venerdì 15 gennaio 2010

Il disegno della scienza

Marina Corradi commenta la sentenza sulla legge 40 con le solite presunte argomentazioni.
Un passaggio è particolarmente gustoso (Gli embrioni «sbagliati» sono morte data, sono lutti, Avvenire, 15 gennaio 2010):

Non è ancora figlio quel grappolo di cellule, ci diciamo per tollerare l’aborto. Ma lo sappiamo invece, e lo conferma la scienza, che a poche ore dal concepimento il disegno è già vergato, unico, non ripetibile: il disegno di quell’ uomo.
Poveretta: è evidente che non riesca proprio a comprendere quanto scienza e disegno stonino messi insieme così. Ma il dubbio è sempre lo stesso: malafede o ignoranza?

giovedì 14 gennaio 2010

Autorizzazione concessa

Ricevo da Filomena Gallo, Presidente Associazione Amica Cicogna ONLUS, e volentieri posto.


Salerno, 11 gennaio 2010
Il giudice autorizza l’accesso alla fecondazione assistita con diagnosi genetica preimpianto ad una coppia fertile

Il Giudice Antonio Scarpa del Tribunale di Salerno autorizza, per la prima volta in Italia, la diagnosi genetica preimpianto ad una coppia fertile portatrice di una grave malattia ereditaria, l’Atrofia Muscolare Spinale di tipo 1 (SMA1).
Questa malattia causa la degenerazione e la morte motoneuronale con la conseguente inarrestabile paralisi e atrofia di tutta la muscolatura scheletrica e costituisce oggi la più comune causa genetica di morte dei bambini nel primo anno di vita, con una morte per asfissia.
La coppia si è rivolta al ginecologo Domenico Danza, per accedere alla procreazione medicalmente assistita e poter effettuare la diagnosi preimpianto con tecniche combinate di citogenetica e di genetica molecolare al fine di avere un figlio che potesse vivere. Lo specialista non ha potuto consentire l’accesso alle pratiche di procreazione medicalmente assistita perché la legge 40 del 2004 lo consente solo per casi di sterilità/infertilità.

Il Giudice Antonio Scarpa, ha così motivato la sentenza:
“Il diritto a procreare, e lo stesso diritto alla salute dei soggetti coinvolti, verrebbero irrimediabilmente lesi da una interpretazione delle norme in esame che impedissero il ricorso alle tecniche di pma da parte di coppie, pur non infertili o sterili, che però rischiano concretamente di procreare figli affetti da gravi malattie, a causa di patologie geneticamente trasmissibili; solo la pma attraverso la diagnosi preimpianto, e quindi l’impianto solo degli embrioni sani, mediante una lettura “costituzionalmente” orientata dell’art. 13 L.cit., consentono di scongiurare tale simile rischio”.

Il Tribunale di Salerno, per la prima volta in assoluto, ha consentito di ricorrere alla procreazione assistita preceduta da diagnosi genetica preimpianto alla coppia fertile e che ha già avuto altre 4 gravidanze naturali, ordinando il trasferimento in utero dei soli embrioni sani, superando con una interpretazione della legge 40/04 in linea con la Carta Costituzionale, il disposto dell’art. 1 comma 2 e art. 4 comma 2 della L. 40/04 che stabilisce il divieto ad accedere alla fecondazione assistita a chi non ha problemi di sterilità.

Dichiara l’Avv. Filomena Gallo, legale della coppia ricorrente, “i miei assistiti hanno chiesto l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita perché è l’unica speranza per avere un figlio che viva, poiché la malattia di cui sono portatori è la forma più grave, fa nascere bambini morti o che non sopravvivono oltre l’anno di vita. Il tribunale di Salerno con l’ordinanza del Giudice Scarpa, ha emesso una decisione chiara e rispettosa dei diritti dei soggetti coinvolti. Sono stati oggi riconosciuti e affermati diritti inviolabili, trascurati dalla legge 40/04 e invece tutelati costituzionalmente, quali: 1) tutela del diritto alla salute della donna; 2) tutela del diritto all’informazione nel trattamento sanitario; 3) tutela del diritto alla procreazione cosciente e responsabile.

Il tribunale di Salerno ha operato per la salvaguardia della supremazia del diritto e delle connesse libertà della coppia tutelate dalla Carta Costituzionale, ha operato una interpretazione della legge sulla fecondazione assistita costituzionalmente orientata, nel rispetto del diritto alla salute ma in questo caso anche alla vita di un figlio che diversamente sarebbe morto.

Partorire senza dolore (il convegno)

Per ulteriori informazioni sugli argomentati del convegno: Diritto all'epidurale negato.

L’esempio dei musulmani americani

Marilisa Palumbo ci offre qualche dato e qualche utile riferimento sulla condizione dei musulmani americani, che sembrano confutare quanti sostengono la non integrabilità degli islamici («Musulmani americani. Una storia di buona integrazione», Europa, 13 gennaio 2010, p. 5). Ho aggiunto i link ai documenti citati.

«Se si contasse il numero di musulmani americani, saremmo uno dei più grandi paesi musulmani al mondo». Così Barack Obama a giugno, intervistato dalla rete francese Canal Plus alla vigilia del discorso al mondo islamico pronunciato al Cairo.
Il presidente parlò in quell’occasione di sette milioni di cittadini americani di religione musulmana (la Casa Bianca disse di aver preso il dato dal Cia World Fact Book), ma in realtà non si hanno cifre esatte: il censo Usa non chiede ai suoi rispondenti la loro affiliazione religiosa.
Le stime, tutte approssimative, variano comunque tra i 2,3 e gli otto milioni (con oltre 1200 moschee sul territorio).
Al di là delle cifre, quel che colpisce a guardare gli islamici d’America – e che anche il primo presidente ad avere come middle name Hussein sottolineò – è il loro livello di integrazione nella società, di gran lunga superiore a quello dei musulmani in Europa (come conferma un sondaggio Gallup dell’anno scorso).
Secondo molte ricerche (tra le ultime e più affidabili una del Pew Research Center che risale al 2007), la maggioranza dei musulmani americani appartiene alla classe media, ha un buon livello di istruzione (il 60 per cento circa è laureato, contro il 30 circa della popolazione nel suo insieme), e dispone di un reddito medio superiore alla media nazionale.
Non è facilissimo dire a che cosa si debba questa success story (che ovviamente, come nota la Palumbo nel seguito dell’articolo, ha anche qualche ombra: dopo l’11 settembre sarebbe stato un miracolo se non ce ne fossero state). Personalmente ritengo che la risposta vada cercata in buona parte nel classico American dream: la prospettiva del successo personale – prospettiva concreta, anche se non sempre raggiunta – costituisce un premio cospicuo allo sforzo di «giocare secondo le regole», di adeguarsi alle norme sociali. Allo stesso tempo, un paese composto di immigrati pone probabilmente di meno l’ostacolo del pregiudizio nei confronti delle minoranze, il che aiuta enormemente l’integrazione. Il problema dell’Europa è allora di riuscire a riprodurre queste condizioni; non è facile – e non per colpa dei musulmani.

mercoledì 13 gennaio 2010

Presepi a Rosarno

Proprio così. Il giorno che ricorderemo come l’inizio della rivolta di Rosarno, Panebianco dedica un capoverso del suo atto di accusa a quelle scuole (cinque? Sei? Fossero anche una dozzina?) che per risibili questioni di integrazione non hanno fatto il presepe. Altro che topi nelle baracche: il presepe. È quello il problema, secondo Panebianco.
Continua qui.

Perché vivono in ghetti

Maurizio Ambrosini interviene su Lavoce.info a proposito della polemica sull’immigrazione ospitata dal Corriere della Sera, che ha visto contrapporsi Giovanni Sartori e Tito Boeri («Ma l’Italia è già multietnica», 12 gennaio 2010):

Si può convenire sul fatto che il presidio dei confini è una dimensione costitutiva della sovranità degli Stati moderni, per quanto democratici. Tutti dispongono di polizie di frontiera, richiedono passaporti, espellono all’occasione stranieri indesiderati. Nello stesso tempo, si obbligano a esaminare le istanze dei richiedenti asilo e ad accogliere quelli che ne hanno diritto, anche se arrivano, come in genere accade, violando le frontiere o usando documenti falsi. […]
Altra cosa è una legge che definisce reato la permanenza sul territorio con un permesso turistico scaduto, da parte di persone che spesso lavorano. […] La legge è inapplicabile per mancanza di strutture e mezzi adeguati. Rischia di intasare la macchina della giustizia, di spingere gli immigrati irregolari verso condizioni ancora più marginali e contigue all’illegalità, di confermare alla fine il messaggio che in Italia le leggi sono severissime sulla carta, ma poco applicate nei fatti.
Qui si innesta un’altra questione. Gli immigrati irregolari non si insediano in Italia per colpa dei preti troppo accoglienti o degli intellettuali liberal, ma perché sono richiesti da molti datori di lavoro italiani, famiglie comprese, e non solo a Rosarno Calabro. […] La fermezza di facciata è contraddetta dall’inefficacia dei controlli sui luoghi di lavoro. In Francia sono stati arrestati in un anno 900 datori di lavoro di immigrati non autorizzati, in Italia questo non avviene.

Quanto ai mussulmani, il problema della penetrazione del fondamentalismo in queste comunità esiste. Ma vanno colti tre aspetti: 1) è un problema tipicamente europeo, negli Stati Uniti i circa 6 milioni di mussulmani non sono percepiti come una minoranza chiusa e ostile, non vivono in quartieri-ghetto, sono in gran parte istruiti e professionalmente qualificati. 2) Il fondamentalismo si nutre della discriminazione e dell’esclusione economica e sociale. I mussulmani in Europa non vivono in ghetti per loro scelta, ma perché non riescono a uscirne. E nei ghetti l’identità culturale e religiosa, l’unica risorsa accessibile a tutti, diventa facilmente un simbolo di opposizione a una società ostile ed escludente. In quei contesti la predicazione fondamentalista attecchisce più agevolmente. 3) Non è possibile, in un ordinamento democratico, né comprimere la libertà di culto, né impedire l’accesso alla cittadinanza per motivi religiosi, né indagare le opinioni di chi chiede di lavorare in Italia, di ricongiungersi con la famiglia o di diventarne cittadino. […]
Lascio da parte il problema dei giovani. Riesce difficile capire come si possa sperare di veder crescere lealtà e attaccamento al nostro paese a chi viene lasciato a lungo fuori della porta della cittadinanza, e costretto a lunghi e complicati procedimenti per accedervi, magari perché arrivato in Italia a due anni, o perché, nato qui, per un anno o due è stato accudito dai nonni al paese d’origine dei genitori.
La società italiana non sta diventando multietnica perché qualche scriteriato ha aperto le porte. Il cambiamento avviene per dinamiche ed esigenze che hanno origine all’interno della nostra società, e in modo specifico nel mercato del lavoro. In realtà noi produciamo ogni giorno la società multietnica, quali che siano le nostre opinioni al riguardo. Non è possibile utilizzare le braccia e rifiutare le persone, o negare loro di poter entrare un giorno a pieno diritto nella comunità dei cittadini di cui ormai, di fatto, fanno parte.
Da leggere tutto.

martedì 12 gennaio 2010

Targhe alterne (ovvero obiettore nel pubblico, abortista in privato)

Si sa ma nessuno se ne è interessa più di tanto. Sono molte le donne che si sono sentite fare questa proposta nel percorso accidentato e tutto italiano per abortire, ma in quel momento magari hai altri pensieri che denunciare il farabutto. Oggi qualcuno è andato a curiosare (Inchiesta shock a Roma: medico obiettore all’ospedale san camillo pratica aborti in studio privato):

un medico obiettore di coscienza in ospedale [...] pratica gli aborti di sera in uno studio privato.
L’inchiesta parte dalle corsie del San Camillo, un ospedale dove – di norma – è difficilissimo abortire perché la maggior parte dei ginecologi dichiarano obiezione di coscienza. Così un giornalista si arma di telecamera nascosta e si finge fidanzato di una ragazza che vuole abortire, superare le difficoltà è facilissimo perché nella struttura sono tutti a conoscenza dei nomi dei medici che fanno il “doppio gioco”.
Il giornalista infatti sa come fare per volere un aborto affidandosi ai consigli della vigilanza “No, non nell’ospedale perché si rischia. Qualche clinica privata te lo può fare – è il primo suggerimento che arriva dalla guardia giurata – “questa è bravissima ma c’è un altro che fa tutto… sono quelli che lo fanno…questi qua sono medici che sono obiettori di coscienza…”. Al giornalista viene dato un pizzino con un numero di telefono per contattare il medico.
Scatta allora la telefonata della ragazza che chiede appuntamento allo specialista, pronto a riceverla e a parlare di aborto alla luce del sole, come se non fosse un obiettore. Anzi invita i pazienti a non perdere tempo “ragazzi bisogna che quagliate perché se le avete avute il 29 ottobre.. non è che la prendo e domani faccio l’intervento…”. Non ci sono quindi problemi di obiezione anzi ribadisce il medico “ ho bisogno di vederla, di fare un’ecografia e di un BHCG però non può fare i capricci questa ragazza…”. Alla domanda se questa cosa si potesse fare al San Camillo il dottore risponde categorico “ Ma al San Camillo passano due mesi, nasce il ragazzino, lo deve fare privatamente”. Insomma, obiettore sì, ma non davanti ai ricchi assegni di chi può permetterselo”.

Protezione civile Super Spa

Aiuto, qualcuno protegga i nostri soldi da Guido Bertolaso. Ora che la Protezione civile diventa una società per azioni nessuno potrà più chiedere conto al governo su appalti ed eventuali spese allegre. Pochi giorni fa, il 17 dicembre, Gianni Letta ha fatto approvare al Consiglio dei ministri il decreto studiato e voluto dal Guido più amato dagli italiani, e da Silvio Berlusconi, in cambio del ritiro delle sue annunciate dimissioni. Un'altra mossa che toglie di mezzo il Parlamento. Il passaggio chiave è scritto in poche parole: «Il rapporto di lavoro dei dipendenti della società è disciplinato dalle norme di diritto privato». Scende così un ulteriore velo di riservatezza su forniture, contratti, progetti per centinaiae centinaia di milioni di euro all'anno, e su assunzioni e consulenze, che non dovranno più passare sotto la lente della trasparenza pubblica. Una scorciatoia che unita alle ordinanze di urgenza e ai poteri di emergenza di cui gode la Protezione civile, trasformerà Bertolaso, 60 anni il 20 marzo prossimo, in un vicerè dalle mani d'oro a completo servizio del presidente del Consiglio di turno. Come già succede ora, ma con meno obblighi da rispettare.
Su l'Epresso, di Fabrizio Gatti.

sabato 9 gennaio 2010

Su Darwin

Sul numero in edicola del bimestrale di divulgazione scientifica Darwin compare anche un mio pezzo (Giuseppe Regalzi, «Prigioniero del proprio corpo», pp. 64-65):

Cos’è che ci colpisce tanto nel caso di Rom Houben, l’uomo che per 23 anni è stato erroneamente ritenuto in stato vegetativo? A cosa si deve l’attenzione che per molti giorni i mezzi di comunicazione hanno dedicato alla sua vicenda? Quale parte del nostro immaginario ne è stata stimolata, forse anche perturbata?
Riassumiamo i fatti. Nel 1983 Rom Houben, belga di 20 anni, subisce un grave incidente automobilistico. Dopo un periodo di coma sembra entrare in stato vegetativo: è sveglio, ma non risponde agli stimoli esterni e appare privo di ogni funzione cognitiva. La situazione rimane immutata per 23 lunghi anni, finché nel 2006 un’équipe guidata da Steven Laureys, un neurologo dell’Università di Liegi, applica a Houben la versione riveduta della Coma Recovery Scale (un sistema di valutazione del comportamento) e rileva tracce di coscienza nel paziente. […]
Il fascino morboso esercitato da storie come questa dipende, credo, dalle innegabili analogie con fenomeni che hanno affascinato e terrorizzato molte generazioni passate: la morte apparente e il seppellimento prematuro. La sindrome locked-in, con il suo soggetto consapevole rinchiuso in un corpo immobile, che non riesce ad avvertire gli altri di ciò che gli succede e delle proprie reali condizioni, richiama subito alla mente la morte apparente, sindrome scientificamente assai meno definibile, ma il cui ricordo vive ancora, per esempio nei racconti di Edgar Allan Poe. […]

Ad Avvenire non piace il Consiglio d’Europa

Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, è tornato ad occuparsi della Corte europea dei diritti dell’uomo (Gianfranco Amato, «I consueti bersagli “cattolici” dell’ormai solita Corte», 7 gennaio 2010, p. 2). Questa volta la materia del contendere non è il crocifisso ma l’aborto: tre donne irlandesi, costrette ad andare ad abortire in Gran Bretagna, hanno fatto ricorso alla Corte contro il loro paese, che non consente l’interruzione volontaria di gravidanza se non in caso di grave pericolo per la vita della donna (e anche qui solo in teoria: la legge che dovrebbe regolare questi casi ancora non esiste).

A prescindere dal merito dei singoli casi pendenti avanti la Corte (prima il crocifisso, ora l’aborto), la questione più generale che si pone è di capire se sia ammissibile che la cultura, la tradizione, i valori e persino le norme approvate in Parlamento attraverso un processo democratico possano essere messe in discussione da un organismo internazionale artificialmente creato e del tutto avulso dal contesto che è chiamato a giudicare. Il paradosso si ingigantisce se si considera che quella cultura, quelle tradizioni, quei valori e quelle leggi appartengono a uno Stato membro dell’Unione Europea e possono essere smantellate da un organismo che con l’Unione non ha nulla a che vedere. Sì, perché la «Corte europea dei diritti dell’uomo», non è un’istituzione della Ue e non va confusa, come spesso accade, con la Corte di giustizia europea, che invece è, a tutti gli effetti, un’importante componente dell’architettura istituzionale comunitaria.
Gli strenui difensori dei princìpi liberali e democratici si dovrebbero porre il problema se sia giusto consegnare la sovranità popolare di un Paese membro della Ue nelle mani di 17 uomini delle più disparate estrazioni, visto che fanno attualmente parte della Corte anche giudici provenienti da Turchia, Macedonia, Albania, Montenegro, Moldavia, Georgia e persino dall’Azerbaigian. Sono costoro che hanno la facoltà di giudicare cultura, tradizioni, valori e leggi di Paesi civili e democratici del Vecchio Continente come l’Irlanda e l’Italia, accomunati – guarda caso – dal «difetto» di essere entrambi di tradizione cattolica.
A leggere queste righe, sembra quasi che l’Irlanda sia stata invasa in un recente passato da un esercito di Turchi, Albanesi e persino Azerbaigiani, che l’avrebbero costretta a sottostare a un iniquo trattato. E invece la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali è stata liberamente ratificata il 25 febbraio 1953 dalla Repubblica Irlandese, sesto stato a farlo. Si tratta di un trattato internazionale che vincola chi l’ha firmato, e che può comunque essere denunciato in qualsiasi momento, secondo le modalità previste dal suo stesso articolo 58.
Incomprensibile appare poi l’osservazione sul fatto che la Corte europea dei diritti dell’uomo non è un’istituzione dell’Unione Europea. Giusto correggere la confusione che molti (soprattutto integralisti cattolici) continuano a fare; ma l’autore sembra trarne per conseguenza una qualche mancanza di legittimità. Sì, la Corte è un’istituzione del Consiglio d’Europa (di cui l’Irlanda è, al pari dell’Italia, uno degli stati fondatori), non dell’Unione; e con ciò? Forse il problema è la presenza di stati non sufficientemente «civili» e «democratici», i cui giudici sono chiamati a giudicare modelli di virtù come l’Italia e l’Irlanda? Lasciamo stare il politicamente corretto: in effetti alcuni membri del Consiglio d’Europa, e quindi della Corte, non hanno tutte le credenziali democratiche a posto (solo alla Bielorussia, l’ultima vera e propria dittatura del continente, è stato impedito di aderire; un altro stato europeo ha scelto autonomamente di non entrare a farne parte). Ma ad Amato sembra sfuggire l’enorme importanza di quella presenza: i cittadini di quei paesi hanno la possibilità di adire la Corte per la difesa dei propri diritti fondamentali. Sarebbe difficile garantire questa possibilità senza trattare allo stesso tempo quegli stati da pari; del resto, la Corte offre sufficienti garanzie, mi pare, di un giusto processo. E ovviamente a finire sul banco degli imputati non ci sono solo sempre i poveri paesi cattolici...

Si consoli comunque Gianfranco Amato: coi tempi che corrono, è del tutto possibile che – almeno nel nostro paese – qualcuno decida che la Tradizione e i Valori e le Leggi non debbano più sottostare a questa strana invenzione nordica che sono i diritti umani, e che l’Italia abbandoni di conseguenza il Consiglio d’Europa. Per decisione autonoma, o perché buttata fuori a calci.

venerdì 8 gennaio 2010

Che ne pensate?

Credo che nessuna donna è favorevole all’aborto e chi vi è ricorsa si porta dietro per tutta la vita una ferita difficilmente rimarginabile.
(Da un forum sull’aborto. Per precisione l’estensore della frase riportata si dichiara a favore del diritto di scegliere, ma non è questo che mi interessa in questo momento).

Partorire senza dolore


Ovvero partorire in analgesia (se lo si desidera: chi volesse partorire con dolore per chissà quale ragione è, ovviamente, libera di farlo).
L’AIPA, Associazione Italiana Parto in Analgesia, è una associazione nata dallo sforzo e dalla volontà di un gruppo di cittadine mosse dall’urgenza di garantire alle donne un diritto inviolabile, quello di poter liberamente scegliere un parto che eviti o riduca loro le sofferenze, usufruendo di pratiche antalgiche efficaci e sicure e dell'analgesia epidurale in particolare.
La presidente Paola Banovaz lo spiega qui.

L’Associazione si prefigge lo scopo di tutelare il diritto di libera scelta, l’assicurazione ad un parto rispettoso e la garanzia di un’informazione seria su temi riguardanti gravidanza, parto e puerperio.
L’epidurale in Italia non è un diritto, negata nell’84% degli ospedali pubblici e nelle cliniche convenzionate. Nel restante 16% si nascondono centri che formalmente la garantiscono ma di fatto la negano senza nessuna ragione medica valida. Vuoi perchè la dilatazione non è mai a 5 cm o perché è stata superata quella limite dei 6 cm, o perché prima si deve tentare la vasca, la doccia, il massaggio.
L’epidurale non rientra tra i servizi che candidano una struttura sanitaria al bollino rosa. Gli ospedali amici delle donne spesso non garantiscono alle donne che ne fanno richiesta una cura valida al dolore in travaglio di parto.
In nome di una naturalità del parto da difendere l’Italia sacrifica il diritto delle donne, le mortifica imponendo un trattamento sanitario discriminatorio. Perché per nessun paziente è tollerabile uno stato di sofferenza prolungata senza che venga somministrata una cura efficace che lenisca il dolore.
Le gravide - e quindi come tali donne - sono le uniche pazienti che possono essere lasciate ore, in alcuni casi si potrebbe parlare di giorni, senza che venga loro somministrato alcunché.
L’AIPA promuove una petizione popolare per garantire l’epidurale gratuita e garantita a tutte quelle donne che ne faranno richiesta, prima e/o durante il parto.
Qui il blog Diritto all’epidurale negato.

giovedì 7 gennaio 2010

Corriere Wars: Sartori-Sith contro i Cavalieri Jedi della Blogosfera

Riassunto delle battaglie precedenti. Mentre la Galassia (politica e mediatica) è nel caos, l’illustre prof. Sartori, con patente pubblica di democratico, svela il proprio vero volto: è l’Imperatore Sith! La scoperta avviene il 20 dicembre 2009 con un articolo in cui Sartori-Sith emana un editto imperiale in cui si afferma la non integrabilità dei musulmani nelle società a maggioranza non islamica. Ma l’Imperatore, ahilui, cita proprio l’esempio sbagliato: l’India.
Continua su MilleOrienti.

martedì 5 gennaio 2010

Gli evangelici cristiani alla conquista dell’Uganda


Ecco alcuni portavoce della cristianità in azione. Superfluo commentare. Doveroso leggere tutto il pezzo (Americans’ Role Seen in Uganda Anti-Gay Push, The New York Times, january 3, 2010). In Italia ne parla quasi solo Internazionale. I grandi quotidiani, almeno nelle versioni .it, hanno altre fondamentali notizie da seguire (dal punto g alle varie liti da cortile).

Last March, three American evangelical Christians, whose teachings about “curing” homosexuals have been widely discredited in the United States, arrived here in Uganda’s capital to give a series of talks.

The theme of the event, according to Stephen Langa, its Ugandan organizer, was “the gay agenda — that whole hidden and dark agenda” — and the threat homosexuals posed to Bible-based values and the traditional African family.

For three days, according to participants and audio recordings, thousands of Ugandans, including police officers, teachers and national politicians, listened raptly to the Americans, who were presented as experts on homosexuality. The visitors discussed how to make gay people straight, how gay men often sodomized teenage boys and how “the gay movement is an evil institution” whose goal is “to defeat the marriage-based society and replace it with a culture of sexual promiscuity.”

Now the three Americans are finding themselves on the defensive, saying they had no intention of helping stoke the kind of anger that could lead to what came next: a bill to impose a death sentence for homosexual behavior.

One month after the conference, a previously unknown Ugandan politician, who boasts of having evangelical friends in the American government, introduced the Anti-Homosexuality Bill of 2009, which threatens to hang homosexuals, and, as a result, has put Uganda on a collision course with Western nations.

Donor countries, including the United States, are demanding that Uganda’s government drop the proposed law, saying it violates human rights, though Uganda’s minister of ethics and integrity (who previously tried to ban miniskirts) recently said, “Homosexuals can forget about human rights.”

venerdì 1 gennaio 2010

Un esamino per la Polverini

Susanna Turco intervista Renata Polverini, candidata del PdL alla presidenza della Regione Lazio («“Io sarei una di sinistra? Sui temi etici proprio no...”», L’Unità, 31 dicembre 2009, pp. 16-17):

Esamino di ortodossia finiana su temi etici. Cosa pensa del biotestamento?
«Penso che la vita non sia nella nostra disponibilità. E quando è toccato a me decidere, ho fatto tutto il possibile perché una persona a me molto cara, il marito di mia madre, restasse in vita».
Quindi? La legge ora in discussione in Parlamento?
«Beh, bisogna cercare una convergenza. Se non riusciamo a trovarla nemmeno sulla vita e la morte... ».
Le segnalo che l’impresa si sta rivelando ardua. Procreazione assistita: pensa ancora che la legge 40 non abbia dei limiti?
«All’epoca del referendum per modificare quella legge votai no. Lo confermo».
Ru 486. È giusto commercializzare la pillola del giorno dopo?
«Va somministrata in ospedale. Non è un farmaco qualsiasi, provoca un aborto, è giusto che la donna sia assistita».
Bocciata. Avanti un altro.

lunedì 28 dicembre 2009

Per non pagare gli affitti

«Un'altra tragedia di questi microaccampamenti abusivi». Così il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha commentato l'episodio. Il sindaco durante la sua visita presso l'area dove sorge il micro campo abusivo ha sottolineato che «in questa zona già la polizia municipale è intervenuta quattro volte, aveva sgomberato e abbattuto baracche, in qualche caso, che poi sistematicamente si sono riformate. Si tratta di persone che vivono di piccoli lavori - ha aggiunto il sindaco dopo essere entrato in una delle baracche - che per non pagare gli affitti si attrezzano in questa maniera».
Fuoco in una baraccopoli, diciottenne carbonizzata, Il Corriere della Sera, 28 dicembre 2009.

mercoledì 23 dicembre 2009

Il perdono


"Perdono Tartaglia, purché i magistrati lo giudichino per ciò che ha fatto". Alle stesse condizioni perdonerei anche Berlusconi. [f. cocco]
Spinoza.it

(In effetti non ci dormivamo la notte).

sabato 19 dicembre 2009

Spot.Us

[...] vi parlo di monnezza, tanto per cominciare. Non di quella di Napoli, né di quella di Palermo, ma di quella che nell’oceano Pacifico copre una superficie pari a circa tre volte l’Italia. Si tratta di una vera e propria discarica galleggiante aggregata dal gioco delle correnti, in larghissima scala quel che accade negli angoli delle piscine poco curate. La cosa è di certo interesse, tanto che una giornalista americana free lance propone al New York Times un reportage. Il quotidiano si dice disponibile a pubblicarlo, ma non intende coprire le spese di viaggio, una voce consistente visto che l’area interessata si trova molto oltre l’arcipelago delle Hawaii. Lindsey Hoshaw, questo il nome della giornalista, non si perde d’animo e si rivolge a Spot.Us, un’organizzazione no profit che ha lo scopo di trovare i fondi per la realizzazione di reportage su argomenti inediti, di interesse generale, ma trascurati dai poli di informazione classici. In sostanza, sono i cittadini a sostenere i progetti da loro stessi proposti o dai reporter che hanno idee irrealizzabili senza il supporto pubblico. Come nel caso della pattumiera oceanica: la Hoshaw pubblica sul sito il suo progetto e inizia la colletta. Sulla base di una sorta di listino, viene stimato il costo per la realizzazione dell’articolo. I contributi, per inciso, sono di modica entità, normalmente pari a 20 dollari. Le regole stabiliscono che nessuno può donare somme superiori al 20% della somma prestabilita, ciò al fine di scongiurare il pericolo che soggetti spinti da interessi particolari esercitino pressioni sul giornalista. Da questa regola sono escluse solo le “news organizations”, cioè gli editori locali i quali, a fronte di coperture finanziare più corpose, che possono arrivare anche al 100%, acquisiscono diritti temporanei di esclusiva. Se invece la copertura è ottenuta solo con le sottoscrizioni dei cittadini, l’articolo che viene realizzato è ceduto liberamente per la pubblicazione a chiunque ne faccia richiesta. Il regolamento prevede ovviamente diverse fattispecie volte a tutelare i sottoscrittori per i loro contributi, i reporter per il loro impegno e le organizzazioni private che dei lavori giornalistici si avvalgono. Tra le varie possibilità previste da Spot.Us è da sottolineare quella per i cittadini di collaborare con i reporter nei casi in cui la mole di lavoro o la strategia operativa richiedano il contributo di più persone.
Continua: Popolo! Cosa ti interessa davvero?, di Emanuele Costanzo, FotoCult, dicembre 2009.

mercoledì 16 dicembre 2009

Fai agli islamici ciò che vorresti fosse fatto a te

Timothy Garton Ash risponde a uno degli argomenti più sciocchi avanzati dagli islamofobi, quello della reciprocità («I minareti e la sindrome svizzera», La Repubblica, 14 dicembre 2009, p. 31):

C’è chi ribatte che molti paesi islamici non consentono la costruzione di chiese cristiane. Perché allora i paesi europei dovrebbero permettere agli islamici di erigere minareti? È come dire beh, in America c’è la pena di morte, perché quindi in Italia non si condanna alla sedia elettrica Amanda Knox? Oppure: in Arabia Saudita lapidano le adultere, perché noi non dovremmo torturare gli arabi? In molti paesi a maggioranza musulmana è diffusa l’intolleranza verso i cristiani, gli ebrei ed altri gruppi religiosi (Bahai, Ahmadiyya ecc.) e, non da ultimo, verso gli atei, ma le nostre critiche a tale intolleranza sono credibili solo se in patria mettiamo in pratica i principi universali che predichiamo all’estero. Come disse un tempo qualcuno: fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te.
Considerazioni ovvie, ma a questo siamo costretti: a ripetere l’ovvio.

martedì 15 dicembre 2009

Ottanta anni fa

Il volantino riprodotto qui sopra (tratto da: Clara Gallini, Il ritorno delle croci, Roma, Manifestolibri, 2009, p. 71) è stato stampato nel 1926, in occasione della ricollocazione della croce (pesante cinque quintali!) nel Colosseo, e mostra Mussolini mentre saluta romanamente il crocifisso. Il testo recita:

LA CROCE che i passati Governi bandirono dalle scuole e dagli ospedali, togliendo così ai nostri Figli il culto della fede e ai morenti l’ultimo conforto fu per volere del DUCE ricollocata nelle aule e nelle doloranti corsie ed è oggi trionfalmente riportata nel Colosseo di dove cinquantaquattro anni or sono era stata rimossa. La domenica VII Novembre MCMXXVI una devota moltitudine di popolo si [parola incomprensibile] nel vetusto anfiteatro per rendere grazie alla CROCE che aveva pochi giorni avanti salvata all’Italia la preziosa esistenza del DUCE invitto. Un pio sacerdote, dopo il solenne Te Deum, pronunciava fra la più intensa commozione del popolo nobili e sante e patriottiche parole, così concludendo: LA CROCE CHE IL NOSTRO DUCE ONORA ED ESALTA È QUELLA CHE LO PROTEGGE.
Il testo allude al fallito attentato a Mussolini eseguito il 31 ottobre di quell’anno dall’anarchico quindicenne Anteo Zamboni, linciato immediatamente dopo il fatto dai fascisti. Si trattava del quarto tentativo fallito in un anno, e il regime ne approfittò per inasprire la dittatura.
Interessante l’accenno del volantino al fatto che i crocifissi erano stati in precedenza rimossi da aule ed ospedali, contrariamente alla vulgata che circola attualmente, interessata (per ovvi motivi) a mettere il rilievo la continuità di quella presenza.

lunedì 14 dicembre 2009

Una occasione mancata: il silenzio

Il commento di Rosy Bindi mi fa pensare alla triste storiella della gonna come attenuante per uno stupro. Insomma te la sei cercata.
Bindi dimostra coraggio solo in modi inopportuni.

Le Usl venete assumano medici e infermieri, non preti!

Bacio le mani
Le Usl Venete hanno deciso di assumere 96 preti come assistenti spirituali per un esborso annuo di oltre 2 milioni di euro.
Saranno assunti a tempo indeterminato, su indicazione dei vescovi e parificati nel trattamento agli infermieri professionali laureati (categoria D).
Nelle Usl venete ci sono circa 500 precari tra medici, infermieri e tecnici.
Noi pensiamo che l’assistenza spirituale ai malati dovrebbe essere un atto di carità secondo l’insegnamento evangelico e non una professione.
Noi pensiamo che i 2 milioni di euro dovrebbero essere spesi per medici, infermieri e tecnici che servono negli ospedali per accorciare le liste d’attesa e curare i malati.
Noi pensiamo che la Chiesa Cattolica abbia notevoli risorse economiche, anche dall’8 per mille, per pagare, se non trova preti che lo facciano per missione, gli assistenti spirituali.

Per questo i sottoscritti cittadini chiedono che la Regione receda dall’accordo in oggetto.

Per firmare la petizione vai su www.atalmi.it

La risposta della conferenza dei vescovi.

Un diritto morale

Considerazioni estremamente condivisibili (e molto eloquenti) in margine al caso di Rom Houben, l’uomo belga vittima di un incidente 23 anni fa e rimasto da allora paralizzato e incapace di comunicare con il mondo esterno (Ann Neumann, «Why The Case of Rom Houben Resonates», Otherspoon, 5 dicembre 2009):

Ieri ho ricordato al mio rappresentante fiduciario per le decisioni sui trattamenti sanitari il luogo in cui conservo le mie direttive anticipate. Prego – sì, lo faccio anch’io – che se dovessi rimanere vittima di un incidente d’auto, come lo è stato Houben tanti anni fa, io possa essere sottratta ad ogni sostegno vitale artificiale. Non mantenuta in vita per essere accudita dalla mia famiglia e dai miei amici, non rinchiusa artificialmente in un corpo deforme, in isolamento per 23 anni, non catechizzata dai medici o dalla Chiesa o dallo Stato sul modo in cui dovrei vivere.
Questa non è una dimostrazione dei miei «pregiudizi sulla qualità della vita», non è depressione o odio di sé, non è discriminazione nei confronti di Houben o di altri membri disabili della società, non è adesione alla «cultura della morte», o negazione dell’onnipotenza divina, o compiacenza per l’allontanamento della medicina dal modello ippocratico (una colossale sciocchezza); non è paura di essere un peso o paura che un’infermiera mi pulisca il culo, non è nulla di ciò che quelli che lavorano per imporre la propria virtuosa pietà sui malati chiamano «disprezzo della vita». È un mio diritto morale. E non amo per questo di meno la vita, ogni vita.

venerdì 11 dicembre 2009

Protesi a fini estetici

Dai che il prossimo ddl magari includerà anche i *bras.

L’esperienza della Ram, medici per tutti


Andare dal dentista non piace quasi a nessuno. A renderlo ancora più sgradevole ci si mette spesso il costo dell’intervento, che per alcuni non è assolutamente sostenibile.
Negli Stati Uniti 85 milioni di persone non hanno l’assicurazione per le cure odontoiatriche e non possono permettersele. Il New York Times racconta la storia di Michael Bettis: gli mancano molti denti e il costo per rimetterli si aggira tra i 7.000 e i 15.000 dollari.
Michael racconta che la gente lo considerava ombroso e scontroso, ma che in realtà lui non sorrideva perché non aveva i denti e temeva che gli altri se ne accorgessero. Michael trova un modo per farsi curare: scopre la Remote Area Medical (RAM), una organizzazione medica di volontari che offrono cure mediche, odontoiatriche e veterinarie e assistenza di vario genere a persone e animali.
La RAM si è presa cura di migliaia e migliaia di individui dal 1985, anno della sua fondazione, raggiungendo luoghi sperduti e lontanissimi da ospedali. Lo stesso fondatore, Stan Brock, è cresciuto nel cuore della foresta amazzonica, a circa 25 giorni di marcia da un ospedale, ed è sopravvissuto alla malaria, agli attacchi di animali e ad altre disavventure. Ma quelli meno fortunati di lui sono morti perché non avevano modo di raggiungere un medico. Una delle idee fondanti della RAM è portare i medici e le cure nei luoghi più inaccessibili e alle persone che non potrebbero permettersi nemmeno di provare a sopravvivere.

DNews, 11 dicembre 2009

giovedì 10 dicembre 2009

mercoledì 9 dicembre 2009

Le tre leggi divine della robotica

Sono state scritte qualche anno fa (l’autore è Edwin Evans), ma non sembrano aver goduto di molta fortuna. Forse perché fanno sì sorridere, ma è un sorriso un poco amaro...

  1. Un robot deve essere costruito in modo da soffrire dolore fisico e psichico.
  2. Un robot deve essere capace in qualsiasi momento di trasformarsi in un robot malvagio, soprattutto se ciò favorisce la prima legge.
  3. A un robot non deve essere fornita nessuna informazione sul suo creatore se non tramite oscuri manoscritti creati da altri robot, soprattutto se ciò favorisce la prima o la seconda legge.

venerdì 4 dicembre 2009

Minareti e campanili

Alexandre Erler ha da dire alcune cose sensate a proposito del referendum svizzero sui minareti («Why the minaret ban?», Practical Ethics, 4 dicembre 2009):

The proponents of the initiative have argued that it did not infringe on religious freedom, as Muslims would still be able to practice their religion with or without minarets. But obviously this ignores the fact that the minaret ban restrains the capacity for Muslims to manifest their faith, in this case via the architectural arrangement of their places of worship, and the exercise of this capacity is partly what freedom of religion is meant to protect – which is why the compatibility of the initiative with international law has been called into question (see here and here).
Schlüer and his colleagues have made the absurd claim (in their contribution to the pre-election leaflet) that minarets “have no religious function”, but are only a symbol of a claim to political power. But obviously one main function of minarets is to serve as a visible sign for Muslims of the presence of a place of worship, as church steeples signal the presence of a Christian place of worship. (The other main function of minarets is to serve as a vantage point for the call to prayer by the muezzin, which admittedly might pose a problem from a secularist perspective, but one that could in principle have been solved without a ban.) One might as well argue that church steeples have no religious function, and that eradicating them would not in any way infringe on the right for Christians to practice their religion freely, as they could go on doing so even if churches went out of existence completely.
Da leggere anche il resto.

giovedì 3 dicembre 2009

Le dichiarazioni del cardinale Barragán

Le dichiarazioni del cardinale Barragán, raccolte il 2 novembre 2009 da Bruno Volpe per la rivista online Pontifex.Roma, meritano di essere tramandate integralmente ai posteri:

La cosiddetta pillola del giorno dopo o meglio aborto chimico, è stata al centro di valutazioni diverse ed anche polemiche. Ne abbiamo discusso con il cardinale messicano Javier Lozano Barragan, Presidente Emerito del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, Pastorale per la salute. Eminenza, qual è il suo giudizio sulla pillola del giorno dopo?: «che è una pillola che ha effetti abortivi e come tale, l’aborto va considerato un assassinio». Il cardinale lo ripete con calma: «ogni aborto, in quanto soppressione di una vita umana, è un crimine, un delitto e merita una punizione». Si è pensato, dietro severe valutazioni, di permetterla in strutture ospedaliere: «io non mi interesso delle cose italiane o di singoli stati, ma la mia idea è che libera o dietro guardia medica, la sostanza non cambia affatto. Si tratta sempre e comunque di un mezzo abortivo e come tale, rappresenta una violazione gravissima della vita umana che è sacra ed inviolabile, che nessuno può manipolare a suo piacimento ed è un dono di Dio». Il cardinale fa un paragone: «questa storia mi sembra assimilabile a chi compra una rivoltella in un negozio. Colui il quale esce con una pistola è potenzialmente pericoloso, di fatto ha la possibilità di trasformarsi in omicida se la usa male e contro la legge. Ma è un potenziale criminale, lo diventa solo se agisce male. Chi abortisce non è potenziale, ma di fatto, in quanto ammazza. Pertanto la condotta di chi compie e pratica un aborto è sicuramente più grave di chi compra un revolver nell’armeria». Eminenza, quando inizia la vita?: «la scienza lo dice, da quando lo spermatozoo entra nell’ovulo. Allora già esiste una vita ed è sacra. Lo ripeto, sopprimere una esistenza umana, salvi i casi di emergenza, è un crimine e merita questa definizione, non ho dubbi». E se si usa in ospedale?: «non cambia nulla. È assassino chi ammazza fuori o dentro la clinica, sia che lei compia la esecuzione in caserma o nel domicilio particolare della vittima, le modalità possono solo aggravare l’evento, ma pur sempre di assassinio si tratta». Eminenza passiamo ad altro tema caldo. In che modo valuta sia la omosessualità che i trans?: «trans e omosessuali non entreranno mai nel Regno dei Cieli, e non lo dico io, ma San Paolo». Ma se una persona è nata omosessuale?: «non si nasce omosessuali, ma lo si diventa. Per varie cause, per motivi di educazione, per non aver sviluppato la propria identità nell’adolescenza, magari non sono colpevoli, ma agendo contro la dignità del corpo, certamente non entreranno nel Regno dei Cieli. Tutto quello che consiste nell’andare contro natura e contro la dignità del corpo offende Dio».
Lo stesso giorno il cardinale ha «ribadito» il suo pensiero all’agenzia ANSA, che in alcuni dispacci sintetizza il contenuto dell’intervista e vi aggiunge delle «precisazioni»:
«non sta a noi condannare»; «sono comunque persone e in quanto tali da rispettare» (ANSA 13:43);
«L’omosessualità è dunque un peccato ma questo non giustifica alcuna forma di discriminazione. Il giudizio spetta solo a Dio, noi sulla Terra non possiamo condannare, e come persone abbiamo tutti gli stessi diritti» (ANSA 13:57).
L’ANSA ha rivelato anche che l’allusione a Paolo si riferiva a Romani 1,26-27.

Quando l’antiabortista fa propaganda pro-aborto

Gli integralisti sembrano avere qualche problema con le soluzioni di compromesso. Non che le rifiutino del tutto: basta considerare per esempio la legge 40 sulla procreazione assistita. Si tratta di un compromesso iniquo, pesantemente spostato da una parte, certo, ma pur sempre di un compromesso, visto che per il magistero ecclesiastico praticamente tutte le tecniche di fecondazione artificiale sono moralmente inammissibili, e non solo la fecondazione eterologa o la diagnosi preimpianto. Eppure nella percezione comune – è qui il problema di cui parlavo all’inizio – la legge 40 è espressione fedele di quel magistero, sì che probabilmente nell’opinione di molti la fecondazione in vitro, a certe condizioni, è del tutto coerente con gli insegnamenti della Chiesa cattolica.
I motivi di questa credenza diffusa non sono chiarissimi. È probabile che in parte vadano addebitati all’esito referendario, che ha rappresentato (ed è stato rappresentato come) una vittoria netta dei clericali; da questo a ritenere che anche i contenuti della legge oggetto del referendum fossero del tutto in linea con i dettami della Chiesa il passo è abbastanza naturale. Ovviamente non sono mancate le precisazioni sull’autentica dottrina cattolica in materia; ma spesso sono apparse un po’ troppo sommesse, quasi non si volesse rovinare la vittoria ottenuta mostrando di aver concesso qualcosa. E questa è forse un’altra causa dell’equivoco: chi pensa di possedere una verità assoluta ha spesso più difficoltà ad ammettere di essere sceso in qualche modo a patti con il nemico ideologico.

Qualcosa di relativamente simile sta avvenendo con la pillola abortiva. La posizione integralista coerente sarebbe naturalmente quella di rifiutare in toto ogni tecnica abortiva; ma questo non è politicamente possibile nel presente momento storico, e così l’opzione che è stata scelta è stata quella di insistere sull’incompatibilità della RU-486 con la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, e sulla presunta maggiore pericolosità dell’aborto farmacologico rispetto a quello chirurgico.
Ovviamente nessuno potrà mai pensare che le gerarchie ecclesiastiche siano a favore della legge 194 o che raccomandino l’aborto per aspirazione; in questo la situazione è diversa rispetto a quella della procreazione assistita. Ma non c’è dubbio che l’artiglieria retorica messa in campo a favore dell’adesione strettissima alla lettera della legge sull’aborto sia talvolta così possente da far apparire la 194 come una luminosa conquista di civiltà, sì da causare alla fine le smarrite rimostranze dei duri e puri.
Anche certe comparazioni fra l’aborto farmacologico e quello chirurgico (in particolare realizzato con l’aspirazione, il cosiddetto metodo Karman) sembrano a volte uscite dalla penna di qualche propagandista pro-choice degli anni ’70. Penso ad alcune pagine del libro di Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella dedicato alle presunte nefandezze della RU-486; ma sono posizioni che tendono a diffondersi. Qualche giorno fa un commentatore antiabortista sosteneva qui su Bioetica che «l’aborto chirurgico […] non è affatto “invasivo e doloroso” come si vuol far credere perché avviene in anestesia totale», dimenticando che esiste anche il dolore post-operatorio.
Un esempio un po’ estremo si trova sul Foglio di due giorni fa («La Ru486 non offre vantaggi. Anzi sì, aumenta gli aborti facili», 1 dicembre 2009, p. 2), dove Roberto Volpi sostiene che, al contrario della pillola abortiva, «il metodo Karman non ha mai ucciso alcuna donna». Che l’aborto per aspirazione sia uno dei trattamenti sanitari più sicuri al mondo è vero, ma un’affermazione così recisa mostra subito di essere poco fondata: non esistono purtroppo metodi chirurgici esenti da rischio. Sarebbero bastati a Volpi cinque minuti su MedLine per trovare ad esempio l’articolo di P.C. Jeppson et al., «Multivalvular Bacterial Endocarditis After Suction Curettage Abortion» (Obstetrics & Gynecology 112, 2008, pp. 452-55), in cui si descrive un caso fatale (e rarissimo, è bene precisare) di endocardite batterica insorta in seguito a un aborto chirurgico per aspirazione.
Non si tratta purtroppo dell’unico decesso: negli Stati Uniti, per esempio, il tasso di mortalità per aborto legale fino ad 8 settimane di gestazione è stato nel periodo 1988-1997 di 1 su 1.000.000 (L.A. Bartlett et al., «Risk Factors for Legal Induced Abortion-Related Mortality in the United States», Obstetrics & Gynecology 103, 2004, pp. 729-37), e la maggioranza di questi aborti viene effettuata per aspirazione; non ho dati analitici, ma è estremamente improbabile che tutte le morti siano da addebitare ad altri metodi chirurgici (all’epoca negli Usa l’aborto farmacologico ancora non era stato approvato dagli organismi competenti).
Per fare un paragone, in Francia dal 1993 ad oggi la RU-486 è stata usata, in associazione con il misoprostolo e seguendo le indicazioni raccomandate dalla casa produttrice (cosa che purtroppo non è accaduta altrove), su circa 1.000.000 di pazienti, in massima parte entro la 7ª settimana di gestazione, con un unico decesso, di cui peraltro non si sa nulla (del dossier inviato qualche mese fa dalla casa produttrice alla nostra Agenzia del Farmaco si è rivelato – contravvenendo all’impegno di riservatezza – solo quel poco che poteva servire alla propaganda integralista).
L’aborto chirurgico per aspirazione e quello farmacologico, se effettuati correttamente, hanno una pericolosità (bassissima) molto probabilmente comparabile. Entrambi possono comportare effetti collaterali e complicanze, anche se in generale l’aborto chirurgico è più ‘comodo’ da gestire, per il tempo minore della sua durata e perché l’anestesia generale è più efficace nel sopprimere i dolori dell’intervento di quanto non lo siano gli analgesici che può essere necessario assumere nell’aborto farmacologico. La RU-486, oltre ad essere il metodo ideale per chi non può o non vuole affrontare un intervento chirurgico, ha un vantaggio fondamentale: potenzialmente è in grado di sottrarre l’aborto legale all’arbitrio degli obiettori di coscienza, che stanno rendendo sempre più difficile ottenerlo in questo paese. Ed è questo che gli integralisti di ogni risma vogliono impedire con ogni mezzo; se serve, persino con la propaganda unilaterale a favore di altri metodi abortivi.