domenica 15 ottobre 2006

Anche i nostri eroi a volte sbagliano...

... e dicono qualcosa di giusto (si decidano a nominare il Comitato Nazionale di Bioetica, dice Luca Volontè).
Già, che cosa aspetta infatti Romano Prodi a nominare il nuovo Comitato Nazionale per la Bioetica (il cui mandato è scaduto il 12 giugno scorso) o a chiarire la natura della commissione affidata a Giuliano Amato?
Oppure a prendere qualche decisione di sinistra??

Piangere con Turco, ridere con Volontè

Roma, 14 ott. (Adnkronos Salute) – «Promuoverò una commissione per la promozione della dignità del fine vita». Ad annunciarlo il ministro della Salute Livia Turco che, nel corso della trasmissione ‘Sabato, Domenica &...’ su Rai Uno, interviene sul dibattuto tema dell’eutanasia. La commissione che il ministro intende proporre dovrebbe affrontare «le tante cose necessarie affinché, in questa fase così complicata della vita, nessuno sia solo e debba sentirsi privo della sua dignità».
Se infatti la Turco si dichiara «contraria» a ‘staccare la spina’ «perché penso – spiega – ci sia una sacralità della vita», «come ministro sono convinta che l’eutanasia risulta come estrema ratio quando la persona è lasciata sola, quando non gli si danno quelle opportunità che, invece, si possono offrire. Penso – prosegue la responsabile della sanità italiana – alle cure palliative, alle terapie antidolore, alla vicinanza, alla presa in carico. Tutto questo – conclude il ministro – si può fare. Ci sono molte cose che possiamo attuare» per alleviare la sofferenza.
Domanda: perché un cittadino dovrebbe essere obbligato a seguire le convinzioni religiose di Livia Turco? E se domani un altro ministro avesse convinzioni diverse, e sostenesse che il suo senso del sacro gli impone di staccare la spina anche a chi vuole continuare a vivere? Come scegliere tra opposte intuizioni religiose? Gli oppositori dell’eutanasia sono sicuri che il modo migliore di contrastarla sia quello di far leva sui valori personali di chi sta momentaneamente al governo?
L’altra affermazione della Turco: «come ministro sono convinta che l’eutanasia risulta come estrema ratio quando la persona è lasciata sola, quando non gli si danno quelle opportunità che, invece, si possono offrire», non è invece un giudizio di valore, ma bensì di fatto. Ora, su quale evidenza empirica basa, il ministro, le proprie parole? Su quali studi, su quali inchieste? O di nuovo, ci sta imponendo una sua convinzione arbitraria? E sarebbe disposta a ripetere le stesse frasi di fronte a un malato – per esempio, di fronte a Piergiorgio Welby e alla sua famiglia? Avrebbe il coraggio di parlare ancora di mancata «vicinanza» e «presa in carico»?

Per fortuna, ci distrae da queste sconfortanti riflessioni il nostro buon amico, l’Onorevole capogruppo Luca Volontè, che alle dichiarazioni della Turco risponde così:
Roma, 14 ott. (Ansa) – «La Turco vuole che sia lo Stato a decidere quale sia la fine dignitosa della vita, l’anticamera dell’eutanasia pubblica che invece a parole vuol negare». È il commento di Luca Volonté, capogruppo dell’Udc alla Camera, all’annuncio del ministro della Salute di voler creare una ‘Commissione per la dignità della fine della vita’.
«Creare una commissione governativa o ministeriale che individui criteri di dignità è pericolosissimo – afferma Volonté in una nota – anticamera e segno di tentazione totalitaria. Cos’è degno di essere vissuto? Quali patologie o terapie o esami dimostreranno la dignità? Chi deciderà, per ogni persona e caso concreto, cosa sia degno per la singola persona? Una commissione statale? I Soviet – prosegue il parlamentare – erano più rispettosi della vita umana».
Il ministro Turco, commenta l’esponente centrista, «continua con le sue ‘gaffe’: ieri manda i ‘calorosi saluti’ al convegno della multinazionale dell’aborto, oggi vaneggia commissioni statali onnipotenti sulla dignità umana dei malati. Si rilegga la Costituzione e con Prodi si decidano a nominare il Comitato Nazionale di Bioetica. Le avventure eutanasiche ed eugenetiche di Stato – conclude Volonté – le lasci al tragico passato dei regimi totalitari. A questo punto l’opzione per rimanere al Senato è la miglior azione di salute pubblica».
Non chiedetemi in quale universo parallelo viva quest’uomo, perché non ne ho la più pallida idea...

sabato 14 ottobre 2006

Intervista a Richard Dawkins

Dalle Ultimissime della UAAR.
Solo un assaggio delle parole di Dawkins: «È violenza sui minori insegnare ai bambini che è un fatto che vi sia un solo Dio o che Dio ha creato il mondo in sei giorni».
Intervista completa.

RU486: nessun farmaco del demonio

Ennesime polemiche riguardo alla RU486, ennesime cattive motivazioni a sostegno della condanna. Il presidente della Regione Roberto Formigoni, intervenendo al convegno Interruzione volontaria di gravidanza farmacologica: realtà e mito, organizzato dalla Scuola di Direzione in Sanità dell’I.Re.f, Regione Lombardia, ha manifestato la sua avversione soffermandosi su due elementi (Aborto: Ru486; Viale, Casi Sperimentazione Bastano, ANSA, 12 ottobre 2006):

i problemi medici che può creare l’uso della Ru486 e l’assistenza e l’aiuto alle donne. Discorso che Viale ha liquidato come un “riassunto” del libro di Eugenia Roccella (anche lei presente all’incontro). “Ha fatto un discorso partendo da posizioni contro l’aborto – ha osservato il medico –. Con quelle opinioni lo inviterei a fare figli”.
Formigoni a quel punto aveva già lasciato il convegno per andare a Roma all’incontro sulla Finanziaria e quindi non ha replicato. Resta però la sua difesa del diritto alla vita, e le obiezioni sollevate sull’uso della RU486.
Peccato questo mordi e fuggi invece che un confronto serio. Sembra una conversazione tra sordi schizofrenici: si fa la propria affermazione e si lascia la sala alla volta di un’altra affermazione e di un altro appuntamento. E così all’infinito.
Che cosa c’entra, poi, la difesa del diritto alla vita con la presunta pericolosità della RU486? Potrebbe essere una iniziativa del lancio d’agenzia, tuttavia sono parole che non stonano in bocca a Formigoni e che svelano il vero obiettivo della sua critica: l’interruzione di gravidanza, poco importa come sia effettuata. Parlando di RU, senza avere bersagli nascosti, sarebbe infatti più sensato parlare di diritto alla salute (delle donne). È pur vero che il fantasma agitato intorno alla Ru486 è la morte, e allora ben venga anche il diritto alla vita delle donne (ma chi intende negarlo?), molto più controverso quello dell’embrione.
Diritti a parte, veniamo alle accuse.
Diverse voci nell’ambiente scientifico internazionale hanno denunciato gravi pericoli alla salute della donna – aveva detto il governatore nel suo intervento –. Ne fa testimonianzia ciò che è successo in Canada dove la sperimentazione è stata bloccata per un decesso accertato, quanto è accaduto in Australia dove il dibattito è stato vivacissimo o anche lo stesso caso di un paese lontanissimo da noi come la Cina che persegue una politica governativa a favore del controllo delle nascite ma dove è stato deciso il ritiro della pillola per i gravi danni alla salute. […] Il suo “timore” e che da una parte “si voglia eliminare la dimensione del dramma connesso alla decisione dell’aborto che rimane la soppressione di una vita umana” e dall’altra che qualcuno voglia “far esplodere la logica della 194 superandola nei fatti senza impegnarsi alla luce del sole con un dibattito in Parlamento”.
Più volte sono stati commentati tali riferimenti (giudicati come inesatti anche da Viale; tanto per dirne una: non è vero che in Cina la pillola è stata ritirata, ne è stata soltanto proibita la vendita in farmacia). Così come la soppressione di “una vita umana”.
Quanto alla esplosione della legge 194 superandola... non è mai superfluo ricordare l’art. 15 della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza: “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”, che legittima il ricorso all’aborto farmacologico proprio in quanto tecnica più moderna rispetto a quello chirurgico (lo stesso Viale richiama questo articolo).

Risponde Viale a un Formigoni in contumacia: la Ru486 [è nell’]
interesse del Servizio sanitario nazionale e delle donne. I rischi sono gli stessi degli altri interventi ostetrici. Io non dico che l’aborto farmacologico è meglio di quello chirurgico […] ma credo che il servizio sanitario nazionale debba avere a disposizione entrambi. Non capisco la scomunica. Non c’è nessun farmaco del demonio.
E infatti la percentuale di donne che rinunciano all’aborto dopo averlo già prenotato è intorno al 12%, la stessa cioè che si registra con l’intervento chirurgico. E i dati della sperimentazione (sospesa dall’ospedale [Sant’Anna di Torino] dopo l’estate) non destano preoccupazione: su 362 donne (era prevista la sperimentazione su 400) l’aborto è avvenuto in 360 casi, in un caso non è riuscito ed in un altro la paziente a rinunciato.
Degli altri, 23 casi hanno richiesto un raschiamento successivo. “Formalmente la sperimentazione è sospesa ma in realtà è da considerarsi chiusa – ha sottolineato – perché 362 casi sono sufficienti”. Su una cosa Viale e Formigoni sono d’accordo: l’importanza del dibattito di oggi. “Riconosco alla Lombardia – ha concluso il medico – di aver organizzato questo dibattito. A Torino non c’è stato”.
A voler essere pignoli nemmeno in Lombardia c’è stato...

Colombia-Italia: 1 a 0

La Colombia ci supera e approva al Senato la legge sui pacs con la quale le coppie gay ottengono benefici economici e sociali. Incredibile ma vero, l’’Italia rischia di restare sempre più indietro nel settore del riconoscimento delle coppie gay e della loro equiparazione a quelle eterosessuali.
Siamo talmente indietro che dobbiamo chiedere emendamenti alla finanziaria per far riconoscere (per fini successori e di donazione) l’’equiparazione dei conviventi, anche dello stesso sesso, ai coniugi e ai discendenti diretti.
Si tratta di un argomento sul quale il governo non può più soprassedere e per il quale la calendarizzazione in Commissione Giustizia a novembre è il primo piccolo passo. All’’orizzonte si intravedono però già le nubi di una possibile spaccatura nella maggioranza, che temiamo possa portare a un nulla di fatto.
Il Circolo Mario Mieli si augura perciò che le forze democratiche e laiche di questo paese abbiano il coraggio di prendere una decisione che rafforzi la parità di diritti della comunità glbt.
Se la sfida in Colombia continua, qui ancora deve iniziare: Colombia batte Italia uno a zero.

venerdì 13 ottobre 2006

Tutto il mondo è paese, riguardo alle Chiese...

In una lunga inchiesta apparsa pochi giorni fa sul New York Times (Diana B. Henriques, «As Exemptions Grow, Religion Outweighs Regulation», 8 ottobre 2006), viene dipinta una situazione che ricorda per molti versi le recenti polemiche italiane sull’esenzione dell’Ici concessa dal precedente governo agli esercizi commerciali gestiti dalla Chiesa cattolica:

At any moment, state inspectors can step uninvited into one of the three child care centers that Ethel White runs in Auburn, Ala., to make sure they meet state requirements intended to ensure that the children are safe. There must be continuing training for the staff. Her nurseries must have two sinks, one exclusively for food preparation. All cabinets must have safety locks. Medications for the children must be kept under lock and key, and refrigerated.
The Rev. Ray Fuson of the Harvest Temple Church of God in Montgomery, Ala., does not have to worry about unannounced state inspections at the day care center his church runs. Alabama exempts church day care programs from state licensing requirements, which were tightened after almost a dozen children died in licensed and unlicensed day care centers in the state in two years.
The differences do not end there. As an employer, Ms. White must comply with the civil rights laws; if employees feel mistreated, they can take the center to court. Religious organizations, including Pastor Fuson’s, are protected by the courts from almost all lawsuits filed by their ministers or other religious staff members, no matter how unfairly those employees think they have been treated.
And if you are curious about how Ms. White’s nonprofit center uses its public grants and donations, read the financial statements she is required to file each year with the Internal Revenue Service. There are no I.R.S. reports from Harvest Temple. Federal law does not require churches to file them.
Far more than an hourlong stretch of highway separates these two busy, cheerful day care centers. Ms. White’s center operates in the world occupied by most American organizations. As a religious ministry, Pastor Fuson’s center does not.
In recent years, many politicians and commentators have cited what they consider a nationwide “war on religion” that exposes religious organizations to hostility and discrimination. But such organizations – from mainline Presbyterian and Methodist churches to mosques to synagogues to Hindu temples – enjoy an abundance of exemptions from regulations and taxes. And the number is multiplying rapidly.
Some of the exceptions have existed for much of the nation’s history, originally devised for Christian churches but expanded to other faiths as the nation has become more religiously diverse. But many have been granted in just the last 15 years – sometimes added to legislation, anonymously and with little attention.
Sarebbe interessante capire quale sia la causa di questo peso spropositato accordato alle religioni organizzate in parti così diverse del mondo. Personalmente trovo la spiegazione usuale, che invoca un vago «ritorno alla spiritualità», profondamente insoddisfacente. Mi pare più probabile che il fenomeno si inscriva, come fase più recente, in quel brusco spostamento dell’asse politico verso destra – e in particolare verso una società più conservatrice, gerarchica, immobile, di cui la religione costituisce l’indispensabile complemento ideologico – che si è verificato alla fine degli anni ’70 in Occidente.

(Grazie ad Angelita per la segnalazione.)

Il gioco delle 3 carte

«Per come se ne discute, spesso è un falso problema: diverso è “lasciar” morire e “fare” morire. Tenere in vita una persona a tutti costi è ostinazione, non conservazione della vita. Se una persona vive così, solo grazie alle macchine, e chiede lucidamente di essere staccata, io credo che farlo possa essere un atto d’amore, un gesto cristiano. Non è eutanasia. È essenziale anche l’atteggiamento del medico».
Parola di Don Verzé, Staccai la spina per lasciar morire un amico, Il Corriere della Sera, 13 ottobre 2006.

Usiamo pure il nome che preferiamo, “gesto d’amore”, “eutanasia” “x”. Ma la questione non cambia. Compiere un gesto (cristiano, se proprio ci tenete) il cui esito è la morte di una persona non subisce nessun cambiamento sostanziale. Si compie un gesto e la persona muore. Omissione o azione che sia. E qui evapora anche la fittizia differenza morale tra eutanasia attiva e eutanasia passiva.

giovedì 12 ottobre 2006

Quando l’orco si nasconde in una Chiesa

Lui si chiama Oliver O’Grady; lei non ha nome, perché è minorenne quando si consuma il reato. Lui è un prete; lei una bambina di undici anni come tante altre. Una bambina come tanti altri bambini che per 20 anni hanno subito abusi sessuali dallo stesso “padre”: Oliver O’Grady.
È la voce del prete, registrata durante il processo nel 1997, a raccontare questa storia agghiacciante in un documentario che uscirà sabato negli Stati Uniti: Deliver Us from Evil, di Amy Berg.
La vicenda sarebbe già raccapricciante così. Ma il racconto di O’Grady aggiunge particolari atroci: avrebbe abusato impunemente dei bambini sotto l’ala protettrice del cardinale Roger M. Mahoney, che con sollecitudine lo spostava di parrocchia in parrocchia quando la “situazione” diventava ingestibile.
Non solo il silenzio o l’indifferenza di chi non vuole vedere scomode realtà. Ma la complicità, un vero e proprio favoreggiamento di un reato consumato da chi avrebbe dovuto offrire conforto spirituale, e invece imponeva la soddisfazione dei propri appetiti sessuali. Vescovo della diocesi di Stockton, in California, Mahoney vigilava sul possibile scandalo. Attento non a che gli abusi avessero termine, ma che non trapelassero. Interessato non al ravvedimento, ma all’impunità.
500 cause civili nella sola Contea di Los Angeles riguardano abusi sessuali commessi da preti. Il nome di Mahoney ricorre spesso.
Oggi O’Grady è in Irlanda, sua terra natia, dopo aver scontato 7 anni di prigione. Mahoney è a capo della arcidiocesi cattolica di Los Angeles, la più vasta del paese, ed è uno dei più influenti uomini di chiesa in America.

(Questo articolo è stato pubblicato su E Polis Roma del 12 ottobre 2006.)

Uno strano argomento contro il testamento biologico

Fra gli argomenti usati più di frequente contro l’idea stessa di testamento biologico ce n’è uno più stravagante degli altri. Lo troviamo espresso con chiarezza in questa intervista a Gianfranco Iadecola, docente di medicina legale penalistica presso l’Università Cattolica di Roma (Ilaria Nava, «Un testamento che non tutela», Avvenire, 5 ottobre 2006):

L’intervento legislativo sul testamento biologico vorrebbe tutelare il diritto di autodeterminazione del paziente anche in caso di perdita della capacità decisionale: il meccanismo del consenso anticipato è uno strumento idoneo a tal fine?
Il consenso prestato precedentemente dal soggetto non è dotato del requisito fondamentale dell’attualità. I medici avrebbero a loro disposizione un documento, ma nessuno sarebbe in grado di verificare se il suo contenuto corrisponde all’effettiva volontà del paziente in quel momento. Per tale motivo ritengo fortemente rischioso attribuire al testamento biologico un valore vincolante per il medico.
La bizzarria dell’argomento dovrebbe essere evidente a chiunque: se il paziente ha perduto la capacità decisionale, che senso ha parlare della sua «effettiva volontà in quel momento»? Il testamento biologico dovrebbe normalmente regolare situazioni in cui il paziente è anestetizzato, o in coma, o in uno stato vegetativo permanente; e chi si trova in queste condizioni non può avere una volontà diversa da quella che aveva quando era ancora cosciente, perché semplicemente non ha più al momento qualcosa che si possa chiamare «volontà». Le cose sarebbero diverse se il paziente fosse impossibilitato del tutto a comunicare, ma conservasse intatte le proprie facoltà intellettive. È ciò che succede nella sindrome locked-in; ma si tratta di un’evenienza rarissima, e per la quale si potrebbero prevedere comunque adeguate eccezioni nella cornice legale del testamento biologico.
Si potrebbe obiettare che per «effettiva volontà» di un paziente privo di coscienza si deve intendere quella che potrebbe concepire ed esprimere se per miracolo si svegliasse in quel momento; ma visto che essa rimane per definizione impossibile da accertare, ci si dovrà comunque rifare alla migliore approssimazione che ne possiamo raggiungere, e che non è certo la volontà del medico, ma quella espressa a suo tempo dal paziente stesso, e/o interpretata da un fiduciario (a proposito del quale ecco cosa dice Iadecola nella risposta successiva all’intervistatrice: «nulla garantisce in modo assoluto che la scelta del fiduciario sia ispirata al rispetto della volontà del paziente e non risulti inquinata da un eventuale interesse personale»; dove si percepisce come sotto la ricerca apparentemente spassionata della certezza assoluta si celi un sostanziale disprezzo per la volontà del paziente, potenzialmente incapace di designare persino una persona su cui contare).
Un’altra possibile obiezione, leggermente meno arzigogolata della precedente, è che il paziente potrebbe aver cambiato idea nel periodo intercorso tra la compilazione delle volontà di fine esistenza e l’incidente o il malanno che l’hanno ridotto in stato di incoscienza, senza però avere avuto l’occasione di cambiare il testamento biologico. Ma di nuovo: dato che ciò rimarrebbe, almeno in assenza di testimoni, del tutto ipotetico, non si vede quale alternativa più vicina all’effettiva volontà del paziente si potrebbe adottare, diversa da quella che aveva espresso a suo tempo. Altrimenti tutti i testamenti normali, non biologici, dovrebbero essere considerati nulli per la stessa ragione (la circostanza è sfruttata in quei libri gialli – non molto realistici – in cui il nonno si accorge dell’indegnità morale del nipote suo unico erede, e gli preannuncia indignato che cambierà il testamento per lasciare l’ingente patrimonio a una locale associazione cinofila; al che il nipote lo ammazza con l’attizzatoio, prima che il vecchietto possa tradurre in atto la propria minaccia).

Un piccolo esempio dovrebbe chiarire ancora meglio i punti che ho esposto qui sopra. Immaginate di trovarvi in un albergo, e di aver lasciato detto al portiere di svegliarvi a una data ora l’indomani. Senonché quello, che ha studiato medicina legale penalistica in una prestigiosa università, comincia quando è ormai prossima l’ora indicata ad arrovellarsi: come essere sicuro che la vostra volontà sia ancora quella espressa la sera precedente? Il sonno porta consiglio, e magari se vi svegliate adesso vi renderete conto che non desideravate veramente essere svegliati a quest’ora; oppure forse avete cambiato idea ieri sera, proprio nel momento in cui vi addormentavate, senza quindi avere avuto la forza di richiamare il portiere. Che fare? Dopo molte elucubrazioni il concierge si decide: sarà lui, in base alla sua vasta esperienza acquisita in anni di pratica, a stabilire l’ora in cui svegliarvi!
Voi cosa pensereste di quel tizio, persino nell’improbabilissima ipotesi che vi avesse reso a conti fatti un favore?

Aggiornamento: Malvino intesse da gran virtuoso preziose variazioni sul tema (un brevissimo esempio: «di me posso decidere solo momento per momento?»).

martedì 10 ottobre 2006

Luca Volontè ha una crisi di nervi

Su Libero di qualche giorno fa abbiamo letto con costernazione un articolo del beniamino di Bioetica, l’On. capogruppo Luca Volontè, che comincia così («Per salvarci da Dio la sinistra ci regala Allah», 7 ottobre 2006, p. 14):

Ormai siamo alla fine, alla fine della vergogna europea e del diritto inteso solo come diritti delle minoranze a scapito delle maggioranze. Diritti per 5000 gay che vogliono i Pacs a scapito di 22 milioni di famiglie italiane, diritti dei 100 che vogliono l’eutanasia a scapito di chi desidera morire in pace. Lo sprofondarsi di una certa mentalità demente nei politici della droga e sesso libero, sta per giungere al capolinea.
Tra poco, molto poco, la sharia sarà introdotta e si compirà la profezia e la prima tappa del piano della Lega araba, sottomettere l’Europa attraverso la democrazia. Tra poco scopriremo che i finanziatori delle campagne omosex, abortiste, eutanasiche, sfasciafamiglie son proprio alcune onlus e spa che prendon soldi dai fratelli musulmani.
Qualcuno vuole scrivere a questo povero ragazzo spaventato, per tranquillizzarlo e rassicurarlo? Fate quest’opera di bene, e noi di Bioetica ve ne saremo grati: non vogliamo che il nostro Luca si aggravi ulteriormente e finisca in qualche posto dove non possa più svolgere la sua opera benemerita, che tanto ha contribuito e contribuisce a tenerci di buon umore. Potete contattarlo da questa pagina; vi raccomandiamo di usare un tono gentile e concetti semplici. Grazie!

(Nella foto: il Luca dei tempi felici, assieme al suo mentore politico.)

Aggiornamento: Cantor dedica un ottimo post allo stesso articolo.

E liberaci dal male... (e dai pedofili)

Un documentario in uscita negli Stati Uniti racconta una sconvolgente storia di pedofilia. Lo stesso religioso Oliver O’Grady, ex prete, racconta la sua vita di prete pedofilo. Descrive come per circa venti anni ha abusato di bambini e bambine nella sua diocesi in California e svela anche le complicità che gli hanno permesso di portare avanti la sua attività. La sua doppia vita è stata possibile anche grazie all’aiuto del cardinale Roger M. Mahony, che lo spostava di parrocchia in parrocchia man mano che si diffondevano le accuse di pedofilia. Oliver O’Grady ha confessato di aver abusato di minorenni, maschi e femmine. Il film è stato scritto e diretto da Amy Berg che utilizza la registrazione di un processo contro O’Grady del 1997: in questo procedimento giudiziario l’ex prete ammette in una lunga lettera di aver abusato di una bambina di undici anni.

Qui il trailer Deliver Us from Evil, di Amy Berg.

lunedì 9 ottobre 2006

In un universo infinito può succedere di tutto – o quasi

La teoria cosmologica dell’inflazione, che ipotizza un’espansione enormemente accelerata nelle prime fasi di vita dell’universo, ha delle implicazioni piuttosto sconcertanti: secondo una sua versione, che viene chiamata «inflazione eterna», esistono infatti infiniti universi, ciascuno dei quali ha a sua volta un’estensione infinita.
Questo sembrerebbe implicare che il nostro universo sia infinitamente vario; e invece non è esattamente così. La teoria dei quanti impone infatti un limite alla varietà di ogni universo, compreso il nostro; ne segue che ogni configurazione di materia che osserviamo in natura deve esistere in un numero infinito di copie identiche (sia pure separate in media da distanze grandissime), e che ne esiste anche un numero infinito di copie quasi identiche. Ce lo spiega Alexander Vilenkin su EdgeThe Principle of Mediocrity», 15 settembre 2006):

Una conseguenza impressionante di questa nuova visione del mondo è che ci dovrebbe essere un’infinità di regioni [dell’Universo] con storie assolutamente identiche alla nostra. Sì: un’enorme quantità di vostri duplicati sta leggendo in questo momento una copia di questo stesso articolo. Vivono su pianeti identici alla Terra, con tutte le sue montagne, città, alberi, e farfalle. Ci dovrebbero essere anche regioni la cui storia è piuttosto differente dalla nostra, in tutte le possibili varianti. Per esempio, alcuni lettori avranno il piacere di apprendere che esiste un numero infinito di regioni-O [le regioni di grandezza finita in cui si può dividere l’Universo] in cui Al Gore è il Presidente degli Stati Uniti.
In questa stupefacente visione del mondo, la nostra Terra e la nostra civiltà sono tutto meno che uniche: infinite civiltà identiche si trovano sparse per l’infinita distesa del cosmo. Con l’umanità ridotta alla totale insignificanza cosmica, la nostra discesa dal centro dell’Universo, iniziata con Copernico, è adesso completa.
La cosa forse più sorprendente è che sembrano esistere prove empiriche di questa teoria dal sapore (e dall’ispirazione?) così nettamente fantascientifico, benché le altre regioni dell’Universo (per non parlare degli altri universi) siano destinate a rimanere per sempre inosservabili.
Se la teoria dell’inflazione eterna dovesse alla fine rivelarsi corretta (ma qualsiasi teoria che comporti l’infinità del nostro universo avrebbe lo stesso significato) le conseguenze sul nostro modo di vedere noi stessi e il mondo sarebbero in effetti enormi: la teoria dell’evoluzione, al confronto, sembrerebbe pura ortodossia. (Ci sarebbero forse anche altre implicazioni, ma sono troppo bizzarre e incerte per essere riportate in questa sede.)

Se la cosa si risà in giro, aspettiamoci di leggere editoriali di fuoco sulla necessità di tornare al racconto della creazione in sei giorni per contrastare il nichilismo, il relativismo, l’invasione islamica e il declino delle nascite...

Abortire in Veneto

Dopo la manifestazione del 7 ottobre contro la legge della Regione Veneto che, se approvata, consentirebbe ai propagandisti del Movimento per la Vita di molestare nei consultori e negli ospedali le donne che vogliono abortire, Laura Eduati ci ricorda su Liberazione quale sia già oggi la realtà («194: ecco come il Veneto diventa “fuorilegge”», 8 ottobre 2006, p. 4):

Il diritto all’aborto, in Veneto, è già in pericolo: l’80% dei medici fa obiezione di coscienza; ospedali come quello di Treviso, Mestre e Camposampiero (Padova) ricorrono a medici a gettone poiché il 100% degli operatori interni si rifiuta di praticare l’aborto; il Veneto può contare sulla metà dei consultori previsti per legge, cioè uno ogni 20mila abitanti; le liste di attesa sono così lunghe che la regione è in cima alla classifica per numero di aborti praticati oltre il 90mo giorno e il 13% delle venete è costretta ad abortire in un’altra regione. «Ho visto donne disperate vagare da un ospedale all’altro in cerca di un medico non obiettore. Ho visto donne rimbrottate pesantemente perché avevano deciso di non portare avanti la gravidanza. Situazioni orribili», racconta indignata Maria Luisa Peraro, infermiera. Che ricorda ecografisti con la maglietta del Movimento per la Vita addosso, in ospedale.
I lettori di Bioetica mi perdoneranno se ometto di scrivere cosa penso di un ecografista con la maglietta del Movimento per la Vita addosso, e se mi limito a dire qualcosa sui consiglieri regionali della Margherita, che hanno votato a favore del provvedimento (sia pure con qualche distinguo): vogliamo davvero questa gente dentro il futuro Partito Democratico?

domenica 8 ottobre 2006

La Festa dei Nonni

Abbiamo bucato una ricorrenza, di pochi giorni, ma l’abbiamo pur sempre bucata: 2 ottobre. La Festa dei Nonni. Giovane ricorrenza, è motivata dalla necessità di un riconoscimento ufficiale del loro valore sociale, ma soprattutto educativo, affettivo, culturale e personale nei confronti dei nipoti, che in poco tempo ha riscosso un unanime consenso (dal sito Festa dei Nonni). E ancora: è una occasione per manifestare attraverso una grande Festa dei Nonni tutta la sincerità dei sentimenti di amore, affetto, riconoscenza, tenerezza, che riescono a suscitare in nipoti e bambini. La Festa è addirittura resa istituzionale da una legge (n. 159, del 31 luglio 2005). Niente più dubbi, prosegue il sito della Festa dei Nonni, sulla dovuta importanza al ruolo svolto dai nonni all’interno delle famiglie e della società in generale.
E serviva una legge per affermarlo? O una ricorrenza annuale, come monito verso le memorie deboli?
Queste giornate di celebrazione (dei nonni, delle donne, dei papà e così via enumerando tutte le possibili categorie in cui può essere incasellato il genere umano) mi fanno sempre domandare: e gli altri 364 giorni? E a quando la festa dei biondi, dei fedifraghi, dei ballerini zoppi? Perché no? Non hanno forse diritto di avere almeno 24 ore all’anno una celebrazione?

venerdì 6 ottobre 2006

Ancora sulla legalizzazione della vendita di organi

Amy L. Friedman ritorna sulla questione della legalizzazione della compravendita di organi per il trapianto da vivente («Payment for living organ donation should be legalised», British Medical Journal 333, 2006, pp. 746-48), e lo fa pronunciandosi a favore di questa possibilità. Il suo argomento fa leva soprattutto sull’incongruenza tra rifiuto di principio del pagamento per reni e fegato, e accettazione del pagamento per sangue, ovociti e maternità surrogata; ma la sua validità è chiaramente limitata agli Usa, dove queste pratiche sono legali, al contrario di quel che avviene generalmente in Europa (dove tutt’al più si potrebbe fare il paragone con la legalizzazione – seppure parziale – della prostituzione).
All’obiezione principale, che il pagamento degli organi si risolverebbe nello sfruttamento dei più bisognosi, la Friedman risponde con un altro paragone, quello con il servizio nelle Forze Armate; ma anche questo esempio è molto più cogente negli Stati Uniti che nei paesi europei. Un confronto più generalizzabile sarebbe forse quello con i cosiddetti mestieri usuranti, che di regola sono appannaggio dei ceti svantaggiati (e che vengono remunerati per di più in maniera non sempre congrua ai rischi per la salute che comportano).
Esiste naturalmente una forma paradossale di paternalismo alla base di questa obiezione: per proteggere i poveri si impedisce loro di migliorare la propria condizione. Sospetto che questo paradosso si mostrerà comunque tanto più efficace nel contrastare la compravendita di organi in un dato paese, quanto più alta e diffusa vi sarà la sensibilità verso le ineguaglianze economiche. Tutto sta a vedere, naturalmente, quanta ipocrisia si celi in quella sensibilità; senza dimenticare, come fa giustamente notare Amy Friedman, che anche tra coloro che hanno bisogno di un trapianto di rene i poveri sono presenti in misura percentualmente sproporzionata.

La risposta di Flavia Amabile

Da il Calibano leggo (attonita) e riporto:

Sono anni che scrivo su La Stampa, anni che mi occupo anche di Emma Bonino, Marco Pannella, delle loro campagne. Ho ammesso l’errore, mi spiace che sia rimasta coinvolta una famiglia già così provata dalla vita, vado in giro con il capo cosparso di cenere ma – ripeto, e lo farò fino alla noia – non ho inventato nulla. Non ho mai inventato nulla nella mia vita e meno che mai questa volta. Sono rimasta vittima di un trappolone da parte di una famiglia omonima, tutto qui. Banale, stupido, ridicolo, ma è tutto qui.

Sono disponibile in qualsiasi momento a scrivere la vera storia di Piero Welby.

Cordiali saluti

Flavia Amabile
Il trappolone è stato tanto ben architettato da averle addirittura fatto vedere un crocifisso appeso alle pareti?
Non sarebbe il caso di parlare di miracolo? Gli ingredienti sembrano esserci tutti: e il crocifisso potrebbe essere la migliore risposta alle questioni spinose che riguardano la vita e la morte, la sofferenza e la gioia. Tutto lì, racchiuso in due pezzi di legno e in una statuetta atteggiata al sacrificio in nome di tutta l’umanità, Welby compreso.

PS
Suggerirei a Flavia Amabile di inviare un curriculum al Weekly World News: pagano bene e apprezzano le invenzioni.

giovedì 5 ottobre 2006

Per rinfrescare la memoria

E per essere orgogliosi del nostro Bel Paese la storia del giornalista inventore Jayson Blair.
Mai pensato di darsi alla letteratura fantastica?

Robert Lanza ci riprova

Ricercatori della Oregon Health and Science University, in collaborazione con la Advanced Cell Technology di Robert Lanza (noto per il controverso esperimento con cui ha creato linee staminali embrionali a partire da singole cellule prelevate da un embrione), hanno iniettato cellule dell’epitelio pigmentato della retina, derivate da staminali embrionali umane, negli occhi di topi affetti da una malattia molto simile alla degenerazione maculare. Le staminali si sono riprodotte normalmente, senza dare origine a tumori, e gli animali trattati hanno mostrato un miglioramento abbastanza netto delle loro capacità visive. L’occhio si presta particolarmente a questo genere di terapia, in quanto le reazioni immunitarie di rigetto hanno al suo interno meno forza che altrove; secondo Lanza basterebbe appena un centinaio di linee di staminali per provvedere cellule immunologicamente compatibili con buona parte della popolazione americana, senza bisogno di distruggere nuovi embrioni.
Come sempre, non mancano le perplessità sul metodo proposto, e in ogni caso le applicazioni cliniche sono ancora lontane (Raymond Lund et al., «Human Embryonic Stem Cell-Derived Cells Rescue Visual Function in Dystrophic RCS Rats», Cloning and Stem Cells 8, 2006, pp. 189-99; Nicholas Wade, «Human Stem Cells Are Found to Help Rats’ Vision», The New York Times, 21 settembre; Helen Phillips, «Stem cells put a stop to macular degeneration», NewScientist.com, 21 settembre; Heidi Nicholl, «Stem cells rescue vision in rat model of macular degeneration», BioNews, 25 settembre).

Il rischio delle omonimie

Si sa che intervistare persone famose è difficile, a volte impossibile. E si sa anche che è possibile imparare dalla strategie altrui, osservando chi ci precede e soprattutto chi ottiene con successo lo scopo prefissato, proprio come in una regata si spiano le mosse degli avversari.
Bene. Chiunque avesse voglia di intervistare o solo di ricevere un parere o un consiglio da Umberto Veronesi, potrebbe consultare il sito www.paginebianche.it, che alla voce Veronesi + Milano offre ben 14 recapiti telefonici, compreso un negozio di dischi. Il gioco è fatto. Telefono, e se ho la fortuna di incappare in qualcuno che magari ha già ricevuto strambe richieste sul diritto a morire o sul recente protocollo oncologico e mi risponde: “Non ne posso più, mi sono stufato delle domande sul cancro o sui protocolli di cura”, potrei dar vita a un articolo strepitoso: Veronesi è stanco di occuparsi di oncologia! La voce inconfondibile del famoso medico è la stessa, soltanto incrinata da una vena di impazienza. Stufo di essere a contatto con la sofferenza umana e le malattie incurabili, cambia lavoro e vende cofanetti musicali...

Flavia Amabile e l’intervista alla donna che non c’è

La lettera aperta di Piergiorgio Welby ha superato gli angusti argini del dibattito tra fautori della libera scelta e avversari irriducibili dell’eutanasia sollevando una questione apparentemente non pertinente: esiste una deontologia per i giornalisti? Esistono delle regole elementari da rispettare?
Una risposta semplice e verosimilmente condivisa è raccontare la verità dopo averne accertato le fonti.
Due giorni fa su “La Stampa” è stato pubblicato un pezzo a firma di Flavia Amabile. Indignata per la dichiarazione di Marco Pannella “Gli stacco io la spina”, che è anche il titolo del suo articolo, Amabile costruisce la sua disapprovazione sulle menzogne.
Arriva addirittura a descrivere una stanza che non ha mai visto, suggerendo una familiarità inesistente (“l’appartamento è sempre lo stesso”), si spinge fino a riportare il parere di una figlia che non è mai nata e che affermerebbe di non conoscere Pannella e implorerebbe: “non ne possiamo più, lasciateci in pace”.
Sforzo di fantasia a parte, in un Paese civile la spudoratezza di questa invenzione avrebbe suscitato indignazione e forse la sospensione dall’Ordine dei Giornalisti.
In Italia quasi l’unica risposta è il silenzio e forse uno scappellotto per averla fatta davvero grossa! Con l’unica eccezione delle parole, fin troppo composte, di Mina Welby che non lasciano alcuno spazio al dubbio: “La famiglia Welby non ha concesso interviste a La Stampa, né alla suddetta giornalista, né ad altri. È totalmente infondata la notizia secondo la quale vi sia una figlia, e quindi che la stessa possa parlare a nome mio e di Piergiorgio”. E verrebbe da aggiungere: “Lasciateci in pace”.

La spiegazione proposta dalla stessa Amabile non fa che peggiorare la situazione: “chiedo scusa a tutti, ma non di intervista inventata si è trattato, ma di uno spiacevole equivoco”. Equivoco?

Tomaso Marcolla, WC, 1994, penna, cm 21x30.

mercoledì 4 ottobre 2006

Qualità della vita o libertà di scelta?

Carmelo Meazza scrive oggi sul Riformista un articolo originale e degno di nota («Imporre di vivere a chi vuole morire è come far morire chi vuole vivere», 4 ottobre 2006, p. 6):

In qualche modo dobbiamo riconoscere che l’eutanasia è l’espressione di un diritto della libertà del soggetto umano. Né il criterio della sacralità della vita e neppure quello della qualità della vita sono sufficienti a decidere in circostanze come queste senza controeffetti molto pericolosi. Entrambi se non si sta attenti spostano la decisione fuori della libera volontà.
Il criterio del libero consenso o della decisione sovrana può consentire di evitare anche le controfinalità insite nel complicato concetto di «natura» o «naturale». Non è un caso se Manconi e Polito possono utilizzare lo stesso argomento per una tesi contrapposta. Per l’uno non sarebbe naturale vivere in un corpo assistito da una macchina, e quindi la vita cesserebbe di essere degna di essere vissuta, pertanto l’eutanasia diventa ammissibile; per l’altro, vi sarebbe una naturalità del morire inscritto in leggi immutabili che bisognerebbe rispettare e quindi l’eutanasia sarebbe inammissibile. Ora, la nozione di naturalità non porta lontano. Prima assumiamo la convinzione che la natura si estende insieme con le nostre capacità di intervenire su di essa, prima saremo in grado di padroneggiare meglio la potenza che il genere umano è in grado di esprimere. E prima eviteremo confusioni in campi particolarmente sensibili della nostra vita collettiva.
In effetti, la divisione che si fa spesso fra etica della sacralità della vita ed etica della qualità della vita non è molto soddisfacente, in quanto si presta facilmente ad equivoci e (soprattutto) a strumentalizzazioni, come se laici e liberali desiderassero stabilire dei criteri oggettivi di qualità della vita al di sotto dei quali scatterebbe automaticamente il ricorso all’eutanasia (ho cercato di spiegare questo punto in un post precedente). Molto meglio parlare di un’etica della libertà personale, che non deve sottostare a nient’altro che alla libera decisione degli individui.

martedì 3 ottobre 2006

Il giornalismo italiano è pronto per l’eutanasia

Flavia Amabile sulla Stampa di oggi («“Gli stacco io la spina”», 3 ottobre 2006, p. 15):

Visto che da Marco Pannella ci si può aspettare di tutto, non resta che andare a vedere che cosa accade nel quartiere Don Bosco di Roma, nel piccolo appartamento da dove Welby due settimane fa registrò l’appello per il presidente della Repubblica facendo accendere i riflettori sulla sua condizione (distrofia muscolare in fase terminale) e sul problema dell’eutanasia. L’appartamento è sempre lo stesso, nella stanzetta di Welby c’è sempre appeso un crocefisso, accanto a lui ci sono la moglie Mina e la figlia, lui è ancora il co-presidente dell’associazione Luca Coscioni, ma l’atmosfera è diversa. «Pannella? Mai visto, non lo conosciamo» risponde la figlia. E se venisse a staccare la spina, che ne direbbe sua madre? «Mia madre è già abbastanza addolorata per tutta questa vicenda. È una donna anziana, non ne possiamo più, lasciateci in pace».
Difficile dire se il «lasciateci in pace» sia rivolto solo ai giornalisti o anche a Pannella e dintorni, di certo la provocazione del leader radicale non sembra aver suscitato grande entusiasmo tra i familiari di Welby e, se anche il gran Maestro dei referendum volesse sfidare ancora una volta le leggi, non è detto che chi si trova nell’appartamento del quartiere Don Bosco glielo permetterà.
Comunicato stampa di Mina Welby, la moglie di Piergiorgio:
Sull’edizione di martedì 3 ottobre 2006 de La Stampa è apparso un articolo a pag 15 a firma di Flavia Amabile nel quale si riporta una intervista totalmente inventata.
La famiglia Welby non ha concesso interviste a La Stampa, né alla suddetta giornalista, né ad altri. È totalmente infondata la notizia secondo la quale vi sia una figlia, e quindi che la stessa possa parlare a nome mio e di Piergiorgio. L’infondatezza è facilmente rilevabile quando si dice che Pannella «non lo abbiamo mai visto, né lo conosciamo».
Da notare come la giornalista lasci intendere di essersi recata personalmente a casa dei Welby (un’interpretazione benevola dell’incidente è che la Amabile abbia invece composto un numero di telefono sbagliato).

Singing condom

A musical condom that plays louder and faster as lovers reach a climax is going on sale.
Grigoriy Chausovsky’s prophylactics are fitted with special sensors that register when they are put on.
The sound of sweet music is then transmitted from a speaker at the base of the condom, gathering pace as couples turn up the heat.
As the sex becomes more passionate, it registers the increased speed of the movements and plays the melody faster and louder, said the inventor.
Johnny be good, Metro UK, 3 ottobre 2006.

Non solo accanimento

Sull’Unità di oggi, in due diversi articoli, Maurizio Mori e Demetrio Neri chiariscono i motivi per cui il testamento biologico non può limitarsi a considerare il caso dell’accanimento terapeutico. Scrive Neri («Viaggio di civiltà verso l’autodeterminazione», 3 ottobre 2006, p. 25):

Si è … sostenuta la necessità di limitare il contenuto delle dichiarazioni anticipate ai soli casi di indubitabile accanimento terapeutico o, meglio, di acclarata futilità del trattamento. Ma questa limitazione vanificherebbe il senso delle direttive anticipate, perché ad esempio escluderebbe il rifiuto della trasfusione di sangue da parte dei Testimoni di Geova: quando un medico decide di onorare il desiderio di quel paziente e non trasfonde, lo fa non perché la trasfusione è inadeguata dal punto di vista terapeutico, ma perché il paziente ha dichiarato la sua volontà contraria.
E Mori aggiunge («La nostra vita vale un nuovo diritto», p. 25):
Lo scopo principale del testamento biologico non è evitare l’accanimento: per questo basterebbe la prudenza del medico, ma le persone resterebbero in condizione di minorità, senza operare una scelta reale sulle scelte alla fine della propria vita.

Riscaldamento globale: guai ai tiepidi

George Dvorsky propone di mandare un chiaro avvertimento a quei capi di governo che non si mostrano troppo ansiosi di prendere provvedimenti per contrastare l’effetto serra e il riscaldamento globale («Political inaction on climate change a crime against humanity», Sentient Developments, 2 ottobre 2006):

Le prove che il clima sta mutando per opera dell’uomo sono ormai incontrovertibili, come pure la consapevolezza che questa si avvia a diventare la più grande catastrofe mai sperimentata dalla nostra specie. Il momento di agire è ora. I governi devono prendere il più presto possibile misure per ridurre drasticamente le emissioni dei gas serra.
Inoltre, date le prove a favore del riscaldamento globale, credo che sia giunto il momento di mandare un avvertimento a tutti i politici al governo nel mondo: sarete ritenuti responsabili. In questo momento di crisi, la vostra mancata azione in qualità di leader eletti e responsabili di fronte alla catastrofe che chiaramente si avvicina, si ritorcerà contro di voi.
Se non verranno prese misure reali ed efficaci, non appena il livello delle acque comincerà a salire, e le estinzioni di massa si amplieranno, e le super-tempeste inizieranno a colpire con regolarità, ed epidemie e carestie cominceranno a devastare le popolazioni, verranno radunati tutti quelli che hanno avuto responsabilità politiche, per chiamarli a rispondere dell’incuria criminale dimostrata quando erano al potere. Rimanere inattivi oggi costituisce un vero e proprio delitto contro l’umanità e contro l’ambiente.
Al giorno d’oggi la politica si è trasformata in un gioco triste e patetico dove le uniche cose che contano sono cercare voti, favorire le élite al potere, e approfittarsi delle masse soddisfatte di sé. È tempo che i politici comincino a governare, invece di preoccuparsi del loro destino alle prossime elezioni.
In caso contrario, dovranno cominciare a preoccuparsi di un destino del tutto differente.

lunedì 2 ottobre 2006

Alcolici e libertà

Vendita di alcolici vietata sempre ai minori di 18 anni. Vendita e somministrazione vietata per tutti negli autogrill autostradali. […] Sono alcune delle novità contenute nella Finanziaria per potenziare la tutela dei minori e per attuare una maggiore sicurezza stradale.
L’età per poter acquistare alcolici si alza dunque da 16 a 18 anni. Inoltre se l’attuale legge proibisce la sola somministrazione, cioè la «vendita al banco», di superalcolici tra le 22 e le 6 negli autogrill, la manovra prevede il divieto totale sia di somministrazione (vendita da banco) che di vendita senza limiti di orari.
Alcolici vietati ai minori e a tutti in autogrill, Il Corriere della Sera, 2 ottobre 2006.

John Stuart Mill considera alcune interferenze nel commercio come questioni riguardanti la libertà, alla luce della premessa che “lasciare gli uomini a se stessi è sempre meglio, ceteris paribus, che controllarli” (Mill 1859, Sulla libertà, p. 133). Prendiamo il caso del divieto di vendere sostanze tossiche, come strumento per rendere pressoché impossibile procurarsi quella sostanza e dunque prevenire atti criminosi o incidenti. La prevenzione è uno dei compiti dell’autorità, ma fino a che punto è lecito spingersi nel prevenire il crimine? I veleni possono essere utilizzati per scopi innocui, per difendersi dai topi o per uccidere i parassiti che hanno attaccato una coltivazione. Però possono anche essere utilizzati per commettere un omicidio o possono provocare incidenti mortali. (Quasi ogni oggetto o sostanza si presenta intrinsecamente ambivalente, i coltelli, i maglioni, l’acqua potabile, il fuoco: “Un giorno, in cui ero oppresso dal freddo, trovai un fuoco, lasciato acceso da qualche vagabondo, e fui estasiato dalla sensazione che ne ricevetti. Per la gioia misi la mano tra i carboni ardenti, ma la ritrassi di scatto, gridando di dolore. Che strano, riflettei, che una stessa cosa produca due effetti opposti!”, Mary Shelley 1818, Frankenstein, pp. 106-107). Impedire la commercializzazione di una sostanza tossica, secondo Mill, è un atto di violazione della libertà degli individui (dell’acquirente, piuttosto che dei produttori e dei venditori), e il rischio che il governo abusi della funzione preventiva è troppo alto. L’unica possibilità di operare un controllo senza violare la libertà individuale è rappresentata dalla divulgazione dell’informazione sui pericoli della sostanza in questione. Una persona in possesso delle proprie facoltà mentali dovrebbe solamente “essere avvertita del pericolo; non impedita con la forza a esporvisi” (Mill 1859, p. 135). Munire di una etichetta che specifichi le proprietà venefiche di una sostanza non viola la libertà degli individui e risponde a quella esigenza di cautela e prevenzione: costituisce quell’accertamento preventivo, per usare le parole di Jeremy Bentham, che consiglia ma non costringe.

sabato 30 settembre 2006

Da che parte pende il piano inclinato?

Le reazioni al caso Welby da parte di chi è contrario all’eutanasia mostrano una sconsolante uniformità: se si concedesse ai malati il diritto a una morte pietosa – così va l’argomentazione preferita di questi commentatori – in capo a pochissimo tempo ci ritroveremmo all’eutanasia di Stato, con commissioni mediche preposte a decidere chi sia degno di vita e chi no, e a sopprimere a forza chiunque non soddisfi i requisiti necessari. Scivoleremmo tutti su un piano inclinato che dal liberalismo ci condurrebbe inevitabilmente al nazismo.

Ciò che più sconcerta è l’impermeabilità che chi avanza questo argomento mostra alle obiezioni. Non si tratta soltanto dell’incapacità di pensare tipica di chi ripete senza averli vagliati i luoghi comuni della propaganda: vedremo alla fine di individuare un motivo più profondo. Ma bisogna forse anche ammettere una carenza di chiarezza da parte dei sostenitori dell’eutanasia, a cui cercherò qui, come posso, di ovviare.
Quello che vogliamo non è stabilire un criterio oggettivo con cui valutare se le sofferenze di un malato superino ormai la sua capacità di sopportazione, né fissare una soglia minima di qualità della vita, al di sotto della quale sia meglio per chiunque morire. Non si tratta insomma di dare ‘ragione’ a Welby, nel senso di convenire che una persona nelle sue condizioni non potrebbe fare altro che chiedere l’eutanasia, o che comunque se fossimo noi al posto suo faremmo le medesime scelte. Men che meno vogliamo affermare che la vita di Welby sia senza valore, e rappresenti un peso per la società e un costo improduttivo per lo Stato. Quello che vogliamo, invece, è che si riconosca che ciascuno è il miglior giudice di ciò che è bene per se stesso; la libertà di Welby va dunque rispettata (assieme alla libertà di chi lo volesse aiutare a compiere la sua volontà). E questo è del tutto indipendente da come ci comporteremmo noi nella sua situazione, o da come effettivamente si comportano altri affetti dallo stesso male: i casi esemplari di persone che al contrario di Welby desiderano vivere anche se sono attaccati a un respiratore e non possono più né parlare né muoversi dal letto, non possono indurci a cambiare opinione. Contrariamente a quello che scioccamente pensa qualcuno, non conta neppure il valore che la vita di Welby ha per noi, e che avrebbe, in quanto esempio consolante, anche se Piergiorgio cessasse di donarci i suoi interventi in rete: non conta, perché i costi di quella esistenza non siamo noi a doverli sopportare. Infine, nel momento in cui affermiamo così solennemente il valore della scelta individuale, allontaniamo anche la possibilità che lo Stato si ingerisca in queste vicende: non ci sarebbe nulla di più contraddittorio che affermare il diritto di decidere della propria vita, solo per cederlo subito dopo a una commissione governativa (che un giorno potrebbe oltretutto decidere che è la nostra vita a non essere più degna di essere vissuta). Il ruolo della collettività dovrà sempre limitarsi ad accertare che la persona abbia effettivamente bisogno di aiuto per morire, che sia pienamente capace di intendere e di volere, che conosca la prognosi medica, e che la sua decisione sia irrevocabile.
In tutto questo non c’è nulla di mostruoso o disumano. Tutti ricordiamo il caso recente della donna che aveva rifiutato di farsi amputare un piede, benché l’intervento fosse l’unico modo per salvarle la vita, ritenendo che con quella menomazione la propria esistenza non sarebbe stata comunque degna di essere vissuta. Nel rispetto degli artt. 13 e 32 della Costituzione alla donna non è stato imposto alcun trattamento medico, e dopo poco è morta. Credo che la grande maggioranza delle persone (me compreso) avrebbe deciso diversamente, se si fosse trovata nelle medesime condizioni; eppure quasi nessuno si è scandalizzato per questo episodio, o ha pensato che fosse il primo passo sulla strada che conduce all’eutanasia coercitiva per tutte le persone a cui manchi una mano o un piede. Le differenze col caso Welby ci sono, è ovvio, eppure tra omissione ed azione la distanza non è poi così enorme.

Naturalmente, anche limitandosi al rispetto rigoroso della volontà del malato i problemi non mancano. Quando la persona è divenuta incapace di volere può essere ancora possibile ricostruire i suoi intendimenti passati, soprattutto se è disponibile un testamento biologico; ma se l’incapacità è permanente (come nel caso degli infanti o dei disabili mentali), la decisione spetta ai suoi tutori legali. In questo caso il ruolo dello Stato viene ad ampliarsi, per la necessità di vigilare che sia fatto il migliore interesse del malato; ciò comporta fatalmente la stesura di protocolli, sia pure particolarmente rigorosi (un requisito che credo necessario, benché forse crudele, potrebbe essere quello che il malato non sia in grado di raggiungere mai la capacità mentale sufficiente a decidere da solo). L’obiezione che in questi casi si violerebbe l’autonomia personale è inconsistente, visto che i tutori hanno non solo il diritto ma anche il dovere di scegliere ciò che è meglio per il malato, e che non decidere significherebbe abbandonare una persona indifesa a lunghi, insopportabili tormenti.
In alcuni casi il problema delle risorse disponibili si può effettivamente presentare: i reparti di rianimazione hanno una capienza limitata, e i medici si possono trovare facilmente nella situazione di dover rifiutare per esempio il ricovero di un ragazzo vittima di un incidente stradale perché l’ultimo letto disponibile è occupato da un anziano in coma per un ictus, con scarsissime possibilità di riprendersi. Non voglio suggerire soluzioni semplicistiche a un dilemma etico così tragico, ma a una scelta non ci si può comunque sottrarre, quali che siano i propri convincimenti. Le risorse disponibili sono limitate, e il più delle volte aggiungere qualche letto a un reparto significa semplicemente ritrovarsene occupati in permanenza un numero maggiore di prima.
Un problema connesso, ma che può confondere il dibattito, è quello di stabilire fino a che punto si può continuare a presumere la presenza di autocoscienza – e quindi di vita personale – in un cervello estremamente danneggiato, come nel caso dello stato vegetativo permanente o delle fasi più avanzate delle demenze. Questa non è che un’estensione del concetto di morte cerebrale (si è parlato spesso in passato di introdurre il concetto di morte corticale, cioè della sola corteccia cerebrale), dove non si stabilisce affatto che una persona non sia più ‘degna’ di vivere, ma piuttosto che una persona vera e propria non c’è più.

Chi è contrario all’eutanasia non si limita di solito ad affermare che la vita ha sempre e in ogni circostanza valore: svaluta infatti anche la capacità di giudizio delle persone che non riescono più a trovare una ragione per proseguire un calvario insopportabile, e ne riduce la libera scelta ad «errore» e «debolezza». Ma soprattutto svaluta il ruolo dell’individuo di fronte a una Verità assoluta che lo trascende, e quindi anche, per logica conseguenza, di fronte a uno Stato che di quella Verità si faccia garante. E tanto aliena dal dubbio è la sua convinzione che lo Stato debba essere etico, che finisce per attribuirla – cambiata di segno – anche ai suoi avversari, rimanendo quasi sempre incapace, come vedevamo all’inizio, di comprendere il loro appello alla libertà individuale. Ma è proprio lui a propagare in questo modo l’idea che è stata alla base di mali giganteschi: l’idea che lo Stato o la comunità possano legittimamente privare gli individui della loro libertà. È un’idea che ha servito molte ideologie, che oggi serve l’ideologia della sacralità della vita, e che domani potrebbe cambiare una volta di più padrone. Da che parte pende, allora, il piano inclinato?

venerdì 29 settembre 2006

Intanto in Spagna

Despenalizar la eutanasia en pacientes “muy graves o terminales”; ésta es la apuesta del Comité Consultivo de Bioética de Cataluña (CCBC). Este órgano, por otra parte, descarta la regulación de la clonación con fines reproductivos. Ambas declaraciones han sido hechas públicas en la presentación de dos informes sobre sendas materias, en el Institut d’Estudis Catalans.

Rogelí Armengol, responsable del informe sobre eutanasia y ayuda al suicido y Coordinador del Servicio de Psiquiatría del Hospital Vall d’Hebron, explicó las premisas necesarias para garantizar la buena práctica en este tratamiento. Así, dijo que la despenalización de la eutanasia ha de estar condicionada a enfermos muy graves o terminales, que hayan expresado por escrito esta ayuda. Señaló, además, que “a menudo, muchos de los que se oponen a la eutanasia desconocen que estos pacientes morirán en pocos días con un gran sufrimiento”. En esta línea, el psiquiatra resaltó la importancia de los cuidados paliativos, “que deben ser útiles para que este tipo de pacientes terminales llegue al final de su vida sin dolor”.

En cuanto a la clonación reproductiva, el responsable del informe, Josep Santaló, explicó que las conclusiones de su investigación “desaconsejan la clonación con fines reproductivos, al considerar que esta práctica no garantiza una eficacia suficiente que permita su desarrollo sin peligro”. El documento, por su parte, aconseja la “clonación con fines terapéuticos”, que puede ayudar a la investigación de nuevos tratamientos y fármacos para enfermedades como la diabetes.
Esta institución desaconseja el uso de la clonación con fines reproductivos, Azprensa, 29 settembre 2006.

Chi è il padre?

ROMA - Un caso davvero singolare e doloroso per una coppia che da tempo desiderava un figlio e che si è affidata a un intervento di fecondazione artificiale. Al quinto tentativo è nata una bambina. Ma dopo qualche giorno l’incredibile rivelazione: il gruppo sanguigno è risultato incompatibile con quello della mamma e del papà e il test del Dna ha rivelato che il padre era un altro. La piccola sarebbe, insomma, figlia di uno sconosciuto. La coppia ha denunciato l’autore dell’intervento, Riccardo Agostini, primario al policlinico Umberto I e docente all’Università la Sapienza, che ora è indagato per truffa e alterazione di stato.

LA VICENDA - La vicenda risale allo scorso anno, la coppia ha presentato una denuncia nel maggio del 2005. Ora il pm Alberto Caperna ha inviato l’avviso di chiusura delle indagini preliminari ad Agostini. Nel corso dell’inchiesta il magistrato ha affidato una consulenza a tre esperti, Domenico Arduini, Giuseppe Novelli e Giulio Sacchetti. «Si evidenzia che il materiale biologico presente sul “dispositivo” non appartiene al signor C.M.», si legge nelle conclusioni della relazione. Il «dispositivo» è un tubicino collegato alla siringa usata per l’inseminazione. Oggetti che la coppia aveva conservato (secondo i loro difensori ermeticamente chiusi) e che la procura ha acquisito. Per due volte nel 2004, a Torino e in Emilia Romagna, sono state scambiate le provette. Qui, invece, invece, i prelievi del liquido seminale e i tentativi di fecondazione sono stati contestuali. L’avvocato di Agostini, spiega che alla fecondazione del 2 febbraio 2004, quella riuscita, erano presenti anche le assistenti del ginecologo e che i coniugi hanno «constatato che lo sperma inoculato alla signora era quello prelevato al marito». Non solo: la bimba «è nata 15 giorni dopo la fine del tempo regolamentare e tale circostanza è di estrema rilevanza, dal momento che in caso di inseminazione artificiale le nascite sono sempre premature trattandosi di gravidanze ad alto rischio. L’accusa è assurda. Un accademico noto e prestigioso come Agostini non si presterebbe mai a fare una sostituzione di liquido seminale per guadagnare 500 euro in più. Non possiamo non sospettare che la signora in quel periodo avesse una relazione extraconiugale oppure che, all’insaputa del marito, si fosse sottoposta anche a un’inseminazione eterologa, che allora non era vietata».
Bimba in provetta, ma il dna non è del padre, Il Corriere della Sera, 28 settembre 2006.

Chi parla per Maria?

Sull’Unità di ieri Furio Colombo scrive a proposito della piccola bielorussa condannata a tornare in orfanotrofio («La bambina che paga per tutti», 28 settembre 2006):

Questo Paese, che ama tanto i bambini e che ci spiega due o tre volte al giorno che prima di tutto viene la famiglia, è pronto a spedire Maria, come un pacchettino, da una famiglia che la ama ad un orfanotrofio che – nel migliore dei casi – la considera un numero. E nel peggiore, come già le è accaduto, un oggetto disponibile.

Aggiornamento: Furio Colombo torna sull’argomento con una lettera aperta all’ambasciatore bielorusso («Ambasciatore mi faccia incontrare Maria», L’Unità, 2 ottobre).