Sit in di protesta davanti al vaticano, sabato prossimo alle 5 (piazza Pio XII).
Promotori: Arcigay Roma, ArciLesbica Roma, Certi Diritti.
mercoledì 3 dicembre 2008
Mai più uccisi perché gay
Postato da Chiara Lalli alle 12:11 6 commenti
Etichette: Arcigay, Arcilesbica, Certi Diritti, Diritti degli omosessuali, Omofobia
Allarme per il latte crudo. La moda porta in ospedale
Agghiacciante l’inchiesta di Anna Meldolesi sul latte crudo (Il Riformista, 3 dicembre 2008). Succederà qualcosa? Si accettano scommesse.
Allarme per il latte crudo
Bere latte crudo non pastorizzato è come giocare alla roulette russa. Se sei fortunato risparmi fino a mezzo euro al litro. Se non lo sei puoi beccarti un batterio patogeno e finire in dialisi o rimetterci addirittura la pelle. Accade in Italia, mentre politici e produttori cantano il ritorno ai vecchi sapori, le normative sanitarie sono piene di buchi e i distributori automatici di latte non trattato aumentano vertiginosamente.
Che i rischi non siano soltanto teorici lo dimostra una circolare del Ministero della salute del 22 ottobre, firmata da Silvio Borrello, di cui Il Riformista è venuto in possesso. Parla di “casi umani di infezione da Escherichia coli O157 associati al consumo di latte crudo sul territorio italiano e del riscontro di diverse positività per E. coli O157 sia nel latte crudo, destinato come tale al consumo umano, sia nelle feci di animali produttori”. Dal 2004, anno in cui è stata autorizzata la vendita diretta di latte non pastorizzato nel nostro paese, le preoccupazioni fra gli specialisti di sicurezza alimentare sono andate aumentando. Ma la consapevolezza politica della necessità di un giro di vite sembra farsi strada solo adesso, dopo che i rischi, ampiamente documentati a livello internazionale, si sono trasformati in danni concreti per la salute dei consumatori. A suonare la sveglia potrebbe essere stata una storia esemplare, mai trapelata finora, accaduta quest’anno a Legnago. La protagonista è una bambina di 3 anni, che chiameremo Maria. Non sappiamo se i suoi genitori le abbiano dato quel latte “appena munto” perché credevano che fosse più genuino o per risparmiare rispetto ai prezzi della grande distribuzione. I fratellini di Maria, comunque, sono stati fortunati, lei invece è stata ricoverata per 12 giorni in terapia intensiva all’Ospedale Civile Maggiore di Verona. Colpa di un brutto ceppo batterico, che può trovarsi nel latte non pastorizzato e nella carne poco cotta, e causa la sindrome emolitico-uremica. Questa malattia colpisce soprattutto i bambini, uccidendoli nell’1-2% dei casi e determinando un’insufficienza renale cronica nel 10-20% dei casi. Secondo indiscrezioni i veterinari della Usl 21 di Legnago, allertati dall’ospedale, hanno rinvenuto il batterio in un allevamento che rifornisce i distributori automatici del paese. Ma non è chiaro se e quando queste vacche siano state eliminate dalla produzione. Il referente della Direzione igiene del Veneto, Silvio Pittui, ci ha confermato che le linee guida regionali non hanno ancora recepito le indicazioni, peraltro carenti, dell’Intesa fra Governo e regioni del 2007 e pare che la maggior parte delle regioni italiane sia in condizioni simili. In Veneto, dunque, non sono obbligatori i controlli per E. coli e, quando la Usl propone la sospensione dell’autorizzazione alla vendita, il sindaco non è tenuto ad accoglierla. Per il caso di Maria, in effetti, circolano voci su un disaccordo fra il sindaco di Legnago, Silvio Gandini del Pd, e il veterinario che chiedeva la sospensione. A complicare il quadro c’è il fatto che questo batterio è un ospite asintomatico dell’intestino dei bovini, mentre per l’uomo è patogeno anche a concentrazioni bassissime. Poiché la contaminazione con le feci è intermittente, il fatto che un campione di latte sia negativo non ci mette al riparo dal rischio durante la mungitura successiva. Perciò bisognerebbe andare a cercare il batterio non solo sul prodotto, ma anche sull’animale, e poco importa se questo è apparentemente sano. Non a caso la recente circolare del Ministero della salute afferma che i capi positivi devono essere esclusi dalla produzione di “latte crudo”, anche se test successivi risultano negativi, e prevede l’adozione da parte dell’azienda di adeguate misure di prevenzione in attesa di un parere del Consiglio superiore di sanità. Ma non è chiaro in quanti la stiano applicando.
Il Veneto non ha ancora reso pubblici i dati del monitoraggio annuale sul latte non pastorizzato venduto nella regione. Ma lo ha fatto la Lombardia e non vi è motivo di ritenere che qui gli allevatori lavorino peggio che altrove. Mario Astuti, della Direzione generale sanità, fa il punto: nel 2007 ci sono state 29 sospensioni, il 42% delle quali perché erano fuori norma la carica batterica o le cellule somatiche, che sono un indicatore di mastite. Poi sono stati trovati germi patogeni come stafilococco, salmonella, listeria, campylobacter, streptococco. E in 4 casi E. Coli. Un’interrogazione presentata il 10 ottobre da Paolo De Castro e altri esponenti del Pd chiede al ministro Sacconi di garantire una corretta informazione. E qui bisogna partire davvero da zero. L’intesa governo-regioni specifica che sui distributori deve essere scritto “latte crudo non pastorizzato”, ma molti mostrano impresso solo il primo aggettivo, lasciando i consumatori nel dubbio. Lombardia ed Emilia Romagna suggeriscono di scaldare ad almeno 70°C prima del consumo se si appartiene a una categoria a rischio, ma dimenticano di includere le donne incinte e finiscono per sviare i consumatori quando specificano che questo vale “per tutti gli alimenti crudi”. Altrove è peggio: in Veneto, ad esempio, non è prevista alcuna scritta. I genitori di Maria, dunque, non sapevano di correre un rischio.
Un business per gli amici di Grillo
Il ritornello suona così: dalla stalla alla tavola. E la filiera è talmente corta che tra produttore e consumatore non solo non c’è spazio per la pastorizzazione, ma spesso neppure per i controlli veterinari. Eppure il business fa faville: il sito che censisce su base volontaria i distributori automatici di latte crudo – www.milkmaps.com, creato dagli amici di Beppe Grillo – ne conta 1004 in 71 province ma potrebbero essere anche il doppio. Non solo nei pressi delle aziende e nei farmer market, ma anche nelle piazze, soprattutto nel nord Italia. Tra quelli mobili alcuni fanno sosta davanti alle scuole. E meno male che nessun amministratore ha ancora avuto l’incoscienza di accontentare Coldiretti, autorizzando la vendita anche dentro gli edifici scolastici, gli ospedali e le case di cura. Il conto è presto fatto: l’investimento iniziale per il “bancomat del latte” è modesto – dai 5.000 ai 30.000 euro a seconda del modello - e si ammortizza rapidamente. Infatti se un allevatore vende il suo prodotto al circuito tradizionale riceve 30 centesimi al litro, magari a 60 o a 90 giorni. Vendendo direttamente al consumatore incassa 1 euro subito, anche di più se il latte è biologico. E 1 euro è sufficiente per attirare un buon numero di clienti, visto che un litro di prodotto pastorizzato al supermercato costa 50 centesimi in più. Insomma tra coloro che fanno la fila, spesso portandosi da casa la bottiglia di vetro, non ci sono solo le vittime del pensiero petrinian-grillesco. C’è chi fa fatica ad arrivare a fine mese e chi crede che “crudo” significhi semplicemente “fresco”. Poi, certo, ci sono i fissati dell’ecologia che pensano che la natura sia più benigna della tecnologia e vogliono ridurre gli imballaggi. E i buongustai che rimpiangono i sapori di un tempo, dimenticando che la pastorizzazione è stata una conquista per la salute dell’umanità.
La lobby dei produttori, che con le loro manifestazioni si sono meritati l’appellativo di “milk warrior”, conviene tenersela buona. Ed ecco che a inaugurare i distributori accorrono i sindaci. Anche quello di Legnago, ritratto sul sito dell’azienda agricola Bontempo mentre taglia il nastro. Il latte alla spina impazza su internet, fra articoli di Slowfood, blog ambientalisti, deliri olistici di pseudoscienziati. “Scrivono che il latte crudo non dà allergie, fa dimagrire, previene i tumori”, si scandalizza Alfredo Caprioli, direttore del laboratorio europeo di referenza per E. coli O157, all’Istituto superiore di sanità. Junk science: scienza spazzatura. Dicono che possono consumarlo tutti, vecchi e bambini. Consigliano di non bollirlo per conservare le sue qualità nutritive. Sostengono che la pastorizzazione uccide anche i batteri benefici, quelli che consentono al latte crudo di difendersi da solo perché è vivo. Anche troppo vivo, aggiungiamo noi. L’unico modo onesto di venderlo sarebbe con l’etichetta: “latte non pastorizzato, può contenere microrganismi patogeni per l’uomo”. Ma questo ucciderebbe il business.
Postato da Chiara Lalli alle 11:21 88 commenti
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martedì 2 dicembre 2008
Il testo della dichiarazione contro l’omofobia
Ecco il testo della bozza di dichiarazione per la depenalizzazione dell’omosessualità, firmata dai paesi dell’Unione Europea, che sarà presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il prossimo 10 dicembre e contro cui si è scagliata la Santa Sede:
1. We reaffirm the principle of universality of human rights, as enshrined in the Universal Declaration of Human Rights whose 60th anniversary is celebrated this year, Article 1 of which proclaims that “all human beings are born free and equal in dignity and rights”;(Fonte: Marco Perduca. Con un ringraziamento particolare per Inyqua.)
2. We reaffirm that everyone is entitled to the enjoyment of human rights without distinction of any kind, such as race, colour, sex, language, religion, political or other opinion, national or social origin, property, birth or other status, as set out in Article 2 of the Universal Declaration of Human Rights and Article 2 of the International Covenants on Civil and Political, Economic, Social and Cultural Rights, as well as in article 26 of the International Covenant on Civil and Political Rights;
3. We reaffirm the principle of non-discrimination which requires that human rights apply equally to every human being regardless of sexual orientation or gender identity;
4. We are deeply concerned by violations of human rights and fundamental freedoms based on sexual orientation or gender identity;
5. We are also disturbed that violence, harassment, discrimination, exclusion, stigmatisation and prejudice are directed against persons in all countries in the world because of sexual orientation or gender identity, and that these practices undermine the integrity and dignity of those subjected to these abuses;
6. We condemn the human rights violations based on sexual orientation or gender identity wherever they occur, in particular the use of the death penalty on this ground, extrajudicial, summary or arbitrary executions, the practice of torture and other cruel, inhuman and degrading treatment or punishment, arbitrary arrest or detention and deprivation of economic, social and cultural rights, including the right to health;
7. We recall the statement in 2006 before the Human Rights Council by fifty four countries requesting the President of the Council to provide an opportunity, at an appropriate future session of the Council, for discussing these violations;
8. We commend the attention paid to these issues by special procedures of the Human Rights Council and treaty bodies and encourage them to continue to integrate consideration of human rights violations based on sexual orientation or gender identity within their relevant mandates;
9. We welcome the adoption of Resolution AG/RES. 2435 (XXXVIII-O/08) on “Human Rights, Sexual Orientation, and Gender Identity” by the General Assembly of the Organization of American States during its 38th session in 3 June 2008;
10. We call upon all States and relevant international human rights mechanisms to commit to promote and protect human rights of all persons, regardless of sexual orientation and gender identity;
11. We urge States to take all the necessary measures, in particular legislative or administrative, to ensure that sexual orientation or gender identity may under no circumstances be the basis for criminal penalties, in particular executions, arrests or detention;
12. We urge States to ensure that human rights violations based on sexual orientation or gender identity are investigated and perpetrators held accountable and brought to justice;
13. We urge States to ensure adequate protection of human rights defenders, and remove obstacles which prevent them from carrying out their work on issues of human rights and sexual orientation and gender identity.
Aggiornamento 3 dicembre: la traduzione italiana del documento è disponibile ora su Renzo e Lucia.
Avanti senza bussare
Ma perché le nostre strade diventino comunicanti occorre, a mio avviso, evitare una trappola. Occorre evitare di chiedere il permesso, di chiedere l’autorizzazione e la benedizione alla chiesa del «bussate e vi sarà chiuso».
Finché gay e lesbiche, divorziati/e, separati/e, conviventi, oppure preti che incontrano un amore continueranno a chiedere il permesso di vivere le proprie esperienze, forse non nascerà molto di nuovo.
Continuare a bussare alla porta della chiesa-gerarchia per chiedere di entrare e per ottenere almeno un posticino all’ombra ad occhi bassi e tenendo il fiato per non disturbare nessuno, significa bussare alla porta sbagliata e compiere un’operazione da schiavi/e.
[...]
Se vogliamo usare questa metafora della porta, dobbiamo ricordarci che l’unica porta alla quale i credenti devono bussare, è la porta di Dio.
(In Omosessualità e Vangelo, a cura di Pasquale Quaranta, 2008, Gabrielli editore).
ps
leggete cosa scrive sulla oscena dichiarazione di ieri: Vaticano: dalla parte degli assassini.
Postato da Chiara Lalli alle 12:39 24 commenti
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lunedì 1 dicembre 2008
Infernale guazzabuglio di orrori
VATICANO: NO A DEPENALIZZAZIONE OMOSESSUALITÀ DA PARTE DELL’ONU = LA POSIZIONE ESPRESSA DA MONS. MIGLIOREAggiornamento 3 dicembre di G.R.: ecco, per quel che serve (la traduzione dell’AdnKronos è impeccabile), l’originale francese delle dichiarazioni di mons. Migliore:
Città del Vaticano, 1 dic. (Adnkronos) - L’Onu non deve depenalizzare l’omosessualità come richiesto dalla Francia perchè ciò porterebbe a nuove discriminazioni in quanto gli Stati che non riconoscono le unioni gay verranno «mesi alla gogna». È quanto ha spiegato mons. Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite. «Tutto ciò che va in favore del rispetto e della tutela delle persone - ha affermato l’arcivescovo - fa parte del nostro patrimonio umano e spirituale. Il Catechismo della Chiesa cattolica, dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione». «Ma qui - ha aggiunto Migliore in riferimento alla proposta che la Francia ha intenzione di presentare all’Onu in favore della depenalizzazione dell’omosessualità nel mondo intero - la questione è un’altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di paesi, si chiede agli Stati ed ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni». «Per esempio - ha detto l’arcivescovo - all’agenzia cattolica I-Media - gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come ‘matrimonio’ verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».
Pour sa part, la France a l’intention de présenter à l’ONU un projet de déclaration pour demander la dépénalisation de l’homosexualité dans le monde entier, au nom des 25 pays de l’Union européenne. Comment réagissez-vous à cette proposition?
Tout ce qui est fait en faveur du respect et de la protection des personnes fait partie de notre patrimoine humain et spirituel. Le Catéchisme de l’Eglise catholique affirme, et cela ne date pas d’hier, qu’il faut éviter toute forme injuste de discrimination contre les homosexuels. Mais ce n’est pas là la question. Dans une déclaration ayant une valeur politique et signée par un groupe de pays, il est demandé aux Etats et aux mécanismes internationaux d’application et de contrôle des droits de l’homme d’ajouter de nouvelles catégories devant être protégées contre la discrimination, sans tenir compte que, en cas d’adoption, elles créeront de nouvelles et terribles discriminations. Par exemple, les Etats qui ne reconnaissent pas l’union entre personnes du même sexe comme ‘mariage’ seront mis au pilori et feront l’objet de pressions.
Un appello da rilanciare
L’appello di Ignazio Marino:
Il Parlamento, con molti anni di ritardo e sull’onda emotiva legata alla drammatica vicenda di Eluana Englaro, si prepara a discutere e votare una legge sul testamento biologico.Si può firmare qui (
Dopo quasi 15 anni di discussioni, chiediamo che il Parlamento approvi questo importantissimo provvedimento che riguarda la vita di ciascun cittadino. Il Parlamento, dove siedono i rappresentanti del popolo, deve infatti tenere conto dell’orientamento generale degli italiani.
Rivendichiamo l’indipendenza dei cittadini nella scelta delle terapie, come scritto nella Costituzione.
Rivendichiamo tale diritto per tutte le persone, per coloro che possono parlare e decidere, e anche per chi ha perso l’integrità intellettiva e non può più comunicare, ma ha lasciato precise indicazioni sulle proprie volontà.
Chiediamo che la legge sul testamento biologico rispetti il diritto di ogni persona a poter scegliere.
Chiediamo una legge che dia a chi lo vuole, e solo a chi lo vuole, la possibilità di indicare, quando si è pienamente consapevoli e informati, le terapie alle quali si vuole essere sottoposti, così come quelle che si intendono rifiutare, se un giorno si perderà la coscienza e con essa la possibilità di esprimersi.
Chiediamo una legge che anche nel nostro Paese dia le giuste regole in questa materia, ma rifiutiamo che una qualunque terapia o trattamento medico siano imposti dallo Stato contro la volontà espressa del cittadino.
Vogliamo una legge che confermi il diritto alla salute ma non il dovere alle terapie.
Vogliamo una legge di libertà, che confermi ciò che è indicato nella Costituzione.
Aggiornamento 12:50: adesso è possibile aderire anche sul blog (chi vuole può lasciare un breve commento). Direi comunque che è opportuno evitare doppie firme.
No, questa non è una Europa cristiana, ma di mentecatti ignoranti
La fonte è qui.
Postato da Chiara Lalli alle 00:35 26 commenti
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domenica 30 novembre 2008
venerdì 28 novembre 2008
Uguale dignità
Sergio Bartolommei, «Un caso spartiacque tra laici e vitalisti» (Liberazione, 27 novembre 2008, p. 12):
Anche a non volere qui contestare il linguaggio della morale religiosa che considera anche gli individui in Stato vegetativo permanente “persone”, la domanda che sorge immediata è la seguente. Chi crede che un essere umano sia “persona”, con la sua intatta “dignità” durante tutta la sua esistenza, come può sostenere che in fase di incoscienza la “persona” Eluana Englaro possa avere meno dignità di una “persona”, Testimone di Geova, che sceglie, non ostacolata e senza obbligare altri a fare la sua scelta, di morire piuttosto che subire un’emotrasfusione? Perché dovrebbe essere riconosciuto a una persona cosciente il diritto di rifiutare le cure in base ai suoi valori e lo stesso diritto negato a una persona che non abbia più questa capacità nonostante abbia espresso con chiarezza la sua volontà quando era lucida e cosciente? Non ha anche quest’ultima il diritto di non subire violenze inutili e indesiderate?
Postato da Giuseppe Regalzi alle 13:00 3 commenti
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Libertà illiberale
Bruno Gravagnuolo sull’ultimo saggio di Marcello Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani («La libertà illiberale di Pera», L’Unità, 26 novembre 2008, p. 39):
Ma assurda e malfondata è anche la tesi generale di Pera, con la quale il Papa entusiasticamente consente. Vale a dire, l’obbligo di essere cristiani, se si vuol essere liberali. E in base al falso assunto per il quale il liberalismo scaturisce ipso facto dal cristianesimo, e logicamente ne dipende. Sciocchezza bella e buona! Visto che a lungo il Cristianesimo contrastò la libertà etico-politica del singolo, affermandone la dignità universale solo sul piano ultramondano (S. Paolo dissuade gli schiavi dal ribellarsi!). Perché il cattolicesimo anatemizzò fino a Pio IX il liberalismo. Perché solo una parte del cristianesimo riformato incoraggiò il liberalismo. E perché il liberalismo è figlio secolare del giusnaturalismo, che laicizza la legge naturale e ne fa legge positiva senza dogma. Inoltre, anche l’infinito valore della persona (cristiana) non nasce da sé. Ha, dietro, tre secoli di filosofia pagana: cinica, stoica ed epicurea, per tacere di Platone e Aristotele. E davanti a sé, dopo Cristo, secoli di lotte civili, spesso contro la Chiesa. Il liberalismo non nasce bello e fatto dai Vangeli: è un prodotto umano!Da leggere tutto.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 07:00 7 commenti
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giovedì 27 novembre 2008
81%
Milano, 26 nov. (Apcom) - L’81 per cento degli italiani non vorrebbe essere tenuto in vita qualora si trovasse nelle condizioni di Eluana Englaro. È questo il risultato che emerge da un sondaggio condotto dal settimanale Donna Moderna, che sarà in edicola domani. Solo il 19% degli intervistati invece direbbe sì alla vita anche in quelle condizioni.
La religione è il doping dei popoli
Titolo di un articolo di Vittorio Possenti, dedicato all’ultimo libro di Marcello Pera, su Avvenire di ieri: «Il liberalismo tornerà a correre solo con una grande iniezione».
L’Osservatore e il monolite
Stavo leggendo l’articolo in cui Juan Manuel de Prada – uno scrittore cattolico tradizionalista – protesta violentemente contro l’ormai nota sentenza di un tribunale spagnolo che obbliga a rimuovere i crocifissi dalle pareti di una scuola di Valladolid («Una semplice croce», L’Osservatore Romano, 25 novembre 2008, p. 6), e già mi chiedevo se ne avrei potuto ricavare un post sul concetto di Stato laico (col quale l’autore non sembra avere particolare dimestichezza), quando sono arrivato a un’affermazione del de Prada, che non aveva niente a che fare con il tema in discussione ma che mi ha indotto a fermare per qualche minuto la lettura.
La visione di un crocifisso chi può offendere? Non, naturalmente, quanti non sono stati educati nel cristianesimo; poiché, per questi, un crocifisso sarà come il monolite che adoravano gli uomini delle caverne, una figura priva di significato religioso in cui, forse, scopriranno un significato storico.Quando ho letto del monolite, il mio primo pensiero è stato – anzi, no: dirò prima qual è stato il mio secondo pensiero. Ho pensato: no, non è possibile; probabilmente si riferisce ai menhir, o a qualche altro pietrone del genere.
Ora, lasciamo stare che i menhir non venivano adorati dagli uomini delle caverne (se pure venivano adorati), ma da popolazioni che praticavano l’agricoltura e vivevano in villaggi; questo il de Prada potrebbe anche non saperlo, o esserselo dimenticato. Il problema è che indicare un menhir con la parola «monolite» suona abbastanza strano, anche in spagnolo per quel che ne so: ogni menhir è un monolite (una pietra tutta d’un pezzo), sì, ma perché non usare il termine più specifico? E soprattutto, perché dire «il monolite» e non «i monoliti» o «un monolite»? Per scrupolo ho cercato se c’era da qualche parte l’originale spagnolo del testo – e ho scoperto in questo modo che gran parte dell’articolo, salvo ovviamente i riferimenti all’immediata attualità, era già apparsa il 14 luglio sul quotidiano conservatore spagnolo ABC, col conciliante titolo di «Odium fidei» (c’è anche una simpatica foto dell’autore). De Prada non butta niente, come si vede (e la traduzione dell’Osservatore è fedele):
¿A quién puede injuriar la visión de un crucifijo? No, desde luego, a quienes no hayan sido educados en el cristianismo; pues, para estos, un crucifijo será como el monolito al que adoraban los hombres de las cavernas, una figura carente de significado religioso en la que, si acaso, descubrirán un sentido histórico.Insomma, dalla scelta dell’articolo determinativo sembra che qui si stia parlando del monolite per eccellenza, non di un menhir qualsiasi; e così son dovuto tornare al mio primo pensiero...
Lo lascio dire alla Wikipedia spagnola, alla voce «Monolito»: «La referencia cultural más conocida es el monolito de 2001: Una odisea en el espacio». Essì, il monolite per antonomasia è quello del film di Kubrick; ed è proprio quello che viene (o sembra venire) adorato dagli uomini-scimmia, che vivono nelle caverne.
Parafrasiamo allora l’affermazione di de Prada:
per quanti non sono stati educati nel cristianesimo, un crocifisso sarà come il monolite che adoravano gli uomini delle caverne nel film 2001, una figura priva di significato religioso in cui, forse, scopriranno un significato storico.Per chi non è cristiano il monolite di Kubrick è una figura in cui scoprire un significato storico? Ma 2001 non è mica un documentario; è un film di fantascienza! Qualcosa non torna – e si fa strada il sospetto che de Prada abbia formato le proprie idee sulla preistoria nelle sale cinematografiche. Forse non è un caso che l’articolo per ABC riporti anche un paragone con «el conde Drácula o la niña de “El exorcista”»...
La mia curiosità più grande – destinata, temo, a restare insoddisfatta – è questa: cosa passava per la testa di chi ha letto questo brano (chissà, forse il coltissimo Giovanni Maria Vian, direttore del quotidiano vaticano, in persona) prima di approvare l’articolo per la pubblicazione?
(Sì, lo so, adesso dovrei parlare del passo dove de Prada paragona i laicisti europei agli «scorpioni che si pungono con il proprio pungiglione e agonizzano vittime del loro veleno», e magari dovrei anche indignarmici un po’; ma che volete, non mi riesce, comincerei a chiedermi da quale film avrà tratto la suggestiva immagine...)
Postato da Giuseppe Regalzi alle 09:05 13 commenti
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mercoledì 26 novembre 2008
La famiglia nel Codice Napoleone
Art. 148 – Il figlio che non è giunto all’età di venticinque anni compiti, la figlia che non ha compito gli anni ventuno, non possono contrarre matrimonio senza il consenso del padre e della madre; in caso che siano discordi, il consenso del padre è sufficiente [...].
Art. 151 – I figli di famiglia giunti alla maggiore età, determinata dall’articolo 148, sono tenuti prima di contrarre matrimonio a chiedere con un atto rispettoso e formale il consiglio del padre e della madre loro [...].
Art. 152 – Dopo la maggiore età determinata dall’articolo 148 fino all’età dei trent’anni compiti per i maschi, e degli anni venticinque compiti per le femmine, l’atto rispettoso prescritto dall’articolo precedente, se non sarà susseguito dal consenso per il matrimonio, dovrà rinnovarsi altre due volte di mese in mese, e scaduto un mese dopo il terzo atto, si potrà procedere alla celebrazione del matrimonio.
Art. 214 – La moglie è obbligata ad abitare col marito, e a seguitarlo ovunque egli crede opportuno di stabilire la sua residenza [...].
Art. 215 – La moglie non può stare in giudizio senza l’autorizzazione del marito, quand’anche ella esercitasse pubblicamente la mercatura, o non fosse in comunione o fosse separata di beni [...].
Art. 217 – La donna, ancorché non sia in comunione e sia separata di beni, non può donare, alienare, ipotecare, acquistare, a titolo gratuito od oneroso, senza che il marito concorra nell’atto, o presti il consenso per iscritto.
(Così, riflessioni intorno alla famiglia.)
Postato da Chiara Lalli alle 11:50 9 commenti
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Eluana è roba loro
Da «Eluana Englaro è roba mia... e se muore mi offendo» (Polvere di GG, 25 novembre 2008), pensieri suscitati dalla lettura di un volantino di Comunione e Liberazione:
Eluana Englaro non è al mondo per donarmi la sua presenza; né è obbligata a farlo. Eluana Englaro è di se stessa, e di nessun altro. Nessuno, nemmeno l’affetto più caro che si ha, ha il diritto di ritenersi vincolante ragione d’esistenza per chi gli sta intorno; se ciò avviene, l’affetto cessa di essere affetto e diventa un credito.
[…]
E infine: io non voglio “abbracciare Eluana”. Io non voglio, ne ho diritto di volere niente, in merito ad Eluana. Io, come voi, non conosco né ho mai visto Eluana Englaro. Io vorrei soltanto vivere in un paese laico, in cui l’autodeterminazione dell’individuo sia principio realmente condiviso.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 08:43 69 commenti
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martedì 25 novembre 2008
Miserabili
Da una nota dell’agenzia Asca:
(ASCA) - Roma, 25 nov - Eluana Englaro compie oggi 38 anni e con lei «ci saranno solo le suore misericordine che in questi anni hanno rappresentato la sua famiglia.
Il padre, Beppino Englaro, sarà probabilmente in giro per l’Italia a cercare qualche struttura sanitaria che voglia accettare il trasferimento di Eluana per poi staccare il sondino».
Lo scrive, in una breve nota, il Movimento per la Vita, che nota come Eluana festeggi il suo compleanno «nella stessa clinica Beato Talamoni dove è nata nel 1970 e dove ha trascorso gli ultimi 14 anni, dopo l’incidente stradale di cui è rimasta vittima il 18 gennaio 1992».
Il teorema di Cuccurullo
Le discussioni sui grandi temi di interesse pubblico vedono spesso un’alternarsi delle fortune degli argomenti più usati, che a tratti ricorda l’alternarsi delle mode. Nella discussione sul testamento biologico in generale, e sul caso Englaro in particolare, imperversa da qualche giorno un argomento portato alla ribalta dal professor Franco Cuccurullo, rettore dell’Università di Chieti e presidente del Consiglio superiore di sanità, che lo ha illustrato in un’intervista concessa ad Avvenire (Enrico Negrotti, «“Morirà per eutanasia. Non della sua malattia”», 20 novembre 2008, p. 7):
Si tratta di eutanasia perché la morte di Eluana sarebbe causata dalla sospensione di idratazione e alimentazione, non dalla patologia di base dalla quale è affetta. Vede, io faccio due esempi: un paziente cui si interrompe un trattamento terapeutico o quello cui si toglie il sostegno alle funzioni vitali. Il primo caso è per esempio una persona affetta da una malattia tumorale allo stadio terminale. Io posso interrompere una chemioterapia che sottopone il paziente a ulteriori sofferenze senza migliorarne le condizioni. In questo caso la morte che sopraggiunge è una conseguenza diretta della malattia da cui è affetto il paziente. Viceversa – è il secondo caso – se a un paziente io sospendo l’idratazione e l’alimentazione non muore per la sua malattia, ma muore di sete e di fame. Non è la malattia che lo fa morire, il decesso non è conseguenza diretta della patologia che lo affligge. Muore per disidratazione.La distinzione posta da Cuccurullo – il suo teorema, se mi passate il termine – è chiara: se è la malattia ad uccidere, sia nel caso del malato terminale sia di chi terminale non è (come Welby), allora non si può parlare di eutanasia od omicidio; se ad uccidere è la sospensione dell’alimentazione, sì.
[…] Eluana Englaro non morirebbe della sua malattia, che è in uno stato stabile. C’è una forte spinta vitale in quell’organismo: per fermarla occorre sospendere idratazione e alimentazione. Cosa c’è di diverso dall’eutanasia, o dall’omicidio? Ruotiamo intorno a questi concetti, è difficile discriminare. Diverso era il caso di Piergiorgio Welby. La ventilazione meccanica era la terapia indispensabile alla [sic] sostenerlo nella sua malattia, che colpendo i muscoli rendeva impossibile anche la respirazione. La sospensione del funzionamento della macchina portava il paziente a morire della sua malattia.
Ma supponiamo che ci sia un malato nelle stesse identiche condizioni di Welby, collegato a un ventilatore artificiale; l’unica differenza è che costui non vuole morire. Se io nottetempo mi introduco in casa sua e lo stacco dal ventilatore, causandone la morte per asfissia, sono colpevole o no di omicidio? Supponiamo che davanti al giudice io usi l’argomento del professor Cuccurullo: non sono stato io ad uccidere quell’uomo, è stata la sua malattia; quale sarebbe la conclusione del magistrato?
Ma se questo è – come platealmente è – un efferato omicidio, e se pensiamo con Franco Cuccurullo che la sospensione delle cure a Welby non sia invece un delitto, su che base giustifichiamo la differenza fra i due casi? Facciamo qualche altro esempio: perché obbedire al desiderio di non curarsi di un cardiopatico va bene, e sottrargli il farmaco salvavita che intendeva assumere alla vigilia di una crisi invece no? Perché sabotare la macchina per la dialisi di un nefropatico è omicidio, e rispettare la sua volontà di sospendere la dialisi invece è un dovere professionale del medico? In tutti questi casi è sempre la malattia che uccide il paziente; l’unico fattore che cambia è la volontà di vivere del malato. Ed è questo, non altro, che stabilisce la rilevanza penale dell’omissione delle cure.
Immaginiamo adesso che in tutti questi casi io non faccia mancare al malato desideroso di vivere il suo trattamento, ma che lo chiuda in una stanza e lo lasci morire di sete e di fame. In questo caso non sarebbe la malattia ad uccidere quella persona, ma la sospensione dell’alimentazione (operata contro la sua volontà); ma ci sarebbe una differenza rispetto all’omicidio operato fermando il ventilatore, o sottraendo il cardiotonico, o rompendo la macchina per la dialisi? Sembra evidente che il giudizio, non solo sul piano giuridico ma anche su quello morale, sarebbe di assoluta identità (escludendo eventuali aggravanti per le sofferenze più o meno grandi nei vari casi): che la causa prossima sia la malattia o la fame e la disidratazione, non fa nessuna differenza.
Siamo arrivati al quarto e ultimo scenario. Supponiamo che io sospenda alimentazione e idratazione al malato consenziente; come debbo valutare questa omissione? Rispetto al caso della sospensione (sempre al malato consenziente) della ventilazione artificiale o dei cardiotonici o della dialisi, l’unica differenza è che in questo secondo caso si muore per la malattia, e non di fame e di sete; ma abbiamo appena visto che questa differenza non è moralmente né giuridicamente importante. Rispetto al caso della persona a cui sottraggo gli alimenti contro la sua volontà, l’unica differenza sta nella presenza del consenso; e abbiamo visto prima che questo fattore basta a determinare da solo la rilevanza penale di un’omissione.
La conclusione mi sembra inevitabile: non c’è nessuna differenza fra il sospendere un ventilatore (o un farmaco, o la dialisi) a una persona consenziente e sospenderle l’aimentazione e l’idratazione; il teorema di Cuccurullo, mi spiace, non sta in piedi. Quod erat demonstrandum.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 08:17 37 commenti
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lunedì 24 novembre 2008
Science, dogmas and the state
Questo è il titolo della bella recensione di Elena Cattaneo (Nature, Vol 456|27 November 2008) del libro di Armando Massarenti: Staminalia (pubblicato nel settembre 2008 da Guanda), una approfondita e molto interessante panoramica di quanto accade e di quanto è successo nel dibattito intorno alle cellule staminali. Consigliabile a quanti ancora si attaccano alla preferibilità etica delle staminali adulte rispetto alle embrionali (invocando la sacralità della vita e la mostruosità morale di sperimentare sugli embrioni) e che pretendono di mettere steccati alla ricerca scientifica (oltre che, purtroppo, mettere steccati normativi).
Giusto un assaggio.
The book then comes to its most crucial point. Those opposed to embryonic stem-cell research in Italy and elsewhere are not simply presenting their ethical or religious arguments and asking those who share them to adopt a consistent behaviour. Rather, they are denigrating scientific results by emphasizing disagreements and spreading false information about the alleged scientific or therapeutic superiority of the research that they wish to support. This approach is applied to stem-cell research today, but tomorrow could be directed at any other field of science judged to be troublesome.
Misinformation has consequences for the political guidelines that sustain research. In countries where funding allocations are based on peer review, these effects should be containable. Competition for the best ideas will not depend on a scientist’s political or religious points of view or public perception. Where conflicts of interest pollute the management and public funding of science, as in Italy, misinformation may inspire and strengthen political interference with devastating effect, beyond damaging the research that could otherwise enhance the cultural and economic contribution of a country rich in creativity.
Da leggere per intero, la recensione e soprattutto il libro.
Postato da Chiara Lalli alle 14:46 0 commenti
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Il beniamino di Bioetica si schiera coraggiosamente a favore dell’accanimento terapeutico
Con un’uggiosa uniformità di giudizi, quasi tutti i commentatori sono concordi nel ritenere del tutto legittima l’interruzione delle terapie nel caso del bambino di Treviso (un neonato di cinque giorni cui, nell’imminenza della morte ormai inevitabile, i medici avevano sospeso la somministrazione di pesanti medicazioni): si tratta di accanimento terapeutico, anche secondo la più ristretta e arcigna delle definizioni. Fa parziale eccezione il vescovo emerito di Treviso e commissario Cei per la Dottrina della fede, che in una dichiarazione alla Stampa si dice addolorato dall’episodio, ma poi in un soprassalto di prudenza aggiunge che bisogna capire cos’è successo veramente.
Nessun cedimento invece a queste ubbie da parte del beniamino di Bioetica, l’On. Luca Volontè, che virilmente non conosce dubbi, e parla di «introduzione di una eugenetica soft» e aggiunge: «il peggior nazicomunismo della selezione della specie è tutt’altro che scomparso». Si converrà che aver risparmiato una o due ore di atroci sofferenze a un bambino ormai condannato è un delitto efferato, degno dei peggiori totalitarismi. Un grazie sincero all’On. Volontè per averci ricordato che, checché se ne dica, l’accanimento terapeutico è una santa cosa, soprattutto se praticato sui più fragili e indifesi di noi.
La Ferita
Con Giulia Weber
di Sergio Pierattini
regia di Dominick Tambasco
TeatroLospazio.it (via Locri 42/44)
dal 18 al 20 novembre 2008 ore 21.00
www.teatrolospazio.it/joomla/
sabato 22 novembre 2008
La fine del diritto
Leggo con incredulità su Avvenire questo brano di un’intervista a Piero Alberto Capotosti, presidente emerito della Corte Costituzionale (Pino Ciociola, «“Eluana, un decreto legge per non staccare il sondino”», 22 novembre 2008, p. 7):
A proposito: alcuni magistrati ipotizzano proprio che nel distacco del sondino che garantisce alimentazione e idratazione ci siano gli estremi dell’omicidio: lei che ne pensa?Se davvero un atto previsto da una sentenza definitiva di un tribunale italiano non mettesse al riparo chi lo esegue da una possibile accusa di omicidio volontario, dovremmo prendere atto della fine dello Stato di diritto in questo paese. Sono convinto – voglio essere convinto – che questo non accadrà, e che le opinioni di Capotosti abbiano oggettivamente (dell’intenzione non so dire nulla) solo il valore di un’intimidazione brutale nei confronti dei medici chiamati ad eseguire il decreto della Corte d’Appello. Spero che qualche autorità intervenga a ristabilire la fiducia nella certezza del diritto, che non può che rimanere ferita da dichiarazioni di questo genere, quando sono emesse da un ex presidente della Consulta. E comincio ad avere la sensazione che nel caso Englaro sia messo drammaticamente in gioco qualcosa di ancora più fondamentale della autodeterminazione personale.
Qualora dovesse avvenire il distacco del sondino nasogastrico, si potrebbe dire che proprio questo gesto è la causa diretta del decesso della ragazza. Allora ho l’impressione che un magistrato territorialmente competente possa aprire l’indagine.
Ipotizzando un omicidio di consenziente?
Vedo più l’ipotesi di omicidio volontario, essendo dubbia nel caso di specie la manifestazione di un consenso della vittima.
E i pronunciamenti della Cassazione, presidente?
Le sue due sentenze potrebbero forse configurarsi come causa di non punibilità. Ma questo riguarderebbe la valutazioni del magistrato penale, che tuttavia, in linea di principio, certo non può essere bloccato nel suo obbligo di iniziare l’azione penale davanti a un evento che in astratto lascia prefigurare un reato.
Post scriptum, ore 21:45: qui, a occhio, dovrebbe valere l’art. 51 comma 1 del Codice penale: «L’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità». Io però sono un giurista della domenica, e Capotosti è presidente emerito della Corte Costituzionale...
Postato da Giuseppe Regalzi alle 17:33 22 commenti
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Storia di Brandon (/Bridget)
Hanna Rosin ci racconta sul numero di novembre di The Atlantic la storia di Brandon, un bambino di una piccola città del sud degli Stati Uniti che fin da quando ha cominciato ad esprimersi sostiene di sentirsi una femmina e non un maschio («A Boy’s Life»).
Assieme alle ovvie difficoltà della vita di Brandon (che alla fine del racconto ritroviamo col nome di Bridget), veniamo a conoscere le ultime tendenze nel trattamento dei disturbi dell’identità di genere:
A recent medical innovation holds out the promise that this might be the first generation of transsexuals who can live inconspicuously. About three years ago, physicians in the U.S. started treating transgender children with puberty blockers, drugs originally intended to halt precocious puberty. The blockers put teens in a state of suspended development. They prevent boys from growing facial and body hair and an Adam’s apple, or developing a deep voice or any of the other physical characteristics that a male-to-female transsexual would later spend tens of thousands of dollars to reverse. They allow girls to grow taller, and prevent them from getting breasts or a period.Ma per quanto promettenti, questi trattamenti non sono privi di problemi, e comportano dei dilemmi di difficile soluzione:
Even some supporters of hormone blockers worry that the availability of the drugs will encourage parents to make definitive decisions about younger and younger kids. This is one reason why doctors at the clinic in the Netherlands ask parents not to let young children live as the other gender until they are about to go on blockers. “We discourage it because the chances are very high that your child will not be a transsexual,” says Cohen-Kettenis. The Dutch studies of their own patients show that among young children who have gender-identity disorder, only 20 to 25 percent still want to switch gender at adolescence; other studies show similar or even lower rates of persistence.Un’osservazione penetrante getta un po’ di luce sul perché il transessualismo sembra godere di una relativa tolleranza anche in parti del mondo dove non ci si aspetterebbe di trovarne alcuna, e può forse farci capire meglio la fortuna dei trattamenti farmacologici:
The most extensive study on transgender boys was published in 1987 as The “Sissy Boy Syndrome” and the Development of Homosexuality. For 15 years, Dr. Richard Green followed 44 boys who exhibited extreme feminine behaviors, and a control group of boys who did not. The boys in the feminine group all played with dolls, preferred the company of girls to boys, and avoided “rough-and-tumble play.” Reports from their parents sound very much like the testimonies one reads on the listservs today. “He started... cross-dressing when he was about 3,” reported one mother. “[He stood] in front of the mirror and he took his penis and he folded it under, and he said, ‘Look, Mommy, I’m a girl,’” said another.
Green expected most of the boys in the study to end up as transsexuals, but nothing like that happened. Three-fourths of the 44 boys turned out to be gay or bisexual (Green says a few more have since contacted him and told him they too were gay). Only one became a transsexual. “We can’t tell a pre-gay from a pre-transsexual at 8,” says Green, who recently retired from running the adult gender-identity clinic in England. “Are you helping or hurting a kid by allowing them to live as the other gender? If everyone is caught up in facilitating the thing, then there may be a hell of a lot of pressure to remain that way, regardless of how strongly the kid still feels gender-dysphoric. Who knows? That’s a study that hasn’t found its investigator yet.”
Catherine Tuerk, who runs the support group for parents in Washington, D.C., started out as an advocate for gay rights after her son came out, in his 20s. She has a theory about why some parents have become so comfortable with the transgender label: “Parents have told me it’s almost easier to tell others, ‘My kid was born in the wrong body,’ rather than explaining that he might be gay, which is in the back of everyone’s mind. When people think about being gay, they think about sex – and thinking about sex and kids is taboo.”
Tuerk believes lingering homophobia is partly responsible for this, and in some cases, she may be right. When Bill [il padre adottivo di Brandon] saw two men kissing at the conference, he said, “That just don’t sit right with me.” In one of Zucker’s case studies, a 17-year-old girl requesting cross-sex hormones tells him, “Doc, to be honest, lesbians make me sick... I want to be normal.” In Iran, homosexuality is punishable by death, but sex-change operations are legal – a way of normalizing aberrant attractions.
venerdì 21 novembre 2008
Il diritto di non subire violenza
L’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano si conferma una fucina di cattolici anomali (o forse sono anomali tutti gli altri?): dopo Vito Mancuso e Roberta De Monticelli, ecco cosa scrive oggi su Europa Roberto Mordacci («L’eutanasia non c’entra», 21 novembre 2008, p. 1):
Sul caso di Eluana Englaro si fanno molti errori logici e parecchie confusioni. Il sospetto è che alcuni di essi siano deliberati e questo non giova né all’informazione né alla riflessione pubblica.Parole quasi interamente condivisibili (forse la distinzione della sospensione delle cure dall’eutanasia, se è limpida dal punto di vista giuridico, lo è un po’ meno da quello morale), che fanno sperare per il futuro del cattolicesimo liberale.
Per esempio, l’Elefantino Ferrara dice che, se si ritiene lecita la lenta morte derivante dalla sospensione dell’idratazione e alimentazione forzate, allora è preferibile un’iniezione letale. E molti commenti alla recente sentenza della Corte di cassazione ripetono che procurare la morte per disidratazione è abominevole, una mancanza della più elementare carità umana.
Questo argomento ha soprattutto un valore retorico: il sofista Gorgia non avrebbe ragionato diversamente.
La retorica dovrebbe però cedere il passo a un minimo di chiarezza concettuale e di onestà intellettuale.
La sentenza della Corte, infatti, non ha disposto in nessun senso la morte di Eluana Englaro. Anzi, il testo della sentenza richiama costantemente e fortemente il diritto alla vita.
Diritto che va rispettato «indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di capacità di intendere e di volere del soggetto interessato e dalla percezione, che altri possano avere, della qualità della vita stessa». La Corte nega recisamente che la condizione di stato vegetativo persistente possa essere giudicata in se stessa indegna di essere vissuta e dice con chiarezza che chi è in questa situazione «è, a tutti gli effetti, persona in senso pieno». Nella sentenza si cerca con grande sensibilità di dare un significato non astratto all’idea di dignità umana. Quest’ultima non può che esprimersi nelle scelte personali e quindi anche in quelle che riguardano la salute. I giudici riconoscono semplicemente che «c’è chi, legando indissolubilmente la propria dignità alla vita di esperienza e questa alla coscienza, ritiene che sia assolutamente contrario ai propri convincimenti sopravvivere indefinitamente in una condizione di vita priva della percezione del mondo esterno». Il nostro ordinamento, dicono i giudici, non obbliga chi ha questi convincimenti ad accettare contro il proprio volere trattamenti sanitari come l’alimentazione e idratazione tramite sondino nasogastrico.
Al contrario, chi ragiona come Ferrara ritiene che le persone abbiano l’obbligo assoluto di utilizzare sempre tutti i trattamenti medici che possano procurare la sopravvivenza, in qualunque condizione. Non esiste cioè il diritto a rifiutare le cure, nemmeno quando la persona interessata le giudica lesive della propria dignità. Per pensare così bisogna ritenere che la sopravvivenza fisica valga più della dignità umana e che sia del tutto irrilevante se un trattamento medico sia percepito dal paziente come una devastazione della propria persona. Se si può sopravvivere in forza di un qualunque artificio tecnologico, semplice o mirabolante che sia, si deve sopravvivere. A rigore, nemmeno il caso in cui ci si voglia alzare dal letto e andarsene può essere permesso: non abbiamo il diritto di opporci alla prosecuzione, operata con un qualunque mezzo, della sopravvivenza fisica. L’impossibilità di avere esperienze coscienti o una qualsiasi forma di relazione consapevole non ci autorizza a chiedere di non esagerare, di arrestare il delirio di onnipotenza medico. La biologia, supportata dalla tecnica, vale di più della persona.
Per chi ragiona così, quel rifiuto deve essere interpretato come una richiesta di eutanasia, il che è la confusione più grave di tutto questo dibattito: da sponde opposte si vuole identificare la preghiera di essere lasciato andare con la volontà di essere ucciso.
Fu questa la confusione che offuscò la discussione nel caso Welby (confusione che le stesse lettere di Welby purtroppo alimentarono) e che oggi si proietta sul caso Englaro. Sarebbe più onesto riconoscere che l’eutanasia qui non c’entra nulla e che piuttosto è in gioco un diritto più elementare e da sempre riconosciuto: quello di non subire violenza.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 11:14 12 commenti
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giovedì 20 novembre 2008
(Non) affittasi a froci e a pervertiti - ma non è la stessa cosa?
- Pronto?Non è molto chiaro cosa intenda, ma andiamo avanti.
- Pronto buongiorno chiamo per l’annuncio della camera da affittare.
- Buongiorno a lei, mi dica.
- È ancora libera?
- Sì.
- Io sono gay.
- Ah madonna santa, che te devo di’ figlio mio… eh, è una cosa… non ti so dare una risposta… io non ho niente contro per l’amor di Dio perché sono una persona democratica… però sinceramente non ti so dare una risposta. Capito che voglio dirti?
- Sei gay?Risposta molto frequente tra i 2 e i 4 anni, può avere anche una versione affermativa: “Sì, perché è così!”.
- Sì.
- Eh, penso che non va bene!
- E per quale motivo?
- Eh, perché? Vabbeh perché non va bene!
- Chiamo per l’annuncio della camera per la coppia, è libera ancora?E chi è il proprietario, il cugino indottrinato di Sarah Palin?
- Sì, sì è libera. [Verrebbe con] la sua fidanzata?
- No il fidanzato.
- …
- Pronto?
- Sì.
- Siamo una coppia gay.
- Eh… nooo, la ringrazio, no.
- Per quale motivo?
- Eh… no. No, non è permesso, no. Perché qui abita il proprietario.
Parole diverse per un concetto comune. La voce di chi telefona è di un uomo e all’inserzionista viene un colpo. Forse prima un dubbio di avere capito male. Ma no, ha detto proprio “fidanzato, il mio fidanzato”. O addirittura e inequivocabilmente “coppia gay” (guarda tu che sfacciato). E la voce è quella di un uomo, non c’è dubbio. Va bene che alcune donne hanno un timbro profondo e imponente, ma questo qui è proprio un uomo!
E allora comincia un balbettio imbarazzato oppure un secco rifiuto. Spesso il riso a sottolineare un imbarazzo adolescenziale e ipocrita.
Le ragioni? Una rassegna dei più banali e sciocchi luoghi comuni riguardo alla omosessualità.
“Mica vorrà farmi criticare da tutto il condominio?”.
“Senta io non voglio nessun via vai equivoco in casa mia!”.
“No, no, non so cosa penserebbero di me gli altri condomini”.
Alcuni si limitano a mettere giù il telefono, senza nemmeno salutare. Ma in effetti è proprio il meno, qui, il non rispettare le basi della buona educazione “buongiorno e buonasera”.
Chi stesse pensando che sia un riassunto di un bmovie omofobo o sarcastico, oppure di un documentario del vecchio e caro Tennessee, avrebbe preso una bella cantonata.
Non solo non è fiction, ma non è nemmeno il resoconto di un quartiere infestato dal Ku Klux Klan – almeno non ufficialmente.
No. È successo a Roma in questi giorni. E forse succede in tante altre città.
Francesco Palese, un giornalista di Retesole, si mette a caccia di annunci e di una stanza matrimoniale da affittare. Telefona, chiede informazioni e poi lancia la patata bollente.
“Coppia gay!? Fossi matto, la gente mormora e qui nel condominio si conoscono tutti”.
Il servizio andrà in onda stasera alle 20.35 nel corso della trasmissione “L’altra Inchiesta”.
Continua su Giornalettismo.
Postato da Chiara Lalli alle 12:00 15 commenti
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Tra «probabilmente» e «certamente»
Sul Foglio di ieri si leggeva questo editoriale («Eluana, probabilmente», 19 novembre 2008, p. 3):
Il professor Carlo Alberto Defanti è il neurologo che segue da anni Eluana Englaro e che chiede senza esitazioni di staccarle il sondino attraverso il quale la donna si nutre e si disseta. Eppure è proprio lui che rispondeva così a chi, due giorni fa, gli chiedeva se la condizione di Eluana è sicuramente irreversibile: “Se si vuole una risposta apodittica del tipo ‘non c’è alcuna possibilità in assoluto’, non posso darla. D’altronde in medicina sfido a trovare una singola affermazione che corrisponda a un criterio assoluto di questo tipo. Noi sappiamo in base a un’osservazione che ormai sta avvicinandosi ai diciassette anni, che su base probabilistica Eluana ha una possibilità di ripresa minima di coscienza che si avvicina a zero”. Se poi si chiede al professor Defanti se Eluana può provare sofferenza, è sempre lui a rispondere così: “Da un punto di vista teorico non è possibile dire se nonostante i danni devastanti al cervello possa avere qualche forma di sensazione, questo in linea assoluta non si può escluderlo”. Per questo, a Eluana saranno somministrati sedativi dopo il distacco del sondino. E comunque, aggiunge Defanti, nel caso della donna “probabilmente c’è una disconnessione fra la corteccia cerebrale e gli stimoli che arrivano dal mondo esterno e dal mondo interno”. Troppi “probabilmente” e nessun “certamente”, a premessa della morte di Eluana Englaro. Le parole non hanno davvero più senso, se non si riesce a misurare la distanza immensa tra “probabilmente” e “certamente”.Che esista una distanza immensa tra «probabilmente» e «certamente» è qualcosa che fa piacere credere. Eliminare la possibilità stessa del rischio, per quanto remoto, elimina anche l’angoscia di chi si sente esposto all’aleatorietà. Ma è anche possibile? E soprattutto, quanto dev’essere bassa quella probabilità per meritare di essere eliminata? Che mondo sarebbe quello in cui nessun rischio fosse ammesso, in cui la distanza tra «probabilmente» e «certamente» fosse presa sul serio?
Rimaniamo nell’ambito della medicina, e consideriamo l’accanimento terapeutico. Non nell’accezione comune di «trattamenti medici insopportabili per il paziente», ma in quella arcigna e inflessibile del magistero ecclesiastico:
[È legittima] la rinuncia «all’accanimento terapeutico», cioè all’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo.«Ragionevole speranza» non è la stessa cosa di «assoluta certezza»; qui il professor Defanti ha ragione (e del resto Il Foglio su questo punto non lo contesta): in medicina non esiste un criterio assoluto di questo tipo. Vogliamo la certezza? Allora la Chiesa ha torto, e l’accanimento terapeutico non deve essere proibito ma imposto: nessun sondino dev’essere mai ritirato (neppure a un papa morente), nessuna chemioterapia sospesa. Si irraggi ogni tumore ad oltranza, col paziente morente legato al lettino, ogni rianimazione cardiaca si estenda fino a quando il corpo diventa freddo. Perché le probabilità che qualcosa accada all’ultimo secondo non sono nulle, e sono spesso maggiori della probabilità che dopo diciassette anni ci si svegli dallo stato vegetativo: nella letteratura medica non si trova un caso che sia uno di un paziente uscito da questa condizione dopo tre anni, ma di remissioni spontanee dal cancro quando tutto sembrava perduto una manciata di casi se ne trova. Presto, il sottosegretario Roccella convochi un apposito gruppo di lavoro, il Parlamento emani un’apposita legge!
E che dire della vita quotidiana? Le probabilità di rimanere colpiti da un cornicione sono infime, ma non nulle: anche qui la distanza è immensa tra «probabilmente» e «certamente»... Tutti con un’adeguata protezione quindi; Giuliano Ferrara organizzi una raccolta di caschi protettivi sul sagrato del Duomo. E le famigliole che partono per le vacanze in automobile? Le probabilità di un incidente sono di vari ordini di grandezza superiori al risveglio di Eluana, non importa quanto grande sia la perizia del babbo guidatore. Il genitore snaturato che mette in questo modo a repentaglio la vita dei propri figli è un omicida potenziale, sia pure colposo. Tutti a casa: passare la vita senza vacanze non è certo peggio che passare diciassette anni in un letto d’ospedale...
Postato da Giuseppe Regalzi alle 09:57 7 commenti
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mercoledì 19 novembre 2008
AnelliDiFumo alla voce politica estera
E sottolineo estera.
USA: Obama-Biden propongono unioni civili federali con adozione.
Incollo solo qualche punto. Per roderci meglio il fegato.
- Support Full Civil Unions and Federal Rights for LGBT Couples: Barack Obama supports full civil unions that give same-sex couples legal rights and privileges equal to those of married couples. Obama also believes we need to repeal the Defense of Marriage Act and enact legislation that would ensure that the 1,100+ federal legal rights and benefits currently provided on the basis of marital status are extended to same-sex couples in civil unions and other legally-recognized unions. These rights and benefits include the right to assist a loved one in times of emergency, the right to equal health insurance and other employment benefits, and property rights.
- Oppose a Constitutional Ban on Same-Sex Marriage: Barack Obama voted against the Federal Marriage Amendment in 2006 which would have defined marriage as between a man and a woman and prevented judicial extension of marriage-like rights to same-sex or other unmarried couples.
- Repeal Don't Ask-Don't Tell: Barack Obama agrees with former Chairman of the Joint Chiefs of Staff John Shalikashvili and other military experts that we need to repeal the "don't ask, don't tell" policy. The key test for military service should be patriotism, a sense of duty, and a willingness to serve. Discrimination should be prohibited. The U.S. government has spent millions of dollars replacing troops kicked out of the military because of their sexual orientation. Additionally, more than 300 language experts have been fired under this policy, including more than 50 who are fluent in Arabic. Obama will work with military leaders to repeal the current policy and ensure it helps accomplish our national defense goals.
- Expand Adoption Rights: Barack Obama believes that we must ensure adoption rights for all couples and individuals, regardless of their sexual orientation. He thinks that a child will benefit from a healthy and loving home, whether the parents are gay or not.
Postato da Chiara Lalli alle 21:48 2 commenti
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Io applico il paradosso a delle persone di carta (Silvia Ballestra)
Giuliano Ferrara intervista Silvia Ballestra in Faccia a Faccia del 14 novembre scorso (RadioTre).
Le connessioni causali e logiche di Ferrara sono le solite.
“Quando un bambino viene fecondato – la scelta è se sopprimerlo oppure no” per esempio (il corsivo è mio, anche perché dal parlato era difficile farlo).
Oppure la smentita della libera scelta: pro-life o pro-death, non esiste la scelta (pro-choice) perché, tanto per capirsi, se abortisci non scegli ma uccidi e se non abortisci sei a favore della vita. Che scelta e scelta?!
Ma Silvia Balestra non fa una piega e non cade nei tranelli.
Se volete sentire con le vostre orecchie è qui (i primi otto minuti parla solo Ferrara, si può cominciare da lì).
Ballestra sottolinea alcune questioni centrali.
Se si parla tanto di maternità e di famiglia sacra Ballestra invita a parlarne a livello politico, rivedendo le politiche del welfare e la legge sull’immigrazione (già).
Ci ricorda le dimissioni in bianco (già).
Ma abortire è una questione relazionale - interviene Ferrara - perché c’è un altro.
E Ballestra prosegue nel ricordare questioni centrali.
Che esiste la scelta delle donne. Che esiste una legge che ha ridotto di molto gli aborti, oltre alle terribili conseguenze degli aborti clandestini. E che è una legge giusta.
A Ferrara risponde che non vuole convincere nessuno. E che chi non la pensa come lei è liberissimo di pensare e di agire secondo le proprie preferenze. Invece chi non vuole farlo rompe un po’ le scatole agli altri (già, crudele asimettria tra libertà e coercizione, dimenticata dai fautori della coercizione oppure mal compresa. Se esiste libertà si può scegliere di essere schiavi; se si è schiavi nessuna scelta è concessa, se non una caricatura di essa).
Ricorda gli alti tassi di obiezione di coscienza e la difficoltà della applicazione della 194 (difficoltà pericolose per le donne, per i tempi delle liste di attesa e per la difficoltà di trovare una struttura che garantisca che una legge sia applicata - già).
Oh, l’onnipresente eugenetica non può mancare dal repertorio di Ferrara (e il suo pervertimento semantico per tirare in ballo il fantasma di baffone): ne ho scritto talmente tante volte che mi sento una macchinetta inceppata e sono indecisa sul link da mettere. Alla fine scelgo questo.
“La vita in generale è un problema?” domanda in conclusione.
Intende quando finisce e quando comincia. E arriva ad Eluana Englaro: è tentato di adottare il silenzio stampa, dice, e da queste parti si trattiene il respiro dall’emozione.
Invece poi continua a parlarne con parole di pessimo gusto. Non tace. E dire che ci avevamo creduto, seppure per pochi secondi.
E Ballestra ricorda che sarebbe stato meglio iniziarlo al tempo delle bottigliette.
Poi protesta contro la rivendicazione da parte di Ferrara di brandire dei paradossi.
Io applico il paradosso a delle persone di carta non sulle persone in carne ed ossa chiarisce. E allora Ferarra prosegua pure a parlare, noi non lo ascoltiamo più.
Io applico il paradosso a delle persone di carta non sulle persone in carne ed ossa.
Grazie a Silvia Balestra per la pazienza. La capiamo bene e ha tutta la nostra stima.
Silvia Ballestra, Piove sul nostro amore. Una storia di donne, medici, aborti, predicatori e apprendisti stregoni, 2008, Feltrinelli.
Postato da Chiara Lalli alle 18:40 0 commenti
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