lunedì 5 gennaio 2009

Liberi di andarsene

Come diceva Chiara Lalli nel post precedente, l’articolo di Luca e Francesco Cavalli-Sforza apparso sulla Repubblica del 2 gennaio contiene cose discutibili e cose buone. Fra queste ultime metterei la frase seguente: «Nessuno ha chiesto la nostra opinione, prima di metterci al mondo: perché non dovremmo essere liberi di andarcene?». Si tratta di semplice buon senso, beninteso, nulla di straordinario; ma leggere queste parole dopo decine, centinaia di ripetizioni di quell’infimo sofisma che dice sostanzialmente che dato che non siamo noi a decidere di venire al mondo, non abbiamo neppure la libertà di morire – un non sequitur che dà i brividi – fa bene al cuore.

Per qualche ragione, la frase che ho riportato ha colpito integralisti e atei clericali, che si sono subito affannati a confutarla. Un editoriale anonimo del FoglioIl referendum indisponibile», 4 gennaio 2008, p. 3) recita così:

Si tratta di un paralogismo piuttosto sottile, che però nega appunto quel che vorrebbe affermare, proprio perché fa riferimento all’origine non volontaria della vita, al suo “mistero”, che per i credenti risiede in una volontà superiore e imperscrutabile, per i non credenti in una segreta finalità che, per il suo carattere imprevedibile e incontrollabile, dovrebbe decretarne l’indisponibilità
Il lettore viene lasciato a chiedersi smarrito che razza di «non credenti» siano quelli che pensano che la vita abbia «una segreta finalità» dal «carattere imprevedibile e incontrollabile» – caratteristiche che suonano, temo, decisamente religiose – quando a un tratto ha un’illuminazione: si tratta di quei peculiari non credenti che sono gli stessi atei clericali! Il Foglio s’è annesso tutto l’ateismo contemporaneo; a quanto pare, quelli a cui gli accenni vaghi a un indeterminato «mistero» della vita provocano solo un attacco di orticaria sono caduti ormai al di fuori degli schemi concettuali foglianti – un avvenimento di cui non c’è che da rallegrarsi, direi.
Per concludere degnamente la sua confutazione (e per rimanere fedele all’immagine del fogliante-tipo, di reazionario non particolarmente portato per la logica), l’anonimo del Foglio ha aggiunto un bell’argumentum ex auctoritate:
È dal riconoscimento di quel mistero che nasce il carattere sacro della vita, accettato perfino da un pensatore lontanissimo da ogni metafisica come Herbert Marcuse
Ecco, se l’ha detto Herbert Marcuse, la cosa è risolta...

Se pensate che peggio di così non si possa fare, aspettate di leggere quello che i cugini integralisti del Foglio hanno pubblicato sull’argomento. L’incaricato è Pier Giorgio Liverani («I nuovi “diritti” costruiti sulla morte», Avvenire, 4 gennaio, p. 31):
«Nessuno – scrive però il duo – ha chiesto la nostra opinione prima di metterci al mondo, perché non dovremmo essere liberi di andarcene?» Proprio perché non siamo nati di nostra volontà, perché la vita non ce la siamo data noi.
Proprio così: Liverani si scrolla di dosso l’argomento dei Cavalli-Sforza come un cagnone che si scrolli via l’acqua che gli è piovuta addosso. Ci ripropone pari pari il vecchio sofisma, e chiude lì la questione (beh, per la verità aggiunge anche questo: «E che cos’è il suicidio, una vendetta per essere nati?», dimostrando di non avere neppure capito bene di cosa si stia parlando).
Non so veramente cosa ci vorrebbe per illuminarlo... Oh, va bene, ci provo:
Liverani: (si sveglia in una cella grande due metri per due, con un buco per terra per sapete-voi-cosa, un giaciglio di paglia, e basta.) Oh! Ma dove sono? Cosa mi è capitato? Cos’è questo posto? (Si alza da terra – e batte la testa contro il soffitto, alto un metro e sessanta. C’è una porta sprangata, con uno spioncino che permette di guardare fuori.) Ehi, lei! Si fermi un attimo! Che cosa succede?
Passante: dice a me?
L.: sì, sì, a lei. La prego, mi dica, cosa faccio qui? Chi mi ha chiuso qua dentro?
P.: è un mistero. Non è dato saperlo.
L.: oh. Davvero? Ma non si può aprire questa porta? Qui è stretto, c’è un tanfo terribile, e non mi sento tanto bene...
P.: (scandalizzato) aprire? No, no, non è possibile!
L.: non ci sono le chiavi?
P.: certo che ci sono! (Si sente un tintinnio, e dopo un attimo Liverani se le vede sventolare davanti allo spioncino.)
L.: ah, menomale! Su, per favore, mi apra, la prego!
P.: non è possibile, le ho detto!
L.: ma perché?
P.: è entrato di sua volontà là dentro?
L.: no, assolutamente. Mi ci sono risvegliato poco fa, e non ricordo nulla di quello che mi è successo prima. Forse sono stato drogato e...
P.: (interrompendolo) se non c’è entrato di sua volontà, allora nemmeno può uscirne, non le pare?
L.: eh? Come? No, forse ha capito male: ho detto che non ci sono entrato di mia volontà! Mi ci ha gettato qualcuno. Su, adesso, la prego...
P.: avevo capito benissimo. Ripeto: lei non c’è entrato di sua volontà, quindi non può certo uscirne di sua volontà. La saluto; buona permanenza. (Si allontana, accompagnato dalle urla e dalle implorazioni sempre più angosciate di Pier Giorgio Liverani.)

10 commenti:

Joe Silver ha detto...

Clamoroso Off Topic che spero vorrete perdonarmi: ma avete disabilitato il feed dei commenti? Non viene più aggiornato da un po' (e mi sono perso un sacco di deliri di AnnaMaria, vabbe'... non è così grave).

Giuseppe Regalzi ha detto...

No, è un problema di Blogger che va avanti da un po'.

Anonimo ha detto...

Bellissimo il dialogo!!!

Weissbach ha detto...

Questo dialogo fa il paio con quello tra Dio e Girolamo scritto da Chinaski.

Galatea ha detto...

Grandioso!!! Complimenti. E già che ci siamo, per quanto in ritardo, pure buon anno! :-) Galatea.

Giuseppe Regalzi ha detto...

Buon anno anche a te! :-)

Vaaal ha detto...

Complimenti, dialogo molto adatto :D

Anonimo ha detto...

Questo il mio testamento biologico: "Se cado in coma irreversibile desidero essere accudito, alimentato, pulito e coccolato da Giuliano Ferrara, che per tutta la durata della mia vita residua si farà pure carico del mantenimento dei miei familiari". In fede
Lector in fabula

P.S. Come disse quel tal Ricucci, "facile fare il gay col culo degli altri!"

il nano ha detto...

Ecco, altro paragone possibile:
Paziente: allora dottore?
Dottore: lei ha un tumore, un birimbilloma, al momento è allo stadio giovanile, ma c'è rischio che degeneri. Occorrerebbe asportarlo ma ...
P: Ma?
D: Scusi ha scelto lei di farsi venire il birimbilloma?
P: ma che sono scemo?
D: allora vede mio caro, siccome nessuno le ha chiesto se voleva il birimbilloma direi ch non è proprio suo diritto scegliere di farselotogliere capisce?
P: lei sarà anche un dottore, ma è un emerito cretino!

paolo de gregorio ha detto...

In teoria le divagazioni niente affatto stimolanti dei religiosi più fanatici e monocorde non dovrebbero interessarmi intellettualmente più di tanto. Se mi appassiono a certe discussioni però non credo che sia solo per i pericoli percepiti a livello di possibili condizionamenti normativi di uno stato, ma anche per una certa curiosità morbosa che evidentemente devo avere verso certe derive della psicologia umana e della irrazionalità, presenti qualche volta in forme quasi patologiche nei dogmatici più estremi e inossidabili (che siano dogmatici in seno alla religione ma anche non).

Questo paradosso logico evidenziato da Regalzi, presente in alcune risposte date ad elementari considerazioni dei Cavalli-Sforza, ne è un esempio. Il finto dialogo rende benissimo l'idea che nel postulato di Liverani ci debba essere qualcosa che manca; quel qualcosa che manca è, perlomeno, l'assunzione che uno dovrebbe fare per rendere un minimo sensato quel ragionamento: l'assunzione che la vita sia una cosa bellissima in tutte le sue realizzazioni, nessuna esclusa. Perché altrimennti il semplice dire che un dono vada obbligatoriamente accettato ha delle conseguenze che (come ben argomentato) hanno proprio del ridicolo (così se uno ti dà una bomba a mano in mano, tu dovresti fartela scoppiare in mano perché sarebbe moralmente e logicamente inaccettabile disfarsene).

Vediamo allora questo assunto. Se fosse valido, in effetti, se fosse cioè vero che in tutte le realizzazioni la vita sia una cosa meravigliosa, allora potrei concordare che, seppur non vietabile per legge, sarebbe almeno moralmente da scoraggiare il disfarsene. Riflettendoci sopra, ho pensato che potrebbe esserci il seguente motivo dietro questo accanimento verso l'interruzione di cure in particolare, e il suicidio in generale: un credente dovrebbe ammettere che o Dio crea qualcosa di brutto, oppure che non è vero che la vita "Dio la dà e Dio la toglie". Al dunque si finisce per aggrapparsi ad un circolo vizioso logico: siccome Dio dà la vita, uno non può togliersela; e siccome nessuno può togliersela, è Dio a darla. Questo cortocircuito logico si spezza quando qualcuno si toglie la vita o decide di non farla proseguire a qualunque costo, e quindi questo gesto viene osteggiato in tutti i modi.

Insomma, il suicidio testimonia o che Dio non fa sempre le cose bene (non ogni vita viene percepita dall'attore come degnissima di essere vissuta) oppure che Dio non è padrone di ogni vita umana: e allora si cerca di convincersi che il suicidio non esiste. E allora si vieta il suicidio e qualunque forma che gli assomigli, per avere la percezione che il suicidio non esista, e quindi ogni vita è bella e solo lui può toglierla.