano 2012, così come ha fatto Volpi. Quello che ci interessa è il capitolo 2 [pdf, 150 Kb], dedicato alla popolazione, e più precisamente la tavola 2.5, «Matrimoni della popolazione presente per rito e regione - Anno 2011». Qui ci attende una sorpresa. Nel 2011, infatti, i matrimoni celebrati in Comune sono stati in tutta Italia 83.088, pari al 39,8% del totale; nel 2010 erano stati 79.501, cioè il 36,5%. Le nozze civili, insomma, non sono affatto catastroficamente diminuite in Italia, come sostiene Volpi; al contrario, sono aumentate rispetto all’ultimo anno in termini sia assoluti sia relativi, invertendo parzialmente la discesa che si era verificata nel 2009 e nel 2010. I matrimoni religiosi, invece, sono stati nel 2011 125.614 (60,2%), contro i 138.199 (63,5%) dell’anno precedente; si conferma poi nell’Italia del Nord il sorpasso da parte delle nozzi civili.
Scopriamo così che i “trionfanti” matrimoni civili hanno perso in un anno oltre seimila unità, pari al 7,3 per cento del loro totale. Una perdita assai superiore a quella dei matrimoni religiosi, che sono scesi in percentuale del 4,6. Non basta. Dopo un lungo periodo di crescita ininterrotta, tra il 2008 e il 2010 (ultimo anno di disponibilità dei dati) i matrimoni civili sono arretrati di 11.100 unità e del 12,2 per cento. Una débâcle, altro che trionfo. Se poi si pensa che tra i matrimoni civili cresce la quota dei secondi matrimoni – quelli di quanti, per essere divorziati, non possono sposarsi in chiesa – si capisce bene come tra quanti si sposano per la prima volta il tonfo sia ancora più forte.
Che al nord i matrimoni civili abbiano superato quelli religiosi significa dunque assai poco, in questo quadro. La verità è che in Italia non ci si sposa più: né in chiesa né in comune. […]
Com’è possibile che Volpi parli allora di «débâcle» e di «tonfo» dei matrimoni civili? Il fatto è che per qualche motivo il demografo considera il 2010 l’«ultimo anno di disponibilità dei dati», ignorando i dati del 2011, che pure sono presenti in tabella – come del resto è detto chiaramente nell’intestazione della tabella stessa. Forse la struttura della tabella, con i dati del 2011 separati da quelli degli anni precedenti, avrà ingannato l’autore.
Non mi sento di trarre conclusioni particolari dai dati: nel mezzo di una crisi economica grave come l’attuale le tendenze sociali possono risultare alterate; quel che è certo è che le considerazioni di Volpi risultano come minimo un po’ dubbie. L’incidente in cui è incorso può naturalmente capitare a chiunque; meno giustificabile è che un giornale non effettui uno straccio di controllo sulle storie che pubblica. Ma quante volte lo abbiamo detto a proposito del Foglio?
Leggermente comica, infine, è la foga con cui i vari blog integralisti si sono buttati sull’articolo di Volpi: da Sandro Magister («Bilancio di un anno. E previsioni», www.chiesa, 30 dicembre) fino a Claudio LXXXI (Poscritto a «Vasi vuoti», De libero arbitrio, 31 dicembre), che chiosa così:
Un articolo del Foglio commenta la notizia con toni diversi dal trionfalismo laic(istic)o che ha imperversato altrove.La notizia ghiotta, che sembra smentire i «laicisti», viene accettata a scatola chiusa, senza compiere quel minimo controllo empirico per cui – ed è qui l’ironia – allo stesso tempo ne viene lodato l’autore.
A differenza di molti suoi colleghi, l’autore ha spulciato l’Annuario ISTAT senza fermarsi ai dati superficiali buoni solo a tirate ideologiche (un buon esempio di giornalismo, bravo Roberto Volpi) e ne trae empiricamente la conclusione che i matrimoni civili in realtà soffrono ancor più di quelli religiosi.
Buon anno a tutti i lettori di Bioetica!
Aggiornamento 2/1/2013: Prontissima la correzione da parte di Claudio LXXXI, in calce all’articolo precedente. Aspettiamo adesso Roberto Volpi.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 20:26 14 commenti
Etichette: Claudio LXXXI, Il Foglio, Matrimonio, Roberto Volpi, Sandro Magister, Secolarizzazione
giovedì 20 dicembre 2012
Roccella & Pannella
Eugenia Roccella ha scritto oggi una lettera al Corriere della Sera:
Pannella forse è in pericolo di vita. C’è chi lo prega di smettere lo sciopero della sete, chi accusa i politici di indifferenza, chi invoca alimentazione e idratazione forzate.Ma davvero preoccuparsi per la sorte di Pannella significa automaticamente mettere il favor vitae davanti al principio di autodeterminazione? Vediamo. Pannella sta dicendo: se non viene concessa l’amnistia, allora preferisco morire (qui e nel seguito do per ammesso, per amore di discussione, che Pannella sia sincero; qualcuno non è d’accordo, ma non entro nel merito). Questo vuol dire che Pannella vuole assolutamente morire? Ovviamente no: sembra chiaro che Pannella preferisca vivere piuttosto che morire; ma – per così dire – preferisce ancora di più che ci sia l’amnistia. Supponiamo che questa venga concessa e che, di conseguenza, Pannella continui a vivere: avremmo con ciò attentato alla sua autodeterminazione? Tutto il contrario: avremmo esaudito completamente le sue preferenze – di vedere svuotate le carceri e di continuare a vivere. Ma perché dovremmo sentirci coinvolti? Perché dovremmo preoccuparci «per Marco»? Ci sentiamo coinvolti perché Pannella stesso ci coinvolge: concedete l’amnistia, fate pressione per far concedere l’amnistia, ci dice, o io mi ammazzo (e qui viene da chiedersi quanto il leader radicale stia rispettando la nostra, di autodeterminazione, costringendoci con quello che sembra proprio un ricatto a fare qualcosa che altrimenti non vorremmo fare). Ci preoccupiamo non perché consideriamo la vita un valore assoluto, ma perché la morte di Pannella sembra evitabile, perché lui stesso non vuole – ripetiamolo – assolutamente morire; perché Pannella tiene alla sua vita, anche se non sopra a tutto il resto. In altre parole, ci preoccupiamo perché rispettiamo la sua libertà.
Tutti vogliamo che Marco viva, e non per la causa che difende (su cui posso essere d’accordo, ma non è essenziale), non perché lui è un protagonista della nostra storia (se fosse uno sconosciuto non cambierebbe nulla) ma soltanto perché è un uomo, e ogni esistenza umana è unica.
La sua battaglia, però, rivela una contraddizione profonda, un estremo paradosso. I radicali sono i portabandiera dell’assoluta autodeterminazione, fino a decidere della propria morte. Ma se così fosse, perché mai dovremmo preoccuparci per Marco? Pannella è libero, perfettamente consapevole dei rischi che corre; perché dovremmo sentirci coinvolti? Si dirà che il suo non è un desiderio di morte, ma un metodo di lotta. Ma se non ci fosse una cultura condivisa della vita a cui appellarsi, se un uomo che si lascia morire non fosse considerato uno scandalo che sollecita un sentimento collettivo di pietà e insieme di ribellione, Pannella potrebbe spegnersi nell’indifferenza generale. Insomma, se il favor vitae diventa secondario rispetto all’autodeterminazione individuale, ne segue che Pannella fa della sua vita quello che vuole, e il fatto di metterla a repentaglio riguarda solo lui.
Eluana Englaro è morta disidratata perché lo ha stabilito un tribunale. In quel caso ha prevalso il criterio dell’autodeterminazione, benché utilizzato in modo ambiguo, visto che Eluana non era più in grado di esprimere la sua volontà, e non aveva mai lasciato nulla di scritto. Anche Stefano Cucchi è morto di fame e di sete, ma per lui, invece, si è sollevato un unanime coro di giuste proteste. Eppure pare che Stefano rifiutasse acqua e cibo, e i medici accusati di averlo lasciato privo di assistenza si difendono proprio con questo argomento.
Forse dobbiamo ammettere che se distruggiamo il principio del favor vitae mettiamo in crisi il laico sentimento di fratellanza umana su cui si fonda una comunità solidale. Saremo magari più autodeterminati, ma indifferenti l’uno al destino dell’altro.
La controprova si ottiene facilmente: supponiamo che l’amnistia non venga concessa, e che Pannella coerentemente decida di lasciarsi morire di fame e di sete. A questo punto si può davvero pensare che chi è a favore dell’autodeterminazione chiederebbe di procedere con l’alimentazione e l’idratazione forzate? Questa sì che sarebbe una contraddizione; ma è facile pronosticare che a insistere per una simile violenza sarebbero solo la Roccella e quanti la pensano come lei.
Non conosco abbastanza il caso di Stefano Cucchi per dirne qualcosa di certo, ma mi sembra chiaro che anche qui il rifiuto di mangiare e bere fosse condizionato: fatemi uscire di qui, fatemi parlare con il mio avvocato, trattatemi umanamente, altrimenti non voglio più né mangiare né bere, possiamo immaginare che abbia detto. Non certo di lasciarlo morire e basta.
Naturalmente, ogni richiesta di essere lasciati morire è in un certo senso condizionata: preferisco morire se non mi potrò mai più risvegliare dallo stato vegetativo, se non posso recuperare l’uso delle gambe, se non posso essere mai più autonomo. Ma queste sono condizioni impossibili da soddisfare; concedere un’amnistia (giusta o sbagliata che sia), invece, rientra nel campo delle possibilità, e ancor più offrire un po’ di conforto a un ragazzo spaventato – e in questo caso ci troviamo anche nel campo del dovere. Il rispetto della vita e il rispetto dell’autodeterminazione qui coincidono, sono la stessa identica cosa.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 22:21 2 commenti
Etichette: Autodeterminazione, Eugenia Roccella, Marco Pannella, Sciopero della fame
Siamotuttisallusti?
Secondo l’articolo 595 del Codice Penale “chiunque [...] comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. [...] Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516”. Il 18 febbraio 2007 esce su “Libero” Il giudice ordina l’aborto. La legge più forte della vita a firma Dreyfus. Il 26 settembre 2012 la Cassazione conferma la condanna della Corte d’Appello per Alessandro Sallusti, allora direttore di “Libero”: 14 mesi di reclusione senza condizionale.
Si scatena un putiferio: dalla campagna e #hashtag “Siamotuttisallusti” alle innumerevoli dichiarazioni scandalizzate e prese di distanza dalla condanna. In pochi partono dall’articolo incriminato, in pochi si fermano a riflettere sul reato di diffamazione e a raccontare cosa è successo tra il 2007 e il 2012, soprattutto i tentativi di risolvere la questione, a cominciare dalla richiesta di una rettifica. L’articolo inizia così: “Una adolescente di Torino è stata costretta [falso] dai genitori a sottomettersi al potere di un ginecologo che, non sappiamo se con una pillola o con qualche attrezzo, le ha estirpato il figlio e l’ha buttato via. Lei proprio non voleva [falso]. Si divincolava [fonti?]. [...] I genitori hanno [...] deciso che il bene della figlia fosse: aborto. [Se fossimo in una puntata di “Law & Order” qualcuno griderebbe “obiezione vostro onore!”]. [...] Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto - il diritto! - decretando: aborto coattivo [falso]. Ora la piccola madre (si resta madri anche se il figlio è morto) è ricoverata pazza in un ospedale [falso]. Aveva gridato invano: “Se uccidete mio figlio, mi uccido anch’io” [Dreyfus era nel reparto di interruzione di gravidanza? Fonti?]. Qui ora esagero. Ma prima domani di pentirmi, lo scrivo: se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice [ecco, questa è finalmente una opinione].” Nella confusione s’è rischiato di usare l’esagerazione della pena (meglio sarebbe prendersela con il Codice Penale che con chi lo ha applicato) per giustificare la scelta di Dreyfus e l’ok del direttore responsabile a quell’elenco di bugie. Perché qui la questione non è essere contrari all’aborto (opinione) ma avere raccontato il falso, avere descritto la ragazzina come vittima di crudeli carnefici e i genitori in combutta con il giudice per costringerla ad abortire, anzi per stapparle il figlio dai visceri. Sulla diffamazione si potrebbe discutere a lungo: vogliamo considerarlo reato senza vittima, siamo pronti a prenderci tutte le conseguenze? Siamo sicuri che non ci sia una vittima e come potremmo difenderci se qualcuno scrive su un giornale che siamo dei serial killer? Che pensare dell’incitazione all’odio razziale o dell’omofobia? In Italia il primo è reato come crimine d’odio, sulla seconda siamo terribilmente evasivi. Si potrebbe - e dovrebbe - discutere sul tipo di pena e sull’inopportunità del punire l’intemperanza del linguaggio, anche se le critiche si basano su fatti veri. Il carcere non può che apparire spropositato e insensato - ma anche giocare a fare i martiri dopo avere rifiutato qualsiasi rimedio lo è. Prima di decidere cosa pensare è consigliabile leggere almeno Sallusti secondo me di Federica Sgaggio, 23 settembre 2012 e Libertà di diffamazione di Michael Braun, 27 settembre 2012, Internazionale. Così siamo pronti per l’ultima puntata, cioè il cosiddetto SalvaSallusti. È lo stesso Sallusti a commentare il 13 novembre sul suo profilo “Mi sento meno solo. Con la legge approvata dal Senato a San Vittore finiremo in tanti”.
Lamette, Il Mucchio Selvaggio di dicembre.
Postato da Chiara Lalli alle 16:43 0 commenti
Etichette: Aborto, Alessandro Sallusti, Diffamazione, Il Mucchio Selvaggio, Lamette
Scuola di Politica 2013
Si svolgerà i prossimi 26 e 17 gennaio al Perugia Centro Congressi la seconda edizione della Scuola di Politica di Perugia: Quale persona e quali diritti di fronte a scienza e pratica medica?
Qui il programma e qui le modalità di iscrizione.
giovedì 22 novembre 2012
A come Aborto
Non ricordo nemmeno come ci sono finita ma leggo questo post e ci trovo alcune cose che non vorrei leggere sull’aborto e il pietoso stato della 194: Renzi, l’aborto e il cimitero dei non-nati. Il corpo delle donne, che rimanda al post di Marina Terragni, aggiunge 3 righe iniziali. Comincio da qui.
Vorrei che gli uomini stessero fuori dalla questione aborto. Vorrei che chiedessero a noi. Vorrei rispetto per questa dolorosissima questione. Vorrei che le donne non fossero giornalmente umiliate. Vorrei che il dolor non fosse la costante di molte vite.Fuori? Perché fuori e in che senso? Se in senso giuridico nulla da dire. Sono le donne che devono poter decidere (e coinvolgere chi desiderano - emotivamente è molto più complciato, ma io sto parlando della legge). Se invece non è in senso giuridico ma in assoluto, perché dovrebbero starne fuori? Molti uomini hanno scritto e detto parole interessanti sull’aborto, e hanno vissuto emotivamente un aborto. E ci sono molte donne che non rispettano e ignorano le altre donne, che vorrebbero eliminare l’accesso sicuro e legale all’aborto - qui e negli Stati Uniti (e anche altrove). Ma davvero dobbiamo discutere di questo? (Per sicurezza ribadisco l’ovvio: nessuno dovrebbe obbligare, ricattare o imporre un aborto, ma cose del genere vanno nelle premesse implicite). Il dolore passa anche per la ripetizione ossessiva dell’essere, l’aborto, una "dolorosissima questione". In questo caso sembra che non si sia chiesto alle donne, perché alcune di loro non descrivono così le interruzioni di gravidanza (parlo di quelle precoci, non di quelle tardive e seguenti a una patologia fetale per esempio). Perché c’è sempre la necessità di sottolineare il dolore necessario di ogni aborto, di tutti gli aborti? Non è un caso che sono poche le donne che parlano del proprio aborto, forse anche per evitare la reazione pavoloviana, o di condanna, o di sguardo obliquo mentre si abbassa la voce perché di aborto non si può parlare senza un carico di colpa.
Poi segue il post, che dopo avere introdotto l’aborto, la 194 e l’indifferenza di cui è circondata l’applicazione faticosa della legge arriva a Renzi (è vero che nessuno ne voglia parlare, verissimo).
D’altro canto nel marzo scorso la giunta Renzi ha deliberato la realizzazione di un nuovo spazio nel cimitero fiorentino di Trespiano destinato al ricevimento di “di prodotti abortivi e di prodotti del concepimento” (quindi non di bambini nati morti, la cui sepoltura è già consentita da un decreto Presidenziale), consentendo anche “l’installazione di coprifossa, monumentini e altri ricordi”. Un vero e proprio “cimiterino degli Angeli” -non esattamente “obamiano”- simile a quello istituito a Roma dal sindaco Alemanno.Non è proprio così, in base al D.P.R. 10/09/1990 n. 285, in particolare articolo 7. Comma 2. Per la sepoltura dei prodotti abortivi di presunta età di gestazione dalle 20 alle 28 settimane complete e dei feti che abbiano presumibilmente compiuto 28 settimane di età intrauterina e che all’ufficiale di stato civile non siano stati dichiarati come nati morti, i permessi di trasporto e di seppellimento sono rilasciati dall’unità sanitaria locale.
Firenze è la prima città amministrata dal centrosinistra a deliberare la creazione di un camposanto dei non-nati. Come ha osservato la consigliera di perUnaltracittà, Ornella De Zordo “questa norma contrasta nettamente con la legge 194… e finisce inevitabilmente per colpevolizzare chi già affronta una scelta dolorosissima e abortendo compie una scelta legittima ma molto sofferta”.
Comma 3. A richiesta dei genitori, nel cimitero possono essere raccolti con la stessa procedura anche prodotti del concepimento di presunta età inferiore alle 20 settimane.
Comma 4. Nei casi previsti dai commi 2 e 3, i parenti o chi per essi sono tenuti a presentare, entro 24 ore dall’espulsione od estrazione del feto, domanda di seppellimento alla unità sanitaria locale accompagnata da certificato medico che indichi la presunta età di gestazione ed il peso del feto.
Non è nemmeno che ci sia un contrasto con la 194 (leggetevi come si chiama la legge 194 e come comincia). Sui cimiteri avevo già scritto qui e qui.
Sulla colpa il discorso si complica ovviamente, ma la colpa non si radica anche nel voler giudicare tutti gli aborti (volontari e precoci) di tutte le donne come "scelte dolorosissime" e "molto sofferte"?
La prima strada per intervenire sulla colpa sarebbe quella di garantire il servizio di IVG, oggi messo a rischio dalle altissime percentuali di obiezioni di coscienza. La prima strada per limitare la colpevolizzazione sta nel cominciare a chiedere alle donne, evitando di parlare in loro nome (era questo il consiglio iniziale rivolto agli uomini "chiedessero a noi" - dovrebbe valere anche tra chi condivide il genere sessuale). Il carico di dolore evitabile è a volte insopportabile, come nel caso di Margherita. L’obiezione di coscienza rende alle donne spesso difficile abortire. Nel Lazio la LAIGA ha dato dei numeri spaventosi. L’ultima relazione ministeriale sull’applicazione della 194 ha sollevato molti dubbi, oltre alla preoccupazione sull’obiezione. Insomma prima di scaldarsi per i cimiteri bisognerebbe davvero parlare di tutto questo. Si può non essere d’accordo con i cimiteri e i funerali degli embrioni, si può (magari giustamente) prendersela con il significato politico e il ricatto morale, ma se dovessimo elencare una gerarchia di importanza la garanzia del servizio IVG sta al primo posto. Se rimane tempo parliamo anche del resto.
In conclusione:
Matteo Renzi ha liquidato come “ideologiche” le proteste, ma ha anche ritenuto di rinviare il dibattito in consiglio comunale, calendarizzato proprio in coincidenza con l’inizio del gran tour in camper, chiudendo la delibera in un cassetto. Meglio non parlarne “adesso”, onde evitare contrapposizioni e polemiche. Tanto chi doveva cogliere il segnale -la destra, i cattolici oltranzisti- l’ha colto. Ma la norma resta, pronta a essere attuata.Sulla difficoltà e inopportunità politica è facile essere d’accordo. Nessuno vuole sporcarsi le mani con l’aborto.
Il tema è sensibile. Sensibilissimo e qualificante. Lo è per un candidato premier italiano non meno di quanto lo sia per un candidato Presidente americano. Non vi è ragione di sottrarlo all’attenzione degli elettori, e in particolare delle elettrici di primarie e secondarie, che hanno il diritto di poter scegliere consapevolmente, disponendo di tutte le informazioni sui candidati, in perfetta trasparenza e senza omissis.
Postato da Chiara Lalli alle 17:52 5 commenti
Etichette: Aborto, Colpa, Legge 194/1978, Obiezione di coscienza, Stigma
#DibattitoScienza
giovedì 15 novembre 2012
Sulla diagnosi genetica di preimpianto (legge 40/2004)
TRIBUNALE DI CAGLIARI
Ordinanza 9 novembre 2012 G.I. Giorgio Latti
Ricorrenti
Avv.ti Filomena Gallo e Angelo Calandrini domiciliati
presso Studio legale Avv. Renato Chiesa
Struttura dell’ordinanza
Fatto:
I coniugi di Cagliari risultano rispettivamente lei affetta da talassemia major e lui portatore sano di talassemia major. Nell’agosto del 2011 la coppia, entrambi infertili ma desiderosi di avere un figlio, si rivolgono all’Ospedale Microcitemico di Cagliari - Servizio di Ostetricia e Ginecologia, richiedendo diagnosi genetica pre-impianto (PGD) nell’ambito di procedura di procreazione medicalmente assistita (PMA) al fine di poter conoscere lo stato di salute dell’embrione ai sensi della L. 40/2004.
Il Dott. G. Monni responsabile del centro di PMA, rilevato che “La Struttura Complessa di Ostetricia e Ginecologia è in grado, come nel passato per aver eseguito oltre 40 PGD, di offrire alla coppia la PGD (fertilizzazione in vitro, prelievo dall’embrione di una singola cellula per l’analisi molecolare) ma non l’analisi molecolare di tale cellula.” precisava che “Fino al 2004, la singola cellula prelevata dall’embrione veniva consegnata per l’analisi genetica al Laboratorio di Genetica Molecolare della 2° Clinica Pediatrica del presidio Microcitemico”, dichiara disponibilità ad eseguire la proceduta FIVET e la biopsia della singola cellula prelevata da consegnare successivamente al Laboratorio di Genetica Molecolare. Tuttavia con lettera del 1/12/2011, il responsabile della II Clinica Pediatrica della suddetta struttura sanitaria, Dr. Galanello, attesta che nei laboratori della Clinica non si esegue la PGD.
Il diniego effettuato dal responsabile del laboratorio, che fino al 2004 aveva effettuato numerose indagini genetiche sull’embrione per la Talassemia, risulta del tutto illegittimo oltre che gravemente lesivo dei diritti costituzionalmente garantiti dei nostri assistiti.
Pertanto la coppia si rivolge al Tribunale di Cagliari per chiedere l’esecuzione dell’indagine richiesta e prevista dalla legge 40 art. 14 c. 5, affinché sia ordinato al laboratorio di Citogenetica dell’Ospedale Microcitemico l’esecuzione dell’indagine e/o all’azienda sanitaria la non interruzione del servizio anche tramite idonee convenzioni esterne.
Premessa all’azione:
riconoscimento della vigenza e della fondatezza nell’ordinamento italiano dei diritti asseriti dalla ricorrente:
1) tutela diritto salute della donna; 2) tutela diritto all’informazione nel trattamento sanitario; 3) tutela diritto alla procreazione cosciente e responsabile; 4) tutela del diritto alla salute.
Applicazione di Diagnosi genetica di pre impianto (PDG)
Disciplina applicabile :
art. 13 L. 40/04 c. 2, consente indagini diagnostiche sull’embrione;
art. 14 L. 40/04 c. 5, rapporti tra coppia e embrione in virtù del rispetto del diritto al trattamento sanitario informato, alla procreazione cosciente e responsabile al diritto a conoscere lo stato di salute dell’embrione prodotto;
art. 6 L. 40/04, “prima del ricorso ed in ogni fase di applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, il medico informa in maniera dettagliata i soggetti (...) sui metodi sui possibili effetti collaterali sanitari e psicologici conseguenti all’applicazione delle tecniche stesse, sulle probabilità di successo e sui rischi dalle stesse derivanti, nonché sulle relative conseguenze giuridiche per la donna, per l'uomo e per il nascituro (.....) nei confronti della donna e dell'uomo devono essere fornite per ciascuna delle tecniche applicate e in modo tale da garantire il formarsi di una volontà consapevole e consapevolmente espressa”.
L. 194/78, richiamata ai cc. 1 e 4 dell’art. 14 L. 40/04, afferma il diritto alla procreazione cosciente e responsabile rectius la possibilità di praticare l’IGV entro i primi 3 m o anche dopo ove fosse assunta una informazione attraverso le tecniche dell’amniocentesi e/o della villocentesi;
Convenzione di Oviedo del giugno 1996, ratificata con la l. n. 145 del 2001, all’art. 12 prevede che “Si potrà procedere a dei test volti a prevedere delle malattie genetiche o che permettano l'identificazione del soggetto come portatore di un gene responsabile di una malattia o di rilevare una predisposizione o una suscettibilità genetica ad una malattia solo a fini medici o di ricerca medica e con riserva di un consiglio genetico adeguato”;
- Sentenze Corte Costituzionale varie a partire da Sent. 27/75 e da ultimo sentenza 151/09: tutela della salute fisica e psicologica della madre è preminente rispetto a quella dell’embrione;
Decisioni sulla liceità della Diagnosi reimpianto Tribunali Cagliari 2007 - Firenze 2007 - Tar Lazio 2008 - Firenze 2008 - Bologna 2009 - Salerno gennaio e luglio 2010 - Corte EDU 2012.
Motivazione e dispositivo
Il Giudice Latti conferma la liceità della diagnosi preimpianto rigettando tutte le eccezioni formulate dall’azienda ospedaliera. Scrive nelle motivazioni: “Considerata l’evoluzione giurisprudenziale sopra richiamata, non vi è dubbio che la diagnosi genetica preimpianto debba considerarsi pienamente ammissibile, al fine di assicurare la compatibilità della legge n. 40 del 2004 con i principi del nostro ordinamento giuridico.”
Continua nelle motivazioni:
Deve essere, ancora una volta, ribadito, anche alla luce dei principi richiamati dalla giurisprudenza della Corte, come, nell'impianto della legge, la salute della donna prevalga sull’interesse alla integrità dell’embrione.
Pertanto, l’ammissibilità del trasferimento in utero solo degli embrioni sani o portatori sani della patologia non è eventualmente funzionale ad un ipotetico “diritto al figlio sano” ovvero a pratiche eugenetiche, le quali sono decisamente differenti rispetto alla fattispecie in esame, in cui sono, invece, rilevanti la sussistenza di un grave pericolo per la salute psico-fisica della donna, anche in relazione ad importanti anomalie del concepito, e la decisione della donna di valutare gli effetti della malattia dell’embrione sulla sua salute, analogamente a quanto avviene per l'aborto, in cui la decisione è rimessa, alle condizioni previste, soltanto alla responsabilità della donna (cfr. Corte cost. ord. num. 76 del 07/03/1996; n. 389 del 23/03/1988).”
Il Giudice Latti inoltre richiamando la recente decisione della Corte EDU in materia di accesso alla diagnosi preimpianto tramite l’accesso a tecniche di PMA, che condanna l’Italia per violazione dell’art. 8 della Carta EDU fa un importante richiamo alla verifica della possibilità di un orientamento conforme, testualmente” secondo quanto ribadito dalla nostra Corte costituzionale nella citata sentenza n. 80/2011, qualora si profili un eventuale contrasto fra una norma interna e una norma della CEDU, poiché le norme della CEDU integrano, quali “norme interposte”, il parametro costituzionale espresso dall'art. 117, primo comma, Cost., nella parte in cui impone la conformazione della legislazione interna ai vincoli derivanti dagli “obblighi internazionali”, il giudice comune deve verificare anzitutto la praticabilità di una interpretazione della prima in senso conforme alla Convenzione, avvalendosi di ogni strumento ermeneutico a sua disposizione”.
COMMENTO
Per la prima volta dall’entrata in vigore della legge 40/04, un giudice in materia di fecondazione assistita ordina ad una struttura pubblica di eseguire una tecnica diagnostica anche tramite il ricorso ad altre strutture sanitarie, come avviene di fatto per altri tipi di indagini.
In tal modo è sancito che non c’è differenza tra struttura pubblica e privata in affermazione del principio di equità nell’accesso alle cure.
In Italia, attualmente esistono 357 centri di fecondazione medicalmente assistita attivi. Di questi i centri che applicano tecniche in vitro quindi di secondo e terzo livello sono 202 e, nello specifico di questi 76 svolgono servizio pubblico e 22 servizio privato convenzionato, i rimanenti 104 offrono servizio privato ( fonte Registro Nazionale della Procreazione Medicalmente Assistita).
I centri pubblici non eseguono tecniche di PGD.
Il giudice di Cagliari rigetta tutte le eccezioni formulate dall’azienda ospedaliera del Microcitemico di Cagliari, precisando:
- la preminenza dell’interesse alla salute della donna rispetto a quello allo sviluppo dell’embrione;
- la liceità dell’accertamento diagnostico;
- la procreazione medicalmente assistita come trattamento medico,
- il diritto a ricevere una completa informativa funzionale ad una procreazione libera e consapevole;
In uno il G.I. ha così deciso:
per questi motivi
su parere conforme del pubblico ministero,
- in accoglimento del ricorso, accerta il diritto di XXXX e XXXXXX, ad ottenere, nell’ambito dell’intervento di procreazione medicalmente assistita, l’esame clinico e diagnostico sugli embrioni e il trasferimento in utero della Sig.ra XXXXX solo degli embrioni sani o portatori sani delle patologie da cui gli stessi ricorrenti risultano affetti;
- dispone che la Azienda sanitaria locale di Cagliari e l’Ospedale Regionale per le Microcitemie di Cagliari, in persona del legale rappresentante, esegua, nell’ambito dell’intervento di procreazione medicalmente assistita, l’esame clinico e diagnostico sugli embrioni e trasferisca in utero della Sig.ra XXXXX, qualora da lei richiesto, solo gli embrioni sani o portatori sani delle patologie da cui gli stessi ricorrenti risultano affetti, mediante le metodologie previste in base alla scienza medica e con crioconservazione degli ulteriori embrioni;
- dispone che, qualora la struttura sanitaria pubblica dovesse trovarsi nell'impossibilità di erogare la prestazione sanitaria tempestivamente in forma diretta, tale prestazione possa essere erogata in forma indiretta, mediante il ricorso ad altre strutture sanitarie;
- dichiara l’inammissibilità degli interventi in giudizio delle Associazioni Cerco un Bimbo, Amica Cicogna Onlus e Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.
In corso la conferenza stampa dell’Associazione Luca Coscioni.
Postato da Chiara Lalli alle 15:44 0 commenti
Etichette: Diagnosi genetica di preimpianto, Diagnosi prenatali, Legge 40/2004, Riproduzione artificiale
mercoledì 14 novembre 2012
Savita Halappanavar
In honor of Savita Halappanavar; in honor of the nearly 22 million women worldwide each year who endure unsafe aborton; in honor of the 47,000 women per year worldwide who die from complications of unsafe abortion and the estimated 10 times that number who suffer long-term health consequences; in honor of the millions of women who do not have access to contraception, who have no control over whether and with whom they have sex or and whether or with whom they have children, we can fight back. In honor of the young girls married young and the women forced to bear children long past the point they are able to care for more... for all these women, we must continue to act, to liberalize abortion laws, ensure every woman has access, remove the stigma, and trust women, like Savita, who know when it is time to end even the most wanted pregnancy.We Are All Savita Halappanavar: Catholic Hospital in Ireland Denies Woman Life-Saving Abortion, Jodi Jacobson, RH Reality Check, november 13, 2012.
Altro su The Guardian qui e qui.
domenica 11 novembre 2012
Quando la risata è femmina. Oltre il muro del pregiudizio
Le donne sanno far ridere? Da questa domanda parte Yael Kohen in We Killed: The Rise of Women in American Comedy (Sarah Crichton Books). La risposta positiva è affidata alla storia delle protagoniste della commedia statunitense dagli anni Cinquanta fino ad oggi, anzi alla loro stessa voce. Dopo una breve introduzione, Kohen lascia che siano i racconti in prima persona a ricostruire l’affresco di circa sessant’anni di stand up comedy e serie tv.
Il libro è anche la storia di un pregiudizio difficile da rimuovere, tanto che la domanda è ancora molto frequente: le donne sanno far ridere? La domanda implica un’indagine su un contesto più ampio: esiste una comicità femminile? Le donne e gli uomini ridono per le stesse battute e possono fare le stesse battute? Quando Christopher Hitchens aveva scritto nel 2007 Why Women Aren’t Funny su Vanity Fair era partito proprio dalle differenze culturali rispetto alla seduzione per giustificare la differenza: se è frequente sentire una donna elogiare un uomo perché la fa ridere, accade di rado il contrario.
Il Corriere della Sera, la Lettura #52, 11 novembre 2011.
Postato da Chiara Lalli alle 09:30 1 commenti
Etichette: Comicità, Commedia, Il Corriere della Sera, la Lettura, Pregiudizi
giovedì 1 novembre 2012
Marriage on the Ballot
The freedom to marry is a fundamental right that should not have to be won or defended at the ballot box. In fact, ballot initiatives are a bad way to write or rewrite laws of any kind. Unfortunately, that is the reality of American politics, which is why same-sex marriage measures on the Nov. 6 ballot in Maine, Washington, Maryland and Minnesota could turn out to be pivotal in the struggle for marriage equality.The New York Times, october 30, 2012.
Thanks to court rulings and legislative victories, same-sex marriage is now legal in six states and the District of Columbia, and polls show that a majority of Americans support the legalization of marriages for gay, lesbian and bisexual couples. But same-sex marriage has never won a ballot referendum.
The measure in Maine probably has the best chance of winning. Three years ago, Maine voters rejected a marriage-equality bill that had been approved by the State Legislature. But, instead of giving up, supporters of the freedom to marry went right back to knocking on doors, raising money, honing their arguments and organizing for a new vote this fall to legalize same-sex marriages.
(Lo si diceva anche a proposito del fine vita).
Postato da Chiara Lalli alle 18:12 0 commenti
Etichette: Diritti civili, Diritto di famiglia, Famiglia, Matrimonio, Uguaglianza


























